Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee

Doverosa premessa

Inizio la nuova serie tematica su omosessualità (e dintorni), così come avevo annunciato parlando delle mie “voglie” autunnali.
Non c’è una motivazione o uno scopo particolare, semplicemente questi argomenti mi interessano – e mi riguardano – più di altri.
Ma siccome son questioni “calde”, molto complesse e persino problematiche – cosa che non posso certo dire del minimalismo, o del mare d’inverno, o delle supertutine al cinema – è cosa buona e giusta essere chiari anzi cristallini.

E’ inevitabile che ognuno abbia la propria, personalissima e sempre legittima reazione a ciò che legge. E’ altrettanto inevitabile che emergano opinioni differenti e contrastanti, rispetto a quanto scriverò e anche tra voi lettori.
Io giuro solennemente (ragni serpenti scorpioni e zanzare, se dico il falso ch’io possa crepare) che farò del mio meglio per tenere questo spazio in ordine (avere dei lettori meravigliosi come voi aiuta), e perché non venga sparso sangue.
Voglio che chiunque si senta libero di scrivere quello che pensa, e spero che tutti sappiano distinguere una posizione sgradita da una offensiva (anche di questo si parlerà senz’altro…).
Detto questo, non sono un giudice di pace ed ho anch’io delle convinzioni, prendo posizione, faccio delle scelte. Anche nette. So che molte di queste sono fortemente invise. Penso di essere corretta, e di non fare del male a nessuno, ma so che pur con tutta l’attenzione e le buone intenzioni del mondo si può ferire lo stesso: se accade, parlatemene – metto la mail nella barra laterale. Per favore. Possiamo metterci un bel vaffanculo sopra e passare oltre.
Non è un obbligo uniformarsi e nemmeno, se è per questo, affrontare un discorso a tutti i costi: io le cose che mi infastidiscono, spesso, le scanso (scansare 8 volte su 10 is mei che sopportare e combattere: l’eroe civile lo faccia qualcun altro). Ma alle persone ci tengo, le persone sono preziose.
Mi riterrò soddisfatta se potrò s-contentare tutti contemporaneamente (in questo sono molto brava!) senza tuttavia perdere nessuno per strada.

Ricordavo che m’era piaciuto, ma non come finisse (tranquilli, niente spoiler) e quanto spaccacuore fosse – se siete facili alle lacrime evitate per lo meno di vedervelo da soli. Io dovrei ascoltare di più il mio radar “rileva patimenti”, e invece eccomi qua 😞
Ricordo anche di averlo visto, già in dvd, a casa con i miei – c’era ancora mio padre, ma… uhm, credo sia stato tra il 2008 ed il 2011. Chissà se, oltre a dirci d’averlo apprezzato, ci siamo anche detti di più. Troppe cose finisco per obliare…

… però non dimentico, papà, il discorso che facemmo davanti al lago d’Iseo un certo giorno: e pure tu devi averci pensato. Avrei dovuto approfondire, ma in prima battuta non avevo ipotizzato che il ragazzo di cui mi raccontasti, e per il quale ti sentivi in colpa, potesse considerarti più che un conoscente.
Fra le altre cose, quanta nostaglia abbiamo condiviso: anche per persone mai vissute da entrambi, che avrebbero potuto al contempo farci da cassa di risonanza e ampliare la nostra possibilità di dare amore. 
In Brokeback c’è un Ledger dolente, paesaggi dolorosamente perfetti, e accidenti, c’è addirittura lui che intaglia un cavallo nel legno. Certo, che l’avevi apprezzato.

Ang Lee ha girato cose piuttosto diverse fra loro. Non mi stupisce perciò che compaiano un paio di metafore in un film che, fortunatamente, per il resto di simbolico non ha nulla.
Una è quel cappello tenuto da Ennis a mo’ di “copri-gioie”, che abbassa mentre entra per la seconda volta nella tenda con Jack. Così come comincia ad abbassare le proprie difese – anche se per tutta la prima parte la reazione violenta a ciò che spaventa e preoccupa tornerà a fare capolino, insieme alla negazione:
“Ciò che è successo nasce e finisce qui. Io non sono così”.
“Nemmeno io”.
L’altra è quella pecora trovata sbranata da Ennis dopo aver disertato la sorveglianza notturna per la prima volta. La violazione porta con sé, di default, una punizione; questo è il pensiero del guardiano che gli impedirà di fare l’ultimo passo, e questa è (stata) del resto la realtà. Che si tratti di perdere la rispettabilità sociale, l’affetto della famiglia di origine, o la vita.

