Cose da donne. Anzi, da femmine.

Non sono mai stata propriamente femminista ma, come raccontavo in un recente post, ho approcciato e sto seguendo diverse tematiche che al femminismo sono care, o che comunque rientrano nella sua sfera. E’ un ambito piuttosto nuovo per me.
Ognuno dei libri che vado a citare meriterebbe un post tutto per sé, ma io in questo momento non sono in grado di offrirglielo. Dovranno accontentarsi del poco che ho.

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Lina Meruane ne ha scritto uno, un pamphlet per essere precisa, per l’editrice La Nuova Frontiera: Contro i figli. Ho esitato a lungo prima di decidermi a prenotarlo e leggerlo, ma poi – per quanto non ne condivida tutti i presupposti – si è rivelato migliore del previsto, certo più fresco e non una rimasticatura di banalità.
Non si tratta di un’arringa a favore della scelta di non aver figli, in questo caso, ma di un ululato, mi verrebbe da dire, contro la tirannia del figlio-piccolo-principe che da alcuni anni ha preso piede; a causa non solo dell’indebolimento dei padri ma anche dell’eccessiva responsabilizzazione delle madri (un diverso modo di incastrarle in una cornice, affermando un fittizio riconoscimento di valore che ha per conseguenza l’obbligo, tutto interiore ed inconscio, di aderire ad un’immagine di perfezione e dedizione totali, dalle quali non si può sfuggire: ci si può solo sacrificare).
Leva materna obbligatoria è un’espressione che ricorre spesso.
E non è nulla di nuovo in sé. Solo che oggi far figli può significare trovarsi incuneate tra le pretese di questi ultimi, che si sentono incoraggiati ad avanzarle dalla società giudicante nei confronti di chi non è abbastanza “morbido” e permissivo e supino, e la società stessa, anche nelle sue forme giuridiche e poliziesche pronte a privare di potestà e dignità chiunque s’azzardi a sollevare un mignolo sui pargoli: per fargliela intendere, o per dire di no a qualche “richiesta”.
Non solo dunque per impedire la realizzazione del (più frequente di quanto si creda) “impulso irrefrenabile di gettare quel bambino dalla finestra o giù dalle scale”, ma per controllare e sanzionare ogni deviazione dall’idea di “figlio” come di dio in terra, intoccabile ed immune alla cattivera e all’errore.
Donne senza personalità, più che donne senza libertà.

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Diverso è lo stile di Rebecca Solnit, saggista storica della quale sto leggendo una raccolta di articoli agile e leggera, ma nient’affatto effimera, che ha involontariamente suggerito la creazione del termine “mansplaining”: Gli uomini mi spiegano le cose.
Cos’è il mansplaining? Un po’ di tutto, un menù degustazione di quegli atteggiamenti che un maschio può usare per ridurre all’impotenza una femmina, negandone il valore.
Paternalismo, condiscendenza e sufficienza, arroganza, pregiudizio negativo sulle capacità e l’intelligenza delle donne in quanto tali, associazione di una rabbia e di un’aggressività pienamente motivate ad un generico e fantasioso isterismo – ossia riduzione ad uno stato biologico arbitrario… questo è.
La donna non ha cervello (ma sente fin troppo l’influsso dell’utero).
La donna deve stare zitta e ascoltare. In buona sostanza.
Ecco, questo non è materiale che mi interessi senza tuttavia averlo mai toccato con mano: così come la quasi totalità delle donne, lo vivo. In forme più e meno dirette e forti, certo, ma qui sta il guaio: che proprio l’insulto più sottile è quello più insidioso e meno gestibile, perché viene sottostimato e negato (per l’appunto, la colpa non è di chi si esprime in maniera offensiva, ma di chi se ne risente esageratamente).
Io, genere a parte, ho sempre avuto una repulsione vivissima per questo atteggiamento:  degli adulti che pensavano di saper meglio di me se era il caso che giocassi con le bambole piuttosto che, invece, fantasticare che facessero una brutta fine per poi passare ai Lego.
Dei parenti che, quando scazzo, si scandalizzano e mi giudicano riprovevole perché non sto al mio posto.
Dei pari, quando semplicemente non possono concepire che io abbia una personalità diversa dalla loro e non meno legittima, faccia scelte differenti ma ugualmente valide, e – non sia mai – me ne senta soddisfatta. Senza avvertire il bisogno di approfondire, valutare ciò che già ho abbondantemente valutato ponderato e soppesato, ripensare. Per, alla fine, fare ciò che vogliono loro.

Liebster Award 2020 a Le Cose Minime

Come ormai ben sapete, ho una passione per meme ed affini; anche se raramente seguo proprio tutte tutte le regole indicate da chi mi nomina per le mie varie idiosincrasie.
Perciò, per esempio, non riporterò il logo dell’iniziativa, perché non mi piace.
Lo potete comunque vedere nel post dedicato di Matavitatau, da cui sono stata nominata (tempo fa, ma un’altra cosa nota su di me è che sono pigra 😉 )
Per chi invece fosse ligio al dovere le regole sono queste:

  • ringraziare il blogger che ti ha nominato, fornendo anche il link al suo blog;
  • rispondere alle 11 domande ricevute
  • nominare altri 5-11 blogger
  • porre 11 domande ai blogger nominati
  • avvisare i blogger che sono stati nominati

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  • Prodotti artistici o prodotti industriali? Arte di consumo o Arte pura? Dicotomie impossibili: ti senti di prendere parte in questa diatriba o prendi quello che passa…?

