Sogni .9: Perdono

Non so se fosse un’introduzione al sogno successivo, ma la prima cosa che ricordo è che mi trovavo su una strada di montagna, un sentiero perfettamente circolare che ne seguiva il fianco tipo arancia sbucciata artisticamente.
Lungo tutto il sentiero erano disposte, in fila indiana e ad intervalli regolari, delle biciclette da bambino, con le rotelle – e qualche volta il cestino.
Io me ne stavo appollaiata su una grande roccia, osservando il paesaggio e leggendo, in attesa dell’arrivo di qualcuno.

Mi hai fatto scendere / da una Mercedes
Dimmi i tuoi perché / Prenderò un treno per / che ne so
Stanotte mi perdonerò

Ti ho portato la bustina con i soldi delle vendite ed il biglietto.
Ma sono tornata indietro, perché mi sono resa conto che mancavano 10 € (una volta sveglia, mi chiederò più volte se l’abbia fatto per davvero).
Spio dall’angolo, tu sei lì, allora aspetto che rientri sedendomi su due giubbini venuti da chissà dove. Miei non sono.
Ma ormai mi hai notata. Scendi dal balcone, esci e a quel punto te li consegno direttamente, ma subito mi volto e vado.

Poi mi ritrovo di nuovo lì, siamo lì, in una specie di garage seminterrato.
Mi prendi per mano, ti seguo. Mi abbracci. Sei piena di tenerezza, una tenerezza che non combacia con l’aridità che ti pervade quando trasformi la realtà in nemica.
Mi dai dei libri, parecchi. Soldi, più di quanti te ne abbia consegnati io. E due tavole di cioccolato in astucci di carta blu.
Alla fine, anche il mio pino, risorto nonostante le mie velenose cure, con magnifiche foglie piatte e rosso cupo (foglie che ho visto durante la mia camminata), che non gli appartengono ma, qui, gli vanno a pennello.

Mi hai difesa da tante cose in questi anni.
Non mi hai difesa da te.
Io, però, mi sono perdonata.
Ho benedetto i miei errori e ho spiegato loro che non sono tali.

Si fa credito

Allora. Dicevo – scrivevo – ieri di una serie di seccature, tra le quali l’ultima e più potente me l’ha scaraventata addosso Tizio, pontificando stupidaggini e cattiverie (tant’è che ne ho scritto: voleva diventar pontefice, invece è finito a pulire i cessi ai Musei Vaticani. Metaforona, ovviamente).
Mo’ ascoltatemi, che seguo il filo delle mie incazzature personali ma devo pur dire una cosa importante per tutti.
Tizio ha sbracato. Io l’ho asfaltato e messo al bando, ossia in spam diretto (mi ci vedete, vero, col bastone nodoso levato in aria come Mosé, a ululare Sia anatema!?). E poi? E poi me lo ritrovo in mail – va detto che me l’aspettavo – a scusarsi come se avesse rotto il vaso cinese di mamma per caso, ed a piagnucolare con un’altra blogger che entrambi leggiamo che aveva fatto un casino.
Eh sì, l’hai fatto.
Ora. Spero di essere breve (ormai non lo prometto più) e non ulteriormente fraintesa, ma provo a spiegarmi comunque.

Tizio ha fatto, per motivi diversi, molto più danno di quell’altro, l’ex amico che ha fatto una sortita imprevista sul blog, poco piacevole ma certo non terribile.
Però l’ex amico non ha fatto mai una piega, né quando abbiamo rotto né ora. Tizio sì.
Per questo lo ritiro dal bando nel regno del ghiaccio e lo recupero – anche se, sia chiaro, con riserva: ossia tenendolo finché mi parrà opportuno nel recinto dei bambini piccoli, così che non faccia altri danni agli altri ed a se stesso se appena mi giro.