A pensarci una storia così ha del miracolo, ma lo scrivo senza alcuna ironia, perché non ha un sapore falso (e non lo ha perché, semplicemente, accade).
Davvero: quante probabilità esistono di incontrarsi e innamorarsi abbastanza da non lasciarsi più andare per la vita?
E quante di riconoscersi – “quelli come me e come te” – dal solo sguardo, in un contesto privo delle decine di segnavia com’è il nostro oggi? E’ un aspetto molto ben mostrato, secondo me, questo del doversi muovere a tentoni, dover improvvisare, incrociando le dita e sperando che le cose non si mettano male perché hai scoperto il fianco con la persona sbagliata.

In definitiva, stiamo parlando di un filmone – non per il soggetto o per il romanticismo, ma perché lavora sottotraccia, nasconde il dramma dietro all’assenza di drammi plateali, e riesce ad essere insieme intenso ma discreto, come la punteggiatura musicale.
Un film da proteggere, anche, dalla superficialità imperante – ringrazio Heath per questo e che lo sappia, mi si stringono le viscere per la commozione.
Eppure…
Non sapevo che, quando la Rai lo mandò in onda la prima volta (il fim è uscito in sala nel 2005), fu in seconda serata e per di più… censurato (in tutto: primo bacio, prima volta, persino il favoloso e appassionato bacio sotto casa dopo gli anni di silenzio, che ha vinto un premio e ci sogniamo ancora tutti con le stelline negli occhi). Lo spiega, meglio di altri, Giovanni di Rosa nel suo recente post. In questo momento io detto e il mio segretario digita, perché a me son cascate le braccia con un tonfo sordo.
Che dire se non:

freud

(Re)visioni 🎬

Così come per i libri, anche per i film conservo una listina speciale nel ♡ di tutti quelli che amo particolarmente, in modo non solo intellettuale ma anche intimo, tale per cui mi ritrovo con una certa cadenza a rivederli senza mai stancarmene.
E’ meno consolidata e più in progress rispetto a quell’altra, ma alcune pietre miliari svettano con chiarezza. Ci metterò di fianco una stelletta. Altri titoli invece sono più freschi e scalpitano per prendersi un posto… solo il futuro dirà se resteranno.

The believer – Henry Bean 🌟

Triangle – Christopher Smith

Romeo + Juliet – Baz Luhrmann 🌟

Le mele di Adamo – Anders Thomas Jensen 🌟

The wrestler – Darren Aronofsky

La vita è una cosa meravigliosa – Frank Capra

Frankenstein Jr. – Mel Brooks 🌟

Carnage – Roman Polanski

Il fondamentalista riluttante – Mira Nair

L’ombra del vampiro – Edmund Elias Merhige

Goodbye, Lenin! – Wolfgang Becker

Tutti i Don Camillo 🌟

Robin Hood – Wolfgang Reitherman 🌟

Canto di Natale di Topolino – Burny Mattinson 🌟

L’esorcismo di Emily Rose – Scott Derrickson

Beetlejuice – Tim Burton 🌟

Ritorno a Oz – Hal Sutherland

Con le ripetizioni non si parla più di film belli o brutti, ma il più delle volte solo di qualcosa che per i più svariati motivi ci è rimasto incistato dentro.
Ho tralasciato altri titoli che mi hanno accompagnato per anni, ma che adesso non hanno più la stessa preminenza (sicuramente li rivedrò ancora, ma con meno assiduità e furore!)… per esempio, il classicissimo Il bacio della pantera di Tourneur, oppure Il gioco dei rubini con la Zellwegger, e ancora Viale del tramonto, che ora sopporterei a fatica – di certo non riuscirei ad arrivare in fondo senza prendere a padellate la Swanson distruggendo il mio televisore…!
Per il resto, qui si va dai tradizionali natalizi ai colpi di fulmine (leggi: Aronofsky, che ho sicuramente apprezzato con Requiem for a dream, mi sono goduta con Il cigno nero, ma sia chiaro che nessuno di questi due mi ha fatto gridare al miracolo: cosa che invece è accaduta col Rourke redivivo e la Tomei più splendida di sempre).

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Hey, Celia ci ha elogiato sul blog… figata! Festeggiamo!

