40enalfabeto / 10

Lo so, in teoria la quarantena nazionale generalizzata è terminata, ma di fatto il virus resta in circolazione – o come dicevano stamattina le mie sportelliste in posta, facendo il verso ai propri “compatrioti”: il virùss. Voi lombardi scendete al Sud a portare ‘o virùss -, le sportelliste veterane qui son quasi tutte meridionali trapiantate da tempo.
E dunque.

AC di Assistenti Civici

Non sarò io a dipanare la matassa di un’idea nata male, cresciuta peggio e, forse, già abortita. Ma una cosa l’ho pensata: se fossero partite, se partiranno, queste squadre di assistenti volontari (e questo per me già cozza contro la possibilità che vengano reclutati dalle liste di percettori del reddito di cittadinanza: che volontario è uno che viene coartato? Chi rifiuta si vedrà depennare una delle tre chance lavorative?), trovo sarebbero del tutto assimilabili alle famigerate “ronde”, poi rinominate “controllo di vicinato”.
Nessuna autorità, nessuna responsabilità, e sempre un passo indietro limitandosi (in teoria…) a segnalare situazioni irregolari o sospette alle forze dell’ordine: non discuto di queste l’utilità o la pericolosità, tuttavia tutta l’enfasi messa dai promotori (Boccia ed il presidente dell’ANCI) nel negare che di ronde si tratti mi pare ridicola. Così inconsistente che si sono dovuti risolvere, dopo il solito bisticcio interno al governo, a negare tutto ed attribuire a questi potenziali assistenti compiti completamente diversi, per altro già svolti da numerose associazioni, di aiuto-spesa agli anziani non autosufficienti innanzitutto.

M di Mascherine (II)

Che le chirurgiche non proteggono dal virus (da nessun virus, non soltanto il covid) dovrebbero ormai averlo capito anche i sassi. Naturalmente non è così, ma facciamo finta di sì.
Dato però che le ffp2-3 non solo costano parecchio di più, ma se ne trovano anche pochissime, che deve fare un povero cristo che vuole tutelarsi ma non trova nulla di meglio?
Un’idea potrebbe essere questa, che adotto io: indossarne due.
Non per rinforzare l’azione filtrante delle stesse (non funziona così, ed anzi si respira meno bene), ma per sfruttarne entrambi i lati. Il lato, o faccia esterna, infatti, lascia passare l’aria con tutto ciò che contiene, virus incluso; mentre la faccia interna trattiene il respiro non lasciandolo fluire, con le particelle che trasporta, verso le altre persone.
Per questo, semplificando troppo, sentite dire che le mascherine chirurgiche proteggono gli altri da chi le indossa, ma non chi le indossa dagli altri.
Indossandone due:
– la prima aderente al viso ribaltata, cioè con il lato esterno, di solito azzurro o comunque colorato, a contatto col viso e la parte filtrante di fuori;
– la seconda, posata sulla prima, diritta, cioè col lato esterno colorato lasciato scoperto;
si ottiene di filtrare non solo il proprio respiro impedendo che arrivi ad altri, ma anche il respiro di chi si avvicina impedendo che passi attraverso il tessuto e ci raggiunga.

RCP di Rianimazione CardioPolmonare

Di nuovo: tanta polemica per l’indicazione di non praticare la respirazione bocca a bocca, ma soltanto la rianimazione cardiaca, su chi dovesse averne bisogno; scandalo e stracciamento di vesti; preoccupazione e indignazione perché, dicono, evitare il contagio sembra più importante che salvare vite… e a me cascano le braccia.
Perché tanto la polemica quanto l’indicazione stessa sono INUTILI.
E lo sono perché da ANNI (non so di preciso quanti, ma parliamo di qualcosa già valido nel 2011, quando mi fu spiegato all’università), la respirazione assistita, con l’eccezione dell’uso del pallone ambu se disponibile, non è più parte della prassi di rianimazione. Addirittura, è sconsigliata. 
Se non siete sanitari o, comunque, non avete un ambu a portata di mano, NON dovete praticarla, punto. E’ sufficiente allineare trachea e bocca inclinando leggermente la testa della persona all’indietro, la quale se la rianimazione è ben fatta riprenderà da sé la respirazione; e preoccuparsi solo di quella.
La quale, tra parentesi, dovrebbe avere il ritmo – se riuscite a starci dietro! – di Staying Alive. Non si nasce Bee Gees, ma si può sempre provare ad imitarli…

