Childfree .4: I motivi per NON avere figli

Non tutte le donne sono adatte ad essere madri. E non tutte imparano ad esserlo strada facendo, sviluppando delle abilità che già erano presenti in loro in nuce. A prescindere dall’istinto materno, dunque dalla biologia, perché se è vero che non tutto ciò che le persone desiderano è cosa buona o adatta a loro, questo vale anche per la maternità. Che è una cosa intimamente buona, ma non è per tutti.
Per fare dei figli bisogna avere dei buoni motivi. Non una situazione (familiare, economica, sociale) perfetta, ma, comunque, un buon genitore non può mancare a mio avviso di intenzionalità e progettualità. Non può bastare essere aperti a questa possibilità e disposti ad assecondare il destino, lasciandolo libero di esprimersi (che pure è una disposizione molto bella).
In un caso e nell’altro, bisogna avere senso di responsabilità.
Fare il punto su ciò che essere genitori, o rifiutare di / rinunciare ad esserlo, comporta (in linea di massima e con un certo slancio immaginativo, anche feroce); per potervi aderire consapevolmente.

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In un caso e nell’altro, chi decide presto in merito cambia idea di rado, è più serena e convinta della propria scelta. Ma non si tratta, naturalmente, di mettersi a tavolino elencando pro e contro, tirando poi le somme. Parlo esclusivamente di una decisione, per essere madre o al contrario per non esserlo, presente in alcune donne “da sempre” (fin da ragazze, o da bambine), che anticipa ogni riflessione a convalida.
Non è una prerogativa di tutte, ma rappresenta senz’altro un bel vantaggio.
Ma c’è anche chi decide in età più avanzata, perché fino ad allora non era ancora convinta di volerlo davvero o a causa delle circostanze (lasciatemi annotare, en passant, che anche se il corpo è in grado di procreare, ad una certa età, senza voler fissare arbitrari e dittatoriali limiti di legge, si dovrebbe evitare di fare figli per “realizzare se stesse”. Pensare ad un/a ragazzo/a che alle soglie della maturità si ritrova genitori anziani mi dà la nausea e l’incazzo. E se questo vi fa venire in mente certi italiani famosi, non è un caso).
C’è chi decide (non troppo) tardi, insomma, e va benissimo così, anche perché non sono poche coloro che nell’incertezza hanno detto un sì frettoloso per il timore che il proprio orologio biologico battesse il tempo, e poi se ne sono pentite. Sì, pentite: se pensate che sia terribile, sappiate che lo penso anch’io. Non perché le donne che si pentono d’essere divenute madri siano cattive, ma perché una vita ha preso il corso sbagliato. I figli sono sempre un dono, anche quando non erano la vera vocazione di una donna – ma possiamo almeno dire che è più auspicabile regalare ad una cuoca provetta degli accessori da cucina, anziché una chiave inglese? Diciamolo.

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L’autodeterminazione è per me molto importante,
ora ce l’ho e vorrei conservarla.
Stefanie, 39 anni, Monaco di Baviera

Non sai quanto concordo, Stephanie. Ho già fatto la madre, nella mia vita, la “madre di mia madre”. Ho avuto altre responsabilità indirette ma gravose. Sono poi stata, pur se per breve tempo, amministratrice di sostegno per una zia, e stavo per assumere lo stesso incarico per un’altra. Adesso voglio essere libera.
Ho avuto, dopo tante fatiche, la fortuna non di vivere in panciolle ma comunque di svuotare il mio zaino di tanti sassi che lo appesantivano. Ho insomma compiuto il percorso inverso rispetto alla norma di chi non incontra intoppi grossi: infanzia tutelata, maturità sostanzialmente libera di svilupparsi, infine mezza età responsabile dei genitori ormai anziani, e dei figli.
Posso dedicarmi a

disegnare la mia esistenza


Ma venendo al punto indicato dal titolo (spero nel frattempo di non avervi ammorbato troppo), i vantaggi di maggior peso che i numerosi elenchi sparsi per l’internet enumerano sono condensabili così:

  • libertà e flessibilità nelle scelte di vita, quotidiane e non (orari, viaggi…)
  • maggior tempo libero, impiegabile senza vincoli
  • sonno decente per durata e qualità
  • carriera, per chi la persegue / indipendenza economica
  • assenza di un costo importante, prolungato e non interrompibile
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Illustrazione di Stephan Schmitz

I miei motivi personali invece sono più in campo di dettaglio.
Posto che, di base, mi manca l’afflato materno e non faccio che riconfermare con queste considerazioni un’inclinazione emersa precocemente, non voglio figli:

