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Lo so, in teoria la quarantena nazionale generalizzata è terminata, ma di fatto il virus resta in circolazione – o come dicevano stamattina le mie sportelliste in posta, facendo il verso ai propri “compatrioti”: il virùss. Voi lombardi scendete al Sud a portare ‘o virùss -, le sportelliste veterane qui son quasi tutte meridionali trapiantate da tempo.
E dunque.

AC di Assistenti Civici

Non sarò io a dipanare la matassa di un’idea nata male, cresciuta peggio e, forse, già abortita. Ma una cosa l’ho pensata: se fossero partite, se partiranno, queste squadre di assistenti volontari (e questo per me già cozza contro la possibilità che vengano reclutati dalle liste di percettori del reddito di cittadinanza: che volontario è uno che viene coartato? Chi rifiuta si vedrà depennare una delle tre chance lavorative?), trovo sarebbero del tutto assimilabili alle famigerate “ronde”, poi rinominate “controllo di vicinato”.
Nessuna autorità, nessuna responsabilità, e sempre un passo indietro limitandosi (in teoria…) a segnalare situazioni irregolari o sospette alle forze dell’ordine: non discuto di queste l’utilità o la pericolosità, tuttavia tutta l’enfasi messa dai promotori (Boccia ed il presidente dell’ANCI) nel negare che di ronde si tratti mi pare ridicola. Così inconsistente che si sono dovuti risolvere, dopo il solito bisticcio interno al governo, a negare tutto ed attribuire a questi potenziali assistenti compiti completamente diversi, per altro già svolti da numerose associazioni, di aiuto-spesa agli anziani non autosufficienti innanzitutto.

M di Mascherine (II)

Che le chirurgiche non proteggono dal virus (da nessun virus, non soltanto il covid) dovrebbero ormai averlo capito anche i sassi. Naturalmente non è così, ma facciamo finta di sì.
Dato però che le ffp2-3 non solo costano parecchio di più, ma se ne trovano anche pochissime, che deve fare un povero cristo che vuole tutelarsi ma non trova nulla di meglio?
Un’idea potrebbe essere questa, che adotto io: indossarne due.
Non per rinforzare l’azione filtrante delle stesse (non funziona così, ed anzi si respira meno bene), ma per sfruttarne entrambi i lati. Il lato, o faccia esterna, infatti, lascia passare l’aria con tutto ciò che contiene, virus incluso; mentre la faccia interna trattiene il respiro non lasciandolo fluire, con le particelle che trasporta, verso le altre persone.
Per questo, semplificando troppo, sentite dire che le mascherine chirurgiche proteggono gli altri da chi le indossa, ma non chi le indossa dagli altri.
Indossandone due:
– la prima aderente al viso ribaltata, cioè con il lato esterno, di solito azzurro o comunque colorato, a contatto col viso e la parte filtrante di fuori;
– la seconda, posata sulla prima, diritta, cioè col lato esterno colorato lasciato scoperto;
si ottiene di filtrare non solo il proprio respiro impedendo che arrivi ad altri, ma anche il respiro di chi si avvicina impedendo che passi attraverso il tessuto e ci raggiunga.

RCP di Rianimazione CardioPolmonare

Di nuovo: tanta polemica per l’indicazione di non praticare la respirazione bocca a bocca, ma soltanto la rianimazione cardiaca, su chi dovesse averne bisogno; scandalo e stracciamento di vesti; preoccupazione e indignazione perché, dicono, evitare il contagio sembra più importante che salvare vite… e a me cascano le braccia.
Perché tanto la polemica quanto l’indicazione stessa sono INUTILI.
E lo sono perché da ANNI (non so di preciso quanti, ma parliamo di qualcosa già valido nel 2011, quando mi fu spiegato all’università), la respirazione assistita, con l’eccezione dell’uso del pallone ambu se disponibile, non è più parte della prassi di rianimazione. Addirittura, è sconsigliata. 
Se non siete sanitari o, comunque, non avete un ambu a portata di mano, NON dovete praticarla, punto. E’ sufficiente allineare trachea e bocca inclinando leggermente la testa della persona all’indietro, la quale se la rianimazione è ben fatta riprenderà da sé la respirazione; e preoccuparsi solo di quella.
La quale, tra parentesi, dovrebbe avere il ritmo – se riuscite a starci dietro! – di Staying Alive. Non si nasce Bee Gees, ma si può sempre provare ad imitarli…

Aicha, ecoutez moi…

Rebloggo un articolo che, fra i tanti pubblicati in proposito e che mi son piaciuti,
mi sembra sviluppi il concetto più interessante e meno toccato.
Altri ne trovate in fondo, ma io vi giro questo.

