40enalfabeto / 10

Lo so, in teoria la quarantena nazionale generalizzata è terminata, ma di fatto il virus resta in circolazione – o come dicevano stamattina le mie sportelliste in posta, facendo il verso ai propri “compatrioti”: il virùss. Voi lombardi scendete al Sud a portare ‘o virùss -, le sportelliste veterane qui son quasi tutte meridionali trapiantate da tempo.
E dunque.

AC di Assistenti Civici

Non sarò io a dipanare la matassa di un’idea nata male, cresciuta peggio e, forse, già abortita. Ma una cosa l’ho pensata: se fossero partite, se partiranno, queste squadre di assistenti volontari (e questo per me già cozza contro la possibilità che vengano reclutati dalle liste di percettori del reddito di cittadinanza: che volontario è uno che viene coartato? Chi rifiuta si vedrà depennare una delle tre chance lavorative?), trovo sarebbero del tutto assimilabili alle famigerate “ronde”, poi rinominate “controllo di vicinato”.
Nessuna autorità, nessuna responsabilità, e sempre un passo indietro limitandosi (in teoria…) a segnalare situazioni irregolari o sospette alle forze dell’ordine: non discuto di queste l’utilità o la pericolosità, tuttavia tutta l’enfasi messa dai promotori (Boccia ed il presidente dell’ANCI) nel negare che di ronde si tratti mi pare ridicola. Così inconsistente che si sono dovuti risolvere, dopo il solito bisticcio interno al governo, a negare tutto ed attribuire a questi potenziali assistenti compiti completamente diversi, per altro già svolti da numerose associazioni, di aiuto-spesa agli anziani non autosufficienti innanzitutto.

M di Mascherine (II)

Che le chirurgiche non proteggono dal virus (da nessun virus, non soltanto il covid) dovrebbero ormai averlo capito anche i sassi. Naturalmente non è così, ma facciamo finta di sì.
Dato però che le ffp2-3 non solo costano parecchio di più, ma se ne trovano anche pochissime, che deve fare un povero cristo che vuole tutelarsi ma non trova nulla di meglio?
Un’idea potrebbe essere questa, che adotto io: indossarne due.
Non per rinforzare l’azione filtrante delle stesse (non funziona così, ed anzi si respira meno bene), ma per sfruttarne entrambi i lati. Il lato, o faccia esterna, infatti, lascia passare l’aria con tutto ciò che contiene, virus incluso; mentre la faccia interna trattiene il respiro non lasciandolo fluire, con le particelle che trasporta, verso le altre persone.
Per questo, semplificando troppo, sentite dire che le mascherine chirurgiche proteggono gli altri da chi le indossa, ma non chi le indossa dagli altri.
Indossandone due:
– la prima aderente al viso ribaltata, cioè con il lato esterno, di solito azzurro o comunque colorato, a contatto col viso e la parte filtrante di fuori;
– la seconda, posata sulla prima, diritta, cioè col lato esterno colorato lasciato scoperto;
si ottiene di filtrare non solo il proprio respiro impedendo che arrivi ad altri, ma anche il respiro di chi si avvicina impedendo che passi attraverso il tessuto e ci raggiunga.

RCP di Rianimazione CardioPolmonare

Di nuovo: tanta polemica per l’indicazione di non praticare la respirazione bocca a bocca, ma soltanto la rianimazione cardiaca, su chi dovesse averne bisogno; scandalo e stracciamento di vesti; preoccupazione e indignazione perché, dicono, evitare il contagio sembra più importante che salvare vite… e a me cascano le braccia.
Perché tanto la polemica quanto l’indicazione stessa sono INUTILI.
E lo sono perché da ANNI (non so di preciso quanti, ma parliamo di qualcosa già valido nel 2011, quando mi fu spiegato all’università), la respirazione assistita, con l’eccezione dell’uso del pallone ambu se disponibile, non è più parte della prassi di rianimazione. Addirittura, è sconsigliata. 
Se non siete sanitari o, comunque, non avete un ambu a portata di mano, NON dovete praticarla, punto. E’ sufficiente allineare trachea e bocca inclinando leggermente la testa della persona all’indietro, la quale se la rianimazione è ben fatta riprenderà da sé la respirazione; e preoccuparsi solo di quella.
La quale, tra parentesi, dovrebbe avere il ritmo – se riuscite a starci dietro! – di Staying Alive. Non si nasce Bee Gees, ma si può sempre provare ad imitarli…

