ddd: diario del digiuno / 1

Oggi, 8 maggio, l’aspetto ascetico del mio digiuno e la ricorrenza cattolica particolare, oltre alla consueta recita della corona(anti)virus, si combinano ed uniscono le forze.

È il mio quinto giorno.
Il Ramadan è iniziato il 24 aprile, ma io arrivo sempre dopo, e terminerà il 23 maggio – per essere a stecchetto già da quattro giorni devo dire che pensavo di avvertire di più la differenza, invece sto un gran bene.
Niente attacchi di fame, niente rottura serale del digiuno con un cinghiale intero.
Anzi, ieri mi son preparata alcuni piattini, nulla di abbondante ma un accostamento meraviglioso: grissini integrali, simil-hummus (ma fatto con lenticchie anziché ceci, tonno e olio, spezie), noci e poi simmenthal (arrivata col pacco Caritas: normalmente non sceglierei carne, ma c’era ed almeno è di qualità).
A seguire precedere di una mezz’ora, che la frutta è meglio mangiarla prima, mele cotte abbondantemente spolverate di zucchero semolato.
Nel caso aveste in mente di fare (o farvi) un regalo “etico” e godurioso, sappiate che i grissini integrali – ma pure un salame, e dei biscotti cioccolato-liquirizia che non ho ancora testato – sono favolosi e vengono da San Patrignano.

Anche se allo specchio avrei detto il contrario, pare che in questi mesi di quarantena sia decisamente ingrassata. Purtroppo la mia frenesia casalinga mi ha permesso di cambiare la batteria della bilancia, che credevo di dover comprare invece avevo da parte, e verificare l’infausta situazione.
Tuttavia, nei soli primi quattro giorni ho buttato giù la bellezza di tre chili: e nemmeno questo me l’aspettavo. Mica male!, specie calcolando che fino alle 20.00 di mangiare manco mi viene in mente, a momenti.

Funziona.
Funziona perché, soprattutto, non sto portando avanti questa cosa da sola.
Anche se non è che ci sentiamo tutti i giorni, sapere che un’altra persona, con altrettanta motivazione se non maggiore, la sta facendo con me cambia tutto.
Ed a questo fattore ci penso spesso, voglio dire: sono orsa di natura, ma questo non rende più facile essere costante in certe cose senza un appoggio esterno, la consapevolezza di essere in gruppo / comunità a condividere un intento, e naturalmente qualche paletto come appuntamenti, scadenze, riferimenti che impediscono un’eccessiva dipersione.
Non è una scusa, ma è la stessa ragione per cui non vado spesso a Messa.
O per cui schivo i mestieri di casa.
E certa burocrazia, non così pesante ma tutta a mio carico.
Insieme è meglio.

Senza volerlo e senza averlo previsto, trovo che digiunare in questo modo, senza interruzioni fino a sera, mi stia dando una cosa che ho tanto e da sempre cercato, con fatica: un’organizzazione del quotidiano semplice ed una struttura.
Per come sono fatta, ogni cambio di passo mi rallenta, ed i pasti – per banali e veloci che riesca a renderli – rappresentano pur sempre una sosta forzata per la quale devo anche “prepararmi”, oltre che preparare del cibo. Devo stopparmi, fare mente locale, riorientarmi e ingranare nuovamente dalla prima marcia.
Ogni volta è una fatica.
E allora poter iniziare la giornata sapendo di aver davanti 10-11 ore filate, senza soluzione di continuità, per lavorare a qualsiasi cosa desideri fluidamente, libera da necessità stringenti e da abitudini vincolanti, mi toglie un peso e mi fa sentire bene.
Mangiare dovrò comunque, ma intanto sono libera di predisporre ciò che voglio e addirittura cucinare senza il fiato sul collo, un passaggio alla volta con la leggerezza di chi ha tutto il tempo del mondo.
Al termine del periodo, tornerò a mangiare anche in altri orari, ma in quantità e modalità tali da evitare un ritorno allo “sgobbo” di prima.

Poveri noi .2: Cibo – pt. II

Altri piccoli ragionamenti sul cibo.

Come me la sfango

Molti i suggerimenti possibili per risparmiare su spesa e consumo alimentare – ai quali potremmo aggiungere, in corner, questo: che le date di scadenza hanno delle distinzioni, e non sempre è il caso di buttare qualcosa che ci sembra “andato”, perché in realtà molti prodotti sono commestibili ben oltre la stampigliatura impressa sulla confezione.
Ciò a cui invece solitamente non si pensa, o per lo meno non si inquadra in un progetto chiaro su come mantenersi, sono le opportunità di ottenere cibo in modo del tutto gratuito.