 

Carnet (Novembre 2019)

Libri

107. Le acque del nord – Ian McGuire [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
108. Let them eat chaos – Kate Tempest [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
Poema moderno, di un’autrice poliedrica che non conoscevo. A tratti mi ricorda Ginsberg – e infatti m’è piaciuta così così -, ma la struttura è buona, e si suddivide fra i protagonisti – i miserabili -, svegli di notte nella stessa via.
109. Fondamenta degli incurabili – Josif Brodskij [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
110. Foliage: Vagabondare in autunno – Duccio Demetrio [3.5/5 ⭐⭐⭐]
111. Autosufficienza – Massimo Acanfora, Ilaria Sesana [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
112. Vivere in 5 con 5 euro al giorno – Stefania Rossini [2.5/5 ⭐⭐]
L’ho ordinato giusto perché, quando frequentavo i gruppi su minimalismo e risparmio su Facebook, ne erano nate polemiche feroci. Volevo quantomeno curiosare e capire quanto estrema fosse la proposta e l’atteggiamento di codesta Stefania. Ebbene, ho scoperto che tutto il casino è nato unicamente sulla base del titolo: guerra aperta tra chi propugna uno stile di consumo ridotto all’osso e chi (per orgoglio, sostanzialmente) non accetta cifre tanto drastiche perché se ammettesse che sono possibili, si sentirebbe giudicato. Anche se non è vero, ed il giudizio è solo nella sua testa.
Anyway: del tutto tralasciabile, non fa che ripetere cose già dette e stranote, e non presenta alcuna lettura teorica personale.
113. Cento storie in bianco e nero (raccontate a colori da sacerdoti)
– a cura di P. Gabriel Gonzalez [2.5/5 ⭐⭐]
114. Le lettere di Groucho Marx – a cura di Giulia Arborio Mella [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Ho trovato questo epistolario nel baule in sala d’attesa al Cps, utilizzato da quelli del Centro Diurno per lo scambio libri… grazie, è fantastico!
115. I frattali: Un nuovo modo di vedere il mondo [Mondo Matematico]
Un assaggio lo trovate qui.
116. Il libro rosso (Liber novus) – Carl Gustav Jung [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
117. Guida alle Messe – Camillo Langone [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
118. L’enigma di Fermat: Una sfida lunga tre secoli [Mondo Matematico]
Per questo come per i successivi libri della collana elencati sotto, vale la regola che ho letto le parti storiche e riepilogative, mentre ho saltato quelle strettamente matematiche, alle quali proprio non riuscirei ad andar dietro nemmeno volendo – e lo sforzo non vale la candela.
119. L’armonia è questione di numeri: Musica e matematica [Mondo Matematico]
120. Arkham Asylum: una folle dimora in un folle mondo
– Grant Morrison, Dave McKean [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
121. La sezione aurea: Il linguaggio matematico della bellezza [Mondo Matematico]
• Dilemma del prigioniero e strategie dominanti: La teoria dei giochi
[Mondo Matematico]
Invece, questi ultimi due li ho segnati ugualmente perché gli argomenti mi interessano molto, ma ho faticato anche nelle pagine più generali, dunque non li conteggio.
• Mappe del metrò e reti neurali: La teoria dei grafi [Mondo Matematico]
122. La chiave a stella – Primo Levi [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]

Film

168. IT (parte I) – Andy Muschietti [3.5/5 ⭐⭐⭐]
169. La madre – Andy Muschietti [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
170. Molly’s game – Aaron Sorkin [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
171. The hole – Nick Hamm [3.5/5 ⭐⭐⭐]
Ho voluto rivedere questo “titolone” dei miei anni d’oro. Carino, ma non merita tanta attenzione quanta ne meritava allora.
E’ comunque sempre bello rievocare, specialmente quando nei ricordi albergano amici che non si frequentano da una vita, ma che hanno significato qualcosa.
172. Sinister – Scott Derrickson [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
173. Nightmare – Samuel Bayer [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Che bomba! Nel post sui film usciti nel mio anno di nascita (84) che mi hanno segnata, l’avevo inserito, ma ero davvero troppo acerba quando lo vidi per capirlo davvero. Capolavoro di scrittura e anche tecnico. Meriterebbe un super-post dedicato, ma come sempre il meglio mi schiaccia sotto il suo peso e tende a rendermi muta.
174. Office killer: Un’impiegata modello – Cindy Sherman [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
175. L’amore non perdona – Stefano Consiglio [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Non male, non male. Una relazione inter-generazionale ed inter-razziale. La piccineria e la pruderie scandalizzata (della figlia di lei, soprattutto). E’ una di quelle cose che mi scatenano il furore, e se non trascendono finiscono anche per essere catartiche.
In proposito, riporto il parere del Morandini:

Adriana ha quasi 60 anni, infermiera, origini francesi, vive in Italia, ha una figlia e un nipotino. Conosce in corsia Mohamed, giovane immigrato arabo, 30 anni. S’innamorano. Hanno tutti contro: colleghi, amici, la figlia, i vicini. Ma soprattutto è Adriana che dubita: dubita di lui, dubita di sé stessa.
Esordio al lungometraggio (con pochi mezzi economici e molta intelligenza) di un documentarista: Consiglio mette una grande attrice al centro di una vicenda difficile da accettare dalla maggior parte del pubblico (soprattutto quello maschile), che affronta il duplice tema della differenza di età e di razza con grande leggerezza, sensibilità e con apprezzabile onestà. Una chiusa non banale di una vera storia d’amore.

