Sogni .13: Taxiii!

– scena prima.
Io e mia mamma siamo in pullmann. Stiamo ragionando del fatto che vorremmo raggiungere una certa fermata per salire su un mezzo che ci porti in città, ma a poche centinaia di metri da quella stessa fermata, realizziamo che su quel mezzo ci siamo già.
Pochi istanti dopo mi accorgo – per l’ennesima volta in questi mesi lo sogno! – che né noi, né gli altri passeggeri (escluse due sole persone) indossiamo la mascherina… eppure l’obbligo è ancora in vigore, e più che mai necessario in un ambiente chiuso pieno di gente!
Così lo faccio presente a lei, e finisco subito a litigare con tutti poiché sostengo (come faccio per la letteratura e praticamente ogni cosa) che se la maggioranza dei passeggeri non indossa la mascherina non è che evidentemente hanno ragione e sono più intelligenti dei due che la portano, al contrario quei due sono gli unici che fanno la cosa giusta e tutti gli altri sono stupidi.

mascherina-chirurgica

– scena seconda.
Mi trovo con mia mamma nell’atrio di un grande edificio, più o meno una copia della Camera del Lavoro in piazza della Repubblica (detta anche piazza Fontana) a Brescia, vicino alla stazione.
Dobbiamo chiamare un taxi per tornare a casa, ed io sto cercando di comunicarlo a lei, la quale però non mi degna di uno sguardo. Non si volta verso di me né tantomeno mi ascolta nemmeno quando la tira per la manica della maglia.
Comincio ad incazzarmi, e penso che questo momento l’ho vissuto milioni di volte; non ne posso più, la prenderei a ceffoni per affermare la mia presenza e il mio diritto ad essere vista.

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– scena terza.
Siamo, entrambe, a casa di F., il mio docente sia di Comunicazione & MarkeTTing che di Excel. Pare che lo frequenti abitualmente, cosa che non ho mai fatto ma mi piacerebbe.
Mia madre, con mia somma sorpresa, se ne esce dalla porta del bagno (molto simile a quello dell’Arrotino) in accappatoio – bianco a righine blu orizzontali.
In un momento successivo stiamo giocando con un piccolo cane dal pelo castano-fulvo, che però poi scompare lasciando al proprio posto un… maialetto rosa. Piccolino, molto piccolo, e bello rotondo (ha la forma di un salvadanaio, in pratica). Scappa qua e là tutto contento e si fa coccolare.
Ma nel suo codino a cavatappi si cela la tragedia: vengo infatti a scoprire da F. che quel maialino, quand’ero bambina, mi apparteneva, ma era stato portato via da casa nostra da mia madre che non lo voleva attorno. Ne nasce un macello, uno scontro epocale, uno tsunami emotivo senza pari.
Come sia andata a finire mi è ignoto.

maialino-domestico-nano

– scena quarta.
Di nuovo, stiamo cercando un taxi, e mentre io telefono per prenotarlo usciamo insieme dalla palazzina dove F. abita.
Mentre ancora sto parlando con l’operatore, si avvicina a noi un tizio in perfetta tenuta da ciclista, che appoggia la bici e ci spiega di essere il nostro taxista.
Il fatto che sia in bici non ci dà in alcun modo da pensare.
Purtroppo, però, prima di prendere il suddetto taxi dovremo percorrere una serie di strade, lungo le quali ci guiderà – così ci spiega il tassistaciclista – un suo collega, un emerito sconosciuto che tuttavia noi seguiamo diligenti in mezzo ad una specie di suq.
E poi ci arriviamo a questo taxi? Boh, e chi se lo ricorda…!

taxi

Decluttering .9: L’ansia di (far) scomparire

Titoletto ambiguo, tra il depresso, l’illusionistico ed il minimalista: in realtà, la chiave giusta con la quale leggerlo è quest’ultima.
Sì, perché nell’ultima settimana mi è appunto presa l’ansia di far scomparire pressoché tutto dalla mia vista e dalla mia vita: e stavolta non è solo un ulteriore scalino, una delle susseguenti progressioni nel gusto da declutterer di ridurre i propri possessi; è invece un bisogno più impellente di quanto l’abbia mai avvertito prima.

finestra - foto di lorenzo rolli (credo)

E la motivazione è chiara: tutto nasce dalle mie analisi del sangue. Che non sono buone, anche se non dicono certo che sto in punto di morte: glicata alta, non ancora da diabete ma poco lontano; sideremia decisamente bassa; proteine in eccesso (eppure la funzionalità sia epatica sia renale sembra normale); ma soprattutto, ahimè, lattato a mille. Non è il peggio che si possa vedere, ripeto, ma mi son messa paura e m’è sceso l’umore sotto i tacchi.
Ho anche ordinato la mia “ultima cena”, iersera (no, l’altro ieri al momento della pubblicazione), una pizza Tivoli (mozzarella, gorgonzola e grana più carciofini), ben sapendo che da domani, lunedì, dovrò capire meglio insieme ai medici perché sono così sballata, e concordare una dieta adeguata – forse persino con l’aiuto di una dietologa, che a questo punto sarebbe auspicabile, visto che tra il caldo e la conseguente scarsa energia più la difficoltà di gestione della cucina troppo spesso non mi alimento in modo decente.
E poi, per l’appunto, il caldo: quando sono così a terra, ed anche se mi capita meno mi capita comunque spesso, ho il bruciante, profondo bisogno di sapere che, qualunque piccola mossa scelga di fare, non avrò sulle spalle – anche solo idealmente, metaforicamente, astrattamente – tutto quel fottuto peso rappresentato dalla casa, dagli oggetti, dai pensieri e doveri che a questi s’aggrappano come ragnatele appiccicose.
Non so se mi spiego: ma questa è la mia sensazione. Mi schiaccia a terra e mi toglie quel poco di volontà residua di alzarmi dal divano o dal letto, di fare l’indispensabile se non l’utile, o persino il dilettevole.