ddd: diario del digiuno / 4

Nonostante il piccolo stress di inizio settimana, alla fine dalla mia socia per terminare il Ramadan ci vado. Sono persino psicologicamente pronta per riempirmi di pelo e bava canina, la quale per altro è un ottimo disinfettante.
Voglio chiudere questo brevissimo ciclo di post con un paio di considerazioni.

La prima, banale ma necessaria, è che sono contenta di averlo fatto.
Al prossimo giro, potrei persino fare le cose “per benino”, e seguire altre regole oltre ad approfondirne lo spirito – per esempio una cosa inimmaginabile per me: cioè alzarmi per la colazione ogni giorno alle 4.00.
(Non fate quella faccia: è comunque una festa ed una scelta, non un supplizio!).

intreccio marocchino

La seconda è che, purtroppo, ciò di cui il digiuno non mi ha privato, ossia il benessere, sta già dando qualche (piccolo) segno di cedimento causa caldo. E siamo solo a fine maggio! Non demordo, ma che noia.

Infine.
Con l’arrivo dell’estate, ho messo in lavatrice / nell’armadio gli ultimi indumenti più coprenti e controllato quelli leggeri, dei quali già avevo fatto una prima grossa cernita, ma che in molti casi non avevo provato.
Ho così eliminato (per la vendita o per donarli) ulteriori: 6 paia di pantaloni, 7 gonne (più una tenuta ma messa da parte perché è un ricordo di mia mamma), 4 abiti, 2 magliette ed 1 camicia a maniche corte.
Ho anche tirato fuori le scarpe adatte, e su questo fronte sono messa un po’ peggio; ma nulla di irreparabile. Sogno di ritrovare delle babbucce arabe come quelle che avevo comprato nell’ormai lontano 2007, leggerissime e comodissime oltre che belle, oppure di adattare quelle che già ho (ma che sono aperte dietro e sciabattano, una cosa odiosa).

Trafficare coi vestiti implica spogliarsi e guardare il proprio corpo, e qui ahi, una lacrimuccia me la dovete lasciar versare. Seppure schifo non mi faccia, e quando sono in buona (quasi sempre negli ultimi anni) veda più i miei pregi dei miei difetti, comunque piacersi è un’altra cosa.
E tra il desiderio di essere meno formosa (ma giusto un po’!), meno abbondante, e quello di trasformare il mio guardaroba, decisamente il secondo è più realizzabile.
Alla fine, ognuno ha il corpo che si ritrova, e se guardo alle mie “antenate” so che devo rassegnarmi: prima dea madre africana e poi reduce da un campo di concentramento, la via di mezzo è solo una chimera.

Come siete messi a Brescia?

Eh già, come siamo messi?
Me lo chiedono in tanti, ultimamente, ma io non posso che rispondere che me ne sto chiusa in casa, non ho contatti sociali coi miei compaesani salvo, telefonici, con un paio di “gazzettini padani” che non sono però affidabilissimi; e quindi no, non so dirvi quanti contagiati / morti ci siano in questa nostra landa.

Una cosa però la posso dire con certezza: siamo un puttanaio indescrivibile.
Appena ieri ho detto alla Bradipa che almeno un terzo della gente in circolazione se ne va in giro senza mascherina o indossandola in modo improprio. Beh: ripensandoci, direi che ho preso una cantonata. Forse perché esco poco, appunto.
Mi correggo: un terzo delle persone si salva, ma quelli che andrebbero presi a sprangate sui denti sono due terzi.
Vi dicevo ieri sera che stavo per andare a ritirare la roba della Conad alla Caritas.
E ci sono andata.
Al mio ritorno, sudavo, avevo gli occhi a palla di chi ha visto Ghostface, mi batteva il cuore manco avessi corso e mi sentivo come una appena scampata ad un’aggressione.

