Chi ha paura di Benedetto XVI? — di Giuliano Guzzo

via Chi ha paura di Benedetto XVI? — Giuliano Guzzo

Non è stato Amadeus, né il duello Bonaccini e Borgonzoni o le «Sardine». No, il vero personaggio della settimana è stato lui, Benedetto XVI. A 92 anni, ben lontano dai riflettori, è stato infatti il papa emerito – scrivendo un libro sul celibato ecclesiastico insieme al cardinale Robert Sarah – l’epicentro delle polemiche di questi giorni. Polemiche alimentate dallo strano «ritiro», annunciato dal segretario Georg Gänswein, della firma di Ratziger da un testo, Des profondeurs de nos coeurs, che alla fine di tutto si è dimostrato quel che già appariva all’inizio: un volume scritto a quattro mani con il cardinale Sarah per ribadire semplicemente, ancorché con fermezza, la posizione della Chiesa sul celibato dei preti.

D’accordo, ma allora come mai tutto questo clamore? A cosa dobbiamo le paginate e paginate di giornali che abbiamo visto negli scorsi giorni? Basta, a spiegare tutto ciò, il pasticcio del «ritiro» della firma di Benedetto XVI al libro scritto con Sarah, cardinale che nelle scorse ore ha rivisto proprio il papa merito trovando piena conferma sia della sintonia con lui, sia del fatto che non c’è stato, tra i due, neppure l’ombra di un malinteso? La risposta è semplice: no. Infatti ancor prima che la telenovela del ritiro» della firma prendesse avvio, il libro di Ratzinger era già un caso da prima pagina. Come mai? Perché quest’uomo di 92 anni, molto anziano e ormai fragilissimo, suscita ancora tutto questo interesse?

La prima spiegazione che viene in mente è quella legata alla sua rinuncia e al fatto che un papa emerito è già, di suo, qualcuno di eccezionale; e quindi qualsiasi cosa dica o faccia è automaticamente notizia. Vero. Ma c’è pure una seconda chiave di lettura, desumibile anche da altri  elementi – si pensi all’oltraggiosa caricatura di Benedetto XVI della serie I due Papi – , ed è una chiave di lettura che riguarda la chiarezza. Piaccia o non piaccia infatti, già da cardinale, quindi da pontefice e pure oggi da emerito, Ratzinger è sempre stato un pensatore di straordinaria lucidità. E non di una lucidità qualsiasi: ma di una lucidità cattolica; una lucidità che gli ha fatto chiamar per nome – «la dittatura del relativismo» – il male dell’Occidente e, purtroppo, pure di certi settori del mondo cattolico.

Ebbene, tutto ciò continua a rendere l’anziano teologo tedesco un uomo unico. Uno che, accanto a una rara dolcezza caratteriale, conserva, pur alla sua età, la forza di scandire – sulle ali di sant’Agostino («non posso tacere!») – parole di verità. Non consigli, non tiepidi inviti, suggerimenti, no: parole di verità. Una cosa che irrita. Nel mondo occidentale si è difatti instaurato un regime culturale tale per cui il cattolico è sì gradito, ma a due condizioni: che si occupi anzitutto di sociale – meglio se di migranti, razzismo, discriminazioni Lgbt – e che, se proprio qualcosa vuol dire, lo faccia in modo così ambiguo e confuso da risultare incomprensibile. In altre parole, oggi il cattolico è accetto solo se ha la supercazzola pronta, se divaga.

Ma se invece ricorre alla cara vecchia chiarezza evangelica, eh, allora è un problema. Un grosso problema: pure se si ha 92 anni. La cosa che più addolora, però, è che se tutto questo è risaputo per la cultura laica, da qualche tempo anche una parte di fedeli e uomini di chiesa, con il cristianesimo low cost – una filantropia con spruzzatine decorative di Vangelo qua e là -, ci ha preso gusto. Sì, perché è un cristianesimo che piace a Eugenio Scalfari, ai grandi media e, in definitiva, ad una società che, più che da accompagnare o aiutare, sarebbe da evangelizzare. Ecco perché nonostante la sua età e il suo vivere appartato, il papa emerito resta scomodo, come lo è il guastafeste di un mondo intenzionato a far pace con la sua ipocrisia.

Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

La narrazione è fluida, non ho trovato quel continuo impaccio e quell’incertezza data dall’alternare due periodi temporali diversi di cui alcuni hanno parlato.
Ma inizio a scriverne ad appena quota cento pagine, per non perdere lo slancio, e dunque la cosa potrebbe cambiare più avanti.

