La saga del Mascheraio .2: L’ebrea e la Madonna

Da appassionata di ebraismo, anni fa mi scelsi un alias breve e bellino che richiamasse alla mente quel mondo, sia nel concetto che nel suono.
E quando frequentavo Andrea ed il suo gruppo, spesso venivo chiamata proprio con quell’alias, facile e rappresentativo.
Per somiglianza, lui mi chiamava anche “ebreuccia” – che carino, no? Un bel vezzeggiativo… peccato che l’ebreuccia si sia sentita dire più volte quella che per lui era un’innocente battuta di spirito (o forse, in quanto battuta, intoccabile ed incontestabile come certa satira si ritiene):

Eh, un giorno li riapriremo i forni!

Non si discosta molto dall’auspicio di finire macerate in un termovalizzatore che rivolse ad un’altra categoria di persone, vi pare?

Durante le conversazioni sull’Obersalzberg si sarebbe palesata spesso la tendenza di Hitler a parlare con disprezzo delle persone assenti, o a scimmiottarne i gesti e le espressioni abituali. Si sarebbe divertito a fare osservazioni denigranti perfino sul conto di leali compagni di lotta dei vecchi tempi. […]
La ragione di quel disprezzo che Hitler manifestava per gli altri non gli sarebbe mai stata chiara, ha aggiunto Speer. Forse la sua era misantropia, o forse anche un complesso di superiorità. Non avrebbe mai ammesso che qualcuno fosse alla sua altezza. A favore di questa ipotesi c’era il fatto che i bersagli preferiti del suo sarcasmo erano proprio gli esponenti di maggior successo del partito.
Nel ripensarci, gli riusciva difficile perdonarsi d’aver riso anche lui, spesso, di quegli “stupidi scherzi”, specialmente quando Hitler, non senza “l’abilità d’un guitto”, imitava vecchi compagni di lotta. Mostrarsi divertito sarebbe stato comunque imposto dalla cortesia. A posteriori però, qualche volta, avrebbe pensato di essersi degradato nel partecipare alle risate generali nei momenti in cui Hitler imitava, per esempio, la servizievole solerzia di Heinrich Hoffmann o il tono professorale di Himmler quando discettava degli antichi popoli germanici.

Un cripto-nazista? No, non esattamente, anche se condivide con quell’ideologia l’arroganza dei presunti superuomini, che per altro ha sempre riversato in abbondanza anche nel gioco di ruolo, nonché l’avversione per il cristianesimo e la Chiesa Cattolica in particolare.
Anche in questo trasformismo a proposito della fede altrui non ha mai ravvisato la patente ambiguità di fondo: diceva di non essere cristiano, ma di essere mariano, di nutrire ammirazione per la figura di Maria – una volta, dopo una lite credo, ebbi l’idea (che per fortuna non misi in atto) di regalargli un mazzo di gigli.
Eppure, anni dopo (e non certo per qualche rivoluzione spirituale o intellettuale), proprio nel 2016, non si fece scrupoli nel ridere di gusto mentre un altro giocatore bestemmiava quella stessa Madonna che sosteneva di ammirare.
Senza nessun riguardo per me, ovviamente, anzi: immagino ci abbia goduto tanto più perché, poche ore prima mentre stavamo cenando per conto nostro, avevo osato chiedergli, con cortesia, di evitare le bestemmie (quelle più… tradizionali).
Risultato: una pioggia di

porca m°°°°°a

Ripetuta. Insistita. Divertita.
Dopo essersi incazzato perché gli avevo chiesto di non bestemmiare – per piacere!… povera idiota -, perché da credente la cosa mi faceva male (non: mi dava fastidio, ma: mi faceva male, come se qualcuno avesse insultato i miei genitori, proprio così gli dissi); non pago mi aveva scaricato addosso tutto il suo disprezzo per chi osa avanzare pretese sul suo diritto di offendere, e denigrare, chiunque, rinfocolando un turpiloquio peggiore del precedente.