Essere stanchi, svuotati, o addirittura malati, ti fa vedere le cose in una prospettiva che non è negativa, è solo lungimirante, onesta, acuta.
Oggi posso ancora decidere e prendere le mie contromisure a questo peso che mi trascino dietro (e no, non si tratta di sollevare parenti ed eredi in genere da un futuro impegno di gestione e distribuzione dei miei beni: non me ne può fregar di meno, e non lo considero affatto egoismo).
Oggi posso, ma domani, un domani che potrebbe essere anche prossimo, non potrò.
Per cui sento forte in questo momento l’urgenza di liberarmi. Di alleggerirmi in modo estremo. Anche di assumere abitudini (modi di vestire, mangiare, dormire, organizzarmi la giornata…) schematiche e regolari.
Dio solo sa il sollievo che provo nell’immaginarle.

Decluttering .8: Cose preziose

Alla fine, per andarsene davvero e lasciare una casa senza rimpianti incolmabili, bastano poche cose selezionate; quelle che “ci chiamano”: la libreria di papà; la lucciola giocattolo che si illumina, regalo della nonna paterna; le fedi dei genitori; il berretto da lavoro dell’Agip di papà e un vecchio contenitore di profumo, vuoto, di mamma.
Tra i mobili di casa la macchina da cucire Necchi; e poi, soltanto, il lungo tavolo di legno massiccio in cantina con la panca: camere, cucina su misura, salotto e arredo dei bagni può prenderli chi vuole.

Un giorno le radunerò davvero, queste cose (mobili a parte), per rendermi conto di quanto spazio prendono le mie. E getterò le basi per un vero, futuro trasloco.

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Abilismo: l’-ismo dimenticato

Fonte: Frammenti, qui.

disabile

Estate, finalmente!
Le sere calde e ventilate, i tramonti alle nove di sera.
Il caldo, le zanzare, le ascelle pezzate.
Gli sguardi, i giudizi, i commenti stronzi.

Estate, finalmente!
La corsa alla spiaggia, i falò con gli amici, cercare con ansia uno stralcio d’ombra.
Sapete chi altro rimane in quell’ombra, al contempo inesistente e ipervisibile?
Il corpo disabile.

Un corpo che spesso per la società non esiste (parliamo di barriere architettoniche, strutture non attrezzate, servizi non erogati…) o diventa estremamente visibile solo nel momento in cui ti passa davanti, è davanti ai tuoi occhi. Allora sì, si accende lo sguardo: ma morboso.

Usiamo l’estate come pretesto per parlare di visibilità e di libertà dei corpi, che abbiamo definito come il diritto delle persone di muoversi nel mondo senza incorrere in alcun tipo di giudizio, discriminazione, violenza o imposizione dovute alla loro percepita impossibilità di rispecchiare la norma.
Per cui sì, parliamo di ideali impossibili e commercializzazione della bellezza, della rivoluzionarietà dei corpi non conformi di reclamare la propria bellezza e al contempo del rifiuto della bellezza come categoria (dove? Ma qui!).
Ma parliamo anche e soprattutto, a prescindere dal mero giudizio estetico, di tutti i corpi: non esiste femminismo intersezionale se ci si astiene dal parlare di disabilità. Non esiste femminismo intersezionale se non si parla di abilismo.

Cos’è l’abilismo?

L’abilismo è l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità.  Il termine deriva dall’inglese ableism, che fa riferimento all’abilità – fisica o mentale – come norma e unica condizione accettata.
L’abilismo, al pari di altre discriminazioni più conosciute quali razzismo, sessismo o omobitransfobia, si manifesta in una serie di veri e propri atteggiamenti oppressivi che la società attua a livello strutturale nei confronti delle persone disabili, andando a sottovalutarne o limitarne il potenziale.
Per saperne di più sulla storia e le implicazioni dell’abilismo vi consigliamo di leggere questo bellissimo articolo su The Vision scritto da Elena Paolini, attivista per i diritti disabili.

Il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile porta ad una serie di discriminazioni: dall’inaccessibilità di alcuni luoghi, all’erogazione di servizi scadenti perché un corpo non abile viene considerato meno meritevole di ricevere cure o servizi, all’affermare che la persona disabile debba ritenersi “grata” se riesce a ottenere quelli che dovrebbero già essere suoi diritti.

