Una storia finita

La visita, una volta al mese, dalla zia.
La nonna che, con una frattura alla gamba in via di ricomposizione, esce da sola e raggiunge il gelataio Palermo, compra una confezione di ghiaccioli e se ne torna bel bella mentre tutti la cercano. E che, una settimana più tardi, s’arrampica sul letto per dar la caccia ad un ragnetto.
La stessa nonna che vedevo, nelle mie vacanze da piccola, sgattaiolare in cucina durante la notte per mangiarsi i biscotti. La biscottiera di ceramica con il mago Galbusera dipinto sopra.
I cataloghi per ordinare a casa regali e decorazioni natalizie, in particolare i Babbo Natale musicali. I Natali in famiglia, tutti: papà mamma fratello, cugini (senza figli, meglio), nonna e zio malato in camera a guardare la TV, zio V. e zia M., le sortite dei / dai parenti locali.
La fiera di San Bartolomeo. La torta di Casale, i fuochi d’artificio alle 23.00, le giostre.
Mio cugino E. ancora vivo, che in uno di questi 31 agosto di sagra mi regala una piccola collezione di Dylan Dog.
La sua Panda rossa, poi passata al mio cugino orso e chef, B., finché proprio non ce l’ha più fatta. Ed è stata sostituita da un’altra Panda primo modello, stavolta bianca.
Bianca come i grandi cigni di resina, col volante per guidarli sul laghetto, in cui mi accomodavo da piccina con papà (ho una foto).
Le monetine che rubavo a mia cugina D. Le sue canzoni da adolescente che uscivan dalle casse dello stereo. La sua cresima, ed una foto con noi donne sedute sull’altalena di ferro in giardino.
Io che pedalavo dietro alla zia, di ritorno dal cimitero, e cantavo nella mente I giardini di marzo, sentendola perfettamente a tono con il mio stato emotivo, ed esultando perché qualcuno aveva trovato per me le parole per dire la depressione. Mentre anni dopo avrei cercato di comunicare gli stessi sentimenti alla zia stessa, per immagini e metafore, riuscendo soltanto a spaventarla.
La zia C., la mia poesia per i suoi sessant’anni. L’ospedale psichiatrico. La sua devozione, il suo affetto, la sua comprensione del mondo standone fuori. I tracolli, le visioni di Padre Pio, le convinzioni d’avere un cancro, le manie; il gusto vorace per le merendine ed il sorriso innocente, le lettere strappacuore e la statua della Madonna bianca, muta, in un angolo dello stanzone. Le cadute, il Covid, le continue perdite a volte conosciute, altre soltanto intuìte. Ci seppellirà tutti, per un ultimo sacrificio.
I pranzi (e, una volta, anche le cene: quando il buio non ci consigliava di chiuderci in casa ed eravamo tutti più giovani, più vivi) dagli zii di Codogno. Il campo da baseball, Villa Biancardi, la fiera del bestiame, le polpette alle melanzane e le bistecche al pomodoro. Mio fratello, a cinque anni, che per sbaglio beve un intero bicchiere di vino (pareva acqua!). Non c’ero, ma è come se: è tradizione di famiglia, un aneddoto tramandato di generazione in generazione. Fino a quando?
I film con Bruce Lee (detto Bruslìn), Steven Seagal (detto Il Codino), Charles Bronson (detto, ovviamente, Carlino Bronsoni). E poi, tutti i western che mio zio (Sergio Leone, Clint Eastwood), ora semi-cosciente in ospedale, non vedrà più. Non citerà più. Il cappello tipo coppola che regalai a mio papà, passato a mio zio alla sua morte; quando verrà il suo turno, lo vorrò io.
I gatti. Licia, Pallina, Matisse. In primavera, un nuovo arrivo. Mia zia, dopotutto, ha ancora vita dentro. Spero a lungo. Ma, intanto, questa è storia nuova, di cui faccio parte marginalmente. La storia della mia famiglia, com’era, è conclusa.

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