(In)degna sepoltura. Morire in un paese civile nel 2020.

Per le minoranze musulmane i problemi non finiscono nemmeno dopo la morte

Devono adattare i riti funebri alle nuove norme sanitarie,
difendere il divieto di cremazione del loro culto e, in Italia,
affrontare la grande scarsità di cimiteri

Fonte: Il Post, qui.

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La sezione islamica del Cimitero Vantiniano a Brescia

La gestione dei cadaveri è stata – e in alcuni posti è tuttora – un grosso problema conseguente all’epidemia di COVID-19: il trasporto di bare in veicoli militari da Bergamo ai forni crematori di altre città a marzo e il ritrovamento di alcune decine di corpi già decomposti ammassati all’interno di due furgoni a New York ad aprile sono stati solo due dei più eclatanti esempi della criticità del problema.

Per le persone musulmane che vivono in paesi a maggioranza non musulmana questo problema è ancora più difficile da gestire, per tre motivi: il rito funebre tradizionale prevede delle azioni non in linea con le misure sanitarie di precauzione, la cremazione (promossa in alcuni paesi come soluzione poco ingombrante e quindi utile per affrontare l’aumento dei morti) non è permessa, perché considerata contraria alla dignità della persona morta; la chiusura delle frontiere ha reso impossibile il trasporto delle salme nel paese d’origine dei musulmani di origini straniere. questo in Italia ha messo in evidenza un problema che esisteva già prima dell’emergenza: non ci sono abbastanza cimiteri musulmani.

La gestione sanitaria del rito funebre tradizionale
Secondo la religione musulmana il corpo di un fedele morto deve essere lavato con acqua calda, tre volte se maschio e cinque volte se femmina (questa fase è detta ghusl) e avvolto in un panno (detto kafan, parola che per estensione indica l’intera operazione dell’avvolgimento), per poi restare solitamente alcune ore in una stanza dove i parenti possono fargli visita. Poi c’è una preghiera collettiva (salāt al-janāzah) e l’inumazione nella terra (dafin), con la testa girata verso la città sacra La Mecca, in Arabia Saudita.

Riguardo alla possibilità di modificare i riti funerari in casi di emergenza come guerre o epidemie, la legge islamica specifica che la tutela della vita è uno dei cinque principi fondamentali della charia (maqāsid al-sharīʿa) e prevale su quello della dignità del morto.
In altre parole, se è necessario per tutelare i viventi, sono ammesse anche pratiche funerarie non conformi a quelle tradizionali, come l’assenza di lavaggio, l’avvolgimento nel kafan di un corpo ricoperto da un sacco protettivo o la sepoltura in tombe collettive (a condizione che uomini e donne siano separati da una barriera di polvere).

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa, importante associazione umanitaria internazionale, ha pubblicato delle istruzioni per eseguire funerali musulmani che siano rispettosi sia delle norme sanitarie che dei principi religiosi.
Le fasi del lavaggio e quelle della preghiera sono quelle che hanno subìto le maggiori modifiche, perché nello svolgimento tradizionale richiedono rispettivamente il contatto con delle persone morte (e in questo caso, spesso infette) e un assembramento di persone.
In Italia l’UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia) ha emesso un vademecum che ribadisce le regole del rito funerario precisando le eccezioni dovute all’emergenza.

Come nel caso dei funerali laici o cattolici, i musulmani morti di COVID-19 non vengono lavati, in questo periodo; al funerale possono essere presenti poche persone mantenendo la distanza di sicurezza.
questo non è un problema enorme per il rito musulmano, perché prevede che la preghiera collettiva sia valida purché fatta da un minimo di due persone.

Il dottor Said Mahdy, imam di Bologna che di professione fa il dentista (l’imam, diversamente dal prete cattolico, non ha bisogno di una formazione specifica, etimologicamente è semplicemente la persona che guida la preghiera, poi nel contesto delle città italiane una persona di riferimento della comunità musulmana locale spesso diventa l’imam della città e acquista un ruolo simile a quello dei preti cattolici, celebrando messe e funerali), ha raccontato al Post che ci sono stati quattro funerali musulmani dall’inizio della crisi a Bologna.
Lui ha trattato solo uno di questi corpi e l’ha fatto come da tradizione, senza misure sanitarie speciali, perché la persona non era morta di COVID-19. Durante le preghiere collettive c’erano fra le 6 e le 13 persone, disposte in file e con le distanze di sicurezza, indossando le mascherine. Due di queste cerimonie sono state trasmesse in diretta e sono tuttora disponibili sulla pagina Facebook del centro culturale islamico di Bologna.

La cremazione
Le tre grandi religioni monoteiste (cristianesimo, islam e ebraismo) considerano la cremazione (cioè la riduzione in ceneri del cadavere) una violazione della dignità del morto, ma il cristianesimo è più indulgente delle altre due.
Molte correnti protestanti la accettano in ogni caso, i cattolici solo a condizione che l’urna funeraria sia poi seppellita in un luogo sacro (quindi che non sia tenuta in casa né che le ceneri siano disperse).

La cremazione occupa meno spazio e costa di meno rispetto alle altre due principali tecniche di sepoltura (inumazione, cioè in una bara di legno degradabile sepolta nella terra, e tumulazione, cioè in una bara non degradabile sepolta nella terra o in un loculo), quindi negli ultimi anni il suo uso sta aumentando in molti paesi a maggioranza cristiana, grazie al rilassamento del divieto cattolico e alla diminuzione dei praticanti.
Nel Regno Unito e negli Stati Uniti più della metà delle sepolture sono cremazioni. In Italia nel 2019 erano il 30 per cento. L’aumento di mortalità degli ultimi mesi dovuto all’epidemia di COVID-19 ha accelerato la tendenza all’aumento delle cremazioni perché i corpi così occupano meno spazio, soprattutto se l’urna non viene seppellita.

Agli occhi della comunità musulmana e di quella ebraica, però, il divieto di cremazione è inderogabile, anche in caso di guerre o epidemie.
Negli ultimi mesi nel mondo ci sono stati episodi in cui l’aumento delle cremazioni dovuto alla crisi sanitaria ha messo in discussione il diritto di rifiutare la pratica per motivi religiosi.

In Sri Lanka, paese a maggioranza buddista ma dove quasi il 10 per cento della popolazione è musulmana, la preoccupazione che la sepoltura potesse contribuire alla diffusione del contagio (malgrado non esistano fonti autorevoli a favore di questa ipotesi) ha portato a cremare almeno due musulmani contro la volontà delle loro famiglie, ma potrebbero essere di più.
Un caso simile è avvenuto in Argentina per i corpi di due ebrei.

Anche il Regno Unito a marzo aveva proposto di permettere alle autorità locali di imporre la cremazione anche in opposizione al desiderio della famiglia della persona morta, per permettere di gestire l’aumento della domanda di servizi funerari, ma la proposta aveva generato proteste dalle comunità musulmane e ebree britanniche ed era stata ritirata.

