Per vivere

Lo dicevo ieri ad un amico.
Io mi considero una scrittrice non perché scriva, o peggio faccia letteratura.
E’ una cosa che mi capita, spesso che cerco, ma è la foce e non la fonte.
Penso di essere “scrittrice” perché scrivere è il mio modus vivendi, nel piccolo e nel grande; un elemento del mio esistere al mondo come lo è il modo in cui stringo la mano alle persone o preparo una valigia.
E’ prima e insieme oltre la questione di cosa sia scrittura, di cosa sia poesia, e quale abbia un certo rango e quale no.

Lo faccio per vivere, non per campare.

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Playlist / 2

Per sfruttare al meglio il momento di grazia – pausa dall’estate torrida con clima favorevole alle camminate – mi sono costruita una nuova mini-playlist.
Stavolta, contrariamente alle mie attitudini, piuttosto omogenea e composta esclusivamente da canzoni ben ritmate.
Il flow durerà poco, ma intanto lo cavalco.
A prescindere dai gusti, la dedico a Wwayne, che di musica è sempre assetato 🙂 E anche se sembra un tenerone, in realtà è un tamarro dentro.

trasferimento (7)

  1. Jambo buana: Takagi & Ketra, OMI, Giusy Ferreri

  2. Amore e capoeira: Takagi & Ketra feat. Giusy Ferreri, Sean Kingston

  3. Con calma: Daddy Yankee feat. Snow

  4. The creeps: Camille Jones

  5. Attention: Charlie Puth

  6. Another day of sun: La la land Original Soundtrack

  7. Margarita: Elodie e Marracash

  8. Dall’alba al tramonto: Ermal Meta

  9. Love runs out: One Republic

  10. Steppa russa: Resho

Suicide appetizer

In attesa di rivedermelo a casa, in blu-ray, con degli opportuni stuzzichini cariogeni a portata di zampa, ho voluto andare a ripescare un vecchio post – da un mio blog ora chiuso, e a proposito: me ne sono passati sotto le dita più di 10, non 7 – su Suicide squad, che nell’anno di uscita (2016) vidi al cinema con gran gusto.
Nell’immediato post-Nolan m’è venuto in mente, e ho (ri)scoperto di aver già avuto a che fare con un Joker “moderno” sullo schermo, quello di Jared Leto, che a rivederlo adesso nelle foto messe insieme da DuckDuck mi parla soltanto di un adolescente leccato che per il sabato sera s’è ispirato a Marylin Manson – del resto, ho visto e frequentato di peggio (Satana, per esempio. Ma ero più matta io di lui, ed ecco perché ‘sto film m’era  così piaciuto).

joker-leto

Essere dimenticate. O, comunque, scolorire: dev’essere necessariamente questo il destino anche delle migliori cose dentro il fragile contenitore che è la nostra memoria?
O forse è solo che dopo tre anni il Joker di Leto, che tanto m’aveva appassionato, è pronto perché io lo ridimensioni?
Nel frattempo, constato con meraviglia che il fumetto a lui intitolato di Azzarello e Bermejo, da me letto subito dopo, è scomparso dal catalogo. Rubato, distrutto o chissà, magari imboscato nello scaffale sbagliato, a caso, da una mano guantata di bianco.

Disadattati, ma non troppo.

Premettendo che non sono una seguace della DC Comics, né tantomeno di conseguenza ne conosco gli universi, io Suicide Squad l’ho visto, capito e adorato.
E’ una premessa che può andare a merito come pure a demerito del film, ma lo considero più un merito: uno dei miei timori era di non comprendere un accidenti di quel che sarebbe accaduto sullo schermo.
Invece la trama essenziale ha lavorato per me – perché c’è una trama, diamine: non ne occorre troppa, epperò c’è e ha senso.
L’introduzione un po’ lunga ai personaggi, al loro background e alle motivazioni per cui sono tutti al gabbio avrà probabilmente annoiato i conoscitori, ma a me è servita parecchio: entrare subito nel vivo mi avrebbe spiazzato (e poi con una certa sorpresa e con piacere ho rivisto Viola Davis nel ruolo di Amanda Waller, dopo averla conosciuta in tv come Annelise Keating ne Le regole del delitto perfetto).