  • per interrompere uno schema intergenerazionale vizioso (temo di riprodurre caratteristiche negative dei componenti del ramo materno della mia famiglia di origine);
  • perché dubito della mia capacità di educare. Non è insicurezza, è che proprio non ritengo di saperlo fare in modo continuativo e non superficiale.
    Mi annoia a morte insegnare qualcosa a qualcuno. E ai bambini c’è sempre qualcosa da spiegare. Fanno centomila domande a cui devi rispondere. E questo dover rispondere lo trovo noioso. – Barbara, 41 anni, Monaco
  • per non trasmettere la malattia;
  • perché se pure volessi non ho (più, ancora) una famiglia entro cui allevarli;
  • perché ho assoluto bisogno di pace, silenzio, tranquillità, ordine e soprattutto tanta, tanta, tanta leggerezza;
  • perché, per l’appunto, non ne sopporterei il carico;
  • perché voglio mantenere, anche in coppia, una mia casa e quotidianità autonome.

Che bello. Che sollievo non averne avuti e guardare felicemente al futuro.

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Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica
> Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Una strada piena di buche

Di strada da fare ce n’è.
Ancora fatichiamo a commemorare le foibe, non riesco nemmeno ad immaginare un cordoglio collettivo sincero per Primavalle, o Ramelli, o altri ancora.
Cose di cui si parla la sera tardi, di nascosto.

E’ un inizio, ma nulla più di questo.
E sbaglierò, ma la partecipazione la percepisco ancora meramente formale, non di cuore.

Childfree .3: Cosa NON dire a una donna senza figli

Anche a questo giro prendo spunto da uno dei primi articoli che mi sono comparsi come risultati della mia ricerchina estemporanea su Google.
E per farlo comincio da un principio, che sta a monte di tutto il -fottuto- discorso, e che riporto così com’è enunciato, perché lo sottoscrivo senza note a margine (grammatica a parte):


Se una coppia non vuole avere figli
è una decisione molto personale
che non dovrebbe necessariamente prevedere una spiegazione

Noi siamo fermamente convinte che
le donne non dovrebbero giustificare le loro decisioni riproduttive a nessuno,
e che tutti gli altri dovrebbero semplicemente
smettere di commentare in modo indesiderato questa scelta di vita.


Ciò precisato, e beninteso che qui – su questo blog, in questi post, in questo momento – delle scelte riproduttive ne possiamo discutere eccome e lo faremo, ma perché siamo noi a volerlo fare – su questo blog, in questi post, in questo momento -; ecco, veniamo ad un non esaustivo elenco di quelle che sono le più frequenti “osservazioni” mosse alle donne che dichiarano di non volere, anzi di non desiderare neppure, dei figli.
Sempre in un contesto normale (magari chiacchierando del più e del meno) e nel modo più semplice (cioè non perché si sta dando battaglia per qualche motivo, ma di solito perché si risponde ad una domanda esplicita, talvolta inopportuna e/o mal posta, e dunque per dire qualcosa di sé).

  • Che brutta decisione
  • Ora che ho dei figli la mia vita ha un senso
  • Pensi di essere stanca? Tu non sai che cosa significhi essere stanca, se non hai figli
  • Sei egoista
  • Cambierai idea quando incontrerai l’uomo giusto
  • Che stai aspettando?
  • Tua/mia madre ha avuto te/me e poi altri (numero imprecisato) figli entro i 25
  • Stai perdendo una delle esperienze più belle che possa darti la vita
  • L’orologio biologico fa tic tac, non te ne sei accorta?
  • È una cosa da mamme, non puoi capire!
  • Cosa c’è di sbagliato in te?
  • Una casa così grande solo per voi due? È uno spreco di spazio
  • Ma saresti una mamma fantastica!
  • Basta trovare un donatore e avere dei figli. Io sarò la babysitter
  • Tu pensi di non volere figli, ma una volta avuti cambierai idea
  • Faresti meglio a sbrigarti e a dare a tuo marito un bambino prima che trovi qualcun’altra che lo faccia
  • Non sei preoccupata del fatto che non ci sarà nessuno a prendersi cura di te quando sarai vecchia?

La maggior parte di queste “osservazioni” non richieste mi pare sottenda un modo di approcciarsi alle cose purtroppo non raro, e che investe in certe persone un po’ tutto il paniere di possibili argomenti di conversazione. Ossia:

Credi di sapere cosa vuoi,
ma lascia che te lo spieghi una che ne sa di più.