176. Justice League – Zack Snyder [3.5/5 ⭐⭐⭐]
177. Coco – Lee Unkrich, Adrian Molina [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
178. Walk the line – James Mangold [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
179. Gli ultimi saranno ultimi – Massimiliano Bruno [3.5/5 ⭐⭐⭐]
Un finale un po’ deludente per un rispettabile dramma. La Cortellesi è stata brava anche in questo ruolo fuori dai suoi canoni. Eppure, qualcosa mi stona, come se le vicende, pur ben rappresentate, conservassero il tono un po’ rarefatto della commedia – che però non è.
180. Cape Fear, Il promontorio della paura – Martin Scorsese [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Filmone. De Niro implacabile.
181. Premonition – Mennan Yapo [3.5/5 ⭐⭐⭐]
182. A dangerous method – David Cronenberg [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
183. Il colore nascosto delle cose – Silvio Soldini [3/5 ⭐⭐⭐]
Piuttosto paraculo e luogo-comunista (chiedo scusa), sia nei confronti di Giannini-Theo, quasi incorreggibile latin lover allergico a prendere impegni, sia in quelli di Golino-Emma, cieca ottimista convinta di vederci meglio con gli occhi del cuore – gli occhi del cuoooore, gli occhi del cuoooore! Ci manchi, Boris.
Brava però la Golino nella messa in scena del corpo. I film sui ciechi meriterebbero di più, per esempio che si torni al muto.
184. Se7en (Seven) – David Fincher [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Incredibile. 24 anni sulle spalle e non sentirli: l’antesignano di un mucchio di figli, che ancora ci stiamo sorbendo, e ben più banali; un concentrato di tutto ciò che un amante del thriller con serial killer può desiderare; persino ancora attuale: quella storia dell’Fbi che tiene sotto controllo determinati prestiti librari delle biblioteche, ovviamente in segreto, per intercettare cittadini potenzialmente problematici… e noi poveri polli convinti che ogni cosa nasca e muoia con internet. Tzè.
185. Squadra 49 – Jay Russell [2.5/5 ⭐⭐]
La recensione di Mattia Nicoletti su MyMovies dice in sostanza tutto: è un disgraziato polpettone agiografico dedicato ai pompieri ed agli irlandesi, che dopo l’11/9 furono fatti santi per acclamazione. Bene, benissimo e lunga vita, ma cazzo, dopo mezz’ora mi usciva la melassa dalle orecchie. Però, data una recente conversazione con qualcuno che lo citava (al solito, mi confondo sul chi dove e quando, ma vabbeh), e dato che lo davano subito dopo Seven, ho còlto l’occasione.
Retorica non è solo la sceneggiatura, ma persino la musica!: ogni pretesto è buono per un’elegia flautata e romanticheggiante, mancava giusto una scena coi piccioncini abbracciati davanti ad un tramonto con lui che dichiara: questo tramonto rosseggiante mi ricorda un incendio. E’ bellissimo. Potevano farci un musical, forse sarebbe uscito più decente. Ma comunque. Cosa salvo?
Salvo Travolta, che per altro continua a starmi simpatico nonostante i trascorsi (?) con Scientology. E salvo il fatto (ecco perché 2.5 e non 2) che tutto sommato sono film così, con momenti drammatici assai stemperati e telefonati, che permettono alla gente traumatizzata come me di riprendere confidenza con certe faccende umane. Superati i primi due incendi, e appurato che in quello raccontato alla base di questo lungo flashback il pompiere-eroe va giù insieme ad un pavimento che crolla anziché – come temevo – rimanere incastrato e schiacciato sotto le macerie, ho potuto smettere di tenere la mano davanti alla faccia e spiare da uno spiraglio tra le dita. Amen.

Serie Tv / Web

Dexter (quarta stagione) [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Semplicemente fantastica. Una stagione perfetta.
E con essa, sulla cresta dell’onda, chiudo con Dex.
Supernatural (XIIa stagione) [in corso]
Like me, like a Joker (prima & seconda stagione – in corso) [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Grazie a Batman Crime Solver che ne ha parlato! Non credevo, invece mi ci sono intrippata. Hanno fatto un buon lavoro, e stanno crescendo. Se siete di Catania, andatene orgogliosi! E seguite il canale 😉

Harley quinn Web Series (prima stagione) [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
Suggerimento da YouTube quanto mai gradito: sto cercando di capire se si sono fermati alla prima stagione (finita nel luglio 2017), o se sono tonta io – probabile la seconda -, comunque: se amate la trottolona amorosa vedetevelo. Per quanto possa capirne io di web series, scrittura e regia mi paiono davvero buone – non sopporto il trucco di Harley, ma vabbeh, per quel corpicino e quella voce tollererò.

