ddd: diario del digiuno / 4

Nonostante il piccolo stress di inizio settimana, alla fine dalla mia socia per terminare il Ramadan ci vado. Sono persino psicologicamente pronta per riempirmi di pelo e bava canina, la quale per altro è un ottimo disinfettante.
Voglio chiudere questo brevissimo ciclo di post con un paio di considerazioni.

La prima, banale ma necessaria, è che sono contenta di averlo fatto.
Al prossimo giro, potrei persino fare le cose “per benino”, e seguire altre regole oltre ad approfondirne lo spirito – per esempio una cosa inimmaginabile per me: cioè alzarmi per la colazione ogni giorno alle 4.00.
(Non fate quella faccia: è comunque una festa ed una scelta, non un supplizio!).

intreccio marocchino

La seconda è che, purtroppo, ciò di cui il digiuno non mi ha privato, ossia il benessere, sta già dando qualche (piccolo) segno di cedimento causa caldo. E siamo solo a fine maggio! Non demordo, ma che noia.

Infine.
Con l’arrivo dell’estate, ho messo in lavatrice / nell’armadio gli ultimi indumenti più coprenti e controllato quelli leggeri, dei quali già avevo fatto una prima grossa cernita, ma che in molti casi non avevo provato.
Ho così eliminato (per la vendita o per donarli) ulteriori: 6 paia di pantaloni, 7 gonne (più una tenuta ma messa da parte perché è un ricordo di mia mamma), 4 abiti, 2 magliette ed 1 camicia a maniche corte.
Ho anche tirato fuori le scarpe adatte, e su questo fronte sono messa un po’ peggio; ma nulla di irreparabile. Sogno di ritrovare delle babbucce arabe come quelle che avevo comprato nell’ormai lontano 2007, leggerissime e comodissime oltre che belle, oppure di adattare quelle che già ho (ma che sono aperte dietro e sciabattano, una cosa odiosa).

Trafficare coi vestiti implica spogliarsi e guardare il proprio corpo, e qui ahi, una lacrimuccia me la dovete lasciar versare. Seppure schifo non mi faccia, e quando sono in buona (quasi sempre negli ultimi anni) veda più i miei pregi dei miei difetti, comunque piacersi è un’altra cosa.
E tra il desiderio di essere meno formosa (ma giusto un po’!), meno abbondante, e quello di trasformare il mio guardaroba, decisamente il secondo è più realizzabile.
Alla fine, ognuno ha il corpo che si ritrova, e se guardo alle mie “antenate” so che devo rassegnarmi: prima dea madre africana e poi reduce da un campo di concentramento, la via di mezzo è solo una chimera.

Te Deum (maggio 2020)

Al termine (quasi) di questo mese, e in generale di questo periodo,
voglio ringraziare il Signore per:

  • lui, che proprio non me lo aspettavo. Figata. Donneeeee! E’ arrivato l’arrotinooooo!;
  • … la prima visita ai “congiunti”. Evviva!;
  • questo Ramadan strambo e fai-da-te, che mi ha dato una bella spinta; e la mia socia S. con la quale l’ho condiviso;
  • il nuovo gatto bianco della vicina, che sto lentamente circuendo;
  • il merlo ‘n coppa ‘o salice, e soprattutto (sarà lo stesso?) il mio merlo personale, quello che mi viene a trovare alle 17.00 in punto ogni giorno e gorgheggia come se non ci fosse un domani;
  • le gazze, che sono diventate più curiose e ciarlere, e mi amoreggiano nell’orto;
  • il mio socio nel crimine Lucius, che mi assiste cinematograficamente (e non solo);
  • il Kindle, prezioso;
  • il mixer da cucina, grandissima scoperta;
  • … la conferma alla variazione sull’affitto.

ddd: diario del digiuno / 3

Pare che ora si possano frequentare, sempre con le solite misure di sicurezza, pure gli amici oltre a congiunti e affetti stabili.
Negli ultimi giorni mi sono decisamente persa qualche tassello dell’intricata vita sociale nazionale, perché non me n’ero accorta.
Ad ogni modo, sabato con l’ultimo iftar il Ramadan termina, e il mio programma prevede una serata dalla mia socia: preghiera, pizza e film dementi. Più la notte sul divano in compagnia della cana. Sveglia alle 4.00 (gosh) per Id al-Fitr, e poi ciao, si torna dall’isolamento in trasferta all’isolamento a casina.