Io prendo tutto, purché appunto mi piaccia e sia di qualità.
L’arte pura esiste, naturalmente, ma non è necessariamente anche migliore in quanto non compromessa.
E del resto arte e consumo non sono di per sé autoescludenti.

  • Ti senti più un tipo nordico o mediterraneo?

Un tempo avrei detto nordico: riservato, ben organizzato, rigoroso e con uno spiccato senso del dovere. Ma, a parte essere questa un’idealizzazione, la realtà è che la rigidità e l’intransigenza che fanno da contraltare ai pregi elencati non mi appartengono. E grazie a Dio.
Dunque, mediterranea. Come una salsa di pomodoro e basilico.

  • Preferisci le cose che si sentono o le cose che si vedono?

Sentire è un verbo fraintendibile, ma se è riferito al senso dell’udito, allora preferisco vedere. Se, però, include anche il tatto, le cose si complicano: il tatto è il mio secondo senso preferito (dopo il gusto).

  • Ti inondi nei social? Ti mantieni distante? Li rifiuti?

Ti immergi, immagino volessi dire.
Non li rifiuto in quanto tali, ma generalmente me ne tengo distante: è raro che un social mi dia qualcosa di significativo, un valore aggiunto apprezzabile alla navigazione nel web ed alla vita tutta.
Attualmente, non sono iscritta a nessun social (salvo LinkedIn, che ho voluto sperimentare per dare un po’ di vivacità alla farsa della ricerca di lavoro, ma ho scoperto essere altrettanto inutile e mal congegnato di tutti gli altri strumenti).

  • Hai un criterio di organizzazione del blog?

A parte le categorie (che dopo tanti anni, tanti blog e tanto penare sono riuscita – più o meno – a ridurre e razionalizzare), e le etichette, strumento più ricco e libero, direi di no.
Tutt’al più alcuni post sono raccolti in “serie tematiche” (risparmio, letture e film a tema marino, childfree, omosessualità, la mia malattia), che li rende più distinguibili, oppure hanno un titolo ed un contenuto ricorrente (la lista di libri e film del mese, il “Te Deum” ossia la lista delle cose per le quali sono grata dell’ultimo periodo…).

  • Programmi molto i tuoi post o “pubblichi” a istinto quando capita?

Mi càpita anche di scrivere un post su due piedi, se non “di getto”, e di pubblicarlo subito; ma è molto più frequente per me preparare testi con calma, spesso in svariate tappe, e pianificarli.

  • Come ti approcci alle tematiche femministe?

A livello generico, se per femminismo s’intende “tutela e valorizzazione della donna” allora mi riguarda e lo condivido, pur con tutte le sfumature e variabili da considerare. Se invece s’intende qualcosa come “emancipazione a oltranza e libertà assoluta”, anche di prevaricare gli uomini per vendetta (che essa abbia una base oggettiva o meno), dissento e contrasto.
Detto ciò, in tempi molto recenti alcuni temi specifici hanno preso ad appassionarmi: la spinta sociale alla maternità come dovere, la disparità di trattamento lavorativo tra maschi e femmine, il concetto di differenza di genere e la sua determinazione psichica piuttosto che ambientale, la medicina di genere, la misandria…

  • Rapporto con la TV: la guardi? e se sì cosa guardi?

Sì. Non poca.
Guardo un po’ di tutto, che non è una risposta paracula 😉
Serie tv, soprattutto targate Rai;
attualità politica, soprattutto su La7;
diversi reality fra quelli più divertenti e leggeri oppure di “esperimento sociale” (per esempio, in queste settimane, Matrimonio a prima vista);
programmi musicali, teatrali, di approfondimento cinematografico (soprattutto su Rai5);
documentari per lo più sulla natura (idem c.s.);
contest culinari – praticamente, ormai, un genere a sé stante – di tutti i tipi;
un pizzico di satira…

  • A livello musicale sei da oggetto (compri CD, vinili ecc.) o vivi bene anche i file?

Per natura sarei più da oggetto (cd), ma da tempo comprare cd, oltre che costoso, è diventato molto più impegnativo, quasi una missione cui tener dietro è difficile, perciò di fatto la proporzione cd:mp3 è nettamente sbilanciata in favore di questi ultimi.
Sono una collezionista disordinata, quindi ho solo alcune migliaia di file e ben poche discografie complete (e già datate), ma quando una musica ha per me un particolare valore mi resta il desiderio, di solito soltanto il desiderio, di disporne su supporto fisico.

  • Ti consideri un eterno bambino o preferisci essere adulto?

La domanda può trarre in inganno, perché “eterno bambino” è di solito un’accezione positiva per chi resta in contatto, equilibrato, con la propria parte spontanea e limpida.
E questo non è affatto in contraddizione con l’essere adulti.
Se, comunque, più semplicemente mi si chiede se preferisco l’età infantile o l’età adulta, non ho dubbi: adulta. Essere bambini è pesante e vincolante.