Musica

  • Marracash, Persona [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
  • Johnny Cash, Live at Folsom Prison [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
  • Roba varia al Floppotron! 🙂
    Per esempio, Bohemian Rhapsody:

Welcome home (Sanitarium)

Per Slavoj Žižek – che riprende le parole della rivista Time Out – Joker è un “horror sociale”, qualcosa d’inimmaginabile fino a poco tempo fa. Siamo al secondo paragrafo, esattamente a metà della prima colonna d’un articolo lungo 5 pagine e mezza – e mi sto mettendo ad urlare.
Un mugolìo strozzato si fa strada al paragrafo successivo, in cui il filosofo / studioso della psicanalisi (così lo definisce Internazionale) sloveno afferma che Arthur-Joker rimane un estraneo fino alla fine.
La cosa si fa interessante: quanto sangue dagli occhi riuscirà costui a farmi scorrere? Sino a dove l’orrore di un ammasso di fesserie può spingersi? Parafrasando la Vodafone, ecco: l’orrore è tutto intorno a me.

Ho saputo da subito, e vi ho contribuito io stessa, che questo film avrebbe scatenato interpretazioni e sovrainterpretazioni. E non lamento certo che ne siano piovute: specialmente da parte di chi fa dell’analisi un mestiere.
Ma J, qui, parimenti che nel fumetto Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, non è più protagonista di quanto lo sia Batman, che pure si trova a suo modo al centro della vicenda – eh sì, Lucius. J non ha altra funzione se non quella di anfitrione: lui ci convoca ad Arkham (o a dare un’occhiata dietro il sipario del Murray Franklin Show), ci apre la porta all’arrivo e la riapre al momento di “liberarci” nuovamente nel consesso umano. Punto. Nel mezzo ci sta un gioco: nelle viscere di Arkham, scarsamente illuminate, Batman si ritrova dentro un terrificante utero costretto a giocare a nascondino più con se stesso che con i suoi avversari. E nelle viscere di un cinema siamo pur sempre anche noi dentro un utero più o meno confortante o confrontante – come che Fleck si collochi nei nostri schemi interpretativi, appunto, è prima di tutto un gioco che giochiamo insieme, regista attori e spettatori.
Ma che can can!
Cos’è il cinema se non un passion play, inteso tanto come gioco quanto come recita?

The passion play… as it is played today.

Così recita una delle pagine introduttive al fumetto.
today è l’avverbio giusto, stante che se pur son cambiati (alcun)i metodi e strutture, la natura della relazione con la malattia (mentale, ma anche sociale) non lo è.

“Io non voglio stare tra i matti!”, esclamò Alice.
“Oh, non puoi farci niente”, disse il Gatto
– “qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

“Come fai a sapere che sono matta?”, disse Alice.
“Devi esserlo”, disse il Gatto. “Altrimenti non saresti qui”.

Lo riconoscete? E’ il principio paradosso del Comma 22 di Heller: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»
E per converso, chi è sano può chiedere che il proprio fascicolo in carico ai Servizi Territoriali di Psichiatria venga chiuso (che è più di archiviato), ma chi è in carico ai Servizi di Psichiatria è per definizione pazzo, senza possibilità di ritorno.

E’ per me che ho paura. Ho paura che il Joker possa avere ragione. A volte metto in dubbio la razionalità delle mie azioni – [ma chi lo fa, non è la più sana delle persone?] – e ho paura che quando varcherò le porte di quel manicomio… quando sarò dentro quel manicomio, e il portone si chiuderà alle mie spalle… sarà come essere di nuovo a casa.
– Batman

Arkham-Jolly-Glass

Tempo fa un’amica, conosciuta in un gruppo di auto-mutuo aiuto per depressi, a seguito di una crisi maniacale (era bipolare) è stata ricoverata in Psichiatria. Non voglio nemmeno cercare di recuperare i dettagli del ricordo del giorno in cui andammo, io ed L., a visitarla – e ci ritrovammo a doverla difendere dai medici. Non rammento (questo non lo rammento davvero) a che proposito, ma stava spiegando un suo pensiero, che aveva anche una certa valenza nella terapia, e non veniva nemmeno ascoltata. Non dico creduta, ma nemmeno ascoltata: poiché la sua patologia la induceva in certi frangenti ad esagerare e inventare le situazioni, non una sua parola era degna di fiducia.
Senza alcuna remora né tatto siamo state messe a parte dell’inesistente valore che i professionisti attribuivano all’esperienza della paziente, come fossimo loro complici, amiche o meno: del resto, noi e loro eravamo pur sempre  fuori di lì, libere di andarcene.