Perché?
Perché mi ha dato il piacere di vederlo cedere e chiedere scusa? No, è indubbiamente un piacere ed allevia il groppo sul cuore, ma non è mica abbastanza; e poi le nostre “scuse” molto spesso fanno piuttosto schifo. Lo sappiamo tutti.
Perché i cristiani, si sa, sono tenuti a perdonare – tutti e sempre indistintamente? Ennò, col cazzo (antico termine aramaico). E’ opinione diffusa, ma alquanto superficiale ed errata. Il perdono personale è materia appunto individuale, e magari si eviti di sollecitarla come i giornalisti che piazzano il microfono sotto il naso delle vittime appena sbucano dal tribunale… il perdono in generale (quello di matrice divina, per intenderci) presuppone un’unica cosa: il previo sincero pentimento.
Ecco, Tizio non è un amico né mi cambia chissà che se c’è o non c’è. E’ un lettore, punto.
Diciamo assimilabile, in questo momento, a un tizio qualunque per strada che si sia sbrindellato il ginocchio e abbia bisogno di un fazzoletto per tamponare. Il punto è che, fosse pure stronzo, se ‘sto sconosciuto col ginocchio sanguinante io non l’aiuto – per quanto mi è possibile, senza mettermi a rischio, senza fare la crocerossina -, poi la notte non dormo. O quantomeno, non dormo bene.
E’ abbastanza elementare.
Mettiamoci poi che Tizio ha esaurito il proprio credito di fiducia presso di me, ma dal momento che siamo tutti debitori presso Dio, posso sempre traslare una parte del mio debito nella colonna degli attivi di un altro, e compensare. Hard-economy cristiana. Lo so, l’ho spiegata da commercialista, ma è sempre quella roba là: rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

E allora niente, riproviamo.
Con cautela e sotto vincolo – per esempio, di NON parlare di politica o religione, MAI, regoletta che del resto ho finora sperimentato con successo con L., l’amica del ♡ e leghista (ci fu un tempo in cui dissi davanti a lei e ad alcuni suoi conoscenti, senza sapere che lo fosse, che i leghisti sono tutti zotici. Ahò, lo pensavo, ne avevo motivo – che però spiegare in seguito risultò sempre in una inefficace giustificazione -, e soprattutto per me si trattava di una considerazione rozza, da prendere come tale. Non è che sapendola leghista avrei cambiato opinione o avrei fatto la lecchina, ma di certo avrei almeno mitigato la frase. Non è ipocrisia, è ragionevolezza).
Ci sarà da divertirsi, adesso, quando leggerà questa roba dopo aver goduto della mia ultima risposta affilata a Tizio. D’altronde, chiarito che non c’è paragone tra lei e Tizio, pure lei è stata “ripescata” dopo l’ennesima rottura – non tante, per fortuna. Ci siamo ripescate a vicenda, ma so che ricorda bene che fui io a piombarle a casa in modalità Serenata Appassionata, per verificare se davvero  aveva intenzione di lasciar cadere tutto così (dopo mesi di Silenzio Ostinato).
Se non altro, questa volta sto semplicemente dando una seconda chance digitale ad un “sinistro” un po’ (un po’ tanto) coglione, non ho chiacchierato amabilmente con un clandestino dichiarato, in stazione, per poi dargli il mio numero di telefono (storia vera; e chi la commenta, muore fulminato col ditino sulla tastiera. Ho fatto pure la rima).

Dunque, tutti buoni e zitti, la giuria ha così deciso.
Amen, ciao.

Temperanza

Sono un’Ariete.
Testarda, fumantina ed intransigente; ma anche rigorosa dunque onesta, ed accogliente.
Così esageratamente accogliente che ci si può approfittare di me ed esaurire le mie riserve di diplomazia e serenità (che sono pure più vaste di quanto mi venga riconosciuto) senza neppure farci caso: solo che, quando sbuffo vapore dalle narici e comincio ad incurvarmi per caricare, quella non è un’avvisaglia della bufera.
E’ semplicemente già troppo tardi per chi mi ha messo alla prova.
Nemmeno il tempo di dire “ah!”, e si ritrova asfaltato.