Va bene che sono ossessivo-compulsiva.
Ma questo ha a che fare con come mi sento io dentro, non con la realtà delle cose.
Ed io l’igiene l’ho studiata davvero, non come l’ammasso di consulenti di Conte (scusatemi, devo pur dirlo, anche se ogni volta che lo nominiamo una fata muore).
Ribadisco che non ho mai vissuto così bene come in quarantena.
E da oggi ne faccio una nuova, stretta stretta (a costo di tirare avanti a pasta con tonno).
Più per serenità mentale mia, che per reale necessità; dato che oggettivamente ho schivato tutte le occasioni di contagio. Però, che fatica, cazzo.
Avete presente che sabato intendevo azzardarmi persino a fare l’ultimo iftar con la mia socia? Giusto perché so che posso fidarmi, ma comunque sarei uscita. Ecco: no. Ho il cervello in frantumi e devo ricostruire. Mi serve tempo; non tanto, ma mi serve, e sabato è troppo presto.
Perché, al di là della realtà oggettiva che mi calma solo razionalmente,

mi sento sporca.
Contaminata.

Oh, niente di tragico. Mi è capitato altre volte, e più pesantemente; inoltre so come gestirmi. Solo, mi devo chiudere nella mia bolla un momentino e mettere ordine.

Arrivata in piazza con mezz’ora di anticipo (e salvifico libro per passare il tempo), scopro che per pura casualità una tipa era lì ancor prima di me, perché, dice, ha l’orologio sballato. Occhèi, penso, speravo di esser la prima per limitare i contatti col cibo ai volontari, ma pazienza.
Peccato che, per cominciare, solo per averle chiesto se anche lei era lì per quello, questa abbia cominciato a raccontarmela su – mentre lappava un gelato, dunque con la mascherina abbassata – avvicinandosi e sedendosi sul paletto a fianco al mio.
Ho migrato sul paletto più distante.
Poco dopo l’ha raggiunta una sua amica, e lì ho capito che la parlata strana dipendeva forse dalla nazionalità (slava). L’amica ovviamente non aveva la mascherina.
Man mano che arrivava gente mi sono ritrovata appiattita nell’angoletto della chiesa: prima una donna anziana che, con molta grazia, teneva la mascherina sotto il naso. Poi una coppia che non c’entrava niente (anziana signora con badante in passeggiata), entrambe con la mascherina sotto il naso, che visto il traffico inesistente dovevano proprio appiccicarsi a noi in attesa – ed io che ogni volta facevo il gambero e mi spostavo sempre più in là…
… tizio in bici? Senza mascherina. Eccerto. Anch’io l’ho tenuta sul mento l’altro giorno, ma avevo un passo più sostenuto e non c’era nessuno – quando c’era, lo si vedeva in lontananza e la tiravo su. Io camminavo, ne avevo il tempo, ma i ciclisti non solo non ce l’hanno ma nemmeno ci provano, a tirarla su.
Donna africana? Loro sono molto scialle, l’aveva abbassata, ma almeno era a distanza e poi avvicinandosi l’ha messa. Lei sta al secondo posto sul mio podio, sotto alle due arabe che non l’hanno mai levata, mai. Tutti gli altri, calci nei denti.

La Caritas – mi spiace ribadirlo perché svolge un servizio indispensabile (per altro supplendo alle cavernose carenze dello Stato), e l’impegno dei volontari è lodevole – è un organismo che per l’estensione e la ramificazione organizzativa dovrebbe, in teoria, garantire una certa abilità di gestione, se non vera e propria professionalità.
Io posso parlare soltanto di come funziona qui da me (parliamo comunque di un comune di 15.000 abitanti circa), ma resta il fatto che la sezione locale Caritas, della quale mi avvalgo ormai da più di un anno, fa tremare i polsi.
I volontari (che immagino seguiranno pure dei piccoli corsi oltre ai consigli pastorali), semplicemente non hanno cognizione di quel che fanno. Si impegnano, oh sì, ma la buona volontà non basta. Anche per dare una mano alla gente bisogna sapere cosa si fa, e come va fatto. Loro stanno allo sbando.
Come al solito, devi essere tu a sapere e verificare: le distanze, come vengono maneggiate le borse, se vengono indossati i guanti e se vengono cambiati tra un utente e l’altro, ecc.

