libri (maggio 2020) – pt. I

farfa su libro

Limonov – Emmanuel Carrére [kindle]

Due cose:

Carrére scrive la sua non-fiction sulla sabbia.
Come qualcuno – non ricordo ora chi – ha ben precisato, sceglie il suo soggetto e poi, anziché distaccarsene pur restando appassionato e farne una descrizione se non obbiettiva, almeno “terza” con tutti i mezzi documentali e critici possibili, ne trae un discorso fantasioso, personale ma più apologetico che ragionato, romanzato.
Una non-fiction che dia l’impressione d’essere un romanzo, capite bene, svolge male tanto il proprio lavoro di osservazione analitica quanto quello che del romanzo è proprio, di coinvolgimento sintetico nella vicenda.
Non andando da nessuna parte.
Carrére è fumo senza arrosto.

Limonov (per quanto ci appare attraverso gli occhi di Carrére, che lascia spesso intendere d’aver attinto a fonti dirette ma non le sostanzia mai), è un presuntuosetto invidioso, una mezza tacca che aspira non a cose grandi, ma a cose brillanti, di quella brillantezza che ha la bigiotteria per le gazze.
Lo stesso che ha sempre relativizzato la crudeltà del sistema-gulag, perché – a detta dell’autore stesso – ha sempre avuto il culo al caldo grazie al padre cekista che pure disprezzava poiché mediocre funzionario, di ritorno in patria dai folleggiamenti americani ha fondato un partito il quale, di nuovo, non serve ad altro che ad appropriarsi dei luccichii di una “posizione scomoda” spacciandosi per ribelle e martire.
Limonov è uno sfigato.

Storie di fantasmi per il dopocena – Jerome K. Jerome [kindle]

Breve e lieve parodia della tradizione di raccontar storie di fantasmi la vigilia di Natale.
Una sciocchezzuola ironica che descrive i suoi bersagli con tratti demenziali.
Niente più che un divertissement.

Magia nera – Loredana Lipperini [kindle]

Molto intrigante. Una raccolta di racconti al femminile; magici sono le protagoniste, gli eventi che loro càpitano, le atmosfere. Nulla di “infiorettato” tuttavia, né dalla Lipperini / Manni ce l’attendevamo: riscatto, sopruso, vendetta, solidarietà, invidia; piuttosto.
Meno dark di quanto immaginassi, ma ugualmente impietoso.

Lettere dal carcere 1926-37 (La nuova diagonale) – Antonio Gramsci

[kindle]

Personaggino impegnativo, Gramsci. ‘Mazza che rompicoglioni: probabilmente la sua puntigliosità e la sua aria da maestrino mi hanno lievemente irritato perché sono anche mie. E’ pur vero che molta parte in questo atteggiamento – incredibilmente coerente fino alla fine – l’ha il carcere e, di più, in quanto va ad aggravare un’evidente e pesante incomunicabilità tra lui ed i parenti.
In una delle tante vie Gramsci d’Italia ci ho vissuto l’intera infanzia. Non potevo prolungare oltre la mia ignoranza. E manco a farlo apposta somiglia a mio cugino da giovane, ma questo è secondario… il “gobbetto” mi lascia, più che idee, un nucleo di abitudine carceraria deleteria – per quanto strenuamente combattuta – e il dolore di relazioni deformate. Non è poco.
E poi, nondimeno, una camionata di tenerezza. Sua l’espressione “ti abbraccio teneramente”, usata soprattutto con la cognata Tatiana; che ho tutta l’intenzione di adoperare e far mia.

Restando in tema, segnalo un bel documentario andato in onda mercoledì sera sul Nove: “Tutto il mondo fuori“, sul Due Palazzi. Lo potete trovare in streaming qui.
Nell’intervista si cita anche il film del 2012 dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, che ho visto e vi consiglio.

La mia seconda vita tra zucchero e cannella – Verena Lugert [kindle]

Da giornalista in via esclusiva a reporter gastronomica – e, principalmente, cuoca professionista. L’occasione l’ha presa al volo, ma non è stato per caso: cucinare per lavoro era una sua fissazione da prima di fare domanda alla Cordon Bleu londinese, per poi cominciare come commis in uno dei ristoranti di Gordon Ramsay.
Il resoconto della vita di brigata è lucido eppure frizzante, sgrezzato quanto basta per divertire ed appassionare anche un lettore che quel genere di vessazioni e devastazioni esistenziali le deplora profondamente.
L’editrice Astoria pubblica svariate “storie di vita”, per chi ama il genere (come me).

Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio – Amara Lakhous

[kindle]

E’ un racconto divenuto famoso attraverso un premio, riuscito sì, ma trovo non meritasse tanta fama. Comoda, ma di buon effetto, la scelta di suddividere i retroscena attorno all’ascensore del titolo – e al cadavere che un giorno vi viene rinvenuto – illuminando di volta in volta un diverso personaggio-inquilino del palazzo, distribuendo equamente capitoletti e punti di vista narrativi.

I libri non commentati:
Gramsci – Angelo d’Orsi [in corso]
Creepypasta – AA.VV.; True Halloween – AA.VV.

40enalfabeto / 9

C di Carcere

Non si parla solo della lotta al virus come di una guerra, vien fatto anche il paragone tra isolamento in casa e vita in carcere.
Non mi soffermo stavolta sulla (s)correttezza dei parallelismi, sorrido invece perché ormai di letteratura carceraria ho una sia pur minima conoscenza, ed ho appunto appena letto che Gramsci, a Milano, lesse in un mese (marzo ’27 mi pare)… 82 libri. Oh, di quelli leggeri, escludendo i manuali o testi di studio, s’intende. E si lamenta pure (giustamente) che in carcere non è mica così facile leggere e studiare, per ragioni tecniche e psicologiche. Embé. Uno se l’imparava pure a memoria!
Mo’ ditemi ancora che leggo tanto, soprattutto in quarantena, con i miei 54 libri in quattro mesi. Lo so, sono peggiorata dallo scorso anno: ho già fatto fuori la quota per la media di un libro a settimana, e se nel 2019 la media è stata di due alla settimana, continuando così terminerò il 2020 avendone letti tre alla settimana.

Ad ogni modo, per tornare al carcere – quello vero: se morite dalla voglia di leggere un’autobiografia da avanzo di galera che non sia un mero resoconto ripetitivo, né una sbobba astratta condizionata dalle ristrettezze ad evadere mentalmente, consiglio con calore L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza.
E’ roba buona.

I di Idraulico

E’ stata un’emozione grandissima.
L’idraulico! A casa, anzi in casa mia!
Di questi tempi, una visita è un evento eccezionale, e per di più il tecnico è caruccio, oltre che conversevole. Lasciamo perdere che baita mia era un cesso, e che ho pure fatto una gaffe (mi diceva che anche se la casa è grande, mi tornerà buona se mi sposo. Ed io ho capito se lo sposavo, cioè nel caso avessi sposato lui. Ahem. Com’era quella cosa dei lapsus freudiani?).
L’ho amato ancora di più quando mi ha dichiarato che la fattura era di euro 60, anziché 90 come mi aspettavo. Forse non era anno di cambio filtro.

M di Montagnier

L’hanno schernito tutti perché, nonostante l’antico Nobel, pare si sia rincoglionito negli anni finendo a supportare ogni genere di teoria para-scientifica.
Adesso però, guarda guarda, si comincia a sentir parlare di studi sul virus occultati e censurati. Di caratteristiche non attribuibili esclusivamente a mutazioni naturali. Ecc.
Forse, chissà, qualcuno scoprirà che un allarme non è una pubblicazione peer-to-peer (meccanismo che per altro ha i suoi bei difetti grandi come Zeppelin), e che anche un orologio rotto segna l’ora giusta una volta al giorno – anzi, due, se è analogico.

