Libri .14: Foster Wallace (Crociera)

Mi piacciono i libri di piccolo formato, limitato spessore e dai contenuti ad alto peso specifico. La fortuna questo mese mi ha assistito fornendomene subito un paio, uno dei quali è Una cosa divertente che non farò mai più di Foster Wallace – uno dei suoi gustosi reportage per conto di Harper’s Baazar.
Stavolta, oggetto d’indagine e materia evocata dal titolo, la “cosa divertente che [Wallace] non farà mai più” è nientemeno che una crociera. Sì, uno di quei viaggi a bordo di navi-palazzo che solcano mari ed oceani facendo tappa in località più e meno amene, ed intrattenendo, di-vertendo (quanto ci sarebbe da dire su questo!) i passeggeri tra uno scalo ed il successivo a suon di eventi/spettacoli/concerti/treniniedanze/shopping/piscine (l’acqua sull’acqua!) cenedigala/garedicucina/gareditutto/fitnesswellnesssaunaspa.
Una bolgia infernale.
Un assurdo moderno (già vecchio, ma ancora ben frequentato).
Una pacchianata da parvenu.
Bene: tutto vero.
Ma – c’è un ma.
Senza tema di contraddirmi, va anche detto che a me l’idea della crociera (l’idea, poiché non ho mai avuto occasione) piace. Forse perché mi appassionano i parchi a tema, dal Gardaland della mia infanzia al Disneyland Paris delle superiori, proseguendo verso l’infinito e oltre (cit.).
La curiosità verso (un po’ tutto) ciò che concerne le crociere periodicamente mi riaffiora, e colpisce in molti modi diversi: per esempio, col recente romanzo-fiume (uno dei migliori di questo 2019) Senza amare andare sul mare, letto giusto prima di DFW.
O con un altro libro, che tratta dei delitti commessi durante le crociere e delle particolarità (meglio forse dir carenze) con i quali vengono normalmente gestiti. Parlo del saggio, purtroppo ancora non tradotto in italiano, del giornalista Gwyn Topham – qui un suo articolo inerente lo stesso argomento, e qui un estratto del libro.
Volendo, se siete d’umore più scanzonato, potete solcare la Rete in cerca delle navi da crociera più piccole esistenti (e a mio parere, sicuramente più a misura d’uomo: mi attira quella a vele, 100 posti, con libreria di bordo), le dieci più diffuse tipologie di crocieristi rinvenibili (io sono senza dubbio un’Ansiosa, con la maiuscola), oppure alcuni degli attracchi più insoliti.
Chissà, se vincessi una lotteria magari questi link mi torneranno utili… uhm.

Tornando a Foster Wallace, comunque, cosa dire che non suoni come la scoperta dell’acqua calda (magari con tanto di idromassaggio in Jacuzzi, dato che di lusso sfrenato stiamo parlando)?
Oddio, lusso. Che cos’è il lusso? (O come direbbe Leroy Jethro Gibbs: Definisci lusso, pivello). Senza scomodare dizionari, etimologie e massimi sistemi, più che un “possesso di beni che eccede il necessario” io lo intendo come il godimento, anche temporaneo, di oggetti ed esperienze – necessari o meno che siano alla vita quotidiana – dotati di una naturale bellezza, raffinatezza ed eleganza. E’ qualcosa di difficile da inquadrare, tant’è che da questi tre sostantivi alcuni di voi ricaveranno forse un’immagine algida, impostata, che suggerisce scomodità – l’inverso di quanto risuona in me. Ma l’argomento è più affine alla sfera del minimalismo che pratico, e in questa sede mi porterebbe (mi sta già portando) fuori traccia.
Basti allora dire che il lusso popolarmente inteso, una delle attrattive dei giganti che ospitano le crociere, visto da lontano cioè da terra appare pacchiano. Una patacca. “Esagerato, opulento, sfacciato e iperbolico” – cito una blogger pescando da un suo post appena pubblicato, elenco d’aggettivi che nulla c’entra con le crociere (parla di Luna Nuova di Ian McDonald, fantascienza) ma ben vi si adatta.
Se così è, e se lo disprezzo, perché desiderare una crociera?
Ma perché è facile, cazzo (pardonnez moi le francais).
Perché offre, sia pure per un tempo limitato, una vita facile.
Ciò che io realmente desidero è una vita semplice, leggera, non facile; ma facile alle tante può rivelarsi un utile surrogato.

Le diverse nicchie di mercato [comprendono]: lusso, lusso assurdo, lusso grottesco.
[…] una miscela di relax ed eccitazione, di appagamento senza stress e turismo frenetico.
[…] terzo tipo di sconfitta del terrore della morte […] quello che non richiede né lavoro né divertimento. […] Dalla brochure della 7NC: “Il peso della vita quotidiana svanirà come per magia”.