Al ritorno, ben lieta di avere una scorta di prodotti da forno, ho dovuto seguire un iter per evitare contaminazioni (questa è la parte pratica e oggettiva, scevra da paranoie):
elimino guanti e mascherine in un cestino per la strada (rivoltandoli);
entro in casa, scarico tutto;
primo lavaggio mani;
poso i prodotti sul ripiano “zona sporca” e metto le borse a lavare;
secondo lavaggio mani;
apro le confezioni (ho preso solo quelle sigillate);
terzo lavaggio mani;
apro sacchetti da freezer miei e ci metto la roba, li metto via;
piglio le confezioni originali e le butto;
pulisco i ripiani “sporchi” con lo spray;
quarto lavaggio mani.
Sono in grado di farlo. Ma tutto questo traffico è eccessivo, il gioco non vale la candela.
A parte il brivido freddo rendendomi conto di tutta la gente che a questo non ci bada, per un pugno di dollari pizze in più lo sbattimento è eccessivo.
Dunque, visto che tanto la Conad è il mio supermercato di elezione, quando mi va questa roba me la comprerò. Non navigo nell’oro ma vi assicuro che posso permettermelo…
… posso permettermi di evitare certi traumi.

ddd: diario del digiuno / 3

Pare che ora si possano frequentare, sempre con le solite misure di sicurezza, pure gli amici oltre a congiunti e affetti stabili.
Negli ultimi giorni mi sono decisamente persa qualche tassello dell’intricata vita sociale nazionale, perché non me n’ero accorta.
Ad ogni modo, sabato con l’ultimo iftar il Ramadan termina, e il mio programma prevede una serata dalla mia socia: preghiera, pizza e film dementi. Più la notte sul divano in compagnia della cana. Sveglia alle 4.00 (gosh) per Id al-Fitr, e poi ciao, si torna dall’isolamento in trasferta all’isolamento a casina.

La mia spinta iniziale ad alzarmi prima e fare colazione, nell’ultima settimana, è andata farsi benedire: mi sono sempre alzata verso mezzogiorno, niente colazione perché la giornata era iniziata da un pezzo e farla a quel punto mi pare una furbata.
In realtà quello di saltare la colazione è un vizio che ho da mo’, ci vorrà ancora tempo per correggerlo. A parte un vuotino allo stomaco più insistente del solito, con annessa tentazione (ah, la mano che s’allunga verso il cesto della frutta!), tutto regolare.
Sono calata ancora mezzo chilo.
Niente stanchezza, giramenti di testa o altro.
Avendo ripreso a camminare, ora viaggio a banane.
Inoltre, quando comincerò a percepire la pensione, potrò pagarmi l’integratore di q10 che avevo dovuto sospendere.

Alle 19.30, invece, esco a ritirare la mia cena: da oggi riprende l’appuntamento Caritas settimanale, con la consegna della gastronomia avanzata a fine giornata alla Conad.
E buon appetito a tutti.

ddd: diario del digiuno / 1

Oggi, 8 maggio, l’aspetto ascetico del mio digiuno e la ricorrenza cattolica particolare, oltre alla consueta recita della corona(anti)virus, si combinano ed uniscono le forze.