N di Naso

Non ne posso più.
Non della quarantena, di quelli che vanno in tv (e che vedo per strada, ma quelli in tv, specie se hanno ruoli pubblici, li detesto proprio) con la mascherina chirurgica tirata sulla bocca ed il naso al vento.
Bravi, avete capito tutto.
Continuate così.

libri (aprile 2020) – pt. II

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L’amore possibile. Conversazioni con Juan Arias – Josè Saramago [kindle]

Seconda tappa di avvicinamento all’autore.
Stavolta un che di interessante c’è, un po’ più consistente, seppur non ancora in grado di catturarmi in modo spassionato. Ho trovato altrettanto, se non più interessante la breve intervista a Pilar, la moglie.

Viaggio in Portogallo – Josè Saramago [kindle]

Un passo ancora avanti.
Saramago qui non è didascalico come lo sono molti racconti di viaggio, eppure non è nemmeno particolarmente originale e stimolante. Non lo affermo come fosse un difetto, in qualche modo mi sembra di cogliere un carattere ipnotico in questo lungo scritto, di per sé sufficiente; come un monotono ma rincuorante catalogo di cose viste che concilia il sonno.
Mi è piaciuta la scelta di utilizzare sempre il tempo presente e la terza persona per indicare sé stesso, chiamandosi “il viaggiatore”. Un approccio che in nove casi su dieci penalizza gli autori facendoli apparire ancor più tronfi di quanto siano in realtà, qui funziona e rivela una modestia che, paradossalmente, neppure Saramago stesso si riconosce.
Pur essendo un’ignorante cronica in materia di storia e di arte, apprezzo e condivido l’indignazione rispetto all’incuria per edifici, monumenti, ambienti naturali.

Tutti i nomi – Josè Saramago [kindle]

Prima di tutto va detto che ho apprezzato quell’uso di periodi prolungati (anche per intere pagine) che pare sia tipico suo, con le sole virgole a cadenzare le pause del discorso e distinguere le frasi degli interlocutori nei discorsi diretti, loro pure inseriti nel “fiume” di parole.
Dopodiché c’è il lavoro di cesello sull’impiegato della Conservatoria, quella figurina umile ma persistente che conosciamo attraverso i pensieri e e l’analisi degli atti. Ecco, a me piacciono le “figurine umane”, le biografie di uomini non illustri (cit.) in qualsivoglia forma.
C’è un parallelo tra le ramificazioni della storia e quelle della Conservatoria Generale e del Cimitero Generale.
Splendida conclusione.

Uscirne vivi – Alice Munro [kindle]

E’ la seconda raccolta di racconti dell’autrice che leggo.
Più secchi e drammatici di quelli del precedente Una cosa che volevo dirti da un po’.
L’idea di famiglia è osservata da diverse angolature – la sorellanza, la speranza delusa di un matrimonio, il tradimento… -, tutte recanti un sottile e tenace disagio che il lettore si ritrova appicciato addosso, pur non essendo protagonista ma spettatore.

Ho sposato una vegana: Una storia vera, purtroppo – Fausto Brizzi [kindle]

Libretto agile e veloce, ma come scrive Healthylicious la questione veganesimo è più un pretesto per parlare di sé – e dell’amore per l’ormai ex moglie Claudia Zanella – che altro. E’ quest’ultima infatti ad averlo spinto (fondamentalmente, obbligato, pena essere allontanato da lei) a sottostare ai numerosi e spesso incredibili dettami del verbo verde.
In tutta onestà, pur ridendo delle situazioni limite riportate come anedottica – vai a sapere quanto per le situazioni stesse e quanto per come vengono raccontate -, due sono stati i miei pensieri predominanti:
1) cretino, ma forse dovrei dire bovino, lui; che dà per assolutamente normale stravolgere il proprio stile alimentare (e di vita) per amore: venirsi incontro è essenziale, cambiare è possibile, mettersi la catena al collo ed abbaiare quando te lo impongono no. Per di più, con tutto che l’amore è cieco, Brizzi descrive la (ex) moglie come una Venere la cui bellezza è sufficiente per far perdere la testa a un uomo, anche il più dipendente dalla carne animale. Embé, io tutta ‘sta bellezza in lei non la vedo. Brutta non è, e lungi da me mettermi a far pagelle come Giovanni Ciacci – io non discuto mai  della bellezza o meno di altre donne -, resta il fatto che se camminassi per strada non la degnerei di uno sguardo. Se sfilasse in passerella, mi chiederei se non c’è stato un errore…;
2) prepotente e con un unico interesse nella vita, o forse solo persa nelle nuvole, lei; che non contempla nemmeno la possibilità che il marito non sia affatto entusiasta del regime e che vi sfugga appena possibile, per poi trovarsi costretto a mentire e venire immancabilmente sgamato e rimproverato.
Da come viene descritta, ho la sensazione che sia soprattutto prepotente, e questo mi dispiace perché ho al contempo la netta sensazione che Brizzi filtri un po’ troppo la realtà attraverso i propri schemi mentali. Sarà che di cosa avrebbe comportato vivere insieme, in apparenza, i due non hanno nemmeno parlato…
… ora però non voglio farla troppo lunga. La lettura è piacevole, solo, se cercate materiale di confronto sulla vita di coppia di chi ha convinzioni così diverse orientatevi altrove.

Spettri – Mary Roach [kindle]

Una rassegna di tentativi, più e meno moderni, più e meno sensati di scoprire la vera natura dell’anima e, possibilmente, di dimostrarla. Premesso che questa piccola ricerca non è stata pubblicata ieri ma da ormai qualche anno, e che per lo più i soggetti strambi affiancati dalla Roach sembrano far confusione tra anima psiche (come fossimo rimasti a Cartesio, o agli albori della coscienza), l’ho trovata curiosa e divertente.
Tra metempsicosi, tentativi di misurare i canonici 21 grammi, voci fantasma elettroniche e più tradizionali ectoplasmi; il materiale è tanto e succoso, anche se mi aspettavo un resoconto più dettagliato e scientifico, e meno in stile reportage. Il capitolo migliore, per esempio, è purtroppo brevissimo (ci penserò io ad indagare oltre!): parlo di quello dedicato alla “gabbia degli spettri”, esperimento del quale per altro non avevo mai sentito parlare e che, per esperienza e passione neurobiologica, mi fa battere il cuore.

I libri non commentati:
L’anno mille993 – Josè Saramago [kindle]
Il secolo infelice – Imre Kertész [kindle] – interrotto

Meme .3: Venticinque domande libresche

Taggata da Sam Simon, a lì arrivata grazie ai servigi di Nick Shadow (me pare de sta’ in un fumetto…), procedo alla compilazione di un gustoso meme libresco – che, ahiahi, ancora non ha avuto spazio in un anno di blog, pur essendo la letteratura una delle mie faccenduole preferite.

Regolette

Come sempre, seguo quelle che voglio.
Niente immagine: capisco che renda il meme riconoscibile, ma nun gliela fo, e se volete la trovate comunque in giro. Non nomino nessuno, chiunque lo desideri può rilanciare. Anyway, è partito tutto da qui.

biblioteca-jacek
Opera di Yacek Yerka

Domandine

1. Come scegli i libri da leggere?

In troppi modi diversi!
Innanzitutto, come Nick spulcio sempre le bibliografie, le quali portano ad altri libri quindi ad altre bibliografie, in un diagramma ad albero che si ramifica e si espande potenzialmente all’infinito.
Molti stimoli mi vengono dai bookblogger (ho cartelle intere piene di recensioni salvate…) e dalle rubriche dedicate su quotidiani e riviste; a volte da conversazioni con gli amici.
Poi occhieggio i libri che le persone vicino a me leggono (soprattutto nelle sale d’attesa).
quando un autore per me nuovo mi convince, cerco di leggere altre cose sue se non tutte.