È fondamentale rendersi conto che i nostri corpi e le nostre menti fanno esperienza del mondo in modi molto diversi tra loro, ed è ora di diffondere il concetto che l’abilità fisica o mentale nella nostra società sono condizioni di privilegio sociale così come l’essere bianchi, eterosessuali, cis, benestanti, eccetera: la disabilità equivale quasi ovunque a minori diritti e spesso a impoverimento.
Maria Chiara Paolini, Non c’è femminismo senza lotta all’abilismo

Tra pietismo ed eroismo.
Due facce della stessa medaglia (di m*rda)

C’è sempre stato qualcosa che a istinto non mi è mai tornato nel modo in cui vengono mediamente raccontate e commentate le vicende riguardanti persone disabili. Leggevo sì  parole… positive, incoraggianti. Ma c’era un sottotesto di sbagliato che non riuscivo a decifrare e mi rimaneva addosso. Già, in realtà non era così difficile da capire: informandomi un filo più attivamente ho trovato le parole per descrivere questa sensazione.

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Il corpo, la persona disabile -quando non apertamente discriminata e allontanata- rischia di ricevere due tipi di reazioni, solo apparentemente opposte: pietismo ed eroismo.
Due facce della stessa, inutile medaglia: da una parte la retorica del “poverin*”, che scivola pericolosamente dalla pietà al disgusto, dall’altra il ritenere eroico un qualunque gesto una persona disabile compia. Hai scalato l’Everest o fatto la spesa? Non importa, in ogni caso che coraggio, che ispirazione, che forza che hai!
Basta aprire un post a caso su Facebook che parli di una qualche persona disabile per ritrovarsi sommersi da una serie di commenti che vorrebbero essere positivi ma mostrano i lati più viscidi della retorica abilista. Dal “dovremmo tutti prendere ispirazione da…” “dopo aver visto X sto rivalutando la mia vita e i miei problemi”, fino ai terrificanti “i [inserire disabilità] sono migliori di noi, sempre così felici e buoni!”.
Come se la disabilità fosse l’unica caratteristica riconoscitiva di una persona, o l’essere disabile automaticamente ti ponga in uno stato di eterno bambino gioioso e incapace di intendere e volere.
Da qui l’incapacità di vedere il corpo disabile come desiderabile o attivo sessualmente. Per non parlare di tutta una serie di immagini che stereotipicamente vengono associate alla disabilità: dagli spot pregni di commiserazione per raccogliere fondi per la tale associazione alle immagini motivazionali con i bambini che corrono felici con le protesi. Il sottotesto è sempre lo stesso: poverini, che bravi a mostrarsi a noi abili.

La giornalista e attivista Stella Young chiama Inspiration Porn (pornografia motivazionale) la rappresentazione delle persone con disabilità come fonte d’ispirazione (per le persone non disabili, ovviamente) unicamente per il fatto di avere una disabilità.
Il termine pornografia è usato deliberatamente, perché si riduce ad oggetto una categoria di persone a beneficio di un’altra. Le persone disabili diventano un qualcosa cui guardare e pensare “dai, la mia vita non fa così schifo! Potrei essere loro”.

Per molti di noi le persone disabili non sono insegnanti, dottori o estetisti. Non siamo gente reale: noi esistiamo per fornire ispirazione. […]
Ci hanno insegnato che la disabilità è una Cosa Negativa, con la C e la N maiuscole. E’ una cosa negativa, e quindi vivere con una disabilità ti rende eccezionale. Non è una cosa negativa e non rende eccezionali.

Stella Young nel suo Ted Talk

O ancora, la retorica del Super Crippledi cui parla qui Sofia Righetti, attivista e atleta paralimpica.

Il super cripple, letteralmente il “super storpio”, è uno stereotipo che la società ha creato sulle persone con disabilità, per poterle includere ed accettare. Si ritiene che le persone con disabilità siano sempre straordinarie, che qualsiasi cosa facciano debba essere eroico, fuori dal comune, letteralmente delle imprese eccezionali.
[…] questo crea una grossa ansia nelle persone con disabilità, perché fin da subito si sentono in dovere di eccellere, di dimostrare di poter fare cose eccezionali, di dover lavorare e impegnarsi il doppio rispetto ai normoabili per essere considerate, altrimenti passano nella zona grigia dell’invisibilità.
Eppure non tutti hanno lo sbatti di vincere le medaglie di Zanardi o della Vio, non tutti hanno le possibilità socio-economiche di pagarsi gli allenamenti o di viaggiare in giro per il mondo.
Lo stereotipo del super cripple crea ansia, inadeguatezza e aspettative troppo alte, che non sono richieste alle persone non disabili. […] Ma le prestazioni eccezionali sono appunto, un’eccezione. Rivendico il mio diritto di essere disabile e mediocre, e di non dover dimostrare una beata minc*** a nessuno per avere valore.

Microaggressioni

Le microaggressioni che una persona disabile subisce toccano ogni ambito, e non è difficile capire come a lungo andare possano comprometterne la salute mentale.
Si parte dal linguaggio, che sotto un velo di innocenza spesso nasconde un’estrema violenza; dai fenomeni che usano certi termini come insulti “hai la 104!” “handicappato!” a termini e frasi solo apparentemente neutre come “invalido”, “costretto in carrozzina”, “nonostante tutto vive la sua vita”.
Un pietismo talmente sistematico, talmente abituato a considerare la vita di una persona disabile come un peso per se stesso e per gli altri, che quando i media riportano l’uccisione di un disabile da parte del caregiver si parla di “raptus”, “troppo amore”, “liberazione”. Non vi pare una retorica già sentita da qualche parte?