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✺ Se siete povery abbastanza, non disperate: come si suol dire, c’è la Caritas.
Che ha diversi “servizi”, ma è conosciuta soprattutto per i pacchi alimentari, dei quali tra parentesi io mi avvantaggio da un anno circa. Salvo che in questo periodo, durante il quale i pacchi sono intesi in senso letterale, due volte al mese mi reco all’emporio Caritas del paese e ci “spendo” i punti che, in base all’ISEE ed al nucleo familiare, mi sono stati assegnati.
Posso scegliere come distribuirli tra i prodotti base sempre presenti ed altri, di solito donazioni di privati, un po’ più voluttuari (sotto le feste, per esempio, compaiono colombe e panettoni in discreta quantità). Spesso, poi, alcuni prodotti sono disponibili “senza punti”, se la scadenza è prossima – molti dei prodotti non marchiati FEAD, cioè il programma di aiuti europeo, hanno difetti di confezionamento o scadenze ravvicinate ma non stringenti per le quali sono stati scartati dai rivenditori, ma quando la quantità di prodotto aumenta e la scadenza è pressante ci si organizza così.
Da tempo, grazie a questo aiuto, non acquisto più pasta secca, farina, olio, zucchero e polpa di pomodoro; innanzitutto.
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✺ Esistono poi diversi sussidi statali / regionali / comunali per chi vive in ristrettezze economiche, alcuni dei quali li conosciamo tutti: il reddito di cittadinanza, ex-ReI, ne è il principe. Tuttavia questi sussidi pongono come requisito non solo un ISEE inferiore ad una certa soglia, diversa secondo i casi, ma anche un limite patrimoniale generalmente attorno ai 5-6.000 euro.
La qual cosa significa che, se avete risparmi da parte che sforano questa cifra – a mio avviso davvero molto, decisamente troppo contenuta – non ne avrete diritto. Come pure è difficile che si possano cumulare due sussidi differenti: per percepirne uno, spesso e volentieri la precondizione è di non riceverne già altri, quale che sia il loro scopo ed ammontare.
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✺ A proposito di sussidi e contributi statali, inutile ricordare – ma facciamolo lo stesso – che è possibile richiedere – laddove non siano stati esauriti i fondi – il buono spesa per chi sia in difficoltà causa Covid19 (in realtà, di nuovo non fa testo l’aver perso o sospeso il lavoro, avere problematiche di salute connesse ecc., ma soltanto reddito, patrimonio e nucleo familiare).
Io do per scontato che i requisiti siano identici per tutti, eppure – non è da escludersi – avevo sentito che qualcosa può variare in base a come i singoli comuni predispongono l’assegnazione. Non indago oltre, chi ne abbia necessità l’avrà certo già richiesto.

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✺ Per quanto mi riguarda, non ho diritto ai sussidi succitati – ovviamente non divulgherò in quanto consista il mio “patrimonio”, ma è chiaro che basta un solo euro d’avanzo sopra la soglia per esserne esclusi. E a meno che non siate usi tenere mazzettone di banconote sotto il materasso (perché ormai tasseranno persino le cassette di sicurezza, i fetenti), non c’è verso di cassarli dai vostri conti, per cui non provateci nemmeno.
Una cosa a cui fortunatamente ho diritto, però, c’è: sono i buoni per le nuove povertà.
Non scendo nel dettaglio, perché ignoro quale provvedimento renda possibile questa erogazione; può darsi però che sia stabilita a livello regionale (nel mio caso la Lombardia) e non statale, e non sia accessibile ovunque.
Consiglio perciò di informarsi, nel dubbio, presso i Servizi Sociali (se da voi fanno un buon lavoro) o tramite i canali web istituzionali.
Per darvi un’idea, io ho ricevuto due versamenti a distanza di cinque-sei mesi, che posso utilizzare per ogni spesa anche non alimentare senza vincoli, e che (facendo una media) ammontano a circa 200 € al mese. Una volta esauriti, devo solo consegnare in ufficio le pezze giustificative (scontrini, ricevute, ecc.) – io poi ci aggiungo di mio una tabellina Excel semplice semplice di riepilogo, per avere il colpo d’occhio e poter controllare quanto mi resta, ma anche perché così il resoconto che porto è più ordinato e chiaro.
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✺ Un’ultima opportunità, in questo anno, mi è stata data da un’associazione di volontariato privata. Attraverso l’assistente sociale – che tuttavia si è limitata a segnalare il mio caso e non ha potere decisionale – ho preso contatto con l’associazione, la quale gestendo un mercato dell’usato con prezzi davvero stracciati tira su qualche soldo, e con quel soldo ci compra delle tessere prepagate di un supermercato locale, tessere che poi gira a noi povery per farci la spesa di prodotti freschi (ortofrutta, carne e pesce, formaggi…). In cambio si presta opera “volontaria” nel mercato dell’usato stesso, una volta a settimana.
Avendo avuto conferma dall’INPS che mi spetta la pensione d’invalidità, e avendo altri supporti, il mese scorso ho rinunciato a questo aiuto; mi auguro che gli arretrati si decidano ad arrivare però…!