2. Dove compri i libri: in libreria o on-line?

Soprattutto in libreria, ma da un paio d’anni approfitto anche di un servizio online che contrasta Amazon e mette in contatto rivenditori (librerie indipendenti) e clienti attraverso le cartolibrerie, le quali fanno da intermediario e sono un luogo di consegna di prossimità. Sto parlando di GoodBook, che sconta l’ordine agli intermediari che se ne servono garantendo loro un piccolo profitto e, periodicamente, anche ai clienti.

3. Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta?

Di rado li compro, quindi mi riferisco ai prestiti bibliotecari: dato che la mia biblioteca consente fino a 10 prestiti in contemporanea (in tempi normali…), più la prenotazione di altri 8, diciamo che ho sempre almeno 10 prestiti in corso. Dunque, sì, non mi è mai capitato di aver per le mani solo un libro alla volta e di attendere d’averlo finito prima di procurarmene un altro… le mie liste di lettura sono famigerate 😉

4. Di solito quando leggi?

Mi càpita in orari diversi, ma nell’ultimo anno ho scavato una nicchia costante per la lettura alla sera tardi / prima parte della notte, non appena metto a dormire la casa e me ne vado a letto. Che ci vada presto o dopo la mezzanotte, da un’ora a tre-quattro ore le dedico quasi sempre ai libri del momento.

5. Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro?

Solo in senso positivo: stimo moltissimo il dono della sintesi ma, purché sia un buon libro, anche un bel mattone che mi tenga impegnata mesi mi attrae.

6. Genere preferito?

Tra i preferiti ci sono senz’altro il giallo (in tutte le sue forme) e l’horror, ma non sono gli unici a spiccare nel panorama dei generi letterari.
Amo molto anche le biografie, la saggistica ed i reportage, in quest’ordine.

7. Hai un autore preferito?

Probabilmente finirò per pentirmi d’aver lasciato fuori diversi nomi, ma senza dubbio tra i miei autori del cuore ci sono (in ordine sparso): Georges Simenon, Stephen King, Giovanni Guareschi, Oliver Sacks, Julian Barnes, Herman Koch, Goliarda Sapienza, Oriana Fallaci, David Foster Wallace, Micheal Chricton, Gerald Durrell, Svetlana Aleksievic, Joe Lansdale, Bill Bryson, …
Altri che mi piacciono parecchio, pur senza figurare nell’Olimpo, sono: Natsuo Kirino, Diego De Silva, John le Carrè, Michael Connelly, Costanza Miriano, Matteo Bussola, Shari Lapena, Emmanuelle Carrére, William Peter Blatty, …
Per quanto riguarda la poesia: Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, …

8. quando è iniziata la tua passione per la lettura?

quando sono iniziata io.

9. Presti libri?

Anche no, grazie.
Mi è capitato, qualche volta, ma sempre con timore e tremore, a persone fidate, e nell’ansia del ritorno del pargolo.

10. Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi insieme?

Fino a poco tempo fa ero solita leggere un solo libro, o al massimo due purché fossero molto diversi e non mi si confondessero nella testa.
Ma ormai mi ritrovo a leggerne svariati nello stesso tempo: in genere uno di narrativa e un altro, o più d’uno, di saggistica e simili – o poesia, anche, insomma non storie. Di recente sto sperimentando anche la lettura di più libri di narrativa (non troppi comunque) in contemporanea, ma ancora in quantità limitata e facendo attenzione a scegliere due cose che non si accavallino tra loro; spesso associo ad un romanzo dei racconti di tono completamente differente.

11. I tuoi amici/familiari leggono?

Mio padre leggava parecchio, o almeno l’ha fatto fino ad una certa età, poi ha ripiegato un po’ sui suoi autori preferiti e non gli andava più di spaziare. Lo posso capire.
Mia madre ha letto un po’, in modo regolare ma modesto, nei primi anni con mio padre, ma poi ha abbandonato la lettura.
Fra gli altri parenti, si segnala un cugino lodigiano, con orientamento verso i thriller da classifica e le materie scientifiche (periodicamente ricompare sul tavolino del soggiorno il tomone di Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, che a mia volta pilucco quando sono in visita).
Tutti gli altri: non pervenuti…

12. quanto ci metti mediamente a leggere un libro?

Pòta. Dipende. Ovviamente dipende dalla lunghezza del libro, dal mio umore, dal periodo in cui lo leggo – se più o meno impegnato – e dal mio livello di lucidità mentale vs. rincoglionimento.
Comunque, per tentare una media molto approssimativa, direi 400-500 pagine a settimana.

13. quando vedi una persona che legge, ad esempio sui mezzi pubblici, ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?

Ovvio che sì.
Se non riesco a captarlo, magari glielo chiedo pure direttamente.
Per chi fosse interessato, esiste un blog i cui autori fotografano di soppiatto i libri che la gente si porta dietro in treno: Pendolante.

14. Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvare uno soltanto quale sarebbe?

Non ne salverei nessuno. Anche un singolo libro mi farebbe rimpiangere troppo gli altri.
O tutto, o niente.

15. Perché ti piace leggere?

Ma che domanda è?
(Voglio dire: leggere ti dà tanto ed ha tante motivazioni, sì, ma la primaria è sempre una: leggo perché mi piace leggere. Mi piace leggere perché è così, punto).

16. Leggi libri in prestito (dagli amici o dalla biblioteca) o solo libri che possiedi?

Leggo qualsiasi cosa stampata, dai miei libri a quelli gettati via dagli altri.
Nel mezzo ci sta la mia fonte di eterna felicità, la biblioteca, dalla quale provengono i tre quarti o anche più delle mie letture.
Ho attraversato una lunga fase durante la quale aspiravo a comprare, prima o poi, ogni libro preso in prestito che mi fosse piaciuto abbastanza (ed erano un sacco), ma poi sono guarita.

17. qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?

Così su due piedi (e per la verità anche scorrendo le liste degli ultimi anni) non me ne viene nessuno. Però ho spesso preso in mano Il signore degli anelli, rinunciando sempre anche soltanto a cominciarlo, finché la rinuncia non è diventata definitiva: semplicemente, non fa per me.

18. Hai mai comprato un libro solo perché aveva un bella copertina, e cosa ti attrae in una copertina di un libro?

Non solo, ma è più forte di me: se di un libro che voglio acquistare – e magari pure raro, o comunque quasi esaurito – non mi piace la copertina, la grafica, l’estetica in genere, io a prenderlo non ci riesco.
E’ sempre una sofferenza, ma è così.
Alle volte trovo degli espedienti per ovviare – anni fa coprii le copertine di alcuni libri con le bombolette spray -, ma per lo più vado alla ricerca dell’edizione perfetta dovesse portarmi via anni di vita…
… i fattori dirimenti sono troppi, ma in generale mi piacciono: le copertine semplici; titoli ed immagini geometrici e non imprecisi, o mano libera e simili; il bianco e nero.
Detesto le foto degli autori a tutta quarta, i font minuscoli o viceversa enormi, alcuni loghi editoriali (per es. quello della Adelphi, che pure per il resto apprezzo!).

19. C’è una casa editrice che ami particolarmente e perché?

Più d’una.
La Einaudi per lo stile grafico e per la compattezza e solidità delle copertine.
La Neri Pozza, per lo stile e le copertine. Per semplicità e ricchezza.
La Adelphi, logo a parte.
L’Iperborea, il tascabile per eccellenza.
Per la saggistica, la Raffaello Cortina.
Per i libri fotografici, la Contrasto.
Fra le nuove scoperte, la Ediciclo – più minimal di così si muore – poi Astoria, BlackCoffee e CasaSirio.