La mia spinta iniziale ad alzarmi prima e fare colazione, nell’ultima settimana, è andata farsi benedire: mi sono sempre alzata verso mezzogiorno, niente colazione perché la giornata era iniziata da un pezzo e farla a quel punto mi pare una furbata.
In realtà quello di saltare la colazione è un vizio che ho da mo’, ci vorrà ancora tempo per correggerlo. A parte un vuotino allo stomaco più insistente del solito, con annessa tentazione (ah, la mano che s’allunga verso il cesto della frutta!), tutto regolare.
Sono calata ancora mezzo chilo.
Niente stanchezza, giramenti di testa o altro.
Avendo ripreso a camminare, ora viaggio a banane.
Inoltre, quando comincerò a percepire la pensione, potrò pagarmi l’integratore di q10 che avevo dovuto sospendere.

Alle 19.30, invece, esco a ritirare la mia cena: da oggi riprende l’appuntamento Caritas settimanale, con la consegna della gastronomia avanzata a fine giornata alla Conad.
E buon appetito a tutti.

Aicha, ecoutez moi…

Rebloggo un articolo che, fra i tanti pubblicati in proposito e che mi son piaciuti,
mi sembra sviluppi il concetto più interessante e meno toccato.
Altri ne trovate in fondo, ma io vi giro questo.

Silvia Romano è tornata,
la cultura di voler tenere le donne a casa non se n’è mai andata

Le ragazze adulte rapite e poi liberate in questi anni non ci piacciono, ci insospettiscono, forse mettono in difficoltà una cultura corrente dove il rischio non è più contemplato. La prima reazione è sempre la stessa: chi te l’ha fatto fare?

silvia-romano

Sì, abbiamo pagato. Sì, lei si è convertita all’Islam.
Il ritorno in Italia di Silvia Romano è accompagnato dalle consuete polemiche sul riscatto ma soprattutto dallo choc culturale di vedere la ragazza scendere dalla scaletta dell’aereo con un goffo tabarro e una gonna lunga fino ai piedi: insomma, vestita da perfetta musulmana.

quanto ci sia di autentico e quanto di circostanziale nella sua scelta religiosa lo capiremo in futuro. quasi due anni in balia del peggior radicalismo islamico dovrebbero invitare alla cautela nel giudizio e nel commento.
Ma al popolo del web non sono piaciute anche altre cose. Il sorriso di Silvia, ad esempio («Non sembra una che se l’è passata male»). E poi le dichiarazioni generose sul trattamento che ha subito («Se l’hanno trattata bene, se non ha da lamentarsi, poteva restarci»).

Non è una novità. Le ragazze e signore italiane vittime di sequestro all’estero sono sempre state oggetto di uno specifico e occhiuto esame estetico-morale durante e dopo le loro drammatiche avventure: non ce n’è una che sia stata promossa.
Simona Parri e Simona Torretta, per tutti “le due Simone”, rapite nel 2004 a Baghdad nella sede della Ong per cui lavoravano, rientrarono a Fiumicino dopo cinque mesi e mezzo nelle mani dei guerriglieri di El Zawahri.
Erano vestite con lunghi caftani colorati, anche loro ridevano abbracciando i loro cari e le autorità. Ai giornalisti dichiararono l’intenzione di tornare a lavorare per la cooperazione. Apriti cielo. “Oche giulive”, titolò Il Giornale, dando voce a un sentimento collettivo di riprovazione e sdegno: l’idea generale era che due donne, dopo una pessima avventura di quel genere, dovessero rientrare a occhi bassi, modestamente vestite, contrite e pronte a giurare di non farlo mai più (in realtà entrambe hanno continuato a lavorare a progetti umanitari in Libano e Sudamerica).

Peggio andò a Greta e Vanessa (i cognomi erano Ramelli e Marzullo, ma non venivano quasi mai citati). Loro, dopo sei mesi in mano alle milizie siriane e un drammatico video in cui supplicavano l’Italia di aiutarle, tornarono palesemente sotto choc, infagottate nelle giacche a vento, col cappuccio tirato sulla testa.
E tuttavia si discusse moltissimo delle loro foto precedenti, quelle pubblicate su Fb ad Aleppo prima del sequestro che le mostravano allegre, con abiti un po’ hippy e fasce colorate tra i capelli: macchè volontariato, si disse l’italiano medio, questo è un happy hour, una festa, un’avventura scombinata.
Il sospetto fu che fossero d’accordo con i rapitori, per finanziare la loro causa attraverso il riscatto. Un sito di fake news rivelò: sono tutte e due incinte. Incauti parlamentari del centrodestra ritwittarono la notizia. Altre fonti le dichiararono ripetutamente abusate: quando loro smentirono, sostenendo di essere state trattate con umanità, scatto il solito coro: «Se stavate così bene, potevate rimanerci».