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Do it the American way

Sempre dall’alba delle cento pagine, mi sento di mettere in chiaro una cosa: è fin troppo facile condannare il programma di Love in Action, di rieducazione forzata, nel quale l’autore s’è inserito. Per sua scelta, ma una scelta condizionata da quell’ambiente estremista, quando non fanatico, della Bible Belt: una mescola di polvere da sparo protestante, che va dai carismatici alle varie forme di battismo (Conley è nato in una famiglia affiliata al battismo missionario) passando per il congregazionalismo e gli episcopali.
Una chiesa di maniaci, nel senso clinico del termine; una fede superficiale per abitudine indotta; una famiglia disfunzionale con una struttura che, manco a farlo apposta, potrebbe (sottolineo il condizionale) ben adattarsi a quella indagata dalla psicoanalisi della terapia riparativa.
Non è certo stupefacente che un quadro di vita simile si incontri con “guaritori” invasati ed incompetenti, in un tripudio di concezione perfettamente americana.
Se la salvezza dipende dal tuo successo, e per converso qualsiasi segno di debolezza sociale è automaticamente interpretato come sintomo di peccato.
Se il tuo retroterra è quello dei predicatori televisivi, e di un padre che al mattino scorre le notizie su internet per trovare segni dell’Apocalisse imminente in ogni banale scossa di terremoto o inondazione, con fiducia degna del migliore accrocco millenarista. (Sì, l’Apocalisse verrà e ci saranno, anzi ci sono da un pezzo, dei segni, ma un pochetto più significativi della talpa nel nostro orticello, please).
Se sei in bilico e con ancora la possibilità, viva e pulsante, di interrogarti su te stesso, indagarti, scoprirti a fondo, ma ogni domanda viene strangolata sul nascere e ogni possibilità di crescita inibita perché abiti in un mondo fatto di treni che viaggiano su binari prestabiliti.
Embé: grazie al cazzo, e scusate il francese, che sei finito in un giro di criminali che di un tema delicato, l’omosessualità, e una scelta più che legittima ancorché avversata ma da gestire con la massima cura, la terapia riparativa, fanno un inferno a mezza strada tra la pretesa manageriale di cambiare qualsiasi aspetto della realtà con la sola volontà – che non è il libero arbitrio, la libertà morale, ma solo l’ennesima manifestazione di volontà di potenza tutta umana! -, e l’intransigenza settaria di rifondare gli uomini non a immagine e somiglianza di Dio, ma a propria immagine! E siccome non sono soddisfatta, ci metto ancora altri tre punti esclamativi!!!
La sfiga, proprio. Preciso che parliamo del 2004 – la storia è poi stata pubblicata nel 2016.
E in quel 2004 chi era tanto voga, e, Santa Madre, lo è ancor oggi?

Billy Graham e i suoi fratelli

Nella zuppa protestante, una buona dose è rappresentata dalla spiritualità evangelica. Che non mi provo nemmeno a descrivere: troppe diramazioni, troppe sigle, troppe chiese, troppo tutto. E non avendola mai non dico frequentata, ma neppure bazzicata, mi astengo da un’operazione improponibile, per la quale non sono ad acta. Tanto più che, giustamente, gli evangelici sono suscettibili in merito: quante volte i media chiamano “sacerdote” quello che è invece un pastore? La newsletter di Evangelici.net, che ogni tanto cito e cui sono fedele da un anno, li becca sempre sul fatto.
Ebbene, proprio attraverso questa newsletter ho imparato primariamente a familiarizzare con un nome di peso della fede evangelica americana: Billy Graham, che è stato sino alla sua morte, un paio d’anni fa, pastore e confidente di diversi presidenti repubblicani. Una settimana sì ed una no, fa la sua comparsata in un trafiletto dedicato a dichiarazioni pubbliche di fede e conversioni eccellenti (occhéi, esagero, ma comunque spesso e volentieri in America se ne parla).
Ancora più spesso viene citata la Hillsong Church, che pare convertire star musicali a spron battuto: ultime conquiste, Justin Bieber e Kanye West. Entrambi hanno prodotto il loro ultimo album ispirati dalla luce della Grazia (che, fuor di ironia, mi auguro abbiano ricevuto realmente: non sta a me stabilire se credano davvero, ma un tantinello di prudenza quando rivelazioni eclatanti incontrano lo star-system è d’uopo).
E insomma: chi mi ritrovo citato proprio come punto di riferimento della famiglia di Conley? Esatto: Billy Graham. Non depone troppo bene per Billy, ‘sta cosa.