film (maggio 2020) – pt. II

I bambini di Cold Rock – Pascal Laugier

Più thriller che horror, e con un plot-twist che trasporta la storia nel sociale (al di là dell’impressione che fa, c’è di che riflettere). Impossibile raccontare in che consista la svolta senza svelare tutto, ma comincia così: c’era una volta una cittadina dalla quale, regolarmente, scomparivano i bambini… e molti credevano fosse opera di una sorta di babau: l’uomo alto (il titolo originale è infatti The tall man).
Merita. Anche per dare uno sguardo a Jessica Biel.

Solo Dio perdona – Nicolas Winding Refn

Se l’ultimo film da me visto di Winding Refn – Fear X – mi era stato ostico da digerire, da comprendere, questo mi appare limpido (e bellissimo, non meno di The neon demon).
Non è una pellicola di arti marziali, anche se naturalmente qualcosa compare, essendo ambientata ad Hong Kong prevalentemente in una palestra.
Non è una pellicola che parli di qualcosa: non parla di nulla, non ha un tema – sì, l’intreccio poliziottesco-mafioso, ma è secondario seppur non marginale. Parla degli uomini (e di un paio di donne non da poco, precisiamolo onde evitare fraintendimenti). Di come sono fatti dentro, e di come funzionano, gli esseri umani.
Gosling eccelso. Che ve lo dico a ffa’.

only-god-forgives-2only-god-forgives-4

Noah – Darren Aronofsky

Ho aperto la Bibbia su Genesi 6, perché di fatto non posso dire di conoscere la faccenda dell’Arca in tutti i suoi contorni. Ma soprattutto mi incuriosisce scoprire se davvero c’era una donna, se era una soltanto, da dove proveniva: perché la Ila interpretata da Emma Watson mi sa di innesto apocrifo, o magari persino autorale.
Un Aronofsky molto regolare, fatte salve le suggestioni mitiche e quasi fiabesche nei toni (visioni, angeli caduti trasformati in mostri di pietra, discendenze cainite come se non ci fosse un domani, Matusalemme che miracoleggia la fertilità).
Recitazione lodevole di tutti, colombe comprese.

Bombshell – Jay Roach

Proprietario del network televisivo:
– Ditemi voi se quella non è una bocca che ha succhiato un cazzo.
Forse perché pensa che, se riferita ad un maschio, una “battuta” simile non debba offendere anche lei, una dipendente seduta a fianco del proprietario ridacchia. Ma si vede che fa fatica.

Cos’è, una roba femminista?
La gente non vuole vedere la tua faccia con le rughe e sudata perché hai la menopausa.
Lo stesso proprietario alla conduttrice tv che si è presentata in video struccata.
Menopausa e sindrome premestruale sono la ragione per ogni cosa che, nelle donne, non gli piace (vale anche per Trump). Sempre lui:

Fammi vedere [inquadra la conduttrice] quelle cavolo di gambe!
Perché cazzo l’ho assunta se no!

La questione è chiara e ben recitata.
Ci sono la giornalista di punta che viene mobbizzata, la giornalista di punta che anni ed anni prima dello scandalo aveva subito un’avance ed ora deve decidere se scendere in campo o tenersi ai margini, la giovane giornalista a disagio ma che purtuttavia si chiede se non sia l’occasione della vita farsi il capo per andare dritta alla meta del programma più seguito. C’è la giornalista lesbica nascosta che osserva l’andazzo impaurita.
Ci sono insomma donne di ogni genere, dai grandi nomi alle piccole pescioline.
Ciò che invece non c’è, è una donna che si sia rifiutata e quelle avances le abbia respinte.
Manca completamente un contrappeso, un ruolo contrastivo.
E’ chiaro che è l’intero sistema a sospingerti in quella direzione pena l’esclusione – non è una novità né in questo campo né del nostro secolo. La mia domanda è:

e allora? 

Un condizionamento non è comunque, mai, una costrizione tout-court. E dunque, dove diavolo sono in questo pur ottimo film le donne che dicono di no?

