Luoghi abbandonati. 5: Res derelicta

Non mi piacciono le commemorazioni istituzionali, e quella del 10 febbraio, nel suo essere giunta tardissimo ed a fatica, nel suo creare tutt’ora imbarazzo e disprezzo, meno che mai.
Ho atteso perciò qualche giorno in più per lasciare la parola ad un altro ed alle immagini che evoca. A voi.

RES DERELICTA: le masserizie mai ritirate degli esuli istriani e dalmati all’hangar numero 9, Magazzino 18 (ora 26)

di Toni Capuozzo, 1988

E’ un edificio in pietra grigia, di tre piani. All’altezza del secondo corre una balaustra di ferro, un rugginoso liberty. Alle spalle della stazione, tra i binari e i moli del Porto Vecchio. Spiazzi deserti, e larghe pozzanghere. Avrebbe potuto servire per Fronte del porto, o un qualsiasi altro film, purché ci fosse bisogno di docks, di abbandono, di silenzio, tra il mare e la ferrovia. Invece appartiene a un’epoca più lontana e teatrale. 
Lo progettarono i funzionari asburgici. C’è stato un tempo che qui c’erano grida e odori: caffè, spezie, merci da Singapore e da ogni parte. Poi, il declino. 
L’edificio in pietra grigia ha i doppi vetri alle finestre. Qua e là sono rotti, e sostituiti da reticolati, o da niente. Dentro, è un buio silenzioso, con la polvere che galleggia nel fascio di luce della torcia, o nei rettangoli grigi che le finestre proiettano ai margini di stanzoni immensi. Sui muri ci sono scritte in americano: Room n. 7. Lavatory. No smoking. Typewriter repair shop. Sui tre piani stanno accumulati ordinatamente migliaia di cassoni, di bauli, di mobili, di materassi, di valigie. C’è una carrozzella per bambini. Una pianola. Una macchina per il caffè espresso. Una credenza Biedermeier. 
Un quadro. Un paio di occhiali. Pacchetti di lamette. Una radio. Una ballerina di ceramica. Una stufa. Qualche baule è aperto. Tutti recano, scritto in gesso, il nome del proprietario. Una storia minore, scritta con il gesso.

L’Istria è una penisola di calcari bianchi come ossa, macchie di pini e di querce. Muretti di sasso proteggono la terra rossa delle doline. Sulla costa cespugli di mirto, e scogli bianchi. Viti e olivi. Refoli di bora l’inverno, estati cocenti. Grossomodo sulla costa vivevano gli italiani. Nelle campagne gli sloveni e i croati. Convivevano, anche.
Sui ballatoi c’è della legna da ardere. In un angolo del carbone. Nell’altro angolo una sega a nastro. Aperto, un astuccio di colori ad acquerello, rinsecchiti. Avvolta con cura in una tela di sacco, una bicicletta. Sparsa tra gli stracci, una raccolta di conchiglie. Una pallina da ping gong. Qualche cineseria. Una grattugia. Gli attrezzi per la pesca. Una trappola per topi. 
Le cose hanno un potere evocativo, più forte delle parole. Chi suonò quel pianoforte? Dove corse quella bicicletta, attraverso quali domeniche? Quali occasioni festeggiò il servizio buono di posateria d’argento? Sui bauli ci sono i nomi: Caterina Biason, famiglia Crevatin, Arma Troian, Eufemia Machich, Delise Giovanni, Teresa Romano, Codia Matteo, Carmela Sambo, Caterina Dudine, Mario Monticolo, Marino Russignan. Accanto ai nomi, i luoghi di provenienza: Pirano, Parenzo, Cittanova, Fiume, Pola. Sotto, un numero. E’ l’hangar numero 9.

Roma, il patriarcato d’Aquileia, la Serenissima, l’Austria Ungheria, ognuno con le sue luci e le sue ombre. Era passato tutto. Le guerre moderne hanno una ferocia particolare: quella di essere documentate. Era stato il fascismo a turbare quell’equilibrio perfetto e fragile di lingue, facce, bandiere. Cognomi che perdevano desinenze, scuole che venivano chiuse, biblioteche bruciate. E confini, in tempo di guerra, come amebe invadenti, che si stendevano per la provincia di Lubiana, giù lungo la Sava. Poi, mentre l’Europa già ricostruiva, una razione supplementare di guerra. 
L’unico campo di sterminio funzionante in Italia, a Trieste. Le foibe nel Carso. I morti, nelle foibe, li calcolarono, poi, a occhio. Si fa così: si sa quanto misurava, in origine e in profondità, la foiba. Si misura fino a che punto è ingombra. La foiba è di cento metri? E ostruita a quota sessanta? Ci sono quaranta metri di morti. 
Vendette, rivincite, ingiustizie; l’unica uguaglianza possibile, in quei tempi, era nella distribuzione del dolore. Zara e Fiume alla Jugoslavia e la zona B sotto l’amministrazione jugoslava, Trieste e la zona A sotto gli alleati. Un po’ alla volta, fra il trattato di Parigi e il Memorandum di Londra, ognuno dovette scegliere: di qua o di là. Si fa presto a dire, ma bisogna immaginarsi uno stillicidio lento di partenze, di paure e di intimidazioni. I colpevoli, quelli, se n’erano già andati prima, come succede. Gli altri, duecentomila e più, andarono via un po’ alla volta, a refoli e a ondate, in nave e in treno, tra il ’46 e l’inizio degli splendidi Cinquanta. A Trieste non c’erano braccia aperte, ma fame e poco lavoro. C’erano dei box minuscoli nell’edificio lì accanto, il Silos, e qualche baracca sul Carso, le caserme vuote e qualche albergo requisito. Pochi metri quadrati a testa. E la roba? All’hangar 9.