  • Sei ordinato o disordinato? Riesci a spiegare la tua posizione in proposito?

Ordinata, ordinatissima!
Di base è un’inclinazione psicologica, non la si sceglie, ma volendo posso certamente aggiungere che questa mia inclinazione la assecondo volentieri – non a caso sono ossessivo-compulsiva, oltre che minimalista.
Perché?
Perché l’ordine porta chiarezza, efficienza, serenità, facilità. E, di conseguenza, leggerezza.

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Nomino, senza alcun obbligo, questi loschi figuri:
  1. Piccolo Essere
  2. Coule la vie
  3. Pina Bertoli
  4. Lucius Etruscus
  5. Lucy the Wombat
  6. Ale Marcotti
  7. Lapinsù

questions

E le domande sono:
  • Cosa ti preoccupa di più in tutta la vicenda della pandemia da Covid-19?
    (Se qualcosa che ti preoccupa c’è).
  • In quale animale ti identifichi, e perché?
  • Credi che l’amicizia tra uomo e donna sia possibile, oppure che un rapporto simile non possa mai essere totalmente disinteressato?
  • quale periodo storico ti intriga di più, e perché?
  • Sei soddisfatto/a di vivere nella tua città, o potendo cambieresti?
  • Come ti è nata l’idea del blog che stai attualmente scrivendo?
  • Cosa pensi di questi meme: ti divertono o ti scocciano?

LEGGETE SUBITO!

Vi consiglio caldamente di leggere subito questo post… perché è molto probabile che sparirà nel giro di poche ore (minuti?)!

Bene.

Dovete sapere che io NON sono la solita CELIA a cui siete abituati, nossignore! Io sono uno spettro che si aggira nel web! Io sono un tipo malvagissimo e vendicativo che qualcuno di voi conosce con un nome specifico. Sì, ho tanti nomi (eccome se ne ho!) ma uno in particolare voi lo conoscete e vi farà fischiare le orecchie: infatti qui sono conosciuto come L’ARROTINO (arrota forbici, forbicine; se la vostra cucina a gas fa fumo, noi togliamo il fumo dalla vostra cucina a gas).

Adesso avete capito chi sono?! 3:-)

Bene. Vi domanderete perché sono qui, nevvero? È presto detto: sono qui per compiere la mia terribile vendetta su Celia. Infatti dovete sapere che in questi giorni lei mi ha fatto un po’ di scherzi: si è divertita un mucchio a spaventarmi. Per esempio una mattina, approfittando del buio del corridoio, appena uscito dal bagno mi ha mostrato una presina da forno e mi ha pure fatto “BUUH”! E queste cose a me non le si fa! Oh, no! A me nooo! No, no, no! A me nessuno le fa senza pagarne le salatissime conseguenze!

Ah, dimenticavo. Poi delle volte, non contenta di questa sua perfida baldanzosità, mi ha fatto pure SOTOMAYOR! E se non sapete cosa vuol dire non sarò certo io a spiegarvelo! Dico sono che per un uomo non è facile l’idea di accettare una tal cosa…

Ma torniamo a noi. Dunque io oggi sono qui per vendetta, ah, dolce vendetta! Così, dall’alto delle mie meritorie e imprescindibili conoscenze informatiche hackeristiche anonime, sono penetrato nel suo profilo per pubblicare questo post al vetriolo… 3:-)

Ora la domanda è questa… Cosa potrei mai pubblicare per meglio vendicarmi di lei?

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Per prima cosa avevo pensato a una foto dei suoi adorabili piedini particolari e piccolini, così da convogliare tutta la sordida brama dei deprecabili feticisti dei piedi del web riuniti sul suo blog… Ma certo questa sarebbe stata una vendetta talmente atroce che poi chissà come sarebbe finita. E io in fondo so essere, sì, spietato, ma anche molto magnanimo e concedo talvolta seconde possibilità, se pure uno erra…

Allora poi ho pensato di pubblicare la foto delle sue manine da bambina, che il mondo non conosce affatto. Ma in questo caso, dato la loro minutezza, qualcuno avrebbe potuto scambiarmi subito per pedofilo. E allora niente, porcadiquellamiseriaccia!

Sennò potrei pubblicare bellamente un video in cui lei se la ronfa alla grande… Sì!, sento che questa sarebbe una bella rivincita nondimeno…

…Acc! Ma che succede! Oh, no! Sento il rumore delle sue ciabattine sul pavimento! Si è alzata dal letto e si sta dirigendo spedita qua! Oh, no! E adesso che faccio?! Se mi sorprende a sabotarla me la farà pagare ancora più cara di quanto avevo previsto di fare io con lei!

NOO! AMORE NON TI ARRABBIARE! MA NO CHE NON STO FACENDO NIENTE! AHIA! NO! LE DITA NO, SENNÒ COME FACCIO POI A SCRIVERE?!… AHIA! AHIA! NO, TI PREGO LE BRACCINE NO! TI SUPPLCO! NOOOOOOOOOOOOO!…

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(In)degna sepoltura. Morire in un paese civile nel 2020.

