ddd: diario del digiuno / 3

Pare che ora si possano frequentare, sempre con le solite misure di sicurezza, pure gli amici oltre a congiunti e affetti stabili.
Negli ultimi giorni mi sono decisamente persa qualche tassello dell’intricata vita sociale nazionale, perché non me n’ero accorta.
Ad ogni modo, sabato con l’ultimo iftar il Ramadan termina, e il mio programma prevede una serata dalla mia socia: preghiera, pizza e film dementi. Più la notte sul divano in compagnia della cana. Sveglia alle 4.00 (gosh) per Id al-Fitr, e poi ciao, si torna dall’isolamento in trasferta all’isolamento a casina.

La mia spinta iniziale ad alzarmi prima e fare colazione, nell’ultima settimana, è andata farsi benedire: mi sono sempre alzata verso mezzogiorno, niente colazione perché la giornata era iniziata da un pezzo e farla a quel punto mi pare una furbata.
In realtà quello di saltare la colazione è un vizio che ho da mo’, ci vorrà ancora tempo per correggerlo. A parte un vuotino allo stomaco più insistente del solito, con annessa tentazione (ah, la mano che s’allunga verso il cesto della frutta!), tutto regolare.
Sono calata ancora mezzo chilo.
Niente stanchezza, giramenti di testa o altro.
Avendo ripreso a camminare, ora viaggio a banane.
Inoltre, quando comincerò a percepire la pensione, potrò pagarmi l’integratore di q10 che avevo dovuto sospendere.

Alle 19.30, invece, esco a ritirare la mia cena: da oggi riprende l’appuntamento Caritas settimanale, con la consegna della gastronomia avanzata a fine giornata alla Conad.
E buon appetito a tutti.

18 maggio

Eccoci.
Si riapre, seppur con cautela.
La macchina riparte.
La corsa riprende.
Io mi sento già rimasta indietro.
Non voglio: fermate tutto.
Fatemi scendereeee!

(。ŏ﹏ŏ) (~_~メ) ó_ò

Ho sognato (tra un milione di altre cose) che mi trovavo nel cortile della biblioteca, ultima arrivata di una discreta fila di persone, in attesa della riapertura. Polemizzavo con una tizia che non ricordo cosa mi abbia detto; poi al momento di entrare la coda si riformava davanti all’ingresso, ed io conoscevo la posizione in cui dovevo trovarmi (nel frattempo erano arrivate altre persone), ma non riuscivo ad inserirmi. Restavo a lato, e riflettevo che per me è sempre così: non riesco a funzionare come è previsto si faccia.

Altri sogni sia di questa notte che delle precedenti sono stati positivi.
Ma qui, è evidente che sento già la pressione del mondo che va avanti
– tanto per cambiare.
Del resto, virus a parte, diverse cose si stanno muovendo nella mia vita.
E’ un momento di subbuglio.

 

Playlist .5: Ready to go

Oggi ho scritto un pezzettino della mia storia.
Perché è la mia, e non lascio che siano altri, su basi discutibili, a farla per me.

Poi sono uscita a camminare, ho inaugurato la stagione.
Digiunare mi sta asciugando e rinvigorendo: sono andata alla grande.

Al ritorno, ho controllato i liquidi dell’auto (tutti da rabboccare tranne l’olio),
poi l’ho portata a nanna in garage e le ho dato, come sempre, un bacino sul clacson.

Vi lascio l’intera colonna sonora di una giornata perfetta.

  • Ready to go – Republica

  • Higher ground – Red Hot Chili Peppers

  • Call me – Blondie

  • Libre – Alvaro Soler feat. Emma

  • Physical – Dua Lipa

  • Ragazzo di strada – I Corvi

  • Clandestino – I Ratti della Sabina

  • Viceversa – Francesco Gabbani

  • Jet lag – Joss Stone

  • Da abbinare con un mondo grigio – Dutch Nazari

  • Two princes – Spin Doctors

  • Alè alè – Giorgio Canali

  • Buongiorno Italia – Jesto

  • Homecoming – Kanye West feat. Chris Martin

  • Stelle marine – Le luci della centrale elettrica

  • Dov’è – Le Vibrazioni

  • Rapide – Mahmood

  • Rise – Katy Perry

  • Eden – Rancore feat. Dardust

  • Things I’ve seen – Spooks

  • Mori Araj Sun – Atif Aslam, Faiz Ahmed Faiz

  • Siente – The Cat Empire

libri (maggio 2020) – pt. I

farfa su libro

Limonov – Emmanuel Carrére [kindle]

Due cose:

Carrére scrive la sua non-fiction sulla sabbia.
Come qualcuno – non ricordo ora chi – ha ben precisato, sceglie il suo soggetto e poi, anziché distaccarsene pur restando appassionato e farne una descrizione se non obbiettiva, almeno “terza” con tutti i mezzi documentali e critici possibili, ne trae un discorso fantasioso, personale ma più apologetico che ragionato, romanzato.
Una non-fiction che dia l’impressione d’essere un romanzo, capite bene, svolge male tanto il proprio lavoro di osservazione analitica quanto quello che del romanzo è proprio, di coinvolgimento sintetico nella vicenda.
Non andando da nessuna parte.
Carrére è fumo senza arrosto.