Le ultime settimane, e quella che s’è chiusa domenica in particolare, sono state dure.
Prima ho avuto uno scazzo – fatto rarissimo sulle piattaforme di blogging, esclusa soltanto Libero forse – su una questione certo non di vita o di morte, ma per la quale sono stata rintuzzata, screditata ed infine accusata. Il peggio che mi si possa fare.
E no, dissento dall’idea comune per la quale chi perde le staffe passa dalla parte del torto. Torto e ragione sono di chi le detiene nel caso specifico, e non cambiano sponda giocando al bon-ton.
Comunque, poco male: qualche ora di bile, un vaffanculo da parte mia ed un testa-di-cazzo, indiretto ed in differita, da parte di quell’altro; pace e bene.

Poi mi è piovuta addosso una “bella” combo: nello stesso giorno, un ormai ex amico che dopo più di un anno di silenzio si intrufola sul blog e commenta come se fosse tutto normale, e si lamenta pure di quel che ci trova – roba che manco i vecchietti davanti ai cantieri; ed uno scapestrato arrogante che aspirava ad esser pontefice, ma è finito a pulire i cessi dei Musei Vaticani.
Così non si va avanti.
Io mi prendo dei giorni di malattia, ‘ché devo sciogliere e far defluire questo veleno dal cuore, prima che metta radici – il male ha radici molto robuste, levarle quando si son già accomodate è possibile ma è una faticaccia.
Ci sarò, ma interverrò con parsimonia.

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Ho sofferto rabbia ed ho sofferto dolore.
La pochezza degli esseri umani la conosco, è debilitante e disperante; ma io non sono comunque una misantropa.
Pensare no, poco ho pensato, ben poco ho rimuginato.
Ho riflettuto, e anche questo l’ho fatto in merito ad una sola cosa: la temperanza.
Moderazione, bilanciamento, unione armoniosa di opposti.
Virtù cardinale che porta equilibrio alle altre tre.
Alcuni mesi fa ho regalato ad un’amica i miei tarocchi Morgan-Greer, sono uno strumento che ho preferito allontanare. Ricordo però bene quale fosse l’arcano maggiore che preferivo: inevitabile.
Perché mi rappresenta.
Non giochi con le anfore che amministrano l’acqua chi non sa nuotare.

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La saga del Mascheraio .5: Oggetti Volanti Identificati

Abbiamo lasciato il nostro narcisista patologico mitomane a raccontare una delle sue storie, giusto ieri. Ma il narcisista non si limita a parlare, no: lui agisce. Certo, è un’azione distruttiva la sua, ma come non riconoscergliela?
Per esempio, lui lancia cose. Lancia occhiate omicide – che detto così sembra una bazzecola, una battuta scherzosa, ma io parlo proprio di sguardi rabbiosi, violenti, di quelli che ti tolgono il fiato e ti mandano in stato d’allerta.
Lancia urla ed insulti, in accessi d’ira frequenti ma per lo più imprevedibili, così da lasciarti sempre una sottile sensazione di disagio, di tensione. E, s’intende, ampiamente immotivati.
Lancia oggetti, anche: memorabile, tra gli altri, un busto di Mussolini che durante una sessione di gioco mi volò a un centimetro dall’orecchio, andando a schiantarsi contro la parete alle mie spalle. Per la cronaca, il busto rimase illeso, la parete no.

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Ma perché? E che t’ho ffatto iooo?!