In India c’è stata una situazione simile: a marzo un’ordinanza aveva decretato che tutti i morti malati di COVID-19 dovessero essere cremati (il rito funebre dell’induismo, religione maggioritaria del paese, prevede in ogni caso di bruciare il morto durante la cerimonia), ma era stata poi ritirata per tutelare le minoranze del paese, fra cui quella cristiana, dove i più conservatori si opponevano alla cremazione.

questi casi isolati inquietano molte comunità musulmane minoritarie nel mondo, che temono che il loro diritto di rifiutare la cremazione venga sospeso sulla base dell’emergenza, come sono state sospese altre libertà considerate fondamentali, per esempio quella di movimento.

Pochi cimiteri
La chiusura delle frontiere ha reso impossibile il trasporto delle salme dei musulmani di origine straniera nel paese di provenienza, pratica diffusa soprattutto fra i residenti in Francia e in Italia.
Costretti a organizzare i funerali nel paese di residenza, i musulmani devono affrontare il problema della mancanza di spazi dedicati a loro nei cimiteri italiani e francesi.

Prima della crisi dovuta all’epidemia di COVID-19, in Italia solo una cinquantina di comuni – sui quasi 8mila esistenti – avevano un cimitero musulmano, ha detto il presidente dell’UCOII Yassine Lafram al Post.

La famiglia di una persona musulmana morta in uno dei numerosi comuni sprovvisti di un cimitero apposito che vuole seppellire la persona in un altro comune deve richiedere il permesso alle giunte di entrambi i comuni (quello di residenza e quello dove si vuole seppellire il morto).
Inoltre spesso la famiglia della persona morta deve coprire i costi del funerale se decide di farlo in Italia, mentre alcune associazioni culturali se ne occupano in caso di trasporto nel paese d’origine.
È il caso della comunità marocchina di Bologna, i cui membri pagano regolarmente un piccolo contributo che crea un fondo per finanziare il trasporto e la sepoltura dei morti in Marocco. L’imam di Pisa ha raccontato al Post che anche l’ambasciata tunisina si occupa del rimpatrio delle salme, dal punto di vista sia organizzativo che economico.

Ma l’esportazione delle salme non è una soluzione efficace a lungo termine.
L’imam di Bologna ha sottolineato che per la religione musulmana bisogna organizzare il funerale nel più breve tempo possibile, perché l’attesa della sepoltura (che dura almeno una settimana se si decide di esportare la salma, perché bisogna ottenere dei permessi e comprare i biglietti aerei) va contro la dignità del morto.
Inoltre se per le prime generazioni di immigrati farsi seppellire nel paese di provenienza può essere un omaggio alle proprie radici, le generazioni successive hanno spesso più legami con l’Italia che con il paese d’origine e preferirebbero quindi essere seppellite in Italia.
Esistono inoltre circa 100mila musulmani, secondo una stima del sociologo Fabrizio Ciocca, che non hanno origini straniere e quindi, anche volendo, nessun paese alternativo all’Italia per la sepoltura.

La crisi legate all’epidemia di COVID-19, quindi, ha evidenziato un problema che esisteva da prima. Da anni l’UCOII sta trattando con le giunte comunali per cercare di ottenere la costruzione di un cimitero musulmano almeno in ogni capoluogo di provincia.
Le autorità comunali, secondo l’articolo 100 del decreto del presidente della Repubblica 295/1990, hanno facoltà – e non obbligo – di concedere uno spazio dedicato a un gruppo religioso diverso da quello cattolico che ne faccia richiesta: la giunta comunale può decidere quindi liberamente se concedere o no i cimiteri ai musulmani.

Yassine Lafram ha spiegato al Post che per “cimitero musulmano” si intende una sezione dedicata apposta alla sepoltura di fedeli musulmani, mentre alcuni comuni insistono perché i morti musulmani siano sepolti nelle sezioni acattoliche dei cimiteri, come gli atei o le persone di altre fedi religiose minoritarie.
Lafram ha precisato che essere sepolti in mezzo a persone della stessa fede per i musulmani è ancora più importante che attenersi al rito funebre tradizionale: in altre parole, la dignità di un morto sepolto in un cimitero musulmano senza lavaggio e avvolgimento nel kafan è più rispettata rispetto a quella di uno sepolto in mezzo a non musulmani pur avendo seguito il rito alla perfezione.

L’imam di Pisa ha raccontato con rammarico che da anni cerca di ottenere dalla giunta comunale una sezione di cimitero dedicata ai musulmani, come quella di Firenze, ma al momento ha a disposizione solo il terreno acattolico a nord della città.

A marzo, quando le frontiere furono chiuse e la mortalità per la COVID-19 era molto alta, Repubblica parlò del problema della scarsità di cimiteri musulmani in Italia come di «un’emergenza dentro l’emergenza».
L’UCOII pubblicò una lista dei 76 posti dove i musulmani potevano seppellire i propri morti in Italia – comprendeva una cinquantina di cimiteri preesistenti alla crisi e i restanti ottenuti in via eccezionale – e invitò le giunte comunali dei territori dove erano presenti i cimiteri a accettare i corpi provenienti da altri comuni.

Il presidente del Centro Culturale Islamico di Bergamo ha dovuto affrontare questo problema in prima persona. Ha spiegato al Post che a Bergamo esiste un cimitero islamico (in uso dal 2012) grazie a un progetto elaborato con la giunta comunale nel 1998 e alla collaborazione dell’avvocato Roberto Bruni, sindaco dal 2004 al 2009, del Partito Democratico.

Il presidente ha stimato che, prima della crisi, nel cimitero musulmano di Bergamo fossero seppelliti una media di circa 15 morti all’anno. Dall’inizio della crisi, invece, ce ne sono stati più di 50, dovuti all’aumento della mortalità, alla chiusura delle frontiere, e alla conseguente affluenza di salme anche da paesi vicini. È preoccupato perché le quattro sezioni del cimitero (tre maschili e una femminile) si stanno riempiendo in fretta. Prima della crisi una sola delle tre sezioni maschili era occupata, secondo la sua stima, per il 70 per cento. Oggi quella sezione si è riempita completamente e una seconda è piena quasi per metà. Anche la sezione femminile si è riempita molto, ma meno velocemente perché sono morte meno donne che uomini.

Ad aprile, un momento molto duro della crisi, il presidente del Centro Culturale Islamico di Bergamo fece un’eccezione all’obbligo di separazione fra uomini e donne nella sepoltura.
Una donna marocchina residente in provincia di Bergamo si ammalò di COVID-19. Suo marito ebbe un attacco di cuore e morì, poco prima di lei, secondo il presidente anche per via del dolore causato dalla malattia della moglie. La famiglia della coppia chiese il permesso al Centro Culturale Islamico di seppellire marito e moglie insieme, per alleviare il dolore della loro perdita. Il presidente inizialmente rifiutò ma, dopo aver consultato l’autorità religiosa nazionale, cambiò idea.

Se a Bergamo la situazione è stata molto critica, anche in altre città i cimiteri hanno dovuto accogliere persone provenienti da lontano: l’imam di Bologna ha raccontato al Post che a inizio aprile ha organizzato il funerale di un marocchino di fede musulmana morto di COVID-19 a Catania, dove era andato a trovare la sua famiglia. Il suo corpo non poté essere rispedito in Marocco per via della chiusura delle frontiere e, non essendoci un cimitero musulmano a Catania, fu trasportato e sepolto a Bologna.