20. Porti i libri dappertutto (ad esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni al sicuro dentro casa?

Con molta cautela se mi appartengono (se sono della biblioteca non è che li maltratti, ma non ho la paranoia di rovinarli), senza non posso stare.

21. qual è il libro che ti hanno regalato e che hai gradito maggiormente?

Visti & Scritti di Ferdinando Scianna.

22. Come scegli un libro da regalare?

Di solito regalo libri che hanno colpito me, ma so che possono trasmettere un messaggio ad un gran numero di persone. Il più regalato in assoluto è stato il diario di Etty Hillesum.

23. La tua libreria è ordinata secondo un criterio, o tieni i libri in ordine sparso?

Attualmente, nessun criterio se non quello generale per “categoria” e, occasionalmente, per “autore” (ma solo quando ho diversi titoli dello stesso).
Ad oggi, i miei scaffali (o le intere librerie) sono divisi in: enciclopedie, libri rossi Bompiani, Simenon, Guareschi, Fallaci, fotografia, fede, memorabilia dell’infanzia, Stephen King, Calvin & Hobbes, minimalismo, narrativa varia.

24. quando leggi un libro che ha delle note, le leggi o le salti?

Le leggo quasi sempre, soprattutto all’inizio, poi valuto se sono importanti tanto quanto il testo (come quelle di dfw), se sono almeno utili o se mi distraggono e basta.

25. Leggi eventuali introduzioni, prefazioni o postfazioni del libro o le salti?

Leggo tutto, a meno che non si riveli precocemente palloso ed inutile, compresi: risvolti e quarta di copertina, indice, bibliografia, frontespizio, ringraziamenti, note editoriali e di traduzione, glossari, ecc.
Tutta questa roba per altro fa da stanzino d’ingresso, mi mette in connessione col libro lentamente così che l’avvio della lettura non sia drastico.

libri (aprile 2020) – pt. I

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Opera di Elia Colombo

Abisso – Dean Koontz [kindle]

Un thriller che innesca il proprio meccanismo in modo assai graduale (il che mi aggrada), partendo dalla descrizione della vita di Tina Evans, produttrice di spettacoli per casinò a Las Vegas – che non sfigurerebbe in un romanzo drammatico, o rosa -, passando per il soprannaturale, ed atterrando in un blando spionaggio con tanto di… arma biologica virale creata in laboratorio sulla base del ceppo cinese Wuhan-400.
Sì, avete letto bene, nell’ormai lontano 1981 Koontz scrisse un storia che, da qualche parte – non rivelo il punto tangente tra virus e vicenda – incrocia la strada che noi stiamo percorrendo oggi… in un certo senso… ed in modo più collettivo che personale. Il libro per altro è stato edito in italiano soltanto ora, come riporta Lucius nei suoi Archivi di Uruk. Poco maliziosi, eh?
Nel complesso, mi ha regalato alcune ore di ottimo intrattenimento: leggero, non poi così impegnato come il tema lascerebbe credere, una piacevole lettura da spiaggia. In parte lo rende così soft il fatto che il mondo, purtroppo o per fortuna, è andato avanti… e le slavate preoccupazioni etiche avanzate nel finale non fanno neppure il solletico.
Bando ai facili complottismi, sappiate che in origine il ceppo virale si chiamava Gorki-400 e proveniva dall’Unione Sovietica, ma è stato poi modificato per gli assetti geopolitici in… mutazione 😉
Se come me e Lucius siete dei grammar-nazi, fate un respiro profondo prima dell’immersione: nella versione Kindle l’editor ha fatto un lavoro sufficiente, ma il traduttore ha lasciato (o inserito di proposito?) una marea di congiuntivi doppi ed insensati; errore comunissimo oggi come oggi ma insopportabile.

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In cerca di guai – Mark Twain [kindle]

Una sorta di lungo e ricco diario, romanzato e innervato di solida ironia, delle avventure del giovane autore (prima ancora di diventar cronista) nel West, e precisamente soprattutto in Nevada (questo mese ho fatto l’abbonamento…).
Tra burocrati in erba, mormoni feroci, cercatori d’oro e soprattutto argento, letali laghi salati e pazzeschi viaggi in diligenza (che occupano molte, divertenti pagine), c’è di che stare allegri e compiacersi, nel frattempo, di non trovarsi lì dove Twain sta cercando la ricchezza – o, in alternativa, un lavoro che non lo scocci troppo presto.

Il saccheggio (e altri racconti) – Nadine Gordimer [kindle]

Un’autrice che ho estratto dal cappello un po’ così, a sentimento, e che mi sta dando la soddisfazione di una lettura inattesa e dura, forte.
Il tema più frequentato è senz’altro quello dell’apartheid sudafricano con tutto ciò che da esso consegue, visto tanto con occhi neri che bianchi, di burocrate o di cooperatrice internazionale con le sottigliezze che “cooperare” richiede, di adulta innamorata o bambino non ancora intaccato dalle differenze.
Particolare e molto bello il mosaico di vite costruito per l’ultimo, lungo racconto, intitolato Karma e che del concetto induista si serve per connettere esperienze e persone in apparenza distanti ed aliene le une alle altre.

Gli immortali – Alberto Giuliani [kindle]

Scaricato grazie alle iniziative di solidarietà digitale.
Una non-fiction sospesa tra il reportage ed il viaggio di scoperta di sé, suddivisa in capitoli tematici, che esplora in modo non pedante le magnifiche sorti e progressive della nostra umanità prossima al collasso, ambientale e morale, muovendosi agilmente tra clonazione, colonie su Marte, bunker per patiti della sopravvivenza estrema e crioconservazione, e ancora il monitoraggio climatico con il suo tentativo di sopravanzare i mutamenti in atto conservando e trasmutando la vegetazione e l’alimentazione ora disponibile.
Tutto nasce da una profezia sul proprio futuro (e la propria morte) che l’autore raccolse controvoglia decenni prima, durante un viaggio in India per lavoro (tra le altre cose, è un fotografo).
Ne trovate un estratto sulla pagina del Saggiatore.

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Il quaderno; Ultimo quaderno – José Saramago [kindle]

Ho caricato sul Kindle una bella bordata di libri del portoghese che non mi ha mai attirato, ma che molti amano, decisa a verificare di prima mano e più approfonditamente se davvero, e fino a che punto, sia una persona da evitare.
Ho però cominciato mordicchiando questa raccolta di post dal blog che tenne negli ultimi anni (ormai ne son passati parecchi, si fa per esempio riferimento a Berlusconi ed al bunga bunga…), per poi stringere il cerchio.
Prima impressione: gli scritti di per sé, con qualche eccezione qua e là, non mi han lasciato nulla. Emerge a macchia di leopardo anche il suo noto anticlericalismo, e se tanto mi dà tanto il fumo puzzolente non nasconde alcun arrosto. Vedremo, comunque, quanto inciderà sul corpus letterario e se sarà tale da impedirmene la prosecuzione, oppure se qualcosa di buono ed inaspettato emergerà da premesse tanto poco promettenti.

