Te Deum (Novembre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • le pennette panna e salmone!… (qui una variante stuzzicante per le emergenze);

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  • il sole enorme ed infuocato che ho visto levarsi all’orizzonte il 9.11., come un tuorlo d’uovo formato famiglia che si squaglia sui campi;
  • il “mio” mongolo (o almeno credo lo sia), nume tutelare di via Corsica, che mi fa sentire a casa ogni volta che lo incrocio – bizzarro, visto che lui una casa dubito ce l’abbia, ma del resto “casa” è la nostra città:
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Non è lui, ma ci va vicino.
  • la tessera gratuita per la rassegna teatrale dialettale che M.T. mi ha promesso mi farà avere, l’ultima volta che ci siamo incontrate ♡ ;
  • la scrittura, che è un salva-vita potente;

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  • le bellezze tipiche che infestano i treni regionali: come il mulatto con le cuffie, che ho fissato spudoratamente, e la bionda raffinata che ho solo sbirciato con la coda dell’occhio…;
  • la Signora in rosso, la vecchina pimpantissima sul cui muretto di casa mia madre si fermava sempre a sostare per riprendere fiato, e sul quale ora mi fermo io;
  • la coccinella che mi si è rifugiata in casa e mi ha adottata, e che tutte le sere ritrovo a gironzolare sulla scrivania:

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Libri .19: Guida alle Messe, Camillo Langone

A ciascuno il suo divino. Ogni liturgia rappresenta una diversa teologia, idee di Dio apparentemente inconciliabili. […] Ma la Chiesa è appunto Cattolica, che in greco significa “universale”, capace di tutto comprendere.
Ciò non vuol dire che tutte le Messe siano ugualmente belle ed ugualmente efficaci. Il sacramento è sempre valido (Cristo è presente nell’ostia anche in caso di prete indegno o di canti strazianti) ma il suo potenziale di conversione cambia di volta in volta e di norma è sottoutilizzato.
Se una Messa riesce a catturare i sensi, anziché respingerli, lo Spirito che in essa si incarna si approfondisce in noi. E ci cambia, e cambia il mondo.

Guida alle Messe: quelle da non perdere, dove e perché di Langone si potrebbe ben riassumere così, con questo paragrafo dall’introduzione.
Sorprendentemente, poiché in genere non lo amo, l’ho trovato in questo agile ed utilissimo libretto assai sul pezzo e per niente pedante o irritante.
E’ certo roba che può interessare eminentemente i cattolici o comunque i credenti, ma non… crediate: le due tipologie di voto che il giornalista de Il Foglio e de Il Giornale attribuisce sono una per la liturgia, ed una per l’architettura – arredo interno delle chiese italiane nelle quali ha assistito a qualcosa come 200 celebrazioni, appositamente per recensirle su quotidiano prima e raccoglierle qui poi.

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Tali (brevi, ficcanti) recensioni, meritorie di lettura integrale e non solo di consultazione occasionale, sono suddivise in due modi: nell’indice, per diocesi, e nel testo, secondo la caratterizzazione prevalente, distinguendosi in: messe più belle, messa pontificale, messe in latino / con canto gregoriano, eterni anni settanta (chitarre & tamburelli), mediatiche (chiese al plasma), santuari, misticismo, umano (troppo umano?), ospedaliere, brutte ma buone (buone messe in brutte chiese) e belle e cattive (cattive messe in belle chiese), movimenti, comunità, turistiche, cattedrali.
Nella paginetta (un semplice elenco) dedicata alle Messe più belle, in apertura, mi inorgoglisce notare che ben tre su diciassette fra quelle indicate sono proprio a Brescia! Vi figurano infatti: quella al Duomo Vecchio (o Rotonda), quella ai Santi Nazario e Celso, e quella a Santa Maria delle Grazie.
Alla prima, di domenica mattina, ho partecipato un’unica (ma memorabile) volta, e garantisco che c’è tutto quanto si possa desiderare dal rito: panche in legno – niente sedie -, candele in cera, latino / gregoriano, sacerdote rivolto versus Deum, eucarestia in ginocchio alla balaustra con telo sottostante. Citando Langone nella relativa scheda, ci sono più o meno tutti gli elementi che secondo l’ebreo Alain De Botton rendono “plausibile che Gesù fosse il figlio di Dio” (Architettura e felicità, Guanda). A differenza di quanto riportato dall’autore, appunto, ricordo bene che fu celebrata spalle ai fedeli (può banalmente essere un caso dovuto a diverse tempistiche di frequentazione), non ricordo tuttavia se l’ostia sia stata intinta nel vino: forse perché è una pratica che ho scoperto esistere (!) e dunque potuto apprezzare solo successivamente, ed in tempi anzi molto recenti (sigh).