Negli ultimi due mesi l’intensità delle richieste di sepoltura nel cimitero islamico di Bergamo è molto diminuita: il presidente ha stimato che, se da marzo a maggio riceveva una o più chiamate per un funerale quasi tutti i giorni, negli ultimi mesi ne ha ricevute più o meno una a settimana. Dice di contare sulla riapertura dei confini: Pakistan, Bangladesh e Senegal hanno già riaperto, l’imam di Pisa ha raccontato che quest’ultimo recentemente ha accettato la salma di un cittadino senegalese residente a Pontedera (non malato di COVID-19). Ma il Marocco, secondo il lavoro di Ciocca il primo paese di provenienza dei musulmani italiani, non ha ancora riaperto le frontiere.

Lafram ha raccontato che la crisi non è assolutamente finita: un paio di giorni fa ha ricevuto la telefonata di una musulmana residente in provincia di Brescia che gli ha raccontato, in lacrime, che non è riuscita a ottenere il permesso per seppellire il fratello nel cimitero islamico di Brescia e quindi è stato sepolto in un cimitero non islamico.

Un articolo del New York Times ha analizzato il caso francese, che presenta problemi simili a quelli dell’Italia: la scarsità di cimiteri, già problematica, è diventata una questione critica a causa della chiusura delle frontiere dei paesi nordafricani.
Nel 2016 nonostante il 9 per cento della popolazione francese fosse musulmana solo il 2 per cento dei cimiteri del paese presentavano una sezione dedicata a questa minoranza.
Secondo una stima della ricercatrice Valérie Cuzol, l’80 per cento dei musulmani residenti in Francia sceglie di essere seppellita nel paese d’origine, ma per molti questo non è più possibile a cause della chiusura delle frontiere algerine e marocchine (da cui proviene circa il 71 per cento dei musulmani residenti in Francia).

Serie tv .4: God friended me

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Un ragazzo riceve sul suo profilo social una richiesta di amicizia da parte di Dio: parte da questa premessa la serie televisiva americana God friended me, in onda in prima visione ogni sabato alle 16.30 su Italia 1.
La serie racconta le avventure di Miles Finer, ateo ma figlio di un pastore evangelico, che grazie a questo contatto virtuale incontra persone a cui cambia (o salva) la vita.
«In God friended me c’è del buono – scrive Andrea Fagioli su Avvenire -, anche se la serie è stata bollata come melensa e banale… l’idea di unire un piano divino ai moderni mezzi di comunicazione con un Dio digitale e sempre connesso, non è male, soprattutto se sviluppata in modo garbato come in questo caso, con sullo sfondo temi importanti come l’accoglienza o il rispetto delle diversità, oltre a una riflessione, sia pure semplificata, su fede, vita e felicità».
In effetti, stando alle prime puntate, sembra che gli autori abbiano dato alla serie un approccio attuale, sensibile e poco scontato, inclusivo e senza risposte preconfezionate, lontano da certe apologie che tendenzialmente finiscono per tenere a distanza proprio le persone che vorrebbero avvicinare alla riflessione sulla fede.

Prendo in prestito dalla newsletter di Evangelici.net questa breve descrizione di una serie che avevo sentito citare ma nulla più, e che sto seguendo da due sabato.
Non so se sia possibile recuperare in streaming le prime puntate (essendo trasmessa su Mediaset, dovrebbe esserlo), ad ogni modo ve la consiglio.

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Sulla legge anti-omofobia

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Costanza Miriano riporta sul suo blog il parere scritto chiestole dalla Commissione Giustizia della Camera sul ddl Zan – Scalfarotto – Boldrini. Ed io lo giro a voi, come esempio di replica perfetta ad obiezioni e accuse verso chi, questa legge anti-omofobia, non la vuole.
I grassetti sono suoi: io mi sono limitata a levare le q maiuscole, idiosincrasia mia che ormai conoscete; e ad inserire gli a capo all’interno dei paragrafi.

Ringrazio i membri della Commissione che vorranno dedicarmi un po’ del loro tempo, e ringrazio coloro che mi hanno dato la possibilità di dare il mio contributo.
Mi scuso se il mio linguaggio non sarà affatto tecnico: scrivo in qualità di giornalista e anche di madre (di due maschi e due femmine).

Per chi (immagino tutti) non sa chi sono, vorrei premettere che mi sono trovata a occuparmi di questi temi – maschile e femminile, ruoli, identità – del tutto casualmente, ormai quasi dieci anni fa, quando, mentre lavoravo alla redazione economia del tg3, ho pubblicato un libro in cui scrivevo lettere alle mie amiche per convincerle a sposarsi.

quando ho cominciato a scrivere non pensavo che dire alcune ovvietà – dobbiamo essere libere di scegliere che tipo di donna diventare – mi avrebbe causato denunce, raccolte di firme per fermare il mio libro, contromanifestazioni: ciò prova che oggi ha diritto di cittadinanza un solo modo di intendere i ruoli, le relazioni, l’identità.
Le centinaia di migliaia di copie vendute però dicono che invece a molte persone interessa anche un altro punto di vista, che racconterò alla fine per chi avrà la pazienza di arrivare fin lì.

Credo infatti, e arrivo al punto, che ogni persona debba essere libera di vivere gli affetti, i ruoli, la sessualità nel modo che sceglie più o meno liberamente (la storia di ognuno di noi è segnata da molte circostanze, e non in tutto ci autodeterminiamo). Credo che sia insindacabile ciò che ciascuno sceglie di fare in camera da letto, nella propria vita, privata e pubblica.
Proprio perciò trovo questa legge profondamente ingiusta e contro la libertà.
Ecco perché.

Non è la prima, ma è l’obiezione discriminante (discriminare non è sempre una brutta parola): la libertà religiosa. L’articolo 2 del Concordato tra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, che gode di protezione costituzionale ex art. 7 Cost., garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

La Chiesa basa sulla differenza maschio-femmina tutta la sua visione dell’uomo. quando la Genesi dice che Dio crea l’uomo a sua immagine, non dice che è dotato di ragione, o parola. Dice “maschio e femmina, a sua immagine”. Nella relazione tra uomo e donna è nascosto il segreto di Dio, la continua tensione, il rapporto di amore, la complementarietà figura della Trinità.
Ovviamente questo per noi credenti, che non vogliamo imporre la nostra visione a nessuno, ma non possiamo neppure essere impediti a esprimerla. La Chiesa davanti all’omosessualità non può che dire che non compie il disegno originario della relazione uomo-donna.

Nel 2018 io ho riportato sul mio blog un’affermazione del Papa, che aveva detto che “nel caso dell’omosessualità ci sono tante cose che si possono fare, anche con la psichiatria, finchè sono piccoli, dopo i venti anni no”, e sono stata segnalata all’Ordine dei Giornalisti. L’OdG ha risposto che non potevo essere sanzionata perché avevo solo riferito un’affermazione del Pontefice.