 

La finestra della cucina, invece, non poteva mica lanciarla: in compenso, mi ci ha sbattuto contro mettendomi le mani al collo, ed il risultato è stato il medesimo; cioè che la mattina dopo abbiamo attraversato la città, insieme, con la finestra in groppa (sua) per portarla in riparazione dal vetraio, o come diavolo si chiama.
E’ stata una violenza? Sì e no. Più sì che no, debbo ormai dire, anche se allora – e specialmente nel mentre – non la pensavo affatto così: non che minimizzassi l’importanza assoluta del gesto, ma nell’economia relativa del rapporto capivo. Capire non è giustificare, sia chiaro. Ma capivo che non stavo realmente rischiando un danno grosso. Tant’è che lui s’è spaventato di se stesso, invece io (scema, ma non per altro: perché non se lo meritava) l’ho tranquillizzato e consolato. Anzi, ho fatto di peggio: ho scritto un post sull’accaduto, un post poetico e devoto, traendo da quell’impulso aggressivo conclusioni di tono affettivo positive. L’ho già detto: scema?
Un episodio di “discontrollo”, come lo chiamerebbe uno psicologo o psichiatra, di pari misura non s’è più verificato dopo allora. Non nei miei confronti. Certamente, però, apre una grossa riflessione, ed una finestra che stavolta non si può riparare né lasciare lì a sbattere contro l’infisso (a proposito: dopo aver recuperato i cocci dalla verandina, uno me lo sono tenuto per ricordo. Fino a qualche anno fa).

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Anche perché, pur meno gravi, situazioni simili non hanno mancato di riprodursi di lì a breve: poche settimane dopo, infatti, ne capita una; banale ma significativa ed emblematica.
Stavo chiacchierando con Stefano, il suo (ormai) ex, che lavava i piatti dopo cena. All’improvviso Andrea sbuca dallo studio di corsa, palesemente inalberato, scambia due battute con S. che non placano la sua incazzatura (e quando mai), anzi piuttosto la rinfocolano, al che S. si becca un sonoro ceffone. A. piglia il sacco della spazzatura, dichiara che va a portarla giù ed infila la porta come un uragano.
Al suo ritorno, un paio di minuti dopo, A. sembrava un altro… non nel senso che si era pentito, eh, giammai: semplicemente, come capitava spesso e come può capire solo chi l’ha visto succedere, aveva scordato, o meglio rimosso, tutto quanto. E’ venuto in cucina bello sereno e sorridente, mentre noi muti, con una faccia funebre, e se ne è stupito. Ci ha chiesto se andava tutto bene, ha avvicinato Stefano con tanto di bacio e abbraccio, e niente: stava lì imbambolato senza comprendere.
Ha compreso poi, quando gliel’abbiamo raccontato, perché come detto non era la prima volta né è stata l’ultima… ma, intanto, il ceffone è partito. L’umiliazione c’è stata. E tanto più assurdi poiché apparentemente, per Andrea, mai esistiti.
E’ un meccanismo di difesa psichica che non mi stupisce, e che se cadesse di colpo avrebbe conseguenze tragiche. Ma io gli auguro che, almeno in tempi e modi adatti, finalmente cada. Andrea è ancora giovane. Ha ancora l’occasione di rovinare, o comunque inquinare, diverse vite, ma pure la possibilità di risolvere e riscattare la sua.

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[20 novembre 1952]
[…] quella passeggiata, con il continuo alternarsi di stati depressivi e fasi aggressive, di autocompatimenti e di deliranti progetti per il futuro, era indicativa della labilità psichica di Hitler, non solo in quella giornata, ma sempre. E durante la guerra questa condizione assunse evidenza quasi quotidiana.

[2 gennaio 1962]
Ancora una volta, quest’oggi, ho riflettuto che Hitler ha guastato non solo il classicismo, ma tutto ciò che ha toccato, quasi fosse una sorta di Re Mida all’incontrario, al cui contatto tutte le cose si trasformassero non già in oro, ma in alcunché di morto. […]

[…] lui [Speer] continuava a pensare che il capriccio del momento [di Hitler] avesse avuto una parte decisiva, come quasi sempre accadeva in occasione delle decisioni di Hitler in materia di scelta delle persone.