Come dice qui Sofia Righetti, “Sentirsi dire «complimenti per il coraggio, perché io nelle tue condizioni non riuscirei ad uscire di casa» è umiliante, ve lo posso assicurare. Non è un complimento, ma una microaggressione che offende, fa sentire diversi, sfigati. Il pietismo è talmente palese da diventare soffocante.”

ableism

Sono questioni totalmente invisibili se non le vivi sulla tua pelle. O se non ascolti chi le vive; perché sì, in realtà basterebbe ascoltare e informarsi. Un paio di esempi veloci, su questioni “normali” che hanno come minimo comun denominatore la libertà di movimento?

Bisogna smetterla di giustificare tutto con un “ma le sue intenzioni erano buone, apprezza lo sforzo”. Le buone intenzioni non valgono niente se come unico risultato arrecano danno alla persona: bisognerebbe invece aprire una riflessione sul perché riteniamo “buoni” o “giusti” certi atteggiamenti, perché invece sortiscono l’effetto opposto, e come cambiare questa retorica.
Bisogna creare spazi di riflessione sul tema dell’abilismo come già si sta facendo su altri temi altrettanto importanti, parlando con i diretti interessati e non costruendo castelli su quello che noi abili riteniamo giusto.
Non dovrebbe essere difficile, ma purtroppo è ancora così: dal dare per scontato quali siano i veri bisogni di una persona disabile senza neanche, come dire… chiederglielo, fino alle conferenze in cui speaker e relatori sono principalmente medici e caregiver. Raramente le persone disabili vengono messe in primo piano persino quando si tratta di discutere cosa sia meglio per loro.
Si tratta di ablesplaining, l’atteggiamento paternalistico e condiscendente con cui una persona abile spiega ad una disabile “quali siano i suoi diritti e quali no, quando puoi arrabbiarti e quando no, quando sentirti discriminat* e quando no, cosa puoi pretendere e cosa no.”

Il carico mentale dell’invisibilità

Se poi da una parte l’avere una disabilità fisica porta ad una ipervisibilità del proprio corpo – e della propria disabilità-, dall’altra esiste tutta una serie di “disabilità invisibili” che peggiora la situazione.
Dal dover continuamente affermare di essere effettivamente disabili (“non è possibile, non ci credo”) ai paladini della giustizia che questionano la tua disabilità  (“Te ne stai approfittando, lascia il posto ai veri disabili”), si viene a creare un carico mentale estenuante per la persona disabile.
Essere costretti a giustificare la propria esistenza è meschino e dannoso per la persona stessa.
Consiglio, nel caso parlaste inglese, il canale Youtube di Jessica Kellgren-Fozard, la meravigliosa donna dalle mille diagnosi invisibili: “Adding vintage fabulousness to a life with disabilities and chronic illnesses, aided by my beautiful wife Claudia and our adorable pups.” In particolare vi consiglio questo video, Sono un impostore?

Ho detto “parlaste inglese”, ma in realtà potrei dire anche solo leggeste; perché il canale di Jessica è totalmente accessibile, ogni video è dotato sia di audio che di sottotitoli in inglese. E da qui un ultimo spunto.

Rivendichiamo la libertà dei corpi anche nello spazio digitale.

Perché al giorno d’oggi lo spazio online è diventato fondamentale, non è più qualcosa di extra. E’ passato dall’essere un privilegio a un vero e proprio diritto.
Per cui ecco una serie di consigli per essere davvero inclusivi, partendo dalle piccole cose che per noi creatori di contenuti richiedono sforzi davvero minimi (ma anche se richiedessero sforzi un filo più impegnativi, se questo significa migliorare l’esperienza di una persona disabile online, non vedo perché non farlo).
Disability justice is a practiceovvero la giustizia per la disabilità è una continua pratica.

  • Mettere i sottotitoli ai video e alle storie, ci sono tantissime app che servono a questo scopo. Nel caso delle storie basta anche solo descrivere il contenuto della storia con le opzioni di testo.
    .
  • Aggiungere in [alt text] le descrizioni delle immagini contenute nei post.
    .
  • Aggiungere ID nella descrizione, in modo tale che le persone che ripostano l’immagine possano facilmente ripostare anche gli ID (visto che su Instagram i commenti non si possono copiare).
  • Mia Mingus fa un elenco completo qui.

quindi… dicevamo? Ah, giusto!

Estate, finalmente!
Il mostrarsi in spiaggia, l’uscire la sera col proprio corpo non conforme, lo stracciare ideali imposti di bellezza e il mandare a fanc*lo la norma imposta. E magari, tra un “siamo tutt* bellissim*” e l’altro, il dare un giusto riconoscimento alla presenza delle persone disabili.

qui non si tratta di dire “siamo tutti uguali”, che mi suona pericolosamente simile a un “non vedo colori”. Non si tratta di far finta che abbiamo tutti le stesse abilità fisiche e mentali, gli stessi bisogni, perché non è così: ma bisogna smetterla di ignorare le persone che non rientrano in una norma stabilita a livello numerico.
Smetterla di pensare che una persona disabile non possa essere autonoma e avere una qualità della vita normale. Smettiamola di progettare un mondo e una società che non è a misura di tutt*.