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Non ricordo se fu quella sera che mi resi conto che non c’era nulla da fare: quel posto, quel gruppo e soprattutto il leader di quel gruppo non erano per me; e per quanto mi fossi fatta affascinare, per quanto da persona ingenua e di buon cuore avessi sempre conservato la convinzione che, in fondo, ci fosse in lui del bene, non era cambiato niente.
Se avevo creduto di vedere, dopo anni di lontananza, un miglioramento nel suo carattere e nel suo stato psichico, mi ero sbagliata proprio come tutte le precedenti volte.

Speer dichiara: quella che lui definisce la “magia” di Hitler avrebbe avuto in misura decisiva a che fare con i suoi aspetti amabili, con lo charme e la disinibita cordialità di cui diede prova quantomeno negli anni Trenta […] “In quel modo, specialmente dopo che c’erano stati occasionali contrasti d’opinione, riconquistava sempre tutti”.
Sotto quest’aspetto predominerebbe oggi, a sentire Speer, un’immagine del tutto distorta di Hitler. Deriverebbe prevalentemente dagli ultimi anni di guerra e lo prospetterebbe come un mostro diabolico. “L’hanno diffusa, per mascherare la propria debolezza, proprio quegli individui che davanti a lui, per dirla tutta, se la facevano sotto”.
In realtà Hitler sarebbe stato una mescolanza di energia e di fascino letteralmente immenso. Ovviamente avrebbe avvertito anche lui, Speer, l’enorme forza di volontà che era tipica di Hitler, e vi si sarebbe fin troppo spesso arreso. Però per la maggior parte del tempo sarebbero rimasti per lui in primo piano “i tratti avvincenti e persino seducenti” di cui il dittatore disponeva, quella patina per così dire viennese sotto la quale nascondeva il suo disprezzo per il prossimo. In quel modo, e più che con ogni altra qualità, lo avrebbe “sopraffatto”.
A volte, quando legge le memorie di militari e di altri personaggi di primo piano, si domanda se sia stato lui l’unico ad essere stato “sedotto” da Hitler in quella maniera.

Mi viene da sorridere amaramente, leggendo della falsa, ipocrita amabilità viennese di cui parla Speer.
Per curiosa ed ironica coincidenza, il “personaggio eterno”, la maschera principale e mai abbandonata da Andrea nel gioco di ruolo (e al di fuori di esso, tanto da averne incorniciato per metterlo in salotto l’avatar) è un potente vampiro le cui attività si sono concentrate, per secoli, a Vienna.
Un Tremere, cioè uno “stregone”, ma anche un “usurpatore”, come vengono chiamati.
Un vampiro atipico, non appartenente agli ancestrali clan dei figli di Caino ma creato ex-novo in un’epoca relativamente moderna, da umani esoteristi che bevvero il sangue di uno degli antichi per farsi vampiri a loro volta, potenziare le proprie capacità, sconfiggere la morte.
Adoratori idolatri dell’intelletto, il cui motto è Arbitrium vincit omnia: volontà di potenza.
Essere Tremere è l’apoteosi del dominio: sul mondo, sul proprio destino, sugli uomini.
Della maschera affabile e profonda di Andrea, e non dell’uomo, sono stata “innamorata”, da questa enorme abilità affabulatoria e dissimulatoria sono stata (av)vinta, non diversamente da un comune tedesco nei confronti del fascino orripilante ma magnetico di Hitler. Come amanti delusi, così ero io e così erano altri ben più in vista:

[…] quando lasciò Eva Braun, ha detto ancora Speer, gli sarebbe venuto da pensare a quante cose loro due avessero avuto in comune, e come la loro amicizia, negli anni precedenti, si fosse basata appunto su questo: “Lei e io eravamo stati per così dire avvinti dal potere ipnotico di Hitler. Ne soffrivamo entrambi, a momenti lo odiavamo anche, ma allo stesso modo non eravamo riusciti ad affrancarci da lui”.