[…] Hitler gli avrebbe comunque dato da intendere un paio di volte che Goering era stato, sì, per la maggior parte del tempo considerato il suo successore in pectore, facendogli contemporaneamente capire che ormai lui, Speer, avrebbe avuto le migliori possibilità si subentrargli. Ma solo un paio di frasi dopo sarebbe seguita un’osservazione che avrebbe rimesso tutto in dubbio.

[…] come se un’amicizia potesse essere “spenta” e poi “riaccesa” alla prima occasione. Vi aveva colto un disprezzo dal quale sino ad allora aveva pensato di essere eccettuato.
Naturalmente non si trattò di una rottura repentina e completa. Sarebbe stato invece un lungo processo, con dubbi, ricadute e nuove spinte estranianti. Eppure: quando Hitler, dopo il loro conclusivo chiarimento della fine di aprile 1944, lo pregò di tornare nella vecchia compagnia del Berghof, si sarebbe sentito, nonostante lo squallore che ancora vi imperava e i dolori che continuavano a tormentarlo, “sollevato e perfino felice”. Poi, dopo una pausa, ha detto, più per se stesso che a noi: come si fa a capire un uomo dai simili scarti emotivi?
[…] l’atteggiamento di Hitler nei suoi confronti sarebbe stato in quel periodo continuamente altalenante. Durante gli esami della situazione, avrebbe riadottato, dopo le prime effusioni di riappacificazione, l’atteggiamento insistentemente critico […]

Repentini e drastici cambiamenti d’umore, massima volubilità ed incapacità di mantenere una coerenza, di sopportare le proprie contraddizioni interne, tanto da mettere in atto difese psichiche estreme.
Intolleranza per tutto ciò che, pur minimo, può contraddire uno schema del mondo rigido e autocentrato, senza il quale il narcisista imploderebbe, e di conseguenza anche incapacità di riconoscere alle altre persone un’importanza, una dignità, un valore, un’abilità – addirittura una realtà, nella propria realtà distorta.
Suggestione e soggezione esercitate come mezzi di prevaricazione:

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[31 gennaio 1949]
[…] Un giorno, a tavola, il Fuehrer riferì agli ascoltatori di aver fatto venire e scelto personalmente i vari tipi di marmo occorrenti [per un edificio di regime]. Possibile che non si fosse accorto che io sedevo al tavolo accanto? Oppure, la cosa gli riusciva del tutto indifferente? Ancora oggi, a ripensarci, mi stupisce che persino in bagatelle del genere cercasse onori, lui che già da un pezzo era guardato con stupore dal mondo intero.
Anche nel corso delle Lagebesprechungen militari, Hitler non di rado forniva particolari tecnici che gli erano stati esposti poco prima dai miei esperti, il professor Porsche o Stieler von Heydekampf, presentandoli come farina del suo sacco, e non di rado capitava che affermasse persino di aver letto durante la notte, benché la conferenza fosse finita soltanto verso l’alba, un’opera scientifica o storica di molte centinaia di pagine.

[20 novembre 1949]
Ancora il giorno prima, Hitler aveva potuto definirmi un architetto di genio, ma chi poteva garantire che il giorno dopo non avrebbe detto: “Giessler mi piace di più”?
[…] E’ significativo che, subito dopo aver ricevuto da Hitler le prime, grandi commissioni architettoniche, io sia stato preda di tanto in tanto di sentimenti di angoscia sotto lunghe gallerie, sull’aereo oppure in stanze anguste. Il cuore prendeva a battermi furiosamente, mi sentivo mancare il respiro, avvertivo un peso al diaframma, avevo l’impressione che la pressione sanguigna salisse di colpo. Sensazioni di angoscia nel pieno della libertà e del potere! Adesso, nella mia cella, non le provo più.
[…] I disturbi erano scomparsi, senza interventi terapeutici, quando, dopo l’inizio della guerra, l’interesse di Hitler si era rivolto ad altro, e io non ero più stato il fulcro della sua attenzione, e anche del suo affetto.
Poco tempo fa ho letto in Oscar Wilde: “Influenzare qualcuno è come conferirgli un’anima estranea. Non pensa più coi suoi propri pensieri, non è più divorato da una sua passione. Le sue virtù non appartengono più a lui, persino i suoi peccati li ha soltanto in prestito”.