Interessante, no?, questo tentativo di sconfitta della paura della morte.
Non è il mio caso, a me l’idea della morte, così molto ipoteticamente, piace perché coincide col sollievo, con l’esonero definitivo e irrevocabile dalle incombenze della vita quotidiana – appunto.
Ma DFW, con occhio clinico, fa invece la radiografia di qualcosa di più severo, al contempo causa ed effetto della scelta d’una crociera anziché d’un camping, per dire: la disperazione. Ehi, quella gente che è salita a bordo con lui pare stesse sopportando un’esistenza ben più disperata della sua, per quanto possa essersi risparmiata il suicidio (ma nelle sue notarelle che farciscono la riflessione, un suicida compare. O meglio, scompare nel mare).

Tranquilli, però: tutto questo l’autore ce lo serve con la partecipazione del curioso ed il distacco dello studioso – tanti etnografi c’han provato a comporre questo mix, senza successo. Lui lo padroneggia, e nemmeno per mestiere ma per natura, secondo me.
E poi, non sia mai, non mancano nemmeno le chicche d’orrore cosmico che tutti, segretamente o apertamente che sia, attendiamo: per esempio, il pellicano al marzapane e l’omelette con tracce di tartufo etrusco.

Poco dopo la partenza, ci si sente già lieti di non far parte della carovana di passeggeri che fan le vasche su e giù per i ponti, per le sale, i ristoranti, i negozi, eccetera.
Eppure, quando sarò stufa della vita, chissà.
C’è sempre una crociera che può aiutare ad andar meglio a fondo.

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Libri .13: Senza amare andare sul mare

Tutte le citazioni in corsivo sono tratte da questa intervista.

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Una spettacolare bestia, un romanzo(ne) mediamente lungo, denso e tuttavia al contempo incredibilmente leggero, come un pacco di biscotti o una vaschetta di ciliegie: un personaggio tira l’altro, una storia personale s’incrocia senza dar troppo nell’occhio ad alcune altre; e tutti i quaranta passeggeri della Tituba – nave da crociera partita non si sa dove, diretta non si sa verso dove – rileggono attraverso la scrittura (obbligata) di un diario quotidiano la propria figura, la propria storia e quelle di ciascun compagno di viaggio.
Un viaggio, una crociera, del tutto gratuita e giunta come un improvviso regalo da un ignoto benefattore: nessuno del resto ne sa nulla, nessuno ricorda com’è giunto a bordo se non che un certo giorno s’è addormentato nel letto di casa, risvegliandosi quello appresso in una cuccetta della nave.

Romanzo “ricchissimo di frasi memorabili. Una delle prime recita: La letteratura è letteratura e basta, non c’è volta che non parli di tutto“. Il paradigma di ciò che è classico.
Un percorso quasi melodico, del quale l’autore afferma che “i contenuti in divenire che nelle mie intenzioni avrebbero dovuto rifarsi alle strutture di certa musica, più che a delle strutture letterarie“. I registri utilizzati per i diversi personaggi che raccontano, filtrandola, la vicenda della nave alla deriva sono di fondo molto simili, le piccole ma efficaci caratterizzazioni riescono però a dare una sfumatura ed un sapore singolare ad ognuno dei capitoli.

Romanzo, poi, non “di genere” alcuno, seppure io non esiti a definirlo, con un termine omincomprensivo, un mistery: il mistero è infatti molteplice e, pur svelando alcune carte, non giungerà ad una conclusione netta a mo’ di pietra tombale. Ancora secondo Pastore, “l’interpretazione ha un ruolo fondamentale, e attraverso un titolo simile il mistero diviene parte integrante del libro ancora prima d’iniziarne la lettura, in modo diverso a seconda di chi ne sarà il lettore”.
Posso confermare che tale assenza di univocità, una sensazione di scatole cinesi senza termine, emerge schiettamente durante la lettura, senza per altro andare a menomare tensione e soddisfazione via via crescenti.
Tensione che ad ogni modo è più sinonimo di curiosità, di arrovellamento felice, piuttosto che di suspence di tipo poliziesco; rispetto ad un intreccio parecchio libero, anche se non completamente aperto.
Occhio a ciò che segue l’indice: potrebbe non essere la solita anteprima delle future pubblicazioni dell’editore, ma un ulteriore, scherzoso indizio dell’autore. Se questo indizio avvicini oppure allontani da un chiarimento, sta di nuovo a ciascun lettore deciderlo.