Naturalmente, l’unica risposta adeguata ad un simile atteggiamento non può che essere un sonoro e cristallino

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ma dal momento che i grillini c’hanno tolto pure il copyright di questa gioia, una valida alternativa senza tempo resta la combo sguardo di ghiaccio / silenzio tombale:

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Un altro punto dell’articolo che mi ha fatto pensare, perché (in un certo senso) troverei più logico il contrario, è questo:

E’ curioso ma generalmente le coppie che hanno figli tendono ad essere piuttosto indiscrete nei confronti di chi non ne ha, ponendo domande che possono mettere fortemente in imbarazzo o, ancora peggio, far soffrire. Per evitare di incorrere in qualche pesante gaffe, ecco 10 cose che non dovreste mai dire a chi non ha figli!

[I commenti in corsivo sono i miei, quelli senza formattazione dell’articolo originale].

  1. quando cominciate a provarci? – E’ meglio evitare questo tipo di domande, non si sa mai dove si rischia di finire. Potrebbero aver già cominciato a provarci senza successo o potrebbero aver deciso di non averne, in ogni caso non sono fatti vostri.
  2. capirete quando sarete genitori anche voi – La maternità può renderci più attente ad alcuni aspetti della vita, ma le donne senza figli non arrivano da un universo parallelo e possono benissimo capire tutto ciò che viene loro spiegato.
  3. se ti rilassi di sicuro resterai incinta – Purtroppo non è così. Se ci sono delle condizioni mediche che lo impediscono rilassarsi non servirà assolutamente a nulla se non a vivere meglio la situazione.
  4. deve essere bello avere tanto tempo liberoE’ un po’ come quando sei disoccupato da anni, ti arrabatti dietro alle scartoffie e la tua vita è limitata dalla malattia, ma non hai alcun risarcimento – così, tanto per fare un esempio a caso. Certo, hai un mucchio di tempo libero. Proprio invidiabile!
  5. non vi ho invitati perché ci sarebbero stati tanti bambini – E quindi? Il fatto che non abbia figli miei significa in automatico che sono un’odiatrice di bambini?
  6. avete provato proprio tutto? – Definire questo “tutto” è già difficile, oltre a rappresentare un campo minato di intromissioni e considerazioni indebite. Dare una risposta comporterebbe, in aggiunta, dover spiegare antefatti, convinzioni, preoccupazioni, prospettive: troppe cose e troppo delicate per confezionarle in una battuta che non crei problemi.
  7. a lui sta bene che tu non voglia figli? – E’ una domanda indiscreta, soprattutto perchè presuppone che sia sempre la donna a distruggere il desiderio di paternità del marito e che non possa essere una scelta congiunta. Posta davanti al lui in questione è il peggio del peggio.
    Aggiungo che, personalmente, trovo assurdo discutere di “figli sì / figli no, come li educhiamo”, ecc. dopo aver consolidato una relazione e non all’inizio. Non dico che al primo appuntamento uno debba mettere tutte le carte in tavola e scartare subito, freddamente, chi non collima con i propri progetti. Ma avere o non avere figli non è un dettaglio: se le rispettive posizioni sono in divenire, se il partner è possibilista, è un conto; se invece anche solo uno dei due ha una posizione precisa e irremovibile è bene, se non altro, chiarire presto che l’altro si dovrà adattare. O non durerà.
  8. il tuo cane è come se fosse un figlio – No, non è per niente uguale e dirlo è abbastanza azzardato…  sono fra coloro che non reputano necessariamente assurdo considerare il proprio animale come uno di famiglia, o addirittura “un figlio”. Anzi. Ma questo vuol dire che l’animale è importante, non che un cane compensa in modo adeguato l’assenza di un figlio – sempre che lo si voglia. Amore grandissimo per entrambi, ma son cose decisamente diverse.
  9. vedrai che cambierai idea sui bambini – Suona come un insulto, vi pare? Su una questione così delicata onguno ha il diritto di tenersi l’opinione che ha.
    Suona come un insulto, sì; nel senso che evidentemente non vengo considerata abbastanza affidabile, razionale e lucida, e di sufficiente esperienza, per sapere davvero cosa desidero e avere per questo desiderio motivazioni solide. E’ una delle cose che mi fanno più imbestialire al mondo.
  10. visto che non hai figli allora puoi permetterti tante coseO magari no. Magari tra i motivi per cui ho scelto di non averne c’è anche questo: che ho difficoltà economiche già così, e crescere un bambino / ragazzo finché non acquisisce l’autosufficienza mi, anzi ci, porterebbe dritti al tracollo.
    Non avere figli significa soltanto avere a disposizione più soldi di quanti ne avrei se invece dei figli li avessi. Non significa che tutti i genitori sono poveri e tutti i non genitori sono ricchi. Non ci vuole una laurea in economia per capirlo.

