Sogni .9: Perdono

Non so se fosse un’introduzione al sogno successivo, ma la prima cosa che ricordo è che mi trovavo su una strada di montagna, un sentiero perfettamente circolare che ne seguiva il fianco tipo arancia sbucciata artisticamente.
Lungo tutto il sentiero erano disposte, in fila indiana e ad intervalli regolari, delle biciclette da bambino, con le rotelle – e qualche volta il cestino.
Io me ne stavo appollaiata su una grande roccia, osservando il paesaggio e leggendo, in attesa dell’arrivo di qualcuno.

Mi hai fatto scendere / da una Mercedes
Dimmi i tuoi perché / Prenderò un treno per / che ne so
Stanotte mi perdonerò

Ti ho portato la bustina con i soldi delle vendite ed il biglietto.
Ma sono tornata indietro, perché mi sono resa conto che mancavano 10 € (una volta sveglia, mi chiederò più volte se l’abbia fatto per davvero).
Spio dall’angolo, tu sei lì, allora aspetto che rientri sedendomi su due giubbini venuti da chissà dove. Miei non sono.
Ma ormai mi hai notata. Scendi dal balcone, esci e a quel punto te li consegno direttamente, ma subito mi volto e vado.

Poi mi ritrovo di nuovo lì, siamo lì, in una specie di garage seminterrato.
Mi prendi per mano, ti seguo. Mi abbracci. Sei piena di tenerezza, una tenerezza che non combacia con l’aridità che ti pervade quando trasformi la realtà in nemica.
Mi dai dei libri, parecchi. Soldi, più di quanti te ne abbia consegnati io. E due tavole di cioccolato in astucci di carta blu.
Alla fine, anche il mio pino, risorto nonostante le mie velenose cure, con magnifiche foglie piatte e rosso cupo (foglie che ho visto durante la mia camminata), che non gli appartengono ma, qui, gli vanno a pennello.

Mi hai difesa da tante cose in questi anni.
Non mi hai difesa da te.
Io, però, mi sono perdonata.
Ho benedetto i miei errori e ho spiegato loro che non sono tali.

Come siete messi a Brescia?

Eh già, come siamo messi?
Me lo chiedono in tanti, ultimamente, ma io non posso che rispondere che me ne sto chiusa in casa, non ho contatti sociali coi miei compaesani salvo, telefonici, con un paio di “gazzettini padani” che non sono però affidabilissimi; e quindi no, non so dirvi quanti contagiati / morti ci siano in questa nostra landa.

Una cosa però la posso dire con certezza: siamo un puttanaio indescrivibile.
Appena ieri ho detto alla Bradipa che almeno un terzo della gente in circolazione se ne va in giro senza mascherina o indossandola in modo improprio. Beh: ripensandoci, direi che ho preso una cantonata. Forse perché esco poco, appunto.
Mi correggo: un terzo delle persone si salva, ma quelli che andrebbero presi a sprangate sui denti sono due terzi.
Vi dicevo ieri sera che stavo per andare a ritirare la roba della Conad alla Caritas.
E ci sono andata.
Al mio ritorno, sudavo, avevo gli occhi a palla di chi ha visto Ghostface, mi batteva il cuore manco avessi corso e mi sentivo come una appena scampata ad un’aggressione.

Va bene che sono ossessivo-compulsiva.
Ma questo ha a che fare con come mi sento io dentro, non con la realtà delle cose.
Ed io l’igiene l’ho studiata davvero, non come l’ammasso di consulenti di Conte (scusatemi, devo pur dirlo, anche se ogni volta che lo nominiamo una fata muore).
Ribadisco che non ho mai vissuto così bene come in quarantena.
E da oggi ne faccio una nuova, stretta stretta (a costo di tirare avanti a pasta con tonno).
Più per serenità mentale mia, che per reale necessità; dato che oggettivamente ho schivato tutte le occasioni di contagio. Però, che fatica, cazzo.
Avete presente che sabato intendevo azzardarmi persino a fare l’ultimo iftar con la mia socia? Giusto perché so che posso fidarmi, ma comunque sarei uscita. Ecco: no. Ho il cervello in frantumi e devo ricostruire. Mi serve tempo; non tanto, ma mi serve, e sabato è troppo presto.
Perché, al di là della realtà oggettiva che mi calma solo razionalmente,

mi sento sporca.
Contaminata.

Oh, niente di tragico. Mi è capitato altre volte, e più pesantemente; inoltre so come gestirmi. Solo, mi devo chiudere nella mia bolla un momentino e mettere ordine.

