Sogni .9: Perdono

Non so se fosse un’introduzione al sogno successivo, ma la prima cosa che ricordo è che mi trovavo su una strada di montagna, un sentiero perfettamente circolare che ne seguiva il fianco tipo arancia sbucciata artisticamente.
Lungo tutto il sentiero erano disposte, in fila indiana e ad intervalli regolari, delle biciclette da bambino, con le rotelle – e qualche volta il cestino.
Io me ne stavo appollaiata su una grande roccia, osservando il paesaggio e leggendo, in attesa dell’arrivo di qualcuno.

Mi hai fatto scendere / da una Mercedes
Dimmi i tuoi perché / Prenderò un treno per / che ne so
Stanotte mi perdonerò

Ti ho portato la bustina con i soldi delle vendite ed il biglietto.
Ma sono tornata indietro, perché mi sono resa conto che mancavano 10 € (una volta sveglia, mi chiederò più volte se l’abbia fatto per davvero).
Spio dall’angolo, tu sei lì, allora aspetto che rientri sedendomi su due giubbini venuti da chissà dove. Miei non sono.
Ma ormai mi hai notata. Scendi dal balcone, esci e a quel punto te li consegno direttamente, ma subito mi volto e vado.

Poi mi ritrovo di nuovo lì, siamo lì, in una specie di garage seminterrato.
Mi prendi per mano, ti seguo. Mi abbracci. Sei piena di tenerezza, una tenerezza che non combacia con l’aridità che ti pervade quando trasformi la realtà in nemica.
Mi dai dei libri, parecchi. Soldi, più di quanti te ne abbia consegnati io. E due tavole di cioccolato in astucci di carta blu.
Alla fine, anche il mio pino, risorto nonostante le mie velenose cure, con magnifiche foglie piatte e rosso cupo (foglie che ho visto durante la mia camminata), che non gli appartengono ma, qui, gli vanno a pennello.

Mi hai difesa da tante cose in questi anni.
Non mi hai difesa da te.
Io, però, mi sono perdonata.
Ho benedetto i miei errori e ho spiegato loro che non sono tali.

18 maggio

Eccoci.
Si riapre, seppur con cautela.
La macchina riparte.
La corsa riprende.
Io mi sento già rimasta indietro.
Non voglio: fermate tutto.
Fatemi scendereeee!

(。ŏ﹏ŏ) (~_~メ) ó_ò

Ho sognato (tra un milione di altre cose) che mi trovavo nel cortile della biblioteca, ultima arrivata di una discreta fila di persone, in attesa della riapertura. Polemizzavo con una tizia che non ricordo cosa mi abbia detto; poi al momento di entrare la coda si riformava davanti all’ingresso, ed io conoscevo la posizione in cui dovevo trovarmi (nel frattempo erano arrivate altre persone), ma non riuscivo ad inserirmi. Restavo a lato, e riflettevo che per me è sempre così: non riesco a funzionare come è previsto si faccia.

Altri sogni sia di questa notte che delle precedenti sono stati positivi.
Ma qui, è evidente che sento già la pressione del mondo che va avanti
– tanto per cambiare.
Del resto, virus a parte, diverse cose si stanno muovendo nella mia vita.
E’ un momento di subbuglio.

 

Sogni / 8

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E’ stato diverse settimane fa, ormai, ma ho sognato di vagabondare in una soffitta. Ero insieme ad altre persone, poi la compagnia si è ridotta ad un elemento. Passando attraverso un budello, entravamo in uno spazio meno stretto ma pur sempre angusto, una sorta di caverna dalle pareti irregolari tappezzate di conchiglie.
Stavamo esplorando quella che sapevamo essere la stanza da letto di qualcuno, assente in quel momento, come a cercare la chiave di risoluzione di un delitto. La stessa sensazione l’ho provata quando in due siamo scesi nell’abitazione principale, attardandoci a controllare ogni stanza per poi addormentarci sul letto padronale.