Adesso la vicenda di Silvia allunga la casistica delle rapite inadeguate al ruolo che il comune sentire vorrebbe assegnargli, qualunque esso sia: Marie Maddalene pentite, testimonial della lotta al terrorismo o all’Islam, Sante Marie Goretti del sacrificio estremo.

Non c’è niente da fare: l’uomo che si impegna in un’impresa pericolosa – che si arruoli nella Legione Straniera o coi curdi del Rojava – è un eroe; la donna che aderisce a una causa morale di qualunque tipo è una sventata, una scema, una poveretta inconsapevole e manipolata anche se, come le due Simone, ha trent’anni, è un’adulta e ha fatto una scelta di vita.

questo tipo di ragazze non ci piacciono, ci insospettiscono, forse mettono in difficoltà una cultura corrente dove il rischio non è più contemplato. Siamo il Paese di Anita Garibaldi, che cavalca e spara in mezzo a tre o quattro rivoluzioni, ma se vivesse oggi le diremmo: chi te l’ha fatto fare? Potevi restartene a casa, come tutte.


Altri pensieri:

> Apostasia – Leonardo Lugaresi & Scelte – Berlicche
> Aicha – iDane37
> Per i suoi membri uno stato serio versa sangue, non soldi – Giovanni Marcotullio
> Bentornata Silvia Romano, ma con quali traumi psicologici? – Patrizia Cordone

ddd: diario del digiuno / 2

Ho intitolato questa rubrichetta “diario del digiuno” perché chiaramente quello è il nucleo di tutta la faccenda – ed anche per una ragione personale -, ma il Ramadan, come qualsiasi digiuno di matrice religiosa, non è soltanto questo.

E’ innanzitutto un’educazione all’assenza.
Non per creare un’abitudine nuova e malsana, ma per insegnare la differenza tra avere e non avere – la gratitudine, la consapevolezza che nulla dipende da noi soli, tutto ci è stato dato.
Si tratta di tornare ad avere sete di qualcosa, e qualcuno, in un mondo che pretende di non farci mancare nulla ma fallisce già nei fondamentali.

digiuno

E rallentare.
Ascoltare il corpo disimpegnato dal cibo, garantendogli molti più liquidi del solito, quando corriamo tra un impegno e l’altro e ce ne scordiamo.
Reimparare a respirare.
Il resto – per esempio, ormai accendo la tv solo alla sera, e non sempre, e sto davvero scrivendo meno freneticamente sul blog – è conseguente. Non serve perseguirlo, viene da sé.

Ma, di nuovo, mai perdere di vista che il digiuno non è fatto per avvizzirci, per la morte; è fatto per riappropriarci della vita.
[…] mi sono ricordato di quella volta in cui, assalito dalla nostalgia del cuscus, sono andato in ristorante arabo e dopo qualche cucchiaio ho vomitato tutto. Solo dopo mi è venuto in mente che il cuscus è come il latte della madre, e ha un odore particolare che si può sentire solo accompagnato da baci e abbracci.
[…] E’ triste fare Ramadan lontano […]! A cosa serve rinunciare a mangiare e a bere, per poi mangiare solo? Dov’è la voce del muezzin? Dov’è il buraq? Dove il cuscus che preparava mamma con le sue mani?
– Amara Lakhous

ddd: diario del digiuno / 1

Oggi, 8 maggio, l’aspetto ascetico del mio digiuno e la ricorrenza cattolica particolare, oltre alla consueta recita della corona(anti)virus, si combinano ed uniscono le forze.