È il mio quinto giorno.
Il Ramadan è iniziato il 24 aprile, ma io arrivo sempre dopo, e terminerà il 23 maggio – per essere a stecchetto già da quattro giorni devo dire che pensavo di avvertire di più la differenza, invece sto un gran bene.
Niente attacchi di fame, niente rottura serale del digiuno con un cinghiale intero.
Anzi, ieri mi son preparata alcuni piattini, nulla di abbondante ma un accostamento meraviglioso: grissini integrali, simil-hummus (ma fatto con lenticchie anziché ceci, tonno e olio, spezie), noci e poi simmenthal (arrivata col pacco Caritas: normalmente non sceglierei carne, ma c’era ed almeno è di qualità).
A seguire precedere di una mezz’ora, che la frutta è meglio mangiarla prima, mele cotte abbondantemente spolverate di zucchero semolato.
Nel caso aveste in mente di fare (o farvi) un regalo “etico” e godurioso, sappiate che i grissini integrali – ma pure un salame, e dei biscotti cioccolato-liquirizia che non ho ancora testato – sono favolosi e vengono da San Patrignano.

Anche se allo specchio avrei detto il contrario, pare che in questi mesi di quarantena sia decisamente ingrassata. Purtroppo la mia frenesia casalinga mi ha permesso di cambiare la batteria della bilancia, che credevo di dover comprare invece avevo da parte, e verificare l’infausta situazione.
Tuttavia, nei soli primi quattro giorni ho buttato giù la bellezza di tre chili: e nemmeno questo me l’aspettavo. Mica male!, specie calcolando che fino alle 20.00 di mangiare manco mi viene in mente, a momenti.

Funziona.
Funziona perché, soprattutto, non sto portando avanti questa cosa da sola.
Anche se non è che ci sentiamo tutti i giorni, sapere che un’altra persona, con altrettanta motivazione se non maggiore, la sta facendo con me cambia tutto.
Ed a questo fattore ci penso spesso, voglio dire: sono orsa di natura, ma questo non rende più facile essere costante in certe cose senza un appoggio esterno, la consapevolezza di essere in gruppo / comunità a condividere un intento, e naturalmente qualche paletto come appuntamenti, scadenze, riferimenti che impediscono un’eccessiva dipersione.
Non è una scusa, ma è la stessa ragione per cui non vado spesso a Messa.
O per cui schivo i mestieri di casa.
E certa burocrazia, non così pesante ma tutta a mio carico.
Insieme è meglio.

Senza volerlo e senza averlo previsto, trovo che digiunare in questo modo, senza interruzioni fino a sera, mi stia dando una cosa che ho tanto e da sempre cercato, con fatica: un’organizzazione del quotidiano semplice ed una struttura.
Per come sono fatta, ogni cambio di passo mi rallenta, ed i pasti – per banali e veloci che riesca a renderli – rappresentano pur sempre una sosta forzata per la quale devo anche “prepararmi”, oltre che preparare del cibo. Devo stopparmi, fare mente locale, riorientarmi e ingranare nuovamente dalla prima marcia.
Ogni volta è una fatica.
E allora poter iniziare la giornata sapendo di aver davanti 10-11 ore filate, senza soluzione di continuità, per lavorare a qualsiasi cosa desideri fluidamente, libera da necessità stringenti e da abitudini vincolanti, mi toglie un peso e mi fa sentire bene.
Mangiare dovrò comunque, ma intanto sono libera di predisporre ciò che voglio e addirittura cucinare senza il fiato sul collo, un passaggio alla volta con la leggerezza di chi ha tutto il tempo del mondo.
Al termine del periodo, tornerò a mangiare anche in altri orari, ma in quantità e modalità tali da evitare un ritorno allo “sgobbo” di prima.

40enalfabeto / 9

C di Carcere

Non si parla solo della lotta al virus come di una guerra, vien fatto anche il paragone tra isolamento in casa e vita in carcere.
Non mi soffermo stavolta sulla (s)correttezza dei parallelismi, sorrido invece perché ormai di letteratura carceraria ho una sia pur minima conoscenza, ed ho appunto appena letto che Gramsci, a Milano, lesse in un mese (marzo ’27 mi pare)… 82 libri. Oh, di quelli leggeri, escludendo i manuali o testi di studio, s’intende. E si lamenta pure (giustamente) che in carcere non è mica così facile leggere e studiare, per ragioni tecniche e psicologiche. Embé. Uno se l’imparava pure a memoria!
Mo’ ditemi ancora che leggo tanto, soprattutto in quarantena, con i miei 54 libri in quattro mesi. Lo so, sono peggiorata dallo scorso anno: ho già fatto fuori la quota per la media di un libro a settimana, e se nel 2019 la media è stata di due alla settimana, continuando così terminerò il 2020 avendone letti tre alla settimana.