Per le minoranze musulmane i problemi non finiscono nemmeno dopo la morte

Devono adattare i riti funebri alle nuove norme sanitarie,
difendere il divieto di cremazione del loro culto e, in Italia,
affrontare la grande scarsità di cimiteri

Fonte: Il Post, qui.

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La sezione islamica del Cimitero Vantiniano a Brescia

La gestione dei cadaveri è stata – e in alcuni posti è tuttora – un grosso problema conseguente all’epidemia di COVID-19: il trasporto di bare in veicoli militari da Bergamo ai forni crematori di altre città a marzo e il ritrovamento di alcune decine di corpi già decomposti ammassati all’interno di due furgoni a New York ad aprile sono stati solo due dei più eclatanti esempi della criticità del problema.

Per le persone musulmane che vivono in paesi a maggioranza non musulmana questo problema è ancora più difficile da gestire, per tre motivi: il rito funebre tradizionale prevede delle azioni non in linea con le misure sanitarie di precauzione, la cremazione (promossa in alcuni paesi come soluzione poco ingombrante e quindi utile per affrontare l’aumento dei morti) non è permessa, perché considerata contraria alla dignità della persona morta; la chiusura delle frontiere ha reso impossibile il trasporto delle salme nel paese d’origine dei musulmani di origini straniere. questo in Italia ha messo in evidenza un problema che esisteva già prima dell’emergenza: non ci sono abbastanza cimiteri musulmani.

La gestione sanitaria del rito funebre tradizionale
Secondo la religione musulmana il corpo di un fedele morto deve essere lavato con acqua calda, tre volte se maschio e cinque volte se femmina (questa fase è detta ghusl) e avvolto in un panno (detto kafan, parola che per estensione indica l’intera operazione dell’avvolgimento), per poi restare solitamente alcune ore in una stanza dove i parenti possono fargli visita. Poi c’è una preghiera collettiva (salāt al-janāzah) e l’inumazione nella terra (dafin), con la testa girata verso la città sacra La Mecca, in Arabia Saudita.

Riguardo alla possibilità di modificare i riti funerari in casi di emergenza come guerre o epidemie, la legge islamica specifica che la tutela della vita è uno dei cinque principi fondamentali della charia (maqāsid al-sharīʿa) e prevale su quello della dignità del morto.
In altre parole, se è necessario per tutelare i viventi, sono ammesse anche pratiche funerarie non conformi a quelle tradizionali, come l’assenza di lavaggio, l’avvolgimento nel kafan di un corpo ricoperto da un sacco protettivo o la sepoltura in tombe collettive (a condizione che uomini e donne siano separati da una barriera di polvere).

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa, importante associazione umanitaria internazionale, ha pubblicato delle istruzioni per eseguire funerali musulmani che siano rispettosi sia delle norme sanitarie che dei principi religiosi.
Le fasi del lavaggio e quelle della preghiera sono quelle che hanno subìto le maggiori modifiche, perché nello svolgimento tradizionale richiedono rispettivamente il contatto con delle persone morte (e in questo caso, spesso infette) e un assembramento di persone.
In Italia l’UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia) ha emesso un vademecum che ribadisce le regole del rito funerario precisando le eccezioni dovute all’emergenza.

Come nel caso dei funerali laici o cattolici, i musulmani morti di COVID-19 non vengono lavati, in questo periodo; al funerale possono essere presenti poche persone mantenendo la distanza di sicurezza.
questo non è un problema enorme per il rito musulmano, perché prevede che la preghiera collettiva sia valida purché fatta da un minimo di due persone.

Il dottor Said Mahdy, imam di Bologna che di professione fa il dentista (l’imam, diversamente dal prete cattolico, non ha bisogno di una formazione specifica, etimologicamente è semplicemente la persona che guida la preghiera, poi nel contesto delle città italiane una persona di riferimento della comunità musulmana locale spesso diventa l’imam della città e acquista un ruolo simile a quello dei preti cattolici, celebrando messe e funerali), ha raccontato al Post che ci sono stati quattro funerali musulmani dall’inizio della crisi a Bologna.
Lui ha trattato solo uno di questi corpi e l’ha fatto come da tradizione, senza misure sanitarie speciali, perché la persona non era morta di COVID-19. Durante le preghiere collettive c’erano fra le 6 e le 13 persone, disposte in file e con le distanze di sicurezza, indossando le mascherine. Due di queste cerimonie sono state trasmesse in diretta e sono tuttora disponibili sulla pagina Facebook del centro culturale islamico di Bologna.

La cremazione
Le tre grandi religioni monoteiste (cristianesimo, islam e ebraismo) considerano la cremazione (cioè la riduzione in ceneri del cadavere) una violazione della dignità del morto, ma il cristianesimo è più indulgente delle altre due.
Molte correnti protestanti la accettano in ogni caso, i cattolici solo a condizione che l’urna funeraria sia poi seppellita in un luogo sacro (quindi che non sia tenuta in casa né che le ceneri siano disperse).