Un baule, due bauli, tre bauli. Mille bauli. Cinquemila bauli. Dentro, un censimento dei sentimenti, una fotografia color seppia. Che cosa scelse Carmela Sambo, che cosa lasciò a malincuore, circondandosi di quali oggetti pensò di rifarsi una vita? A quali altre rive pensava il pescatore ordinando con cura gli ami? Che cosa pensarono mettendo in quei baule un trenino di latta? Cosa è importante e cosa no? Il sacco di carbone, o la bicicletta, o il ritratto del giorno del matrimonio? Giornali ingialliti avvolgono i piatti, e le stoviglie. Bagagli preparati con cura, o di nascosto, o in fretta. 
Certi bauli, e il loro contenuto, hanno il sapore ingenuo di sepolcri primitivi, di cose destinate ad accompagnare verso un viaggio senza ritorno, a riempire di sapori rassicuranti e quotidiani il vuoto. Cultura materiale, ma a rovistarci dentro pare ancora di invadere speranze, intimità, e che la luce, sotto la piramide di quarant’anni, sgretoli ogni cosa. Ci sono specchi. E per quarant’anni nessuno ci si è guardato. 

Profughi, cercavano lavoro, casa, facce conosciute. Visto dalle rive, il mare è lo stesso, identica la bora. Non c’è l’azzurro di Lussino o di Cherso, né gli oleandri di Abbazia, ma è come se ne arrivasse, con le stagioni, l’odore lontano. Dormivano in pochi metri quadrati, separati da provvisori simulacri di pareti domestiche. Neanche i triestini li accolsero a braccia aperte, con i problemi che c’erano. Riempirono qualche treno, scendendo l’Italia. Ci fu anche chi li trattò da fascisti. 
All’Alabarda davano La conquista del west con Gary Cooper. Dalle rive guardavano verso l’Istria di fronte, e le navi partire. Davanti al Silos c’era la stazione, e partivano i treni. Trieste tornò italiana e se ne andarono gli americani a cavallo delle jeep dicendo goodbye come in un film, e gli inglesi e i neozelandesi. Arrivarono i bersaglieri, come in una cartolina.
Ci sono molte fotografie in quei bauli. Volti che recitano una vita intera, e altri che ne attendono le promesse, e sembrano promettere. Ci sono carte geografiche, e ritratti di attrici. Ci sono calendari (che cosa esprime più voglia di continuità di un calendario portato con sé, nonostante tutto?) con la pubblicità delle conserve Arrigoni o di una lozione che non farà mai diventare i capelli grigi. Ci sono riviste che ritraggono posti lontani, colorati con delicatezza. Ci sono orologi. E materassi su cui nessuno ha più dormito. Erano, in quei giorni, centocinquantamila colli, o bauli.
Se ne andarono un po’ alla volta, in sordina. Qualche migliaio restò a Trieste e gli altri a Milano o in Australia, a Roma o in Canada. 

L’esodo si misura in anni, non in chilometri. Erano un’eredità ingombrante, i profughi. Per la pace, per la distensione, per la voglia di vivere e di dimenticare. Le vittime, quando sopravvivono, si portano dietro una sorta di inquietudine fastidiosa. Se ne andarono, chissà dove. Cinquemila famiglie, grossomodo, non passarono più a ritirare la roba. Qualcuno, coscienzioso, rinunciò per sempre, altri si limitarono a sparire. Alcuni erano troppo vecchi, altri troppo giovani. Alcuni troppo lontani, altri avevano paura di sentirsi troppo vicini. Cinquantacinquemila colli sono ancora lì, nell’hangar 9. 
Una Spoon River senza parole. Di gente che si è tirata in disparte, che è morta, è tornata a vivere ed è morta ancora. Ogni volta che hanno voluto ricordare, gli è toccato di farlo con distinguo e con premesse, con prudenza, chiedendo permesso. Per quel tanto che dalle persone si trasferisce alle cose, è diventato un lascito imbarazzante anche l’hangar 9. 

Ci sono molte cose scritte nell’hangar. Molte fuoriescono dai bauli e molte, presumibilmente, vi sono rinchiuse. 

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5 pensieri riguardo “Luoghi abbandonati. 5: Res derelicta

  1. Gli oggetti lasciati, come incastrati per sbaglio nella ruota tragica degli eventi, hanno un potere evocativo struggente, come un orsacchiotto fra le macerie del terremoto. Vite segnate per sempre, anche quando possono ricominciare, da un prima e da un dopo. Purtroppo ogni forzata occupazione, ogni potere che semina odio, lascia dietro di sé ferite che non guariscono mai. Comunque interessante non poco questo particolare luogo della memoria.

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    1. E’ storia comune, più estesa e non locale; perciò risuona più forte, oltre che per la sua tragicità. Mentre spesso i luoghi abbandonati di cui scopro sono appunto di interesse per le piccole e medie comunità.
      Poi, qui, ad essere abbandonati non sono tanto i luoghi quanto gli oggetti, e negli oggetti non devi figurarti la presenza di chi ha abitato o attraversato un posto – gli oggetti in un certo senso sono la persona stessa.

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