 

Poi dice: non si trova lavoro.

Rispondo ad un annuncio chiedendo informazioni, per capire più precisamente il ruolo ricercato e scoprire il monte ore, che per me è un dato fondamentale. Potrebbe starci. La sede amministrativa, oltretutto, è nel mio stesso paese.
Non ho saputo ciò che mi serviva, ma almeno ho saputo che lavorare con quest’agenzia non è la miglior cosa che mi possa capitare… il lavoro mancherà, ma se pure quelli che funzionano si adoperano per allontanare la gente, siamo a posto.

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Childfree .5: Pietre di scandalo

35 anni e sentirsi ancora come all’asilo: cioè presa per il culo

Santo Stefano 2019, interno pomeriggio (cucina di zia).
Personaggi in scena: io, zia, cugina2 ed il suo compagno.

Lui: _ E allora, quand’è che ti sposi?
Io: _ … 😓 🧐 … 🤔 … il 24 maggio. Ci sembra un bel mese.

Inutile specificare che non c’è alcun matrimonio, anche perché non c’è alcun fidanzato; ed è già abbastanza incredibile che me la sia cavata con una battuta in risposta: un po’ miseranda e traballante, ma pur sempre una battuta.
No, perché quando sei single, e/o non hai figli, c’è sempre l’importuno che ti fa domande inopportune, magari persino in buona fede (peggio!) e con la simpatia che si riserva al povero cane zoppo di famiglia – ma tu non hai il diritto di difenderti, risentirti o prenderla a male: altrimenti rinforzi l’idea di “persona strana, suscettibile, mal riuscita” che già ti sta appiccicata addosso.
E allora, giù sorrisini e battutine stupidine e cazzatine.
La risposta giusta, buon Dio, ce l’avevo sulla punta della lingua; ma immaginate che danno alle relazioni con la cugina2 – da tempo infertile per problemi di salute e però desiderosa di essere madre –  mi sarei procurata, se l’avessi lasciata uscire con la stessa nonchalance con cui il suo compagno ha fatto la domanda cretina a me.
Potevo dire:
_ E voi, quando farete un figlio?
Ecco. Ma non l’ho fatto. Perché alla cugina2 voglio bene. Ed il suo compagno, anche se è tristemente razzista, mi piace. Sono parte della mia famiglia, e lo specifico non perché in famiglia si debba giustificare la qualunque (sono di tutt’altro parere), ma perché per me sono importanti.
Insomma, io così banalmente sensibile non scherzerei mai su una cosa simile.
Eppure, pur non essendo cattive persone, altri non trovano sbagliato scherzare “sulla mia pelle”, su qualcosa che nemmeno conoscono ma è evidente considerino problematico. Embé: complimenti.

No, non ho un uomo. No, non c’è alcun matrimonio all’orizzonte. No, men che meno sento l’esigenza di riparare alla mia “stranezza” sfornando un figlio, ed il mio “orologio biologico” mi dice una sola cosa: che è tempo di godermi la mia libertà.

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I bambini (degli altri)

_ dice che fanno un casino incredibile.
_ che stronza! sono bambini, che fastidio le danno?

Ne danno eccome. Capisco la vicina, anche se mi è antipatica: se rompono il cazzo a me, che son pure più staccata, figuriamoci a lei che ce li ha appena oltre la parete. Se li sento io, a questa distanza – senza freni, senza orari, senza la minima parvenza di rispetto e dunque di contenimento dei versi animaleschi e delle lotte contro il mobilio -, figuriamoci lei.
Non scherzo mica, quando racconto che spesso (finché non si sono graziosamente levati dalle palle) ho dovuto insonorizzarmi io indossando le cuffie da cantoniere.

