Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

La narrazione è fluida, non ho trovato quel continuo impaccio e quell’incertezza data dall’alternare due periodi temporali diversi di cui alcuni hanno parlato.
Ma inizio a scriverne ad appena quota cento pagine, per non perdere lo slancio, e dunque la cosa potrebbe cambiare più avanti.

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Do it the American way

Sempre dall’alba delle cento pagine, mi sento di mettere in chiaro una cosa: è fin troppo facile condannare il programma di Love in Action, di rieducazione forzata, nel quale l’autore s’è inserito. Per sua scelta, ma una scelta condizionata da quell’ambiente estremista, quando non fanatico, della Bible Belt: una mescola di polvere da sparo protestante, che va dai carismatici alle varie forme di battismo (Conley è nato in una famiglia affiliata al battismo missionario) passando per il congregazionalismo e gli episcopali.
Una chiesa di maniaci, nel senso clinico del termine; una fede superficiale per abitudine indotta; una famiglia disfunzionale con una struttura che, manco a farlo apposta, potrebbe (sottolineo il condizionale) ben adattarsi a quella indagata dalla psicoanalisi della terapia riparativa.
Non è certo stupefacente che un quadro di vita simile si incontri con “guaritori” invasati ed incompetenti, in un tripudio di concezione perfettamente americana.
Se la salvezza dipende dal tuo successo, e per converso qualsiasi segno di debolezza sociale è automaticamente interpretato come sintomo di peccato.
Se il tuo retroterra è quello dei predicatori televisivi, e di un padre che al mattino scorre le notizie su internet per trovare segni dell’Apocalisse imminente in ogni banale scossa di terremoto o inondazione, con fiducia degna del migliore accrocco millenarista. (Sì, l’Apocalisse verrà e ci saranno, anzi ci sono da un pezzo, dei segni, ma un pochetto più significativi della talpa nel nostro orticello, please).
Se sei in bilico e con ancora la possibilità, viva e pulsante, di interrogarti su te stesso, indagarti, scoprirti a fondo, ma ogni domanda viene strangolata sul nascere e ogni possibilità di crescita inibita perché abiti in un mondo fatto di treni che viaggiano su binari prestabiliti.
Embé: grazie al cazzo, e scusate il francese, che sei finito in un giro di criminali che di un tema delicato, l’omosessualità, e una scelta più che legittima ancorché avversata ma da gestire con la massima cura, la terapia riparativa, fanno un inferno a mezza strada tra la pretesa manageriale di cambiare qualsiasi aspetto della realtà con la sola volontà – che non è il libero arbitrio, la libertà morale, ma solo l’ennesima manifestazione di volontà di potenza tutta umana! -, e l’intransigenza settaria di rifondare gli uomini non a immagine e somiglianza di Dio, ma a propria immagine! E siccome non sono soddisfatta, ci metto ancora altri tre punti esclamativi!!!
La sfiga, proprio. Preciso che parliamo del 2004 – la storia è poi stata pubblicata nel 2016.
E in quel 2004 chi era tanto voga, e, Santa Madre, lo è ancor oggi?

Billy Graham e i suoi fratelli

Nella zuppa protestante, una buona dose è rappresentata dalla spiritualità evangelica. Che non mi provo nemmeno a descrivere: troppe diramazioni, troppe sigle, troppe chiese, troppo tutto. E non avendola mai non dico frequentata, ma neppure bazzicata, mi astengo da un’operazione improponibile, per la quale non sono ad acta. Tanto più che, giustamente, gli evangelici sono suscettibili in merito: quante volte i media chiamano “sacerdote” quello che è invece un pastore? La newsletter di Evangelici.net, che ogni tanto cito e cui sono fedele da un anno, li becca sempre sul fatto.
Ebbene, proprio attraverso questa newsletter ho imparato primariamente a familiarizzare con un nome di peso della fede evangelica americana: Billy Graham, che è stato sino alla sua morte, un paio d’anni fa, pastore e confidente di diversi presidenti repubblicani. Una settimana sì ed una no, fa la sua comparsata in un trafiletto dedicato a dichiarazioni pubbliche di fede e conversioni eccellenti (occhéi, esagero, ma comunque spesso e volentieri in America se ne parla).
Ancora più spesso viene citata la Hillsong Church, che pare convertire star musicali a spron battuto: ultime conquiste, Justin Bieber e Kanye West. Entrambi hanno prodotto il loro ultimo album ispirati dalla luce della Grazia (che, fuor di ironia, mi auguro abbiano ricevuto realmente: non sta a me stabilire se credano davvero, ma un tantinello di prudenza quando rivelazioni eclatanti incontrano lo star-system è d’uopo).
E insomma: chi mi ritrovo citato proprio come punto di riferimento della famiglia di Conley? Esatto: Billy Graham. Non depone troppo bene per Billy, ‘sta cosa.