Un sogno che mi ha ricordato quelli infantili, ripetuti decine di volte, nei quali mi inoltravo lungo percorsi improbabili, oltre passaggi nascosti, e potevo godere di mondi alternativi tutti per me o quasi.
In uno di essi sedevo sul letto matrimoniale dei genitori della mia migliore amica delle elementari, sul quale ci accomodavamo sempre a vedere i cartoni animati ed a provarci i vestiti di sua madre. Ero poggiata con la schiena alla testata, e ad un certo punto questa si muoveva ruotando in verticale su se stessa, su invisibili cardini, aprendo un passaggio segreto che dava… su un supermercato. Uno in cui non ero mai stata, per altro: della catena Margherita.
Entravo, richiudevo il passaggio dietro di me e cominciavo a scorazzare; libera di curiosare e di fornirmi gratuitamente di ogni cosa desiderassi, nascosta al mondo (questo era il privilegio più grande), e in un luogo sicuro, protetto.
Simile a questo, uno che mi spalancava i cassetti a ribaltina del letto dei miei permettendomi di salire su una delle “vetture” da parco divertimenti che scendeva lenta su un binario, tra mari di fuoco, in un paesaggio egizio senz’altro ispirato all’attrazione La valle dei Re di Gardaland.

Un altro sogno, ancora più frequente, di nuovo approfittava degli ambienti di casa di questa amica – stavolta la sua cameretta – per inscenare una fuga notturna su una sorta di trenino stregato da luna park che si immergeva ed inabissava in un percorso subacqueo – del quale ora non ricordo alcun particolare se non che attorno a me vagavano dei pesci come in un vero acquario, eppure respiravo senza problemi, nulla eccetto l’atmosfera magica e di avventurosa scoperta.
L’immersione partiva dal cassettone posto sotto il letto, di quelli in cui si ripongono i vestiti…

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… entrambi questi sogni, con altri ancora, più per le sensazioni nette e palpabili, quasi pesanti, ancorché difficilmente descrivibili – com’è tipico delle esperienze oniriche -, piuttosto che per le loro “trame”, mi suscitano immediatamente un’associazione con l’utero materno: cosa faccio in essi dopotutto se non aprirmi un varco per tornare in un grembo caldo, accogliente eppure pieno di meraviglie?
E’ un parallelo che non ho mai approfondito, ma resiste tenace in me.

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L’esatto opposto sembrerebbe rappresentare invece quel sogno, anch’esso molto frequente sino ad una certa età, nel quale mi introducevo insieme al mio vicino di casa ed amico maschio prediletto nella cantina del suo caseggiato, e precisamente in un breve sottoscala ingombro di oggetti.
Come da svegli fantasticavamo di liberare l’antro polveroso ed indagare su cosa vi fosse dietro la catasta, immaginandoci una porta che si aprisse su un mondo segreto e particolare, così addormentata realizzavo le nostre comuni fantasie arrivando ad aprire davvero quella porta.
Oltre, immancabilmente, si presentava un cielo azzurro munito delle sue brave nuvole sparse, nel quale non attendevo un attimo a spiccare un salto e volare.

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Tutte le fotografie sono opera di Christoffer Relander

Sogni / 7

In un vialetto perso in mezzo ai condomìni, sto discutendo con mia madre che vuole spingermi a contattare una vecchia amica dei tempi delle superiori. Continua ad assillarmi, ma nonostante le numerose ripetizioni non capisco cosa mi sta dicendo, cosa vuole ottenere: tanto che a un certo punto mi sento sfinita e penso, letteralmente: Era meglio se restava morta.
Dopo non so quali contorcimenti ed arrangiamenti riusciamo ad intenderci e programmare ciò che desiderava: una specie di gita. Passano pochi secondi, e ci ritroviamo a sera, vicine a due energumeni in moto che ci caricano sul sedile posteriore e con i quali partiamo, in mezzo alla prima neve; cosa che mi fa preoccupare alquanto costringendomi a controllare spesso mia mamma, che si tenga ben stretta. In seguito, senza aver mai interrotto la corsa tra le montagne – lungo discese pericolose senza difese – finiamo per aggrapparci allo stesso motociclista sulla stessa moto, lei in mezzo a mo’ di prosciutto nel sandwich ed io dietro a chiudere il terzetto, coprendola con le mie braccia affinché non scivoli via.
All’arrivo in una casa privata piuttosto scombinata ci vengono assegnate delle camere, con un bagno “personale” che lei provvede subito a sanificare con dell’Amuchina spray prima di farsi una doccia.
Il sogno termina con noi due accoccolate l’una contro l’altra a letto, e mi pare che la notte le abbia restituito una vitalità che alla partenza era fragile come un lumicino di candela.