Ad ogni modo, per tornare al carcere – quello vero: se morite dalla voglia di leggere un’autobiografia da avanzo di galera che non sia un mero resoconto ripetitivo, né una sbobba astratta condizionata dalle ristrettezze ad evadere mentalmente, consiglio con calore L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza.
E’ roba buona.

I di Idraulico

E’ stata un’emozione grandissima.
L’idraulico! A casa, anzi in casa mia!
Di questi tempi, una visita è un evento eccezionale, e per di più il tecnico è caruccio, oltre che conversevole. Lasciamo perdere che baita mia era un cesso, e che ho pure fatto una gaffe (mi diceva che anche se la casa è grande, mi tornerà buona se mi sposo. Ed io ho capito se lo sposavo, cioè nel caso avessi sposato lui. Ahem. Com’era quella cosa dei lapsus freudiani?).
L’ho amato ancora di più quando mi ha dichiarato che la fattura era di euro 60, anziché 90 come mi aspettavo. Forse non era anno di cambio filtro.

M di Montagnier

L’hanno schernito tutti perché, nonostante l’antico Nobel, pare si sia rincoglionito negli anni finendo a supportare ogni genere di teoria para-scientifica.
Adesso però, guarda guarda, si comincia a sentir parlare di studi sul virus occultati e censurati. Di caratteristiche non attribuibili esclusivamente a mutazioni naturali. Ecc.
Forse, chissà, qualcuno scoprirà che un allarme non è una pubblicazione peer-to-peer (meccanismo che per altro ha i suoi bei difetti grandi come Zeppelin), e che anche un orologio rotto segna l’ora giusta una volta al giorno – anzi, due, se è analogico.

N di Naso

Non ne posso più.
Non della quarantena, di quelli che vanno in tv (e che vedo per strada, ma quelli in tv, specie se hanno ruoli pubblici, li detesto proprio) con la mascherina chirurgica tirata sulla bocca ed il naso al vento.
Bravi, avete capito tutto.
Continuate così.

Poveri noi .2: Cibo – pt. II

Altri piccoli ragionamenti sul cibo.

Come me la sfango

Molti i suggerimenti possibili per risparmiare su spesa e consumo alimentare – ai quali potremmo aggiungere, in corner, questo: che le date di scadenza hanno delle distinzioni, e non sempre è il caso di buttare qualcosa che ci sembra “andato”, perché in realtà molti prodotti sono commestibili ben oltre la stampigliatura impressa sulla confezione.
Ciò a cui invece solitamente non si pensa, o per lo meno non si inquadra in un progetto chiaro su come mantenersi, sono le opportunità di ottenere cibo in modo del tutto gratuito.