Ma naturalmente non sono soltanto i bambini in prima persona a dare segni di squilibrio. Prendete le loro madri, le nonne, persino le sorelline (sarà un caso che mi vengano in mente solo femmine?).
Non riescono ad uscire dall’incanto del bambino-fenomeno (no, non tutti i pargoli sono intelligenti e acuti, e sì, ne conosco alcuni che spiccano. Però, ecco, sono esempi rari ma non comunque dei miracolati o dei messia).
E non riescono a concepire che per qualcuno gli unici fenomeni interessanti siano quelli adulti, autoregolantisi. O quelli fisici e chimici. O quelli culturali e sociali. Certo non i baby-fenomeni…

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… quando ascolto i racconti di mamme o nonne, che siano mie parenti, amiche o conoscenti, lo faccio volentieri. Non fingo. Ma se ascolto e apprezzo, accade unicamente perché mi interesso a loro, tengo a loro, e mi fa piacere condividere un pezzetto delle loro gioie (o preoccupazioni), anche quelle di cui di per sé a me non frega nulla.
Lo faccio per loro, e lo faccio per poco.
NON lo faccio per i bambini, né mi presterei ad occuparmene al di là di una conversazione da concludersi in tempi ragionevoli. I vostri figli e i vostri (/ miei) nipoti non mi interessano in alcun modo, nemmeno un poco, nemmeno di striscio; che ci crediate o meno.
Possono farmi simpatia, ispirarmi tenerezza, e posso senz’altro provare per loro un vago affetto, ma nulla più di questo.
Sic est.

not interested in motherhood

[Immagini dal web e da qui]


Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica
> Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli
> Childfree .4: I motivi per NON volere figli

Consolazioni

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Sono giorni diversi. Mi sento triste, mi manca molto mia madre.
Mi rintano, mi avvolgo in una coperta e chiudo le labbra.
Abuso di televisione e di dolci, in cerca di una compensazione emotiva.
Cerco consolazioni. E le trovo.
Sono queste, le voglio ringraziare tutte:

  • la voce degli amici.
    E soprattutto i loro messaggi, quando di parlare non me la sono sentita;
  • il gatto bianconero incontrato per la strada. I merli, le cornacchie e gli aironcini che hanno popolato il campo stamane, dopo che il contadino aveva sparso il letame;
  • gli occhi di madonna nel prato del condominio;
  • il riscaldamento di casa e la coperta morbida in cui mi nascondo;
  • le banane fritte caramellate;
  • i libri. Il loro odore, il loro fruscìo ed il loro dolce peso. Soprattutto, il bel Lamentation di Joe Clifford che mi sta coccolando adesso;
  • il mio letto, rifugio sicuro, caldo silenzioso e riparato dalla luce.

Il colore viola

Avete presente quel bel colore viola acceso che mi son fatta fare la scorsa settimana, che riluceva al sole e copriva tutte le lunghezze, che dava risalto agli occhi verdi e mi rendeva tanto wow?
Ecco, scordatevelo. Ei fu, siccome non è più 😞 😥
Stamattina sono tornata alla scuola professionale per far sistemare le basi, che erano rimaste un po’ scoperte, ed il taglio – soprattutto il taglio: non vedevo l’ora, è da un intero anno che spasimo per levarmi questo peso, e invece…
… e invece, prima sono riuscite a rovinare il colore. Il pigmento era già applicato e andava bene, ma siccome i capelli bianchi non prendevano, hanno insistito con maschera e bagno di colore. Peccato che questo cazzo di bagno di colore non fosse il medesimo, così mi sono ritrovata davanti allo specchio mezza viola e mezza color topo.
E sì che avevo detto che non era importante. E sì che avevo detto che quelli bianchi non mi interessava coprirli, bastavano le basi così come venivano.
Ma siccome le sfighe non vengono mai da sole, ho cercato di non pensarci e spiegato come li volevo tagliare. Nulla di strano o creativo, un taglio classico (scalato, simmetrico), purché corti – la lunghezza massima, davanti, doveva arrivare all’orecchio.
Vi risparmio il racconto di tutti i passaggi: il risultato è stato un taglio a scodella, con meetà delle orecchie che spuntano da sotto ciocche diseguali, storte; e le ciocche sul collo tagliate con le forbici ma non rasate (nonostante l’abbia esplicitamente chiesto due volte). Uno schifo, una roba immonda, che se l’avessi saputo – ma come potevo? finora erano stati bravi – me li sarei tagliata da me a casa, conservando quel viola meraviglioso.
E chi ha compiuto il prodigio della scodella? 😠😠😠
Una primina?
Nooo, macché, era il laboratorio delle quarte… ultimo anno…
… un’incapace? Eh, sicuramente, ma non una studentessa… è stata l’insegnante!!!