Il gioco di Gerald – Mike Flanagan

Catarsi, rinascita… nessuna parola è adeguata per dire la storia di Jessie.
Come sempre in King, dietro alla vicenda sospesa tra horror e thriller di una donna che, abituata a sottomettersi agli uomini della sua vita, si ritrova ammanettata al letto col cadavere del marito steso ai piedi dello stesso e non un’anima viva nel raggio di chilometri per soccorrerla, c’è un vissuto lacerante, un’infanzia che sembra essere dimenticata ma non fa che scivolare silenziosa sotto la superficie, qualcosa che è andato storto e condiziona il presente.
Così come spesso compare nei suoi romanzi un abuso di qualsivoglia tipo (qui non vedrete sesso esplicito, ma di sesso ne circola tanto, e pesa, e morde), e poi, bisogna anche dire, una eclissi.
King è il mio autore, il primo filo letterario saldo tra me e mio padre, uno che ti fa sentire forte le cose, e se di tuo già le cose le senti forte, è come entrare in risonanza con un diapason ogni volta. La musica che accompagna il film è funzionale e discreta, ma è stata sufficiente per raccogliere ed incanalare la mia emotività e farmi piangere sui titoli di coda – non lacrimare, proprio piangere. Da tanto non capitava.
Compartecipazione profonda, insomma, e una discreta dose di angoscia, sono i chiari meriti ascrivibili a Flanagan e, nondimeno, a Netflix, azienda discussa della quale questo è il primo prodotto, mi pare, che vedo. Non potevo chiedere miglior esordio!

Da notare che, persino per uno stomaco piuttosto forte come il mio, c’è stata una scena (senza spoiler, quella del bicchiere frantumato che fa… accapponare la pelle), da nausea. Letteralmente, perché ho dovuto mettere in pausa e andare in bagno a quasi-vomitare. Ci sono certi dolori, fisici e non, che hanno bisogno di essere evacuati – non sarà del tutto un caso, credo, se “rimettere” è un verbo utile sia per l’espulsione di materiale indigesto dallo stomaco che per la liberazione da materiale indigesto nell’anima.

trasferimento

Muori papà, muori! (Why don’t you just die!) – Kirill Sokolov

Uno spettacolo. Ne hanno parlato Cassidy e Lucia.
Consiglio per la visione: abbinate il “sangue” sullo schermo ad un buon thé nero carico.
Il titolo italiano è più aderente all’originale, ma la versione inglese dice qualcosa di fondamentale: che la gente, in questo film, è dura a morire. Ma dura dura, davvero tanto tanto, eh.
Saremmo portati a pensare che, quando un ragazzo col martello incontra un uomo col fucile, il primo debba soccombere. E può darsi che accada anche questo, ma, come dire, le cose si rivelano più difficili (e complicate) di così.
Certo non imprevedibili, ma nemmeno banali – e del resto anche in questo esordio con passaggi tarantiniani ciò che conta non è né la vicenda né il pulp o come si chiama in sé, ma la dolenzìa dell’anima russa.
Comunque la cosa più inquietante, e che ormai infesta i miei incubi, è che Andrei somiglia tanterrimo ad un mio conoscente O.o

papa-sdokhni-tvwhy-dont-you-just-die-kirill-sokolov

Shaun, vita da pecora: il film – Mark Burton, Richard Starzak
Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Will Becher, Richard Phelan

Ho conosciuto Shaun (dello stesso autore di Wallace & Gromit, Nick Park) attraverso gli episodi brevi mandati in onda in tv su uno dei canali dedicati ai cartoni.
Il primo film è carino, ma non paragonabile alla serie animata, mentre il secondo, oltre ad avere un tema (fantascientifico) ed una storia meglio sviluppati, ha anche un ritmo più accattivante ed una sceneggiatura più ricca – che include omaggi almeno a quattro colossi del genere: Incontri ravvicinati del terzo tipo, Arrival, E.T., 2001 Odissea nello spazio. L’alienino è teneroso ♡

shaun-sheep-farmageddon

A lonely place to die – Julian Gilbey

Presentato come un horror, in realtà è un (buon) thriller che sa giocare sul filo dei generi. Melissa George e le Highlands scozzesi sono la ciliegina sulla torta di un’ottima sceneggiatura (scritta a quattro mani dal regista col fratello William).
Proprio per non sciuparne la scoperta spoilerandovela, vi dico soltanto che l’incipit vede cinque escursionisti accingersi ad una scalata importante, quando uno di loro sente una voce nel fitto del bosco. E seguendo quella voce finiranno trascinati in una caccia all’uomo: l’azione è ben congegnata e mai sopra le righe.

