Pregare si può

Pregare si può sempre – non è questione di aver tempo.
Ho sempre fatto fatica, ma sto imparando a farlo.
In auto, la mattina soprattutto, mentre guido verso il lavoro.
Al lavoro, appunto, nei momenti morti (alternando preghiera e lettura). Sul lavoro poi prendo nota di certi casi in particolare stato di bisogno.
Ovviamente prima di dormire, sia che partecipi al rosario su Facebook sia che mi corichi dopo un paio d’ore di lettura (la mia unica, vera dipendenza), ‘ché in ogni caso non mi riesce d’addormentarmi subito. Minimo mezz’ora mi ci vuole.

Non solo pregare ma, adesso, finalmente anche tornare a ricevere l’ostia consacrata in bocca anziché sulle mani si può.
E l’ho fatto, anzi, l’ho preteso, in due recenti occasioni. L’ho dovuto pretendere, restando immobile senza dir parola e con le braccia dietro la schiena, poiché in entrambi i casi il sacerdote non solo non se l’aspettava, ma mi ha detto apertamente che “bisogna” prenderla sulle mani, che “non si può” altrimenti.
Peccato che non sia più così, come alla buon’ora la CEI ha stabilito e come logica vuole.
Avranno ceduto per imbarazzo, per timore di creare un intoppo alla celebrazione (pur magari pensando che l’intoppo fossi io)?
E chi se ne importa?

7 pensieri riguardo “Pregare si può

  1. Fermo restando il capire se difronte all’Eucarestia il “pretendere”, il “creare intoppo” durante una Celebrazione, sostanzialmente imporsi con un “atto di forza”, sia il giusto porsi del Cristiano.

    Laddove non si tratta di combattere contro un “nemico”, di impedire un atto blasfemo (anche se tanti purtroppo lo considerano tale, ma non la Chiesa, né Cristo che certamente la Pima Eucarestia non la istituì mettendo in bocca ai Discepoli quel Santissimo Primo pezzo di pane che da allora non fu più solo tale).

    A evitare “imbarazzi”, fraintendimenti e quei momenti che sembrano solo voler dire “io agisco e sono diverso/a”, in un momento che dovrebbe essere prettamente Comunione, di atti, di preghiere, di appunto Liturgia, basterebbe avere l’umiltà di informarsi e informare prima il Sacerdote della propria volontà. Iniziare con la ricerca di una comunione d’intenti, più che con la “pretesa” e l’imposizione.

    Noi purtroppo guardiamo sempre solo a ciò che è giusto (e magari lo è) dal nostro punto di vista, ma talvolta il Ministrante può avere altre ragioni o anche debolezze – ad esempio non sentirsi pronto a rischiare lui il contatto con la bocca, la lingua di chi riceve – è un triste lascito di questi tempi, ma così è. Il passo successivo sempre secondo la nostra ottica sarebbe “non si sente pronto”, sia faccia “altro”, in pratica venga escluso, ma magari quel Ministrante (sia egli ordinato o straordinario) alla Comunità è necessario e svolge un servizio, ma a noi questo non interessa o quanto meno neppure ci poniamo il problema, perché in quel momento non siamo parte di un Corpo, siamo la mano che vuol solo essere mano (di solito pensiamo di non essere di meno della testa…).
    Quindi è giusto “pretendere” che l’Altro in difficoltà debba reagire sotto nostra imposizione.

    È giusto quando alla fin fine, comunque io riceva l’Eucaristia, non è che ne avrò “meno” di chiunque altro, non è che la Sua Santità ne potrà venire intaccata o i suoi salvifici effetti saranno inficiati?

    Domandiamoci piuttosto se non sia il nostro cuore, pronto alla battaglia, pronto all’ “atto di forza”, magari all’alterco, al pubblico dialettico scontro delle ragioni, difronte ad un imbarazzo prolungato, magari ad un diniego, a non essere predisposto all’accoglienza, alla Comunione (comunione si, ma alle mie condizioni). Inquinato da quel sottile giudizio che guarda a chi non agisce come me, come a coloro che ancora non hanno capito, che non sanno veramente cosa è giusto e vero e santo.

    Eppure Cristo a loro si dona, ma noi qualche riserva in cuor nostro l’avremmo…

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    1. Nessuno è tenuto, rischiando di sollevare una diatriba e – allora sì – uno scontro inutile tra fratelli nella fede, ad informare preventivamente il sacerdote delle proprie intenzioni rispetto a questo gesto; così come non lo si farebbe per alcun altra scelta del cui diritto si goda.
      Non il fedele che si accosti all’Eucarestia con chiara intenzione di riceverla, come dovuto e come suo pieno diritto, in bocca, bensì il sacerdote restio a seguire tanto le indicazioni della corretta celebrazione (la comunione in mano è permessa, invalsa grazie all’uso, non però l’ottimale; e a nulla vale ricordare l’Ultima Cena: la Chiesa ha la facoltà di disporre diversamente, come fosse Cristo stesso a disporre, altrimenti non chiamiamoci cattolici), quanto ad applicare un’indicazione di legge delle istituzioni mondane che non sia avversa alla retta coscienza, è colui che incorre in errore e dà scandalo – inciampando nella fermezza di chi gli sta davanti e lo costringe a prendere posizione.

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      1. Vedo che non vai oltre gli aspetti puramente legalistici della questione (peraltro solo quelli che appoggiano tue tesi e comportamento), quindi direi ci siamo detti tutto.

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        1. Non vedo dove… la mia era una semplice constatazione.
          Io ho sollevato obiezioni che vanno a toccare la disposizione spirituale (oltre a questioni di opportunità) e solo come stimolo di riflessione e tu mi hai risposto appunto in “termini di legge” (o leggi).

          Perciò dicevo senza pregiudizio “ci siamo detti tutto”, cioè lo scambio – data la tua risposta – mi è parso decisamente terminato.
          Sarà per la prossima.

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