Silvia Romano è tornata,
la cultura di voler tenere le donne a casa non se n’è mai andata

Le ragazze adulte rapite e poi liberate in questi anni non ci piacciono, ci insospettiscono, forse mettono in difficoltà una cultura corrente dove il rischio non è più contemplato. La prima reazione è sempre la stessa: chi te l’ha fatto fare?

silvia-romano

Sì, abbiamo pagato. Sì, lei si è convertita all’Islam.
Il ritorno in Italia di Silvia Romano è accompagnato dalle consuete polemiche sul riscatto ma soprattutto dallo choc culturale di vedere la ragazza scendere dalla scaletta dell’aereo con un goffo tabarro e una gonna lunga fino ai piedi: insomma, vestita da perfetta musulmana.

quanto ci sia di autentico e quanto di circostanziale nella sua scelta religiosa lo capiremo in futuro. quasi due anni in balia del peggior radicalismo islamico dovrebbero invitare alla cautela nel giudizio e nel commento.
Ma al popolo del web non sono piaciute anche altre cose. Il sorriso di Silvia, ad esempio («Non sembra una che se l’è passata male»). E poi le dichiarazioni generose sul trattamento che ha subito («Se l’hanno trattata bene, se non ha da lamentarsi, poteva restarci»).

Non è una novità. Le ragazze e signore italiane vittime di sequestro all’estero sono sempre state oggetto di uno specifico e occhiuto esame estetico-morale durante e dopo le loro drammatiche avventure: non ce n’è una che sia stata promossa.
Simona Parri e Simona Torretta, per tutti “le due Simone”, rapite nel 2004 a Baghdad nella sede della Ong per cui lavoravano, rientrarono a Fiumicino dopo cinque mesi e mezzo nelle mani dei guerriglieri di El Zawahri.
Erano vestite con lunghi caftani colorati, anche loro ridevano abbracciando i loro cari e le autorità. Ai giornalisti dichiararono l’intenzione di tornare a lavorare per la cooperazione. Apriti cielo. “Oche giulive”, titolò Il Giornale, dando voce a un sentimento collettivo di riprovazione e sdegno: l’idea generale era che due donne, dopo una pessima avventura di quel genere, dovessero rientrare a occhi bassi, modestamente vestite, contrite e pronte a giurare di non farlo mai più (in realtà entrambe hanno continuato a lavorare a progetti umanitari in Libano e Sudamerica).

Peggio andò a Greta e Vanessa (i cognomi erano Ramelli e Marzullo, ma non venivano quasi mai citati). Loro, dopo sei mesi in mano alle milizie siriane e un drammatico video in cui supplicavano l’Italia di aiutarle, tornarono palesemente sotto choc, infagottate nelle giacche a vento, col cappuccio tirato sulla testa.
E tuttavia si discusse moltissimo delle loro foto precedenti, quelle pubblicate su Fb ad Aleppo prima del sequestro che le mostravano allegre, con abiti un po’ hippy e fasce colorate tra i capelli: macchè volontariato, si disse l’italiano medio, questo è un happy hour, una festa, un’avventura scombinata.
Il sospetto fu che fossero d’accordo con i rapitori, per finanziare la loro causa attraverso il riscatto. Un sito di fake news rivelò: sono tutte e due incinte. Incauti parlamentari del centrodestra ritwittarono la notizia. Altre fonti le dichiararono ripetutamente abusate: quando loro smentirono, sostenendo di essere state trattate con umanità, scatto il solito coro: «Se stavate così bene, potevate rimanerci».

Adesso la vicenda di Silvia allunga la casistica delle rapite inadeguate al ruolo che il comune sentire vorrebbe assegnargli, qualunque esso sia: Marie Maddalene pentite, testimonial della lotta al terrorismo o all’Islam, Sante Marie Goretti del sacrificio estremo.

Non c’è niente da fare: l’uomo che si impegna in un’impresa pericolosa – che si arruoli nella Legione Straniera o coi curdi del Rojava – è un eroe; la donna che aderisce a una causa morale di qualunque tipo è una sventata, una scema, una poveretta inconsapevole e manipolata anche se, come le due Simone, ha trent’anni, è un’adulta e ha fatto una scelta di vita.

questo tipo di ragazze non ci piacciono, ci insospettiscono, forse mettono in difficoltà una cultura corrente dove il rischio non è più contemplato. Siamo il Paese di Anita Garibaldi, che cavalca e spara in mezzo a tre o quattro rivoluzioni, ma se vivesse oggi le diremmo: chi te l’ha fatto fare? Potevi restartene a casa, come tutte.