Io, però, come tutti i cattolici, pretendo di essere libera non solo di riferire ciò che dice il Papa in un’intervista, ma anche di pensare come lui.
La libertà religiosa è tutelata a livello costituzionale, ex art. 19 Cost., altrimenti si provoca un formidabile cortocircuito, perché per non discriminare altri la discriminata diventerei io, e proprio in base allo stesso articolo che qui si sta chiedendo di integrare, l’art 604 bis c.p., che vieta “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

Non odio né, tanto meno, ho paura delle persone che provano attrazione verso lo stesso sesso, non la considero una malattia ma un mistero che è spesso l’esito di una ferita (in questo senso, e non nel senso di malattia, l’accenno alla psichiatria come possibilità).
Penso che ci sia, come dicevo, un mistero inaccessibile al cuore di ognuno di noi – ciascuno ferito a suo modo – su cui nessuno è titolato a sindacare, ma pur rispettando questo ritengo che l’omosessualità non compia profondamente l’umanità di una persona, e proprio per amore di queste persone, per poter fare a quella persona la carità più grande, che è la verità, voglio essere libera di pensarlo, dirlo e scriverlo come ha fatto il Catechismo della Chiesa Cattolica:
«Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova.
Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione.
Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.»

Libertà di pensiero e di espressione: va garantita a tutti, anche a chi come me e la maggioranza degli italiani, inclusi i molti non cattolici, è convinto che si nasce uomo o donna, cosa che si stabilisce alla nascita, e che segna non solo la conformazione degli organi riproduttivi, ma tutto di noi, a livello fisico, intellettuale, spirituale.
Uomini e donne liberi di vivere la propria sessualità come desiderano, anche con persone dello stesso sesso, ma allo stesso modo di esprimere opinioni, nel rispetto della dignità della persona.
Mi preoccupa molto, di fronte a una grande vaghezza delle norme che si vorrebbero introdurre, la tutela della libertà di espressione. Il ddl Scalfarotto ha il merito di essere l’unico che porta un esempio concreto, citando il caso dell’esposizione di uno striscione offensivo come quelli degli stadi. Se è questa la materia di cui si dibatte, nessun problema per me e tutte le persone civili, se non che gli striscioni offensivi sono già sanzionabili, senza bisogno di una nuova legge.
Ma il reato di “omofobia” non è spiegato chiaramente, cosa che dovrebbe fare una legge. questa vaghezza è evidentemente voluta per lasciare ampi margini di discrezionalità, e avere un potere di intimidazione, e alfine culturale.

Per esempio, può l’affermazione che si è uomini o donne essere considerata violenta, o istigazione alla violenza?
Un caso fra tanti: il terzo collegio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio ha preso in esame, su segnalazione del signor Massimiliano Piagentini, l’articolo del collega Aldo Grandi che sulla Gazzetta di Lucca il 15 gennaio 2020 aveva scritto in merito a un fatto di cronaca “un transessuale brasiliano”, usando l’articolo maschile, e più sotto “l’identità si acquisisce alla nascita, si è maschi o femmine”.
L’Odg ha archiviato il ricorso, ritenendo che il collega non abbia violato le norme deontologiche, ma da giornalista mi chiedo e vi chiedo: se fossero in vigore le norme che state prendendo in esame, si potrà davvero essere denunciati solo perché si usa l’articolo maschile? O perché si afferma che l’identità è sessuata?
Cosa vuol dire omofobia (ammesso che si possa considerare reato una paura, sempre che esista)?
E se è tutelata la libertà delle persone di scegliere la propria appartenenza di genere – cioè se un uomo che si sente donna ha la libertà di cercare di diventarlo – allo stesso modo io non ho la libertà di percepirlo comunque come un uomo?
Può una legge entrare in una sfera privatissima, sacra e intoccabile come la percezione delle cose? Può essermi imposto per legge come percepire le persone? Possiamo imporre agli altri in uno stato democratico come ci devono percepire? (Nel caso io voglio essere percepita bellissima e giovanissima).

Ovviamente non ho nessuna ostilità neppure verso le persone che affrontano operazioni per cambiare sesso, come possono testimoniare quelle che conosco, nel mio quartiere, e anche coloro a cui mi è capitato di dare una mano (in questo periodo di covid e di attività ferme), perché di fronte al bisogno siamo tutti uguali.
Ma usare un pronome maschile o dire che si nasce maschio o femmina non può essere sanzionabile.
Dire che i figli hanno bisogno di un padre e una madre, e che l’utero in affitto è sfruttamento del corpo della donna, violenza sulla donna e sul bambino privato dei suoi genitori (anche quando etero), non può essere sanzionabile: lo afferma anche la filosofa francese Sylviaine Agacinski, femminista, di sinistra, laica, ricercatrice all’École des Hautes Études en Sciences Sociales, moglie dell’ex Primo Ministro socialista Lionel Jospin, nei suoi quattro ultimi libri.

Tra le tante parole spese nei ddl non ho letto le più utili e le più necessarie: cosa si intende per omofobia.
Non è ammissibile ritenere discriminatoria qualsiasi affermazione di differenze basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, quando, invece, il principio di uguaglianza presupporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali; e in modo ugualmente differente situazioni differenti.
E’ evidente che una coppia eterosessuale aperta alla vita è totalmente diversa da una coppia dello stesso sesso che non può concepire una nuova vita (a meno di non commettere il reato dell’utero in affitto, e di privare quello che anche agli animali è riconosciuto come diritto, cioè di essere allevati dalla mamma).

La differenza è enorme e non di dettaglio, è normale dire che siano diverse, non è offensivo. È semplicemente la realtà.
La sanno tutti, solo che con questa legge non si potrà più dire: norme così fumose servono precisamente a questo, non a proteggere dalla violenza, cosa sacrosanta ma già prevista dalla legge.
Servono a proibire alle persone di dire quello che vedono tutti (mi ricorda la fiaba di Andersen, ma ci sarà pur qui un bambino che avrà il coraggio di dire “il re è nudo”): dire che una coppia di due persone dello stesso sesso è diversa da una formata da uomo e donna non può offendere nessuno.

Se guardiamo ai paesi dove leggi simili sono in vigore, l’esito è spaventoso:
padri di famiglia in carcere per un’immagine sulla felpa (Francia),
vescovi incriminati per l’espressione delle verità professate,
dipendenti pubblici licenziati per un like (Spagna),
per non parlare dei paesi di common law (l’ostetrica sollevata dall’incarico per aver detto che solo le donne partoriscono, in Gran Bretagna, idem per l’eroe dei pompieri Usa, capo del corpo nazionale, perché sostenitore del matrimonio uomo donna).

Immagino che in concreto non verremo denunciati tutti, ma solo qualcuno a scopo dimostrativo, secondo il famoso insegnamento del Presidente Mao: colpirne uno per educarne cento.