Credo sia stato il primo film che ho visto in Dolby Atmos: dirompente, direi.
Non potevo chiedere di meglio per la potenza sonora dell’Incantatrice… e anche qui, mi pare che una certa semplicità abbia pagato: niente invenzioni ultracomplicate che devono sudar sangue per soddisfare palati sempre più esigenti, niente effettoni osceni, solo della buona, vecchia forza bruta, sia essa fisica o magica.

Harley quinn, Harley quinn. Buon Dio, che gnocca.
[Fine della parentesi culturale].
Capisco tutta l’eccitazione che le è montata attorno.
Ma vorrei dire che, per quanto abbia del suo, il vero spettacolo nasce quando la si vede in coppia con Joker: mettici l’amore, mettici la pazzia, comunque sono una bomba.
Fossi Jared Leto, non mi angustierei tanto per non aver ottenuto una presenza più massiccia nel montato finale: il botto l’ha fatto, e soprattutto l’ha fatto a modo suo. Che voleva, andarsene in giro con una squadra con cui non c’azzecca nulla e con cui sarebbe stato in pieno contrasto?
Sei il cattivo duro e puro tra cattivi redenti.
Hai una donna (viva, non uccisa dal tuo stesso potere o impegnata a toglierti i figli), ed è svalvolata al punto giusto per te.
Quando i ragazzini torneranno a casa, sarai tu a venirgli in mente, non un Diablo o una Katana (e comunque, alla fine, la luce per una notte secondo me non la spegneranno).
Parevi morto, e invece torni e prometti scintille in un secondo capitolo.
Macchemminchia vuoi di più?

Ecco, più o meno è quel che ho cogitato ieri sera in sala.
Grazie a wwayne per avermici spinto.

Grazie a te per la citazione! Comunque hai ragione: il Joker avrà pure poco minutaggio, ma rimane impresso più di tanti altri personaggi ultrapiatti come Capitan Boomerang. Anche Killer Croc chi se lo sarebbe filato, se non avesse avuto quell’aspetto mostruoso?
Certo, qualcuno potrà dire che rimane più impresso perché il Joker da Heath Ledger in poi è diventato un elemento della cultura pop, mentre quasi tutti gli altri personaggi erano degli zeri prima e rimangono degli zeri dopo; tuttavia, a mio giudizio la performance di Jared Leto è stata così incisiva che avrebbe fatto quell’effetto anche se il Joker non fosse stato già prima un personaggio super conosciuto.

Film .18: Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The dark knight trilogy), Christopher Nolan

[first one; second one] Allordunque.
Mi sembra di voler dire mille cose e insieme di non averne in realtà nessuna da dire: sarà che questo terzo capitolo, conclusivo, mi ha scatenato tanti pensieri in più rispetto ai primi due – il che è cosa buona e giusta – ma mi ha anche lasciato l’impressione d’essere un tantino disordinato, di aver voluto mettere troppa carne al fuoco.
Le varie parti della trama – Bane, Catwoman, Miranda Tate, Blake-Robin, gli strascichi della bugia su Dent… – di fatto sono coerenti quanto basta, nel complesso però scivolano via meno fluidamente e chiaramente.
Per questo e solo per questo gli ho attribuito 4 stelle su 5 – presa nell’insieme, ovviamente, la trilogia se ne becca cinque piene, e vorrei sottolineare che al netto di questo pur non trascurabile difetto mi son goduta anche il terzo.
Citando una recensione su MyMovies, “non lascia spazio a delusioni“.