La cremazione occupa meno spazio e costa di meno rispetto alle altre due principali tecniche di sepoltura (inumazione, cioè in una bara di legno degradabile sepolta nella terra, e tumulazione, cioè in una bara non degradabile sepolta nella terra o in un loculo), quindi negli ultimi anni il suo uso sta aumentando in molti paesi a maggioranza cristiana, grazie al rilassamento del divieto cattolico e alla diminuzione dei praticanti.
Nel Regno Unito e negli Stati Uniti più della metà delle sepolture sono cremazioni. In Italia nel 2019 erano il 30 per cento. L’aumento di mortalità degli ultimi mesi dovuto all’epidemia di COVID-19 ha accelerato la tendenza all’aumento delle cremazioni perché i corpi così occupano meno spazio, soprattutto se l’urna non viene seppellita.

Agli occhi della comunità musulmana e di quella ebraica, però, il divieto di cremazione è inderogabile, anche in caso di guerre o epidemie.
Negli ultimi mesi nel mondo ci sono stati episodi in cui l’aumento delle cremazioni dovuto alla crisi sanitaria ha messo in discussione il diritto di rifiutare la pratica per motivi religiosi.

In Sri Lanka, paese a maggioranza buddista ma dove quasi il 10 per cento della popolazione è musulmana, la preoccupazione che la sepoltura potesse contribuire alla diffusione del contagio (malgrado non esistano fonti autorevoli a favore di questa ipotesi) ha portato a cremare almeno due musulmani contro la volontà delle loro famiglie, ma potrebbero essere di più.
Un caso simile è avvenuto in Argentina per i corpi di due ebrei.

Anche il Regno Unito a marzo aveva proposto di permettere alle autorità locali di imporre la cremazione anche in opposizione al desiderio della famiglia della persona morta, per permettere di gestire l’aumento della domanda di servizi funerari, ma la proposta aveva generato proteste dalle comunità musulmane e ebree britanniche ed era stata ritirata.

In India c’è stata una situazione simile: a marzo un’ordinanza aveva decretato che tutti i morti malati di COVID-19 dovessero essere cremati (il rito funebre dell’induismo, religione maggioritaria del paese, prevede in ogni caso di bruciare il morto durante la cerimonia), ma era stata poi ritirata per tutelare le minoranze del paese, fra cui quella cristiana, dove i più conservatori si opponevano alla cremazione.

questi casi isolati inquietano molte comunità musulmane minoritarie nel mondo, che temono che il loro diritto di rifiutare la cremazione venga sospeso sulla base dell’emergenza, come sono state sospese altre libertà considerate fondamentali, per esempio quella di movimento.

Pochi cimiteri
La chiusura delle frontiere ha reso impossibile il trasporto delle salme dei musulmani di origine straniera nel paese di provenienza, pratica diffusa soprattutto fra i residenti in Francia e in Italia.
Costretti a organizzare i funerali nel paese di residenza, i musulmani devono affrontare il problema della mancanza di spazi dedicati a loro nei cimiteri italiani e francesi.

Prima della crisi dovuta all’epidemia di COVID-19, in Italia solo una cinquantina di comuni – sui quasi 8mila esistenti – avevano un cimitero musulmano, ha detto il presidente dell’UCOII Yassine Lafram al Post.

La famiglia di una persona musulmana morta in uno dei numerosi comuni sprovvisti di un cimitero apposito che vuole seppellire la persona in un altro comune deve richiedere il permesso alle giunte di entrambi i comuni (quello di residenza e quello dove si vuole seppellire il morto).
Inoltre spesso la famiglia della persona morta deve coprire i costi del funerale se decide di farlo in Italia, mentre alcune associazioni culturali se ne occupano in caso di trasporto nel paese d’origine.
È il caso della comunità marocchina di Bologna, i cui membri pagano regolarmente un piccolo contributo che crea un fondo per finanziare il trasporto e la sepoltura dei morti in Marocco. L’imam di Pisa ha raccontato al Post che anche l’ambasciata tunisina si occupa del rimpatrio delle salme, dal punto di vista sia organizzativo che economico.

Ma l’esportazione delle salme non è una soluzione efficace a lungo termine.
L’imam di Bologna ha sottolineato che per la religione musulmana bisogna organizzare il funerale nel più breve tempo possibile, perché l’attesa della sepoltura (che dura almeno una settimana se si decide di esportare la salma, perché bisogna ottenere dei permessi e comprare i biglietti aerei) va contro la dignità del morto.
Inoltre se per le prime generazioni di immigrati farsi seppellire nel paese di provenienza può essere un omaggio alle proprie radici, le generazioni successive hanno spesso più legami con l’Italia che con il paese d’origine e preferirebbero quindi essere seppellite in Italia.
Esistono inoltre circa 100mila musulmani, secondo una stima del sociologo Fabrizio Ciocca, che non hanno origini straniere e quindi, anche volendo, nessun paese alternativo all’Italia per la sepoltura.

La crisi legate all’epidemia di COVID-19, quindi, ha evidenziato un problema che esisteva da prima. Da anni l’UCOII sta trattando con le giunte comunali per cercare di ottenere la costruzione di un cimitero musulmano almeno in ogni capoluogo di provincia.
Le autorità comunali, secondo l’articolo 100 del decreto del presidente della Repubblica 295/1990, hanno facoltà – e non obbligo – di concedere uno spazio dedicato a un gruppo religioso diverso da quello cattolico che ne faccia richiesta: la giunta comunale può decidere quindi liberamente se concedere o no i cimiteri ai musulmani.