Tirando le somme

Ribadisco: Conley, in questo memoir, dimostra d’avere un sacco d’idee, diverse fra loro, e tutte molto, molto confuse (ad eccezione di quando tratteggia lo “spirito” di alcune delle tante denominazioni con una sola, breve pennellata, cogliendone l’essenza: lì ho applaudito). Afferma di possedere una “razionalità ostinata”, e lo conferma in ciò che racconta: tuttavia, la impiega assai male.
E la matassa di stupidaggini (scusate, per me lo sono!) che riesce a disporre nella narrazione, a chi viene affidata? A un branco d’imbecilli scelti a caso (giuro), privi di titoli, ed altrettanto fuorviati, che trasformano la terapia riparativa in un magheggio da Scientology. Dov’è il mio fucile caricato a sale, dannazione?
[Voglio appunto fare una ricerchina, che dovrà necessariamente essere in lingua inglese, sui metodi di LIA. Il parallelo che ho fatto con Scientology non è casuale, purtroppo, le affinità sono evidenti].
Una scelta che non appare affatto  inevitabile, anche se per una serie di concatenazioni  d’eventi finisce per non stupire nessuno. Conley è rimasto in un programma breve, diciamo “esplorativo”, di Love in Action per due settimane, senza esservi stato spinto specificatamente (avrebbe avuto diversi modi per mettere ordine in se stesso e fronteggiare il dissenso, che pare non essersi mai tramutato in aperta ostilità, della famiglia) ma più a causa di una sua deriva personale. Della mancanza di iniziativa, soprattutto – spiace dirlo: non vuole essere un processo all’autore, che certo ha attraversato momenti difficili (fra i quali alcuni mesi di colloqui settimanali con uno psicologo affiliato, per valutare il suo inserimento), ma insomma: definirsi “un sopravvissuto” (risvolto di copertina), come se il suo grande travaglio fosse consistito nelle due settimane di cazzeggio nel gruppo LIA, è pretestuoso.
E’ l’insieme di piccoli e grandi strappi alla quotidianità consolidata che, spalmato nell’arco di circa un anno, va a creare una lacerazione importante in lui, tanto che al termine parla di trauma. Ed è un peccato che, pur con tanta dovizia di particolari, non abbia particolarmente approfondito le reazioni dei genitori – presenti, ma che suscitano l’ulteriore curiosità del lettore piuttosto che entrare nel merito.
Ecco, trovo che questa sia stata un po’ un’occasione sprecata di mostrare meglio un tipo di tessuto culturale e sociale che ti conduce a piccoli passi, e per piccole omissioni, al disastro. Opinione mia, rafforzata dal divario tra ciò che il battage pubblicitario ha spinto (LIA) e ciò che merita più attenzione (il contesto); ma tant’è. Penso dipenda anche da una certa ritrosia dell’autore, che si è esposto molto, ma in uno stile “velato”, sempre un passo indietro rispetto alle vicende: il che va benissimo, ma lascia spiazzati.