È il mio quinto giorno.
Il Ramadan è iniziato il 24 aprile, ma io arrivo sempre dopo, e terminerà il 23 maggio – per essere a stecchetto già da quattro giorni devo dire che pensavo di avvertire di più la differenza, invece sto un gran bene.
Niente attacchi di fame, niente rottura serale del digiuno con un cinghiale intero.
Anzi, ieri mi son preparata alcuni piattini, nulla di abbondante ma un accostamento meraviglioso: grissini integrali, simil-hummus (ma fatto con lenticchie anziché ceci, tonno e olio, spezie), noci e poi simmenthal (arrivata col pacco Caritas: normalmente non sceglierei carne, ma c’era ed almeno è di qualità).
A seguire precedere di una mezz’ora, che la frutta è meglio mangiarla prima, mele cotte abbondantemente spolverate di zucchero semolato.
Nel caso aveste in mente di fare (o farvi) un regalo “etico” e godurioso, sappiate che i grissini integrali – ma pure un salame, e dei biscotti cioccolato-liquirizia che non ho ancora testato – sono favolosi e vengono da San Patrignano.

Anche se allo specchio avrei detto il contrario, pare che in questi mesi di quarantena sia decisamente ingrassata. Purtroppo la mia frenesia casalinga mi ha permesso di cambiare la batteria della bilancia, che credevo di dover comprare invece avevo da parte, e verificare l’infausta situazione.
Tuttavia, nei soli primi quattro giorni ho buttato giù la bellezza di tre chili: e nemmeno questo me l’aspettavo. Mica male!, specie calcolando che fino alle 20.00 di mangiare manco mi viene in mente, a momenti.

Funziona.
Funziona perché, soprattutto, non sto portando avanti questa cosa da sola.
Anche se non è che ci sentiamo tutti i giorni, sapere che un’altra persona, con altrettanta motivazione se non maggiore, la sta facendo con me cambia tutto.
Ed a questo fattore ci penso spesso, voglio dire: sono orsa di natura, ma questo non rende più facile essere costante in certe cose senza un appoggio esterno, la consapevolezza di essere in gruppo / comunità a condividere un intento, e naturalmente qualche paletto come appuntamenti, scadenze, riferimenti che impediscono un’eccessiva dipersione.
Non è una scusa, ma è la stessa ragione per cui non vado spesso a Messa.
O per cui schivo i mestieri di casa.
E certa burocrazia, non così pesante ma tutta a mio carico.
Insieme è meglio.

Senza volerlo e senza averlo previsto, trovo che digiunare in questo modo, senza interruzioni fino a sera, mi stia dando una cosa che ho tanto e da sempre cercato, con fatica: un’organizzazione del quotidiano semplice ed una struttura.
Per come sono fatta, ogni cambio di passo mi rallenta, ed i pasti – per banali e veloci che riesca a renderli – rappresentano pur sempre una sosta forzata per la quale devo anche “prepararmi”, oltre che preparare del cibo. Devo stopparmi, fare mente locale, riorientarmi e ingranare nuovamente dalla prima marcia.
Ogni volta è una fatica.
E allora poter iniziare la giornata sapendo di aver davanti 10-11 ore filate, senza soluzione di continuità, per lavorare a qualsiasi cosa desideri fluidamente, libera da necessità stringenti e da abitudini vincolanti, mi toglie un peso e mi fa sentire bene.
Mangiare dovrò comunque, ma intanto sono libera di predisporre ciò che voglio e addirittura cucinare senza il fiato sul collo, un passaggio alla volta con la leggerezza di chi ha tutto il tempo del mondo.
Al termine del periodo, tornerò a mangiare anche in altri orari, ma in quantità e modalità tali da evitare un ritorno allo “sgobbo” di prima.

Poveri noi .2: Cibo – pt. II

Altri piccoli ragionamenti sul cibo.

Come me la sfango

Molti i suggerimenti possibili per risparmiare su spesa e consumo alimentare – ai quali potremmo aggiungere, in corner, questo: che le date di scadenza hanno delle distinzioni, e non sempre è il caso di buttare qualcosa che ci sembra “andato”, perché in realtà molti prodotti sono commestibili ben oltre la stampigliatura impressa sulla confezione.
Ciò a cui invece solitamente non si pensa, o per lo meno non si inquadra in un progetto chiaro su come mantenersi, sono le opportunità di ottenere cibo in modo del tutto gratuito.