Yassine Lafram ha spiegato al Post che per “cimitero musulmano” si intende una sezione dedicata apposta alla sepoltura di fedeli musulmani, mentre alcuni comuni insistono perché i morti musulmani siano sepolti nelle sezioni acattoliche dei cimiteri, come gli atei o le persone di altre fedi religiose minoritarie.
Lafram ha precisato che essere sepolti in mezzo a persone della stessa fede per i musulmani è ancora più importante che attenersi al rito funebre tradizionale: in altre parole, la dignità di un morto sepolto in un cimitero musulmano senza lavaggio e avvolgimento nel kafan è più rispettata rispetto a quella di uno sepolto in mezzo a non musulmani pur avendo seguito il rito alla perfezione.

L’imam di Pisa ha raccontato con rammarico che da anni cerca di ottenere dalla giunta comunale una sezione di cimitero dedicata ai musulmani, come quella di Firenze, ma al momento ha a disposizione solo il terreno acattolico a nord della città.

A marzo, quando le frontiere furono chiuse e la mortalità per la COVID-19 era molto alta, Repubblica parlò del problema della scarsità di cimiteri musulmani in Italia come di «un’emergenza dentro l’emergenza».
L’UCOII pubblicò una lista dei 76 posti dove i musulmani potevano seppellire i propri morti in Italia – comprendeva una cinquantina di cimiteri preesistenti alla crisi e i restanti ottenuti in via eccezionale – e invitò le giunte comunali dei territori dove erano presenti i cimiteri a accettare i corpi provenienti da altri comuni.

Il presidente del Centro Culturale Islamico di Bergamo ha dovuto affrontare questo problema in prima persona. Ha spiegato al Post che a Bergamo esiste un cimitero islamico (in uso dal 2012) grazie a un progetto elaborato con la giunta comunale nel 1998 e alla collaborazione dell’avvocato Roberto Bruni, sindaco dal 2004 al 2009, del Partito Democratico.

Il presidente ha stimato che, prima della crisi, nel cimitero musulmano di Bergamo fossero seppelliti una media di circa 15 morti all’anno. Dall’inizio della crisi, invece, ce ne sono stati più di 50, dovuti all’aumento della mortalità, alla chiusura delle frontiere, e alla conseguente affluenza di salme anche da paesi vicini. È preoccupato perché le quattro sezioni del cimitero (tre maschili e una femminile) si stanno riempiendo in fretta. Prima della crisi una sola delle tre sezioni maschili era occupata, secondo la sua stima, per il 70 per cento. Oggi quella sezione si è riempita completamente e una seconda è piena quasi per metà. Anche la sezione femminile si è riempita molto, ma meno velocemente perché sono morte meno donne che uomini.

Ad aprile, un momento molto duro della crisi, il presidente del Centro Culturale Islamico di Bergamo fece un’eccezione all’obbligo di separazione fra uomini e donne nella sepoltura.
Una donna marocchina residente in provincia di Bergamo si ammalò di COVID-19. Suo marito ebbe un attacco di cuore e morì, poco prima di lei, secondo il presidente anche per via del dolore causato dalla malattia della moglie. La famiglia della coppia chiese il permesso al Centro Culturale Islamico di seppellire marito e moglie insieme, per alleviare il dolore della loro perdita. Il presidente inizialmente rifiutò ma, dopo aver consultato l’autorità religiosa nazionale, cambiò idea.

Se a Bergamo la situazione è stata molto critica, anche in altre città i cimiteri hanno dovuto accogliere persone provenienti da lontano: l’imam di Bologna ha raccontato al Post che a inizio aprile ha organizzato il funerale di un marocchino di fede musulmana morto di COVID-19 a Catania, dove era andato a trovare la sua famiglia. Il suo corpo non poté essere rispedito in Marocco per via della chiusura delle frontiere e, non essendoci un cimitero musulmano a Catania, fu trasportato e sepolto a Bologna.

Negli ultimi due mesi l’intensità delle richieste di sepoltura nel cimitero islamico di Bergamo è molto diminuita: il presidente ha stimato che, se da marzo a maggio riceveva una o più chiamate per un funerale quasi tutti i giorni, negli ultimi mesi ne ha ricevute più o meno una a settimana. Dice di contare sulla riapertura dei confini: Pakistan, Bangladesh e Senegal hanno già riaperto, l’imam di Pisa ha raccontato che quest’ultimo recentemente ha accettato la salma di un cittadino senegalese residente a Pontedera (non malato di COVID-19). Ma il Marocco, secondo il lavoro di Ciocca il primo paese di provenienza dei musulmani italiani, non ha ancora riaperto le frontiere.

Lafram ha raccontato che la crisi non è assolutamente finita: un paio di giorni fa ha ricevuto la telefonata di una musulmana residente in provincia di Brescia che gli ha raccontato, in lacrime, che non è riuscita a ottenere il permesso per seppellire il fratello nel cimitero islamico di Brescia e quindi è stato sepolto in un cimitero non islamico.