Per contro, il libro è ben scritto ed ha un buon ritmo, si lascia scorrere velocemente.
Nonostante l’argomento pesante, l’ho quasi divorato proprio perché è innanzitutto una storia di vita personalissima, in cui molti potranno riconoscersi a grandi linee ma che rimane anche difficilmente emblematica nella sua singolarità.
C’è una bella vena poetica in Conley, e considerato che questa è la sua opera prima, ci si può aspettare anche di meglio in futuro.
Ho adorato la manifattura dell’oggetto, molto morbido e maneggevole ma “pieno”, di un certo peso; e con colori e rifiniture da rivista – ho messo in lista un altro paio di libri dell’editore Black Coffee 😉
A questo punto mi interessa scoprire cosa han tratto da una storia simile per farne un film: per qualche ragione, ci vedo molto bene Russell Crowe nel ruolo del padre, mentre non sono del tutto convinta della Kidman… purché abbiano mantenuto un po’ del carattere giovanile del testo.



Nelle puntate precedenti:

> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo .3: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e contro Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey

Film .24: Man of steel, Zack Snyder

La prima mezz’oretta di Man of steel mi ha ricordato che, compilando il CineMeme, avevo scordato di dire quale fosse il genere che, nel cinema, mi piaceva meno. Lo faccio ora, semplicissimo: la fantascienza… ebbene, quella parte è scritta decentemente e occorre a tutti gli effetti per capire la nascita di Superman, che poi è lo scopo del film… però che due grandissime palle, ragazzi. 
A momenti mi pareva di essere rimasta a Fantàsia, 1984.
Due cose mi han fatto sorridere, comunque: i due aggeggini volanti, Kelex e Kylor, che fanno tanto Siri / Alexa. E soprattutto i numerosi, ma nient’affatto sviluppati, agganci alla contemporaneità: lo sfruttamento intensivo (e definitivo) delle risorse energetiche di Krypton; il controllo delle nascite, il contrasto tra nascita naturale e nascita predeterminata-eugenetica in base ai lignaggi, con tanto di predestinazione di ruolo sociale, il contrasto tra possibilità di  libera scelta / dominio ed accettazione del caso vs. pianificazione totale… attraverso, anche la manipolazione embrionale.
Ecco, datemi di queste cose in abbondanza, togliete di mezzo i copricapi strani, e io adoro la fantascienza. Ma così NO.

In antitesi a questo mondo che mi puzza di artefatto e plasticoso, c’è un’umanità vorticosa e profonda nella quale è immerso il Clark pre-Superman.
Al minuto 23.00 circa, ci dice Il mondo è troppo grande, mamma. E cazzo, se ha ragione.
Al minuto 55.00 circa, un tornado si porta via il padre (e se all’inizio pensi Chi te l’ha fatto fare, alla fine pensi che Era necessario).
In mezzo a questi due estremi, e in essi stessi, ci sono colorazioni livide tra il blu ed il verde, una fotografia da temporale costante, e musiche estremamente simili a quelle dei Pearl Jam: quanto di meglio per esprimere l’idea di un’esistenza minata alla base dall’imprevedibilità e dallo sradicamento. E sopra, il carico: un ragazzo che non ha nome perché ne ha troppi, e un po’ troppo spesso si ritrova bagnato come un pulcino con i vestiti sbragati da scappato di casa.
Occhèi l’atto di fede, papà Jonathan, ma già ci ho una vitadimmerdatanto, e devo pure rischiare di complicarmela? Ah, devo, solo non subito? E va bene…
Io in questo ci ho letto la mano di Nolan, che però adesso non ricordo per niente su quali parti del film sia intervenuto, fino a che punto e in che ruolo (sceneggiatura?). Ad ogni modo, angst angst angst!

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Pulcino bagnato.