Pros

  1. Batman in difficoltà.
    Sì, okay, dopo otto anni di inattività calza un tutore alla gamba, fa due flessioni e bum!, di nuovo perfettamente in forma. Lo so. Però (giustamente) alla prima “uscita importante” Bane gliele suona, o meglio, lo suona.
    E in qualche maniera deve anche ripercorrere alla velocità della luce il percorso fatto per entrare nella propria paura ed assimilarla a sé. La faccenda del pozzo è okay, nonostante in quella prigione fin troppo confortevole per corrispondere all’inferno descritto da Bane girino troppi saggi, guaritori aggràtis e provvidenziali manifestazioni da delirio oppiaceo.
  2. Bane, per l’appunto. Tutt’altro che scemo, ma soprattutto grosso e… grosso, ecco.
    Mica tutti possono essere Joker, e a Gotham come nel mondo reale è più facile imbattersi in decine di mezzi criminali, in stracci o in giacca e cravatta, che in un unico formidabile super-cattivo.
    Mi piace che Ras al-Ghul (aka Me Pïa el-Chul per i nemici) l’abbia bandito dalla Setta delle Ombre solo perché… “è un mostro”. Ciò dimostra che MPeC è un coglione megalomane, altro che esempio di giustizia cieca.
    E ancora, ho letto un sacco di critiche al doppiaggio di Filippo Timi. Boh, non è il mio campo, non me ne intendo. Ma davvero soltanto io ho trovato eccitante e fichissima la voce storpiata con quel melodioso crescendo in acuto di Bane? Sì, eh? Vabbeh 😦
  3. Interessante l’intreccio “aziendale”. La Wayne Enterprises in crisi, l’idea del reattore e la cessione, il magheggio finanziario per recuperarla ecc.
    Avrei dato un pizzico in più di spazio a questo, e un po’ meno a tutta la faccenda dell’anarchia (vedi sotto).
  4. Catwoman. Embé.  Non tenta in alcun modo di rimpiazzare Rachel Dawes, sfrutta benissimo il tempo limitato che le viene dato, giganteggia (come attrice e come personaggio, riuscitissimo al dettaglio) ed è stragnocca.
    A proposito di quest’ultima notarella di colore, ehm, ci sono giusto due momenti che alzano leggermente la temperatura del terzo film rispetto ai primi due. E non sono, ovviamente, né la breve e casta scena post-coito davanti al fuoco con la Tate né tantomeno il bacio quasi-finale, sempre lampo e sempre casto (ma quanto ci piace), che Selina Kyle scrocca al pipistrelloso faccia-da-poker.
    Mi riferisco invece alla battutina sull’egocentrismo… non solo finanziario di Wayne mentre ballano (pure qui: ma prendiamoci un po’ di tempo, no? Sempre di corsa, accidenti) e soprattutto alla posizione POCHISSIMO provocatoria di Catwoman in sella (a 90°) al Batpod. I dieci minuti successivi me li sono persi, sono rimasta imballata [sì, sono cattolica. Sì, considero peccato l’atto omosessuale. Ma gli occhi non me li sono ancora cavati, mi mancano già abbastanza diottrie grazie, e la Hathaway è quella che è. Dio mi perdoni].
  5. Da parte sua, per una volta (l’unica che io conosca, per lo meno) il futuro Robin non è un impiastro, un nerd all’ultimo stadio (senza offesa per i nerd in buono stato psichico) o uno sfigato.
    E soprattutto, con buona pace dei fanwriter a caccia di shipping yaoi/slash, non è un piccolo gay tremebondo segretamente innamorato di Batman (Dio, pietà di loro perché non sanno quel che fanno).
  6. (Relativamente) pochi effetti speciali, grande lavoro di ricerca di una verosimiglianza visiva. (L’aereo che precipita all’inizio, per dire, non è in digitale). Tutta roba da rivedere al cinema – se mai mi capiterà!
  7. Per concludere, perfetto finale action&love (con la consueta sobrietà).
    Sarà che come detto c’era fin troppa roba da digerire, ma non l’ho visto arrivare e non so nemmeno spiegare quanto ho esultato.
    Eccheddiamine, questo sì che è un sano lieto fin(al)e. Tutti i conti tornano, Gotham ha fatto pace con la verità degli eventi – se non con gli eventi stessi – Batman può godersi un meritato e trionfale riposo, e tutti noi insieme ad Alfred ci scoliamo un Fernet Branca ghiacciato senza rimpianti autolesionisti (e senza marmocchi intorno, noto con piacere).