Ecco fatto.
Un paio di centimetri viola mi son rimasti, ma non è la stessa cosa, non ci si avvicina neppure. E soprattutto sembro una scolaretta di inizio secolo. Ho provato a raccogliere la zazzera con cerchietto e molletta, ma sta comunque male e non ci riesco: sono troppo corti per non uscire da tutte le parti…
… così, ora non mi resta che una cosa da fare.
Nell’attesa che ricrescano un minimo così da poterli raccogliere, e magari di rinnovare il colore originale senza consentire ulteriori ritocchi danni, li devo coprire. Non c’è verso di tenerli liberi senza sembrare una mentecatta, perciò li devo coprire.
Non li raso, perché (in ordine di importanza): non ho nessunissima voglia di passare mesi a farli ricrescere una volta che mi sia stufata, non ne avevo in ogni caso l’intenzione ma avevo tutt’altri progetti, ad almeno un paio delle persone cui tengo piaccio di più con la chioma.
Ergo:

turbante all’africana

così come nel lontano 2007 (mi pare), fino a nuovo ordine.
E adesso salutiamo il nostro caro defunto i favolosi capelli viola.
Un bel dì (ci) (ri)vedremo!

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Childfree .4: I motivi per NON avere figli

Non tutte le donne sono adatte ad essere madri. E non tutte imparano ad esserlo strada facendo, sviluppando delle abilità che già erano presenti in loro in nuce. A prescindere dall’istinto materno, dunque dalla biologia, perché se è vero che non tutto ciò che le persone desiderano è cosa buona o adatta a loro, questo vale anche per la maternità. Che è una cosa intimamente buona, ma non è per tutti.
Per fare dei figli bisogna avere dei buoni motivi. Non una situazione (familiare, economica, sociale) perfetta, ma, comunque, un buon genitore non può mancare a mio avviso di intenzionalità e progettualità. Non può bastare essere aperti a questa possibilità e disposti ad assecondare il destino, lasciandolo libero di esprimersi (che pure è una disposizione molto bella).
In un caso e nell’altro, bisogna avere senso di responsabilità.
Fare il punto su ciò che essere genitori, o rifiutare di / rinunciare ad esserlo, comporta (in linea di massima e con un certo slancio immaginativo, anche feroce); per potervi aderire consapevolmente.