Così ne parlavo nell’ultimo Carnet pubblicato:
660 pagine di puro godimento. Narrativa che conquista, ma senza pretese auliche.
Un autore italiano, per altro, anche se il nome mi suggeriva un italo-americano – e questo lo si avverte nei dettagli, soprattutto lessicali -, ma di respiro internazionale (per altro al suo primo romanzo).
Un autore nascosto, anche, di cui le poche righe sul risvolto non svelano nulla se non che già scriveva per la carta stampata. Un autore che si cala in tutti i suoi personaggi e si cela dietro decine di maschere diverse – e credibili: ogni volta in prima persona.
Un portfolio di personaggi in crociera – che però, sulla nave, ci sono arrivati non di propria volontà e senza serbare ricordo alcuno dell’avvenimento.
Un diario da compilare ogni sera, ed un album contenente una sola fotografia, a vario titolo scomoda, per ciascuno dei malcapitati, più prigionieri che turisti su un mare e sotto un cielo immutabili e privi di guizzi di vita.
Un singolo capitolo per ciascun personaggio (in tutto 40), storie che si intersecano ma, per lo più, all’insaputa di chi ne è protagonista.
Un mistero, quello della nave, di chi la governa e li ha voluti lì, tutti insieme; che sovrasta pagina per pagina quelli individuali (a volte piccoli, mai miserabili) che tormentano i convenuti.
Penserete ad un mattone ansiogeno, forse, invece no: è divertente. Molto.
E scanzonato, per quanto possa esserlo un purgatorio privo di orizzonte temporale

Carnet (Giugno 2019)

Siccome il sistema usato sin qui per indicare i libri ed i film migliori del mese non mi convince più tanto, provo stavolta a differenziare:
con la stelletta 🌟 ho contrassegnato quelli (a mio parere, s’intende) di particolare qualità e di un certo livello, che ho apprezzato per i più svariati motivi;
col cuore ❤ ho contrassegnato invece quelli che mi hanno personalmente conquistato o che, comunque, mi han lasciato qualcosa a livello intimo. Insomma, quelli che mi fanno battere il cuore, per l’appunto – in 99 casi su 100 vantano anche evidenti pregi, certo,  ma occasionalmente possono pure non vantarne nessuno: ai propri “figli” si vuole bene anche quando son brutti come la fame.

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[libri letti]
60. In fondo al laboratorio a sinistra, Curiosità e bizzarrie della scienza
– Edouard Launet

61. Parli sempre di soldi!Hans Magnus Enzensberger
🌟 62. L’avversario – Emmanuel Carrère
* La vita istruzioni per l’uso – Georges Perec [interrotto]
Dopo Le cose, che mi aveva convinta, questo secondo approccio con l’autore è risultato indigesto. Non voglio dire deludente: sarei ingiusta, dal momento che ho sopportato solo poche pagine prima di chiudere. Ma lo stile descrittivo – letteralmente – di Perec, se ha una sua ragion d’essere e snellisce un romanzo già snello, richiede invece uno sforzo epico quando trasuda da centinaia di pagine, fatte per altro di storie fittamente dettagliate e tra loro intersecate.
Non ho più tempo da “perdere” dietro a testi meno che importanti e al contempo accessibili, sicuramente non ho più nemmeno l’età delle sperimentazioni “a perdere”. Peccato, però, che l’idea che me n’ero fatta si discosti così tanto dalla realtà: inseguo questo libro in effetti dal 2016, anno in cui lo stava leggendo la figlia di un buon amico al mare, dove li avevo raggiunti. Non mi riesce di capire, e forse distinguere non è neppure la miglior cosa, se sia il racconto delle vicende degli inquilini di un palazzo, o le vicende stesse, a pesarmi.
Lo spiega certamente meglio Ferdinando Amigoni, nelle note ad un altro suo libro (elencato sotto): […] come Percival Bartlebooth, il protagonista de La vita istruzioni per l’uso, scoprirà a sue spese, l’illimitata manipolazione di tessere di puzzle (o di parole, per l’oulipiano Perec) comporta il rischio di perdersi in labirinti tanto vasti e tortuosi quanto futili, e a lungo andare addirittura mortali.
63. La scala di ferro – Georges Simenon
64. I miei flop preferiti, E altre idee a disposizione delle generazioni future
– Hans Magnus Enzensberger
Anche Enzensberger è un autore che ci tenevo ad esplorare, ispirata da non ricordo quale considerazione su di lui e, in seguito, dalle quarte di copertina riportate sul sito interbibliotecario. Se il primo colpo è stato piacevole, ma non felice, questo secondo ne ricalca le orme: qualche spunto interessante, sì (in questo caso soprattutto nella seconda parte: quella dedicata a ipotetici progetti di scrittura, regia, teatro…, il che mi rammenta un bel taccuino, una raccolta di spunti narrativi per futuri racconti di Hawthorne che un tempo avevo), c’è qualche spunto interessante, dicevo, ma nulla più.
Un terzo libro è in arrivo, ma sarà l’ultimo tentativo di trovare una consonanza con del materiale così tiepido, timido.

65. 96 lezioni di felicità – Marie Kondo
D’accordo, il titolo è mieloso. La Kondo stessa, seppure marziale nel suo condurre gli allievi lungo il percorso di quel che lei chiama riordino, è apparentemente una cosetta dolcissima. Eppure, al netto di tutte le (tante) critiche ricevute – vuoi perché la sua gratitudine verso gli oggetti trascende in un panteismo che non ci è familiare, vuoi perché insiste sul verbo buttare (meno della Tatsumi, ma pur sempre troppo per la nostra sensibilità), e via dicendo – trovo che l’apprezzamento ricevuto around the world non si riduca alla sola moda, al fenomeno di costume ed all’esagerazione dei nostri entusiasmi post-moderni.
Non tutto ciò che è minimalismo è cosa buona, per quanto io senta che la mia parte nel gioco è di difenderlo da fraintendimenti e banalizzazioni – potendo, idealmente, di depotenziarlo come prodotto di massa sino a farlo ri-scomparire in una nicchia per coloro, pochi o tanti, che l’hanno seriamente adottato.
Resta comunque un must; un volumetto in equilibrio tra racconto appassionante (com’è più nello stile del primo libro, L’arte del riordino), e manuale d’uso pratico, guida ai perplessi desiderosi di svuotare, liberare, cambiare. E respirare.
66. La settimana bianca – Emmanuel Carrère
67. Si salvi chi vuole – Costanza Miriano
A proposito di monastero wi-fi, di monaci metropolitani e di salvezza che non conosce procedure d’infrazione. Lo stile della (fu?) giornalista lo si riconosce immediatamente, ed è come al solito frizzante, leggero ma molto chiaro e puntuale.
Personalmente poi càpita a fagiolo in un periodo in cui sto pensando a come poter concretizzare una vita ispirata al monachesimo, idea che inseguo da tempo; e dunque è un supporto in più.

❤ 68. Senza amare andare sul mare – Christian Pastore
660 pagine di puro godimento. Narrativa che conquista, ma senza pretese auliche. Un autore italiano, per altro, anche se il nome mi suggeriva un italo-americano – e questo lo si avverte nei dettagli, soprattutto lessicali -, ma di respiro internazionale (per altro al suo primo romanzo). Un autore nascosto, anche, di cui le poche righe sul risvolto non svelano nulla se non che già scriveva per la carta stampata. Un autore che si cala in tutti i suoi personaggi e si cela dietro decine di maschere diverse – e credibili: ogni volta in prima persona.
Un portfolio di personaggi in crociera – che però, sulla nave, ci sono arrivati non di propria volontà e senza serbare ricordo alcuno dell’avvenimento. Un diario da compilare ogni sera, ed un album contenente una sola fotografia, a vario titolo scomoda, per ciascuno dei malcapitati, più prigionieri che turisti su un mare e sotto un cielo immutabili e privi di guizzi di vita.
Un singolo capitolo per ciascun personaggio (in tutto 40), storie che si intersecano ma, per lo più, all’insaputa di chi ne è protagonista. Un mistero, quello della nave, di chi la governa e li ha voluti lì, tutti insieme; che sovrasta pagina per pagina quelli individuali (a volte piccoli, mai miserabili) che tormentano i convenuti.
Penserete ad un mattone ansiogeno, forse, invece no: è divertente. Molto. E scanzonato, per quanto possa esserlo un purgatorio privo di orizzonte temporale
Edit 1.07.19: l’ho appena notato: Pastore ha tradotto anche Storie della tua vita, di Ted Chiang. Da uno dei racconti di questa raccolta è stato tratto Arrival, che ho appena visto. Ne scriverò, se il cuore mi regge.
69. La bottega oscura – Georges Perec
Una raccolta di sogni (due parole qui) corredata da bellissime note esplicative “che identificano persone, avvenimenti e cose della vita diurna”, ma anche che danno una lettura psicanalitica di tratti caratteristici dello scrittore – di Ferdinando Amigoni.
🌟 70. Costruire, Le storie nascoste dietro le architetture – Roma Agrawal
Il racconto sintetico, interessante e condotto da un’ingegnera strutturale, di come siano nate le odierne architetture civili – con esempi che si rifanno alle sue proprie opere e svariati aneddoti, purtroppo per forza di cose spesso tragici: come quello delle Twin Towers che specifica un problema banale ma dalle conseguenze gravi, e che ignoravo.
I contenuti sono seri, ma l’esposizione morbida: ho immaginato più volte, anziché di stare leggendo un testo, di trovarmi in una saletta da thé con il liquido ambrato che più amo e delle meringhe davanti, conversando con l’autrice; in compagnia.
Peccato però per i numerosi, e grossolani, errori trovati qua e là: fin dalle prime pagine mi son chiesta se i correttori di bozze della Bollati Boringhieri siano usualmente ubriachi, o se magari li abbiano licenziati; perché certi paragrafi sembrano essere appena stati battuti al pc e non dico non essere stati rivisti, ma nemmeno riletti.
71. Il silenzio – Erling Kagge
72. Camminare – Erling Kagge
73. Per non morire di televisione – Hans Magnus Enzensberger