Fuga da Bisanzio; Il canto del pendolo – Josif Brodskij [kindle]

Dulcis in fundo, ecco un autore che stacca tutti quanti di due spanne e che dopo aver piantato il primo paletto nel mio cuore ora ne sta conficcando altri.
Non un romanzo né una biografia, Fuga da Bisanzio, ma un paesaggio dell’anima: Brodskij, con la sua prosa fluente e discreta – ma pronta ad erompere quando si abbassa la guardia, come la Neva -, osserva la propria vita come in cartolina e ne trae un amalgama storico, letterario, estetico e politico uniforme.
E preciso subito che, se la sua critica al totalitarismo rosso (una delle più composte e meno reattivamente radicalizzate) mi trova concorde, si tratta di un bonus che non pesa sulla bilancia del mio apprezzamento: sia perché tale critica si estende in ampiezza su certi tratti della mentalità russa tout-court, sia perché al di là dei contenuti, pochi o molti, che posso trovare interessanti condivisibili o poetici, quest’uomo ha una mente della quale sento di potermi fidare. E con la quale mi sento a mio agio.
Ne Il canto del pendolo la sua abilità a spaziare senza disperdere la compattezza del proprio pensiero, applicati in particolare alla letteratura e alla poesia, confeziona invece una serie di ritratti e di commenti a Montale, Dostojevskij, alla Achmatova, e poi ragiona di versetti evangelici e canoni estetici – cose che, se non le stessi leggendo come lui le ha scritte, scanserei prevedendo un sicuro fastidio.

Brodskij Isof und Maria - 2004 - Baryshnikov Dance Foundation
Brodskij Iosif und Maria – 2004 – Baryshnikov Dance Foundation

Sette piani – Dino Buzzati

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Fonte Img: CycleMagazine

Grazie al blog Passeggiate nel mistero, posso condividere con voi questo racconto breve di Buzzati che – al pari de La peste di Camus, del Decamerone e di svariati altri testi, classici e non – appare decisamente appropriato per il momento storico che stiamo attraversando.
Fa parte tra l’altro di una raccolta che ho nelle mie wishlist, perciò mi fa piacere averne potuto approfittare. Se una morale c’è, siamo noi stessi, ognuno individualmente, a darcela. Buona lettura.

Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi la strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta.

Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti.

Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi.

Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini vestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante.

Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé. Poco dopo entrò un’infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa.

Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell’ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo quelli per cui era inutile sperare.

Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto.

Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo. Quando l’infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembrandogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guardò fuori, non per osservare il panorama della città, che pure era nuova per lui, ma nella speranza di scorgere, attraverso le finestre, altri ammalati dei piani inferiori. La struttura dell’edificio, a grandi rientranze, permetteva tale genere di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentrò la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorgevano solo di sbieco. Ma non poté vedere nulla di interessante. Nella maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli.

Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse: «Anche lei sta qui da poco?»

«Oh no» fece l’altro «sono qui già da due mesi…» tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: «Guardavo giù mio fratello.»

«Suo fratello?»

«Sì» spiegò lo sconosciuto. «Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui è andato peggiorando, pensi che adesso è già al quarto.»

«Al quarto che cosa?»

«Al quarto piano» spiegò l’individuo e pronunciò le due parole con una tale espressione di commiserazione e di orrore, che Giuseppe Corte restò quasi spaventato.

«Ma son così gravi al quarto piano?» domandò cautamente.

«Oh Dio» fece l’altro scuotendo lentamente la testa «non sono ancora così disperati, ma c’è comunque poco da stare allegri.»

«Ma allora» chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano «allora, se al quarto sono già così gravi, al primo chi mettono allora?»

«Oh, al primo sono proprio i moribondi. Laggiù i medici non hanno più niente da fare. C’è solo il prete che lavora. E naturalmente…»

«Ma ce n’è pochi al primo piano» interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma «quasi tutte le stanze sono chiuse laggiù.»

«Ce n’è pochi, adesso, ma stamattina ce n’erano parecchi» rispose lo sconosciuto con un sottile sorriso. «Dove le persiane sono abbassate là qualcuno è morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma mi scusi» aggiunse ritraendosi lentamente «mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto. Auguri, auguri…»

L’uomo scomparve dal davanzale e la finestra venne chiusa con energia; poi si vide accendersi dentro una luce. Giuseppe Corte se ne stette ancora immobile alla finestra fissando le persiane abbassate del primo piano. Le fissava con un’intensità morbosa, cercando di immaginare i funebri segreti di quel terribile primo piano dove gli ammalati venivano confinati a morire; e si sentiva sollevato di sapersene così lontano. Sulla città scendevano intanto le ombre della sera. Ad una ad una le mille finestre del sanatorio si illuminavano, da lontano si sarebbe potuto pensare a un palazzo in festa. Solo al primo piano, laggiù in fondo al precipizio, decine e decine di finestre rimanevano cieche e buie.

Il risultato della visita medica generale rasserenò Giuseppe Corte. Incline di solito a prevedere il peggio, egli si era già in cuor suo preparato a un verdetto severo e non sarebbe rimasto sorpreso se il medico gli avesse dichiarato di doverlo assegnare al piano inferiore. La febbre infatti non accennava a scomparire, nonostante le condizioni generali si mantenessero buone. Invece il sanitario gli rivolse parole cordiali e incoraggianti. Un principio di male c’era – gli disse – ma leggerissimo; in due o tre settimane probabilmente tutto sarebbe passato.

«E allora resto al settimo piano?» aveva domandato ansiosamente Giuseppe Corte a questo punto.

«Ma naturalmente!» gli aveva risposto il medico battendogli amichevolmente una mano su una spalla. «E dove pensava di dover andare? Al quarto forse?» chiese ridendo, come per alludere alla ipotesi più assurda.

«Meglio così, meglio così» fece il Corte. «Sa? Guando si è ammalati si immagina sempre il peggio…»

Giuseppe Corte infatti rimase nella stanza che gli era stata assegnata originariamente. Imparò a conoscere alcuni dei suoi compagni di ospedale, nei rari pomeriggi in cui gli veniva concesso d’alzarsi. Seguì scrupolosamente la cura, mise tutto l’impegno a guarire rapidamente, ma ciononostante le sue condizioni pareva rimanessero stazionarie.

Erano passati circa dieci giorni, quando a Giuseppe Corte si presentò il capo-infermiere del settimo piano. Aveva da chiedere un favore in via puramente amichevole: il giorno dopo doveva entrare all’ospedale una signora con due bambini; due camere erano libere, proprio di fianco alla sua, ma mancava la terza; non avrebbe consentito il signor Corte a trasferirsi in un’altra camera, altrettanto confortevole?

Giuseppe Corte non fece naturalmente nessuna difficoltà; una camera o un’altra per lui erano lo stesso; gli sarebbe anzi toccata forse una nuova e più graziosa infermiera.

«La ringrazio di cuore» fece allora il capo-infermiere con un leggero inchino; «da una persona come lei le confesso non mi stupisce un così gentile atto di cavalleria. Fra un’ora, se lei non ha nulla in contrario, procederemo al trasloco. Guardi che bisogna scendere al piano di sotto» aggiunse con voce attenuata come se si trattasse di un particolare assolutamente trascurabile. «Purtroppo in questo piano non ci sono altre camere libere. Ma è una sistemazione assolutamente provvisoria» si affrettò a specificare vedendo che Corte, rialzatosi di colpo a sedere, stava per aprir bocca in atto di protesta «una sistemazione assolutamente provvisoria. Appena resterà libera una stanza, e credo che sarà fra due o tre giorni, lei potrà tornare di sopra.»

«Le confesso» disse Giuseppe Corte sorridendo, per dimostrare di non essere un bambino «le confesso che un trasloco di questo genere non mi piace affatto.»

«Ma non ha alcun motivo medico questo trasloco; capisco benissimo quello che lei intende dire, si tratta unicamente di una cortesia a questa signora che preferisce non rimaner separata dai suoi bambini… Per carità» aggiunse ridendo apertamente «non le venga neppure in mente che ci siano altre ragioni!»

«Sarà» disse Giuseppe Corte «ma mi sembra di cattivo augurio.»