Sapete bene cosa comporta una denuncia: costi enormi in termini di tempo, energie, soldi.
Nelle anticipazioni del ddl pubblicate da L’Espresso – non mi risultano smentite – è previsto che le vittime di reati di discriminazione abbiano accesso al gratuito patrocinio a carico dello Stato anche a prescindere dai limiti di reddito generalmente stabiliti, grazie a un fondo di 2 milioni di euro all’anno.
Avete presente per una famiglia con figli e che vive di stipendio cosa può rappresentare dover sostenere una causa, anche se si è innocenti? Perché lo Stato dovrebbe sostenere solo una parte, pregiudizialmente?
E certo, sapere di avere le spese pagate e un trattamento di favore come categoria protetta incoraggerà le querele: perché non provare? Perché io, giornalista, devo essere denunciata da avvocati pagati dallo Stato, e togliere risorse ai miei figli per difendermi, se non ho fatto niente?

Purtroppo, viste le azioni di monitoraggio degli articoli fatte dai militanti lgbt che definiscono sul loro sito gay.it “omotransfobia” anche solo usare un articolo del genere “sbagliato”, non credo alle rassicurazioni degli estensori di questo ddl: si tenterà di imporre una lingua, in linea con le organizzazioni sovranazionali che dichiarano che usare un genere piuttosto che un altro cancelli la dignità delle persone.
Ma dover parlare una lingua imposta cancella invece la mia dignità di persona che pensa autonomamente, di educatrice, di giornalista e di scrittrice.

Chi dovesse sostenere che una coppia dello stesso sesso non ha diritto al matrimonio o alla (omo)genitorialità, dunque, come potrà ritenersi al riparo da una denuncia?
La distinzione tra i concetti di propaganda di idee fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere (che rimarrebbe teoricamente non punibile), da una parte, e l’istigazione alla discriminazione (che diverrebbe punibile) è, dunque, del tutto effimera.
Infatti, alla luce delle nuove tendenze che si vanno diffondendo a proposito di hate speech, cavalcate proprio dalle comunità lgbt, qualunque manifestazione di pensiero che inviti a differenziare in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere viene tout court ricondotto a un discorso d’odio che si pretende porti con sé l’incitamento alla violenza.
Con ulteriore pericolosa erosione della preziosa concezione del reato come fatto offensivo tipico (in antitesi a concezioni del reato facenti capo all’atteggiamento interiore del soggetto e alle sue opinioni) contenuta nel nostro codice penale e nella nostra Costituzione. Insomma, il processo alle intenzioni.

Sono totalmente con Papa Francesco quando dice che il gender è un grande sbaglio della mente umana:
“Il riemergere di tendenze nazionalistiche (…) è pure l’esito dell’accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli.”
– Papa Francesco al Corpo Diplomatico (7 gennaio 2019,
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/january/documents/papa-francesco_20190107_corpo-diplomatico.html )

Dunque se il Parlamento istituirà il fondo per la difesa legale, voglio anche io un fondo per difendere chi è vittima di odio lgbt: insulti in rete a non finire, e poi ogni anno il Gay pride – ci sono i filmati – mi omaggia di un vaffa… corale di piazza (il fatto che l’ingiuria avvenga in presenza di più persone è anche un aggravante).
Perché io non posso avere una difesa pagata con fondi pubblici? Leggo che il testo del ddl Boldrini sottolinea che “le donne sono di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio on line”. Ma solo l’odio per le donne di una certa parte va punito? questo introduce il secondo tema: perché alcune persone dovrebbero ricevere una tutela maggiore di altre? Non è anticostituzionale?

Da madre di adolescenti vi invito infine a riflettere per esempio sul calvario dei ragazzini sovrappeso a scuola. O di quelli imbranati, fuori moda, magari con pochi mezzi economici. Perché le offese a loro dovrebbero essere colpite con minore attenzione di quelle basate sull’identità?
“La presente proposta di legge – dice il ddl Zan – si propone, dunque, di realizzare un quadro di maggiore tutela delle persone omosessuali e transessuali”.
Perché dovrebbero essere tutelate più di altre, quando già il nostro quadro normativo prevede tutte le tutele verso ogni persona (che poi non vengano applicate, come nel mio caso, è un altro discorso). Può la ragazzina sovrappeso che i compagni a scuola chiamano “cicciona de m…” ricevere minori tutele?

Credo che l’accettazione e il rispetto, l’attenzione e la tenerezza verso ogni persona non siano atteggiamenti che si impongono per legge, e neanche con l’indottrinamento – mi riferisco ai fondi stanziati dal ddl per la presenza nelle scuole. Nelle scuole dei miei figli si sono fatti corsi contro il bullismo, ma se vedeste quello che si legge in certe chat di classe capireste che non sono serviti a nulla.
L’educazione non è indottrinamento, è un lavoro di cura, paziente, che richiede la presenza dei genitori, l’ascolto, l’amore: solo chi è amato e accettato può amare. Il cuore dei ragazzi non cambia con la lezioncina sui diritti, che spesso in loro sortisce, anzi, la reazione contraria, e tanto meno con l’imposizione di una neolingua.
E’ la testimonianza di adulti credibili e disposti a spendersi per loro che educa i ragazzi: loro, soprattutto nell’adolescenza, non ascoltano le parole degli adulti. Loro guardano gli adulti.
E poi come sanno anche i muri, sui ragazzi hanno più influenza, che so i palchi televisivi ornati di arcobaleno, i talent show pieni di modelli sessualmente indefinibili, la riscrittura persino dei classici (anche Shakespeare a teatro riserva ormai l’ammiccamento a tematiche gay), le serie Netflix, Amazon e tutte le altre che ormai prevedono obbligatoriamente l’inserimento di almeno un personaggio con attrazione verso lo stesso sesso, anche quando non richiesto dalla trama. Sembra una sorta di “tassa” da pagare per poter essere ammessi nei grandi circuiti dell’intrattenimento.

quanto alle scuole, io sono contraria all’educazione sessuale perché tema valoriale (e per non togliere tempo alla didattica sempre più povera e meno esigente), ma se la si vuole imporre, in nome della libertà educativa tutelata dalla Costituzione si imponga anche la visione della sessualità che propone un rapporto esclusivo tra uomo e donna, aperto alla vita.
Perché solo l’educazione proposta da una parte e ideologicamente connotata deve essere finanziata dallo Stato?
Perché l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo – benché senza averne i fondamenti non si capisce metà della nostra letteratura e la maggior parte dell’arte e architettura – mentre la lezione sul gender deve essere obbligatoria, e pagata anche dalle mie tasse?
Usare le leggi e i soldi pubblici per operazioni culturali è scorretto e degno di uno stato totalitario.

Infine: discriminare secondo il dizionario Treccani significa “distinguere, separare, fare una differenza”.
Se io dico per esempio che non voglio che una persona omosessuale insegni educazione sessuale nella classe dei miei figli, sto facendo una differenza, esattamente come immagino farebbe una lesbica che non volesse che a fare educazione sessuale nella classe di suo figlio andasse una persona che pensa che il sesso ordinato è solo tra maschio e femmina, quindi che insegnasse a suo figlio che i rapporti sessuali della madre sono intrinsecamente disordinati.