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In un caso e nell’altro, chi decide presto in merito cambia idea di rado, è più serena e convinta della propria scelta. Ma non si tratta, naturalmente, di mettersi a tavolino elencando pro e contro, tirando poi le somme. Parlo esclusivamente di una decisione, per essere madre o al contrario per non esserlo, presente in alcune donne “da sempre” (fin da ragazze, o da bambine), che anticipa ogni riflessione a convalida.
Non è una prerogativa di tutte, ma rappresenta senz’altro un bel vantaggio.
Ma c’è anche chi decide in età più avanzata, perché fino ad allora non era ancora convinta di volerlo davvero o a causa delle circostanze (lasciatemi annotare, en passant, che anche se il corpo è in grado di procreare, ad una certa età, senza voler fissare arbitrari e dittatoriali limiti di legge, si dovrebbe evitare di fare figli per “realizzare se stesse”. Pensare ad un/a ragazzo/a che alle soglie della maturità si ritrova genitori anziani mi dà la nausea e l’incazzo. E se questo vi fa venire in mente certi italiani famosi, non è un caso).
C’è chi decide (non troppo) tardi, insomma, e va benissimo così, anche perché non sono poche coloro che nell’incertezza hanno detto un sì frettoloso per il timore che il proprio orologio biologico battesse il tempo, e poi se ne sono pentite. Sì, pentite: se pensate che sia terribile, sappiate che lo penso anch’io. Non perché le donne che si pentono d’essere divenute madri siano cattive, ma perché una vita ha preso il corso sbagliato. I figli sono sempre un dono, anche quando non erano la vera vocazione di una donna – ma possiamo almeno dire che è più auspicabile regalare ad una cuoca provetta degli accessori da cucina, anziché una chiave inglese? Diciamolo.

wow


L’autodeterminazione è per me molto importante,
ora ce l’ho e vorrei conservarla.
Stefanie, 39 anni, Monaco di Baviera

Non sai quanto concordo, Stephanie. Ho già fatto la madre, nella mia vita, la “madre di mia madre”. Ho avuto altre responsabilità indirette ma gravose. Sono poi stata, pur se per breve tempo, amministratrice di sostegno per una zia, e stavo per assumere lo stesso incarico per un’altra. Adesso voglio essere libera.
Ho avuto, dopo tante fatiche, la fortuna non di vivere in panciolle ma comunque di svuotare il mio zaino di tanti sassi che lo appesantivano. Ho insomma compiuto il percorso inverso rispetto alla norma di chi non incontra intoppi grossi: infanzia tutelata, maturità sostanzialmente libera di svilupparsi, infine mezza età responsabile dei genitori ormai anziani, e dei figli.
Posso dedicarmi a

disegnare la mia esistenza


Ma venendo al punto indicato dal titolo (spero nel frattempo di non avervi ammorbato troppo), i vantaggi di maggior peso che i numerosi elenchi sparsi per l’internet enumerano sono condensabili così:

  • libertà e flessibilità nelle scelte di vita, quotidiane e non (orari, viaggi…)
  • maggior tempo libero, impiegabile senza vincoli
  • sonno decente per durata e qualità
  • carriera, per chi la persegue / indipendenza economica
  • assenza di un costo importante, prolungato e non interrompibile
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Illustrazione di Stephan Schmitz

I miei motivi personali invece sono più in campo di dettaglio.
Posto che, di base, mi manca l’afflato materno e non faccio che riconfermare con queste considerazioni un’inclinazione emersa precocemente, non voglio figli:

  • per interrompere uno schema intergenerazionale vizioso (temo di riprodurre caratteristiche negative dei componenti del ramo materno della mia famiglia di origine);
  • perché dubito della mia capacità di educare. Non è insicurezza, è che proprio non ritengo di saperlo fare in modo continuativo e non superficiale.
    Mi annoia a morte insegnare qualcosa a qualcuno. E ai bambini c’è sempre qualcosa da spiegare. Fanno centomila domande a cui devi rispondere. E questo dover rispondere lo trovo noioso. – Barbara, 41 anni, Monaco
  • per non trasmettere la malattia;
  • perché se pure volessi non ho (più, ancora) una famiglia entro cui allevarli;
  • perché ho assoluto bisogno di pace, silenzio, tranquillità, ordine e soprattutto tanta, tanta, tanta leggerezza;
  • perché, per l’appunto, non ne sopporterei il carico;
  • perché voglio mantenere, anche in coppia, una mia casa e quotidianità autonome.

Che bello. Che sollievo non averne avuti e guardare felicemente al futuro.