 

Dunque, finora abbiamo: astronavi cugine dei tripodi de La guerra dei mondi, alieni rincorsi dall’Fbi, richiami a Smallville (Lana, per es.), richiami cristologici – leggi la S simbolo del casato che poi starebbe per “speranza”; lo spiegone di Jor-El sul fatto che gli umani l’avrebbero considerato un dio (immaginatevi poi i complottisti con la teoria sugli Elohim… sigh); e i 33 anni di Clark passati nel “nascondimento”: c’è solo una differenza di tre anni secchi ma dato che alla fine muore e risorge comunque, ce li facciamo andar bene: tutto fa brodo, e tutto fa Cristo.
Senza dimenticare la parte migliore: tutta la lotta tra Superman e Zod, incluse le scene allusive all’11/9 con aerei che sfondano grattacieli già in procinto di crollare, magari sotto la sferza dei raggi provenienti dagli occhi dello Stronzo Intergalattico che segano in due anche la Wayne Financial – tutta roba ripresa in modo perfetto nel successivo Batman v Superman. E le scene minori, ma non meno spettacolari, di lotta tra il seguito dello S.I. e gli umani.
Come ha avuto modo di imparare Faora, una nobile morte è già una ricompensa (unica altra citazione cult, oltre allo sciopone di Clark nello sgabuzzino della scuola e allo scambio di ehm, opinioni a seguito dell’abbattimento del drone). Si vede però che i militari intervenuti non la pensavano proprio così, perché si sono limitati a sentenziare “Non è una dei nostri”, ma a fermarla manco c’han provato, con l’eccezione ovviamente del Colonnello Volante Hardy (era colonnello, poi?).
Certo, non mancano i momenti esilaranti (chissà quanto voluti). Dal premuroso Andate dentro, è pericoloso che Superman rivolge a dei cittadini terrorizzati davanti a un negozio – beata ingenuità: ma è proprio questo candore assoluto, che nemmeno con il Lavasbianca lo si ottiene, a piacere tanto! – all’adirato Pensi di poter toccare mia madre?! (eccola che ritorna, o meglio che precede il Pianto Collettivo Su Martha di BvS).

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Non fate alterare Clark. La Mamma è sacra.

 

La cretinata galattica

Due citazioni per avviarci verso i titoli di coda.
La prima è una cretinata, appunto, messa in bocca a Faora. Roba che per esseri evoluti è proprio da vergognarsi:

Il fatto che tu [Superman] abbia un senso morale e noi no ci dà un vantaggio evolutivo.
E se la storia ha provato qualcosa, è che l’evoluzione vince sempre.

Non a caso, son stati tutti sterminati, tiè.

Lo spottone American Pride

Dopo aver fiondato un drone davanti al muso della jeep del generale Swanwick, alla questione sull’uso per il bene o per il male dei propri poteri Superman dà, alla fine, una non-risposta. Anche piuttosto paracula, direi. Eppure m’è piaciuta, mi sta bene. E’ questa qua:

Generale Swanwick: Ma è diventato matto?
Superman: Uno dei vostri droni ricognitori…
G.S.: E’ un giochetto da dodici milioni di dollari!
S.: Lo era… lo so, vuole scoprire dove appendo il mantello. Lasci stare.
G.S.: Allora le farò una domanda ovvia. Come sappiamo che un giorno non agirà contro gli interessi dell’America?
S.: Sono cresciuto in Kansas, generale… non potrei essere più americano.

Capito, adesso, perché Superman ha gli stivali le scarpette rosse?

Libri .15: Una paga da fame, Barbara Ehrenreich

Abstract: Milioni di americani, e non solo, lavorano ogni giorno duramente e senza sosta in cambio di salari modestissimi. Nel 1998, l’autrice decide per un paio di anni di fare la loro stessa vita, per cercare di capire meglio che cosa c’è dietro le retoriche che invocano la fine dello stato sociale. Lascia la sua bella casa, rinuncia a utilizzare le sue carte di credito e lo status di intellettuale e giornalista. […]

Mentre pulisco un salotto dopo l’altro, mi chiedo se la signora sarà mai portata a riflettere sul fatto che ciascuno degli oggetti e oggettini attraverso i quali esprime la sua personalità unica e irripetibile, visto dall’altra parte, è soltanto un ostacolo in più tra un essere umano assetato ed un bicchiere d’acqua.