Su temi valoriali discriminare, cioè distinguere, non solo non può essere reato, ma è un diritto intoccabile e sacro: giudicare – le azioni, non le persone – è ciò che dice come stiamo nel mondo, dove io – e quelli che la pensano come me – abbiamo lo stesso diritto di cittadinanza degli altri.

Concludo con la mia esperienza – è un po’ fuori tema ma non del tutto, comunque siete esentati dalla lettura.
Io ho sperimentato che non solo gli stereotipi di genere non esistono più, ma anzi al contrario mi ritengo vittima di stereotipi opposti a quelli della donna costretta a stare a casa soggetta al maschio.
Mi sono bevuta tutti i dettami della cultura femminista, crescendo negli anni ’80 con l’idea che dovevo prima pensare alla mia realizzazione professionale, poi al resto.
Presto sono diventata una giovane che aveva lasciato la sua città per la capitale, lavorava al tg nazionale, abitava da sola a Campo de’ Fiori, attraversava l’Oceano per andare a correre maratone a New York, usciva di notte.
quando ho avuto la fortuna di innamorarmi, sposarmi e dare alla luce un figlio tutto il mondo intorno mi diceva che ero un’incosciente, e che prima avrei dovuto consolidare una carriera. La prima cosa che mi chiese il medico fu: “vuoi tenerlo?”. Avevo 27 anni, non 15.

quando è nato nostro figlio, ho capito che non c’è un privilegio più grande al mondo, non c’è carriera che non impallidisca di fronte a un figlio dato alla vita.
Ho capito che anche quando facevo cose importanti al lavoro, usavo una parte infinitamente più piccola dell’intelligenza che serve nelle relazioni e nella gestione della vita.
Dirigere un tg è una cosa che passa, mettere al mondo una persona e amarla e cercare di accompagnarla è un’opera che resta per sempre.

Ho avuto quattro figli da precaria, mentre tutte le mie colleghe facevano carriera, perché oggi contrariamente a quanto si dice non sono discriminate le donne, sono discriminate le madri.
Non per addossare colpe alla mia azienda, che anzi ha avuto comprensione per le mie esigenze, ma per stigmatizzare i modelli lavorativi in generale, che non tengono conto del lavoro di cura, e prevedono solo uno stile di lavoro “maschile”, in cui la vita privata è tenuta fuori.
Le donne possono fare carriera, ma solo a patto di essere pronte a lasciare i propri figli molto a lungo.

Incontro – prima del covid e spero di riprendere – centinaia di donne ogni settimana, in giro per tutta l’Italia, da anni: sono ormai decine di migliaia. quando voglio essere certa di avere tutta la sala dalla mia parte, e di strappare infallibilmente un applauso dico: “noi non chiediamo che le madri possano lavorare di più, ma che le lavoratrici siano più libere di essere madri”.
Ovviamente non lo dico per l’applauso, ma perché questa è stata la mia faticosa storia personale, ed è quella di un numero incalcolabile di donne nel mondo, che non chiedono di essere sollevate dai figli, ma libere di essere madri presenti, se lo desiderano. Io conosco quasi solo donne che desiderano essere più presenti, e avere più figli di quelli che hanno (infatti abbiamo tassi demografici da estinzione).
Molte amiche e colleghe si sono accorte troppo tardi di essere state ingannate dai diktat della cosiddetta emancipazione, che può essere anche una schiavitù, perché la maggior parte delle donne non fa la dirigente d’azienda, l’avvocato, la politica o la giornalista, ma lavori meno riconosciuti e con scarsissima libertà di gestione, tale da rendere la cura degli affetti più cari un lavoro quasi eroico.
E la chiave non è essere sollevate dalla cura, che è la cosa che amiamo di più, ma aiutate a ottimizzare, meglio pagate, più libere. Il sogno delle donne non è avere i figli al nido otto ore al giorno per poter andare a fare le commesse, ma godersi il privilegio di tanti piccoli uomini o donne da far entrare nel mondo.
Credo – insieme alla totalità delle donne che incontro – che sia una violenza sulle donne imporre loro modelli di produzione e presenza sul lavoro maschili, e che la vera battaglia sia chiedere un modo di lavorare diverso.

Alle nostre figlie cerco di insegnare che quando sceglieranno cosa fare da grandi, tengano conto del fatto che il più grande potere che potranno raggiungere studiando sarà la libertà di scegliere il loro bilanciamento tra affetti e presenza nel mondo esterno (che non è necessariamente lavoro: ho amiche con dottorati e master che hanno scelto la famiglia senza alcuna frustrazione, certe anzi di avere un privilegio).
Credo infatti che la libertà sia davvero il più grande privilegio che si possa avere, e per me che sono cattolica è ovvio che la libertà di ciascun uomo è sacra e intoccabile persino per Dio.

Crisi

Peggio di questa crisi,
c’è solo il dramma di sprecarla.

Così papa Francesco stamattina, Pentecoste 2020.
Ciascuno si faccia i propri conti:
vi sono rimasti dei talenti nella tasca, o li avete investiti?

ddd: diario del digiuno / 4

Nonostante il piccolo stress di inizio settimana, alla fine dalla mia socia per terminare il Ramadan ci vado. Sono persino psicologicamente pronta per riempirmi di pelo e bava canina, la quale per altro è un ottimo disinfettante.
Voglio chiudere questo brevissimo ciclo di post con un paio di considerazioni.

La prima, banale ma necessaria, è che sono contenta di averlo fatto.
Al prossimo giro, potrei persino fare le cose “per benino”, e seguire altre regole oltre ad approfondirne lo spirito – per esempio una cosa inimmaginabile per me: cioè alzarmi per la colazione ogni giorno alle 4.00.
(Non fate quella faccia: è comunque una festa ed una scelta, non un supplizio!).

intreccio marocchino

La seconda è che, purtroppo, ciò di cui il digiuno non mi ha privato, ossia il benessere, sta già dando qualche (piccolo) segno di cedimento causa caldo. E siamo solo a fine maggio! Non demordo, ma che noia.

Infine.
Con l’arrivo dell’estate, ho messo in lavatrice / nell’armadio gli ultimi indumenti più coprenti e controllato quelli leggeri, dei quali già avevo fatto una prima grossa cernita, ma che in molti casi non avevo provato.
Ho così eliminato (per la vendita o per donarli) ulteriori: 6 paia di pantaloni, 7 gonne (più una tenuta ma messa da parte perché è un ricordo di mia mamma), 4 abiti, 2 magliette ed 1 camicia a maniche corte.
Ho anche tirato fuori le scarpe adatte, e su questo fronte sono messa un po’ peggio; ma nulla di irreparabile. Sogno di ritrovare delle babbucce arabe come quelle che avevo comprato nell’ormai lontano 2007, leggerissime e comodissime oltre che belle, oppure di adattare quelle che già ho (ma che sono aperte dietro e sciabattano, una cosa odiosa).