Tirando le somme

Ribadisco: Conley, in questo memoir, dimostra d’avere un sacco d’idee, diverse fra loro, e tutte molto, molto confuse (ad eccezione di quando tratteggia lo “spirito” di alcune delle tante denominazioni con una sola, breve pennellata, cogliendone l’essenza: lì ho applaudito). Afferma di possedere una “razionalità ostinata”, e lo conferma in ciò che racconta: tuttavia, la impiega assai male.
E la matassa di stupidaggini (scusate, per me lo sono!) che riesce a disporre nella narrazione, a chi viene affidata? A un branco d’imbecilli scelti a caso (giuro), privi di titoli, ed altrettanto fuorviati, che trasformano la terapia riparativa in un magheggio da Scientology. Dov’è il mio fucile caricato a sale, dannazione?
[Voglio appunto fare una ricerchina, che dovrà necessariamente essere in lingua inglese, sui metodi di LIA. Il parallelo che ho fatto con Scientology non è casuale, purtroppo, le affinità sono evidenti].
Una scelta che non appare affatto  inevitabile, anche se per una serie di concatenazioni  d’eventi finisce per non stupire nessuno. Conley è rimasto in un programma breve, diciamo “esplorativo”, di Love in Action per due settimane, senza esservi stato spinto specificatamente (avrebbe avuto diversi modi per mettere ordine in se stesso e fronteggiare il dissenso, che pare non essersi mai tramutato in aperta ostilità, della famiglia) ma più a causa di una sua deriva personale. Della mancanza di iniziativa, soprattutto – spiace dirlo: non vuole essere un processo all’autore, che certo ha attraversato momenti difficili (fra i quali alcuni mesi di colloqui settimanali con uno psicologo affiliato, per valutare il suo inserimento), ma insomma: definirsi “un sopravvissuto” (risvolto di copertina), come se il suo grande travaglio fosse consistito nelle due settimane di cazzeggio nel gruppo LIA, è pretestuoso.
E’ l’insieme di piccoli e grandi strappi alla quotidianità consolidata che, spalmato nell’arco di circa un anno, va a creare una lacerazione importante in lui, tanto che al termine parla di trauma. Ed è un peccato che, pur con tanta dovizia di particolari, non abbia particolarmente approfondito le reazioni dei genitori – presenti, ma che suscitano l’ulteriore curiosità del lettore piuttosto che entrare nel merito.
Ecco, trovo che questa sia stata un po’ un’occasione sprecata di mostrare meglio un tipo di tessuto culturale e sociale che ti conduce a piccoli passi, e per piccole omissioni, al disastro. Opinione mia, rafforzata dal divario tra ciò che il battage pubblicitario ha spinto (LIA) e ciò che merita più attenzione (il contesto); ma tant’è. Penso dipenda anche da una certa ritrosia dell’autore, che si è esposto molto, ma in uno stile “velato”, sempre un passo indietro rispetto alle vicende: il che va benissimo, ma lascia spiazzati.

Per contro, il libro è ben scritto ed ha un buon ritmo, si lascia scorrere velocemente.
Nonostante l’argomento pesante, l’ho quasi divorato proprio perché è innanzitutto una storia di vita personalissima, in cui molti potranno riconoscersi a grandi linee ma che rimane anche difficilmente emblematica nella sua singolarità.
C’è una bella vena poetica in Conley, e considerato che questa è la sua opera prima, ci si può aspettare anche di meglio in futuro.
Ho adorato la manifattura dell’oggetto, molto morbido e maneggevole ma “pieno”, di un certo peso; e con colori e rifiniture da rivista – ho messo in lista un altro paio di libri dell’editore Black Coffee 😉
A questo punto mi interessa scoprire cosa han tratto da una storia simile per farne un film: per qualche ragione, ci vedo molto bene Russell Crowe nel ruolo del padre, mentre non sono del tutto convinta della Kidman… purché abbiano mantenuto un po’ del carattere giovanile del testo.



Nelle puntate precedenti:

> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo .3: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e contro Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey

Parliamo di donne

Luca, Stefano, Lorenzo.
Sono stati tre, fatto salvo che altri lo sarebbero potuti diventare in circostanze differenti, gli uomini che hanno significato di più per me, che sono stati importanti. E ovviamente, di cui sono stata innamorata, e pure a lungo.
E’ piuttosto facile individuarli, perché nessuno di coloro che son seguiti mi ha offerto altrettanto.
Mi sono però anche chiesta quali siano state invece le donne importanti, a livello romantico e non amicale, quali mi abbiano attratto per un periodo e con un’intensità non effimeri.
Tralasciandone due che, nello stesso arco di tempo, mi hanno interessata molto (ma più sul piano intellettuale che istintuale), ne posso contare altre due che hanno scavato un segno ben profondo in me – ma ad esse preferisco cambiare i nomi: saranno, qui, Eva e Dalida.