C’è della chiarissima ironia in questo brano del reportage della Ehrenreich, il cui sottotitolo recita: Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo, così come tutto il libro è percorso da un’indignazione cristallina, decisa ma non pesante, l’antitesi delle cantilene di un poseur politico.
C’è della politica, appunto, ma c’è soprattutto una capacità di osservare e di partecipare – per l’autrice il distacco giornalistico è una mera giustificazione per non farsi coinvolgere proprio là dove sarebbe più opportuno accettare di esserlo.

Si avverte qui tutto lo stacco tra chi non ha niente – e del resto non avrebbe neppure il tempo di godersi qualcosa che non sia una doccia al volo ed un letto – e chi ha in sovrabbondanza; ma non è soltanto l’abbondanza in sé ad essere presa di mira, lo è anche l’illusione che avere qualcosa significhi essere qualcuno.

Dunque il nostro è un mondo di dolore fisico, tenuto sotto controllo a furia di aspirine e analgesici, compensato dalle sigarette e, nel caso di un paio di noi, ma solo nel weekend, dall’alcool.
Si rendono conto, i clienti, della sofferenza che costa il dare alle loro case quell’aspetto da motel?
E se lo sapessero, ne rimarrebbero turbati, oppure si vanterebbero sadicamente di quello che i loro soldi possono comprare, dicendo per esempio ai loro ospiti: “Guardate i miei pavimenti: vengono lavati con le più pure lacrime umane?”.

Il peggio, per me, è che tutta questa sofferenza e questa schiavitù sono orchestrate (nel caso delle donne delle pulizie, ma la Ehrenreich si è “calata” – è davvero il caso di dirlo – anche nei panni di una cameriera e di una commessa, tutte con salario di 7 dollari l’ora o inferiore) in modo da garantire un risultato esteticamente soddisfacente, ma di fatto assai carente dal punto di vista igienico e di pulizia in senso proprio.

Non stupisce, è triste, il fatto che condizioni di lavoro aberranti e smantellamento del poco stato sociale americano fossero in pieno vigore già vent’anni fa. Nel corso delle esperienze fatte dall’autrice, non mancano gli esempi di “riforme” spacciate per vantaggiose alla manodopera e rivelatesi nel concreto piccole e costanti corrosioni delle già modeste condizioni economiche di partenza.
E in tutto questo, mi sono trovata immersa in un resoconto vitale e godibile – godibile specialmente dal mio divano, in un’Italia sempre più devastata ed americanizzata ma pur sempre Italia; va detto.
Un brivido corre lungo la schiena quando si legge (ricordo che siamo tra il 1998 ed il 2000) un’annotazione relativa alla scarsità di manodopera, quella che proprio oggi molti imprenditori italiani lamentano, per poi cavarsene fuori addossando la colpa al cosiddetto mismatch, ossia il mancato incontro tra studi fatti / competenze acquisite ed esigenze del mercato (sempre lui):

Secondo alcuni economisti, non esiste una vera “scarsità di manodopera”, bensì soltanto scarsità di persone disposte a lavorare per salari come quelli attualmente offerti.

Emblematica di quanto sia americano tutto questo – il lavoro brutalizzato ma anche la reazione allo stato delle cose – è la risposta data a Barbara da una collega di The Maids, alla domanda su cosa ne pensasse dei loro clienti, che vivono nel lusso mentre altre persone, come lei stessa, faticano a tirare avanti:

Non saprei, però, caspita, piacerebbe anche a me avere una casa come le loro, un giorno.
Per me è uno stimolo e non provo alcun risentimento, perché mi dà una meta da raggiungere.

Ecco, questa ambizione, questa invidia sociale in salsa naïf calvinista, mi colgono sempre di sorpresa nonostante le conosca: non fanno davvero parte del mio bagaglio.
Come non ne fa parte l’idea che, per accedere ad un posto di lavoro, si debba obbligatoriamente sottoporsi ad un test antidroga sulle urine e ad un test della personalità che, per quanto riadattato alle esigenze di assunzione di un’azienda, resta nella sostanza un’intrusione indebita nell’intimo del candidato (di sindacati non parliamone: sono la #GrandeBestemmia).