aiuti-cee

✺ Se siete povery abbastanza, non disperate: come si suol dire, c’è la Caritas.
Che ha diversi “servizi”, ma è conosciuta soprattutto per i pacchi alimentari, dei quali tra parentesi io mi avvantaggio da un anno circa. Salvo che in questo periodo, durante il quale i pacchi sono intesi in senso letterale, due volte al mese mi reco all’emporio Caritas del paese e ci “spendo” i punti che, in base all’ISEE ed al nucleo familiare, mi sono stati assegnati.
Posso scegliere come distribuirli tra i prodotti base sempre presenti ed altri, di solito donazioni di privati, un po’ più voluttuari (sotto le feste, per esempio, compaiono colombe e panettoni in discreta quantità). Spesso, poi, alcuni prodotti sono disponibili “senza punti”, se la scadenza è prossima – molti dei prodotti non marchiati FEAD, cioè il programma di aiuti europeo, hanno difetti di confezionamento o scadenze ravvicinate ma non stringenti per le quali sono stati scartati dai rivenditori, ma quando la quantità di prodotto aumenta e la scadenza è pressante ci si organizza così.
Da tempo, grazie a questo aiuto, non acquisto più pasta secca, farina, olio, zucchero e polpa di pomodoro; innanzitutto.
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✺ Esistono poi diversi sussidi statali / regionali / comunali per chi vive in ristrettezze economiche, alcuni dei quali li conosciamo tutti: il reddito di cittadinanza, ex-ReI, ne è il principe. Tuttavia questi sussidi pongono come requisito non solo un ISEE inferiore ad una certa soglia, diversa secondo i casi, ma anche un limite patrimoniale generalmente attorno ai 5-6.000 euro.
La qual cosa significa che, se avete risparmi da parte che sforano questa cifra – a mio avviso davvero molto, decisamente troppo contenuta – non ne avrete diritto. Come pure è difficile che si possano cumulare due sussidi differenti: per percepirne uno, spesso e volentieri la precondizione è di non riceverne già altri, quale che sia il loro scopo ed ammontare.
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✺ A proposito di sussidi e contributi statali, inutile ricordare – ma facciamolo lo stesso – che è possibile richiedere – laddove non siano stati esauriti i fondi – il buono spesa per chi sia in difficoltà causa Covid19 (in realtà, di nuovo non fa testo l’aver perso o sospeso il lavoro, avere problematiche di salute connesse ecc., ma soltanto reddito, patrimonio e nucleo familiare).
Io do per scontato che i requisiti siano identici per tutti, eppure – non è da escludersi – avevo sentito che qualcosa può variare in base a come i singoli comuni predispongono l’assegnazione. Non indago oltre, chi ne abbia necessità l’avrà certo già richiesto.

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✺ Per quanto mi riguarda, non ho diritto ai sussidi succitati – ovviamente non divulgherò in quanto consista il mio “patrimonio”, ma è chiaro che basta un solo euro d’avanzo sopra la soglia per esserne esclusi. E a meno che non siate usi tenere mazzettone di banconote sotto il materasso (perché ormai tasseranno persino le cassette di sicurezza, i fetenti), non c’è verso di cassarli dai vostri conti, per cui non provateci nemmeno.
Una cosa a cui fortunatamente ho diritto, però, c’è: sono i buoni per le nuove povertà.
Non scendo nel dettaglio, perché ignoro quale provvedimento renda possibile questa erogazione; può darsi però che sia stabilita a livello regionale (nel mio caso la Lombardia) e non statale, e non sia accessibile ovunque.
Consiglio perciò di informarsi, nel dubbio, presso i Servizi Sociali (se da voi fanno un buon lavoro) o tramite i canali web istituzionali.
Per darvi un’idea, io ho ricevuto due versamenti a distanza di cinque-sei mesi, che posso utilizzare per ogni spesa anche non alimentare senza vincoli, e che (facendo una media) ammontano a circa 200 € al mese. Una volta esauriti, devo solo consegnare in ufficio le pezze giustificative (scontrini, ricevute, ecc.) – io poi ci aggiungo di mio una tabellina Excel semplice semplice di riepilogo, per avere il colpo d’occhio e poter controllare quanto mi resta, ma anche perché così il resoconto che porto è più ordinato e chiaro.
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✺ Un’ultima opportunità, in questo anno, mi è stata data da un’associazione di volontariato privata. Attraverso l’assistente sociale – che tuttavia si è limitata a segnalare il mio caso e non ha potere decisionale – ho preso contatto con l’associazione, la quale gestendo un mercato dell’usato con prezzi davvero stracciati tira su qualche soldo, e con quel soldo ci compra delle tessere prepagate di un supermercato locale, tessere che poi gira a noi povery per farci la spesa di prodotti freschi (ortofrutta, carne e pesce, formaggi…). In cambio si presta opera “volontaria” nel mercato dell’usato stesso, una volta a settimana.
Avendo avuto conferma dall’INPS che mi spetta la pensione d’invalidità, e avendo altri supporti, il mese scorso ho rinunciato a questo aiuto; mi auguro che gli arretrati si decidano ad arrivare però…!