Arrivata in piazza con mezz’ora di anticipo (e salvifico libro per passare il tempo), scopro che per pura casualità una tipa era lì ancor prima di me, perché, dice, ha l’orologio sballato. Occhèi, penso, speravo di esser la prima per limitare i contatti col cibo ai volontari, ma pazienza.
Peccato che, per cominciare, solo per averle chiesto se anche lei era lì per quello, questa abbia cominciato a raccontarmela su – mentre lappava un gelato, dunque con la mascherina abbassata – avvicinandosi e sedendosi sul paletto a fianco al mio.
Ho migrato sul paletto più distante.
Poco dopo l’ha raggiunta una sua amica, e lì ho capito che la parlata strana dipendeva forse dalla nazionalità (slava). L’amica ovviamente non aveva la mascherina.
Man mano che arrivava gente mi sono ritrovata appiattita nell’angoletto della chiesa: prima una donna anziana che, con molta grazia, teneva la mascherina sotto il naso. Poi una coppia che non c’entrava niente (anziana signora con badante in passeggiata), entrambe con la mascherina sotto il naso, che visto il traffico inesistente dovevano proprio appiccicarsi a noi in attesa – ed io che ogni volta facevo il gambero e mi spostavo sempre più in là…
… tizio in bici? Senza mascherina. Eccerto. Anch’io l’ho tenuta sul mento l’altro giorno, ma avevo un passo più sostenuto e non c’era nessuno – quando c’era, lo si vedeva in lontananza e la tiravo su. Io camminavo, ne avevo il tempo, ma i ciclisti non solo non ce l’hanno ma nemmeno ci provano, a tirarla su.
Donna africana? Loro sono molto scialle, l’aveva abbassata, ma almeno era a distanza e poi avvicinandosi l’ha messa. Lei sta al secondo posto sul mio podio, sotto alle due arabe che non l’hanno mai levata, mai. Tutti gli altri, calci nei denti.

La Caritas – mi spiace ribadirlo perché svolge un servizio indispensabile (per altro supplendo alle cavernose carenze dello Stato), e l’impegno dei volontari è lodevole – è un organismo che per l’estensione e la ramificazione organizzativa dovrebbe, in teoria, garantire una certa abilità di gestione, se non vera e propria professionalità.
Io posso parlare soltanto di come funziona qui da me (parliamo comunque di un comune di 15.000 abitanti circa), ma resta il fatto che la sezione locale Caritas, della quale mi avvalgo ormai da più di un anno, fa tremare i polsi.
I volontari (che immagino seguiranno pure dei piccoli corsi oltre ai consigli pastorali), semplicemente non hanno cognizione di quel che fanno. Si impegnano, oh sì, ma la buona volontà non basta. Anche per dare una mano alla gente bisogna sapere cosa si fa, e come va fatto. Loro stanno allo sbando.
Come al solito, devi essere tu a sapere e verificare: le distanze, come vengono maneggiate le borse, se vengono indossati i guanti e se vengono cambiati tra un utente e l’altro, ecc.

Al ritorno, ben lieta di avere una scorta di prodotti da forno, ho dovuto seguire un iter per evitare contaminazioni (questa è la parte pratica e oggettiva, scevra da paranoie):
elimino guanti e mascherine in un cestino per la strada (rivoltandoli);
entro in casa, scarico tutto;
primo lavaggio mani;
poso i prodotti sul ripiano “zona sporca” e metto le borse a lavare;
secondo lavaggio mani;
apro le confezioni (ho preso solo quelle sigillate);
terzo lavaggio mani;
apro sacchetti da freezer miei e ci metto la roba, li metto via;
piglio le confezioni originali e le butto;
pulisco i ripiani “sporchi” con lo spray;
quarto lavaggio mani.
Sono in grado di farlo. Ma tutto questo traffico è eccessivo, il gioco non vale la candela.
A parte il brivido freddo rendendomi conto di tutta la gente che a questo non ci bada, per un pugno di dollari pizze in più lo sbattimento è eccessivo.
Dunque, visto che tanto la Conad è il mio supermercato di elezione, quando mi va questa roba me la comprerò. Non navigo nell’oro ma vi assicuro che posso permettermelo…
… posso permettermi di evitare certi traumi.

18 maggio

Eccoci.
Si riapre, seppur con cautela.
La macchina riparte.
La corsa riprende.
Io mi sento già rimasta indietro.
Non voglio: fermate tutto.
Fatemi scendereeee!

(。ŏ﹏ŏ) (~_~メ) ó_ò

Ho sognato (tra un milione di altre cose) che mi trovavo nel cortile della biblioteca, ultima arrivata di una discreta fila di persone, in attesa della riapertura. Polemizzavo con una tizia che non ricordo cosa mi abbia detto; poi al momento di entrare la coda si riformava davanti all’ingresso, ed io conoscevo la posizione in cui dovevo trovarmi (nel frattempo erano arrivate altre persone), ma non riuscivo ad inserirmi. Restavo a lato, e riflettevo che per me è sempre così: non riesco a funzionare come è previsto si faccia.

Altri sogni sia di questa notte che delle precedenti sono stati positivi.
Ma qui, è evidente che sento già la pressione del mondo che va avanti
– tanto per cambiare.
Del resto, virus a parte, diverse cose si stanno muovendo nella mia vita.
E’ un momento di subbuglio.