Limonov (per quanto ci appare attraverso gli occhi di Carrére, che lascia spesso intendere d’aver attinto a fonti dirette ma non le sostanzia mai), è un presuntuosetto invidioso, una mezza tacca che aspira non a cose grandi, ma a cose brillanti, di quella brillantezza che ha la bigiotteria per le gazze.
Lo stesso che ha sempre relativizzato la crudeltà del sistema-gulag, perché – a detta dell’autore stesso – ha sempre avuto il culo al caldo grazie al padre cekista che pure disprezzava poiché mediocre funzionario, di ritorno in patria dai folleggiamenti americani ha fondato un partito il quale, di nuovo, non serve ad altro che ad appropriarsi dei luccichii di una “posizione scomoda” spacciandosi per ribelle e martire.
Limonov è uno sfigato.

Storie di fantasmi per il dopocena – Jerome K. Jerome [kindle]

Breve e lieve parodia della tradizione di raccontar storie di fantasmi la vigilia di Natale.
Una sciocchezzuola ironica che descrive i suoi bersagli con tratti demenziali.
Niente più che un divertissement.

Magia nera – Loredana Lipperini [kindle]

Molto intrigante. Una raccolta di racconti al femminile; magici sono le protagoniste, gli eventi che loro càpitano, le atmosfere. Nulla di “infiorettato” tuttavia, né dalla Lipperini / Manni ce l’attendevamo: riscatto, sopruso, vendetta, solidarietà, invidia; piuttosto.
Meno dark di quanto immaginassi, ma ugualmente impietoso.

Lettere dal carcere 1926-37 (La nuova diagonale) – Antonio Gramsci

[kindle]

Personaggino impegnativo, Gramsci. ‘Mazza che rompicoglioni: probabilmente la sua puntigliosità e la sua aria da maestrino mi hanno lievemente irritato perché sono anche mie. E’ pur vero che molta parte in questo atteggiamento – incredibilmente coerente fino alla fine – l’ha il carcere e, di più, in quanto va ad aggravare un’evidente e pesante incomunicabilità tra lui ed i parenti.
In una delle tante vie Gramsci d’Italia ci ho vissuto l’intera infanzia. Non potevo prolungare oltre la mia ignoranza. E manco a farlo apposta somiglia a mio cugino da giovane, ma questo è secondario… il “gobbetto” mi lascia, più che idee, un nucleo di abitudine carceraria deleteria – per quanto strenuamente combattuta – e il dolore di relazioni deformate. Non è poco.
E poi, nondimeno, una camionata di tenerezza. Sua l’espressione “ti abbraccio teneramente”, usata soprattutto con la cognata Tatiana; che ho tutta l’intenzione di adoperare e far mia.

Restando in tema, segnalo un bel documentario andato in onda mercoledì sera sul Nove: “Tutto il mondo fuori“, sul Due Palazzi. Lo potete trovare in streaming qui.
Nell’intervista si cita anche il film del 2012 dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, che ho visto e vi consiglio.

La mia seconda vita tra zucchero e cannella – Verena Lugert [kindle]

Da giornalista in via esclusiva a reporter gastronomica – e, principalmente, cuoca professionista. L’occasione l’ha presa al volo, ma non è stato per caso: cucinare per lavoro era una sua fissazione da prima di fare domanda alla Cordon Bleu londinese, per poi cominciare come commis in uno dei ristoranti di Gordon Ramsay.
Il resoconto della vita di brigata è lucido eppure frizzante, sgrezzato quanto basta per divertire ed appassionare anche un lettore che quel genere di vessazioni e devastazioni esistenziali le deplora profondamente.
L’editrice Astoria pubblica svariate “storie di vita”, per chi ama il genere (come me).

Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio – Amara Lakhous

[kindle]

E’ un racconto divenuto famoso attraverso un premio, riuscito sì, ma trovo non meritasse tanta fama. Comoda, ma di buon effetto, la scelta di suddividere i retroscena attorno all’ascensore del titolo – e al cadavere che un giorno vi viene rinvenuto – illuminando di volta in volta un diverso personaggio-inquilino del palazzo, distribuendo equamente capitoletti e punti di vista narrativi.