Nelle puntate precedenti:
> Childfree .1: Sul non volere figli
> Childfree .2: Una questione terminologica

film / serie tv (gennaio 2020)

[∞ Serie Tv]

What we do in the shadows

Controllo i programmi della (seconda) serata, vedo che comincia una nuova serie a soggetto vampiresco che non sembra nemmeno essere troppo leccata e pretenziosa (forse quest’idea me la dà il fatto che è incentrata su un nucleo “familiare” e non sui destini dell’universo mondo), così decido di assaggiarla.
Non ho particolari aspettative, solo una moderata curiosità, ma ne vengo conquistata subito: scopro che è una commedia, una commedia divertente, che prende in giro la seriosità con cui noi umani fissati coi non-morti ci accostiamo al tema; e per giunta è composta da episodi molto brevi – li trovate qui su RaiPlay, e vi consiglio di precipitarvi prima che li levino. Ma li stanno trasmettendo anche su Fox.
Per dire, nella prima puntata un paio di giocatori di ruolo dal vivo vengono invitati a casa dei vampiri dal loro famiglio, allo scopo di essere succhiati a loro insaputa (un po’ come con JustEat, ma col fattorino privato).
Nella seconda, il gruppo si presenta al consiglio comunale di Staten Island per ben due volte per promuovere la mozione “arrendetevi al nostro potere e consegnatevi al dominio vampirico”.
A mezzanotte passata ero piegata sul divano a grugnire come un maiale, che è ciò che mi succede quando rido forte forte.

(Ancora) Supernatural XIII

Ollà, e finalmente Lucifero s’è tolto dai coglioni! Peccato che adesso c’è in giro l’arcangelo Michele in versione cattiva, ma “vestito” col corpo di Dean, che vuole distruggere everything (lo sapevamo fin dai titoli che andava a finire così: perché il mondo può anche essere annichilito, e senza che Chuck-Dio muova un fottuto dito, ma se Sammy è in pericolo stai sicuro che Dean abbandona tutti al loro misero destino e corre a salvarlo, anche se non serve perché lui sta lì a giocare alla morra cinese con Jack, figlio di Lucifero, per stabilire chi ha più diritto di sacrificarsi per l’altro).
Se non ci avete capito nulla, tranquilli, è perfettamente (super)naturale.
Però, vi state perdendo qualcosa di hey-hey!

Sto anche dando un’occhiata, ma già annoiata, a Babylon Berlin, e rivedendo su La7 ogni giorno Perception –  di sole tre stagioni, ma che mi piaceva.


[∞ Film]

Ore 15:17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Bello. La scelta di far recitare i tre ragazzi stessi, protagonisti dello sventato attacco terroristico sulla linea Amsterdam > Parigi del 2015, ha pagato. Ne esce un ritratto pulito, elogiativo ma non appesantito da retorica – avrei giusto evitato di concludere la storia con premiazioni e discorsi, magari aggiungendo una scena o due al termine, e di aggiungere il filmato della parata nella città d’origine. Non hanno nulla che non vada in sé, ma finiscono per ingessare l’insieme.
L’intervento sul treno è marginale, in termini di minutaggio, rispetto alla narrazione della vita e dell’amicizia fra Alek, Spencer ed Anthony, ma questo non guasta poiché il focus è palesemente proprio sul rapporto creatosi fra i tre, senza il quale l’intenzione di fare qualcosa e l’esito dell’azione stessa non sarebbe, secondo me, mai stato lo stesso.

Land of mine – Martin Zandvliet

E’ la storia di un gruppo di soldati-ragazzini tedeschi, che al termine della seconda guerra mondiale, trovandosi in Danimarca, vengono costretti dall’esercito locale a sminare chilometri di spiagge sulle quali i loro compatrioti hanno disseminato – appunto – gli ordigni esplosivi.
Da non perdere (io l’ho visto su Rai4, quindi forse su RaiPlay è disponibile). La durezza di un paese incancrenito contro la Germania, che non fa distinguo nel suo odio, e la tenerezza, la preoccupazione verso quelli che in fin dei conti sono propri simili, esseri umani, per di più meri strumenti sacrificabili di guerra, si dividono lo schermo e le scene con fluidità e chiarezza perfette. Non c’è analisi psicologica spinta, ma piuttosto l’esposizione nuda dell’animo.