[6 maggio 1960]
Bisognerebbe ben decidersi a scrivere qualcosa a proposito del dilettantismo di Hitler. Egli aveva l’incultura, la curiosità, l’entusiasmo e la faccia tosta dei dilettanti nati; a ciò s’aggiungevano ispirazione, fantasia, disinvoltura.

Speer parla della tendenza di Hitler a interloquire in qualsiasi cosa, a esprimersi su ogni questione in forma apodittica, anche quando gli mancavano le necessarie nozioni specialistiche. Sarebbe stato un aspetto che – come sostiene di sapere bene oggi – avrebbe solo minimamente distinto Hitler dai comuni “chiacchieroni da osteria”. Lo ha definito “un dilettante altamente dotato”.

Oggi Speer ha detto che Hitler sarebbe stato il tipico autodidatta. Lo si sarebbe desunto già dal suo modo di argomentare. Avrebbe cominciato ogni volta col rovesciare addosso al suo interlocutore, anche per intimidirlo, una profusione di fatti assertivamente inconfutabili e di colonne di statistiche.
“Ma nulla di tutto ciò era criticamente elaborato, né erano state prese in considerazione posizioni antagonistiche. Ciò che serviva al suo scopo l’usava poi connettere con tesi audaci, non di rado autenticamente impressionanti. Ed erano quel che c’era di effettivamente travolgente in lui, di disarmante. Poi occorre aggiungere il modo suggestivo in cui si esprimeva. Indimenticabile e indescrivibile inoltre la singolare e vertiginosa concitazione con cui esponeva le sue convinzioni, anche quando si trattava di questioni secondarie”.

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Tutto questo, meravigliosamente orribile, non rende (né lo farà mai) l’idea, per tacere della sensazione concreta, del legame che avviluppa il narcisista alle sue “prede”. Di questo, nuovamente con ampie citazioni da Speer e dal suo biografo Fest, dirò qualcosa nel prossimo, ed ultimo, post in proposito.

La saga del Mascheraio .3: Anorexia

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Mi accosto a questo tema con un certo timore, perché è delicatissimo e perché in questi giorni si sta parlando della morte di Lorenzo Seminatore, ventenne torinese, a seguito di una ricaduta; una vicenda dolorosissima per più di un motivo.
Metto subito in chiaro che io ho avuto solo un assaggio, molto amaro, di ciò che può portare a rifiutare il cibo. Non pretendo che sia indicativo o esaustivo, ma mi impongo di parlarne perché può significare molto.
I primi due post di questa serie erano introduttivi, il terzo difficile – rendere l’idea di quanto una persona possa essere tossica, a chi non sperimenta quel tipo di legame, lo è -, ma questo quarto è ancora diverso: è spaventoso. Non consente ironia, non concede sorrisi. Può solo, spero, fare il suo lavoro e toccare il cuore di qualcuno.


L’interruttore è scattato una sera d’estate.
Ero a cena dai “ragazzi”, cioè da Andrea e dal suo compagno – lo chiamerò Stefano -: pasta con panna e broccoletti. Dico “ero a cena” poiché ero stata invitata a restare dopo un pomeriggio in città… tre coperti, tre porzioni, e poi quella che doveva essere una comune serata in compagnia ha preso una piega brutta e surreale.
Poco prima che ci mettessimo a tavola, è passato da casa uno dei loro amici più stretti, naturalmente parte anche del gruppo di gioco. Non ricordo di cosa si trattasse, ma doveva recuperare un oggetto prestato.
L’ho vista accadere sotto i miei occhi in una frazione di secondo, una banalità che però ha influito pesantemente sulle mie settimane successive: come nulla fosse, Andrea ha invitato a cena “anche” quest’amico, spostandogli la sedia perché si accomodasse mentre io ero lì sul divano ad attendere. Ma non c’è mai stato un piatto in più, nessun “aggiungi un posto a tavola”; le porzioni fatte sono state portate in sala ed io, prima di defilarmi, sono rimasta qualche minuto ad osservarli mangiare con noncuranza.
Ero stata ignorata. Ero stata sostituita.
L’episodio in sé, per quanto mi avesse ferita, non è stato che il fattore scatenante. Da solo non avrebbe potuto sprofondarmi nel circolo vizioso che è seguito, ma è evidente che ha rappresentato solo la punta di un immenso iceberg fatto di mancanze di riguardi, villanìe, piccole e grandi prepotenze, umiliazioni.