Cons 😐

Al di là della confusione e di certi fili lasciati penzolanti nella trama (o almeno, io li ho percepiti così), come già scrivevo, di fatto di “contro” me ne viene in mente uno solo:

  1. Anarchia, Denaro: non so se sia davvero un demerito. Indubbiamente il livello terra terra di accusa dell’idolo denaro come anche del tentativo di restituire la società a se stessa (e, indirettamente, distruggerla) ben si confanno al personaggio di Bane.
    Che non è stupido, ma è senz’altro elementare.
    Eppure questi due elementi, sensati, mi pare abbiano un che di ipertrofico e generico. Tra i brevissimi momenti in cui vengono additati broker e miliardari come causa del degrado, e i meno brevi momenti in cui un personaggio preciso (verrebbe da dire: reale) si confronta con un altro personaggio ben costruito – Selina e Wayne -, è nei secondi che si intuisce tutto il potenziale dell’argomento.
    Che, del resto, seppure non sviluppato a mille, fa il suo discorso e risulta addirittura cruciale per l’evolversi finale della storia: grazie al Cielo e agli sceneggiatori, Catwoman non scrocca il famoso bacio a Batman perché è una micetta sensuale e maliziosa o perché s’è presa una cotta, ma perché – perdonate la semplificazione – ha scoperto che un miliardario può anche non essere un uomo immoraleChe il mondo è sì marcio, ma non è ancora del tutto perduto. E nemmeno lei lo è.
    Insomma, questo del “tana libera tutti” – abbattiamo i ricchi e le strutture di potere – cazzate democratico-dirette eccetera, è per me un difetto, ma solo a metà.
    Dio benedica Christopher Nolan.

Film .17: Il cavaliere oscuro (The dark knight trilogy), Christopher Nolan

[first one] Vado via molto rapida e liscia.
E’ un secondo capitolo con molta più azione (non frenetica e frastornante, anzi, “amorevolmente tenuta” – cit. il montatore Lee Smith), compreso un inseguimento spettacolare che ho mandato in rewind per rivedermelo subito (voglio quella moto!).
Un blockbusterone che non se la tira, e nonostante gli steroidi hollywoodiani la mano di Nolan si vede, si sente e si tocca.
Potrei fare giusto un breve appunto critico sulla comparsa, in un cartellone in cima ad un grattacielo, del marchio Canon – ma ci sono ben due attenuanti da considerare: la prima è che lo spot dura pochi secondi ed è sobrio, anche se in ogni caso spezza la purezza dell’oscurità priva di segni di Gotham. La seconda è che (immagino, spero) la Canon abbia fornito i materiali fotografici, di ripresa ecc. Dato il risultato, chiuderemo un occhio sulla marchetta.

Se le musiche nel primo film erano ottime, in questo secondo sono superbe. Zimmer è Zimmer. Da vedere lo speciale sulla composizione di un sound appropriato per Joker.

Paragrafo cattivi: adorabili, niente da aggiungere.
Doppia Faccia Mezzo Morto Fu Harvey Dent m’è piaciuto un bel po’, e prima di vedere il film non ne sapevo nulla. Va detto che con mezza faccia colata ed inscheletrita è più figo che in versione regular.
E Joker, quanto a Joker, mi chiudo in un silenzio ammirato e adorante. Heath Ledger è stato immenso; punto e a capo. Joker è vivo, evviva il Joker.
[Vi sarebbe molto, molto, ma molto da dire, discutere, esplorare, favoleggiare e maneggiare per quanto riguarda Joker. Ma come, come? Il personaggio m’ha invaso il cervello e non se ne va, ci vuol ben altro che una litrata di camomilla per riportarmi alla ragione. Ora come ora, per trarne qualcosa, sono ahimè inservibile].
Vi è poi un terzo cattivo (sì, fidatevi, non ho contato male): ossia la bella (uh? Mah!) Rachel. Sì, lo so, esigenze degli attori, di copione, di tua sorella, bla bla bla: chissenefrega, per quanto mi riguarda la Gyllenhaal NON E’ Rachel Dawes, e buon per lei ch’è morta, altrimenti avrei provveduto io – tra l’altro, vista la velocità con cui s’è consolato il buon Bruce per tornare a rombare in giro per le strade, io mi candido al posto, eh.
Insomma non conosco il perché di questa svolta, ma a parte che in generale veder cambiare faccia completamente a personaggi primari è sempre fonte di disagggio, io incredibilmente la Holmes la trovavo perfetta per la parte, dolce testarda ma tutto sommato non sgamata a 5000 watt com’è giusto che sia una donzella degna di un supereroe antieroe non-eroe (non è debolezza. E’ umanità. Batman mi piace perché, anche se tecnologicamente superaccessoriato, è un essere umano. Nessuna provenienza extraterrestre, nessun superpotere; e la sua donna non può che essere altrettanto terrena). Incredibilmente, dico, perché non ho niente contro la Holmes, ma il fatto, privatissimo, che stia con un alienato dedito a Scientology me la rende una creatura estranea.
Vabbeh. E’ andata, (non) riposi in pace (ah rega’, faccia a parte, una che ti fa una promessa solenne e te la rinnova vent’anni dopo e poi, aspetta, però…