L’incipit:
Dal diario di Amadeus Arkham –  Negli anni seguenti alla morte di mio padre, la casa divenne tutto il mio mondo. Durante la lunga malattia di mia madre, spesso mi sembrava così vasta, così REALE, che in suo confronto mi sentivo poco più di uno SPETTRO che infestava i corridoi.
Anche se mia madre non ha mai avuto alcuna patologia psichiatrica, nondimeno la malattia mi ha vincolata a lei in modo tale da annullare ogni altra istanza, ogni frammento di realtà che mi potesse star aspettando fuori dalla gabbia.
La malattia è stata la protagonista della mia vita così come Casa Arkham, in seguito divenuta Asylum, è la vera protagonista di quella che per sentirvi meno a disagio potete anche chiamare graphic novel.
E quale più forte consonanza potrei trovare tra l’obliterazione identitaria operata, ieri e oggi, sui pazienti psichiatrici – a dispetto delle cazzate spacciate nei libri di testo – e l’annullamento di sé che il non poter comunicare, il disperarsi a tentare di comunicare senza esito ad una sorda priva di altri mezzi oltre alla parola ormai inutile?
Persino il delirio privato – che tutt’al più diveniva delirio a due come in un pax au deux, mai un dialogo vero – del mio affezionato Uomo dei Numeri funzionava meglio. L’Uomo dei Numeri, il cui nome m’è andato significativamente perso, l’avevo conosciuto nella struttura più decente, almeno dal punto di vista estetico e pratico, in cui mia zia ha soggiornato (per la cronaca: a San Bassano, provincia di Lodi).
Lui lanciava per aria un numero, io replicavo con un altro numero. A sensazione, a piacere, senza un termine temporale definito. Appena a uno dei due veniva voglia, ci si spostava su altri elenchi tematici, che avremmo potuto rimpallarci per ore: su tutti, nomi di musicisti (prevalentemente di classica) e campi di sterminio nazisti.

Batsy- Arkham

Nello stesso modo in cui, nei suoi dipinti minimalisti come quadrato nero, Malevič riduce la pittura alla sua opposizione minima tra disegno e sfondo, Joker riduce la protesta alla sua forma minima autodistruttiva e senza contenuto.
Ma suvvia, Gesù Cristo. Protesta, autodistruzione? Ma questo non è J, questo è Batman, e ce lo dimostra con le sue associazioni di parole su stimolo della dottoressa Adams:

Madre? : Perla
Manico? : Revolver
Pistola? : Padre
Padre? : Morte

Pistola = Padre. Žižek! Meno dottori, più fumetti! E poi comprati un paio di pesci pagliaccio, e mettiti un po’ a giocare con i vetri, e le carte, e come McKean con le perle le foglie i meccanismi degli orologi i pizzi e le pelli. Intrattieniti!

To think of all the years he’d wasted trying to entertain others,
when he could merely have sat back and entertained himself 
with the absurd delusion of civilization that called itself society.

Come suggerisce il Cappellaio, caro Slavoj, forse è [nel]la tua testa. Arkham [Joker] è uno specchio. E noi [le tue congetture] siamo te. Hai trovato il tuo specchio, e l’hai scambiato per una lente d’ingrandimento. Non ti sembra un po’ da pazzi?

Cardini

Keira Knightley è mostruosamente brava nella prima mezz’ora di A dangerous method, il film di Cronenberg sui rapporti tra Jung (Fassbender) e Freud (Mortensen) nel quale interpreta la nota Sabine Spielrein. Tanto che più di una volta ho pensato che forse era meglio fermassi il dvd e lasciassi perdere – già nel momento in cui la trasportano dalla carrozza del padre dentro il Burghölzli, sollevata di peso come fosse un divano scalciante, mi si sono rizzati i peli sulle braccia, le antenne che segnalano il pericolo e un mucchio di immagini mentali sgradite si sono fatte largo.
Poi, però, tutta la faccenda si “normalizza” in una pellicola intrigante ma non stupefacente, più un affresco che un’indagine, e molto meno orripilante di quanto il nome del regista lasci presagire.
Detto questo, un concetto mi è caro e subordina ogni altro pensiero:

Dev’esserci per forza più di un cardine nell’universo.