aiuti-cee

✺ Se siete povery abbastanza, non disperate: come si suol dire, c’è la Caritas.
Che ha diversi “servizi”, ma è conosciuta soprattutto per i pacchi alimentari, dei quali tra parentesi io mi avvantaggio da un anno circa. Salvo che in questo periodo, durante il quale i pacchi sono intesi in senso letterale, due volte al mese mi reco all’emporio Caritas del paese e ci “spendo” i punti che, in base all’ISEE ed al nucleo familiare, mi sono stati assegnati.
Posso scegliere come distribuirli tra i prodotti base sempre presenti ed altri, di solito donazioni di privati, un po’ più voluttuari (sotto le feste, per esempio, compaiono colombe e panettoni in discreta quantità). Spesso, poi, alcuni prodotti sono disponibili “senza punti”, se la scadenza è prossima – molti dei prodotti non marchiati FEAD, cioè il programma di aiuti europeo, hanno difetti di confezionamento o scadenze ravvicinate ma non stringenti per le quali sono stati scartati dai rivenditori, ma quando la quantità di prodotto aumenta e la scadenza è pressante ci si organizza così.
Da tempo, grazie a questo aiuto, non acquisto più pasta secca, farina, olio, zucchero e polpa di pomodoro; innanzitutto.
.
✺ Esistono poi diversi sussidi statali / regionali / comunali per chi vive in ristrettezze economiche, alcuni dei quali li conosciamo tutti: il reddito di cittadinanza, ex-ReI, ne è il principe. Tuttavia questi sussidi pongono come requisito non solo un ISEE inferiore ad una certa soglia, diversa secondo i casi, ma anche un limite patrimoniale generalmente attorno ai 5-6.000 euro.
La qual cosa significa che, se avete risparmi da parte che sforano questa cifra – a mio avviso davvero molto, decisamente troppo contenuta – non ne avrete diritto. Come pure è difficile che si possano cumulare due sussidi differenti: per percepirne uno, spesso e volentieri la precondizione è di non riceverne già altri, quale che sia il loro scopo ed ammontare.
.
✺ A proposito di sussidi e contributi statali, inutile ricordare – ma facciamolo lo stesso – che è possibile richiedere – laddove non siano stati esauriti i fondi – il buono spesa per chi sia in difficoltà causa Covid19 (in realtà, di nuovo non fa testo l’aver perso o sospeso il lavoro, avere problematiche di salute connesse ecc., ma soltanto reddito, patrimonio e nucleo familiare).
Io do per scontato che i requisiti siano identici per tutti, eppure – non è da escludersi – avevo sentito che qualcosa può variare in base a come i singoli comuni predispongono l’assegnazione. Non indago oltre, chi ne abbia necessità l’avrà certo già richiesto.

eu-flag-fifty-euros

✺ Per quanto mi riguarda, non ho diritto ai sussidi succitati – ovviamente non divulgherò in quanto consista il mio “patrimonio”, ma è chiaro che basta un solo euro d’avanzo sopra la soglia per esserne esclusi. E a meno che non siate usi tenere mazzettone di banconote sotto il materasso (perché ormai tasseranno persino le cassette di sicurezza, i fetenti), non c’è verso di cassarli dai vostri conti, per cui non provateci nemmeno.
Una cosa a cui fortunatamente ho diritto, però, c’è: sono i buoni per le nuove povertà.
Non scendo nel dettaglio, perché ignoro quale provvedimento renda possibile questa erogazione; può darsi però che sia stabilita a livello regionale (nel mio caso la Lombardia) e non statale, e non sia accessibile ovunque.
Consiglio perciò di informarsi, nel dubbio, presso i Servizi Sociali (se da voi fanno un buon lavoro) o tramite i canali web istituzionali.
Per darvi un’idea, io ho ricevuto due versamenti a distanza di cinque-sei mesi, che posso utilizzare per ogni spesa anche non alimentare senza vincoli, e che (facendo una media) ammontano a circa 200 € al mese. Una volta esauriti, devo solo consegnare in ufficio le pezze giustificative (scontrini, ricevute, ecc.) – io poi ci aggiungo di mio una tabellina Excel semplice semplice di riepilogo, per avere il colpo d’occhio e poter controllare quanto mi resta, ma anche perché così il resoconto che porto è più ordinato e chiaro.
.
✺ Un’ultima opportunità, in questo anno, mi è stata data da un’associazione di volontariato privata. Attraverso l’assistente sociale – che tuttavia si è limitata a segnalare il mio caso e non ha potere decisionale – ho preso contatto con l’associazione, la quale gestendo un mercato dell’usato con prezzi davvero stracciati tira su qualche soldo, e con quel soldo ci compra delle tessere prepagate di un supermercato locale, tessere che poi gira a noi povery per farci la spesa di prodotti freschi (ortofrutta, carne e pesce, formaggi…). In cambio si presta opera “volontaria” nel mercato dell’usato stesso, una volta a settimana.
Avendo avuto conferma dall’INPS che mi spetta la pensione d’invalidità, e avendo altri supporti, il mese scorso ho rinunciato a questo aiuto; mi auguro che gli arretrati si decidano ad arrivare però…!