Meno è meglio

E’ il motto universale indiscusso dei minimalisti, e naturalmente vale anche per il cibo.
Sì, noi stiamo parlando di risparmio – che non è uno degli scopi del minimalismo, appunto – epperò, nello sforzo di risparmiare, potremmo scoprire che alcune pratiche ci portano anche un beneficio di salute (e di benessere mentale).

Banalmente, possiamo mangiare meno.
Meno per quantità, e/o meno di frequente.
Ricordate che parlavamo di pane ed olio, con un pizzico di sale certo, come di una raffinatezza preferibile, da sola, ad un intero banchetto di alimenti qualunque, se non addirittura di scarso valore?
Si può fare.

Si può anche fare due pasti principali al giorno ed abdicare al terzo (mettiamo, che so, colazione e cena leggermente anticipata, cassando il pranzo).

Si possono ridurre, in molti casi dimezzare, le porzioni che siamo abituati ad assegnarci tal quali come fossero prestabilite dalla creazione dell’universo.
Dominique Loreau, scrittrice francese minimalista da decenni residente in Giappone, suggerisce – tra le altre cose – ne Il piacere della frugalità di individuare un contenitore, nella fattispecie una ciotola, che sia delle giuste dimensioni: cioè delle dimensioni esattamente adeguate al nostro stomaco, una volta che questo sia depurato e ricondotto allo stato “normale” con un breve digiuno.
Ciò che una ciotola da riso di media misura può contenere, sostiene, è sufficiente per il nostro corpo in normali condizioni di salute – e mi pare corretto.

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Ah! Ecco dove voleva arrivare – dirà qualcuno.
Sì, fanculo, volevo arrivarci, ma tutto quanto ho scritto sin qui non conta mica meno.
Sì, mi interessa il digiuno, e lo consiglio pure, sfacciata che sono. Lo consiglio perché, le nostre nonne e le nostre mamme lo sapevano bene (non avevano ragione per forza, ma su questo eccome)

la fame è il miglior condimento.

Digiuno. E lo rivendico con orgoglio

Citazione occulta per dire che il digiuno non è una pratica assurda, masochistica o antistorica. Se ne potrebbero trarre grossi saggi, ed è stato fatto. Io passo la mano: non conta quello che ne penso io, e ne penso molto e bene, ma quello che – eventualmente, se credete – potete fare anche voi.
Nel pieno rispetto del buonsenso e della vostra salute.

Non esiste solo il digiuno totale.
Può essere parziale – da un pasto preciso, da un certo orario, da determinati alimenti.
Può essere periodico: in un certo periodo dell’anno, una volta la settimana.
Meglio, comunque, che sia regolare; a prescindere dalla frequenza.

Fatelo per depurarvi fisicamente o per purificarvi spiritualmente: va bene comunque.
Io quest’anno ho saltato, di nuovo, la quaresima: se adesso ho deciso (proprio adesso, un paio d’ore fa, al telefono con un’amica che da qualche anno lo pratica) di accodarmi a lei in un mezzo Ramadan, non è perché abbia idea di convertirmi, proprio no – lei sì, in certi termini, ma questa è un’altra storia.
E’ che questo bisogno ce l’ho da tempo, ma sono fottutamente pigra e ho sempre rimandato. Ma poi mi son detta: sai che c’è? Non aspetto il prossimo treno per fare le cose perfettine, balzo su adesso e almeno vedo come funziona, se funziona, così com’è impostato questo specifico digiuno, per me.
Perciò da domani, 4 maggio, farò un tentativo di Ramadan: colazione seria, poi più nulla salvo liquidi abbondanti fino a sera.
La motivazione preminente non è quella religiosa, anche se va detto che questa resta comunque inscindibile per me; quindi emergerà più chiaramente più avanti.
Ci aspettano meraviglie.