Di nuovo – perché era già accaduto e non sarebbe stata l’ultima volta – dopo quella sera ho interrotto i contatti con Andrea. Unilateralmente, ma del resto in nessuna di queste occasioni lui ha mai fatto neppure il più elementare tentativo di recuperarli, o anche soltanto di chiedersi dove fossi, come stessi, perché non mi facessi più sentire.
Di fatto, gli ero indifferente.
E di punto in bianco ho smesso di mangiare, quasi del tutto.
Sulla mia psiche è calata una mannaia e per due, tre settimane, pur non frequentandolo più, ho saltato pasti, o mi sono nutrita di poco, spesso levandomi quel poco dallo stomaco subito dopo.
Dentro di me qualcosa urlava che non meritavo di esserci, di esistere, di essere nutrita: una persona troppo importante per me mi aveva letteralmente negato il nutrimento, sia fisico che affettivo, ed io me lo sono negata a mia volta: per punirmi, per per lasciarmi scomparire, per annullarmi.
Sono scivolata su un masochistico piano inclinato mossa dal senso di colpa per non essere abbastanza, per non essere giusta; ho inseguito l’autodistruzione ed ero anche consapevole di cosa stava succedendo, eppure da sola non riuscivo a fermarlo. Come Lorenzo, avevo una famiglia bella, non disfunzionale: non era da lì che nasceva il problema, ma dalla relazione “tossica” con Andrea che insistevo a tenere in vita. A scapito della mia.
C’è sempre una carenza relazionale, un bisogno insoddisfatto di essere visti, considerati, accettati ed amati, dietro all’anoressia. Come giustamente è stato detto, l’anoressia non è la patologia in sé, ma un sintomo della patologia psichica che va a mascherare: non è il corpo, non è la bellezza, non è il cibo il problema; il problema è il sentimento di inadeguatezza, la convinzione intima e non razionale di non meritare la vita, perché privi di valore. Il dilemma coinvolge alla radice il desiderio e la pulsione alla vita.
Chi smette di mangiare non vuole dimagrire, vuole morire.
Non vuole essere bello, vuole essere amato.
Rifiuta la vita perché su una sua fragilità di fondo si è innestato il messaggio, di solito indiretto, di terze persone che quella vita la dichiarano priva di valore. Insufficiente. Non all’altezza.

•••••

Non ho mai avuto, né prima né dopo quell’estate, disturbi alimentari.
Anzi, ho sempre goduto con grande piacere del cibo.
Eppure ne ho sofferto allora, in modo atroce, contro la mia volontà e con sommo stupore, contro l’evidenza del profondo affetto che la mia famiglia ed i miei amici (quella e quelli veri: non la pseudo-famiglia, i falsi amici che di questi titoli avevo impropriamente fregiato) mi garantivano.
Ma per fortuna quell’affetto, quell’amore esistevano ed erano più forti.
Lo sono stati per me, che mi ero soltanto sbilanciata ma avevo ottimi contrappesi a riportarmi indietro; mentre per altri, come Lorenzo, non sono bastati perché si sono scontrati contro un mostro di fine livello troppo grosso e feroce.
Ce l’ho fatta, infine, non perché io ero forte, non perché oggettivamente forte era l’amore dei miei per me (ed io lo sentivo), ma perché semplicemente l’equilibrio della bilancia tra le spinte interiori (il desiderio di umiliarmi perché non fossero altri a farlo, di espiare una presunta colpa) ed i loro svantaggi (il dolore che provavo facendo soffrire i miei genitori, ed in particolare mio padre), si è nettamente spostato verso quest’ultimo.
Di fatto, e voglio che sia un chiaro monito, non però un invito al fatalismo, né io né altri abbiamo avuto alcun reale controllo su ciò che stava succedendo.