Ipse dixit Carlo Gustavo Giovane a Sabine, disperandosi di un Sigismondo Gioioso fissato – è il caso di dirlo – con la libido e con un’interpretazione sessuale “de la qualunque”.
Ebbene, immagino che tutti voi abbiate presente quel disegno – del quale non conosco l’autore – di Freud, ma potremmo anche dire restando in tema di “una testa di Freud” (!), che ben riassume quale sia il fulcro della sua via psicanalitica:

freud

Senza voler semplificare troppo e ridurre un’intero apparato disciplinare ad uno slogan, è naturale perdere la calma di fronte ad un uomo che, avendo spalancato una porta – come il suo personaggio afferma – su un mondo nel quale lui stesso si muove senza mappa, sostiene tuttavia di sapere riconoscere senza fallo (ah, ah, ah!!) la verità quando gli si presenta davanti.
E che, fondamentalmente, intravede un’analogia sessuale preponderante in sogni che potrebbero avere tante e tali più calzanti spiegazioni.
Come Jung, penso che l’universo (anche quell’enorme microcosmo che è la nostra psiche) abbia indubitabilmente svariati cardini attorno ai quali compiere i propri moti di rotazione e rivoluzione.
Con facile ironia, potremmo suggerire che l’ossessione di Freud per il sesso abbia molto a che vedere con il fatto che lui non ne fa, insieme ad un suo collega-paziente – Otto Gross –  interpretato qui da Vincent Cassel. Vi sarebbe forse una parte di verità, se non nel caso di Freud stesso del quale nulla so, almeno in parecchi altri casi – ma Jung ancora una volta mi verrebbe in soccorso ricordando che una frequenza anche alta di un fenomeno non implica la sua universalità.
Così, non indicherei mai nella scarsa o insoddisfacente attività sessuale la matrice dell’ossessione (una qualsiasi ossessione, clinica o “pop”) per il sesso, per l’idea che la mente maschile va a sesso come le auto vanno a benzina, per l’idea (anch’essa molto freudiana) che la monogamia sia una malattia autoinferta. Ci vedo, piuttosto una piatta attività intellettuale.
O il mio è solo un altro pregiudizio?

Gimme some Cash

La musica di Cash mi fa sentire come se fossi pronta, all’istante, ad alzarmi raccogliere le mie due o tre più preziose cose e partire. O stare. Ma vivere, senza aver bisogno di null’altro.
La musica di Cash significa compiutezza, pur in mezzo agli affanni.

Per questo, nonostante una sceneggiatura ed un montaggio che potrebbero apparire troppo lineari se non banali, sono rimasta affascinata dalla sua storia in Walk the line (che è tratto per altro dalla sua autobiografia).
“Veloce come un treno, tagliente come un rasoio”, pare che l’abbia definito la sua June Carter – ma io direi, soprattutto: coerente. E’ il gusto della coerenza, del sentiero tracciato e ben chiaro in mente che mi è arrivato guardandomelo.
I cambi scena cruciali nove volte su dieci portano avanti negli anni, in una concatenazione diretta tra una situazione problematica e la sua risoluzione: sulla carta suona paraculo, invece ha il suo perché. Il tempo è una freccia scoccata in avanti, e come i treni cari a Cash segue gli scambi dei binari senza dare scossoni.
Fa il suo lavoro, e non rompe i coglioni con infingimenti poetici.
Anche Mangold ha fatto bene il suo lavoro, dunque.
(Di Phoenix e la Whiterspoon è persino inutile parlare, sono stati al solito magistrali tanto nella prova attoriale quanto in quella vocale – ed è tanta roba: hanno reinterpretato e ricantato ogni singolo brano).

La sinossi sul retro del dvd parla di attaccamento incrollabile alla propria musica e all’amore della sua vita. È anche, soprattutto questo che intendo con coerenza. Attaccamento incrollabile. Provate a dirlo a voce alta, scandendolo lentamente: ATTACCAMENTO INCROLLABILE.
Lo si percepisce, nel Live at Folsom Prison così come nel film, che del resto con il passaggio dedicato a quel concerto lo ricalca fedelmente, riportando il dialogo col pubblico – battuta sull’acqua sozza inclusa. Da un lato c’è ironia, capacità recitativa, dall’altro piena partecipazione. Il nostrano Ligabue avrebbe difficoltà a parlare di “quelli tra palco e realtà”, qui: il palco è la realtà, e la realtà è sul palco, invitata ben prima che capitasse un’occasione speciale.
Il direttore della prigione suggerisce di non cantare cose che ricordino ai carcerati dove si trovino, e Cash risponde cantando di uno che c’è finito ingiustamente, di uno che ne è uscito ma senza poter ritrovare il conforto dei genitori perché nel frattempo sono morti, e di un altro che pensa a chi è fuori e gli augura buona fortuna, saluta i miei.
June, durante uno dei tour insieme a Jerry Lee Lewis, quando li becca ubriachi e decisamente non pronti ad esibirsi li cazzia ed afferma che non sanno rigare dritto, e Cash risponde I walk the line, rigo dritto, perché tu hai il modo per tenermi al tuo fianco.
Più che ispirazioni, sono “cose minime” fattesi istantaneamente materia per musica. Non c’è scarto tra vita, racconto e intenzione.

