Roba gennaio 2023 – seconda parte

Libri

Solo – Brett Archibald (2017)
Ne ho parlato qui.

La vita che brilla sulla riva del mare: le piante e gli animali che popolano i litorali rocciosi, le spiagge sabbiose e le barriere coralline – Rachel Carson (1955)
Ne ho parlato qui.

A Santiago con Celeste – Giuseppina Torregrossa (2014)
Esile ed agile diario di viaggio della scrittrice, un tempo ginecologa, che conosco come giallista (lessi il suo Morte accidentale di un amministratore di condominio).
Discreto & Dimenticabile, mi vien da dire: buono ma in nulla memorabile; tanto il racconto del Cammino insieme ad un’amica (le riflessioni sono valide, ma per nulla nuove o espresse in modo particolarmente originale) quanto nel succitato giallo.

Ufo 78 – Wu Ming Einaudi (2022)
Del collettivo Wu Ming mi piace che mette un consolidato mestiere di scrivere, ed uno stile fluido, gustoso, al servizio di contenuti forti. Il loro attivismo storico-politico-intellettuale non va mai a detrimento del divertimento, la divulgazione riflessiva non cede all’accademia.

1978. Aldo Moro è rapito e ucciso. Sulle città piomba lo stato d’emergenza. «La droga» sfonda ogni argine. Tre papi in Vaticano. Le ultime grandi riforme sociali. Mentre accade tutto questo, di notte e di giorno sempre piú italiani vedono dischi volanti. È un fenomeno di massa, la «Grande ondata». Duemila avvistamenti nei cieli del Belpaese, decine di «incontri ravvicinati» con viaggiatori intergalattici. Alieni e velivoli spaziali imperversano nella cultura pop.
Milena Cravero, giovane antropologa, studia gli appassionati di Ufo in una Torino cupa e militarizzata. Martin Zanka, scrittore di successo, ha raccontato storie di antichi cosmonauti, ma è stanco del proprio personaggio, ed è stanco di Roma. Suo figlio Vincenzo, ex eroinomane, vive a Thanur, una comune in Lunigiana, alle pendici di un monte misterioso. Il Quarzerone, con le sue tre cime. Luogo di miti e leggende, fenomeni inspiegabili, casi di cronaca mai risolti. L’ultimo, quello di Jacopo e Margherita, due scout svaniti nei boschi e mai ritrovati. Intorno alla loro scomparsa, un vortice di storie e personaggi.

Sotto il velo – Takoua ben Mohamed (2022)
Breve fumetto di un’autrice tunisina già pubblicata (in questo caso, da Becco Giallo) che si propone di “mostrare senza troppo dire” i perché della scelta di portare il velo islamico (ed ancor più perché sia bene che le persone si facciano gli affari propri, con meno supposizioni gratuite).
Ci riesce? Per quanto mi riguarda, poco. Punta su ciò che accomuna questa scelta ad molte altre “di minoranza”, non sullo specifico islamico (tant’è che bacchetta anche osservatori musulmani che da un altro versante possono criticare il velo o piuttosto il modo di indossarlo), ma risulta inefficace perché all’assunto sacrosanto è una mia libera scelta, non attribuirmi motivazioni che non mi appartengono manca di presentare le proprie, reali. Inoltre, e non è poco, suggerisce un esercizio di comprensione per le scelte di vita altrui non provando la medesima comprensione per chi, semplicemente, non critica né ragiona per stereotipi ma esprime delle domande legittime; magari (ma non solo) riferendosi a questioni culturali scomode e disagevoli, ma fattuali.
In sostanza: poco sviluppato per valere la pena di farne un libro, ho il dubbio che possa essere stato costruito, cioè assemblato, a partire da strisce periodiche originariamente pubblicate su un blog oppure una pagina social, insufficienti per fare corpo a sé (specie se private di una discussione più elaborata nei commenti).