Il Corte così passò al sesto piano, e sebbene fosse convinto che questo trasloco non corrispondesse a un peggioramento del male, si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, già si frapponesse un netto ostacolo. Al settimo piano, porto d’arrivo, si era in un certo modo ancora in contatto con il consorzio degli uomini; esso si poteva anzi considerare quasi un prolungamento del mondo abituale. Ma al sesto già si entrava nel corpo autentico dell’ospedale; già la mentalità dei medici, delle infermiere e degli stessi ammalati era leggermente diversa. Già si ammetteva che a quel piano venivano accolti dei veri e propri ammalati, sia pure in forma non grave. Dai primi discorsi fatti con i vicini di stanza, con il personale e con i sanitari, Giuseppe Corte si accorse come in quel reparto il settimo piano venisse considerato come uno scherzo, riservato ad ammalati dilettanti, affetti più che altro da fisime; solo dal sesto, per così dire, si cominciava davvero.

Comunque Giuseppe Corte Capì che per tornare di sopra, al posto che gli competeva per le caratteristiche del suo male, avrebbe certamente incontrato qualche difficoltà; per tornare al settimo piano, egli doveva mettere in moto un complesso organismo, sia pure per un minimo sforzo; non c’era dubbio che se egli non avesse fiatato, nessuno avrebbe pensato a trasferirlo di nuovo al piano superiore dei “quasi-sani”.

Giuseppe Corte si propose perciò di non transigere sui suoi diritti e di non cedere alle lusinghe dell’abitudine. Ai compagni di reparto teneva molto a specificare di trovarsi con loro soltanto per pochi giorni, ch’era stato lui a voler scendere d’un piano per fare un piacere a una signora, e che appena fosse rimasta libera una stanza sarebbe tornato di sopra. Gli altri lo ascoltavano senza interesse e annuivano con scarsa convinzione.

Il convincimento di Giuseppe Corte trovò piena conferma nel giudizio del nuovo medico. Anche questi ammetteva che Giuseppe Corte poteva benissimo essere assegnato al settimo piano; la sua forma era as-so-lu-ta-men-te leg-ge-ra – e scandiva tale definizione per darle importanza – ma in fondo riteneva Che al sesto piano Giuseppe Corte forse potesse essere meglio curato.

«Non cominciamo con queste storie» interveniva a questo punto il malato con decisione «lei mi ha detto che il settimo piano è il mio posto; e voglio ritornarci.»

«Nessuno ha detto il contrario» ribatteva il dottore «il mio era un puro e semplice consiglio non da dot-to-re, ma da au-ten-ti-co a-mi-co! La sua forma, le ripeto, è leggerissima, non sarebbe esagerato dire che lei non è nemmeno ammalato, ma secondo me si distingue da forme analoghe per una certa maggiore estensione. Mi spiego: l’intensità del male è minima, ma considerevole l’ampiezza; il processo distruttivo delle cellule» era la prima volta che Giuseppe Corte sentiva là dentro quella sinistra espressione «il processo distruttivo delle cellule è assolutamente agli inizi, forse non è neppure cominciato, ma tende, dico solo tende, a colpire contemporaneamente vaste porzioni dell’organismo. Solo per questo, secondo me, lei può essere curato più efficacemente qui, al sesto, dove i metodi terapeutici sono più tipici ed intensi.»

Un giorno gli fu riferito che il direttore generale della casa di cura, dopo essersi lungamente consultato con i suoi collaboratori, aveva deciso un mutamento nella suddivisione dei malati. Il grado di ciascuno di essi – per così dire – veniva ribassato di un mezzo punto. Ammettendosi che in ogni piano gli ammalati fossero divisi, a seconda della loro gravità, ih due categorie (questa suddivisione veniva effettivamente fatta dai rispettivi medici, ma ad uso esclusivamente interno), l’inferiore di queste due metà veniva d’ufficio traslocata a un piano più basso. Ad esempio, la metà degli ammalati del sesto piano, quelli con forme leggermente più avanzate, dovevano passare al quinto; e i meno leggeri del settimo passare al sesto. La notizia fece piacere a Giuseppe Corte, perché in un così complesso quadro di traslochi, il suo ritorno al settimo piano sarebbe riuscito assai più facile.

Quando accennò a questa sua speranza con l’infermiera egli ebbe però un’amara sorpresa. Seppe cioè che egli sarebbe stato traslocato, ma non al settimo bensì al piano di sotto. Per motivi che l’infermiera non sapeva spiegargli, egli era stato compreso nella metà più “grave” degli ospiti del sesto piano e doveva perciò scendere al quinto.

Passata la prima sorpresa, Giuseppe Corte andò in furore; gridò che lo truffavano, che non voleva sentir parlare di altri traslochi in basso, che se ne sarebbe tornato a casa, che i diritti erano diritti e che l’amministrazione dell’ospedale non poteva trascurare così sfacciatamente le diagnosi dei sanitari.

Mentre egli ancora gridava arrivò il medico per tranquillizzarlo. Consigliò al Corte di calmarsi se non avesse voluto veder salire la febbre, gli spiegò che era successo un malinteso, almeno parziale. Ammise ancora una volta che Giuseppe Corte sarebbe stato al suo giusto posto se lo avessero messo al settimo piano, ma aggiunse di avere sul suo caso un concetto leggermente diverso, se pure personalissimo. In fondo in fondo la sua malattia poteva, in un certo senso s’intende, essere anche considerata di sesto grado, data l’ampiezza delle manifestazioni morbose. Lui stesso però non riusciva a spiegarsi come il Corte fosse stato catalogato nella metà inferiore del sesto piano. Probabilmente il segretario della direzione, che proprio quella mattina gli aveva telefonato chiedendo l’esatta posizione clinica di Giuseppe Corte, si era sbagliato nel trascrivere. O meglio la direzione aveva di proposito leggermente “peggiorato” il suo giudizio, essendo egli ritenuto un medico esperto ma troppo indulgente. Il dottore infine consigliava il Corte a non inquietarsi a subire senza proteste il trasferimento; quello che contava era la malattia, non il posto in cui veniva collocato un malato.

Per quanto si riferiva alla cura – aggiunse ancora il medico – Giuseppe Corte non avrebbe poi avuto da rammaricarsi; il medico del piano di sotto aveva certo più esperienza; era quasi dogmatico che l’abilità dei dottori andasse crescendo, almeno a giudizio della direzione, man mano che si scendeva. La camera era altrettanto comoda ed elegante. La vista ugualmente spaziosa: solo dal terzo piano in giù la visuale era tagliata dagli alberi di cinta.

Giuseppe Corte, in preda alla febbre serale, ascoltava ascoltava le meticolose giustificazioni con una progressiva stanchezza. Alla fine si accorse che gli mancavano la forza e soprattutto la voglia di reagire ulteriormente all’ingiusto trasloco. E senza altre proteste si lasciò portare al piano di sotto.

L’unica, benché povera, consolazione di Giuseppe Corte, una volta che si trovò al quinto piano, fu di sapere che per giudizio concorde di medici, di infermieri e ammalati, egli era in quel reparto il meno grave di tutti. Nell’ambito di quel piano insomma egli poteva considerarsi di gran lunga il più fortunato. Ma d’altra parte lo tormentava il pensiero che oramai ben due barriere si frapponevano fra lui e il mondo della gente normale.

Procedendo la primavera, l’aria intanto si faceva più tepida, ma Giuseppe Corte non amava più come nei primi giorni affacciarsi alla finestra; benché un simile timore fosse una pura sciocchezza, egli si sentiva rimescolare tutto da uno strano brivido alla vista delle finestre del primo piano, sempre nella maggioranza chiuse, che si erano fatte assai più vicine.

Il suo male sembrava stazionario. Dopo tre giorni di permanenza al quinto piano, si manifestò anzi sulla gamba destra una specie di eczema che non accennò a riassorbirsi nei giorni successivi. Era un’affezione – gli disse il medico – assolutamente indipendente dal male principale; un disturbo che poteva capitare alla persona più sana del mondo. Ci sarebbe voluta, per eliminarlo in pochi giorni, una intensa cura di raggi digamma.