Eva la conosco sin da quando ero bambina (e lei era, invece, alle soglie dell’adolescenza).
Vivevamo nello stesso quartiere, seppure non troppo vicine, e naturalmente non frequentavamo gli stessi gruppi di conoscenze data la differente età, ma mi capitava abbastanza spesso d’incontrarla in giro.
Ho sempre saputo di interessarle. Non saprei dire di preciso in che modo, almeno non allora (più tardi, penso di non essermi sbagliata nel vederci anche un interesse erotico-sentimentale), ma era chiaro se non altro che in qualche maniera la affascinavo.
E, naturalmente, a maggior ragione lei (più grande, mezza slava, ambigua come una sirena e solo lievemente mascolina, non abbastanza da respingermi) affascinava me.
Crescendo l’ho persa di vista, l’ho incrociata raramente ma, ogni volta, conservando quelle antiche sensazioni.

Dalida, invece, mi ha coinvolta di più dal punto di vista fisico ma, al tempo stesso, la mia brevissima esperienza con lei è stata anche molto più razionalizzata da parte mia.
E’ uno di quei casi in cui posso dire che la mia attrazione era determinata (… è determinata) da qualità – bellezza, morbidezza, femminilità, risolutezza – per le quali vedevo, vedo in lei tratti della donna che vorrei essere e non sono, né mai sono stata.
Ovviamente ciò non significa che la idealizzassi: riconoscevo benissimo i suoi difetti, per esempio nel suo carattere spigoloso e diffidente, e certo non ho mai fantasticato di una persona inesistente a discapito della persona reale. Tuttavia, alla lunga nonostante la forza di attrazione sia scemata di ben poco, e solo per la lontananza, ho potuto cogliere distintamente questo sostrato problematico: quella che speravo di conquistare non era e non è una specifica donna come possibile partner, ma il concetto stesso di donna, una parte di me stessa che è centrale, fondamentale, ma non ho mai potuto adeguatamente fare mia.
Sic est.
Chiaro oppure no che mi fosse allora, la mera possibilità di non esserle indifferente, o peggio sgradita, mi esaltava: così, anche se il suo è stato un generoso tentativo che ha subito evidenziato la sua (buon per lei!) innegabile eterosessualità, l’avermi dato sufficiente credito chiedendosi se mai potesse nascere qualcosa di sensato da una situazione così improbabile – e l’avermi “concesso” un bacio – mi avevano garantito, per un momento, una stima di me stessa come potenziale compagna ed una sensazione di padronanza nelle relazioni per me rare.
Solo illusioni, ma ci sono state e se ci penso le posso rievocare intatte: fossi stata meno solitaria ed introversa, avessi avuto una “vita mondana” appena più estesa, ne avrei fatto probabilmente, in breve, una droga. Pur non essendo nel mio stile posso pertanto capire, a grandi linee, cosa prova un gay assetato di sesso (di riscontro, controprova del proprio valore, approvazione) quando esce per locali in “battuta di caccia”… e a buon intenditore, pochi puntini sulle i.



ce n’è voluto per scacciare i fantasmi.

spiriti di incertezza e inadeguatezza, di fallimento,
che avrei teoricamente debellato tempo fa.

ma se ne sono andati da soli poi…
passata l’affezione ai dybbuk, riecco le ninfe.
essere invasa è sempre un devastante privilegio.
con mano forte ed aggraziata la prima ninfa afferra e strazia i tuoi occhi: non riflettono alcuna luna di latte, non parlano, nè guardano soltanto me. così posso vedere uno scorcio di te, finalmente, senza sovrastrutture poetiche, la nuda carne e te.
la seconda ninfa, che nella notte si muove in me quasi contorcendomi e rievocando la scompostezza con cui ti ho baciata. torce il mio corpo, inquieta la mente, di nuovo e ancora e di nuovo, ma fino alla spossatezza che lascia saziati e dolcemente persi.
una terza ninfa, creatura solo riflessa nel vetro freddo del parabrezza, appoggia la sua mano e scappa, allontanando anche te. mi ancheggia davanti, nell’ombra e sulla strada,
in ritmo di blues.

scappa.
una bella serata che si allunga nel tempo, senza perdere sapore.
corro anch’io, nella notte, ma non inseguo nulla.
ti ho già qua.