Un articolo del New York Times ha analizzato il caso francese, che presenta problemi simili a quelli dell’Italia: la scarsità di cimiteri, già problematica, è diventata una questione critica a causa della chiusura delle frontiere dei paesi nordafricani.
Nel 2016 nonostante il 9 per cento della popolazione francese fosse musulmana solo il 2 per cento dei cimiteri del paese presentavano una sezione dedicata a questa minoranza.
Secondo una stima della ricercatrice Valérie Cuzol, l’80 per cento dei musulmani residenti in Francia sceglie di essere seppellita nel paese d’origine, ma per molti questo non è più possibile a cause della chiusura delle frontiere algerine e marocchine (da cui proviene circa il 71 per cento dei musulmani residenti in Francia).

Corpi (non) estranei

Non si può scegliere, lo sappiamo tutti, chi compone la nostra famiglia (di origine).
Certamente però si può scegliere quella che ci facciamo noi, da adulti o comunque persone consapevoli: compagno/a, amici, gruppi di qualsivoglia tipo possiamo tutti considerarli “famiglie”sociali alle quali aderiamo senza costrizione.

Vorrei allora dire questo: che, se anche davvero io fossi meno “bigotta”, più “colta” e, in ogni caso, “diversa” da coloro che ieri sono scesi in piazza per riaffermare il proprio dissenso alla proposta di legge sull’omofobia, e che ancora scenderanno in piazza nei prossimi giorni (anche a Roma, il 16, davanti a Montecitorio) – e onestamente, conoscendo “quella gente”, so che così non è -, cionondimeno quella gente è come me ed io sono proprio come loro: perché li ho scelti come famiglia.
Al di là delle singole posizioni, sfumature e differenze; siamo fratelli non solo in quanto esseri umani ma anche perché condividiamo qualcosa che va oltre e conta più di tutte le possibili discrasie.
E questo qualcosa è più che generica fede, è più e soprattutto cosa diversa da uno stesso sistema di pensiero, che pure c’è: è la relazione con una persona, reale e presente, non riducibile ai pur necessari precetti morali e alle pur indispensabili strutture sociali (la Chiesa).
Se scendessi in piazza non sarebbe dunque per me sola, a parte dagli altri, ma con loro perché, con buona pace dell’Arrotino, io sono come loro.

Per altro, posso stare contemporaneamente con un uomo che trova bigotte (in maggioranza, con tutte le precisazioni che volete, ma comunque le trova bigotte) le persone che scenderanno in piazza contro questa legge, e sentirmi pienamente in sintonia con queste ultime (le quali, ricordiamolo, non si oppongono alla legge da cattolici, che non sono i soli a partecipare, ma da laici: non occorre né avere fede né essere schierati “a destra” per considerare un disvalore la fluidità di genere, l’omosessualità vissuta come prerogativa speciale e desiderabile, la mercificazione del corpo attraverso l’utero in affitto e l’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio eterosessuale dal punto di vista civile e sociale, molto prima che morale).
Posso farlo perché, in entrambi i casi, valuto e giudico idee e comportamenti, ma le valuto e giudico avendo davanti, di nuovo, persone reali. E se pure le idee continuo a giudicarle sbagliate, e non le giustifico, le persone se è il caso le posso ugualmente accogliere, amare, stimare.
Posso farlo perché discrimino. Discriminando – ponderando i vari elementi di una situazione, distinguendo intenzioni azioni e sentimenti, dividendo opinioni e scelte cattive da opinioni e scelte benintenzionate ma mal informate – rispetto e sono onesta con tutti. Se non lo facessi, non solo non porterei alcun rispetto, ma ucciderei l’anima di chi mi sta di fronte, ne azzererei il valore e la dignità, ridurrei la sua personalità ad una serie di voci di contabilità: attivo, passivo; utile, perdita; tenere (per mio profitto, non per giustizia), scartare.

Perciò sì: per paradossale che possa sembrare (ma il paradosso non è un errore, è una verità dalla forma insolita), la salvaguardia dei diritti e del benessere delle persone, comprese le varie minoranze come quella degli omosessuali (che pure socialmente sono addirittura più tutelati del necessario già ora) la si ottiene solo e soltanto discriminando.
Non perseguendo una falsa equivalenza tra un modo di essere ed un altro, una parificazione tra realtà, concetti e vite differenti e che come tali a differenti riconoscimenti hanno appunto diritto.
Un diritto naturale, prima che legale.

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Mi dici che nel sogno io ero dotata di poteri straordinari, tra il supereroistico ed il magico. Poteri che, in molte persone, scatenavano forti timori. E la paura ha la tendenza a mutarsi in aggressività: per difendersi, l’animale uomo spesso attacca, aggredisce.
Così, per proteggermi, passavi praticamente di rissa in rissa; ed anche se a queste risse non prendevo parte la situazione mi sfiniva: preoccupato per la mia stanchezza feroce, che non riuscissi a riprendermi, consultavi medici e andavi in cerca di una cura.
Infine qualcuno ti dava indicazione di raggiungere un certo castello, un castello a suo modo stregato alla cui guardia stava un custode. Ma siccome a causa delle risse t’eri fatto una brutta nomea, quest’ultimo non intendeva permetterti di entrare. Per non dover scegliere tra te ed una cura arrivavo allora ad un compromesso col custode intransigente: per poter entrare nel castello insieme io dovevo rinunciare ai miei poteri. Cosa che ho fatto.
Da allora, “abbiamo sempre vissuto nel castello” (cit.).