Diventare milionario con uno stipendio normale – Andrew Hallam (2018)
Una lettura perfetta per far seguito a quella di Housel – nella prima metà del mese. La trattazione si fa meno concettuale e più pratica, affiancando per altro al punto chiave dell’interesse composto quello dei fondi indice quali strumenti finanziari cardine per investimenti di buonsenso. E per buonsenso, termine mio, intendo proprio la famosa – e assurdamente depennata dal codice civile francese – figura giuridica della “diligenza del buon padre di famiglia“.
Io non punto a diventare milionaria, e del resto questa, che è una corsa sul lungo periodo (se preferite: una maratona) mi vede già avanti con gli anni: ossia sono in tempo per iscrivermi – si è sempre in tempo -, ma ovviamente i risultati saranno inferiori a quelli di chi, a parità di condizioni, parte a vent’anni. Di fatto, però, grazie a queste ultime due letture a tema mi impegnerò, dopo anni di incertezze di varia natura, nell’investimento della vita; costituirà la mia (nostra) pensione, dacché non potrò raggiungerla né coi contributi né con l’età e dovrò accontentarmi della sociale, neppure della minima.
Per inciso, ho appena ordinato entrambi i libri; è raro che ne acquisti.

Passing – Nella Larsen (1929)
Incisivo, raffinato; la Larsen (della cui esistenza sono venuta a conoscenza troppo tardi) racconta una storia intrigante legata a quella che chiamo “negritudine”. Con grande proprietà lessicale, buon ritmo e squisita capacità di penetrare la psicologia dei personaggi – in particolare delle due donne protagoniste, Clare e Irene, appartenenti alla classe media della società nera di Harlem – l’autrice di questo folgorante ed impietoso romanzo breve ruota attorno alla pratica sociale del “passing”: in sostanza, lo spacciarsi per bianchi. Ma il vero focus è individuale, non collettivo, pur gettando le basi di un discorso più vasto e complesso. Impossibile del resto evitarlo: nel testo si riversa molta della biografia della Larsen, di padre colored e madre danese.

Consigliatissimo, tra i migliori del mese.
Trovate qui un’ottima recensione; dell’edizione Frassinelli segnalata però non so nulla e preferisco indicarvi quella Sellerio con traduzione di Anna Maria Torriglia. Una buona traduzione è parte imprescindibile di un testo valido.

Gli intervistatori – Fabio Viola (2010)
Romanzo thriller interessante, ben studiato, che mi ha assorbito e tuttavia non risponde pienamente alle mie aspettative: ad una prima lunga parte decisamente thriller (con una punta di noir) avvincente, tinta di grottesco e che stempera la tensione col sarcasmo, si succede una seconda parte assai più surreale, e soprattutto vuota di una conclusione concreta, di una spiegazione precisa per quanto incredibile o fantasiosa ai fatti antecedenti; più un concetto aperto a chi legge che un finale aperto, sospeso ma indirizzato con chiarezza e sorretto da una trama completa.
Beninteso, è una scelta narrativa come un’altra (e c’è chi la sa apprezzare): ma a me non piace, non dice abbastanza. Ecco la sinossi:

Uomini invisibili dalle voci metalliche rapiscono italiani qualunque per sottoporli a uno strano processo: c’è chi vede un filmato in cui muore, chi le prove delle proprie relazioni clandestine, chi immagini del proprio posto di lavoro o dell’intimità familiare. Gli intervistatori sanno ogni cosa eppure hanno comunque molto da domandare, sgangherati e crudeli giudicano e condannano tutti: è il giudizio universale di un’Italia di palestre e baretti, parcheggi a pagamento e case di vecchie zie con il televisore sempre acceso, un’Italia volgare e individualista, nervosa e disperata.
Gli intervistatori arrivano da un vuoto inconoscibile di ministeri e servizi deviati: uccidono o fanno perdere il senno o mettono in fuga per le strade di un centro-sud metafisico e attualissimo, dove la memoria è sostituita dai souvenir dell’autogrill, le strade non portano da nessuna parte, non c’è sentimento di fraternità né forse possibilità di riscatto.
Solo Ivano, malcapitato finanziere di Frosinone, tenterà di fuggire, di resistere a questo complotto escatologico: un complotto che sembrava mirare a un generico controllo/smantellamento di tutto. Grazie a una voce sospesa tra candore ed orrore, a una scrittura in perfetto bilico fra umorismo e follia, Fabio Viola ci cattura d’un fiato nel più assurdo dei nostri incubi, l’incubo italico di cui, anche quando sembriamo innocenti, siamo ad ogni istante tutti colpevoli.