Mi aspetterei qualche mugugno, segni occasionali di ribellione; che so, scritte sarcastiche sui poster esortativi appesi negli spogliatoi, pernacchie soffocate durante le riunioni del personale. Invece, niente. 
Forse è questo il risultato dell’eliminazione dei possibili ribelli mediante l’esame tossicologico e i questionari di personalità: una forza lavoro uniformemente servile e denaturata […]
L’idea che un estraneo possa avere accesso a cose, come la tua insicurezza o la tua urina, che normalmente sono rese “pubbliche” [virgolette mie, N.d.A.] soltanto in un contesto medico o psicoterapeutico, è inquietante.

Ciò di cui non ci si rende conto, quando si accetta di vendere il proprio tempo un tanto all'ora, è che in realtà si sta vendendo la propria vita.

Ciò di cui non ci si rende conto, quando si accetta di vendere il proprio tempo un tanto all’ora, è che in realtà si sta vendendo la propria vita.

 

La Ehrenreich ha anche scritto la prefazione a Donna delle pulizie: lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre, il libro autobiografico di Stephanie Land che farò seguire a questo.
Pubblicato quest’anno da Astoria, fa un perfetto pendant:

Abstract: Un memoir su cosa significhi oggi vivere da poveri nel paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti.
Per una serie di scelte sbagliate Stephanie Land, diventata madre da poco e costretta a fuggire da un compagno violento, precipita in uno stato di povertà assoluta.
Mentre lavora duramente per tirare avanti, pulendo i gabinetti dei ricchi, destreggiandosi tra una serie di lavori domestici malpagati, lo studio e il complicatissimo mondo dell’assistenza governativa, Stephanie scrive.
E scrive le storie non dette degli americani sovraccarichi di lavoro e sottopagati. Delle esistenze faticose dei poveri. In una società priva di reti di protezione familiare, all’interno della quale essere poveri equivale a essere colpevoli.
Ma Stephanie è caparbia, e scrivere le permette di sopravvivere alla propria orribile esistenza, e di immaginare un futuro. E alla fine ce la fa: si laurea, viene accettata dall’Economic Hardship Reporting Project, istituto che aiuta a pubblicare giornalismo di qualità incentrato sulle diseguaglianze.
Memoir a lieto fine, non per questo “Donna delle pulizie” è meno potente.

Film .9: Lo straniero + Haunting

Lo straniero – Orson Welles

L’ispettore Wilson è incaricato di rintracciare e smascherare il criminale nazista Franz Kindler rifugiatosi negli Stati Uniti. I suoi sospetti si concentrano sull’apparentemente integerrimo prof. Rankin, stimato e tranquillo insegnante, fidanzato con la figlia di un giudice della Corte Suprema. Col procedere delle indagini, tutti gli indizi non fanno altro che trasformare i dubbi dell’ispettore in certezze.

Consigliato da Kasabake in questo commento da Wayne, mi ha ispirato e l’ho subito prenotato. E non me ne sono pentita: pur girato nello stile un po’ rapido dell’epoca, il film si prende il tempo di dire ciò che ha da dire, e pur seguendo un copione preciso, direi ottocentesco, nel far accadere tutto ciò che noi spettatori ci aspettiamo accada, non annoia e non banalizza.
Certamente il tema della caccia ai nazisti espatriati è in sé affascinante ma, volendo, in antitesi allo spirito positivo e democratico americano si sarebbero potute opporre diverse altre cose oltre al totalitarismo. Più semplicemente, la storia è un monito sull’ambiguità dell’animo umano (incarnata da Rankin / Kindler), ma anche sulla sua fragilità, innocenza (o ingenuità che veder si voglia nella passione che sua moglie Mary mette tanto nell’amore quanto nello sdegno).
Un’espressione facciale (per esempio quella di Welles nella scena dell’omicidio), un dettaglio simbolico (l’angelo dell’orologio che lo infilza con la spada), e simili minime cose sono sufficienti a dare un tono alla pellicola, per altro già caricata di intensità dall’ottima fotografia (sì, anche il bianco e nero ha bisogno di una buona fotografia).
Non lo definirei il film più importante della storia del cinema – sempre che sia possibile indicarne uno ed uno solo -, ma ne costituisce di certo un ottimo capitolo. E, lo confermo, vi si trova uno dei semi che hanno fatto poi di Hitchcock quel che tutti sappiamo (dalla forza tensiva generale ad immagini riprese e trasformate, come quella finale del campanile). Finché sarà possibile, copyright eccetera permettendo, lo trovate (integrale e con audio italiano) qui su YT.