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Poveri noi 1.: Cibo – pt. I

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Oggi ho prodotto la mia seconda pizza in autonomia: ed è venuta ancor meglio della prima. Una margherita, per stare sul semplice e gustoso, che ha rilasciato un meraviglioso profumo per casa – assieme a quello delle lenzuola nuove mi fa capitolare.
Non ho una fissazione per pane e pasta fatti in casa (non ancora, almeno), né mi è partita la rotella causa quarantena: sto coi piedi per terra, lo faccio  – quando mi va – per tenermi un po’ dritta e dare corpo a questa persona che mi sforzo di essere, e infine diciamolo chiaramente: farsi le preparazioni in casa costa meno, a patto di trovare la farina…
… per quel che vale, io che vivo sola, con un chilo di farina (e per essere precisi una-due bustine di lievito, una-due lattine di polpa di pomodoro ed infine quantità neppure misurabili di olio, sale, zucchero) tiro fuori 8-10 pasti. Aggiungere una decina tra frutti ed ortaggi, e più o meno ho coperto il fabbisogno di cinque giorni.

Cose che già sapete (ma che potreste voler rispolverare)

Ci sono consigli di risparmio sulla spesa al supermercato che, più o meno approfonditi, tutti abbiamo incontrato nella vita almeno un cinquecento volte. Al punto che li schifiamo, non perché non siano validi ma proprio per noia. Siccome però, per l’appunto, validi sono (e a ciascuno il suo), io li riporto il più brevemente possibile e voi, casomai, saltate pure al paragrafo successivo.

  • non esistono solo super- ed ipermercati: puntate sugli hard-discount (per es. LIDL), oppure sui mercati all’ingrosso (per es. METRO). I primi grantiscono un risparmio intervenendo soprattutto sulla logistica e sulle fasce di prezzo dei prodotti, i secondi sulla quantità.
    Chiaramente, se i discount non vi ispirano fiducia (e vi capisco), oppure siete in due e rispetto al cibo non avete grandi esigenze né di rifornimenti né di scorte, queste opzioni potrebbero essere preferibili solo rispetto ai non alimentari.
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  • Ovunque facciate la spesa, valutate di acquistare i prodotti non di marca.
    Con questo non mi riferisco a prodotti di scarsa qualità, ma agli equivalenti (sì, come fossero farmaci) a “marchio proprio” (private label) di “primo prezzo“: quelli cioè confezionati dal gruppo commerciale stesso (ad es. Coop o Conad) o da un’azienda appositamente incaricata, con un ricarico minimo.
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  • L’ideale (per il portafogli) sarebbe vagabondare tra una catena e l’altra, spostandosi come le mandrie in transumanza per raggiungere di volta in volta l’etichetta che offre gli sconti migliori del periodo.
    Se fossi una mucca, altro che mandria: rimarrei costantemente indietro e magari mi metterei anche comoda in mezzo alla carreggiata, a ruminare un filo d’erba. Odio sbattermi, ergo, se come me preferite affidarvi ad un super di fiducia e salvo eccezioni recarvi sempre nello stesso, avete l’opportunità della carta fedeltà.
    Dal mio punto di vista hanno alcuni svantaggi, ma anche due vantaggi grandi: alcune garantiscono la conversione dei punti in buoni spesa, tutte quante danno accesso a svariati sconti sulla merce esposta. Ovviamente, fate attenzione agli sconti fasulli (che alzano i prezzi appena prima di defalcarli…), che non sono comunque la totalità e che potete sgamare con un po’ d’abitudine, sui prodotti che comprate abitualmente.
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  • Badate a ciò che osservate.
    La cosiddetta “zona di attenzione visiva” degli scaffali dei supermercati si estende tra i 120 ed i 180 cm in altezza, con orientamento spontaneo verso destra.
    Se volete perciò controllare consapevolmente gli stimoli e scovare le offerte migliori, collocate di proposito fuori da questa zona verso la quale l’occhio si dirige in automatico, imponetevi di controllare cosa è stato messo sugli scaffali più bassi e sulla sinistra (dello stesso scaffale, non della corsia).
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  • Tenete presente che affettati e formaggi costano mediamente meno al taglio (al bancone) che già confezionati.
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  • Prima di fare la spesa, se lo credete utile, pianificate il tanto aborrito menù settimanale – o almeno abbozzate un’idea di cosa vi andrebbe di mangiare: se vi stuzzica una carbonara, non lasciatevi attrarre dai funghi per un risotto che rimandereste, lasciandoli al loro muffoso destino.
    Più importante, stilate sempre una lista (per quanto corta possa essere) con ciò che vi serve, magari annotando i prodotti più comuni nel momento in cui vi vengono a mancare.
    Se siete abbastanza ossessivo-compulsivi, potreste divertirvi a compilare una prima volta (e poi aggiornarlo via via) un inventario della vostra dispensa (la Bradipa è sul pezzo!), che ovviamente sarà tutta raggruppata in uno stesso posto (con l’eccezione dei prodotti aperti e di uso quotidiano), nonché ordinatissima.
    Allego foto, ma non prima di avervi ricordato che è meglio vagare per le corsie a stomaco pieno, o per lo meno non in crisi d’astinenza da cioccolato: può essere rischioso, più per il vostro stipendio che per la panza.