Film

Cinque pezzi facili – Bob Rafelson (1970)
Un Jack Nicholson fedele a se stesso quando ancora aveva appena cominciato ad esserlo: tutto in Robert “Eroica” Dupea urla Jack, Jack, Jack!
L’uomo di nascita borghese se non più alta che mal tollera il proprio ambiente, e ne fugge, è storia detta e ridetta. Ma quella di Dupea – che fa il rozzo nella casa elegante di famiglia mentre viceversa, in una maldestra osmosi identitaria si mette a suonare il piano trasportato da un furgone che gli sta davanti nella coda per andare al lavoro da operaio – racconta di uno che diventa vagabondo non per attitudine, bensì perché non sa chi è, che cosa desidera, dove possa mai star bene.
Il finale aperto ed insoddisfacente, irresolutivo, è inevitabile: niente, nel protagonista, si è chiarito né si chiarirà. La sensazione ultima è quella d’un’esistenza indefinita, sprecata. Ma vedere questo film uno spreco non lo è.


Vajont – Renzo Martinelli (2001)
Ne ho parlato qui.

Americani – James Foley (1992)
Su suggestione della recensione di Raffa, l’ho visto insieme all’Arrotino.
E’ un buon affresco corale intessuto di avidità, orgoglio, invidie e inganni all’interno d’una agenzia immobiliare che potrebbe essere bellamente scambiata per un’azienda di finanziamenti al consumo – e questo già vi dice del grado di amoralità in vigore.
Dal gruppo spicca, anche in virtù della sceneggiatura più focalizzata su di loro, innanzitutto Al Pacino / Vicky Roma, e poi Jack Lemmon / Shelley Levene.
A differenza di film similari contemporanei, questo punta i riflettori sui rapporti tra colleghi-competitor e sulle dinamiche professionali, le tattiche di persuasione, e via dicendo, anziché sulle meccaniche finanziarie e di mercato e sui grandi scandali come punto di partenza per un’analisi tecnica.

Non desiderare la donna d’altri – Susanne Bier (2008)
Tempo fa, su non so quale pagina (son cose che dimentico subito) lessi un qualche commento positivo ai film di questa regista danese. Me ne rimase un’impressione di storie comuni, drammatico-sentimentali, rese però con grande serietà. Ecco: più che di serietà si tratta di pesantezza. Peccato, perché il soggetto di questo primo prestito (non ce ne saranno altri) era buono per porre un quesito morale, anzi più d’uno.
Il film si apre su un ritorno (quello in famiglia d’un uomo che esce di galera) ed una quasi contemporanea partenza (quella del fratello, soldato, verso un paese arabo). Si sprecano i luoghi comuni, dal conflitto tra il pregiudicato e sbandato Jannik ed il padre, che lo disprezza tanto quanto esalta il fratello militare, alla tresca che nasce – un po’ repentina, un po’ troppo facile – tra Jannik e la moglie del fratello Mikael, scomparso e creduto morto nell’abbattimento dell’elicottero sul quale veniva trasportato al fronte – quando quest’ultimo invece rispunta vivo e vegeto, comincia a fare il matto. Non perché si senta colpevole dell’assassinio di un commilitone, e ci si sente, bensì perché è geloso. Non cercate di attribuirgli un disordine post-traumatico da stress: è solo uno stronzo, con le idee poco chiare e sì, tanto stress addosso ma insufficiente a impedirgli di riprendere la sua vita – dunque perché non gli impedisce anche di picchiare la moglie, insultarla, mettere sottosopra i buoni risultati ottenuti nel frattempo dal fratello e la serenità delle sue figlie?
Insomma: il triangolo amoroso con retroscena delittuoso, in grado di mettere in luce la vera natura di due personaggi in apparenza stereotipati è in sé un’ottima idea, ma dipende interamente per una buona riuscita dal grado di finezza e di cesellatura che gli si infonde. E questo grado, nella Bier, è assai basso; in parte anche a causa di uno svolgimento della vicenda sempre un passo troppo avanti rispetto a ciò che la mente dello spettatore sta ancora elaborando, tra sentimenti inespressi ed ellissi a pioggia. Immagino che ad altri questi espedienti appaiano sinonimo di qualità, a me sembrano roba usata male, da una “che ha studiato” e vuole farlo sapere.