🎬

I film non commentati:
Jumanji, The next level – Jake Kasdan
Tutti i soldi del mondo – Ridley Scott
The accountant – Gavin O’ Connor

ddd: diario del digiuno / 4

Nonostante il piccolo stress di inizio settimana, alla fine dalla mia socia per terminare il Ramadan ci vado. Sono persino psicologicamente pronta per riempirmi di pelo e bava canina, la quale per altro è un ottimo disinfettante.
Voglio chiudere questo brevissimo ciclo di post con un paio di considerazioni.

La prima, banale ma necessaria, è che sono contenta di averlo fatto.
Al prossimo giro, potrei persino fare le cose “per benino”, e seguire altre regole oltre ad approfondirne lo spirito – per esempio una cosa inimmaginabile per me: cioè alzarmi per la colazione ogni giorno alle 4.00.
(Non fate quella faccia: è comunque una festa ed una scelta, non un supplizio!).

intreccio marocchino

La seconda è che, purtroppo, ciò di cui il digiuno non mi ha privato, ossia il benessere, sta già dando qualche (piccolo) segno di cedimento causa caldo. E siamo solo a fine maggio! Non demordo, ma che noia.

Infine.
Con l’arrivo dell’estate, ho messo in lavatrice / nell’armadio gli ultimi indumenti più coprenti e controllato quelli leggeri, dei quali già avevo fatto una prima grossa cernita, ma che in molti casi non avevo provato.
Ho così eliminato (per la vendita o per donarli) ulteriori: 6 paia di pantaloni, 7 gonne (più una tenuta ma messa da parte perché è un ricordo di mia mamma), 4 abiti, 2 magliette ed 1 camicia a maniche corte.
Ho anche tirato fuori le scarpe adatte, e su questo fronte sono messa un po’ peggio; ma nulla di irreparabile. Sogno di ritrovare delle babbucce arabe come quelle che avevo comprato nell’ormai lontano 2007, leggerissime e comodissime oltre che belle, oppure di adattare quelle che già ho (ma che sono aperte dietro e sciabattano, una cosa odiosa).

Trafficare coi vestiti implica spogliarsi e guardare il proprio corpo, e qui ahi, una lacrimuccia me la dovete lasciar versare. Seppure schifo non mi faccia, e quando sono in buona (quasi sempre negli ultimi anni) veda più i miei pregi dei miei difetti, comunque piacersi è un’altra cosa.
E tra il desiderio di essere meno formosa (ma giusto un po’!), meno abbondante, e quello di trasformare il mio guardaroba, decisamente il secondo è più realizzabile.
Alla fine, ognuno ha il corpo che si ritrova, e se guardo alle mie “antenate” so che devo rassegnarmi: prima dea madre africana e poi reduce da un campo di concentramento, la via di mezzo è solo una chimera.

Te Deum (maggio 2020)

Al termine (quasi) di questo mese, e in generale di questo periodo,
voglio ringraziare il Signore per:

  • lui, che proprio non me lo aspettavo. Figata. Donneeeee! E’ arrivato l’arrotinooooo!;
  • … la prima visita ai “congiunti”. Evviva!;
  • questo Ramadan strambo e fai-da-te, che mi ha dato una bella spinta; e la mia socia S. con la quale l’ho condiviso;
  • il nuovo gatto bianco della vicina, che sto lentamente circuendo;
  • il merlo ‘n coppa ‘o salice, e soprattutto (sarà lo stesso?) il mio merlo personale, quello che mi viene a trovare alle 17.00 in punto ogni giorno e gorgheggia come se non ci fosse un domani;
  • le gazze, che sono diventate più curiose e ciarlere, e mi amoreggiano nell’orto;
  • il mio socio nel crimine Lucius, che mi assiste cinematograficamente (e non solo);
  • il Kindle, prezioso;
  • il mixer da cucina, grandissima scoperta;
  • … la conferma alla variazione sull’affitto.