Batman – Tim Burton

Finalmente ho il quadro completo dei Joker cinematografici “moderni”. Semplicemente, Nicholson è un grande. Detta questa ovvia cosa, tuttavia, scopro di ammirarlo per l’eleganza ma di preferire, nel complesso, il clown di Ledger.
A proposito del film, ho visto questo primo capitolo burtoniano solo successivamente al secondo, ma non ha rappresentato un problema: anche in questo caso, me lo sono goduto ma sorprendentemente ho trovato ancora più ben fatto proprio quello con Pinguino e Catwoman.

L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Ho còlto l’occasione del passaggio su Rete4 e me lo sono visto, finalmente: il libro l’ho letto ormai anni fa e nemmeno ricordavo del tutto la trama, ma l’accoppiata Nesbo / Fassbender era imperdibile. E devo dire che mi ha convinta, ce l’ho visto proprio bene nel ruolo – anche se io, per qualche meccanismo strano, tendo a identificare abbastanza spesso i protagonisti di certi libri gialli con la fisionomia dei loro creatori: per me, Harry Bosch ha la faccia di Michael Connelly (ed ecco perché non sono mai riuscita a fare pace con quel pur bell’uomo che lo interpreta nella serie tv omonima), mentre Harry Hole ha la faccia di Nesbo, appunto, il quale per altro gli ha attribuito alcuni suoi tratti, in primis l’amore per il punk-rock. La Gainsbourg, invece, non mi torna per niente nel ruolo di Rakel, che per me è la sintesi dell’eleganza appena appena algida (quanto basta per evitare approcci inopinati) ma luminosa. La Rakel del film è sempre “troppo”: troppo piccolo-borghese, troppo banale anche nelle espressioni di forza.
Tutto questo pistolotto è realmente comprensibile solo a chi conosca, per aver letto più di un singolo libro fosse pure quello da cui Alfredson ha tratto il film, quell’ubriacone di Harry Hole. Ma, in fondo, non è un male: perché di fatto anche il film può essere agevolmente seguito solo da chi conosca i romanzi a lui dedicati: trame, personaggi, abitudini e riferimenti… va preso così (astenersi principianti), ma così com’è, appunto, funziona bene. Temevo un pasticcio caricaturale, invece è un buon prodotto, che ricrea le atmosfere originarie.

(I love you Phillip Morris) – John Ficarra & Glenn Requa

Ne ho scritto in questo post. Merita.

Una doppia verità – Courtney Hunt

Un filmetto nella media, con alla base un’idea buona ma non eccellente né nuovissima.
Da un prodotto che mi era stato magnificato tanto, mi aspettavo decisamente di più.
Buona soprattutto la prova della Zellwegger.

Reinas, Il matrimonio che mancava – Manuel Gomez Pereira

Ho realizzato solo guardando la custodia e l’immagine di copertina che il titolo si legge “reìnas”, ossia “regine”. Dettagli, epifanie.
La cerimonia per i primi matrimoni gay in Spagna ed i relativi festeggiamenti sono il filo conduttore della pellicola, che li prende un po’ come pretesto per raccontare, molto ispanicamente, delle vie traverse (che a volte vanno di traverso, ma poi esplodono sempre in caramelle e cioccolatini come una pignatta) dell’amore.
Stravolgimenti e sconvolgimenti familiari, e tanto più godibili proprio per questo, sono al servizio di una buona, ironicamente raffinata sceneggiatura.
I miei preferiti? Nuria e Jacinto! La scheda di MyMovies.

You’re next – Adam Wingard

Sono d’accordo con la recensione su MyMovies, ma in realtà per quanto mi riguarda ‘sto film è ancora peggio di così: è proprio una stronzata. Un “home invasion” infantile e vuoto come un palloncino sgonfio.
L’idea della riunione di famiglia che comincia bene e poi scoperchia dissidi e conflitti, che si riversano dalla conversazione all’azione violenta, non è nuova ma è sempre ben accetta: è uno degli schemi narrativi che preferisco. Ma per funzionare deve avere della ciccia addosso, non risolvere tutto in cinque minuti attraverso litigi senza senso né reali motivazioni, per poi giocare oziosamente con lo svelamento del colpevole che ha pianificato la strage.
La conclusione, infine, è tanto obbligata quanto inutile.
Evitare, evitare, evitare. A meno che non abbiate bisogno di un sottofondo televisivo di urletti mentre lavate i piatti.

Danko – Walter Hill

Filmone della mia infanzia ❤
Con questo entra anche nel mio blogghettino quel Walter Hill che gentaccia come Lucius e Cassidy conoscono assai bene.
Non c’è molto da dire, se non: (ri)vedetevelo. Ambientato durante la guerra fredda, secondo me non risente per nulla degli anni che porta; Schwarzy (il negro nero) e Belushi compiono il loro (s)porco lavoro senza strafare, e la sceneggiatura, zeppa di godibile ironia, spacca.