«E non si possono avere qui i raggi digamma?» chiese Giuseppe Corte.

«Certamente» rispose compiaciuto il medico «il nostro ospedale dispone di tutto. C’è un solo inconveniente…»

«Che cosa?» fece il Corte con un vago presentimento.

«Inconveniente per modo di dire» si corresse il dottore «volevo dire che l’installazione per i raggi si trova soltanto al quarto piano e io le sconsiglierei di fare tre volte al giorno un simile tragitto.»

«E allora niente?»

«Allora sarebbe meglio che fino a che l’espulsione non sia passata lei avesse la compiacenza di scendere al quarto.»

«Basta!» urlò allora esasperato Giuseppe Corte. «Ne ho già abbastanza di scendere! Dovessi crepare, al quarto non ci vado!»

«Come lei crede» fece conciliante il medico per non irritarlo «ma come medico curante, badi che le proibisco di andar da basso tre volte al giorno».

Il brutto fu che l’eczema, invece di attenuarsi, andò lentamente ampliandosi. Giuseppe Corte non riusciva a trovare requie e continuava a rivoltarsi nel letto. Durò così, rabbioso, per tre giorni, fino a che dovette cedere. Spontaneamente pregò il medico di fargli praticare la cura dei raggi e di essere trasferito al piano inferiore.

Quaggiù il Corte notò, con inconfessato piacere, di rappresentare un’eccezione. Gli altri ammalati del reparto erano decisamente in condizioni molto serie e non potevano lasciare neppure per un minuto il letto. Egli invece poteva prendersi il lusso di raggiungere a piedi, dalla sua stanza, la sala dei raggi, fra i complimenti e la meraviglia delle stesse infermiere.

Al nuovo medico, egli precisò con insistenza la sua posizione specialissima. Un ammalato che in fondo aveva diritto al settimo piano veniva a trovarsi al quarto. Appena l’espulsione fosse passata, egli intendeva ritornare di sopra.

Non avrebbe assolutamente ammesso alcuna nuova scusa. Lui, che sarebbe potuto trovarsi legittimamente ancora al settimo.

«Al settimo, al settimo!» esclamò sorridendo il medico che finiva proprio allora di visitarlo. «Sempre esagerati voi ammalati! Sono il primo io a dire che lei può essere contento del suo stato; a quanto vedo dalla tabella clinica, grandi peggioramenti non ci sono stati. Ma da questo a parlare di settimo piano mi scusi la brutale sincerità – c’è una certa differenza! Lei è uno dei casi meno preoccupanti, ne convengo, ma è pur sempre un ammalato!»

«E allora, allora» fece Giuseppe Corte accendendosi tutto nel volto «lei a che piano mi metterebbe?»

«Oh, Dio, non è facile dire, non le ho fatto che una breve visita, per poter pronunciarmi dovrei seguirla per almeno una settimana.»

«Va bene» insistette Corte «ma pressappoco lei saprà.» Il medico, per tranquillizzarlo, fece finta di concentrarsi un momento in meditazione e poi, annuendo con il capo a se stesso, disse lentamente: «Oh Dio! proprio per accontentarla, ecco, ma potremmo in fondo metterla al sesto! Sì sì» aggiunse come per persuadere se stesso. «Il sesto potrebbe andar bene.»

Il dottore credeva così di far lieto il malato. Invece sul volto di Giuseppe Corte si diffuse un’espressione di sgomento: si accorgeva, il malato, che i medici degli ultimi piani l’avevano ingannato; ecco qui questo nuovo dottore, evidentemente più abile e più onesto, che in cuor suo – era evidente – lo assegnava, non al settimo, ma al quinto piano, e forse al quinto inferiore! La delusione inaspettata prostrò il Corte. Quella sera la febbre salì sensibilmente.

La permanenza al quarto piano segnò il periodo più tranquillo passato da Giuseppe Corte dopo l’entrata all’Ospedale. Il medico era persona simpaticissima, premurosa e cordiale; si tratteneva spesso anche per delle ore intere a chiacchierare degli argomenti più svariati. Giuseppe Corte discorreva pure molto volentieri, cercando argomenti che riguardassero la sua solita vita d’avvocato e d’uomo di mondo. Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consorzio degli uomini sani, di essere ancora legato al mondo degli affari, di interessarsi veramente dei fatti pubblici. Cercava, senza riuscirvi. Invariabilmente il discorso finiva sempre per cadere sulla malattia.

Il desiderio di un miglioramento qualsiasi era divenuto in Giuseppe Corte un’ossessione. Purtroppo i raggi digamma, se erano riusciti ad arrestare il diffondersi dell’espulsione cutanea, non erano bastati ad eliminarla. Ogni giorno Giuseppe Corte ne parlava lungamente col medico e si sforzava in questi colloqui di mostrarsi forte, anzi ironico, senza mai riuscirvi.

«Mi dica, dottore» disse un giorno «come va il processo distruttivo delle mie cellule?»

«Oh, ma che brutte parole!» lo rimproverò scherzosamente il dottore. «Dove mai le ha imparate? Non sta bene, non sta bene, soprattutto per un malato! Mai più voglio sentire da lei discorsi simili.»

«Va bene» obiettò il Corte «ma così lei non mi ha risposto.»

«Oh, le rispondo subito» fece il dottore cortese. «Il processo distruttivo delle cellule, per ripetere la sua orribile espressione, è, nel suo caso, minimo, assolutamente minimo. Ma sarei tentato di definirlo ostinato.»

«Ostinato, cronico vuol dire?»

«Non mi faccia dire quello che non ho detto. Io voglio dire soltanto ostinato. Del resto sono così la maggioranza dei casi. Affezioni anche lievissime spesso hanno bisogno di cure energiche e lunghe.»

«Ma mi dica, dottore, quando potrò sperare in un miglioramento?»

«Quando? Le predizioni in questi casi sono piuttosto difficili… Ma senta» aggiunse dopo una pausa meditativa «vedo che lei ha una vera e propria smania di guarire… se non temessi di farla arrabbiare, sa che cosa le consiglierei?»

«Ma dica, dica pure, dottore…»

«Ebbene, le pongo la questione in termini molto chiari. Se io, colpito da questo male in forma anche tenuissima, capitassi in questo sanatorio, che è forse il migliore che esista, mi farei assegnare spontaneamente, e fin dal primo giorno, fin dal primo giorno, capisce? a uno dei piani più bassi. Mi farei mettere addirittura al…»

«Al primo?» suggerì con uno sforzato sorriso il Corte.

«Oh no! al primo no!» rispose ironico il medico «questo poi no! Ma al terzo o anche al secondo di certo. Nei piani inferiori la cura è fatta molto meglio, le garantisco, gli impianti sono più completi e potenti, il personale è più abile. Lei sa poi chi è l’anima di questo ospedale?»

«Non è il professor Dati?»

«Già il professor Dati. È lui l’inventore della cura che qui si pratica, lui il progettista dell’intero impianto. Ebbene, lui, il maestro, sta, per così dire, fra il primo e il secondo piano. Di là irraggia la sua forza direttiva. Ma, glielo garantisco io, il suo influsso non arriva oltre al terzo piano; più in la si direbbe che gli stessi suoi ordini si sminuzzino, perdano di consistenza, deviino; il cuore dell’ospedale è in basso e in basso bisogna stare per avere le cure migliori.»