Meno è meglio

E’ il motto universale indiscusso dei minimalisti, e naturalmente vale anche per il cibo.
Sì, noi stiamo parlando di risparmio – che non è uno degli scopi del minimalismo, appunto – epperò, nello sforzo di risparmiare, potremmo scoprire che alcune pratiche ci portano anche un beneficio di salute (e di benessere mentale).

Banalmente, possiamo mangiare meno.
Meno per quantità, e/o meno di frequente.
Ricordate che parlavamo di pane ed olio, con un pizzico di sale certo, come di una raffinatezza preferibile, da sola, ad un intero banchetto di alimenti qualunque, se non addirittura di scarso valore?
Si può fare.

Si può anche fare due pasti principali al giorno ed abdicare al terzo (mettiamo, che so, colazione e cena leggermente anticipata, cassando il pranzo).

Si possono ridurre, in molti casi dimezzare, le porzioni che siamo abituati ad assegnarci tal quali come fossero prestabilite dalla creazione dell’universo.
Dominique Loreau, scrittrice francese minimalista da decenni residente in Giappone, suggerisce – tra le altre cose – ne Il piacere della frugalità di individuare un contenitore, nella fattispecie una ciotola, che sia delle giuste dimensioni: cioè delle dimensioni esattamente adeguate al nostro stomaco, una volta che questo sia depurato e ricondotto allo stato “normale” con un breve digiuno.
Ciò che una ciotola da riso di media misura può contenere, sostiene, è sufficiente per il nostro corpo in normali condizioni di salute – e mi pare corretto.

6010301_DTDin_0467_Salmon_1

Ah! Ecco dove voleva arrivare – dirà qualcuno.
Sì, fanculo, volevo arrivarci, ma tutto quanto ho scritto sin qui non conta mica meno.
Sì, mi interessa il digiuno, e lo consiglio pure, sfacciata che sono. Lo consiglio perché, le nostre nonne e le nostre mamme lo sapevano bene (non avevano ragione per forza, ma su questo eccome)

la fame è il miglior condimento.

Digiuno. E lo rivendico con orgoglio

Citazione occulta per dire che il digiuno non è una pratica assurda, masochistica o antistorica. Se ne potrebbero trarre grossi saggi, ed è stato fatto. Io passo la mano: non conta quello che ne penso io, e ne penso molto e bene, ma quello che – eventualmente, se credete – potete fare anche voi.
Nel pieno rispetto del buonsenso e della vostra salute.

Non esiste solo il digiuno totale.
Può essere parziale – da un pasto preciso, da un certo orario, da determinati alimenti.
Può essere periodico: in un certo periodo dell’anno, una volta la settimana.
Meglio, comunque, che sia regolare; a prescindere dalla frequenza.

Fatelo per depurarvi fisicamente o per purificarvi spiritualmente: va bene comunque.
Io quest’anno ho saltato, di nuovo, la quaresima: se adesso ho deciso (proprio adesso, un paio d’ore fa, al telefono con un’amica che da qualche anno lo pratica) di accodarmi a lei in un mezzo Ramadan, non è perché abbia idea di convertirmi, proprio no – lei sì, in certi termini, ma questa è un’altra storia.
E’ che questo bisogno ce l’ho da tempo, ma sono fottutamente pigra e ho sempre rimandato. Ma poi mi son detta: sai che c’è? Non aspetto il prossimo treno per fare le cose perfettine, balzo su adesso e almeno vedo come funziona, se funziona, così com’è impostato questo specifico digiuno, per me.
Perciò da domani, 4 maggio, farò un tentativo di Ramadan: colazione seria, poi più nulla salvo liquidi abbondanti fino a sera.
La motivazione preminente non è quella religiosa, anche se va detto che questa resta comunque inscindibile per me; quindi emergerà più chiaramente più avanti.
Ci aspettano meraviglie.

ramadan