I libri non commentati:
Gramsci – Angelo d’Orsi [in corso]
Creepypasta – AA.VV.; True Halloween – AA.VV.

Aicha, ecoutez moi…

Rebloggo un articolo che, fra i tanti pubblicati in proposito e che mi son piaciuti,
mi sembra sviluppi il concetto più interessante e meno toccato.
Altri ne trovate in fondo, ma io vi giro questo.

Silvia Romano è tornata,
la cultura di voler tenere le donne a casa non se n’è mai andata

Le ragazze adulte rapite e poi liberate in questi anni non ci piacciono, ci insospettiscono, forse mettono in difficoltà una cultura corrente dove il rischio non è più contemplato. La prima reazione è sempre la stessa: chi te l’ha fatto fare?

silvia-romano

Sì, abbiamo pagato. Sì, lei si è convertita all’Islam.
Il ritorno in Italia di Silvia Romano è accompagnato dalle consuete polemiche sul riscatto ma soprattutto dallo choc culturale di vedere la ragazza scendere dalla scaletta dell’aereo con un goffo tabarro e una gonna lunga fino ai piedi: insomma, vestita da perfetta musulmana.

quanto ci sia di autentico e quanto di circostanziale nella sua scelta religiosa lo capiremo in futuro. quasi due anni in balia del peggior radicalismo islamico dovrebbero invitare alla cautela nel giudizio e nel commento.
Ma al popolo del web non sono piaciute anche altre cose. Il sorriso di Silvia, ad esempio («Non sembra una che se l’è passata male»). E poi le dichiarazioni generose sul trattamento che ha subito («Se l’hanno trattata bene, se non ha da lamentarsi, poteva restarci»).

Non è una novità. Le ragazze e signore italiane vittime di sequestro all’estero sono sempre state oggetto di uno specifico e occhiuto esame estetico-morale durante e dopo le loro drammatiche avventure: non ce n’è una che sia stata promossa.
Simona Parri e Simona Torretta, per tutti “le due Simone”, rapite nel 2004 a Baghdad nella sede della Ong per cui lavoravano, rientrarono a Fiumicino dopo cinque mesi e mezzo nelle mani dei guerriglieri di El Zawahri.
Erano vestite con lunghi caftani colorati, anche loro ridevano abbracciando i loro cari e le autorità. Ai giornalisti dichiararono l’intenzione di tornare a lavorare per la cooperazione. Apriti cielo. “Oche giulive”, titolò Il Giornale, dando voce a un sentimento collettivo di riprovazione e sdegno: l’idea generale era che due donne, dopo una pessima avventura di quel genere, dovessero rientrare a occhi bassi, modestamente vestite, contrite e pronte a giurare di non farlo mai più (in realtà entrambe hanno continuato a lavorare a progetti umanitari in Libano e Sudamerica).

Peggio andò a Greta e Vanessa (i cognomi erano Ramelli e Marzullo, ma non venivano quasi mai citati). Loro, dopo sei mesi in mano alle milizie siriane e un drammatico video in cui supplicavano l’Italia di aiutarle, tornarono palesemente sotto choc, infagottate nelle giacche a vento, col cappuccio tirato sulla testa.
E tuttavia si discusse moltissimo delle loro foto precedenti, quelle pubblicate su Fb ad Aleppo prima del sequestro che le mostravano allegre, con abiti un po’ hippy e fasce colorate tra i capelli: macchè volontariato, si disse l’italiano medio, questo è un happy hour, una festa, un’avventura scombinata.
Il sospetto fu che fossero d’accordo con i rapitori, per finanziare la loro causa attraverso il riscatto. Un sito di fake news rivelò: sono tutte e due incinte. Incauti parlamentari del centrodestra ritwittarono la notizia. Altre fonti le dichiararono ripetutamente abusate: quando loro smentirono, sostenendo di essere state trattate con umanità, scatto il solito coro: «Se stavate così bene, potevate rimanerci».

Adesso la vicenda di Silvia allunga la casistica delle rapite inadeguate al ruolo che il comune sentire vorrebbe assegnargli, qualunque esso sia: Marie Maddalene pentite, testimonial della lotta al terrorismo o all’Islam, Sante Marie Goretti del sacrificio estremo.