Caffè – Cristiano Bortone

Tipico cinema da “incrocio di destini”, con famiglie, coppie e individui più o meno allo sbando (lavorativo ed esistenziale) che determinano e subiscono a vicenda un intervento dannoso: chi viene derubato, chi perde il lavoro, chi un lavoro di livello ce l’ha ed è combattuto tra compierlo onestamente mettendo a rischio tutto oppure mettere piuttosto a rischio gli altri, e chi è… beh, semplicemente un cazzone, ma comunque con le sue grane anche lui: padre stronzo, (ex) fidanzata incarognita che gli smolla il bambino, incapacità di darsi un obiettivo.
Sviluppi di trama piuttosto prevedibili, ma che non vanno a banalizzare l’insieme.
La storia si divide tra Italia, Belgio e Cina.
Da segnalare tra gli interpreti Dario Aita, Miriam Dalmazio e soprattutto Hichem Yacoubi nel ruolo di Hamed.
A proposito di caffé, mi corre l’obbligo di consigliarlo a giomag, che di Kopi Luwak se n’intende (ma anche di birra). 😉 Io resto fedele al mio orzo in tazza piccola…
E’ un onesto, buon film, la cui esistenza ignoravo finché non ho trovato il dvd in regalo alla mia associazione di “volontariato coatto”. Se al mondo ci fosse giustizia, rappresenterebbe un esempio della media dei prodotti cinematografici italiani; ma così non è, e ci arrangiamo a commedie insulse e fatue pellicole d’autore, con un cinepattone nel mezzo (scusate la causticità, sono appena rientrata e il freddo mi incattivisce).
La scheda di MyMovies.

Custodes Bestiae – Lorenzo Bianchini

Cinema indipendente italiano. E horror. Basterebbe questo per volergli gettare uno sguardo. Ma, per essere esatti, non sarei nemmeno arrivata a conoscerlo se non bazzicassi con devozione quell’antro oscuro e meraviglioso che è il blog di Lucia: nella fattispecie, Custodes Bestiae compare nella sua decina degli horror più significativi del 2004.
Ha la grana grossa tipica dei budget bassi, ma è proprio grazie ad essa che emerge meglio il valore della regia (e della sceneggiatura, sempre di Bianchini). Se pure la resa visiva e – soprattutto – audio è frenata da limiti oggettivi, è evidente quanto ogni elemento sia curato: e già questo cancella il rischio della mediocrità.
La storia si dipana abbastanza lenta (chi mi conosce sa che questo per me è un pregio) e per suggestioni, spaventosa sicuramente a livello razionale ma, per quanto mi riguarda, non troppo a livello intimo. Al di là del ritmo che può scoraggiare chi ami o sia abituato alla rapidità dell’action o anche di molto horror contemporaneo, merita la visione per due motivi:
– senza apparire meschino, trasmette un forte senso di familiarità, rappresentando non una realtà emblematica ma la nostra realtà, così come potremmo coglierla aprendo la porta di casa (oppure rintanandoci in camera o nel nostro studio);
– in particolare, raffigura scorci di realtà non filtrata del Friuli: quello di Bianchini è un cinema regionale, non quello dai tratti asfittici ma un condensato di identità locale, della quale il dialetto (sottotitolato) non è che l’aspetto più prevedibile, eppure non il più immediato.
Dopo i krampus della Val di Fassa de In fondo al bosco di Lodovichi, ho assaggiato una diversa ed altrettanto inquietante “diavoleria” locale, tra Comeglians, Osoppo, Aquileia… per un approfondimento, visitate la pagina dedicata su quinlan. Sullo stesso sito trovate anche un’intervista al regista.

Across the river (Oltre il guado) – Lorenzo Bianchini

Dieci anni dopo, Bianchini ha avuto a disposizione più mezzi, ed il risultato si vede: la fotografia è buona, ed il suono è curato ed armonizzato (cioè: non ti tocca alzare ed abbassare il volume ad ogni scena).
C’è chi pensa che la trama sia addirittura assente: in apparenza è così (non facciamo altro che seguire le non eclatanti mosse di un etologo che studia sul campo i movimenti degli animali di un bosco), ma esser più precisi, io trovo che sia non del tutto assente, ma piuttosto minima e centellinata. Ben centellinata.
Non bastasse, abbiamo sulla scena un unico personaggio – al quale giusto due o tre volte, per pochi minuti, si alternano una coppia di anziani del luogo – e prevalgono nettamente i toni grigio-blu rispetto al colore pieno, la pioggia ed il buio notturno rispetto alla luce.
Pochissime le battute pronunciate. Il silenzio (della parola) è quasi totale, ma per tutta la durata della “pellicola” regna quel silenzio da luogo naturale profondo, e da luogo abbandonato, carico di micro-suoni (e di presagi).
Un aspetto che può non essere gradito a tutti, e non da tutti sopportabile; eppure, nonostante la “lentezza” dello sviluppo, la tensione è palpabilissima.
Insomma: un ottimo lavoro, da cinque stelle.