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Chiudo questa prima parte facendo presente che sì: i prodotti sfusi o alla spina, i gruppi di acquisto solidale, il chilometro zero sono tutte opzioni meritevoli e vantaggiose per qualità e rispetto dell’ambiente.
Se però la vostra priorità è il risparmio – e ribadisco il risparmio, non l’indifferenza crassa per ogni altro valore -, allora desistete e, magari, fornitevi attraverso questi canali solo delle cose cui tenete di più. Perché, molto semplicemente, sono costosi (a buon diritto, ma tant’è).

La cucina degli sfaticati

Ho guardato l’elenco degli appunti per questo post, ed ho notato un fatto che mi era sfuggito; una coincidenza, che però racconta qualcosa su di me: fra gli altri suggerimenti che vado ora a condividere ve ne sono anche di adatti a persone che vogliono sì prepararsi pasti decenti, ma che ne perdono subito il gusto se la cosa si rivela appena un po’ complicata.
Ne cito due:

  • la doggy / family bag.
    Al di là dell’evitare sprechi, a me è sembra sembrato sacrosanto portarmi via quello che ho pagato ma non consumato. Se qualcuno ancora questiona, guardatelo malissimo e ricordategli che la sentenza n. 29942/2014 della Cassazione riconosce tale diritto. Anche se non avete un cane, ovviamente!
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  • I “piatti base“.
    Intesi non come preparazioni essenziali della cucina tradizionale, ma come cibi facili da “produrre”, o addirittura semplicemente da assemblare. E quando sono alla disperazione, quando ho bisogno di comodità, ricevo grande sollievo da:
    – pane raffermo inzuppato nel latte caldo;
    polenta, polenta e formaggio, polenta e zucchero…;
    – peperonata;
    – puré di patate con noce moscata;
    – tramezzini con uovo sodo a fette e bresaola;
    – riso in bianco con peperoncino;
    – pane tostato / spaghetti con olio di oliva e basilico;
    – valeriana con mirtilli
    – polpa di pomodoro con fagioli e tonno
    – banane a rondelle con zucchero e limone
    – zabaione, risolatte
    – latte / acqua e menta
    Eccetera…!

Sperimentazioni random 🐁

Ricordo sempre che parliamo di come risparmiare, non di come salvaguardare l’ambiente o diventare chef o di scelte etiche – tutto questo può esserci, come fattore collaterale, in alcune “misure”, ma non è da lì che parto.