Non c’è niente da fare: l’uomo che si impegna in un’impresa pericolosa – che si arruoli nella Legione Straniera o coi curdi del Rojava – è un eroe; la donna che aderisce a una causa morale di qualunque tipo è una sventata, una scema, una poveretta inconsapevole e manipolata anche se, come le due Simone, ha trent’anni, è un’adulta e ha fatto una scelta di vita.

questo tipo di ragazze non ci piacciono, ci insospettiscono, forse mettono in difficoltà una cultura corrente dove il rischio non è più contemplato. Siamo il Paese di Anita Garibaldi, che cavalca e spara in mezzo a tre o quattro rivoluzioni, ma se vivesse oggi le diremmo: chi te l’ha fatto fare? Potevi restartene a casa, come tutte.


Altri pensieri:

> Apostasia – Leonardo Lugaresi & Scelte – Berlicche
> Aicha – iDane37
> Per i suoi membri uno stato serio versa sangue, non soldi – Giovanni Marcotullio
> Bentornata Silvia Romano, ma con quali traumi psicologici? – Patrizia Cordone

ddd: diario del digiuno / 2

Ho intitolato questa rubrichetta “diario del digiuno” perché chiaramente quello è il nucleo di tutta la faccenda – ed anche per una ragione personale -, ma il Ramadan, come qualsiasi digiuno di matrice religiosa, non è soltanto questo.

E’ innanzitutto un’educazione all’assenza.
Non per creare un’abitudine nuova e malsana, ma per insegnare la differenza tra avere e non avere – la gratitudine, la consapevolezza che nulla dipende da noi soli, tutto ci è stato dato.
Si tratta di tornare ad avere sete di qualcosa, e qualcuno, in un mondo che pretende di non farci mancare nulla ma fallisce già nei fondamentali.

digiuno

E rallentare.
Ascoltare il corpo disimpegnato dal cibo, garantendogli molti più liquidi del solito, quando corriamo tra un impegno e l’altro e ce ne scordiamo.
Reimparare a respirare.
Il resto – per esempio, ormai accendo la tv solo alla sera, e non sempre, e sto davvero scrivendo meno freneticamente sul blog – è conseguente. Non serve perseguirlo, viene da sé.

Ma, di nuovo, mai perdere di vista che il digiuno non è fatto per avvizzirci, per la morte; è fatto per riappropriarci della vita.
[…] mi sono ricordato di quella volta in cui, assalito dalla nostalgia del cuscus, sono andato in ristorante arabo e dopo qualche cucchiaio ho vomitato tutto. Solo dopo mi è venuto in mente che il cuscus è come il latte della madre, e ha un odore particolare che si può sentire solo accompagnato da baci e abbracci.
[…] E’ triste fare Ramadan lontano […]! A cosa serve rinunciare a mangiare e a bere, per poi mangiare solo? Dov’è la voce del muezzin? Dov’è il buraq? Dove il cuscus che preparava mamma con le sue mani?
– Amara Lakhous

Voci nella notte

Titolino suggestivo per acchiappare uccelletti.
Come quelli che ho appunto ascoltato cinguettare, nella loro esotica lingua, poche notti fa. Mi correggo: pochi giorni fa. Infatti non sono rimasta sveglia come a volte mi capita, magari leggendo; al contrario ho dormito della grossa – e per tutto il tempo, più di cinque ore, ho lasciato in funzione il registratore vocale del cellulare.

Ricordate i due film visti di recente – White noise I & II – a tema EVP, electronic voice phenomenon, ossia quelle registrazioni audio fatte da chi è convinto che possano raccogliere messaggi dai morti?
Avevo detto di avere intenzione di provare (non perché mi aspettassi comunicazioni dall’aldilà, ma perché speravo di registrare me stessa mentre parlo nel sonno. Non so se è una cosa che mi capita davvero di fare, e quanto spesso, però per esempio mia mamma ne tirava fuori di cotte e di crude, ed io mi divertivo un sacco 😁 )
Ad ogni modo, purtroppo, niente commenti vocali ai miei sogni. Nemmeno una parolina, almeno non questa volta.
Fruscii di lenzuola, russamenti signorili (pensavo peggio), colpi di tosse un paio di volte.
Unica manifestazione spiritica, una breve serie di passi leggeri e distanti – al minuto 37.50 -: non ho ben capito a cosa potrei attribuirli, difficile che il registratore riesca a raccogliere i suoni dell’appartamento di sotto, magari erano colpi di qualche altro genere.

La cosa sorprendente, e bellissima, è stata un’altra che non avevo considerato, pensando non l’avrei potuta sentire: il mio stesso respiro.
Un’esperienza incredibile. Emozionante. Forse, penso, perché ascoltavo consapevolmente una Celia inconsapevole, addormentata, con le difese deposte a fianco: abbandonatasi all’esistere.
Meraviglioso.