“Essere disabile è un po’ difficile, dobbiamo effettivamente superare certi ostacoli. Ma gli ostacoli che superiamo non sono quelli che pensate voi. Non sono cose da fare con i nostri corpi.
Uso il termine “persone disabili” deliberatamente perché aderisco a quello che viene chiamato “modello sociale di disabilità”, che ci dice che veniamo resi disabili più dalla società in cui viviamo che non dai nostri corpi e dalle nostre diagnosi.
Voglio vivere in un mondo in cui non ci siano aspettative così basse nei confronti delle persone disabili in cui la gente si congratuli con noi perché riusciamo ad alzarci dal letto la mattina e a ricordarci il nostro nome.”
– Stella Young

Progetti, persone.

Concludo con una serie di articoli, progetti e persone da seguire per informarsi e sensibilizzarsi su questi argomenti.

Articoli & Video

11.07.07 > 30.07.20

Ho eseguito un gesto irreparabile. Ho stabilito un legame.” – Jorge Luis Borges

Ho sempre scritto poesia, ma sempre pochissima, col contagocce; e non per scelta. Da anni mi interrogo sul perché, pur sentendola più propria a me della prosa, ne sono così arida.
Ciò detto, una delle occasioni in cui ne sento il bisogno è quando mi innamoro. E, in particolare, quando voglio comunicare i miei sentimenti – e forse ancor di più le mie intenzioni – alla persona interessata.
Mentre lotto con me stessa per riuscire a disporre più agevolmente di questo che ho dentro, più fiume carsico che cascata aggettante, sono tornata di nuovo sui miei vecchi scritti, trovandone almeno alcuni validi. Degli altri tacerò.
Perciò voglio approfittarne per ri-dedicare una piccola poesia del 2007, scritta per un ragazzo che è rimasto per il tempo di un lampo, al mio compagno, perché possa concretizzarsi e da lettera farsi carne.

[Ho caricato un disclaimer generico e un po’ rozzo per il blog. Chissenefrega.
Per la poesia, che è più importante, qui lo scrivo, qui lo salvo con marca temporale e qui lo faccio valere legalmente: è roba mia. Non si tocca, non si diffonde].

morbida

Nessuno mai sappia
ch’io accendo ogn’ora per te una luce:
fuoco caldo
da ciò ch’è più alto donato.

.

Nessuno lo sappia,
ch’io t’amo in gran segreto.
Neppure il silenzio in ascolto
lo deve presentire.

.

Eppure io mai vorrei
che ti fosse celata questa verità:
altro da me non ti potrà venire
se non sacre ed agite parole.

Childfree .6: Corpo a corpo

Tutte le citazioni sono tratte dal romanzo di Silvia Ranfagni “Corpo a corpo”.
Il Corpo è anche il nome che la protagonista, diventata madre (single) per propria scelta attraverso l’inseminazione artificiale, dà al figlio appena nato.
Se il registro è talvolta più ironico di quanto non lo fosse quello di Eliette Abécassis nel suo Lieto evento, tuttavia nel complesso l’amarezza prevale ed il pentimento emerge chiaro e ineluttabile.
La nota sull’autrice svela che questo è il “il suo primo romanzo [dopo aver lavorato nelle troupe di diversi registi, tra cui Amelio, Bertolucci, Tornatore, e scritto sceneggiature con Verdone ed Ozpetek]. Come tanti mammiferi, [Silvia Ranfagni] ha prodotto anche vita, un’impresa estenuante”.
Nonostante l’accenno finale della nota, come sostiene invece la seconda di copertina, il libro “può assomigliare a un memoir ma non lo è, sembra autobiografico ma non lo è”. Di certo, tuttavia, trovo faccia uno sporco ma importantissimo lavoro nel puntare una luce cruda e onesta sulla maternità: non tutte la vivono drammaticamente e dolorosamente, lo sappiamo, ma sappiamo anche che molte più donne di quante siano disposte ad ammetterlo, in pubblico e spesso anche in privato, ne sono state dilaniate.

madre-pentita

Stai prendendo una decisione che è un tutta la vita, finché morte non ci separi, ma nella tua testa il concetto è già un affinché io mi separi dalla morte e un “Sì, lo voglio!” prorompe autoritario dalla tua mente. E’ un “lo voglio” concreto come uno squillo del telegono nel timpano.
Il logo della Human International finisce di rimbambirti, oscilli sul ring, ebete e protesa verso la scritta sullo schermo, che ti colpisce in faccia come un ultimo gancio: “Trova il tuo donatore oggi stesso”. La coscienza va a tappeto: clicchi.

»

“Ecco, è fatta”, sembra dire quella gente.
Invece è ancora tutto da fare. Tutto, proprio tutto.
Avanguardia di un ripetersi futuro, una donna poggia sul petto il suo bambino.
Siccome è madre, si sa già che ama, si sa già cosa prova. Si sa già tutto di una madre.
Anzi, cosa ci sarà mai da sapere?
Una madre è madre, ha sentimenti limpidi, e se non li ha tanto peggio, Perché nessuno può accogliere una madre.

»

“Mamma, mamma, dimmi! Ma rispondi sinceramente.
Perché ti è piaciuta questa cosa?
Perché avevi potere su di me, su di me neonata? Per il potere, ti è piaciuta? E’ stata la tua prima volta al comando?
Ti risponde un gemito.
Non è tua madre, che è morta, questo gemito è cosa viva. Viene dal baby monitor alle tue spalle. Ancora non dorme.
Non sono meno sola di prima.

