Sogni 32: Fantasmi di Natale

Nelle ultime settimane ambiento spesso i miei sogni a casa della mia zia lodigiana. Forse per via della faccenda del tampone, di cui parlavo qui.
Stanotte ci sono “stata” di nuovo, ed in una giornata precisa: Natale. (Avrò anticipato i tempi perché di recente ho compilato un sondaggio su panettoni e pandori?).

All’inizio mi trovavo nella stanza in fondo, dove viveva mio cugino B., e cercavo tra la sua collezione di libri la saga di Harry Potter perché volevo verificare una cosa – discutevo con qualcuno di un dettaglio del quale non eravamo certi. Ma una volta scorsi tutti i dorsi non la trovavo, e anzi mi accorgevo che eran rimasti ben pochi libri fra i tanti posseduti da lui – discreto lettore. Percepivo un senso di assenza.
Poi però lo scenario cambiava, ed in salotto mio fratello A., sacerdote mancato, si stava preparando per celebrare una Messa per i presenti. Io facevo per raccogliere i paramenti, rossi, da un tavolo, i quali scomparivano dopo che mi ero voltata pochi secondi. Un’altra assenza, un vuoto.
Ancora, mi son trovata all’aperto in un gruppo abbastanza nutrito di persone, e a tutte mia mamma (così com’era negli ultimi anni) stava regalando una di quelle rotelle di liquirizia tipo Haribo… anche qui c’era un’assenza al centro della scena: il buco in mezzo alla rotella… e mia madre, passando il dolcetto a ciascuno, invitava ad inserirci dentro un dito, come a ripararlo. Io però avevo davanti a me una sorta di costruzione di mattoncini, con in cima una cupola di plastica grigia tutta traforata, e le mostravo che avevo già qualcosa da “tappare”, che non mi serviva la sua rotella di liquirizia. Subito, però, me ne pentivo, pensando che stavo rinunciando scioccamente ad un bel gesto di affetto da parte sua, per proclamarmi autosufficiente, senza rendermi nemmeno conto che presto avrei potuto rimpiangerlo.

In un’altra sezione del sogno ero insieme all’Arrotino nella stanza delle niglie. La stavamo spazzando e pulendo, e notavo tra due ante dell’armadio un cono di sabbiolina fine che mi pareva un formicaio.
Tornavamo poi in salotto, dove nel lavello stazionavano i piatti da lavare ma anche delle confezioni di carta (in teoria) riciclabile, e lui mi diceva che avrei dovuto sciaquarle prima di aggiungerle alla differenziata. Io però, naturalmente, mi opponevo e m’impuntavo: per me quei cartoni non erano da sciacquare, soltanto da svuotare, e lo dichiaravo con fermezza degna di un obiettore di coscienza.
Il piccolo scambio di battute sfumava poi dolcemente nella sopresa comune; ‘ché avevamo notato che il campo antistante casa, coltivato a frumento, era stato trasformato in un campo di camomilla (nel sogno una pianta ad alto fusto, con inflorescenze lunghe e poco espanse, delicate, color orzo).

Infine, questa piccola trilogia di coppia si concludeva in aperta campagna, noi due seduti di fronte ad un muro di mattoni con a fianco un’insegnante – a quanto pare ci eravamo iscritti ad un mini-corso di lingua greca (moderna). Banalmente, almeno una parte di questo momento è stata ispirata dalla recente lettura di Un uomo della Fallaci, dedicato all’oppositore della dittatura dei colonnelli Alekos Panagulis, del quale è una parziale biografia romanzata. Nel libro si cita anche l’arcinoto Mikis Theodorakis, che in seguito mi è rimasto incastrato int’a capa, insieme ad una mia vecchia passione: To yelasto pedi cantata da Maria Farantouri:

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