Meno è meglio

E’ il motto universale indiscusso dei minimalisti, e naturalmente vale anche per il cibo.
Sì, noi stiamo parlando di risparmio – che non è uno degli scopi del minimalismo, appunto – epperò, nello sforzo di risparmiare, potremmo scoprire che alcune pratiche ci portano anche un beneficio di salute (e di benessere mentale).

Banalmente, possiamo mangiare meno.
Meno per quantità, e/o meno di frequente.
Ricordate che parlavamo di pane ed olio, con un pizzico di sale certo, come di una raffinatezza preferibile, da sola, ad un intero banchetto di alimenti qualunque, se non addirittura di scarso valore?
Si può fare.

Si può anche fare due pasti principali al giorno ed abdicare al terzo (mettiamo, che so, colazione e cena leggermente anticipata, cassando il pranzo).

Si possono ridurre, in molti casi dimezzare, le porzioni che siamo abituati ad assegnarci tal quali come fossero prestabilite dalla creazione dell’universo.
Dominique Loreau, scrittrice francese minimalista da decenni residente in Giappone, suggerisce – tra le altre cose – ne Il piacere della frugalità di individuare un contenitore, nella fattispecie una ciotola, che sia delle giuste dimensioni: cioè delle dimensioni esattamente adeguate al nostro stomaco, una volta che questo sia depurato e ricondotto allo stato “normale” con un breve digiuno.
Ciò che una ciotola da riso di media misura può contenere, sostiene, è sufficiente per il nostro corpo in normali condizioni di salute – e mi pare corretto.

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Ah! Ecco dove voleva arrivare – dirà qualcuno.
Sì, fanculo, volevo arrivarci, ma tutto quanto ho scritto sin qui non conta mica meno.
Sì, mi interessa il digiuno, e lo consiglio pure, sfacciata che sono. Lo consiglio perché, le nostre nonne e le nostre mamme lo sapevano bene (non avevano ragione per forza, ma su questo eccome)

la fame è il miglior condimento.

Digiuno. E lo rivendico con orgoglio

Citazione occulta per dire che il digiuno non è una pratica assurda, masochistica o antistorica. Se ne potrebbero trarre grossi saggi, ed è stato fatto. Io passo la mano: non conta quello che ne penso io, e ne penso molto e bene, ma quello che – eventualmente, se credete – potete fare anche voi.
Nel pieno rispetto del buonsenso e della vostra salute.

Non esiste solo il digiuno totale.
Può essere parziale – da un pasto preciso, da un certo orario, da determinati alimenti.
Può essere periodico: in un certo periodo dell’anno, una volta la settimana.
Meglio, comunque, che sia regolare; a prescindere dalla frequenza.

Fatelo per depurarvi fisicamente o per purificarvi spiritualmente: va bene comunque.
Io quest’anno ho saltato, di nuovo, la quaresima: se adesso ho deciso (proprio adesso, un paio d’ore fa, al telefono con un’amica che da qualche anno lo pratica) di accodarmi a lei in un mezzo Ramadan, non è perché abbia idea di convertirmi, proprio no – lei sì, in certi termini, ma questa è un’altra storia.
E’ che questo bisogno ce l’ho da tempo, ma sono fottutamente pigra e ho sempre rimandato. Ma poi mi son detta: sai che c’è? Non aspetto il prossimo treno per fare le cose perfettine, balzo su adesso e almeno vedo come funziona, se funziona, così com’è impostato questo specifico digiuno, per me.
Perciò da domani, 4 maggio, farò un tentativo di Ramadan: colazione seria, poi più nulla salvo liquidi abbondanti fino a sera.
La motivazione preminente non è quella religiosa, anche se va detto che questa resta comunque inscindibile per me; quindi emergerà più chiaramente più avanti.
Ci aspettano meraviglie.

ramadan