[2006]

Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey

Comiskey è un pastore evangelico statunitense, fondatore di Desert Stream (presente anche in Italia dal 2004), dal quale si è originato Living Waters – si tratta di percorsi di accompagnamento pastorale e di sostegno ad ampio spettro, ma dedicati in particolare alle problematiche matrimoniali, sessuali e di genere.
Anche qui, come in Nicolosi, i pilastri sono due: primo, il trattamento (o l’ascolto) di problematiche che sono innanzitutto e soprattutto relazionali, non meramente sessuali. Secondo, il radicamento nella fede cristiana. La cui aria benefica si respira subito: se il titolo italiano riprende infatti correttamente il sottotitolo originale, il titolo inglese suona  tutt’altra musica, decisamente più spirituale che psicologica, così:

Strength in weakness

Il riferimento è alla Seconda Lettera ai Corinzi, 12,9: quando sono debole, è allora che sono forte. Se solo sapessimo quanto siamo amati, non sentiremmo il bisogno di difenderci coi denti e con le unghie ad ogni refolo di vento. Ma chi di noi capisce davvero, e non dà per scontato, l’amore di Dio quando sta bene e non sta attraversando una tempesta?


Parrebbe ovvio, ma non lo è, notare come Comiskey insista sul carattere imprescindibilmente comunitario della salvezza in Cristo. Non si tratta solo di un atto di umana umiltà – “Non ci si salva da soli”-, ma dell’essenza dell’azione divina che ci è rivelata: Dio stesso, in sé, è una comunità di tre Persone. E’ relazione, e ha creato l’uomo per portare questa capacità di relazione fuori di sé.
Sia chiaro però a chi s’immagina una conventicola di fondamentalisti invasati che si costringono l’un l’altro a confessare in pubblico le cose più intime e/o atroci, che questo modo distorto di fare comunità (lontanissimo dal rappresentare il Corpo di Cristo) è proprio di gruppi particolari, al limite o già oltre il limite dell’eresia, che nulla c’entrano con un gruppo di sostegno, o anche terapeutico, nell’area delle terapie riparative (l’autore qui li chiama “gruppi di guarigione”).
Fermo restando che in ambito protestante la “confessione”, ancorché non sempre pubblica né tantomeno obbligata, non è un sacramento e non è prettamente segreta come nel cattolicesimo: nell’appartenenza di Comiskey viene resa ad alcuni membri della comunità che svolgono servizio ministeriale, i presbiteri; e in alcuni altri casi m’è parso si possa identificare suppergiù con quel momento in cui, a posteriori, il penitente deve ricomporre la comunione tra fratelli che con il suo peccato aveva spezzato, per quanto possibile; ossia nell’atto di riparazione.
Che poi l’enorme capacità dell’uomo di distorcere ed inquinare le cose buone che gli passano per le mani abbia agito anche qui, permettendo che si creassero fondazioni dai sistemi coercitivi – come credo, per altro, sia il caso di Conley, autore di Boy erased -, compresi certi campi di rieducazione confessionali o laici che siano che per conto mio andrebbero messi fuori legge, lo do per certo senza nemmeno pormi il dubbio. Sarebbe troppo bello e facile se così non fosse. Una distorsione rimane tuttavia una distorsione, non una regola, dunque non mette in crisi la bontà della psicologia e della teologia che informano il settore.
Non è mai ridondante specificarlo, stante che come ci ricorda Giancarlo Ricci, psicanalista, citando l’autore nella sua prefazione;

[…] ci troviamo ad affrontare un nuovo pregiudizio: il pregiudizio secondo cui chiunque sfida [l’idea della] bontà intrinseca dell’omosessualità è omofobo e razzista.

L’altro perno attorno al quale Comiskey fa ruotare tutto il suo discorso ed il suo intervento, oltre alla comunità, è il concetto di vergogna. Un concetto ampio, stratificato, che nell’imbarazzo sociale vede solo la superficie di un problema psichico comune all’umanità tutta, che al tempo stesso è un problema spirituale nato col peccato originale, dunque ineliminabile in questa vita – ma affrontabile ed, anzi, foriero di guarigione, appunto: di fronte alla vergogna l’unica soluzione (per tutti: chi ne è vittima e chi la infligge) è affidarsi ed affidarla alla Croce.