«Ma insomma» fece Giuseppe Corte con voce tremante «allora lei mi consiglia…»

«Aggiunga una cosa» continuò imperterrito il dottore «aggiunga che nel suo caso particolare ci sarebbe da badare anche all’espulsione. Una cosa di nessuna importanza ne convengo, ma piuttosto noiosa, che a lungo andare potrebbe deprimere il suo “morale”; e lei sa quanto è importante per la guarigione la serenità di spirito. Le applicazioni di raggi che io le ho fatte sono riuscite solo a metà fruttuose. Il perché? Può darsi che sia un puro caso, ma può darsi anche che i raggi non siano abbastanza intensi. Ebbene, al terzo piano le macchine dei raggi sono molto più potenti. Le probabilità di guarire il suo eczema sarebbero molto maggiori. Poi vede? una volta avviata la guarigione, il passo più difficile è fatto. Quando si comincia a risalire, è poi difficile tornare ancora indietro. Quando lei si sentirà davvero meglio, allora nulla impedirà che lei risalga qui da noi o anche più in su, secondo i suoi “meriti” anche al quinto, al sesto, persino al settimo oso dire…»

«Ma lei crede che questo potrà accelerare la cura?»

«Ma non ci può essere dubbio. Le ho già detto che cosa farei io nei suoi panni.»

Discorsi di questo genere il dottore ne faceva ogni giorno a Giuseppe Corte. Venne infine il momento in cui il malato, stanco di patire per l’eczema, nonostante l’istintiva riluttanza a scendere, decise di seguire il consiglio del medico e si trasferì al piano di sotto.

Notò subito al terzo piano che nel reparto regnava una speciale gaiezza, sia nel medico, sia nelle infermiere, sebbene laggiù fossero in cura ammalati molto preoccupanti. Si accorse anzi che di giorno in giorno questa gaiezza andava aumentando: incuriosito, dopo che ebbe preso un po’ di confidenza con l’infermiera, domandò come mai fossero tutti così allegri.

«Ah, non lo sa?» rispose l’infermiera «fra tre giorni andiamo in vacanza.» «Come; andiamo in vacanza?»

«Ma sì. Per quindici giorni, il terzo piano si chiude e il personale se ne va a spasso. Il riposo tocca a turno ai vari piani.»

«E i malati? come fate?»

«Siccome ce n’è relativamente pochi, di due piani se ne fa uno solo.» «Come? riunite gli ammalati del terzo e del quarto?»

«No, no» corresse l’infermiera «del terzo e del secondo.

Quelli che sono qui dovranno discendere da basso.»

«Discendere al secondo?» fece Giuseppe Corte, pallido come un morto.

«Io dovrei così scendere al secondo?»

«Ma certo. E che cosa c’è di strano? Quando torniamo, fra quindici giorni, lei ritornerà in questa stanza. Non mi pare che ci sia da spaventarsi.»

Invece Giuseppe Corte – un misterioso istinto lo avvertiva – fu invaso da una crudele paura. Ma, visto che non poteva trattenere il personale dall’andare in vacanza, convinto che la nuova cura coi raggi più intensi gli facesse bene – l’eczema si era quasi completamente riassorbito – egli non osò muovere formale opposizione al nuovo trasferimento. Pretese però, incurante dei motteggi delle infermiere, che sulla porta della sua nuova stanza fosse attaccato un cartello con su scritto “Giuseppe Corte, del terzo piano, di passaggio”. Una cosa simile non trovava precedenti nella storia del sanatorio, ma i medici non si opposero, pensando che in un temperamento nervoso quale il Corte anche una piccola contrarietà potesse provocare una grave scossa.

Si trattava in fondo di aspettare quindici giorni né uno di più, né uno di meno. Giuseppe Corte si mise a contarli con avidità ostinata, restando per delle ore intere immobile sul letto, con gli occhi fissi sui mobili, che al secondo piano non erano più così moderni e gai come nei reparti superiori, ma assumevano dimensioni più grandi e linee più solenni e severe. E di tanto in tanto aguzzava le orecchie poiché gli pareva di udire dal piano di sotto, il piano dei moribondi, il reparto dei “condannati”, vaghi rantoli di agonie.

Tutto questo naturalmente contribuiva a scoraggiarlo. E la minore serenità sembrava aiutare la malattia, la febbre tendeva a salire, la debolezza generale si faceva più fonda. Dalla finestra – si era oramai in piena estate e i vetri si tenevano quasi sempre aperti – non si scorgevano più i tetti e neppure le case della città, ma soltanto la muraglia verde degli alberi che circondavano l’ospedale.

Dopo sette giorni, un pomeriggio verso le due, entrarono improvvisamente il capo-infermiere e tre infermieri, che spingevano un lettuccio a rotelle. «Siamo pronti per il trasloco?» domandò in tono di bonaria celia il capo-infermiere.

«Che trasloco?» domandò con voce stentata Giuseppe Corte «che altri scherzi sono questi? Non tornano fra sette giorni quelli del terzo piano?»

«Che terzo piano?» disse il capo-infermiere come se non capisse «io ho avuto l’ordine di condurla al primo, guardi qua» e fece vedere un modulo stampato per il passaggio al piano inferiore firmato nientemeno che dallo Stesso professor Dati.

Il terrore, la rabbia infernale di Giuseppe Corte esplosero allora in lunghe irose grida che si ripercossero per tutto il reparto. «Adagio, adagio per carità» supplicarono gli infermieri «ci sono dei malati che non stanno bene!» Ma ci voleva altro per calmarlo.

Finalmente accorse il medico che dirigeva il reparto, una persona gentilissima e molto educata. Si informò, guardò il modulo, si fece spiegare dal Corte. Poi si rivolse incollerito al capo-infermiere, dichiarando che c’era stato uno sbaglio, lui non aveva dato alcuna disposizione del genere, da qualche tempo c’era una insopportabile confusione, lui veniva tenuto all’oscuro di tutto… Infine, detto il fatto suo al dipendente, si rivolse, in tono cortese, al malato, scusandosi profondamente.

«Purtroppo però» aggiunse il medico «purtroppo il professor Dati proprio un’ora fa è partito per una breve licenza, non tornerà che fra due giorni. Sono assolutamente desolato, ma i suoi ordini non possono essere trasgrediti. Sarà lui il primo a rammaricarsene, glielo garantisco… un errore simile! Non capisco come possa essere accaduto!

Ormai un pietoso tremito aveva preso a scuotere Giuseppe Corte. La capacità di dominarsi gli era completamente sfuggita. Il terrore l’aveva sopraffatto come un bambino. I suoi singhiozzi risuonavano lenti e disperati per la stanza.

Giunse così, per quell’esecrabile errore, all’ultima stazione. Nel reparto dei moribondi lui, che in fondo, per la gravità del male, a giudizio anche dei medici più severi, aveva il diritto di essere assegnato al sesto, se non al settimo piano! La situazione era talmente grottesca che in certi istanti Giuseppe Corte sentiva quasi la voglia di sghignazzare senza ritegno.

Disteso nel letto, mentre il caldo pomeriggio d’estate passava lentamente sulla grande città, egli guardava il verde degli alberi attraverso la finestra, con l’impressione di essere giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti a piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi per convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. Questa idea lo agitò talmente, che il Corte chiamò col campanello l’infermiera e si fece porgere gli occhiali da miope, che in letto non adoperava; solo allora riuscì a tranquillizzarsi un poco: con l’aiuto delle lenti poté assicurarsi che erano proprio alberi veri e che le foglie, sia pur leggermente, ogni tanto erano mosse dal vento.

Uscita che fu l’infermiera, passò un quarto d’ora in completo silenzio. Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. In quanti anni, sì, bisognava pensare proprio ad anni, in quanti anni egli sarebbe riuscito a risalire fino all’orlo di quel precipizio?

Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente così buia? Era pur sempre pomeriggio pieno. Con uno sforzo supremo Giuseppe Corte, che si sentiva paralizzato da uno strano torpore, guardò l’orologio, sul comodino, di fianco al letto. Erano le tre e mezzo. Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce.