Lavoro .2: Lavorare gratis, lavorare tutti

Cosa succede se, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare?
Hannah Arendt

Cercherete di vendervi come schiavi ai vostri nemici, ma nessuno vorrà comprarvi.
Deuteronomio, 28,68

lavorare gratis lavorare tutti de masi

Nel 1831 il filantropo inglese Charles Knight aveva consigliato ai disoccupati di inventarsi una professione e mettersi in proprio, esattamente come fanno oggi i nostri ministri del Lavoro“.
Nonostante il titolo del saggio di De Masi suoni terribilmente commerciale, la proposta che avanza fin dalla copertina non può certo essere peggiore di quella di Knight: deprezzare il lavoro dipendente e spingere chiunque a combinare la qualunque – implicando, con questo, che chi non ha la vocazione imprenditoriale o libero professionale non è un uomo, ma una pianta d’appartamento.
Non trovate?
Io trovo. Anzi, vi assicuro che quel titolo motivazional-utopistico non rende ragione della serietà di pagine che, seppur divulgative, non rinunciano a nulla: dalla ricostruzione storica e ideologica (in economia), anche piuttosto estesa, ad un basilare inquadramento del come e perché lavorare meno (e persino gratis, in una prima fase) ci porterebbe a lavorare tutti, quanto basta. Insomma a risolvere il problema della disoccupazione, e non tamponandolo, ma promuovendo una nuova identità dell’idea stessa di lavoro.

Tra i tanti, De Masi (che ho conosciuto attraverso le ospitate a L’aria che tira su La7) cita Owen, socialista fondatore di una cooperativa tessile a New Lanark, Scozia (che ho visitato nel 2002 in viaggio-studio), notissima starlette dei libri di testo.
L’estrazione del sociologo appare chiara: nomina molti economisti e politici, ma sta dalla parte di Keynes, di Olivetti e, naturalmente, di Marx ed Engels – del quale per esempio riporta queste parole:
[A causa delle concorrenza liberale] “[…] l’operaio è di diritto e di fatto uno schiavo della classe abbiente, della borghesia; suo schiavo al punto che viene venduto come una merce, sale e scende di prezzo… rispetto alla schiavitù dell’antichità sembra libero perché  non viene venduto in una sola volta ma pezzo a pezzo, a giorni, a settimane, ad anni e perché non viene venduto da un proprietario all’altro, ma è egli stesso che deve vendersi a questo modo in quanto non è lo schiavo di un singolo ma dell’intera classe abbiente“.
Inutile specificare che, per me, dove c’è una critica al capitalismo c’è casa 😁
Compreso il neo-capitalismo targato Pd – sorry, Sandro, te tocca -: quel mostriciattolo che è solo l’ultimo dei truffatori travestiti da “gente di sinistra”, da Craxi in avanti. E voi tutti sapete bene chi è stato allevato da Craxi…
… ma torniamo a bomba nel passato e sentiamo un po’, stavolta, quel barbone di Marx.

Una terza categoria di disoccupazione è quella che Marx chiama stagnante, ossia quella massa che svolge lavori irregolari con orari impossibili e minime retribuzioni, come i lavoratori a domicilio e quelli impiegati in nero.
L’ultima categoria è quella del pauperismo inteso come “il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva”. Nel pauperismo Marx include, oltre al sottoproletariato vero e proprio (vagabondi, delinquenti e prostitute), anche persone che sarebbero in grado di lavorare ma non hanno trovato un impiego e non hanno altre fonti di sostentamento, anche orfani e figli di poveri, anche gente finita male, incanaglita e ormai incapace di lavorare, come i mutilati, i malati e le vedove.
A parte le risate che m’ha strappato quel gente finita male, incanaglita – umorismo involontario, ich denke -, nulla potrebbe interessarmi più della sorte di questa quarta categoria di disoccupati, della quale faccio ahimè parte. Non so quanto incanaglita, non poi molto, ma incapace di lavorare (in maniera “normale” e come richiesto dal mercato odierno), e persino in difficoltà con i lavori di ripiego, lo sono eccome.
Del resto, a breve farò richiesta di aggravamento, con la quale mi auguro di colmare quel divario di pochi punti che mi separa dalla pensione di invalidità standard – chi mi vuol bene, cominci pure ad accendere un cero o a bruciare incensi a Marte.
Impossibile non sogghignare pensando che la prima certificazione, oltre ad una grande conquista e soddisfazione, ha significato anche essere esclusa da praticamente ogni selezione al Collocamento Mirato – che dovrebbe aiutare ad inserire chi non regge un ambiente di lavoro tradizionale – perché… non sono in grado di reggere un ambiente di lavoro tradizionale. Embé.
(Dei caregivers non parliamo nemmeno: stanno un gradino più in basso dei procarioti).
Recupererò il mio sogno di bambina, e da “grande” (se mai un miracolo mi alzerà, su ali d’aquila, oltre il metro e 60) farò l’umarella davanti ai cantieri.


>> Nella puntata precedente:
Ufficio di scollocamento, Perotti – Ermani

Insomma, il libro prende piede lentamente, sulla scorta dei secoli, ma il suo fulcro sta, di fatto, nell’interpretare il probabile futuro delle nostre società ipersviluppate, anche e soprattutto sotto il profilo tecnologico.
E qui si passa da un terreno solido ad uno, quantomeno, soffice – ma non per questo, a mio avviso, inconsistente. Riporto qualche passaggio chiave:
Oggi le nuove tecnologie tendono a sostituire tutto ciò che non esige affettività, ideologia e creatività, per cui un ingegnere è più sostituibile con un computer di quanto lo siano un parroco o una badante.
[…]
Ma, a differenza di quanto avvenne ieri con le ferrovie che resero obsoleti i cavalli e i cocchieri ma impiegarono molti più lavoratori per costruire e gestire le strade ferrate, le stazioni, le locomotive, i vagoni e i viaggiatori, oggi i computer e i robot distruggono molto più lavoro di quanto ne creano.
E proprio qui sta il salto di civiltà che essi beneficamente ci consentirebbero liberandoci dal lavoro, se solo avessimo l’intelligenza di rimodulare la nostra vita centrandola sulla distribuzione [degli impieghi lavorativi disponibili] più che sulla produzione [di nuovi posti di lavoro], sul tempo libero più che sul tempo di lavoro.
[…]
Mentre nell’economia tradizionale, che si serviva di strumenti meccanici o elettromeccanici, ogni membro della popolazione attiva era allo stesso tempo produttore e consumatore e quando si doveva produrre di più si assumevano più lavoratori, ora buona parte dei produttori, cioè i computer, non consumano perché non sono umani e buona parte dei consumatori non produce perché è disoccupata.
[…]
Anche quando il lavoro evapora, resta comunque misura di tutte le cose. A chi lo perde, perdendo con il tempo anche la speranza di ritrovarlo, viene imputato di estraniarsi, di non integrarsi, di non reagire attivamente, di non inventarsi un lavoretto”.

Siamo così tornati al ragionamento iniziale (di questo post), a quell’accusa intollerabile che, molto più dello stato di disoccupazione in sé, è in grado di scatenare rivolte.
Non a caso sempre Keynes (che tra parentesi ha avuto una vita assai interessante), parlando dell’instabilità ciclica prodotta da un sistema lavorativo irrealistico quale il nostro, riferisce della disoccupazione come del maggior pericolo per una democrazia.
Ma qual è, grossomodo, la soluzione prospettata da De Masi (che, intendiamoci, non è certo un visionario solitario)?
Ve ne do innanzitutto una versione letteraria ed incisiva. La meta del futuro” dice Arthur C. Clarke “è la disoccupazione generalizzata, così potremo giocare“.
E così prosegue l’autore del saggio: “Perché lasciare al caso il passaggio dal lavoro all’ozio creativo, perché trasformare un itinerario verso la libertà in pedaggio paludoso […]?
Perché, in questo frattempo, pretendere dai disoccupati un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando questo gli viene negato?
Perché non trasformarli in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro per sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà?
[…]
Ma come è possibile dedicarsi all’ozio creativo senza morire di fame?
Per Aristotele e per i classici la risposta è semplice: ridurre al minimo il desiderio del superfluo e abituarsi a considerare come unici veri lussi la saggezza, la convivialità, la disponibilità di tempo, la bellezza e la cultura”.

E ancora:
Ma chi ha deciso che nel XXI° secolo il lavoro debba essere così snaturato, stuprato, frantumato fino a perdere ogni legame empatico e duraturo con il lavoratore?
[…]
Mentre la società greca e romana aveva appreso ad arricchire di significati gli scarsi oggetti a sua disposizione, la società industriale ha preferito arricchirsi di tecnologia per costruire sempre più oggetti sempre più svalutati nei loro significati qualitativi man mano che il consumismo ne pretendeva la moltiplicazione quantitativa.
[…]
Rispetto alla liberazione dalla schiavitù, che caratterizzò il Medioevo, e alla liberazione dalla fatica, che ha caratterizzato la società industriale, la liberazione dal lavoro caratterizzerà la società postindustriale.
[…]
La garanzia per tutti i cittadini di un reddito di sussistenza “sufficiente” assicurerebbe il passaggio da una società del pieno impiego a una società di piena attività” […]

La differenza la può fare la scuola, ma per gli scettici come me che campa cavallo è decisamente più sensato e proficuo immaginare di partire dall’altro polo del problema, cioè dai (non) lavoratori stessi:
In coerenza con le teorie della crescita infinita corteggiate dai neoliberisti e con il credo espiatorio del luteranesimo e del calvinismo, l’educazione familiare e quella scolastica restano indirizzate quasi esclusivamente alla preparazione del giovane al lavoro, alla carriera, alla competitività. Ovunque si invoca un rapporto esclusivo e onnivoro tra scuola e lavoro in cui il secondo fagocita la prima.
[…]
Poiché i disoccupati non hanno nulla da perdere tranne la disoccupazione, non resta loro altra scelta che scompaginare la situazione gettando sul mercato del lavoro tutta la propria massa lavorativa.
Se, per esempio, in Europa i 26 milioni di disoccupati, invece di starsene fermi, offrissero gratuitamente la loro opera a chiunque ne abbia bisogno, in poco tempo tutta la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria“.

2019-10-24 20.02.02
Chiedo scusa per il focus orrendo.

Novecento .3: CasaPound Italia, Elia Rosati

Scherzi e giochi dialettici a parte, vorrei invitare i miei lettori a non lasciarsi ingannare o infastidire dall’oggetto del post, e a proseguire: non è un’apologia di Cp, e può essere tanto più interessante per chi non l’approva. Se tenete duro, in fondo c’è una sorpresina per voi 🙂

Il libro

Un altro buon libro d’inchiesta, dal taglio ben diverso da quello di Dentro e fuori Casapound – ricco di storie, di storia e di informazioni – ottimamente strutturato, adeguatamente approfondito (cosa davvero rara) e ben scritto, è quello di Elia Rosati con prefazione di Marco Cuzzi, dal titolo Casapound Italia – Fascisti del terzo millennio.
Pubblicato da Mimesis nella collana Passato Prossimo lo scorso anno, con una seconda edizione all’attivo già nel 2018, è il più aggiornato e meticoloso ritratto della formazione di destra radicale – così preferisco chiamarla, anziché “estrema” -, definizione che tuttavia sarebbe problematico condividere con il movimento stesso: dacché non solo esso è refrattario a darsi una connotazione sull’asse classico destra-sinistra, ma ha incorporato tra i propri “numi tutelari” figure tradizionalmente allineate altrimenti (Guevara, Gramsci, De André), ha sostenuto un lungo programma di confronto (quanto sincero oppure mediatico è cosa che ognuno deve stabilire da sé) con esponenti pubblici di partiti, associazioni ed idee distanti se non avverse (dalla Concia a Mentana), aderisce ad una visione trasversale di ribellismo.
Tant’è vero che, fra le aggettivazioni più frequenti e caratterizzanti del fenomeno – e delle sue azioni più note, come l’occupazione abusiva a scopo abitativo – vi è la locuzione “non conforme“.

Cp Flag

Sono questa ed altre modalità di auto-rappresentazione pubblica ed interna (non sempre le due cose coincidono, e se questo è vero in qualche misura per ogni organizzazione umana, nel caso di Cpi lo è particolarmente e scientemente) che Rosati sviscera per esporre al lettore – a vario titolo interessato o soltanto curioso – la natura e gli scopi del movimento-partito (impossibile scindere i due livelli di azione).
Incluse, e non sono poche, le diramazioni dello stesso in ambito socio-culturale, attraverso apposite associazioni collaterali (vi siete mai imbattuti, camminando per la strada, in adesivi accattivanti ma che non sapete dire a chi facciano capo? Se avete visto un adesivo de La foresta che avanza, sappiate che si tratta dell’associazione ambientalista di Cpi. Fuori da Eurospin un gruppo di ragazzi, sotto l’insegna de La salamandra, vi ha chiesto se vi va di donare qualcosa per i pacchi alimentari destinati a famiglie povere? Erano di Cpi. O magari, gli stessi, li avete incrociati nei reparti pediatrici degli ospedali – più raro, certo, perché è dura che l’iniziativa sia ben accetta – a regalare uova pasquali. Oppure potreste avere figli in un liceo, nel quale è stato eletto come rappresentante degli studenti qualcuno del Blocco Studentesco: è di Cpi. Fateci caso).
Voglio qui citare almeno un’altra caratteristica indagata nel testo, cioè la partecipazione (e l’arruolamento) giovanili a CasaPound; entrambi forti. Non solo si vuole creare una nutrita base, e crescere i militanti anziché limitarsi ad acquisirli, ma si vuole anche incarnare in tal modo uno dei princìpi-guida nella dottrina di Cpi, ossia il vitalismo. E’ stato, questo, uno dei fattori più dirimenti che mi hanno indotta a lasciare: vitalismo e giovanilismo non sono davvero nelle mie corde, grazie.

Osservazioni personali

Prendo spunto dalle Faq disponibili sul sito e in cartaceo per offrire qualche spunto su ciò che ho incontrato frequentando Cp per alcuni mesi, nel 2018.
CPI è un movimento xenofobo?
Sì. Si tratti di odio (che io non ho mai visto, onestamente) o di avversione (propendo decisamente per quest’ultima), in ogni caso affermare che non vi sia pregiudizio verso lo straniero ed il diverso in Cp è inesatto.
Personalmente non sono mai incappata in atti di violenza (fisica o verbale), né li ho subodorati, nemmeno ho riscontrato razzismo inteso come convinzione della superiorità di una razza su altre (e non è poco), ma neppure c’è obbiettività sul tema: molti non si limitano a sposare politiche che distinguano e diversifichino i diritti di italiani e stranieri, sulla base di idee opinabili ma legittime (e che io stessa in gran parte condivido), riaffermando l’amore per le proprie appartenenze nel rispetto di quelle altrui; perché il loro identitarismo sfocia nel rifiuto di ciò che è estraneo al gruppo in quanto estraneo, non in quanto singolarmente (e concretamente) deleterio o dannoso.
CPI è un movimento di estrazione confessionale o religiosa?
Confermo: no. Purtroppo questo non significa che la fede sia ben vista e ben accetta, in un’ottica di laica inclusione: Cp non è atea per statuto, ma neppure è equidistante dalla religione, è connotata spiritualmente in modo lasco, non si aggrega né professa nulla, e tuttavia ha un orientamento forte. Un orientamento implicitamente anticristiano.
Non crediate però che Forza Nuova, ufficialmente “crociata”, sia diversa: lo è nelle forme e nelle convinzioni, lo è perché si crede in tutta onestà una forza di ispirazione (tra le altre cose) cristiana, ma di fatto non lo è. Non vi è ombra di carità cristiana nelle sue affermazioni ed azioni, vi è solidarismo, che è diverso. Allo stesso modo, è antisemita, ma guardandosi allo specchio trova, in buona fede, di non esserlo affatto: ossia è caotica, ma anche riconoscibile e gestibile, nella sua inconsapevolezza di sé. Ma tornando a Cp:
CPI è un movimento antisemita? (domanda presente qui)
No, per come l’ho conosciuto io. Ma potrebbe facilmente appoggiare idee e partiti diversi, antisemiti, all’occorrenza; dal momento che è incline al revisionismo storico ed al giustificazionismo in merito alla seconda guerra mondiale.

Toh, guarda… mi sono usciti tre sassolini dalla scarpa…
… per chiudere questo ameno capitolo, mi piace farvi fare conoscenza con due nuovi amici che mi sono fatta a maggio 2018, mentre con i camerata (rigorosamente invariabile al plurale!) bonificavamo le paludi italiche ripulivamo i rospi di un laghetto dove dei criminali avevano sversato scarti industriali 😡 Ora nessuno potrà più negare che il fascismo ha fatto anche cose buone… (scusate, non ho resistito! 🤣)
Loro sono Umberto (sx) e Martino (dx), da me battezzati:

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Vedi anche:
Esplorando la galassia nera, a cura di Patria Indipendente; reportage sulla diffusione delle pagine e dei profili neofascisti su Facebook;
&
questo commento ad un articolo della rivista Il Mulino, sul “fascismo mediagenico” – che mi trova d’accordo solo a metà, ma è rivelatore di molte cose.
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Nelle puntate precedenti:
Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta
> Novecento .2: L’Ur-Fascismo di Eco

Novecento .2: L’Ur-fascismo di Eco

Comincio subito col dire che mi aspettavo se non proprio un librone, comunque un librozzo corposo: e invece no, si tratta di un volumetto smilzo, che contiene il testo di una conferenza tenuta dall’autore alla Columbia University il 25 aprile del 1995.
Ma già questo mi colpisce, al di là della sorpresa: nella breve introduzione alla ristampa Eco parla di un anniversario della Liberazione (dunque ben cinquant’anni dopo), durante il quale appunto tenne questo discorso per affermare che il fascismo italiano fu meno che fascismo, e che il fascismo, inteso oltre le forme specifiche che può assumere, ha una qualità eterna.
Ora, senza volermi porre al livello di Eco – cosa per altro che non auspicherei, dacché lo detesto cordialmente – né voler paragonare in modo stretto le sue asserzioni alle mie, mi chiedo inevitabilmente (e perdonate il francese): perché cazzo se lo dice lui è un fine intellettuale, e se lo dico io non ci crede nessuno? Domanda oltremodo retorica e di meschina frustrazione, lo ammetto, ma lasciatemela usare per porre una piccola questione.

La storia non si ripete, ma fa rima.
[Mark Twain]

Eterno, attuale, estinto: questi potrebbero essere, riassumendo molto, i tre aggettivi che gli italiani associano più spesso al concetto di fascismo.
Estinto, cioè un fenomeno circoscritto ed irripetibile, nemmeno con modalità portate “al passo coi tempi”.
Attuale, cioè esistente e “vivo” nel presente, nato nel passato sì ma proseguito modificandosi nel tempo sotto aspetti più o meno superficiali, mantenendo tuttavia un nucleo originario di pensiero.
Infine eterno, cioè astorico, ultramondano, fondato su una tradizione che per quanto diversamente declinata, non si può sradicare o elidere del tutto.

Ecco qua: al di là di com’è andata, e non è andata male nonostante non facesse per me, con CasaPound; questo cercavo: qualcosa di eterno, che ovviamente mi fosse affine. E questo ho trovato, qualcosa di attuale, che continuo a considerare tale – ossia: per me CasaPound, ForzaNuova ecc. sono a tutti gli effetti fascismo, anche se il Ventennio è morto e sepolto – con buona pace degli altarini commemorativi -, anche se molto è cambiato, anche se non a caso il movimento-partito oggi più rappresentativo del fenomeno, tanto che si autodefinisce “fascismo del terzo millennio”, di mussoliniano ha poco o niente.
Ne ho discusso abbondantemente su Facebook lo scorso anno, sono disposta a riparlarne qui, sempre nei termini di curiosità intellettuale e voglia di approfondimento usati allora, e non in quelli di schieramento partitico.
Comunque lo si veda noi, ad ogni modo, Eco considera il “fascismo” in accezione ulteriore e superiore (tassonomicamente parlando) a quella riferibile all’esperienza del PNF. Lo considera, appunto, “eterno”.
Se è vero e lo è, come lui scrive, che libertà di parola significa anche libertà dalla retorica, allora mi permetto di dire che mi piacerebbe veder cadere la retorica anche nelle discussioni che si fanno in proposito, cioè veder cadere i molti schemi dai quali non riusciamo ad uscire. Che siano quello per cui “il fascismo è finito con la caduta del regime, non ha senso parlare di fascismo oggi”, oppure quello per cui “fascismo e comunismo non sono paragonabili”.

Il discorso di Eco è diviso in due parti, dal punto di vista dei contenuti anche se non formalmente: un racconto succinto, per episodi significativi, di cosa fu il periodo fascista e la liberazione dallo stesso per lui bambino, alcuni punti salienti del regime (su tutti il perché lo riteneva una “dittatura non compiutamente totalitaria”); ed un elenco delle caratteristiche tipiche e ricorrenti del modello fascista di organizzazione sociale.
Vado a copiare alcune di queste ultime.

  • [1] La prima caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione.
    Appunto. Nota a margine: son in disaccordo totale con Eco sulla sua idea che un tradizionalismo sia per natura sincretista: epperò nelle sue manifestazioni concrete càpita lo sia – vedi, ad es., appunto Cpi.
  • [2] Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.
    Ma va là? Ovvio. Modernismo, però, non modernità. Di nuovo, in forte disaccordo sull’idea che considerare l’Illuminismo “l’inizio della depravazione moderna” comporti “irrazionalismo”.
  • [4] […] Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento.
    Puoi dirlo forte. Che sia il responsabile di un’organizzazione neofascista oppure il magister di una cappella Tremere, nessun gerarca può sostenere l’individualità di una persona se non a fini utilitaristici.
    La spinta rivoluzionaria in un sistema totalitario è tesa unicamente a decostruire il mondo esistente per ricostruirlo, comunque rigido, a propria immagine e somiglianza. In sistemi simili non esistono persone, solo personae, ossia maschere.
  • [9] Per l’Ur-Fascismo, non c’è lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”.
    Ancora una volta esatto, e quanto mai attuale.
  • [10] L’elitismo è un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico. Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli
    Io separo i due concetti, non coincidenti di necessità. Se parliamo di militarismo parliamo giocoforza di disprezzo per la debolezza, ma elitismo (o come preferisco dire, elitarismo) non è sinonimo né sintomo di disprezzo, casomai di discriminazione – termine abusato e storpiato, ma in sé neutro e non negativo: discriminare è il fondamento di ogni scelta razionale, di ogni discernimento, e del rispetto stesso della realtà delle cose, e delle persone.
  • [12] Dal momento che sia la guerra permanente sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’Ur-Fascista trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali. […] Dal momento che anche il sesso è un gioco difficile da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con le armi, che sono il suo Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una invidia penis permanente.
    Amen.
    Vorrei scrivere 10.000 parole sulle valenze psicanalitiche del fascismo, argomento tra i più succosi nei quali mi sia imbattuta, ma mi mordo la lingua e consiglio, piuttosto, a chiunque voglia capirne di più – Nick Shadow dubito non l’abbia già letto – il capolavoro di Klaus Theweleit, Fantasie virili: Donne flussi corpi storia, la paura dell’eros nell’immaginario fascista (Männerphantasien). A lui si rifà anche Jonathan Littell ne Il secco e l’umidoqualcosa in proposito qui, da pagina 53 del documento (pag. 29 del .pdf).
  • [14] L’Ur-Fascismo parla la neo-lingua.
    Nulla da specificare.

Nelle puntate precedenti:
Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Vita, morte e libertà.

Non mi piace e dunque non uso ribloggare o copiare interi articoli altrui, ma stavolta lo faccio: Lucia Scozzoli su Breviarium ha saputo ben legare tra loro diversi temi che mi sono cari, e l’ha fatto con una misura e precisione ammirabili.
In via eccezionale chiuderò i commenti: che ciascuno faccia di queste parole ciò che crede, senza tuttavia alimentare un dibattito pubblico che ha la pesantezza d’un carrarmato. Facciamocelo tutto nel foro interno, il dibattito.

Vita, morte e libertà.
Ma se poi arriva la Testimone di Geova…

Una donna di 70 anni Testimone di Geova è morta all’ospedale di Piedimonte Matese dopo aver rifiutato con fermezza una trasfusione di sangue che avrebbe potuto salvarle la vita. La signora aveva un’emorragia dovuta a gastrite, era disposta a farsi curare con ogni mezzo, tranne che con trasfusioni, secondo le prescrizioni della sua religione. Anche i familiari al suo capezzale, di fronte allo sgomento dei medici, hanno confermato la sua volontà.

La donna, maggiorenne e pienamente capace di intendere e di volere, ha coscientemente rifiutato una terapia, cosa che è nel suo pieno diritto, ed ha accettato le conseguenze del suo gesto, col sostegno della famiglia, che ne ha elogiato la fermezza morale, pur nel dolore della perdita.

A non accettare la dipartita è stato il primario dell’ospedale, che ha scritto sui social un post pieno di amarezza:

Oggi sono triste e contemporaneamente incazzato nero. Una paziente è venuta meno nel mio reparto perché ha rifiutato una trasfusione di sangue. Era Testimone di Geova. L’avrei salvata al 100% ma ha rifiutato ed è morta. I figli ed i parenti solidali con lei. Ho fatto di tutto. Mi sono scontrato con tutti i familiari ma… nulla. Alla fine i figli si sono esaltati dicendo: «Mamma sei stata grande, hai dato una lezione a tutti i medici ed a tutto il reparto». Mi chiedo:

1) come può una religione ancora oggi permettere un suicidio;

2) come è possibile che io deputato per giuramento a salvare vite umane, sia stato costretto a presenziare e garantire un suicidio assistito?

I figli della donna, di fronte all’eco mediatica ottenuta da questo post, hanno mandato ai giornali una replica piccata:

Gentile redazione, siamo i tre figli della signora che sarebbe deceduta per aver rifiutato una trasfusione. Amavamo molto nostra madre e l’abbiamo sempre ammirata per la sua fede e il suo coraggio, oltre che per l’amore che aveva per la vita. Anche per rispetto nei suoi confronti ci sentiamo obbligati a fare le seguenti precisazioni.

Come Testimoni di Geova amiamo moltissimo la vita. Quando nostra madre si è sentita male l’abbiamo portata subito in ospedale perché venisse curata nel modo migliore possibile. Abbiamo anche rispettato la sua decisione di non ricevere trasfusioni di sangue, consapevoli che esistono strategie mediche alternative che funzionano molto bene, anche in casi delicati. Non abbiamo “sfidato la scienza”.

Purtroppo quando nostra madre ha chiesto ai medici di curarla con ogni terapia possibile tranne che col sangue i medici non le hanno somministrato prontamente farmaci che innalzassero i valori dell’emoglobina. Lo hanno fatto solo due giorni dopo dietro nostra insistenza. Non hanno nemmeno fatto indagini strumentali (tranne una gastroscopia a distanza di 12 ore dal ricovero) che permettessero di trovare il luogo esatto dell’emorragia così da fermarla il prima possibile. Si sono limitati a chiedere insistentemente di praticare l’emotrasfusione. Ma a cosa sarebbe servita se il problema di fondo era la perdita di sangue? Intanto le condizioni di nostra madre peggioravano inesorabilmente. Dal momento che non era in grado di sostenere un trasferimento in un altro ospedale, abbiamo fatto in modo che i medici locali ricevessero materiale scientifico su efficaci strategie alternative alle emotrasfusioni. Tali indicazioni però sono state recepite solo parzialmente e quando ormai era troppo tardi.

Capiamo la frustrazione del primario, tuttavia non accettiamo le sue affermazioni. Dire che noi figli ci saremmo “esaltati” e che avremmo accolto la morte di nostra madre “quasi con gioia” è una grave diffamazione. Non si può paragonare la morte di nostra madre ad un “suicidio assistito”.

Ci auguriamo che questa triste vicenda faccia riflettere la direzione ospedaliera così che nessun paziente in futuro debba subire un trattamento simile a quello riservato a nostra madre. Quanto a noi, ci riserviamo ogni valutazione su possibili future azioni legali.

Io non sono un medico e non mi addentro minimamente nella materia delle emotrasfusioni e della validità effettiva o solo presunta delle terapie alternative, come anche intendo sorvolare sulla mia poca simpatia per i Testimoni di Geova, soprattutto in relazione alla loro strutturata organizzazione e capacità di difendersi in sede legale (la velata minaccia finale sottintende una potenza di fuoco non indifferente).

quello che mi interessa di questa vicenda, dai contorni non così ben determinati come vorremmo, è il punto di vista istintivo del medico, il quale ha riportato nel suo sfogo due punti cruciali: l’anacronismo della religione in relazione all’affermazione di dogmi e l’inconciliabilità della vocazione del medico con l’assistenza alla morte, procurata o sopportata in modo inerte.

Il medico si cruccia per un motivo chiarissimo: egli poteva salvarla, ne aveva la capacità, gli strumenti, i mezzi. Non si trattava di compiere l’impossibile, né di rischiare chissà che: bastava l’applicazione di una procedura nota, già messa in atto mille volte, efficace.

Eppure la volontà del paziente si è messa di traverso tra le sue mani e la flebo. E per quale motivo poi! Un precetto religioso!

Sui social si leggono commenti indignati contro i Testimoni di Geova e questa loro presa di posizione, ritenuta del tutto assurda. qualcuno dice “povera donna plagiata”, qualcuno più crudamente “le sta bene, ha avuto quello che si meritava”. Nessuno, mi pare, ha voluto notare che il medico non ha inveito contro Geova in particolare, ma contro tutte le religioni che permettono un suicidio. Io, invece, l’ho notato. Ed ho notato anche che il martirio, ritenuto dal cristianesimo causa immediata di salvezza dell’anima, spesso somiglia tanto ad un suicidio: quando i cristiani di certe zone tormentate del mondo vengono messi di fronte alla scelta di abiurare la propria fede o morire, e scelgono di morire, non si stanno forse “suicidando” come questa donna? Essi non vorrebbero morire, ma ciò che viene chiesto loro in cambio della vita non lo possono concedere. Ogni fede chiede questo tipo di “suicidio” in fondo: mettere i principi cardine della propria religione al di sopra di ogni altra cosa, costi quel che costi.

Avere una fede nel cuore è come uscire di casa avendo un posto specifico da raggiungere, secondo tempi certi. Si può condividere la strada con gente che non ha nessuna meta e passeggia a casaccio e allora si ferma al primo bar, si infila in un cinema, prova le esperienze che gli capitano. Chi ha una meta, però, non sempre può indugiare e fila via diritto, declina tanti inviti, perdendosi un sacco di occasioni, buone o cattive che siano. Il contrario del carpe diem, insomma. Chi non sa dove andare non può comprendere questa premura della fede, questo restare in cammino, questo puntare ad altro, e concepisce la vita solo come un buffet da cui piluccare qua e là in libertà.