 

Voci nella notte

Titolino suggestivo per acchiappare uccelletti.
Come quelli che ho appunto ascoltato cinguettare, nella loro esotica lingua, poche notti fa. Mi correggo: pochi giorni fa. Infatti non sono rimasta sveglia come a volte mi capita, magari leggendo; al contrario ho dormito della grossa – e per tutto il tempo, più di cinque ore, ho lasciato in funzione il registratore vocale del cellulare.

Ricordate i due film visti di recente – White noise I & II – a tema EVP, electronic voice phenomenon, ossia quelle registrazioni audio fatte da chi è convinto che possano raccogliere messaggi dai morti?
Avevo detto di avere intenzione di provare (non perché mi aspettassi comunicazioni dall’aldilà, ma perché speravo di registrare me stessa mentre parlo nel sonno. Non so se è una cosa che mi capita davvero di fare, e quanto spesso, però per esempio mia mamma ne tirava fuori di cotte e di crude, ed io mi divertivo un sacco 😁 )
Ad ogni modo, purtroppo, niente commenti vocali ai miei sogni. Nemmeno una parolina, almeno non questa volta.
Fruscii di lenzuola, russamenti signorili (pensavo peggio), colpi di tosse un paio di volte.
Unica manifestazione spiritica, una breve serie di passi leggeri e distanti – al minuto 37.50 -: non ho ben capito a cosa potrei attribuirli, difficile che il registratore riesca a raccogliere i suoni dell’appartamento di sotto, magari erano colpi di qualche altro genere.

La cosa sorprendente, e bellissima, è stata un’altra che non avevo considerato, pensando non l’avrei potuta sentire: il mio stesso respiro.
Un’esperienza incredibile. Emozionante. Forse, penso, perché ascoltavo consapevolmente una Celia inconsapevole, addormentata, con le difese deposte a fianco: abbandonatasi all’esistere.
Meraviglioso.

40enalfabeto / 8

I di Immuni

Fra i tanti che si son fatti due conti in tasca a proposito della famigerata app di tracciamento, c’è il biologo Enrico Bucci, che intervistato su Repubblica constata come al momento il 66% degli italiani possiede uno smartphone ma, per essere utile, Immuni dovrà essere utilizzata da almeno il 70% della popolazione – chi dice il 60% come minimo, chi l’80%.
Bucci spiega di aver chiesto ai programmatori di Immuni se avessero calcolato tale quota, necessaria per render utile loro invenzione: hanno risposto di no. E come non lo sapevano loro, pare non lo sappiano neppure gli esperti convocati ai tavoli governativi.
[Dalla newsletter de Il Post].

Altre considerazioni simili sono apparse sul blog di  Giuliano Guzzo e,
sul Foglio, nella rubrica Silicio.

M di Mosche

CHLESTAKOV Rammento, rammento, c’erano dei letti. E i malati erano guariti tutti? Non mi è sembrato di vederne molti là dentro.
ARTEMIJ FILIPOVIČ Ne sono rimasti all’incirca dieci, non di più: e gli altri sono tutti guariti. È così che funziona da noi. Da quando ho preso io la direzione, potrà forse sembrarvi persino incredibile, ma guariscono tutti come mosche. Il malato non fa a tempo a mettere piede in ospedale che è già sano, e non tanto grazie alle medicine, quanto piuttosto alla probità e all’ordine.

Nikolaj Gogol’, L’ispettore generale, traduzione di Serena Prima, Feltrinelli (2011)
[Testo pubblicato da Gli irresistibili]

RSA di Residenza Sanitaria Assistenziale

Un luogo da schivare. Un lager moderno.
C’è chi lo capisce troppo tardi, ma lascia un messaggio, e prego che possa sventare il numero maggiore possibile di queste storie disgraziate: non so se si tratti di una lettera reale o inventata; non cambia nulla: anche in tempi non d’epidemia, le residenze sanitarie assistenziali – un tempo chiamate case di riposo – non sono altro che un deposito di scarti umani in attesa della morte, per quanto ben vestite e truccate.

Vedere padre Pio

Mia zia T., da decenni ospite in una RSA che tempo fa conglomerò anche i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Codogno, a periodi alterni ha avuto visioni di padre Pio – che le si annunciava sulla strada per la cappella esortandola a partecipare alla Messa.
Premesso che, psichiatrica o meno, non è dato escludere che – per una volta – la visione fosse reale (con regolamentare profumo di violetta), mi sono detta ieri che probabilmente, anche se data la situazione non è possibile visitarla (e per la verità stan facendo difficoltà persino a mia cugina, infermiera e sua amministratrice di sostegno… ma tralasciamo questa faccenda collaterale…), ho pensato, dicevo, che forse dopotutto non dovrebbe far fatica a vedere anche noi parenti quando le va a genio.
Certo, non siamo illustri come padre Pio, ma la amiamo e lei ci ama.
Amare rende presenti le persone.
Voi che dite?