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Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica
> Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Anche a questo giro prendo spunto da uno dei primi articoli che mi sono comparsi come risultati della mia ricerchina estemporanea su Google.
E per farlo comincio da un principio, che sta a monte di tutto il -fottuto- discorso, e che riporto così com’è enunciato, perché lo sottoscrivo senza note a margine (grammatica a parte):


Se una coppia non vuole avere figli
è una decisione molto personale
che non dovrebbe necessariamente prevedere una spiegazione

Noi siamo fermamente convinte che
le donne non dovrebbero giustificare le loro decisioni riproduttive a nessuno,
e che tutti gli altri dovrebbero semplicemente
smettere di commentare in modo indesiderato questa scelta di vita.


Ciò precisato, e beninteso che qui – su questo blog, in questi post, in questo momento – delle scelte riproduttive ne possiamo discutere eccome e lo faremo, ma perché siamo noi a volerlo fare – su questo blog, in questi post, in questo momento -; ecco, veniamo ad un non esaustivo elenco di quelle che sono le più frequenti “osservazioni” mosse alle donne che dichiarano di non volere, anzi di non desiderare neppure, dei figli.
Sempre in un contesto normale (magari chiacchierando del più e del meno) e nel modo più semplice (cioè non perché si sta dando battaglia per qualche motivo, ma di solito perché si risponde ad una domanda esplicita, talvolta inopportuna e/o mal posta, e dunque per dire qualcosa di sé).

  • Che brutta decisione
  • Ora che ho dei figli la mia vita ha un senso
  • Pensi di essere stanca? Tu non sai che cosa significhi essere stanca, se non hai figli
  • Sei egoista
  • Cambierai idea quando incontrerai l’uomo giusto
  • Che stai aspettando?
  • Tua/mia madre ha avuto te/me e poi altri (numero imprecisato) figli entro i 25
  • Stai perdendo una delle esperienze più belle che possa darti la vita
  • L’orologio biologico fa tic tac, non te ne sei accorta?
  • È una cosa da mamme, non puoi capire!
  • Cosa c’è di sbagliato in te?
  • Una casa così grande solo per voi due? È uno spreco di spazio
  • Ma saresti una mamma fantastica!
  • Basta trovare un donatore e avere dei figli. Io sarò la babysitter
  • Tu pensi di non volere figli, ma una volta avuti cambierai idea
  • Faresti meglio a sbrigarti e a dare a tuo marito un bambino prima che trovi qualcun’altra che lo faccia
  • Non sei preoccupata del fatto che non ci sarà nessuno a prendersi cura di te quando sarai vecchia?

La maggior parte di queste “osservazioni” non richieste mi pare sottenda un modo di approcciarsi alle cose purtroppo non raro, e che investe in certe persone un po’ tutto il paniere di possibili argomenti di conversazione. Ossia:

Credi di sapere cosa vuoi,
ma lascia che te lo spieghi una che ne sa di più.

Naturalmente, l’unica risposta adeguata ad un simile atteggiamento non può che essere un sonoro e cristallino

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ma dal momento che i grillini c’hanno tolto pure il copyright di questa gioia, una valida alternativa senza tempo resta la combo sguardo di ghiaccio / silenzio tombale:

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Un altro punto dell’articolo che mi ha fatto pensare, perché (in un certo senso) troverei più logico il contrario, è questo:

E’ curioso ma generalmente le coppie che hanno figli tendono ad essere piuttosto indiscrete nei confronti di chi non ne ha, ponendo domande che possono mettere fortemente in imbarazzo o, ancora peggio, far soffrire. Per evitare di incorrere in qualche pesante gaffe, ecco 10 cose che non dovreste mai dire a chi non ha figli!

[I commenti in corsivo sono i miei, quelli senza formattazione dell’articolo originale].