Altri pensieri:

> Apostasia – Leonardo Lugaresi & Scelte – Berlicche
> Aicha – iDane37
> Per i suoi membri uno stato serio versa sangue, non soldi – Giovanni Marcotullio
> Bentornata Silvia Romano, ma con quali traumi psicologici? – Patrizia Cordone

Primo Maggio, più tristezza che coraggio.

Non scrivo praticamente mai sulle festività civili, come del resto pure quelle religiose le degno limitatamente, e dovrei invece badarci di più.
Ma mi è capitato di leggere questo post sul lavoro (invisibile, non ricosciuto socialmente né tantomeno giuridicamente, negletto) dei caregiver familiari e ci tengo a girarvelo.
Ricordare che esiste un disegno di legge che vorrebbe garantire un riconoscimento economico minimo, garanzia assicurativa e contributi previdenziali a chi dedica l’intera vita all’assistenza di un parente, genitore figlio o altro che sia, spesso essendo costretto a rinunciare per questo al proprio lavoro, alla vita sociale, alla salute stessa non serve proprio a niente, se non a tenere desta la mia attenzione sulla cosa e, spero, a renderla nota ad altri.
Il succitato disegno di legge (proposto ed ottenuto dopo un lunghissimo tempo di lotte dalle associazioni) è bloccato in parlamento da due anni, lettera morta, e di conseguenza fino a che non verrà discusso e regolato anche il relativo tesoretto è aria fritta.

Che lo stato sociale italiano da sempre benefici della coesione familiare è arcinoto ed è in sé cosa buona.
Che da decenni la famiglia sopperisca più del giusto e del dovuto alle falle del sistema sempre meno sociale e sempre più liberista è altrettanto noto, ma non da tutti accettato come fatto.
Noi continuiamo a soppravvivere, ma non chiedeteci di festeggiare.

Liberazione

Mi sono riletta un post che avevo scritto su Facebook in questo stesso giorno di due anni fa, ma non l’ho trovato attualizzabile. Invece, la musica di cui l’avevo corredato va sempre bene e la spaccio per l’ennesima volta, anche con un pizzico di orgoglio campanilistico.

Si fa credito

Allora. Dicevo – scrivevo – ieri di una serie di seccature, tra le quali l’ultima e più potente me l’ha scaraventata addosso Tizio, pontificando stupidaggini e cattiverie (tant’è che ne ho scritto: voleva diventar pontefice, invece è finito a pulire i cessi ai Musei Vaticani. Metaforona, ovviamente).
Mo’ ascoltatemi, che seguo il filo delle mie incazzature personali ma devo pur dire una cosa importante per tutti.
Tizio ha sbracato. Io l’ho asfaltato e messo al bando, ossia in spam diretto (mi ci vedete, vero, col bastone nodoso levato in aria come Mosé, a ululare Sia anatema!?). E poi? E poi me lo ritrovo in mail – va detto che me l’aspettavo – a scusarsi come se avesse rotto il vaso cinese di mamma per caso, ed a piagnucolare con un’altra blogger che entrambi leggiamo che aveva fatto un casino.
Eh sì, l’hai fatto.
Ora. Spero di essere breve (ormai non lo prometto più) e non ulteriormente fraintesa, ma provo a spiegarmi comunque.

Tizio ha fatto, per motivi diversi, molto più danno di quell’altro, l’ex amico che ha fatto una sortita imprevista sul blog, poco piacevole ma certo non terribile.
Però l’ex amico non ha fatto mai una piega, né quando abbiamo rotto né ora. Tizio sì.
Per questo lo ritiro dal bando nel regno del ghiaccio e lo recupero – anche se, sia chiaro, con riserva: ossia tenendolo finché mi parrà opportuno nel recinto dei bambini piccoli, così che non faccia altri danni agli altri ed a se stesso se appena mi giro.