Sogni / 6

Il sipario si apre su un viaggio di famiglia in auto, attraverso l’America (che è la nostra terra); siamo io, un fratello di poco minore ed i nostri genitori. Ha tutta l’aria d’essere un viaggio speciale, epocale, per una sorta di anniversario o rito di passaggio.
Ad un certo punto, presto durante il sogno, facciamo una sosta e ci fermiamo su di un terrapieno al lato di una trafficata autostrada, la prima di una nutrita serie che si estende davanti a noi e che sappiamo di dover attraversare.
Ma prima che ciò avvenga il programma cambia, ed a me e mio fratello è improvvisamente chiaro che lo scopo di tutto questo sta nel raggiungere un’abitazione privata a commemorazione del presidente George W. Bush jr. Mio fratello non è particolarmente entusiasta della cosa, non perché sia un Democratico ma perché il suggerimento di nostro padre lo coglie alla sprovvista: pensava che ci saremmo fatti tutte le Route più rilevanti, per il gusto della strada in sé.
Intervengo allora io, per qualche ragione consapevole che quella meta ha un’importanza cruciale per il nostro futuro. Con un semplice, breve e sincero discorso motivazionale lo convinco, e così ci mettiamo in cammino insieme. (I genitori non si vedono più).

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Raggiunta la casa, saliamo una rampa di scale in silenzio e con grande solennità.
Ma una volta alla porta, scopriamo che ci vive una famiglia che con Bush non ha nulla a che vedere. L’appartamento è dignitoso ma decisamente popolare, le due donne che ci accolgono hanno dei vistosi tic facciali e tra una smorfia e l’altra riusciamo a chiarire con loro che in proposito esiste un annoso fraintendimento sull’indirizzo, mai risolto, e che regolarmente molte persone in visita alla casa natale del presidente cadono in errore, arrivando lì.

2015 Father Of The Year Luncheon Awards

Ormai che ci siamo, comunque, le due ci invitano a pranzo (a base di caviale ed insalata russa con mirtilli), pranzo durante il quale accadono cose.
Io e mio fratello impieghiamo diverso tempo a capire come mettere le lenti a contatto e scambiarcene alcune paia.
Una terza donna, prima non presente, si affaccia alla finestra, sbeffeggia le nostre ospiti per i loro tic ed io, irritata, replico in lingua dei segni dicendole “cogliona”.
Una teoria di marinai dai lunghi capelli e l’aria sfatta compaiono in mezzo al salotto facendo una sorta di girotondo attorno ad un enorme timone rovesciato orizzontalmente: ne spingono un braccio ciascuno come muli attorno ad una macina, ed uno di loro che ha la faccia di Viggo Mortensen esclama, passandomi accanto: Stanco di lavorare per altri!, come fosse una dichiarazione pubblica.

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Anche i marinai scompaiono e torniamo infine a girarci verso la tavola, dove il pranzo è terminato ed ha lasciato il posto ad una pila di libri, una candela spenta e poco altro. La donna più anziana apre uno dei volumi e si mette a declamare i versi di un poema erotico, composto da uno dei personaggi rappresentati dall’opera per un suo amante, in cui sospira al ricordo del proprio membro appoggiato al petto dell’altro… si tratta di una specie di Divina Commedia, e commentando l’episodio l’anfitriona ci svela che l’autore del poemetto d’amore fu il realmente esistito pontefice Mastino il Mansueto [giuro che il nome non l’ho inventato, l’ho sognato così].
La storia ci commuove e restiamo per un po’ in silenzio.

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E fu sera e fu mattina, le 10:45, al che una telefonata mi fece la grazia di svegliarmi.