Attualissimo. Finalmente dei testi suoi (si tratta di una raccolta di articoli) che non mi lasciano insoddisfatta. Interessante anche la piccola polemica, nella quale entra verso le ultime pagine, con McLuhan.
74. Mi ricordo – Georges Perec
🌟 75. Tumulto – Hans Magnus Enzensberger
Un altro centro, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi. E’ il resoconto dei viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del suo coinvolgimento nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.
A proposito di Est, ne approfitto per consigliare 
Nostalgistan, un libro di Tino Mantarro (intervistato qui dalla blogger Claudia), conquistato dall’estetica dello sfascio.
76. Orizzonti selvaggi – Carlo Calenda

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[film visti]
* La felicità è un sistema complesso – Gianni Zanasi [bloccato a metà]
Ebbasta. Avevo visto un suo film, poco convincente, ci ho riprovato e – almeno finché il disco non s’è impallato – l’ho trovato nuovamente strano, irrisolto, lento. Grazie lo stesso signor Zanasi, noi però abbiamo chiuso.
59. Haunting (Presenze) – Jan de Bont
60. Piano 17 – Manetti Bros. [vedi anche da qui in giù]
61. I segreti di Osage County – John Wells
Incasellato nel genere commedia, è in realtà un drammone da far tremare i polsi, e permette alla Streep ed alla Roberts (quanto mi piace la Roberts in ruoli drammatici da stronza) di rifulgere: per una volta si può dire che il film sia costruito attorno a, e funzionale agli, attori – non dimentichiamo che nasce come rappresentazione teatrale -, anziché essere gli attori a sostenere con la loro più o meno spiccata bravura le sorti di una trama. No happy ending, let’s party!
🌟 62. Il ministro, L’esercizio dello stato – Pierre Schoeller
Cinico, ma qui il cinismo assume il sentore polveroso della burocrazia e del potere stantìo.
Una condanna della politica, con i suoi inganni e le sue strategie, vuota di cuore, che grazie al cielo s’allontana dalla verve sfavillante di certe pellicole nostrane dell’ultimo decennio e lascia che la forma resti torbida quanto il contenuto. O per lo meno, senza paillettes.
Dal Morandini:
“Lo Stato divora coloro che lo servono” è la tesi centrale del 2° LM di Schoeller che l’ha anche scritto. 3 premi César 2012 per sceneggiatura, attore non protagonista e suono (Olivier Hespel) e Fipresci della Critica Internazionale a Cannes. La tesi è annunciata nella sequenza onirica e metaforica iniziale: una bella donna nuda entra nelle fauci di un coccodrillo immobile. Il potere dello Stato divora, logora, fa soffrire chi ce l’ha, come il ministro dei Trasporti e il suo capo di gabinetto.
Bertrand Saint-Jean è un personaggio complesso la cui umanità si mescola al cinismo: il suo dolore commosso per i 13 bambini precipitati in un burrone non gli impedisce di mettersi una cravatta più consona alla situazione o, ubriaco, di litigare con la vedova di Kuypers, disoccupato assunto come autista. Con poche eccezioni, il cast degli attori, sconosciuti in Italia, è diretto in modo impeccabile.

63. Smetto quando voglio, Masterclass – Sydney Sibilia
🌟 64. Lo straniero – Orson Welles
65. Paranormal activity – Tod Williams
La scelta di mettere al centro un’intera famiglia anziché una coppia mi era parsa promettere bene, e per un po’ ha funzionato, ma più trascorrevano i minuti più l’intreccio si rivelava frammentario. “No buono” (cit.).
66. Le mele di Adamo – Anders Thomas Jensen [qui il film su RaiPlay]
Memorabile, tra i miei preferiti in assoluto. Commedia nera e grottesco, cinismo e vitalità si tengono per mano senza fare una piega. E se Mikkelsen è un mostro, l’interprete di Adam non lo trovo da meno. La violenza non viene edulcorata, ma neppure un lieto fine classico ed un’esaltazione ottimista e positiva della fede sono contemplati: ogni cosa è un pugno nello stomaco, persino i momenti più confortanti. La verità vi renderà liberi – ma non è mai stato detto che tale processo sarebbe stato incruento.
67. Viaggio in Italia (Una favola vera) – Paolo Genovese, Luca Miniero
68. La bella gente – Ivano de Matteo
Un autore che amo sempre di più (sono pronta a perdonargli I nostri figli, remake fastidiosamente di maniera, per avermi offerto questo). Se pensate che la protagonista sia la giovane prostituta Nadja, ripensateci: lo sguardo vi cadrà ineluttabilmente su chi le sta intorno, “la bella gente“, mentre lei assumerà il ruolo di perno della storia, di oggetto idolatrico-sacrificale e, soltanto in ultimo, di persona.
69. Smetto quando voglio, Ad honorem – Sydney Sibilia
Boom! Mi mancherai, Banda.
70. Mr. Brooks – Bruce A. Evans
Okay, il protagonista (assoluto) è un serial killer. Rappresentato però, bene o male, senza il canonico stampino: impossibile far indossare a Costner una maschera seriamente brutale, si opta dunque per un’alternanza tra abito elegante e tenuta chiccosa da “lavoro”, rigorosamente in nero.
Insolito, dal punto di vista (e dalle preoccupazioni) abbastanza originali; non fa certo gridare al capolavoro ma merita almeno un “bravo per averci provato”. Se proprio di mente criminale dobbiamo ogni giorno sciropparci una dose, che sia almeno parlata, interrogata, e persino esteriorizzata nella persona fantasmatica di William Hurt.
71. Chef, La ricetta perfetta – Jon Favreau
72. La Casa – Fede Alvarez
Posto che non sono competente a giudicare in modo corretto la relazione tra questo remake-reboot-quellochepreferite e l’antico (…) classico di Raimi, il quale l’ha per altro sostenuto, né sono in grado di sconfessare quella che, per una che ama le parole (anche quando seducono per veicolare stronzate), rimane una recensione apprezzabile; posto questo ecco: io penso che ‘sto film sia ‘na Clamorosa Cazzata.
A prescindere, dal regista di Man in the dark mi aspettavo ben di più, possibilmente ancora di più: quello non doveva essere che l’inizio. 1 su 5 è troppo cattivo come voto?
73. Powder, Un incontro straordinario con un altro essere – Victor Salva
Un figlio nato mentre la madre moriva colpita da un fulmine, portatore di imprecisate anormalità e deformità, che ritroviamo anni dopo, segregato (o forse no? Non è chiaro) nella cantina dei nonni: e lì scopriamo che, semplicemente, è un albino. Cosa che di per sé sembra suscitare uno sgomento sproporzionato. Finché non scopriamo che, per farla breve e soprattutto chiara, Jeremy ha assorbito delle potenzialità fisiche dall’energia elettrica che ha attraversato il corpo della madre al momento del trapasso.
Non è malvagio da vedere, poveri noi, c’è di ben peggio. Tuttavia sposo in pieno quanto dice la scheda di MyMovies, che è la mia principale fonte di approvvigionamento per farmi un’idea veloce:
Sostenuto dall’intenzione di denunciare gli effetti dell’ignoranza e dalla intolleranza nella vita quotidiana, il film si risolve una parabola buonista a sfondo fantascientifico cadendo, talora, nella trappola di un pesante sentimentalismo”.
🌟 74. Lo stato contro Fritz Bauer – Lars Kraume
🌟 75. L’onda – Dennis Gansel
Vidi questo film la prima volta in università, durante una lezione di Sociologia (che Dio ci aiuti: dell’intero corso, probabilmente la cosa più utile). Basato su una storia vera, sulla quale però ancora non sono riuscita a reperire altro materiale; è perfettibile ma efficace nel trasmettere la plausibilità di un evento che raramente convince fino in fondo, ossia che oggi in Europa una nuova dittatura possa emergere.
76. The believer – Henry Bean
Come dalla storia di un tizio sballato come Burros possa aver preso forma, alla fine, una raffinatezza simile è mistero della fede: il legame ispirativo si limita, esilissimo, all’ossimoro chiave di ebreo-nazista ed al suo portato di ambivalenza, ma viene sviluppato da Bean (regista, sceneggiatore e cammeo nei panni di Ilio Manzetti) in maniera insuperabile – e lo intendo letteralmente.
In Gosling, a Canadian actor who started at twelve as a TV Mouseketeer alongside Britney Spears (…), Bean has found the perfect actor. Gosling gives a great, dare-anything performance that will be talked of for ages.
(Peter Travers su Rolling Stone, 19 Maggio 2001)
77. District 9 – Neill Blomkamp
🌟 78Dark night – Tim Sutton