I film non commentati:
Maciste nella valle dei Re – Carlo Campogalliani
Assassinio sul palcoscenico – George Pollock
Assassinio al galoppatoio – George Pollock
L’amore è eterno finché dura – Carlo Verdone
Chi m’ha visto – Alessandro Pondi
My son, my son, what have ye done – Werner Herzog
Il caso Freddie Heineken – Tomas Alfredson
Smokin’ Aces – Joe Carnahan

Risvegli

La vita non è un film dice qualcuno, e io di sicuro non scrivo per parlare di quello con Robert De Niro e Robin Williams.
Il mio risveglio di oggi è stato buffo, assurdo, anche abbastanza traumatico.
Essendomi “calata” quello che confidenzialmente chiamo Il Pastiglione (ossia la quetiapina, antidepressivo prescrittomi dalla psy ormai quasi un anno fa quando, dopo aver avuto un paio di episodi inquietanti, le ho chiesto un supporto per non andare alla deriva) – che sto ormai assumendo saltuariamente perché mi fa dormire di brutto, e questo è piacevolissimo ma anche poco pratico nella vita quotidiana… essendomi calata il pastiglione, dicevo, mi sono risvegliata tarderrimo.
Alle 14.00 circa – ma era tutto programmato.
Al suono dell’ennesimo messaggio sul cellulare.
Segreteria telefonica… sicuramente è la Zecca, come un po’ colpevolmente abbiamo soprannominato questa donna che incontro spesso in biblioteca, incasinata forte, logorroica ed incapace di darsi dei limiti. Le troverò un altro soprannome, perché questo anche se dato in simpatia resta offensivo.
E invece no: non è lei. Non appena parte la registrazione, sento la voce di mia zia, la Volgarona (questa qui). Attualmente non so se si trovi di nuovo a casa, in ricovero di sollievo, o cos’altro. E che mi dice? Mi dice:

Deniseeeee, non ti ho più visto, fatti sentire per piacereee… hai capito? Ciao grazie.
Poverina, è rimasta da sola, suo papà è rimasto schiacciato dalla macchina […]

Così. La prima frase era diretta a me, la seconda l’ha pronunciata mentre armeggiava col telefono per chiudere la chiamata, parlando con non so chi, ho sentito una seconda voce ma non ho riconosciuto a chi appartenesse né le parole.
Mio padre è morto più di nove anni fa ed io il lutto l’ho gestito bene, ma certi particolari ancora adesso tendo a segregarli ed obliarli, perché quella merda umana di medico che ho incontrato in P.S., il certificato che mi è arrivato a casa con scritto “arrotato”, il pensiero delle stronzate scritte da un certo giornalista sul quotidiano locale e riprese da un mucchio di gente che non usa il cervello, i vestiti insanguinati che ho conservato per tre anni prima di riuscire a disfarmene e la pozza che ha lasciato anch’essa per anni un alone in fondo allo scivolo del garage non sono esattamente zuccherini.
Faccio fatica a guardare film che prevedano incidenti di un certo tipo.
Evito alcune parole che associo alla tragedia, e non amo nemmeno la parola tragedia.
Le trasmissioni o i libri che parlano di morti sul lavoro, anche se il mio sul lavoro non era, mi rimestano lo stomaco – pochi giorni fa s’è parlato della Thyssen-Krupp.
Era un venerdì promettente, ma è cominciato davvero in modo strano, eh?

L’inverno scorso, quando mia mamma stava messa male col piede ma ancora non dava segni di voler defungere, quando dissi alla Volgarona che per quella domenica la sorella sarebbe rimasta a casa tranquilla perché non poteva indossare scarpe né pantofole, lei mi rispose di metterle un sacchetto di plastica sul piede.
Eh già, e che ci voleva?
Non era mica malata mia mamma, mica come lei che non riusciva più a camminare (per propria colpa, avendo rifiutato cure e consigli che gliel’avrebbero evitato).
Eh, poverina.
Effettivamente, dopo aver allontanato tutte le persone a cui di lei importasse qualcosa sia pure poco, dopo aver maltrattato tutte le persone che aveva attorno e senza contropartita, ora è terribilmente sola. Poverina.