Perché?
Perché mi ha dato il piacere di vederlo cedere e chiedere scusa? No, è indubbiamente un piacere ed allevia il groppo sul cuore, ma non è mica abbastanza; e poi le nostre “scuse” molto spesso fanno piuttosto schifo. Lo sappiamo tutti.
Perché i cristiani, si sa, sono tenuti a perdonare – tutti e sempre indistintamente? Ennò, col cazzo (antico termine aramaico). E’ opinione diffusa, ma alquanto superficiale ed errata. Il perdono personale è materia appunto individuale, e magari si eviti di sollecitarla come i giornalisti che piazzano il microfono sotto il naso delle vittime appena sbucano dal tribunale… il perdono in generale (quello di matrice divina, per intenderci) presuppone un’unica cosa: il previo sincero pentimento.
Ecco, Tizio non è un amico né mi cambia chissà che se c’è o non c’è. E’ un lettore, punto.
Diciamo assimilabile, in questo momento, a un tizio qualunque per strada che si sia sbrindellato il ginocchio e abbia bisogno di un fazzoletto per tamponare. Il punto è che, fosse pure stronzo, se ‘sto sconosciuto col ginocchio sanguinante io non l’aiuto – per quanto mi è possibile, senza mettermi a rischio, senza fare la crocerossina -, poi la notte non dormo. O quantomeno, non dormo bene.
E’ abbastanza elementare.
Mettiamoci poi che Tizio ha esaurito il proprio credito di fiducia presso di me, ma dal momento che siamo tutti debitori presso Dio, posso sempre traslare una parte del mio debito nella colonna degli attivi di un altro, e compensare. Hard-economy cristiana. Lo so, l’ho spiegata da commercialista, ma è sempre quella roba là: rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

E allora niente, riproviamo.
Con cautela e sotto vincolo – per esempio, di NON parlare di politica o religione, MAI, regoletta che del resto ho finora sperimentato con successo con L., l’amica del ♡ e leghista (ci fu un tempo in cui dissi davanti a lei e ad alcuni suoi conoscenti, senza sapere che lo fosse, che i leghisti sono tutti zotici. Ahò, lo pensavo, ne avevo motivo – che però spiegare in seguito risultò sempre in una inefficace giustificazione -, e soprattutto per me si trattava di una considerazione rozza, da prendere come tale. Non è che sapendola leghista avrei cambiato opinione o avrei fatto la lecchina, ma di certo avrei almeno mitigato la frase. Non è ipocrisia, è ragionevolezza).
Ci sarà da divertirsi, adesso, quando leggerà questa roba dopo aver goduto della mia ultima risposta affilata a Tizio. D’altronde, chiarito che non c’è paragone tra lei e Tizio, pure lei è stata “ripescata” dopo l’ennesima rottura – non tante, per fortuna. Ci siamo ripescate a vicenda, ma so che ricorda bene che fui io a piombarle a casa in modalità Serenata Appassionata, per verificare se davvero  aveva intenzione di lasciar cadere tutto così (dopo mesi di Silenzio Ostinato).
Se non altro, questa volta sto semplicemente dando una seconda chance digitale ad un “sinistro” un po’ (un po’ tanto) coglione, non ho chiacchierato amabilmente con un clandestino dichiarato, in stazione, per poi dargli il mio numero di telefono (storia vera; e chi la commenta, muore fulminato col ditino sulla tastiera. Ho fatto pure la rima).

Dunque, tutti buoni e zitti, la giuria ha così deciso.
Amen, ciao.

40enalfabeto / 5

E di Educazione

Sprechiamo pensieri, denaro e tempo nell’organizzazione di una presunta educazione sessuale nelle scuole, assolutamente inopportuna, ma in tutti questi anni di cosiddette battaglie civili chi ha mai sentito parlare di progetti che – liberamente e fuori dai circuiti statali di istruzione dell’obbligo – avessero come scopo offrire ai cittadini una formazione minima sui temi sanitari, economico-finanziari, legali?

P di Primavera

Primavera non bussa, lei entra sicura, eccetera eccetera.
Molti blogger giustamente ricordano, in questi giorni, che la natura non si ferma.
Ecco, non so voi, ma io la sento tantissimo: quarantena o no, il risveglio lo vedo fuori ma lo percepisco anche dentro, nei limiti della mia orsosità e bradipicità ho un che di frizzante che mi fa alzare col sorriso ed il piacere di essere al mondo.
Mica pizza e fichi! 🙂