Sogni .9: Perdono

Non so se fosse un’introduzione al sogno successivo, ma la prima cosa che ricordo è che mi trovavo su una strada di montagna, un sentiero perfettamente circolare che ne seguiva il fianco tipo arancia sbucciata artisticamente.
Lungo tutto il sentiero erano disposte, in fila indiana e ad intervalli regolari, delle biciclette da bambino, con le rotelle – e qualche volta il cestino.
Io me ne stavo appollaiata su una grande roccia, osservando il paesaggio e leggendo, in attesa dell’arrivo di qualcuno.

Mi hai fatto scendere / da una Mercedes
Dimmi i tuoi perché / Prenderò un treno per / che ne so
Stanotte mi perdonerò

Ti ho portato la bustina con i soldi delle vendite ed il biglietto.
Ma sono tornata indietro, perché mi sono resa conto che mancavano 10 € (una volta sveglia, mi chiederò più volte se l’abbia fatto per davvero).
Spio dall’angolo, tu sei lì, allora aspetto che rientri sedendomi su due giubbini venuti da chissà dove. Miei non sono.
Ma ormai mi hai notata. Scendi dal balcone, esci e a quel punto te li consegno direttamente, ma subito mi volto e vado.

Poi mi ritrovo di nuovo lì, siamo lì, in una specie di garage seminterrato.
Mi prendi per mano, ti seguo. Mi abbracci. Sei piena di tenerezza, una tenerezza che non combacia con l’aridità che ti pervade quando trasformi la realtà in nemica.
Mi dai dei libri, parecchi. Soldi, più di quanti te ne abbia consegnati io. E due tavole di cioccolato in astucci di carta blu.
Alla fine, anche il mio pino, risorto nonostante le mie velenose cure, con magnifiche foglie piatte e rosso cupo (foglie che ho visto durante la mia camminata), che non gli appartengono ma, qui, gli vanno a pennello.

Mi hai difesa da tante cose in questi anni.
Non mi hai difesa da te.
Io, però, mi sono perdonata.
Ho benedetto i miei errori e ho spiegato loro che non sono tali.

Come siete messi a Brescia?

Eh già, come siamo messi?
Me lo chiedono in tanti, ultimamente, ma io non posso che rispondere che me ne sto chiusa in casa, non ho contatti sociali coi miei compaesani salvo, telefonici, con un paio di “gazzettini padani” che non sono però affidabilissimi; e quindi no, non so dirvi quanti contagiati / morti ci siano in questa nostra landa.

Una cosa però la posso dire con certezza: siamo un puttanaio indescrivibile.
Appena ieri ho detto alla Bradipa che almeno un terzo della gente in circolazione se ne va in giro senza mascherina o indossandola in modo improprio. Beh: ripensandoci, direi che ho preso una cantonata. Forse perché esco poco, appunto.
Mi correggo: un terzo delle persone si salva, ma quelli che andrebbero presi a sprangate sui denti sono due terzi.
Vi dicevo ieri sera che stavo per andare a ritirare la roba della Conad alla Caritas.
E ci sono andata.
Al mio ritorno, sudavo, avevo gli occhi a palla di chi ha visto Ghostface, mi batteva il cuore manco avessi corso e mi sentivo come una appena scampata ad un’aggressione.

Va bene che sono ossessivo-compulsiva.
Ma questo ha a che fare con come mi sento io dentro, non con la realtà delle cose.
Ed io l’igiene l’ho studiata davvero, non come l’ammasso di consulenti di Conte (scusatemi, devo pur dirlo, anche se ogni volta che lo nominiamo una fata muore).
Ribadisco che non ho mai vissuto così bene come in quarantena.
E da oggi ne faccio una nuova, stretta stretta (a costo di tirare avanti a pasta con tonno).
Più per serenità mentale mia, che per reale necessità; dato che oggettivamente ho schivato tutte le occasioni di contagio. Però, che fatica, cazzo.
Avete presente che sabato intendevo azzardarmi persino a fare l’ultimo iftar con la mia socia? Giusto perché so che posso fidarmi, ma comunque sarei uscita. Ecco: no. Ho il cervello in frantumi e devo ricostruire. Mi serve tempo; non tanto, ma mi serve, e sabato è troppo presto.
Perché, al di là della realtà oggettiva che mi calma solo razionalmente,

mi sento sporca.
Contaminata.

Oh, niente di tragico. Mi è capitato altre volte, e più pesantemente; inoltre so come gestirmi. Solo, mi devo chiudere nella mia bolla un momentino e mettere ordine.