Io, invece, sono sola e profondamente sollevata di non doverla più vedere, nemmeno di striscio, nemmeno per una frazione di secondo.
Sola e libera da tutte le teste di cazzo che calcano il suolo di questa terra.
Sola, mai poverina, né di spirito né di compagnia.
I miei morti valgono ciascuno più di quanto lei valga da viva.
Amen e vaffanculo.

Childfree .2: Una questione terminologica

Attribuire un nome alle cose, si sa, equivale a crearle; o più modestamente aggregarle, consolidarle e portarle alla luce.
La comprensione da parte del nostro prossimo di chi, “cosa” siamo è senz’altro il primo e fondamentale obbiettivo del darsi un nome che ci identifichi; ma del resto l’obbiettivo di raggiungere la visibilità sociale e, in alcuni casi, la tutela politica, seppur di “grado” inferiore, costituisce spesso un passaggio necessario per ottenerla, quella comprensione umana.

Spesso per riconoscere a un gruppo di persone le proprie rivendicazioni e il proprio legittimo diritto di fare le proprie scelte è necessario che abbiano un proprio nome riconosciuto da tutti.
Ci sono molte espressioni con cui le donne (e gli uomini) senza figli si chiamano o vengono chiamate: quelle più ricorrenti sono le parole inglesi childless e childfree, da usare a seconda che indichino persone che non hanno potuto avere figli o che non ne hanno voluti.
Un’altra espressione, più tesa a criticare i mancati genitori che potrebbero diventarlo, è dink, che riassume “Double Income No Kids”, cioè “due stipendi, niente figli”.

Jody Day, la fondatrice dell’associazione in difesa delle donne senza figli Gateway, ha coniato il termine No-mo, cioè “no-mamma”.
In tedesco Kinderlosigkeit è la parola che definisce lo stato di non avere figli, mentre il termine medico per indicare una donna che non ha mai partorito invece è “nullipara”.
Infine un recente documentario sulle donne italiane che non hanno figli ha provato a trovare un nome italiano prendendo una parola in prestito dal dialetto sardo*: lunàdigas, letteralmente “lunatiche”, sono le pecore che per qualche ragione non restano incinte.

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Sono solo alcuni esempi che prendo in prestito da questo articolo su SoftRevolution.
Personalmente, non trovo affatto denigrativa, ma puramente descrittiva, la locuzione double income no kids, ma immagino che possa essere effettivamente utilizzata con tono e in contesti che la rendono negativa.
Al contrario lunàdigas, ossia lunatiche, termine sardo che mi piace molto e che seguito a ripetermi fra me e me per assaporarne il suono, viene descritto dalle stesse donne che l’hanno “inventato” in modo neutro e persino simpatico, mentre trasposto in italiano a me fa inevitabilmente pensare alla connotazione dispregiativa che ne diamo comunemente: dice di una persona scostante, inaffidabile, nevrotica. Purtroppo.

A ciascuno il suo, dunque, ma senza perdere di vista il traguardo di coniare e diffondere una parola chiara e diretta che l’Italia possa condividere e fare sua.
Per non lasciare le donne (volutamente) senza figli prive di voce, o comunque imbavagliate, come lo sono i genitori che hanno perduto un figlio. Esiste “orfano” per indicare un figlio che perde uno o entrambi i genitori, ma non esiste nome per i genitori che perdono un figlio. In un certo senso questo vuoto rispecchia la loro situazione, ma nondimeno fa male.


Nelle puntate precedenti:
Childfree .1: Sul non volere figli

Contro natura

Uomini e donne sono stati creati con un preciso progetto biologico.
La modernità, con l’esaltazione della possibilità tecnica fine a se stessa, ci ha indotto a credere di poter liberamente aggirare i limiti di natura e modellare l’esistenza a nostro comodo, ma questa illusione di onnipotenza ormai mostra il suo vero volto disumano, di sopraffazione del più usignolo sul più gufo.
E’ in atto una vera e propria dittatura, la dittatura del mattutinismo.
Ma le persone non sono più disposte a sopportare oltre, perché sbagliato è sbagliato, anche se lo fanno tutti!
Le coscienze si stanno risvegliando, è ora di ristabilire la verità delle cose.
E’ ora di affermare con forza che

alzarsi la mattina prima delle 11:00
è contro natura!

E allora vi invito ad alzare la testa e scendere con me in piazza, ogni giorno alle 16:30 quando gli schiavi del sorgere dell’alba escono derelitti dai loro lager uffici ed officine, per protestare sino a che non otterremo giustizia!

Facciamo sentire il nostro sbadiglio, ribelliamoci!