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Film .30: Justice League, Zack Snyder

Felice di essermelo visto: onestamente mi aspettavo ben peggio, invece per me quadra, quadra eccome. Subito, con la prima (intervista datata di un ragazzetto a Superman) e la seconda scena (piccioni, rifiuti) si annusa Snyder e ci si illumina di DC. Segue sequenza di scene funerarie con malinconica voce di donna in sottofondo – Everybody knows. Un senzatetto si abbandona contro il muro di un edificio con un cartello di cartone davanti: I tried, Ci ho provato. Siamo a 7.00 minuti di film e sono in sollucchero.
Del resto, tutta la “filosofia” del film, o per meglio dire della trilogia, è ben riassunta da una precoce risposta di Diana Prince a dei terroristi scemotti che, scontratisi con la sua potenza armata, le chiedono: “Non ci posso credere. E tu chi sei?”. La risposta è: “Una che ci crede”. Nella volontà, nella possibilità di salvare gli esseri umani, nel destino, nell’unione che fa la forza? Non si sa, ma lei ci crede ed è palese che pure Snyder e la DC ci credono. Ecco perché sono una DC-girl, perché prendo le cose (minime) molto su serio, come recita la mia tagline…

… di nuovo, è appunto nelle piccole cose che Justice League si dimostra all’altezza: non durante le scene di battaglia o gli spiegoni del perché c’è tale Steppenwolf che vuole distruggere il mondo blablabla e ha degli assurdi ricognitori meccanici blablabla e vive grazie a tre scatole (!!!) di cui una Madre blablaribla, ma perché la Prince si distrae dalle fatiche delle varie rescue facendo la restauratrice e in tv passa il filmato di una vecchiarella a cui gli alieni hanno rapito il marito.
Non perché i nostri vincono, ma perché fino all’ultimo c’hanno la rogna e son sicuri di non vincere, come ben testimonia questo scambio tra Bruce Wayne e Diana:

“Non conterei sulla tribù degli uomini. Per noi l’Apocalisse è sempre rimandabile”.
[…] “Chiediamo a persone che non conosciamo di rischiare la vita”.
“Lo so. E’ così che funziona”.

[Che fa il paio con: “Forse Superman vorrebbe essere lasciato in pace”.
“Se ne farà una ragione”].

Perché fino a metà film a Superman e a tutta la faccenda della resurrezione manco ci pensi. Perché anche se appena rimesso in piedi cannoneggia tutti, e per averli cannoneggiati senza manco aver mosso un muscoletto è decisamente troppo sudato, i dialoghi non tradiscono e non deludono. Mai. E in mezzo al grottesco di situazioni oltre-umane oppure molto, molto umane offre continue occasioni di tornarci su e rifletterci, come con l’insistito riferimento agli esiti di una “magia” contro il corso della natura à la Pet Semetary. Lo dice anche Sup:

“Tornare è stato irritante”.

Perché nonostante le frecciatine e le micro-effusioni tra Wayne e la Prince, non ci hanno rifilato un gruppo di supertutine gioiosamente super-affiatate e pucci pucci, e poi c’è Alfred, ogni volta sul pezzo. Perché un finale a rischio di melensaggine è controbilanciato da ironia e saggezza. Certo, un Aquaman che si scola una bottiglia di whisky e poi la getta sulla passerella del molo (o peggio in acqua!) non si può vedere, e l’avrei pensato anche allora, prima della plastic-free mania e dell’ecologismo un tanto al chilo.
Ma che volete, Aquaman – su questo hanno ragione i critici, tutti – è il personaggio più francamente inutile di questo film. Anche se non è un film, è una storia vera. Chi di noi non ha vissuto decine di momenti nei quali si è sentito perso, sconfitto?, ed ha pensato insieme a Lois Lane:

“Certe storie non erano solo dei puzzle da ricostruire,
erano la possibilità di veder girare il motore del mondo… quando ancora girava”.

Riecco quest’aura di sottile disperazione, di dolenzìa cosmica… quanto mi si attaglia…!
Da neo-adepta del malinconico Clark, figlio del grano (ciao Lucius!) del Kansas, taumaturgo di campagna, posso solo volerne di più, ancora di più.
Il film (che non è un film, vi ricordo, è una storia vera) è stato un flop al botteghino? Me ne sbatto i coglioni. I figli del grano (Fields of gold), ma pure del mais, che se vieni dalla Pianura Padana ti illanguidisce e ti fa l’occhio umido, mentre il vento sussurra alle pannocchie, sono qui per restare. Declinerà la specie umana, prima di noi.
E con questo, vi saluto alla maniera ingenuo-russa di Flash aka Barry Allen (un interessante figliolo, molto piacevole, peccato sia così piccino…): Dostoevskij!