Arrivata in piazza con mezz’ora di anticipo (e salvifico libro per passare il tempo), scopro che per pura casualità una tipa era lì ancor prima di me, perché, dice, ha l’orologio sballato. Occhèi, penso, speravo di esser la prima per limitare i contatti col cibo ai volontari, ma pazienza.
Peccato che, per cominciare, solo per averle chiesto se anche lei era lì per quello, questa abbia cominciato a raccontarmela su – mentre lappava un gelato, dunque con la mascherina abbassata – avvicinandosi e sedendosi sul paletto a fianco al mio.
Ho migrato sul paletto più distante.
Poco dopo l’ha raggiunta una sua amica, e lì ho capito che la parlata strana dipendeva forse dalla nazionalità (slava). L’amica ovviamente non aveva la mascherina.
Man mano che arrivava gente mi sono ritrovata appiattita nell’angoletto della chiesa: prima una donna anziana che, con molta grazia, teneva la mascherina sotto il naso. Poi una coppia che non c’entrava niente (anziana signora con badante in passeggiata), entrambe con la mascherina sotto il naso, che visto il traffico inesistente dovevano proprio appiccicarsi a noi in attesa – ed io che ogni volta facevo il gambero e mi spostavo sempre più in là…
… tizio in bici? Senza mascherina. Eccerto. Anch’io l’ho tenuta sul mento l’altro giorno, ma avevo un passo più sostenuto e non c’era nessuno – quando c’era, lo si vedeva in lontananza e la tiravo su. Io camminavo, ne avevo il tempo, ma i ciclisti non solo non ce l’hanno ma nemmeno ci provano, a tirarla su.
Donna africana? Loro sono molto scialle, l’aveva abbassata, ma almeno era a distanza e poi avvicinandosi l’ha messa. Lei sta al secondo posto sul mio podio, sotto alle due arabe che non l’hanno mai levata, mai. Tutti gli altri, calci nei denti.

La Caritas – mi spiace ribadirlo perché svolge un servizio indispensabile (per altro supplendo alle cavernose carenze dello Stato), e l’impegno dei volontari è lodevole – è un organismo che per l’estensione e la ramificazione organizzativa dovrebbe, in teoria, garantire una certa abilità di gestione, se non vera e propria professionalità.
Io posso parlare soltanto di come funziona qui da me (parliamo comunque di un comune di 15.000 abitanti circa), ma resta il fatto che la sezione locale Caritas, della quale mi avvalgo ormai da più di un anno, fa tremare i polsi.
I volontari (che immagino seguiranno pure dei piccoli corsi oltre ai consigli pastorali), semplicemente non hanno cognizione di quel che fanno. Si impegnano, oh sì, ma la buona volontà non basta. Anche per dare una mano alla gente bisogna sapere cosa si fa, e come va fatto. Loro stanno allo sbando.
Come al solito, devi essere tu a sapere e verificare: le distanze, come vengono maneggiate le borse, se vengono indossati i guanti e se vengono cambiati tra un utente e l’altro, ecc.

Al ritorno, ben lieta di avere una scorta di prodotti da forno, ho dovuto seguire un iter per evitare contaminazioni (questa è la parte pratica e oggettiva, scevra da paranoie):
elimino guanti e mascherine in un cestino per la strada (rivoltandoli);
entro in casa, scarico tutto;
primo lavaggio mani;
poso i prodotti sul ripiano “zona sporca” e metto le borse a lavare;
secondo lavaggio mani;
apro le confezioni (ho preso solo quelle sigillate);
terzo lavaggio mani;
apro sacchetti da freezer miei e ci metto la roba, li metto via;
piglio le confezioni originali e le butto;
pulisco i ripiani “sporchi” con lo spray;
quarto lavaggio mani.
Sono in grado di farlo. Ma tutto questo traffico è eccessivo, il gioco non vale la candela.
A parte il brivido freddo rendendomi conto di tutta la gente che a questo non ci bada, per un pugno di dollari pizze in più lo sbattimento è eccessivo.
Dunque, visto che tanto la Conad è il mio supermercato di elezione, quando mi va questa roba me la comprerò. Non navigo nell’oro ma vi assicuro che posso permettermelo…
… posso permettermi di evitare certi traumi.