… ti aspetto ma solo se non mi fai aspettare troppo, e poi no ho cambiato idea forse ti amo, forse, però sposo il biondo che non si maschera perché… boh, non c’è un perché, è solo che sono una supermegagalattica stronza e merito di morire).

Ecco. Mi sono sfogata, adesso il post può terminare.

Film .16: Batman begins (The dark knight trilogy), Christopher Nolan

Di scrivere recensioni non son capace, mi manca il mestiere, la conoscenza del cinema e soprattutto la voglia. Sono più una cazzara impenitente, saltabecco da una considerazione effettivamente intelligente a notarelle da diario, alcune cose le ho imparate ma molte altre, molte di più, no – le imito, le saccheggio, le prendo in prestito per rispenderle.
Per esempio, non so dir nulla di meno che generico e banale – tipo: che figata! – sulla scelta e la gestione di scenografie, costumi, effetti speciali e scenici. Almeno in questo caso, forse perché sono piuttosto elaborati. Per me è stato tutto un wow, e un woah, e questa è forse la miglior cosa.
Chissenefrega di sapere cosa Nolan volesse ottenere (cioè, sì, mi interessa, ma non morirò se non lo scoprirò), di quanto ci sia andato vicino, di quale budget avesse e se questo l’abbia agevolato oppure au contraire l’abbia incatenato. Io so una cosa che voi non sapete – o almeno credo, ma in queste alzate d’ingegno di solito mi ritrovo stranamente sola -: e cioè che Christian Bale sarà anche un bel Batman, ma pure Nolan con quel faccino squadrato e truce, da Tizio Vissuto Male, ce lo vedrei parecchio.

Poi mi piace che Bruce Wayne (almeno in Italia, in particolare) abbia questa voce, e non solo l’apparenza, giovane. Perché Batman è sempre stato il mio unico supereroe, ma tra Clooney e certi cartoni animati che vedevo da piccola – cantate con me: E’ l’uomo pipistreeello! E’ Bbatmann! Si avvolge nel manteeello, è proprio Bbatmann! -, insomma, per una serie di motivi, l’uomo pipistrello me lo sono sempre figurato non dico anziano, men che meno antico, ma sicuramente come un uomo maturo e stanco, in impaziente attesa di sostituire il proprio maggiordomo nel suo ruolo.
(Il maggiordomo. E’ sempre colpa sua).

Mi piace che nella storia ci sia un tocco di romanticismo – ma non troppo – e che questo filo narrativo conduca nel primo film ad una conclusione, per quanto sospesa e temporanea, felice.
Si sa che non sono una maniaca dell’happy ending, ma per diana e bacco e tutti l’artri, stavolta se non avessi avuto la soddisfazione dell’eroe che (sempre con classe, chapeu) getta la maschera e si svela, e della bella-e-coraggiosa di turno che invece di patire trova amore e ideali ricambiati; ecco, se ciò non fosse stato stavolta avrei ucciso.

E tutti quei micro-dialoghi folgoranti, ragazzi.
Praticamente mezzo film è da citazione cult.