Dal tramonto all’alba

Dal tramonto all’alba, dalle 21.00 alle 6.00, invece di dormire, e saporitamente, come stanchezza ed afa mi imponevano, ho fatto zapping in tv accomodandomi un tapis roulant di programmi (per lo più di sottofondo, ma non solo) che mi hanno accompagnato alle soglie dell’instupidimento.
Sono partita con Escobar, del quale ho perso giusto l’inizio, ed ho terminato con Omnibus, passando per Colpo di fulmini su dMax, una Kirstin Scott-Thomas fedifraga e due puntate di Zoo (bello, accidenti).
Ma non è stata colpa mia, è stata colpa di due baluba di una cooperativa presso la quale (evento insperato, sommo gaudio!) avevo un colloquio. E che non si sono presentati, salvo poi sostenere che fossi stata io a non farmi viva… il giorno precedente. Cioè quando Lei al telefono mi disse: “Sarebbe possibile già per DOMANI alle 14.00?” – per quanto dubbi non ne avessi, ho persino verificato il registro chiamate, e no, non mi sono confusa.
Per altro, chi non ti fa almeno una chiamata per verificare se ci sei o no, se hai avuto un contrattempo o un incidente, se non hai per caso appunto capito male; quando si è fissato un appuntamento e tu manchi? Specialmente se tu, il candidato, sei una persona disabile della quale il selezionatore non conosce nel dettaglio i problemi, soprattutto fisici.
Oltre dunque al danno (aver aspettato un’ora e mezza su un marciapiede, nella fase più calda della giornata con temperatura percepita di 50 gradi, senza riuscire a contattare nessuno e senza aver neppure da bere – tanto che una vecchietta che faceva la spola tra supermercato e caseggiato mi ha regalato due euro per andarmi a prendere qualcosa… non sto scherzando); oltre al danno, dicevo, la beffa.

E così mi son ritrovata, stravolta incazzata nonché lacrimante, a non aver voglia di preparar da mangiare (sempre siano benedette le fette biscottate…), né di sdraiarmi a guardare il soffitto rimacinando le stesse amare considerazioni fino allo stremo.
E mi sono data alla televisione, e al libro di Calenda.
Dunque, Calenda. Non sarebbe affatto un cattivo segretario del Pd, anche se in tutta onestà non voterò mai quella roba a meno di non ottenere come segretario e nume tutelare un Mosasauro: allora sì, che potremmo cambiare il mondo.

trasferimento (4)

Il Mosasauro è quello GROSSO. Ovviamente.

Ma andiamo avanti.
A me Calenda non dispiace affatto, ohibò, e anche nello scrivere s’è fatto apprezzare. Sa il fatto suo, a differenza di parecchi politici improvvisati scribacchini (anche in appalto a terzi), pecca di idealismo un pochino meno dei colleghi e, soprattutto – dote preternaturale – è schietto. Nel miglior senso del termine.
Così schietto che per quante frasi e concetti abbia condiviso, alla fine della fiera, sono uscita dalla lettura prolungata più chiaramente conservatrice e meno disposta a spianare il terreno ai progressisti, anche ai meglio intenzionati.
Sarà per la prossima volta, eh, Carletto. Se ti incrocio ti offrò un caffé, ma quanto alle prossime elezioni, mi sa che finirò a pescare un altro micro-partito. Magari il Partito del Michelasso (mangiare, bere e andare a spasso), che è pur sempre più onesto di qualsiasi partito del fare di questo rissoso mondo.

Libri .11: Tumulto, Enzensberger

Tumulto – Hans Magnus Enzensberger

Un altro centro, finalmente, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi.
E’ il resoconto dei due viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del coinvolgimento dell’autore nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.

Sul sito del circuito interbibliotecario gli ho attribuito 4 stelle su 5 (continuo a dispiacermi che non vi sia una possibilità di valutazione più estesa, per es. da 0 a 10 stelle, oppure almeno i mezzi voti); perché nella parte dedicata alla rivoluzione sessantottina gioca fin troppo a nascondersi, a dire e non dire. Vero è che si còglie, nell’insieme, un personaggio sì schierato, ma troppo indipendente e vorrei dire singolare per poter aderire ad altro che a sé stesso.
Tuttavia, non leggo in questa scelta una volontà di tacere fatti riprovevoli o edulcorare l’avvenuto (e spero il mio intuito non sbagli): più che tenere il piede in due scarpe, l’ideologia ed il mea culpa di molto posteriore negli anni, mi pare che Enzensberger non sappia tenere il piede in nessuna scarpa.
E questo, se non soddisfa del tutto l’eventuale desiderio di chiarezza politica, manda in sollucchero i miei appetiti letterari; perché trasforma a poco a poco il memoir in un flusso di coscienza molto personale e poco sociale, ricco, ironico e quasi irridente – non verso il lettore, ma verso l’autore stesso che, nel doppio ruolo di intervistatore ed intervistato, si pungola, si contesta e si osserva con la condiscendenza dell’adulto nei confronti del bambino.