»

Meraviglioso. Che suscita meraviglia, e spesso anche un senso di stupore, per le sue qualità, per i modi in cui si manifesta, perché strano, sorprendente.
In quel senso è meraviglioso guardare il bambino e pensare: “Chi cazzo me lo ha fatto fare?”.

icona bn neonato

Nelle puntate precedenti:
Childfree .1: Sul non volere figli
Childfree .2: Una questione terminologica
Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli
Childfree .4: I motivi per NON volere figli
> Childfree .5: Pietre di scandalo

Meme .4: Influenze tentacolari

Un altro meme che ho trascurato per pigrizia estiva è questo, bellissimo, dedicato al buon (?) Lovecraft; per il quale sono stata nominata da Chicco (ancora grazie), a sua volta istigato da Austin Dove.

H.P. Lovecraft by Disezno on DeviantArt

Le regole, le solite:

  1. Ringrazia sempre il blog che ti ha nominato!
  2. Posta la foto in alto come immagine del post.
  3. Rispondi alle domande spiegando anche il motivo.
  4. Nomina sempre cinque blogger.
  5. Divertiti.

E io nomino subito (come sempre, senza il benché minimo vincolo): Coule la vie, di nuovo, perché questo meme gli piacerà sicuramente più del precedente; Ornella di Horror Vacui; il Poltronauta, del quale per qualche ignota e miseranda ragione Wp non mi sta mostrando tutti i nuovi post; Alessio e la sua Vita da Cinefilo; e per chiudere, ovviamente e sempre che non siano già stati nominati, il Zinefilo e Lucia.
A parte, nominato speciale, aggiungo anche il buon Kasabake, che non è assolutamente tenuto ad assumere il ruolo di replicante di meme, ma che sarebbe un piacere immenso sapere vivo, vegeto e non impazzito a causa di qualche orrore cosmico.

lovecraft

  • Dagon: un’opera sugli orrori dell’oceano.

Parto con un film che in apparenza potrebbe sembrare poco attinente: The impossible, di Juan Antonio Bayona; un gioiello a mio parere mai abbastanza valorizzato.
E’ un drammatico che tratta la vicenda dello tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano, protagonisti Naomi Watts ed Ewan McGregor.
Di rado sono stata colpita da sentimenti così intensi e radicali, senza per altro uscire dalla visione o dalla lettura annientata, schiacciata dagli stessi.

  • Il colore dello spazio: un’opera sulla profanazione della sicurezza familiare.

Se ne potrebbero citare mille, ma voglio ricordare un film che ho amato e che parla di sicurezza in diversi modi: Signs di M. Night Shyamalan.
Perché gli alieni sono fuori dalla porta ma anche dentro, e perché mai un luogo tanto pieno di pace come una casetta in mezzo ai campi ha ispirato altrettanto malessere.

Non posso tuttavia non citare anche una pellicola che ho adorato, Il postino suona sempre due volte per la regia di Bob Rafelson (prima o poi vedrò l’originale), con Jack Nicholson e Jessica Lange.
Non è un “home invasion”, ma ugualmente centra alla perfezione il tema: inevitabile, per me, stare dalla parte di Nick, titolare immigrato di una tavola calda con annessa officina cui un passante cerca di sottrarre la moglie, il lavoro, la vita.

  • Dentro al sepolcro: un’opera sul contrappasso.

Può sembrare una risposta scontata, ma non posso non citare Dante con la Commedia. Che nemmeno ho letto se non per frammenti, ma che sto recuperando a grandi linee, con profitto, con Lugaresi. Le pene dell’inferno, alla lunga, ci sembrano banali ribaltamenti, ma facendosi guidare da un occhio acuto e non pedante se ne scoprono le profondità geniali e tuttavia lievi.

Aggiungerei, come succoso bonus, Drag me to hell di Sam Raimi: filmone galattico.

  • Herbert Weist: un’opera sull’arroganza della scienza.

Potrei citare L’uomo invisibile di Herbert George Wells, oppure il Frankenstein di Mary Shelley – Un prometeo moderno: sottotitolo che dice molto -, ma per variare dai classici proporrei “un libro nato già vecchio e moribondo”, come lo definì Introvigne – che pure non amo ma qui ci ha azzeccato: Perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici) di Odifreddi.
Perché sarebbe bello indicare un titolo moderno, accattivante, magari un romanzo; ma di fatto nella mia esperienza l’arroganza della scienza si manifesta moltissimo in questo modo, attraverso la superbia velenosa di “scettici” che cavalcano (e stuprano) la scienza ai propri scopi, ben più fideistici di quanti ne attribuiscano alla religione stessa.
E quando dico “scettici”, oltre a riferirmi genericamente ai non credenti militanti, mi riferisco anche nello specifico ai membri del CICAP, che rappresentano una delle piaghe peggiori che io conosca.

  • La musica di Erich Zann: un’opera la cui musica è in grado di esaltare le tue emozioni.

Lo strumento che amplifica di più le mie emozioni è senza dubbio il pianoforte, che sa generare sentimenti carsici senza essere dolorosamente struggente come il violino.
Se è suonato con maestria e, poi, abbinato ad una voce insieme selvatica e raffinata come quella di Tori Amos, il naufragar m’è dolce (cit.).