🧙🏻

Probabili fonti alle quali ho attinto durante la veglia
per costruire i dettagli del sogno:

Dante;
Il Cantante Mascherato su RaiUno;
Delitto perfetto con Douglas, Mortensen e la Paltrow andato in onda un paio di sere fa;
Pierre et Gilles;
L’episodio “Al posto tuo” della serie fiction Purché finisca bene su RaiUno,
con Aurora Ruffino che interpreta una sorda;
Il mio stesso post in cui cito la sindrome di Tourette;
Recenti riferimenti a fratelli e sorelle.

Jung, Abraxas, spaghetti e mandolino.

Mi è chiaro mo’ che l’ho letto, seppure a volo d’uccello, perché si dica di Jung che ha ispirato tanta parte della New Age – volente o nolente. L’unico modo per non mettersi le mani nei capelli scorrendo questo resoconto – che l’autore stesso temeva venisse preso per la dimostrazione ch’era pazzo quanto e più dei suoi pazienti – dei suoi sogni notturni e delle “fantasie spontanee” dettate dalla pratica dell’immaginazione attiva, consiste nel godersi la bellissima introduzione al testo ad opera del curatore Sonu Shamdasani.
E’ un libro denso di conversazioni, questo: tra Jung e la sua Anima (intesa, come da disciplina, quale principio femminile presente nell’uomo così come l’Animus è principio maschile presente nella donna), tra Jung ed Abraxas, suo alter ego à la Zarathustra, tra Jung e la sua “personalità 2”, quella da lui considerata superiore e legata all’incoscio collettivo, agli archetipi, insomma a tutti i concetti precipui del suo lavoro; che Shamdasani si premura per altro di distinguere spezzando l’annosa associazione, fortissima ma impropria, con la psicanalisi freudiana.

Scopo di tali dibattiti interiori è, secondo Jung, quello di oggettivare gli effetti dell’Anima e diventare consapevoli dei contenuti che vi sono sottesi, integrandoli nella coscienza.
Una volta acquisita familiarità con i processi inconsci che si riflettono nell’Anima, quest’ultima “perde il suo potere demonico di complesso autonomo” e diventa una funzione di relazione fra la coscienza e l’inconscio. 

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Come detto ho scorso rapidamente il testo e mi sono soffermata solo per poco, e solo su alcuni, dei sogni riportati dall’autore, saltando a piè pari tutta la (più corposa) parte dedicata all’immaginazione attiva – che, per intenderci anche se in modo piuttosto sintetico, potremmo definire “sogno ad occhi aperti con estrazione di contenuti psichici dal profondo”.
Il materiale è molto, elaborato ed assai interessante – oltre che necessario – per affrontare la sua vasta produzione: è da questo percorso di autostimolazione e successiva autoanalisi, a partire dai materiali inconsci prodotti e dalle rappresentazioni grafiche  che Jung ne fa (spesso sotto forma di mandala, di cui la versione più importante e pesante del testo è corredata, mentre non lo è la “versione studio” da me presa in prestito) che egli parte per aprire la strada a ciascuno dei succitati elementi-cardine della sua riflessione.
Io, tuttavia, sono attualmente parecchio interessata, piuttosto, ai sogni notturni, al loro contenuto e ad una trascrizione degli stessi, miei o di altri – tant’è che ho creato su questo blog un’apposita categoria. Perciò di fatto, dopo l’introduzione, ho subito stabilito di interrompere una vera e propria lettura e mi sono limitata a sfogliare e sbirciare il resto.
Non ho dunque altro da dire su Jung, se non: in culo a Sigmund Freud.

Periferia di gravità oscillante

Non è un esotico concetto matematico, è che da quando te ne sei andata, Mamma, ho perso per strada la gravità che mi teneva ancorata al suolo e ho dimenticato tutte le mie routine. E’ banale, ma non avevo ancora focalizzato questo fatto.
Ecco perché mi sembra di non avere più una direzione.
Stanotte, fra le altre bizzarre cose, ho sognato che mi inoltravo in un mercato all’aperto, uno spaccio di ravioloni ripieni di carne speziata. Volevo comprartene un bel pacco e portartelo a casa, pregustavo il momento, la tua contentezza ed allegria – solo al risveglio ho realizzato che non ti ci avrei trovata.

Ma ci sarai poi, dall’altra parte, alla fine della strada?