  1. quando cominciate a provarci? – E’ meglio evitare questo tipo di domande, non si sa mai dove si rischia di finire. Potrebbero aver già cominciato a provarci senza successo o potrebbero aver deciso di non averne, in ogni caso non sono fatti vostri.
  2. capirete quando sarete genitori anche voi – La maternità può renderci più attente ad alcuni aspetti della vita, ma le donne senza figli non arrivano da un universo parallelo e possono benissimo capire tutto ciò che viene loro spiegato.
  3. se ti rilassi di sicuro resterai incinta – Purtroppo non è così. Se ci sono delle condizioni mediche che lo impediscono rilassarsi non servirà assolutamente a nulla se non a vivere meglio la situazione.
  4. deve essere bello avere tanto tempo liberoE’ un po’ come quando sei disoccupato da anni, ti arrabatti dietro alle scartoffie e la tua vita è limitata dalla malattia, ma non hai alcun risarcimento – così, tanto per fare un esempio a caso. Certo, hai un mucchio di tempo libero. Proprio invidiabile!
  5. non vi ho invitati perché ci sarebbero stati tanti bambini – E quindi? Il fatto che non abbia figli miei significa in automatico che sono un’odiatrice di bambini?
  6. avete provato proprio tutto? – Definire questo “tutto” è già difficile, oltre a rappresentare un campo minato di intromissioni e considerazioni indebite. Dare una risposta comporterebbe, in aggiunta, dover spiegare antefatti, convinzioni, preoccupazioni, prospettive: troppe cose e troppo delicate per confezionarle in una battuta che non crei problemi.
  7. a lui sta bene che tu non voglia figli? – E’ una domanda indiscreta, soprattutto perchè presuppone che sia sempre la donna a distruggere il desiderio di paternità del marito e che non possa essere una scelta congiunta. Posta davanti al lui in questione è il peggio del peggio.
    Aggiungo che, personalmente, trovo assurdo discutere di “figli sì / figli no, come li educhiamo”, ecc. dopo aver consolidato una relazione e non all’inizio. Non dico che al primo appuntamento uno debba mettere tutte le carte in tavola e scartare subito, freddamente, chi non collima con i propri progetti. Ma avere o non avere figli non è un dettaglio: se le rispettive posizioni sono in divenire, se il partner è possibilista, è un conto; se invece anche solo uno dei due ha una posizione precisa e irremovibile è bene, se non altro, chiarire presto che l’altro si dovrà adattare. O non durerà.
  8. il tuo cane è come se fosse un figlio – No, non è per niente uguale e dirlo è abbastanza azzardato…  sono fra coloro che non reputano necessariamente assurdo considerare il proprio animale come uno di famiglia, o addirittura “un figlio”. Anzi. Ma questo vuol dire che l’animale è importante, non che un cane compensa in modo adeguato l’assenza di un figlio – sempre che lo si voglia. Amore grandissimo per entrambi, ma son cose decisamente diverse.
  9. vedrai che cambierai idea sui bambini – Suona come un insulto, vi pare? Su una questione così delicata onguno ha il diritto di tenersi l’opinione che ha.
    Suona come un insulto, sì; nel senso che evidentemente non vengo considerata abbastanza affidabile, razionale e lucida, e di sufficiente esperienza, per sapere davvero cosa desidero e avere per questo desiderio motivazioni solide. E’ una delle cose che mi fanno più imbestialire al mondo.
  10. visto che non hai figli allora puoi permetterti tante coseO magari no. Magari tra i motivi per cui ho scelto di non averne c’è anche questo: che ho difficoltà economiche già così, e crescere un bambino / ragazzo finché non acquisisce l’autosufficienza mi, anzi ci, porterebbe dritti al tracollo.
    Non avere figli significa soltanto avere a disposizione più soldi di quanti ne avrei se invece dei figli li avessi. Non significa che tutti i genitori sono poveri e tutti i non genitori sono ricchi. Non ci vuole una laurea in economia per capirlo.

Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
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