  1. Non tutte le acque potabili sono anche bevibili con piacere, lo sappiamo.
    Ma, siamo onesti: quanti davvero vivono in zone con acquedotti malridotti o nelle quali l’acqua sa di ferro o contiene quantità esagerate di calcare? Non così tanti.
    E allora: acqua del rubinetto; e dove esiste, per risparmiare anche quel poco, rifornitevi presso il centro comunale di distribuzione acqua: in questo frangente purtroppo no, ma spesso io piglio lo zaino e tre bottiglie di vetro, vado a piedi al centro vicino casa e gratuitamente riempio le bottiglie all’apposita fontana riservata per questo. La si può avere liscia o leggermente gasata, a temperatura ambiente e fredda.
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  2. Se siete tra chi ha continuato a lavorare, ed avete una pausa pranzo che vi consente di andare in mensa ma non certo di andare a casa e tornare, provate la schiscetta (o come la chiamate voi: i nippofili apprezzeranno sicuramente il bento – nella foto trovate tre esempi creati da Jamie Oliver).
    Potrete sempre concedervi un’abbuffata al buffet dei dolci, quando vi va, godendovela come se andaste al ristorante; ma vi costerebbe molto meno preparare abitualmente un contenitore con qualcosa di comodo come una pasta fredda, con gli avanzi della sera prima (che sono buoni anche se per noi, ormai, “avanzi” suona come “scarti”), ecc.bento-boxes-jamie-oliver
  3. E a proposito di avanzi, chi se la cava meglio in cucina può approfittarne per trarne i classici piatti “di recupero”: polpette, pasticci, ripieni…
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  4. Non solo gli avanzi si possono riciclare: oltre al succitato pane raffermo, che abbiamo sempre messo da parte per ammorbidirlo nel latte o nel sugo caldi,
    spesso con una pentola d’acqua faccio bollire e cuocere tre cose differenti (un ortaggio, un altro ortaggio o della frutta, infine pasta o meglio ancora una minestra così le vitamine non vanno perse),
    riutilizzo l’acqua di cottura della pasta (in cui l’amido ha un’azione sgrassante) per lavare i piatti
    o quella rimasta nel pentolino del caffé (bevo solo orzo solubile) che raccolgo in una caraffa per le piante, e ancora:
    quando mi capita e me ne ricordo, colleziono semi (ho via quelli di una zucca, per es., ma si possono anche acquistare ortaggi che abbiano ancora le radici, da mettere a dimora per ottenere una coltura gratuita, nonché piantare una patata nel terreno e lasciarla… agire. Ecco un’idea di cosa potreste farne).
    Infine, è una sciocchezza ma di fatto mi fa risparmiare (o avere a disposizione in omaggio: vedetela come preferite) ben la metà della confezione da 60, riutilizzo le bustine del thé. Ovvero: quando mi preparo una tazza con una bustina nuova, la uso e la metto da parte. Lo faccio per due volte, e la terza anziché usare una bustina nuova metto in infusione le due già usate, che scaricano ancora che è una bellezza: il sapore ed il colore sono altrettanto intensi.
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  5. Curate un orto, se ne avete lo spazio, il tempo e le capacità, o in alternativa provate almeno a far crescere, magari sul balcone o sul davanzale, qualche pianta rampicante e/o aromatica (è uno dei miei obbiettivi, ma non immediato, anche perché ho un trascorso di incomprensioni con il basilico di una mia amica che… ma lasciamo stare).
    L’autosufficienza in questo campo dà grandi soddisfazioni, e con poco potete intavolare piattini succulenti.
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  6. Un’altra cosa che tutti possono fare è raccogliere frutta. Io lo adoro perché da piccola mia madre mi portava sempre a “rubare” (tecnicamente per i frutti che escono dalle recinzioni e si sporgono su strada, e le piante che si trovano su suolo pubblico, non si tratta di furto… ma ho un’onorata tradizione di ladrocinio in famiglia, quello vero e quello di galline, e me la porto in giro, ecco).
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  7. Il risparmio non dovrebbe essere il primo, né tantomeno il solo motivo per una scelta simile, ma è indubbio che l’alimentazione vegetariana è più economica di una dieta che include molta carne.
    Tenerlo presente può essere utile anche soltanto per ridurre un po’, qua e là, l’impatto della carne sull’ammontare della spesa.
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  8. E quando citiamo il vegetarianesimo, tutti noi, credo, non immaginiamo una zuppa oppure un hamburger di verdure precotti: immaginiamo di cucinare, non importa se in modo più o meno elaborato.
    Dunque, per tornare all’inizio di questo post: al di là dell’autoproduzione alimentare (fare la pizza in casa costa meno che comprarla, ma non per tutti i cibi vale lo stesso…), è piuttosto evidente che tra comprare della materia prima, pulirla e cuocerla oppure acquistare prodotti confezionati, trattati, raffinati, precotti c’è un abisso – in termini di qualità, e di denaro.