“Jürgen Moltmann scrive: “Conoscere Dio nella croce di Cristo è una forma di conoscenza […] che infrange tutto ciò a cui un uomo può essere attaccato e su cui può costruire, tanto le sue opere quanto la sua conoscenza della realtà, e proprio nel fare questo lo libera”. [da Il Dio crocifisso]
Talvolta abbiamo bisogno di essere risvegliati da eventi disastrosi che ci mettono in condizione di arrenderci a Cristo. Se non dovessimo far fronte a dure realtà, noi potremmo rimanere sempre in un’oscurità beata. Certo, possiamo sempre scegliere di non guardar le cose in faccia”. 

Comiskey si premura di mettere in guardia le comunità dall’incentivare, nel nostro prossimo e specialmente negli altri credenti, quegli “io belli e falsi” che spesso chi ha un ferita profonda e coltiva un senso di inferiorità tende a costruirsi.

“Riferendosi a questo genere di persone, Stephen Pattinson dice: “Nella loro preoccupazione per il riconoscimento e l’approvazione estrinseca, esse possono essere ‘preoccupate di mostrare agli altri, a se stessi e a Dio, che sono brave, gentili, attente, persone che la loro religione celebra’.
La chiesa spesso trae vantaggio dall’obbedienza degli io belli e falsi. Essi sono utili e non pongono problemi. […] La persona cerca [così] di conservare una base di sicurezza mediante l’acquiescenza e la conformità, mentre si dibatte nella propria sfera sessuale e relazionale”.

Lasciatemi inserire una punta di acidità in questo quadro: lasciando da parte i gruppi di guarigione (che dovrebbero essere la costola di un’attività terapeutica individuale, non sostituirla), dov’è in tutto questo la Chiesa Cattolica? Dovrebbe esistere, a fianco ed a monte di questo, una specifica pastorale che in quanto tale non sia la mera ripetizione della dottrina, ma offra un sostegno spirituale e sociale adeguato. A maggior ragione considerata la rilevanza e l’attualità della questione.
Ma noi non ci siamo (mi auguro che arrivi qualcuno a smentirmi…).
Chiarissimi nella dottrina, non offriamo alcun percorso di crescita e condivisione che resti nel suo alveo, e lasciamo il campo libero ad associazioni gay cristiane che non vedono un dissidio tra fede ed omosessualità vissuta – le quali, se hanno senso per una parte del protestantesimo, non ce l’hanno in seno al cattolicesimo.

Concludendo, cito ancora: “La […] vergogna può essere superata solo grazie alla forza di un amore più grande. Tale amore dev’essere più forte della potente impronta del rifiuto e del disprezzo umani. L’unico amore che risana è l’amore di Gesù Cristo”.

Un percorso di guarigione, che sia dalla pulsione omosessuale o da un altro tipo di esito di ferite relazionali profonde (molto interessante da questo punto di vista il discorso sviluppato a proposito di misoginia e misandria), ha come condizione necessaria e sufficiente il proposito di recuperare il disegno di Dio sulle sue creature, e di aderirvi in misura progressivamente più piena.

“Gesù deve diventare il nostro specchio quando ci chiediamo: ‘Chi sono io?’. Lui solo ha il potere di definire la nostra identità primaria. Purtroppo, anche se cristiani, noi continuiamo a fissare disordinatamente, nell’immagine riflessa del mondo, i nostri sentimenti e le nostre esperienze passate.
C.S. Lewis scrive: “Il vostro Io autentico, nuovo (che è di Cristo) non si manifesterà finché voi non lo cercate. Arriverà quando cercate Lui”. [da Il cristianesimo così com’è]

Due parole sulla terapia riparativa.

What?

Tra le altre cose, sono una sostenitrice della terapia riparativa dell’omosessualità.
Sì, quella che si propone di convertire l’impulso sessuale, l’attrazione affettiva omo- in etero-. Sì, quella del famigerato Joseph Nicolosi (il quale, comunque, non l’ha inventata dal nulla).
Ancora non ho letto nulla di suo – dovrebbero arrivarmi a giorni i primi due manuali, insieme ad un testo di parte avversa – e mi è chiaro che si tratta di un mondo più vasto di quanto le solite tre info in croce lascino indovinare; tuttavia ne condivido la sostanza: la possibilità di risanare, o almeno individuare e contenere, una stortura creatasi nello sviluppo identitario e sessuale della persona – la causa non biologica della tendenza omosessuale.