So che ne è stato fatto un remake americano, Brothers, che a questo punto vorrei vedere.
So anche che la Bier ha avuto una svolta romantica in Love is all you need, commedia rosa con un insolito Pierce Brosnan che avevo invece visto con favore (è roba che non amo, ma nel suo genere funziona).

Under suspicion – Stephen Hopkins (2000)
Un thriller carino, ma nulla più: si vede una volta e basta.
Il ribaltamento di prospettiva comincia ad emergere, e si fa intuire, a circa due terzi del minutaggio, e ad esso ben si prestano Hackman e la Bellucci ciascuno a suo modo.
Da guardare prestando attenzione ai rapporti tra i soggetti coinvolti, non al pretesto poliziesco (lo stupro ed uccisione di alcune bambine) che è, appunto solo un fondale sul quale rappresentare le complessità umane.

Vajont 9 ottobre 1963: orazione civile – Marco Paolini e Gabriele Vacis (1997)
Dopo i primi tre avvicinamenti alla storia del Vajont, ecco che ho toccato anche questa vetta; un gran pezzo di teatro da colpo al cuore.
Due intense ore e mezza, registrate dalla Rai sullo sfondo della valle, di monologo serrato.
Alla voce ed ai gesti, alla mimica facciale ed all’accento di Paolini, spesso ironici ma sempre misurati e lontani dalla goliardia gratuita di molti comici attuali, fanno da contrappunto i volti ed il silenzio (che non è improprio definire sacro) degli spettatori ripresi dalle telecamere. Lasciano atterriti.

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12 pensieri riguardo “Roba gennaio 2023 – seconda parte

  1. Purtroppo Hopkins si è concentrato molto sullo stile registico, in effetti suo storico cavallo di battaglia, perdendosi per strada la storia: grazie per aver citato “Under Suspicion”, perché da anni vorrei raccontare di uno dei gialli che più ho amato e delle sue versioni cinematografiche, di cui purtroppo questa è la più visivamente scintillante ma contenutisticamente peggiore.

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    1. Ooooh! E quindi mi stai dicendo che potrebbe arrivare un LuciuSpecial su questo?! 🤩
      Già la vicenda mi ha intrigato molto, se poi questa ne è solo una versione, e nemmeno la migliore… godo 😃
      Non ti chiedo anticipazioni, ma sappi che sto sbavando. Se rovino i tappeti di casa, ne sarai ritenuto colpevole 😆

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        1. La Larsen ha scritto solo due romanzi: Passing appunto e, prima, Sabbie mobili. Le vicende sono diverse ma il tema di fondo è il medesimo.
          Le storie di persone che vivono sul confine tra due mondi, anche non antitetici, mi piacciono sempre.
          Poteva essere anche il caso del fumetto sul velo, ma speravo in qualcosa di più articolato. Mi ha pure un tantino irritato. Ma la casa editrice promette belle cose, quest’anno ne farò una scorpacciata 🙂

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        2. Le storie che si sviluppano fra due confini mi affascinano sempre. Nella mia lingua si dice Grenz, per dire “confine” ed ha un significato un po’ “magico”. 🙂 Tienici aggiornati sulle letture future, che così se non ho tempo di leggere tutto, almeno mi faccio un’idea per tempi un po’ più tranquilli, quando potrò dedicarmi a recuperare tutto il “non letto”.

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