Trafficare coi vestiti implica spogliarsi e guardare il proprio corpo, e qui ahi, una lacrimuccia me la dovete lasciar versare. Seppure schifo non mi faccia, e quando sono in buona (quasi sempre negli ultimi anni) veda più i miei pregi dei miei difetti, comunque piacersi è un’altra cosa.
E tra il desiderio di essere meno formosa (ma giusto un po’!), meno abbondante, e quello di trasformare il mio guardaroba, decisamente il secondo è più realizzabile.
Alla fine, ognuno ha il corpo che si ritrova, e se guardo alle mie “antenate” so che devo rassegnarmi: prima dea madre africana e poi reduce da un campo di concentramento, la via di mezzo è solo una chimera.

Te Deum (maggio 2020)

Al termine (quasi) di questo mese, e in generale di questo periodo,
voglio ringraziare il Signore per:

  • lui, che proprio non me lo aspettavo. Figata. Donneeeee! E’ arrivato l’arrotinooooo!;
  • … la prima visita ai “congiunti”. Evviva!;
  • questo Ramadan strambo e fai-da-te, che mi ha dato una bella spinta; e la mia socia S. con la quale l’ho condiviso;
  • il nuovo gatto bianco della vicina, che sto lentamente circuendo;
  • il merlo ‘n coppa ‘o salice, e soprattutto (sarà lo stesso?) il mio merlo personale, quello che mi viene a trovare alle 17.00 in punto ogni giorno e gorgheggia come se non ci fosse un domani;
  • le gazze, che sono diventate più curiose e ciarlere, e mi amoreggiano nell’orto;
  • il mio socio nel crimine Lucius, che mi assiste cinematograficamente (e non solo);
  • il Kindle, prezioso;
  • il mixer da cucina, grandissima scoperta;
  • … la conferma alla variazione sull’affitto.

ddd: diario del digiuno / 3

Pare che ora si possano frequentare, sempre con le solite misure di sicurezza, pure gli amici oltre a congiunti e affetti stabili.
Negli ultimi giorni mi sono decisamente persa qualche tassello dell’intricata vita sociale nazionale, perché non me n’ero accorta.
Ad ogni modo, sabato con l’ultimo iftar il Ramadan termina, e il mio programma prevede una serata dalla mia socia: preghiera, pizza e film dementi. Più la notte sul divano in compagnia della cana. Sveglia alle 4.00 (gosh) per Id al-Fitr, e poi ciao, si torna dall’isolamento in trasferta all’isolamento a casina.

La mia spinta iniziale ad alzarmi prima e fare colazione, nell’ultima settimana, è andata farsi benedire: mi sono sempre alzata verso mezzogiorno, niente colazione perché la giornata era iniziata da un pezzo e farla a quel punto mi pare una furbata.
In realtà quello di saltare la colazione è un vizio che ho da mo’, ci vorrà ancora tempo per correggerlo. A parte un vuotino allo stomaco più insistente del solito, con annessa tentazione (ah, la mano che s’allunga verso il cesto della frutta!), tutto regolare.
Sono calata ancora mezzo chilo.
Niente stanchezza, giramenti di testa o altro.
Avendo ripreso a camminare, ora viaggio a banane.
Inoltre, quando comincerò a percepire la pensione, potrò pagarmi l’integratore di q10 che avevo dovuto sospendere.

Alle 19.30, invece, esco a ritirare la mia cena: da oggi riprende l’appuntamento Caritas settimanale, con la consegna della gastronomia avanzata a fine giornata alla Conad.
E buon appetito a tutti.

Aicha, ecoutez moi…

Rebloggo un articolo che, fra i tanti pubblicati in proposito e che mi son piaciuti,
mi sembra sviluppi il concetto più interessante e meno toccato.
Altri ne trovate in fondo, ma io vi giro questo.

Silvia Romano è tornata,
la cultura di voler tenere le donne a casa non se n’è mai andata

Le ragazze adulte rapite e poi liberate in questi anni non ci piacciono, ci insospettiscono, forse mettono in difficoltà una cultura corrente dove il rischio non è più contemplato. La prima reazione è sempre la stessa: chi te l’ha fatto fare?

silvia-romano

Sì, abbiamo pagato. Sì, lei si è convertita all’Islam.
Il ritorno in Italia di Silvia Romano è accompagnato dalle consuete polemiche sul riscatto ma soprattutto dallo choc culturale di vedere la ragazza scendere dalla scaletta dell’aereo con un goffo tabarro e una gonna lunga fino ai piedi: insomma, vestita da perfetta musulmana.

quanto ci sia di autentico e quanto di circostanziale nella sua scelta religiosa lo capiremo in futuro. quasi due anni in balia del peggior radicalismo islamico dovrebbero invitare alla cautela nel giudizio e nel commento.
Ma al popolo del web non sono piaciute anche altre cose. Il sorriso di Silvia, ad esempio («Non sembra una che se l’è passata male»). E poi le dichiarazioni generose sul trattamento che ha subito («Se l’hanno trattata bene, se non ha da lamentarsi, poteva restarci»).

Non è una novità. Le ragazze e signore italiane vittime di sequestro all’estero sono sempre state oggetto di uno specifico e occhiuto esame estetico-morale durante e dopo le loro drammatiche avventure: non ce n’è una che sia stata promossa.
Simona Parri e Simona Torretta, per tutti “le due Simone”, rapite nel 2004 a Baghdad nella sede della Ong per cui lavoravano, rientrarono a Fiumicino dopo cinque mesi e mezzo nelle mani dei guerriglieri di El Zawahri.
Erano vestite con lunghi caftani colorati, anche loro ridevano abbracciando i loro cari e le autorità. Ai giornalisti dichiararono l’intenzione di tornare a lavorare per la cooperazione. Apriti cielo. “Oche giulive”, titolò Il Giornale, dando voce a un sentimento collettivo di riprovazione e sdegno: l’idea generale era che due donne, dopo una pessima avventura di quel genere, dovessero rientrare a occhi bassi, modestamente vestite, contrite e pronte a giurare di non farlo mai più (in realtà entrambe hanno continuato a lavorare a progetti umanitari in Libano e Sudamerica).

Peggio andò a Greta e Vanessa (i cognomi erano Ramelli e Marzullo, ma non venivano quasi mai citati). Loro, dopo sei mesi in mano alle milizie siriane e un drammatico video in cui supplicavano l’Italia di aiutarle, tornarono palesemente sotto choc, infagottate nelle giacche a vento, col cappuccio tirato sulla testa.
E tuttavia si discusse moltissimo delle loro foto precedenti, quelle pubblicate su Fb ad Aleppo prima del sequestro che le mostravano allegre, con abiti un po’ hippy e fasce colorate tra i capelli: macchè volontariato, si disse l’italiano medio, questo è un happy hour, una festa, un’avventura scombinata.
Il sospetto fu che fossero d’accordo con i rapitori, per finanziare la loro causa attraverso il riscatto. Un sito di fake news rivelò: sono tutte e due incinte. Incauti parlamentari del centrodestra ritwittarono la notizia. Altre fonti le dichiararono ripetutamente abusate: quando loro smentirono, sostenendo di essere state trattate con umanità, scatto il solito coro: «Se stavate così bene, potevate rimanerci».