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Ho ancora delle cose da dire, un po’ più specifiche, ma per questo vi do appuntamento al prossimo post di questa serie, che stiamo già a quota 1820 parole 😉

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Nelle puntate precedenti:
> Poveri noi .0: Rinunciare
> Poveri noi .00: Il rimedio è la povertà

Futuro

Ho sbirciato nel mio futuro e ci ho visto cose interessanti.
Cose che si realizzeranno nel medio termine.
Non progetti, ma anticipazioni:

  • cesserò quasi integralmente di mangiare carne, abbastanza da rendere i casi in cui lo farò delle lampanti eccezioni (e delle occasioni di festa: sarà per una scelta precisa e non per necessità stringente o abitudine);
  • abiterò in una casa più piccola, almeno la metà di quella in cui sto attualmente;
  • quando non camminerà più, non sostituirò l’auto. A qualcosa, forse a molto, dovrò rinunciare; ma lo stesso mi arrangerò a piedi e coi mezzi, coi taxi ed il noleggio.

Noterà chi mi legge che – oltre a rappresentare tutte, queste letture del futuro, delle riduzioni alla mia realtà attuale – potrebbero costituire un gruppo di matrioske: il corpo fisico e ciò di cui si nutre inserito dentro il corpo-casa che lo accoglie e protegge, a sua volta collocato nel ventre del corpo del mondo, spazio in cui muoversi e agire.
L’ho capito a posteriori, e ciò mi conferma la naturalezza e l’autenticità di queste previsioni.

Carne no, pesce sì.

Premessa: cosa è carne.
Se parliamo di cibo, il termine “carne” ricomprende ogni animale commestibile, in qualunque habitat viva, in qualunque forma si presenti.
Il pesce è carne, gli affettati sono carne; nonostante torme di sacerdoti dell’interpretazione letterale, e legioni di madri cresciute a maiali scannati in cortile, non riconoscano i molluschi o le cotolette panate industriali come tali.
Tutta la carne è carne, insomma, non ci si scappa; ma dal punto di vista prettamente culturale quella di bovini, suini, ovini, equini, la cacciagione selvatica di ogni tipo – e d’altro canto i pesci, i molluschi, le conchiglie, i cefalopodi ecc. – hanno una valenza, e dunque una categorizzazione, a sé stante.
In conseguenza di questo, al di là delle preferenze di ciascuno, viene naturale a molti aspiranti vegetariani – oppure come nel mio caso a chi decide di diventare semi-vegetariano – scegliere di rinunciare alla carne di animali terrestri e/o esotici, ma mantenere nella propria dieta quelli acquatici e/o vicini alle corde e alle tradizioni locali.

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Dici a me? Eh, dici a me?! Guarda che ti esplodo nel piatto!

Delle ragioni semplici, e del tutto mie personali, per abbandonare o comunque limitare fortemente il consumo di carni di animali terrestri (d’ora in poi solo “carne”), a favore di quelli acquatici (d’ora in poi solo “pesce”), ve le lascio qui.
(E non vado oltre: la mia è una divagazione elementare, aperta ad un universo di considerazioni ma nient’affatto pensata per criticare chi non è vegetariano e tacciarlo di disumanità, o al contrario chi è semi-vegetariano e bollarlo come iprocrita. Per dire).

  • In entrambi i casi si uccide un essere vivente.
    Ma per qualche imperscrutabile motivo, forse banalmente biologico, la carne sa di morte anche quando è adeguatamente trattata, il pesce mai.
    Con questo non faccio alcun discorso etico: parlo invece del fatto che innumerevoli volte consumando carne ho avvertito con i sensi l’odore e il sapore, e più in generale la sensazione, del cadavere – e non solo. Mai mi è accaduto con del pesce.
    E’ spiacevole e stomachevole.
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  • La carne è spesso un alimento di difficile assimilazione per l’organismo, da consumare in quantità limitate per motivi di ordine sia nutrizionale che sanitario, il pesce lo è raramente.
    Nozionismi a parte, la carne è pesante. Lo è a livello macro perché lo è a livello molecolare, s’intende, a prescindere dall’abitudine consolidata a gravarla ulteriormente con salse ed intingoli (e cotture) sconsigliabili.
    In altri diversi termini, la carne stufa. Se i carboidrati tendono a gonfiare provocando senso di sazietà (ma non disgusto), la carne, nella mia esperienza, è stata spesso sinonimo di fatica: pur non sentendomi ancora appagata, semplicemente, non ne potevo più.
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  • Sempre nella mia esperienza concreta, la carne ha rappresentato – in generale – la costrizione, l’imposizione di una scelta da parte di altri (da bambina, chiaro, gli altri erano mia madre).
    Il pesce, consumato di rado nelle abitudini alimentari della famiglia d’origine di mia madre (che per ragioni pratiche hanno sovrastato quelle del ramo paterno), l’ho visto poco in tavola anch’io.
    Un po’ per il gusto un po’ per la rarità con la quale ne potevo godere, dunque, era destinato a rappresentare, per contro, la possibilità di nutrirmi in modo libero, e piacevole.