 

In conclusione, un’ottima idea che potrebbe incuriosire, alla stregua di una guida del Gambero Rosso o Michelin, anche i “profani”: gli estimatori dell’arte e dell’estetica, i latin-lover (ossia gli appassionati di latinorum) e la vostra vecchia zia monarchica Gertrude 😉

Jung, Abraxas, spaghetti e mandolino.

Mi è chiaro mo’ che l’ho letto, seppure a volo d’uccello, perché si dica di Jung che ha ispirato tanta parte della New Age – volente o nolente. L’unico modo per non mettersi le mani nei capelli scorrendo questo resoconto – che l’autore stesso temeva venisse preso per la dimostrazione ch’era pazzo quanto e più dei suoi pazienti – dei suoi sogni notturni e delle “fantasie spontanee” dettate dalla pratica dell’immaginazione attiva, consiste nel godersi la bellissima introduzione al testo ad opera del curatore Sonu Shamdasani.
E’ un libro denso di conversazioni, questo: tra Jung e la sua Anima (intesa, come da disciplina, quale principio femminile presente nell’uomo così come l’Animus è principio maschile presente nella donna), tra Jung ed Abraxas, suo alter ego à la Zarathustra, tra Jung e la sua “personalità 2”, quella da lui considerata superiore e legata all’incoscio collettivo, agli archetipi, insomma a tutti i concetti precipui del suo lavoro; che Shamdasani si premura per altro di distinguere spezzando l’annosa associazione, fortissima ma impropria, con la psicanalisi freudiana.

Scopo di tali dibattiti interiori è, secondo Jung, quello di oggettivare gli effetti dell’Anima e diventare consapevoli dei contenuti che vi sono sottesi, integrandoli nella coscienza.
Una volta acquisita familiarità con i processi inconsci che si riflettono nell’Anima, quest’ultima “perde il suo potere demonico di complesso autonomo” e diventa una funzione di relazione fra la coscienza e l’inconscio. 

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Come detto ho scorso rapidamente il testo e mi sono soffermata solo per poco, e solo su alcuni, dei sogni riportati dall’autore, saltando a piè pari tutta la (più corposa) parte dedicata all’immaginazione attiva – che, per intenderci anche se in modo piuttosto sintetico, potremmo definire “sogno ad occhi aperti con estrazione di contenuti psichici dal profondo”.
Il materiale è molto, elaborato ed assai interessante – oltre che necessario – per affrontare la sua vasta produzione: è da questo percorso di autostimolazione e successiva autoanalisi, a partire dai materiali inconsci prodotti e dalle rappresentazioni grafiche  che Jung ne fa (spesso sotto forma di mandala, di cui la versione più importante e pesante del testo è corredata, mentre non lo è la “versione studio” da me presa in prestito) che egli parte per aprire la strada a ciascuno dei succitati elementi-cardine della sua riflessione.
Io, tuttavia, sono attualmente parecchio interessata, piuttosto, ai sogni notturni, al loro contenuto e ad una trascrizione degli stessi, miei o di altri – tant’è che ho creato su questo blog un’apposita categoria. Perciò di fatto, dopo l’introduzione, ho subito stabilito di interrompere una vera e propria lettura e mi sono limitata a sfogliare e sbirciare il resto.
Non ho dunque altro da dire su Jung, se non: in culo a Sigmund Freud.

Periferia di gravità oscillante

Non è un esotico concetto matematico, è che da quando te ne sei andata, Mamma, ho perso per strada la gravità che mi teneva ancorata al suolo e ho dimenticato tutte le mie routine. E’ banale, ma non avevo ancora focalizzato questo fatto.
Ecco perché mi sembra di non avere più una direzione.
Stanotte, fra le altre bizzarre cose, ho sognato che mi inoltravo in un mercato all’aperto, uno spaccio di ravioloni ripieni di carne speziata. Volevo comprartene un bel pacco e portartelo a casa, pregustavo il momento, la tua contentezza ed allegria – solo al risveglio ho realizzato che non ti ci avrei trovata.

Ma ci sarai poi, dall’altra parte, alla fine della strada?

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Santa Cecilia, donna a cui devo il mio secondo nome (che fu della mia nonna materna), patrona dei musicisti (e in fondo un po’ canterina lo sono, anche se la mia arte è un’altra), così ben raccontata nell’omonimo romanzo di Linda Ferri.
Santa Cecilia, il 22 novembre di 8 anni fa, ha visto la “nascita al cielo” di mio padre: oggi come ogni anno ho acceso un cero davanti alla sua foto, qui a casa, su quello che scherzosamente chiamo l’altarino. (Ci sono le tre foto dei miei, ciascuna con una ranocchietta in resina davanti, un candelabro, un angioletto tipo Thun con uccelletto da bomboniera pasquale appollaiato sopra… tutto ciò per avere una scusa per non stirare, visto che sono appoggiati sull’apposito Foppapedretti!).
Santa Cecilia, nobile romana convertita e martire cristiana. Non una che “non aveva niente da perdere”, al contrario una che aveva moltissimo, compresa la lucidità di saper attribuire il giusto valore alle cose – e alle persone. Nella speranza di saperla in questo imitare, le mando una preghiera, mentre scrivo: che possa essere degna di questo nome.