  • Aria fredda: un’opera sulla prigionia dell’immortalità.

Se amate i paradossi temporali, la coazione a ripetere, la (dis)peranza di chi vorrebbe cambiare il passato e non può; non perdetevi Triangle, il film del 2009 di Christopher Smith con Melissa George.

  • I ratti nei muri: un’opera sull’insanità mentale.

Se intendiamo l’insanità come a-normalità, e nello specifico anche neurodiversità, opterei per il bel film tv girato da Mick Jackson per HBO, dedicato a Temple Grandin e che porta il suo nome.
Della Grandin trattò anche il mio amato Oliver Sacks in Un antropologo su Marte, reportage biografico-clinico sulla sua vita e le sue invenzioni.

  • Il modello di Pickman: un’opera sull’orrore accettabile in nome dell’arte.

Di nuovo, sarò scontata, ma Il ritratto di Dorian Gray per me è sempre stato un racconto brutale, velenoso; un orrore appunto perpetrato in nome dell’estetismo e della vanità.
Emblematico, per altro, di molta attuale tecnologia che vorrebbe garantire giovinezza a gente già incartapecorita, figli a chi di figli non ne può avere, immortalità onnipotenza e soddisfazione perfetta di desideri abnormi.

  • Il dominatore delle tenebre: un’opera sulla paura del buio.

L’omino della sabbia (Der Sandmann), di E.T.A. Hoffmann: e quale migliore interpretazione musicale è stata data di questo racconto se non quella dei Rammstein in Mein Herz Brennt?

  • Nyarlathotep: un’opera sulla vita di un profeta.

Beh, cacchio: ovviamente I dieci comandamenti di Cecil B. De Mille. Mosè rulez.
Non so se “profeta” sia un titolo che gli spetta, io credo di no; ma insomma: è un pezzo grosso. Dunque va bene.

  • Storia del Nemicron: un’opera sulla ricerca di un pezzo d’arte.

Direi Il falcone maltese, di John Huston, con Humphrey Bogart.
Cito il film e non il libro semplicemente perché non ho ancora letto nulla (!) di Dashiell Hammett: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Un noir non eccezionale ma godibile.

[Per “Nemicron” s’intende il Necronomicon, oppure non ricordo questo racconto di Lovecraft?].

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  • L’orrore di Dunwich: un’opera su strani culti.

Well, quello che emerge poco a poco ne La notte del drive-in di Joe Lansdale direi che è un culto quantomeno bizzarro. Tra dinosauri e pop-corn, comete e vecchi film dell’orrore, cannibali e predicatori potete “rilassarvi” e godervi lo spettacolo.

  • La cosa sulla soglia: un’opera sulle violenze domestiche.

Propongo un titolo minore di Stephen King, che conoscevo soltanto per sentito dire ma che durante la lettura ho trovato, se non un capolavoro, un romanzo di tutto rispetto: Rose Madder.
Pestaggi, aborti procurati, femminicidi (termine che non mi piace, ma adatto a capirci), stalking: c’è tutto questo ed anche altro, in particolare una vena prima sotterranea poi parallela alla vicenda che percorre le pagine, di sogno, misticismo, mitologia che prende forma tangibile ed onirismo.

  • L’ombra di Innsmouth: un’opera sulla decadenza di una città.

Non so se si può parlare di decadenza, ma di bruttura sì: consiglio vivamente Suburra di Stefano Sollima: Gomorra je spiccia casaFavino fa il suo mestiere, ma il miracolo è nella sceneggiatura, ricalcata su un romanzo di Giancarlo De Cataldo e Stefano Bonini.

  • Il richiamo di Cthulhu: un’opera su un mistero da risolvere.

Non si tratta di un giallo, ma di un horror-thriller che mi è piaciuto tantissimo entrambe le volte che l’ho visto: Dark skies, Oscure presenze di Scott Stewart.
Di che natura sia la presenza, appunto, che occupa la casa della famiglia protagonista è chiaro da subito: di natura aliena. Anche la lettura del fenomeno fornita da un oscuro, ma ben poco bizzarro, uomo contattato dalla famiglia spaventata non ha nulla di criptico, insolito oppure strano; la conosciamo da numerosi precedenti cinematografici, televisivi e letterari.
Il mistero non sta dunque nel cosa, ma nel perché e soprattutto nell’a che scopo. Specialmente dal momento che tali presenze si manifestano in modo nient’affatto nascosto ed indiretto, non consentono di ricondurre l’imprevisto ad un inganno psicologico; eppure, nel comunicare, suscitano ed esasperano incomprensione ed inquietudine.

  • Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno a un pozzo.

Senza dubbio cito La casa sull’abisso, di William Hope Hodgson.
Pubblicata nel 1908, è la storia di strani esseri, albini e dall’aspetto porcino, che minacciano in maniera via via più diretta la tranquillità di uomo e della sorella, i quali vivono inconsapevoli in una casa costruita sopra un canale che getta i propri accessi sulle cavità terrestri più profonde.

  • Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno alle stelle.

Passando all’universo (aha) musicale, non ho dubbi: scelgo Astronomy dei Blue Öyster Cult, della quale amo particolarmente la cover dei Metallica inserita in Garage, Inc.

  • Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno al razzismo.

Sicuramente l’avranno detto altri cento prima di me, ma (ri)vedersi Scappa – Get out di Jordan Peele è auspicabile: ha segnato un bel punto.

  • Temi di Lovecraft: un’opera la cui trama ruota attorno alla solitudine.

Tra i più recenti e più espressivi, penso che Lasciami entrare di Tomas Alfredson renda benissimo il concetto di solitudine sociale.

  • L’impronta di Lovecraft: un’opera ispirata allo stile e alle opere di Lovecraft.

Mi viene in mente Storia di Athur Gordon Pym, di Edgar Allan Poe.
E’, in realtà, Lovecraft ad aver attinto a diversi elementi della poetica di Poe, che in questo romanzo del 1838 lo precede su svariati fronti: creature ultra- e al contempo subumane che operano una rivolta o vendetta sugli uomini, orrore dall’abisso in questo caso antartico (infatti questo titolo potrebbe ben figurare in risposta alla prima domanda), viaggio nell’ignoto, ma anche il (piuttosto comune allora) espediente della lettera-confessione ritrovata, per cui il narratore non è che un tramite per il “vero” autore di un manoscritto inquietante.
Come riporta Wikipedia, Lovecraft si ispirò appunto per sua esplicita dichiarazione a Poe per il suo Le montagne della follia, ma questa non è certo la sola volta in cui le tematiche dei due si allacciano.

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Sono un mito .10: Una rinascita

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Leggo (grazie ad Ape) un articolo sul Corriere nel quale una donna elogia le cure prestate a sua nonna, in fase terminale, dall’ospedale nel quale era ricoverata. Inevitabile per me ripensare al giorno  (a inizio 2019) in cui mia mamma è entrata in un pronto soccorso per l’ultima volta.
Così ho scritto:

Ho vissuto qualcosa di simile quando ho accompagnato mia mamma in Poliambulanza, ospedale che in questi giorni è stato in tutte le tv, ed il bene che ci hanno fatto è stato così grande che ancora non ho trovato la forza di ridurlo in parole e trasmettergliele.
Se mai dovessi passare per una prova del genere, è da loro che voglio essere seguita.

Mito

E allora due righe voglio scriverle qui, intanto.
A partire dalle parole di Fruttero&Lucentini, rispolverate da Michele Serra su Repubblica tempo fa:

«La morte è diventata per noi una disfunzione, un’avaria, un errore, una sorta di difetto di fabbricazione cui la casa produttrice sarebbe tenuta, per legge, a provvedere. Pretendiamo ormai di vivere in garanzia».

Io sapevo che doveva venire il momento. Non solo perché le madri, anche quando sono la propria madre, sono pur sempre creature mortali; ma anche perché già una volta – solo l’anno precedente – ci eravamo salvate per miracolo, e ad un corpo logoro i miracoli non si possono chiedere in continuazione.
Perciò, ecco, voi operatori sanitari siete arrivati senza la responsabilità di mantenere in vita una persona che, per più di un aspetto, ne era satura, eppure di responsabilità ne avevate anche un’altra e più importante: quella di accompagnarci, me e lei, alla conclusione di un’esistenza in un caso e di un lungo percorso nell’altro.
Io vi ricordo e parlo di voi con affetto perché, uscita dall’unità di terapia intensiva, per una volta non ho avuto dubbi sulla correttezza delle cure e l’impegno che vi avete profuso. Non ho avuto rimorsi per non aver detto qualcosa di rilevante, magari costretta ad imporlo all’attenzione, o per aver lasciato fare ciò che sapevo non essere bene. Non ho provato dolore perché un sedicente professionista mi ha banalizzato e comunicato in modo brutale una notizia devastante.
Ne sono uscita, invece, sollevata; perché avete avuto ogni giusto riguardo.
Commossa, perché l’umanità non è pelosa paraculaggine, e la differenza la fa, eccome.
Persino ristorata, direi, perché non avevo ostacoli ad una rinascita. La mia, qui, e quella di mia madre, in cielo, così come usano dire i cristiani: una nascita al cielo, forse da tempo agognata, ed un angelo in più a vegliare me.
Non chiamerò anche voi angeli, soprattutto in questo 2020 in cui si abusa di retorica.
Ma vi ringrazio, dal profondo.
E’ tutto.

Cecilia

Ottenere o Essere?

Ho ripensato alla scelta di non andare a manifestare davanti a Montecitorio contro la legge sull’omotransfobia.
Devo ammettere che mi sono pentita.
Non di aver tenuto conto di ciò che questa manifestazione ispirava al mio compagno, naturalmente, né di aver tentato una mediazione per sperimentare, anche, quel compromesso e tentativo di lettura dell’altro senza cui una coppia non può esistere.
Tuttavia ho scoperto poi che, anche se già lo sapevo, ci tenevo; e più di quanto credessi.
E questo, va da sé, non ha a che fare con l’incisività concreta dello scendere in piazza rispetto al risultato sperato, ma piuttosto con la definizione della propria identità e con l’incarnazione più o meno efficace e profonda della stessa.
Ora, comunque, per quanto concerne la legge i giochi sono fatti.
Ma per la mia persona no, i giochi sono sempre aperti.