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Mettersi a nudo

Non puoi dire di conoscere una persona
finché non ti capita di dover dividere un’eredità con lei.

Johann Kaspar Lavater

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Amo le storie. Le vite degli altri, per citare un noto e bellissimo film.
Non è solo mera curiosità, che del resto se non risulta troppo pruriginosa e rispetta il proprio soggetto di interesse è cosa lecita. E’ che la vita, il mondo, le persone mi appassionano. Non sempre, ma per lo più mi piacciono, ed anche quando così non è raramente non hanno nulla che mi intrighi, e/o mi insegni qualcosa.
E’ il motivo principale per cui in anni recenti la non-fiction (che usa i mezzi della narrativa applicati alla biografia, al reportage, al saggio) è diventata tanto importante per me.

Amo anche test (attitudinali e d’altro genere), meme, questionari, confessioni-condivisioni di gruppo e qualsiasi gioco (gioco puro, formativo, o altrimenti finalizzato che sia) che implichi un entrare, se non nell’intimità, nella personalità degli altri e nondimeno – alle volte principalmente – nella propria.
Non a caso una delle mie materie preferite di sempre è la Psicologia (e affini).
Il mio gioco preferito dall’adolescenza in avanti? Obbligo o Verità, ovviamente.
Anche se io, senza appello, ho sempre scelto verità.

Ma ogni occasione è valida per esercitare una passione, e così negli ultimi mesi – specie quando sento il bisogno di un sottofondo, di compagnia, e tengo accesa a lungo la tv – molto spesso seguo Forum su Rete4.
Io da sempre schifo quasi tutto di Mediaset (questa deriva nazional-popolar-trucida è dunque da imputarsi alla pessima influenza di S. su di me), eppure il potere di attrazione di questo baraccone (recitato, come tutti sappiamo, ma pur sempre basato su casi e sentenze reali) supera confini finora mai immaginati.
Sarà che, più ancora che i politici e gli opinionisti d’ogni sorta, scatena la polemista ho dentro (infatti per un’ora e mezza non la smetto di commentare tutto).
Sarà che fornisce, involontariamente, una mappa piuttosto ricca ed aggiornata su molti aspetti della società, e permette di riflettere – anche solo mossi dal disgusto, talvolta – su questioni fondamentali. Forse persino più chiaramente di programmi seri.
Fatto sta che, secondo me, anche Forum sarebbe un valido “test” per mettersi alla prova reciprocamente (un buon stress-test per fidanzati, roba da consigliare nei corsi pre-matrimoniali, ma perché no: anche per potenziali amici. Dio solo sa se sono una che non mette veti preventivi, ma se in certi casi alcune attitudini di chi avevo di fronte fossero emerse prima, mi sarei regolata di conseguenza e risparmiata investimenti eccessivi).

In definitiva, “mettersi a nudo” per me ha più spesso che no una valenza positiva.
(Sono addirittura favorevole, fatti salvi determinati criteri, ai matrimoni combinati: che non sono privi di sentimento, ma non lo assolutizzano; e prevedendo la reciproca radiografia dei partner tendono ad essere più onesti dei nostri colpi di fulmine).
E in genere provo imbarazzo per cose assai diverse da quelle più comunemente  sentite come problematiche.
Col tempo mi sono fatta meno “sbadatamente” aperta, ma per difesa, non per natura.
Come direbbe mio padre, e proprio com’è stato per lui, sono un libro aperto.

Serie tv .4: God friended me

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Un ragazzo riceve sul suo profilo social una richiesta di amicizia da parte di Dio: parte da questa premessa la serie televisiva americana God friended me, in onda in prima visione ogni sabato alle 16.30 su Italia 1.
La serie racconta le avventure di Miles Finer, ateo ma figlio di un pastore evangelico, che grazie a questo contatto virtuale incontra persone a cui cambia (o salva) la vita.
«In God friended me c’è del buono – scrive Andrea Fagioli su Avvenire -, anche se la serie è stata bollata come melensa e banale… l’idea di unire un piano divino ai moderni mezzi di comunicazione con un Dio digitale e sempre connesso, non è male, soprattutto se sviluppata in modo garbato come in questo caso, con sullo sfondo temi importanti come l’accoglienza o il rispetto delle diversità, oltre a una riflessione, sia pure semplificata, su fede, vita e felicità».
In effetti, stando alle prime puntate, sembra che gli autori abbiano dato alla serie un approccio attuale, sensibile e poco scontato, inclusivo e senza risposte preconfezionate, lontano da certe apologie che tendenzialmente finiscono per tenere a distanza proprio le persone che vorrebbero avvicinare alla riflessione sulla fede.

Prendo in prestito dalla newsletter di Evangelici.net questa breve descrizione di una serie che avevo sentito citare ma nulla più, e che sto seguendo da due sabato.
Non so se sia possibile recuperare in streaming le prime puntate (essendo trasmessa su Mediaset, dovrebbe esserlo), ad ogni modo ve la consiglio.

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