Dico “la causa non biologica della tendenza omosessuale” perché ritengo che, a fianco di una componente biologica (che già va oltre la genetica), la componente psico-ambientale non solo esista (e non è affatto scontato affermarlo), non solo giochi un ruolo più rilevante di quello che comunemente le si attribuisce, ma anche sia in molti casi – il mio è un “molti” empirico, ma tant’è – il fattore prevalente e preminente che determina tale condizione.
Per dare un’idea più specifica di cosa si sta parlando, riporto due paragrafi da Wikipedia:

La definizione riparativa nacque nel 1983 quando la psicologa ricercatrice britannica Elizabeth Moberly coniò il termine spinta riparativa per riferirsi alla stessa omosessualità maschile, interpretando il desiderio sessuale di un uomo per altri uomini come il tentativo di compensare un mancato rapporto tra padre e figlio durante l’infanzia[55][56].
[…]
In un libro del 1991 Joseph Nicolosi sosteneva che[59]:
«[o]gnuno di noi, sia uomo che donna, è guidato dal potere dell’amore romantico. Tali infatuazioni traggono il loro potere dalla spinta inconscia a diventare un essere umano completo. Negli eterosessuali, è la spinta a riunire i poli maschio-femmina attraverso il desiderio per l’altro. Ma negli omosessuali, è il tentativo di riempire un vuoto nella completezza del sesso originale dell’individuo».

Come detto, questa visione psico-ambientale (ma ormai potremmo aggiungerne anche una psico-sociale) non copre e non esaurisce tutte le cause dell’omosessualità – non è del resto mia responsabilità né intenzione render conto di ogni aspetto della cosa: non parlo a vanvera, ma parlo comunque per me stessa, non sono una portavoce né della Chiesa né di Arcigay o affini.
Ma se la si accetta – purtroppo le polemiche sulla presunta non scientificità della terapia divampano, e sono a loro volta tutt’altro che oneste… – si apre uno scenario ben più complesso dell’usuale, e per di più viene a cadere il mito del carattere immutabile dell’orientamento omosessuale: può essere certamente “stabile”, stabilizzato, ma non integralmente innato, univoco, immutabile appunto come nel consueto paragone che si usa fare con il colore degli occhi o dei capelli.
Lo sviluppo sessuale somiglia, piuttosto, ad un’abilità corporea (che so: lanciare una palla centrando un canestro) che parte da un livello standard, ma può implementarsi in misura maggiore o minore, e più o meno armoniosamente, secondo i casi – laddove, nell’ottica riparativa e in ultima istanza cattolica, l’eterosessualità rappresenta l’estremo armonico di una scala, e (la riaffermazione del)l’omosessualità (come variante naturale) l’estremo opposto: un disordine.

How?

Come mi sono avvicinata al discorso sulla terapia riparativa – questa semisconosciuta?
Innanzitutto leggendone e parlandone nei blog e sui siti d’informazione cattolici, anche prima di diventarlo io stessa e dunque familiarizzando con la faccenda quando ero su posizioni contrarie.
Ne ho poi sentito discutere – non solo per accenni o con sarcasmo – sempre in ambito cattolico, ma “dal vivo” e di persona con alcuni singoli: solo per fare un esempio, con le Sentinelle in Piedi (di cui faccio parte, pur non partecipando da un pezzo a nessuna veglia per varie ed eventuali) e durante le serate di Gianfranco Amato e Povia. (Situazioni, queste due, che mi hanno insegnato parecchio non solo su determinati contenuti, ma soprattutto sulla nostra società. Oh sì. Ma ora sto parlando d’altro).
Al di là dell’avvenuta conversione e del riposizionamento su punti di vista più affini alla dottrina della Chiesa – che da sé non sarebbero ancora sufficienti -, ciò che mi ha portata ad “approvare” i postulati della terapia riparativa è semplicemente questo: che mi ci riconosco. Così come mi sono riconosciuta in parti significative del racconto e dell’analisi che della propria storia ha fatto Luca di Tolve, nel libro Ero gay.
(Cos’è ‘sto scalpiccìo? Ah, gente che scappa…).
E questo è quanto, per una panoramica.