Adesso la vicenda di Silvia allunga la casistica delle rapite inadeguate al ruolo che il comune sentire vorrebbe assegnargli, qualunque esso sia: Marie Maddalene pentite, testimonial della lotta al terrorismo o all’Islam, Sante Marie Goretti del sacrificio estremo.

Non c’è niente da fare: l’uomo che si impegna in un’impresa pericolosa – che si arruoli nella Legione Straniera o coi curdi del Rojava – è un eroe; la donna che aderisce a una causa morale di qualunque tipo è una sventata, una scema, una poveretta inconsapevole e manipolata anche se, come le due Simone, ha trent’anni, è un’adulta e ha fatto una scelta di vita.

questo tipo di ragazze non ci piacciono, ci insospettiscono, forse mettono in difficoltà una cultura corrente dove il rischio non è più contemplato. Siamo il Paese di Anita Garibaldi, che cavalca e spara in mezzo a tre o quattro rivoluzioni, ma se vivesse oggi le diremmo: chi te l’ha fatto fare? Potevi restartene a casa, come tutte.


Altri pensieri:

> Apostasia – Leonardo Lugaresi & Scelte – Berlicche
> Aicha – iDane37
> Per i suoi membri uno stato serio versa sangue, non soldi – Giovanni Marcotullio
> Bentornata Silvia Romano, ma con quali traumi psicologici? – Patrizia Cordone

ddd: diario del digiuno / 2

Ho intitolato questa rubrichetta “diario del digiuno” perché chiaramente quello è il nucleo di tutta la faccenda – ed anche per una ragione personale -, ma il Ramadan, come qualsiasi digiuno di matrice religiosa, non è soltanto questo.

E’ innanzitutto un’educazione all’assenza.
Non per creare un’abitudine nuova e malsana, ma per insegnare la differenza tra avere e non avere – la gratitudine, la consapevolezza che nulla dipende da noi soli, tutto ci è stato dato.
Si tratta di tornare ad avere sete di qualcosa, e qualcuno, in un mondo che pretende di non farci mancare nulla ma fallisce già nei fondamentali.

digiuno

E rallentare.
Ascoltare il corpo disimpegnato dal cibo, garantendogli molti più liquidi del solito, quando corriamo tra un impegno e l’altro e ce ne scordiamo.
Reimparare a respirare.
Il resto – per esempio, ormai accendo la tv solo alla sera, e non sempre, e sto davvero scrivendo meno freneticamente sul blog – è conseguente. Non serve perseguirlo, viene da sé.

Ma, di nuovo, mai perdere di vista che il digiuno non è fatto per avvizzirci, per la morte; è fatto per riappropriarci della vita.
[…] mi sono ricordato di quella volta in cui, assalito dalla nostalgia del cuscus, sono andato in ristorante arabo e dopo qualche cucchiaio ho vomitato tutto. Solo dopo mi è venuto in mente che il cuscus è come il latte della madre, e ha un odore particolare che si può sentire solo accompagnato da baci e abbracci.
[…] E’ triste fare Ramadan lontano […]! A cosa serve rinunciare a mangiare e a bere, per poi mangiare solo? Dov’è la voce del muezzin? Dov’è il buraq? Dove il cuscus che preparava mamma con le sue mani?
– Amara Lakhous

ddd: diario del digiuno / 1

Oggi, 8 maggio, l’aspetto ascetico del mio digiuno e la ricorrenza cattolica particolare, oltre alla consueta recita della corona(anti)virus, si combinano ed uniscono le forze.

È il mio quinto giorno.
Il Ramadan è iniziato il 24 aprile, ma io arrivo sempre dopo, e terminerà il 23 maggio – per essere a stecchetto già da quattro giorni devo dire che pensavo di avvertire di più la differenza, invece sto un gran bene.
Niente attacchi di fame, niente rottura serale del digiuno con un cinghiale intero.
Anzi, ieri mi son preparata alcuni piattini, nulla di abbondante ma un accostamento meraviglioso: grissini integrali, simil-hummus (ma fatto con lenticchie anziché ceci, tonno e olio, spezie), noci e poi simmenthal (arrivata col pacco Caritas: normalmente non sceglierei carne, ma c’era ed almeno è di qualità).
A seguire precedere di una mezz’ora, che la frutta è meglio mangiarla prima, mele cotte abbondantemente spolverate di zucchero semolato.
Nel caso aveste in mente di fare (o farvi) un regalo “etico” e godurioso, sappiate che i grissini integrali – ma pure un salame, e dei biscotti cioccolato-liquirizia che non ho ancora testato – sono favolosi e vengono da San Patrignano.

Anche se allo specchio avrei detto il contrario, pare che in questi mesi di quarantena sia decisamente ingrassata. Purtroppo la mia frenesia casalinga mi ha permesso di cambiare la batteria della bilancia, che credevo di dover comprare invece avevo da parte, e verificare l’infausta situazione.
Tuttavia, nei soli primi quattro giorni ho buttato giù la bellezza di tre chili: e nemmeno questo me l’aspettavo. Mica male!, specie calcolando che fino alle 20.00 di mangiare manco mi viene in mente, a momenti.

Funziona.
Funziona perché, soprattutto, non sto portando avanti questa cosa da sola.
Anche se non è che ci sentiamo tutti i giorni, sapere che un’altra persona, con altrettanta motivazione se non maggiore, la sta facendo con me cambia tutto.
Ed a questo fattore ci penso spesso, voglio dire: sono orsa di natura, ma questo non rende più facile essere costante in certe cose senza un appoggio esterno, la consapevolezza di essere in gruppo / comunità a condividere un intento, e naturalmente qualche paletto come appuntamenti, scadenze, riferimenti che impediscono un’eccessiva dipersione.
Non è una scusa, ma è la stessa ragione per cui non vado spesso a Messa.
O per cui schivo i mestieri di casa.
E certa burocrazia, non così pesante ma tutta a mio carico.
Insieme è meglio.

Senza volerlo e senza averlo previsto, trovo che digiunare in questo modo, senza interruzioni fino a sera, mi stia dando una cosa che ho tanto e da sempre cercato, con fatica: un’organizzazione del quotidiano semplice ed una struttura.
Per come sono fatta, ogni cambio di passo mi rallenta, ed i pasti – per banali e veloci che riesca a renderli – rappresentano pur sempre una sosta forzata per la quale devo anche “prepararmi”, oltre che preparare del cibo. Devo stopparmi, fare mente locale, riorientarmi e ingranare nuovamente dalla prima marcia.
Ogni volta è una fatica.
E allora poter iniziare la giornata sapendo di aver davanti 10-11 ore filate, senza soluzione di continuità, per lavorare a qualsiasi cosa desideri fluidamente, libera da necessità stringenti e da abitudini vincolanti, mi toglie un peso e mi fa sentire bene.
Mangiare dovrò comunque, ma intanto sono libera di predisporre ciò che voglio e addirittura cucinare senza il fiato sul collo, un passaggio alla volta con la leggerezza di chi ha tutto il tempo del mondo.
Al termine del periodo, tornerò a mangiare anche in altri orari, ma in quantità e modalità tali da evitare un ritorno allo “sgobbo” di prima.