La vita per chi non ha fede è un bene grande, non sacrificabile per dogmi astratti e dichiarazioni di fede, ma non è comunque un bene supremo, come lo è invece per chi è disposto a rinunciarci: resta tutto una questione di rapporto costi/benefici. Se costa poco vivere, è un vero peccato non farlo. Se costa molto, insomma, ne riparliamo: quegli stessi utenti che ora inveiscono contro la signora Testimone di Geova forse hanno esultato l’altro ieri per la sentenza della consulta sul suicidio assistito, inneggiando alla libertà di autodeterminazione (che esiste già, come il caso odierno ci dimostra).

La morale dell’analisi di tutte queste reazioni web è che l’autodeterminazione pura non è ritenuta un valore da nessuno: la gente non deve poter fare di sé ciò che vuole, bensì ciò che il sentire comune ritiene opportuno. questo sentire comune, poi, si sta spostando compatto verso una divisione delle vite degne da quelle indegne, secondo fumosi criteri di autosufficienza, possibilità di realizzazione nella società, sofferenza fisica e psicologica.

Al di fuori di questi minacciosi binari, si deve vivere con entusiasmo e sfrenata libertà, ogni altra manifestazione di libero arbitrio, che si esprima tramite dei no e dei rifiuti alle offerte mondane, è ritenuta impropria, anacronistica, da vietare addirittura.

Insomma, va bene l’autodeterminazione se si tratta di “suicidare” un malato grave ma non va assolutamente bene se si parla di sacrificarsi per un ideale trascendente.

Il medico del post si dichiara obiettore, sebbene, visto il contenuto critico verso le religioni, con ogni probabilità non cattolico: questo mette in luce un’evidenza che i radicali e loro sostenitori si rifiutano di riconoscere e cioè che la vocazione medica, di per sé stessa, costitutivamente è per la vita e mai per la morte e che l’obiezione di coscienza è tanto diffusa perché è la scelta più naturale, ovvia, consequenziale alla professione medica.

Il suicidio assistito, sancendo un indefinito diritto ad essere aiutati a morire, sottintende la nascita del dovere in capo a qualcuno di mettere in pratica questo aiuto: i medici non possono essere questo soggetto, come ribadisce il primario di Piedimonte Matese. E non per motivi ideologici, né per scelte fideistiche, ma per salute mentale: se puoi salvare qualcuno, tutto nel tuo essere ti dice che devi salvarlo. Si tratta di istinto primario, di natura base, di necessità inconscia. La vita difende sé stessa urlando nel nostro cervello: “salva!”.

E anche chi preferisce il martirio alla vita lo fa perché sceglie una vita più piena e grande, non perché sceglie la morte.

Il diritto a morire resta un concetto contro natura.

Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Voto: 5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐

Così si intitola l’ottimo studio di Guido Melis, insegnante di Storia delle Istituzioni politiche e della Pubblica Amministrazione alla Sapienza di Roma, edito dal MulinoLa macchina imperfetta, immagine e realtà dello Stato fascista.
Innanzitutto, è un saggio di valore tecnico, per quanto lontanissimo dalla terminologia burocratese e dalla pesantezza tipica dell’apparato di cui pure discute; non è un testo politico. Vi si ritrovano, fra le altre cose, molta statistica e molte tabelle, non ultime quelle dei numerosissimi enti pubblici e parastatali che furono generati dal ventre sempre gravido del regime.
E’ questo uno dei punti nevralgici del libro, che si assicura di evidenziarlo e ben spiegarlo nell’arco di tutti i capitoli: la compenetrazione tra Stato e Partito, l’osmosi tra pubblico e privato, l’assunzione all’interno della dottrina fascista pura di strutture e forme di pensieri liberali antecedenti – quali le divisioni in classi e ceti – e di strutture sociali imperiture, in parte combattute ma poi soprattutto cavalcate per incapacità di sottometterle – quale la mafia.
Valga per rappresentare questo incontro-scontro tra civiltà questa citazione, tratta da un articolo non firmato pubblicato sul Giornale di Roma il 12 luglio 1923:

Il Fascismo non eccelleva in capacità o competenza; per avere dell’una o dell’altra ha dovuto affidarsi… alla burocrazia: donde è derivato l’assunto grottesco che, per debellare un organismo nefasto, si è ricorsi all’aiuto o all’appoggio di elementi che di quell’organismo erano parte.

Mi ricorda molto le vicende di una certa scatoletta di tonno nazionale.
Così invece il prefetto Oliviero Savino Nicci, in una lettera a Nitti:

(…) E’ impressione generale che molta acqua sarà messa nel vino fascista. E’ naturale. 
C’è da temere qualche sciabolata data all’impensata, per incompetenza, falsa cognizione o fervore partigiano. E’ tutto un insieme di valori mediocri, di buon volere, ma ignari degli ingranaggi delle rispettive amministrazioni.
Non c’è che da attendere la naturale evoluzione. L’avvenire è di V.E.

“L’auspicio finale non si sarebbe realizzato, ma l’analisi era informata e ricca di dettagli”, commenta Melis.

melis macchina imperfetta immagine realtà stato fascista
In copertina la Maschera di Mussolini, scultura di Adolfo Wildt

Vi fu un’inesausta proliferazione di nuovi enti, nati soprattutto – così racconta l’autore del saggio – come risposta ad una richiesta dal basso più che per un’imposizione dall’alto come si tende invece a credere; che andarono a coprire istanze già presenti di gruppi privati, e non solo commerciali, realizzando una sorta di “patronato” che dava spazio e ufficialità alle più disparate istanze di riconoscimento. (E ancora una volta, come non rilevare il parallelismo di questo “stato nello stato” con quello mafioso?).