Che altro? Ah, sì.
Amo il nero, amo la pelle e la roba lucida e aderente (no, non sono una mistress. Ma se proprio non riuscite a tenere a freno la voglia di far battutine, incontriamoci, dai, e vi darò una ripassatina), amo il metallo e le metropoli specie se decadenti.
Esteticamente, e l’estetica è per me una meravigliosa ma esigente spina nel fianco, il film mi ha soddisfatta; anche perché l’ho trovato “pulito”, ossia sì pompato (lo ripeto: grosso, scintillante e potente è bello), ma non fracassone, esagerato, esibizionista. Batman è fico perché è Batman, mica ha bisogno di far casino e mostrare in giro i muscoli per dimostrare chi è.
E poi nella sua versione in borghese ha – aveva – un bel cappotto. Oh yes.

Film .15: Risorse umane, Laurent Cantet

Sincero, tagliente e pratico, questo film di tema sociale (di poco precedente ad A tempo pieno) arriva dove deve arrivare. Arriva cioè ad una storia concreta, elemento sempre più sublimato da un cinema che – come troppi politici – vorrebbe essere intellettuale, e invece è soltanto pesantemente cerebrale.
La storia: Franc Verdeau, figlio dell’operaio Jean-Claude, prima di completare il percorso universitario con la laurea inizia uno stage presso l’azienda in cui appunto il padre e la sorella lavorano. I primi giorni si fa onore, qualunque cosa ciò significhi; ma con un repentino cambio di marcia la fiducia del ragazzo nel proprio contributo, e di seguito il buon rapporto apparentemente stabilito con il “padrone” (termine rivelatore non solo di una mentalità, ma di una realtà fattuale), si deteriorano.
Perché quella che doveva essere una regolare trattativa con rappresentanti sindacali per introdurre l’orario ridotto a 35 ore, si rivela una trappola che sconvolge non solo le prospettive di Franc, ma soprattutto gli equilibri di tutti gli attori in gioco.

Con Cantet, che ho approcciato attraverso il più recente La classe (Entre le murs) – del quale sono rimasta piuttosto schifata – ho probabilmente messo il proverbiale piede sinistro giù dal letto. Perché queste seconda e terza pellicola da me viste meritano, eccome; e ad entrambe ho attribuito il voto massimo.
Ho per altro il discutibile vantaggio, in quest’ultimo caso, di toccare una materia a me non del tutto sconosciuta, dato che pochi anni fa vidi al cinema una lettura della medesima vicenda (ufficialmente ispirata ad una pièce teatrale a sua volta ispirata ad un fatto della cronaca francese, nella sua ordinarietà simile a innumerevoli fatti analoghi ovunque in Europa; ma secondo me un pochetto ispirato anche alla versione che ne fa Cantet).
Tale discutibile vantaggio ha un titolo, 7 minuti, ed un colpevole regista, Michele Placido.
Ma non ha, rispetto alla visione piana di questo Risorse umane, né anima (facciamo i desueti), né dinamismo – molto il minutaggio dedicato all’assemblea clandestina di un gruppo di dipendenti, che pur essendo comprensibile considerata l’origine del testo e non sbagliata in sé, sconfessa la natura sociale, non politica ma sociale, della vicenda e la riduce ad un polpettone di rivendicazioni individuali con la profondità di una soap opera, macchiette assortite all’italiana, e dialoghi verbosi eppure sovranamente, italianamente vacui.

Se siete tentati, lasciate che piuttosto di un consiglio vi lasci una semplice impressione: toccare la carne viva delle situazioni umane e, pur smuovendo in abbondanza la riflessione, farne uscire lo spettatore più leggero, colmo di gratitudine per essere stato parlato e non, con presunzione, letto e analizzato da un film, è un che di prezioso.
Cantet con questi due titoli dedicati al lavoro – specchio di disfunzionalità non solo economiche e sociali, ma anche personali – vi è riuscito.

[Nota del tutto risibile e di tono nient’affatto elegiaco:
Cantet in alcune foto sul web mi ricorda molto un Nichi Vendola giovane e chic. E’ una cosa che fa male.
Citerò in giudizio l’algoritmo di Google per averle incluse nei risultati e chiederò un folle, follissimo risarcimento per danni fisici / morali].