Haunting (Presenze) – Jan de Bont

Da dimenticare.
Non solo non ha nulla a che vedere con il romanzo a cui si è ispirato (ma dovremmo dire: che ha saccheggiato per poi stravolgerlo) – L’incubo di Hill House di Shirley Jackson.
Ma anche, soprattutto, è emblematico di cosa significa avere le idee confuse: parte abbastanza bene, prendendosi (anche troppo) sul serio, e slitta col passare dei minuti in un melodramma insopportabile, che avrebbe avuto la sua ragion d’essere se si fosse voluta ottenere una parodia grottesca del genere.
E’ chiaro però che questa non era l’intenzione iniziale.
Il risultato è una toppata clamorosa.
E Catherine Zeta-Jones, paradossalmente, non si può guardare.

La ricerca della felicità

Ho in lettura, a fianco di Cronin, L’Opzione Benedetto di Rod Dreher, del quale sono venuta a conoscenza attraverso Claudio su La falsa morte – qui il suo commento.
Libro bellissimo sotto diversi aspetti, ma non è una recensione (per quanto breve come lo sono solitamente le mie) che voglio fare qui; solo annotare una “piccolezza”, un pensierino che più volte mi ha attraversato nell’ultimo anno.

E’ inscritto, direi, più che soltanto scritto, nella Dichiarazione d’Indipendenza americana il concetto di diritto alla ricerca della felicità; che scopro, per altro, essere mutuato da John Locke il quale aveva originariamente formulato la triade: diritto alla vita / alla libertà / alla proprietà.
Inevitabile per me ripensare, ogni volta che vi incappo, alla conversazione telefonica che ebbi circa un anno fa, appunto, con un ex amico. Conversazione torrenziale (quattro ore!), densa di interesse, eppure frustrante per l’impossibilità conclamata di venire a termini comuni su un argomento qualunque, quale che fosse.
E’ stato durante quelle ore che ho espresso per la prima volta la necessità di distinguere,  e distinguere molto bene, fra diritto alla ricerca della felicità e diritto alla felicità tout court. Semplicemente, è il primo che ci spetta mentre il secondo non ci è dato, perché neppure esiste. Se un diritto alla felicità – senza se e senza ma – esistesse, oltre a porre un grave problema di coesistenza tra felicità, aspettative e concezioni del mondo differenti (tante quante sono le persone viventi al mondo abbastanza adulte da modellarne alcune), esso si tradurrebbe ipso facto in un vincolo stringente dell’una persona contro l’altra, nell’obbligo civile (ma privo di una morale che lo sostenga e lo renda attuabile) di perseguire la propria felicità – o meglio: pretenderla – attraverso la limitazione di quella d’altri, ugualmente sulla carta detentori del medesimo diritto a non limitare sé stessi in nessun modo e misura.
In definitiva ed in un’unica parola, un ossimoro.
Impraticabile, insensato; eppure ad oggi guida esplicita di grandi masse di persone.
Così come dell’amico che, dopotutto, difendeva tale sacro, ma per nulla santo, diritto più per cieca passione politica che per convinzione.

Io il diritto alla felicità che mi viene offerto, per la sua vacuità e per altre ragioni, francamente e serenamente lo rifiuto.
Mi tengo piuttosto stretto il diritto cristiano a conformare la mia felicità a ciò che vale qualcosa, e mi viene indicato come giusto da chi ne abbia la competenza (competenza: valore oscurissimo nei giorni che viviamo).