Non c’era praticamente campo della società degli anni Venti e Trenta che il regime non avesse “occupato”, dando forma in ogni genere di attività, in ogni settore professionale, a nuovi soggetti dotati di personalità giuridica autonoma – quei soggetti erano i veri terminali del consenso.

Una commistione, una confusione anche, che volontariamente o meno (la seconda, credo) ha contribuito non poco a ciò che abbiamo di fronte oggi, in materia di degenerazione del contratto stato-cittadini, con quella sussidiarietà che potrebbe ben essere nipote, se non figlia, dell’attivo e tuttavia blando controllo centrale sulle iniziative private:

Un’anagrafe dei nomi di vertice avrebbe facilmente rivelato quali fossero i bacini di provenienza e i quali i meccanismi di cooptazione [negli enti pubblici]. Di certo emergeva una classe dirigente composita, i cui poteri erano spesso più incisivi di quanto non avvenisse nello Stato e i controllo meno stringenti.
Dunque cresceva la sua discrezionalità e la libertà di manovra. Si sviluppava, e si imponeva, specie nell’economia e nella finanza, il ruolo di soggetti economici dotati di forte liquidità finanziaria.
Il loro intreccio, e i legami che mantenevano con i ministeri di riferimento, ne facevano un tassello essenziale del sistema di potere (…). Una componente fondamentale del regime fascista. E forse un dato concreto del suo essere “moderno”, cioè adatto a interpretare la domanda di un’economia capitalistica evoluta.

Per riprendere il discorso di Pasolini.

Dietro l’esaltazione del lavoro si intravedeva la mistica tayloristica della nuova società industriale; dietro l’alfabetizzazione delle classi escluse dall’istruzione i bisogni di quadri mediamente formati tipici della società di massa del capitalismo moderno.

Parte di tale quadro fu indubbiamente giocato dalle politiche urbanistiche (scopro senza sorpresa che fu durante il Ventennio che venne ideato lo strumento del piano regolatore). Per una come me – sempre in bilico tra l’amore per l’architettura essenziale e squadrata di quell’epoca, e la rabbia ferina per gli “sventramenti” e le ritinteggiature di antichi affreschi (vedi piazza Vittoria a Brescia) di cui si fece forte – è tutta manna.

Altrettanto rilevanti, e direi anche di più oggettivamente per capire cosa siamo stati e perché, mi paiono essere le pagine su Calamandrei “legislatore occulto”, il quale senza abdicare al proprio noto antifascismo si risolse per collaborare alla stesura del nuovo Codice di Procedura Civile, preoccupandosi e non da solo di ottenere che quel lavoro, tanto utile e necessario a contenere certe sgradite derive, vedesse la luce e non avesse a patire della sua firma.
Una posizione ed un operato molto simili nella forma mentis e negli intenti, se non esteriormente, sono attribuibili anche al prefetto Leopoldo Zurlo, proveniente dall’amministrazione liberale (fu anche nella segreteria della Presidenza del Consiglio giolittiana), che assunse il ruolo di “censore teatrale intelligente e duttile”.

“Un inventario di problemi: un’opera minima, forse preliminare ad altre sistemazioni più distese che magari verranno”.
Così l’autore sul proprio libro, e proprio per questo l’ho maggiormente apprezzato e lo consiglio, a chi non abbia timore di addentrarsi in argomenti minuziosi e voglia osservare con una lente e da una distanza differenti quel nostro brano di storia patria.
Trovate qui un’intervista ben fatta a Melis.

Agguanta il secchio!

Come già detto altre volte, di politica (in senso stretto, ma io vivo di senso lato) qui non parlo. O ne parlo pochissimo, occasionalmente, se posso di striscio e non in modo diretto.
Perciò come su altre mille faccende non ho mai detto una parola sulle questioni ambientali, animali, sul clima, e per quanto concerne quest’ultimo in particolare su Greta.
State sereni (anzi: per citare l’amatissimo Paolo Sottocorona, metereologo di La7, anziché Renzi, dirò piuttosto: state 0/8!, che è il termine tecnico per un cielo sgombro di nuvole). State 0/8, perché non mi interessa parlare di Greta. Eppure lei c’entra, è quasi inevitabile, nell’unica domanda – posta da Gaultier Bès – che voglio riproporre a voi che mi seguite:

Siete nel mezzo di un incendio:
non prendete il secchio perché ve lo passa Greta?

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Vedi anche:
Confutazione semiseria di alcune opinioni ciniche, benpensanti e falsamente brillanti (Global Strike for Future /2), di Alessandro Montani

Padella, brace, fuoco.

Indipendentemente dallo schieramento politico del lettore (di quotidiani, di commenti degli osservatori titolati, di questo blog), sarebbe bene che ciascuno riflettesse su un fatto: di solito, e quello di Salvini destituito mi pare sia proprio il caso, quando si rivolta una padella che scotta troppo il cibo non si rimescola, ma finisce dritto nella brace.
Il danno si ripresenta più forte ed in forma meno controllata e controllabile.
Per ora, con lo pseudo-governo giallorosso siamo ancora in caduta tra la padella e la brace, ma quando atterreremo, chissà da cosa sarà rappresentata quest’ultima. E di che tipo sarà il fuoco che sarà necessario attraversare per uscirne.