Carnet (Febbraio 2019)

In ritardo vado a pubblicare le listine mensili che ho saltato.
I punti esclamativi stanno ad indicare i migliori libri e film: quelli che consiglierei e anche quelli – più rari – che, pur non essendo eccellenti, hanno avuto importanza per me.

Libri letti:
15. Lo sguardo e il gusto – Patrizia Traverso
!16. Ti mangio con gli occhi – Ferdinando Scianna
Viaggio dalla Sicilia e ritorno dopo aver toccato alcune tappe intorno al mondo. La cucina, i prodotti, il rapporto con il cibo visti, fotografati e commentati: peccato per le molte foto in formato ridotto, poco godibili.
!17. Il dilemma dell’onnivoro – Michael Pollan
Geniale, equilibrato e intrigante. Analisi della fattoria industriale, della poli- ed erbicoltura e della… caccia e raccolta comparate, apprezzate o dissacrate. Educativo, ma si legge come un romanzo d’avventura.
!18. La dignità ai tempi di internet – Jaron Lanier
!19. Proust e il calamaro – Maryanne Wolf
Confesso che non ho capito il nesso con Proust. Anche se da qualche parte se n’è parlato.
Il saggio, comunque, è lodevole.

20. Guida alle case più stregate del mondo – Francesco Dimitri
21. Case stregate – Alison Rattle, Allison Vale
Sì, lo so. Pensate che mi sia bevuta il cervello. E’ che, passione atavica per il paranormale a parte, tra le tante opzioni per la mia abitazione futura ci sta anche questa: vabbeh che non siamo in Corea, però magari pure qui una casetta infestata / dell’impiccato / maledetta a prezzo scontato si troverà…!
!22. Tienilo acceso – Vera Gheno, Bruno Mastroianni
23. La psicologia di internet – Patricia Wallace
24. La gioia del riordino in cucina – Roberta Schira
25. Vivi semplice vivi meglio – Philippe Lahille
Il sale della vita – Pietro Leemann [sfogliato velocemente]
Manfrina vegana di scarsissima qualità.
!26. Il filtro (The filter bubble) – Eli Pariser

Film visti:
22. Il quarto tipo – Olatunde Osunsanmi
!23. Crossing over – Wayne Kramer
24. The informant! – Steven Soderbergh
25. Il mistero del falco – John Huston
26. L’ultimo esorcismo – Daniel Stamm
27. Nessuno si salva da solo – Sergio Castellitto
!28. L’imperatore del Nord – Robert Aldrich
29. In memoria di me – Saverio Costanzo
Mi è difficile formulare un giudizio su questo film. Non posso dire di aver còlto con sicurezza tutto ciò che voleva dire, o almeno trasmettere: ad ogni modo, l’ho trovato interessante ma soffocato e soffocante. Un po’ troppo. Certo, l’atmosfera è voluta, ma alla fine, dove vuole andare a parare Costanzo? Boh.
!30. American hustle – David O. Russell
!31. Fratellanza (Brotherhood) – Nicolo Donato
A volersi informare, mi sa che di nazistoidi gay è pieno il mondo. La storia però non è troppo calcata, e suggerisce qualche domanda ovvia ma pesante, cui solitamente sfuggiamo. Inoltre gli attori fanno bene il loro dovere (del resto, hanno solo obbedito agli ordini…).
!32. Tomboy – Céline Sciamma
Nel gioco del tiro alla fune, in questo film (bello, mai noioso, nonostante la difficoltà della tematica), non vincono né i fan del gender né i loro oppositori. Può anche darsi che la regista sia schierata, e forse basterebbe una ricerchina per appurarlo: ma perché rovinarsi un prodotto riuscito?
33. 40 Carati (Man on a ledge) – Asger Leth

Libri .2: Carr + Il gusto del cinema

Internet ci rende stupidi? – di Nicholas Carr

Onesto ed equilibrato, approfondito ma senza pesantezze.
La domanda del titolo, nonostante l’apparenza, non è retorica.

Il gusto del cinema – di Ferruccio e Federica Cumer

Diviso in sezioni dedicate ciascuna a una regione italiana, si distingue da altre raccolte di accostamenti cinematografico-culinari per la competenza mai superba o prolissa in materia di grande schermo, e per i validi approfondimenti storici e gastronomici. Consigliato.