V di Vergogna

Mi è capitato una sola volta, una mattina ch’ero ancora a letto.
Soffermandomi nel modo disordinato e associativo del pensiero libero sulle scelte dell’esecutivo in materia di contenimento del Covid19, sulle misure previste (e per lo più non ancora poste in essere) per cittadini, imprese, sanitari, sulla (non) capacità di interrogare e programmare il futuro; ho avvertito una botta di disgusto.
Non quel disgusto diciamo razionale che si può averne discutendo di cosa si sta facendo e non facendo, di ciò che poteva essere gestito meglio e ciò che (poco, ma pur sempre importante) è stato invece provvidenziale, no, si trattava di un disgusto emotivo, di cuore, la summa delle esperienze di una vita intera (o di mezza vita, dacché avendo ieri compiuto 36 anni mi ritengo suppergiù a questo punto) di disagi, diritti disattesi, irresponsabilità e negligenze.
Un sentimento profondo non solo di sfiducia, che è il minimo, ma di rifiuto.
In qualche modo e qualunque cosa significhi io mi sono sempre sentita “italiana”.
Ma in quel momento, per un attimo, l’esserlo mi è parsa una disgrazia.
Per la prima volta nella vita.

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A di Anosmia

Pare che il Covid19 produca anche anosmia, cioè un blocco del senso dell’olfatto (e del gusto) che impedisce di godere di sapori e odori. Per la verità, càpita anche in una “normale” influenza stagionale, ma forse meno spesso, chissà.
A quanto pare pure mia cugina c’è passata. Sta a vedere che s’è beccata lo stronzo d’un virus pandemico. Brutta esperienza, comunque, immagino.
Mi ha fatto pensare ad uno dei succosi aneddoti di Oliver Sacks, in una delle sue raccolte di storie neurologiche – L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello in cui parla di tale Stephen, affetto al contrario da temporanea iperosmia, cioè da un’eccezionale acutezza nel rilevare odori non sempre auspicabile.

D di Distanze

La distanza di almeno un metro (sarebbe meglio di più) che dobbiamo rispettare mi ha riportato ad un altro episodio di qualche anno fa.
Ero in posta a ritirare la pensione di mia madre e ad un certo punto mi ritrovo incollata dietro la schiena una coppia che avrei preferito non fosse lì, ossia mio cugino che spingeva mia zia in carrozzina. La Volgarona, ficcanaso impenitente.
Non ho mai saputo con certezza se sono riuscita a non farmi sentire mentre indicavo alla sportellista la cifra che volevo prelevare, ma credo di sì, perché altrimenti ben presto mia zia non si sarebbe fatta scrupolo di commentarla.
Ecco: non dico di entrare alla spicciolata, ma avete presente quei cartelli che già prima della pandemia ammonivano gli utenti a restare oltre la linea tracciata a terra ed aspettare il proprio turno?… facciamo che al prossimo giro rispettiamo anche quelli.

E di Europa

Sarebbe l’occasione perfetta per liberarsene, finalmente; tardi tardissimo ma meglio di niente. Invece anche questa volta le sollecitazioni e le tensioni non basteranno, se ne parlerà nei talk-show, si attizzeranno gli animi, e poi li si sederà con una tisana alla buona fino a nuova cagnara.
Peccato. L’età delle illusioni è ormai trascorsa.

R di Rivolta & Risorse

Sbaglierò, ma al di là dell’avviso improprio dell’INPS (leggete qui) anch’io se ne avessi avuto diritto mi sarei chiesta, onestamente, se non fosse il caso di arrivarci presto sul sito, e di fare richiesta per il bonus il più immediatamente possibile. Tecnicamente è vero che non c’è fretta, ma nella realtà concreta non sarebbe la prima volta che le risorse annunciate poi vengono a scarseggiare, ed in quel caso “chi prima arriva meglio alloggia” non sarebbe un proverbio fuori luogo.
Per altro, i fondi vengono destinati in base a stime della platea dei beneficiari, ma le stime possono rivelarsi inesatte, in genere per difetto.
Non so quante persone abbiano fatto questo ragionamento, ma si sta dando per scontato che siamo dei buzzurri che non hanno capito niente, invece mi sa che siamo solo più abituati alle fregature.

Nel frattempo, dopo i saccheggi (tutto il mondo è paese) ed i tentativi di furto si comincia a minacciare vere e proprie rivolte sistematiche.
Ancora non ho sentito nessun eminente uomo della strada, intervistato dalle varie trasmissioni che ormai parlan solo di virus, dire che prima di pensare a defraudare il supermercato ha chiesto aiuto alla Caritas (a proposito, da martedì quella locale s’è riorganizzata per portare i pacchi alimentari a casa: e meno male), ai Servizi Sociali, al vicino o ai genitori. Nessuno. Se l’hanno fatto, non l’hanno detto.
Saranno davvero tutti indigenti con venti figli, quelli lì, o non è che almeno qualcuno di loro potrebbe pensare a soluzioni meno drastiche ancora per un pochetto?