Te Deum (Novembre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • le pennette panna e salmone!… (qui una variante stuzzicante per le emergenze);

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  • il sole enorme ed infuocato che ho visto levarsi all’orizzonte il 9.11., come un tuorlo d’uovo formato famiglia che si squaglia sui campi;
  • il “mio” mongolo (o almeno credo lo sia), nume tutelare di via Corsica, che mi fa sentire a casa ogni volta che lo incrocio – bizzarro, visto che lui una casa dubito ce l’abbia, ma del resto “casa” è la nostra città:
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Non è lui, ma ci va vicino.
  • la tessera gratuita per la rassegna teatrale dialettale che M.T. mi ha promesso mi farà avere, l’ultima volta che ci siamo incontrate ♡ ;
  • la scrittura, che è un salva-vita potente;

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  • le bellezze tipiche che infestano i treni regionali: come il mulatto con le cuffie, che ho fissato spudoratamente, e la bionda raffinata che ho solo sbirciato con la coda dell’occhio…;
  • la Signora in rosso, la vecchina pimpantissima sul cui muretto di casa mia madre si fermava sempre a sostare per riprendere fiato, e sul quale ora mi fermo io;
  • la coccinella che mi si è rifugiata in casa e mi ha adottata, e che tutte le sere ritrovo a gironzolare sulla scrivania:

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Libri .19: Guida alle Messe, Camillo Langone

A ciascuno il suo divino. Ogni liturgia rappresenta una diversa teologia, idee di Dio apparentemente inconciliabili. […] Ma la Chiesa è appunto Cattolica, che in greco significa “universale”, capace di tutto comprendere.
Ciò non vuol dire che tutte le Messe siano ugualmente belle ed ugualmente efficaci. Il sacramento è sempre valido (Cristo è presente nell’ostia anche in caso di prete indegno o di canti strazianti) ma il suo potenziale di conversione cambia di volta in volta e di norma è sottoutilizzato.
Se una Messa riesce a catturare i sensi, anziché respingerli, lo Spirito che in essa si incarna si approfondisce in noi. E ci cambia, e cambia il mondo.

Guida alle Messe: quelle da non perdere, dove e perché di Langone si potrebbe ben riassumere così, con questo paragrafo dall’introduzione.
Sorprendentemente, poiché in genere non lo amo, l’ho trovato in questo agile ed utilissimo libretto assai sul pezzo e per niente pedante o irritante.
E’ certo roba che può interessare eminentemente i cattolici o comunque i credenti, ma non… crediate: le due tipologie di voto che il giornalista de Il Foglio e de Il Giornale attribuisce sono una per la liturgia, ed una per l’architettura – arredo interno delle chiese italiane nelle quali ha assistito a qualcosa come 200 celebrazioni, appositamente per recensirle su quotidiano prima e raccoglierle qui poi.

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Tali (brevi, ficcanti) recensioni, meritorie di lettura integrale e non solo di consultazione occasionale, sono suddivise in due modi: nell’indice, per diocesi, e nel testo, secondo la caratterizzazione prevalente, distinguendosi in: messe più belle, messa pontificale, messe in latino / con canto gregoriano, eterni anni settanta (chitarre & tamburelli), mediatiche (chiese al plasma), santuari, misticismo, umano (troppo umano?), ospedaliere, brutte ma buone (buone messe in brutte chiese) e belle e cattive (cattive messe in belle chiese), movimenti, comunità, turistiche, cattedrali.
Nella paginetta (un semplice elenco) dedicata alle Messe più belle, in apertura, mi inorgoglisce notare che ben tre su diciassette fra quelle indicate sono proprio a Brescia! Vi figurano infatti: quella al Duomo Vecchio (o Rotonda), quella ai Santi Nazario e Celso, e quella a Santa Maria delle Grazie.
Alla prima, di domenica mattina, ho partecipato un’unica (ma memorabile) volta, e garantisco che c’è tutto quanto si possa desiderare dal rito: panche in legno – niente sedie -, candele in cera, latino / gregoriano, sacerdote rivolto versus Deum, eucarestia in ginocchio alla balaustra con telo sottostante. Citando Langone nella relativa scheda, ci sono più o meno tutti gli elementi che secondo l’ebreo Alain De Botton rendono “plausibile che Gesù fosse il figlio di Dio” (Architettura e felicità, Guanda). A differenza di quanto riportato dall’autore, appunto, ricordo bene che fu celebrata spalle ai fedeli (può banalmente essere un caso dovuto a diverse tempistiche di frequentazione), non ricordo tuttavia se l’ostia sia stata intinta nel vino: forse perché è una pratica che ho scoperto esistere (!) e dunque potuto apprezzare solo successivamente, ed in tempi anzi molto recenti (sigh).

 

In conclusione, un’ottima idea che potrebbe incuriosire, alla stregua di una guida del Gambero Rosso o Michelin, anche i “profani”: gli estimatori dell’arte e dell’estetica, i latin-lover (ossia gli appassionati di latinorum) e la vostra vecchia zia monarchica Gertrude 😉