La bottega oscura

Così il titolo della raccolta di sogni, oltre un centinaio, che Georges Perec ha messo insieme nell’arco di quattro anni (1968 > 1972): il sonno, fattore di sogni, come bottega lasciata in penombra di cose perturbanti.
L’autore stesso, nessuno s’aspetta alcunché di diverso, chiarisce a sé prima che ai lettori la diversa natura che inderogabilmente il sogno assume una volta tradotto in parole e trascritto su carta – vi è anche un suo saggio in proposito, Il sogno e il testo, contenuto in Sono nato.
E’ proprio questa: l’estrema difficoltà – forse impossibilità? – di rendere adeguatamente l’atmosfera, la struttura, la temporalità fluida e diciamo l’incanto sensoriale di un sogno, una delle caratteristiche più affascinanti dell’esperienza.
Insieme, aggiungo a titolo personale, alla ricorrenza-ripetitività (che collateralmente mi porta a ragionare del deja-vu e di epilessia) ed al sogno lucido; tratti frequenti dei miei sogni.

L’idea di ricordare, quando e per quanto possibile, e poi raccontare i sogni per iscritto non mi è nuova come non lo sarà a molti di voi. Ma sollecitata da Perec ho notato una cosa, banale forse eppure significativa, nella sua portata, per me: se ho azzardato un breve resoconto di tre (finora) sogni su questo blog, racconto destrutturato come il suo oggetto e anche di più per quanto dicevamo sopra, è anche e soprattutto perché la scrittura digitale mi ha reso l’operazione molto più rapida e soprattutto agile rispetto alla sua omologa analogica (manuale), che in generale per molti altri versi, se non tutti, prediligo.
Non mi spingerò ora a decretare che questo vantaggio mi porterà a prendere l’abitudine stabile ad un diario di sogni, mi conosco e so la mia volubilità. Voglio tuttavia registrare il fatto come di buon auspicio per una pratica che meriterebbe maggior partecipazione.

Simenon, mon amour

Nome notissimo ed assai prolifico della letteratura francofona, di Georges Simenon Paola di My bookish room ha condensato in due tratti universalmente riconosciuti lo spirito:

La forza dei suoi romanzi non sta nelle vicende narrate, sempre ridotte all’osso, ma nell’accurata introspezione psicologica dei suoi protagonisti. Le descrizioni fisiche sono rarissime eppure quasi sempre abbiamo la netta percezione delle fisionomie dei suoi personaggi […]

L’asciuttezza ed il sapore di intimità che Simenon sa evocare mi fanno pensare, in altro ambito, ai dipinti di Edward Hopper: ha un tratto denso ma essenziale, intenso senza sbavature o ridondanze.
Inoltre – effetto che non può dipendere unicamente dal ritmo impresso alla narrazione, che pure vi contribuisce molto – ha la capacità di fermare il tempo. A differenza di altri libri e autori, che posso leggere con velocità ed attenzione adattabili al contesto e alle mie esigenze (pur godendo appieno delle storie, lasciandomi trasportare altrove), Simenon non riesco a leggerlo se non sprofondandoci dentro con tutta la persona.
Spesso mastico un brano per un solo quarto d’ora, poi sospendo per assimilarlo e lasciarmene riscaldare, e via così: eppure, anche se per un brevissimo periodo di tempo “oggettivo”, il normale fluire del mondo viene interrotto. La mia stessa coscienza è, quasi, sospesa: più che quella di immergersi in un universo altro, che ogni buon romanzo può garantire, la sensazione è quella – viscerale – di essere altro.
Essere altro, forse, come essere “di più”: partecipare alla realtà aumentata di se stessi.

Ho mutuato la passione per il belga (mirabile dictu) da mio padre; lui che dell’animo umano e in specie delle sue miserie se n’intendeva.
Leggerlo, che sia un Maigret o ancor meglio un romanzo che non appartiene a questa infinita serie di volumetti gialli Adelphi, è anche un modo per sopportare la crudeltà della vita: quella che abbonda nei cuori e fa capolino negli occhi “bovini” dei suoi personaggi, quella per cui l’autore sembra provare la medesima compassione che Dio riserva alle sue povere, scapestrate creature – vittime e carnefici.