Sulla strada

Stamane raggiungo il solito parcheggio, scendo dall’auto e mi avvio lungo la solita strada verso il lavoro. Ho le gambe di legno per l’acido lattico, e il caldo non aiuta; ma so che dopo un’oretta, superato il trauma dell’alzata precoce e del (forse nemmeno) mezzo chilometro a piedi, comincerò a recuperare vivacità.
A parte le smadonnate contro biciclettari e monopattinari che invadono il marciapiede, da qualche giorno mi appare più evidente il contrasto tra il mio trascinarmi e la lena di chi cammina a grandi falcate, pesta con energia sui pedali e, soprattutto, non si ferma ogni due per tre a recuperare.
Oggi all’andata solo un attimo, più per evitare un ritardo sia pur piccolo che altro; al ritorno invece di soste ne ho fatte due. Su 450 metri, se ricordo bene. A una ringhiera con siepe di gelsomini e su un panettone di cemento – è la seconda volta, qui, prima o poi il tizio della macelleria halal s’accorgerà di me. Per altro ho avuto un momento di panico, quando ho visto seduta sul primo panettone una donna piuttosto in carne: fregata! Per fortuna ce ne sono altri due subito dopo.

Ho ripensato ancora una volta anche a quella lunga, felice settimana di volantinaggio, per cui io stessa mi ero industriata e proposta: le camminate ad oltranza su gambe mai state forti ma ancora capaci ed allenate (anche se ovviamente non da sportiva, tant’è che al termine le avevo ingessate e rigide), la libertà dell’aria aperta e del poter decidere autonomamente il percorso da fare, gli incontri con bipedi e quadrupedi (senza scordare gli insetti, gli uccelli, le bestie motorizzate), la vita che scorre dentro il corpo e tu la senti, la facilità e ricchezza di un lavoro puramente esecutivo.
Ho realizzato che, fra tutto ciò che ho fatto o sperimentato nella mia tutto sommato breve e disastrata vita ‘professionale’, quell’esperienza è stata senza dubbio la più benefica, la più vicina a ciò di cui ho sempre avuto bisogno – nonostante, purtroppo, l’impossibilità di farne un’attività regolare, costante.
E mentre la cassa toracica s’alzava con pesantezza, mentre sollevavo il braccio sinistro per alleviare la pressione circolatoria esasperata dallo sforzo cardiaco, come non riandare (meglio sarebbe: essere posseduta dal ricordo del) pompare profondo e vitale del mio stesso cuore pochi anni fa, durante le mie uscite di camminata veloce, dei muscoli allungati e poi slanciati sul terreno – difettosi sì ma funzionali -, del sudore che bevevo dalla pelle come una coppa di vino e del mio ventre più che piatto, scavato asciugato modellato dal movimento? Il ventre i glutei le cosce, le braccia le spalle il collo fino al mento con lo sternocleidomastoideo in felice tensione.

Sensazioni corporee concrete che non mi apparterranno più, non nel presente, nel qui e ora, nel flusso, nello zen.
Più tardi, in portineria, in tre diverse occasioni il passato più complesso e specifico della mia formazione ed esperienza socio-sanitaria mi si è ripresentato: in un no-vax cui ho potuto dare una mano spinta da un bizzarro intervento della Provvidenza; in un caso difficile presentatosi in cerca di assistenza che, pur con qualche rischio, ho scelto di gestire sul confine di ciò che è la mia competenza attuale lavorativa e quella personale a latere; in un banale ma sempre piacevole massaggio senza impegno fatto ad una collega.
Tutto cambia, nulla passa.

12 pensieri riguardo “Sulla strada

        1. Non perché non ami la nostra Repubblica. Ma perché non c’è nulla da festeggiare.
          È come offrire una torta di compleanno ad una donna dopo averla picchiata, stuprata e aver dichiarato che alla prima occasione la si ucciderà.

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    1. In realtà non sto seguendo questa faccenda, sento solo qualche accenno qua e là.
      Da ciò che scrivi mi sembra di capire che lei sia stata indagata per aver mentito sulla violenza di lui… Ho capito bene? Se così fosse, sarebbe sacrosanto.

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    1. Che per quanto ci metta in difficoltà, tuttavia è doveroso respingere non solo la violenza madchile ma anche la sottile prepotenza femminile che sfocia in misandria.

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