Joker, o della fortuna, della Grazia e della volontà

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A distanza di giorni dall’ultima considerazione su Joker, mi imbatto in questo brevissimo e fulminante post della stimata Nihil Alieno (suora, preside, accanita lettrice). Tanto breve e incisivo, e poi deliziosamente interrogativo anziché chiuso nelle proprie con-clusioni, che posso riportarlo – e riportare la mia risposta, che spero essere altrettanto pro-vocatoria – in uno screenshot (le emoticon squadrate le ho aggiunte io, con lo strumentino di Opera).
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In un’ottica umana, fatti salvi i casi eccezionali delineati dalle attenuanti – la tanto discussa infermità mentale compresa -, la responsabilità individuale resta non solo un punto fermo ma anche un “fuoco” centrale del discorso e della riflessione sulla colpa.
In un’ottica cattolica, la responsabilità individuale permane e forte, ma è “solo” una premessa ad un secondo elemento qualificante l’orizzonte di senso di una vita (e di una vita oltre la vita) intera: vale a dire la nostra creaturale non autosufficienza, la nostra limitatezza, il nostro essere argilla sbriciolata se non lasciamo che operi in noi la Grazia divina, quella cosa che unica può trarre dal fango una pasta malleabile e tradurla in un vaso.

[Consiglio, pur non condividendo la tesi di fondo, questo bel post de La baguette sotto l’ascella – cioè Il buco con l’attore intorno. E non perdetevi, vi prego, lo spassoso montaggio di scene in cui Cage – coadiuvato dalla musica di Mansell – dimostra che, per essere sciroccati, non occorre alcuna brutta giornata: basta urlare, gesticolare, schiaffeggiare perché sì ❤ ].

Te Deum (Ottobre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • le castagne raccolte nel bosco che la mia vicina mi ha regalato (le prime caldarroste della stagione!), i melograni aggràtise che ho prelevato dal nostro giardino, ma anche la lumachina sulla tomba al cimitero e la cavalletta tanto carina che s’è posata sul mio cactus, e ha avuto la pazienza di lasciarsi fotografare:

 

  • il foulard sui toni del beige e del marrone trovato all’associazione, che sarebbe piaciuto alla Mater e che s’abbina bene con la matita occhi che uso di solito;
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  • a proposito dell’associazione, grazie per la rumena-volontaria nuova, che sembra una a posto, e per la rumena-badante, che mi fa ridere un casino, e in quel posto grigio et noioso ci vuole;
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  • M., l’infermiera del Cps, con cui si parla di parrucchieri e di soluzioni organizzative per evitare di saltare i pasti – ed è una personcina interessante;
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  • i sorrisi delle persone che incontro per strada, che palesemente mi conoscono e mi salutano, o addirittura mi fermano per chiacchierare (la metà delle quali non ricordo mai chi cazzo sia. Ma come dicevo qui, ho imparato a mentire… white lies, white lies! Prima o poi risponderò al saluto sbagliato, di qualche maniaco che lo prenderà per consenso alla carneficina);

 

  • la serata in biblioteca a tema marinaresco, caruccia; lo spettacolo de Il magico baule che spacca sempre; il ritorno al cinema – cercherò di non lasciar passare altri tre anni alla prossima volta;
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  • Tea, la gatta di L., che ho battezzato io in onore della regina  longobarda Teodolinda. Sfranfugnarle la moquette sulla pancia è un sogno proibito:

 

  • le giornate di caldo extra, che non sono un bel segnale per il nostro clima ma che personalmente mi sono goduta assai, riscaldando le mie stanche ossa al sole sul terrazzo;
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  • la pizza di Birbes, goduriosa, e soprattutto Pino lo strano che ce l’ha comprata e consegnata – prima di defilarsi. Il sogno di tutte le (ex) mogli (cioè della mia amica), ma, comunque, strano 🙃 C’è in programma anche un caffé da lui per un disbrigo di pratiche, Dio solo sa cosa ci farà trovare davanti 😙;
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  • il calore di casa propria quando si rientra dalla pioggia esterna e si indossa il pigiama prelevato bollente dal calorifero;
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  • i due giorni da zia M., tra coccole, buon cibo, e tane tranquille in cui rifugiarsi;
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  • il contributo economico del Comune (fondamentale) e quello dell’amico S. (provvidenziale).