Un’altra sera, un’altra cena: al lago, con la mia famiglia, nel “nostro” ristorante. Ordino uno dei miei piatti preferiti, gnocchi al gorgonzola. Ne mangio uno, due. Poco convinta. Poi più nulla. Mi alzo, vado in bagno, cerco di vomitarli e non ci riesco neppure. Torno al tavolo, ma il piatto resterà lì, pieno, accusatore.
Ricordo mia madre che mi chiede se non mangio. Con la sua ingenuità, la sua innocenza, neppure lontanamente immaginando.
Ricordo mio padre che non mi chiese nulla, ma con lo sguardo diceva tutto. Sapeva che qualcosa non andava, è sempre stato il mio gemello simbiotico, avrebbe avvertito che ero infelice, che mi ero sbucciata un ginocchio, che avevo il raffreddore anche a centinaia di chilometri di distanza.
Ed io non stavo facendo del male solo a me stessa, ma a lui.
Un dolore straziante, impossibile da tollerare.
Mi ha dilaniato, questa piccola orrenda immagine, tanto che la notte ho pianto l’anima ed il giorno dopo ho ripreso a mangiare. Lenta. Un boccone, due bocconi. Ho detto a me stessa è finita, è finita, era solo un’indisposizione. Ho ripreso a vivere, senza fatica, immediatamente, perché io sono amata.
Ma ripensarci mi dà ancora i brividi. Scrivendo piango, e molto.
Non per me. Io sono salva. Per quel pezzetto di cuore che ho tagliato a mio padre in quelle settimane, quella sera, per quello che, piccolo o grande, è stato ucciso in noi.
Io mi sono perdonata, ma non posso non chiedere ancora una volta scusa alla carne della mia carne, al sangue del mio sangue, per il terrore che hanno dovuto provare vedendo una figlia spegnersi senza un perché.
Perdonatemi. Troppo vi ho trascurato in quei frangenti, arrivando persino a definire famiglia una schifosa impostura che mi ha tolto immensamente più di quanto mi abbia mai dato. Noi ci amiamo e non abbiamo bisogno di dircelo, perché l’affetto che ci lega non è ancora perfetto ma ha raggiunto un grado superiore. Non ne abbiamo bisogno, ma ce lo diciamo ugualmente, ogni giorno, perché ci piace. Perché ci va.

Consolazioni

cuore2

Sono giorni diversi. Mi sento triste, mi manca molto mia madre.
Mi rintano, mi avvolgo in una coperta e chiudo le labbra.
Abuso di televisione e di dolci, in cerca di una compensazione emotiva.
Cerco consolazioni. E le trovo.
Sono queste, le voglio ringraziare tutte:

  • la voce degli amici.
    E soprattutto i loro messaggi, quando di parlare non me la sono sentita;
  • il gatto bianconero incontrato per la strada. I merli, le cornacchie e gli aironcini che hanno popolato il campo stamane, dopo che il contadino aveva sparso il letame;
  • gli occhi di madonna nel prato del condominio;
  • il riscaldamento di casa e la coperta morbida in cui mi nascondo;
  • le banane fritte caramellate;
  • i libri. Il loro odore, il loro fruscìo ed il loro dolce peso. Soprattutto, il bel Lamentation di Joe Clifford che mi sta coccolando adesso;
  • il mio letto, rifugio sicuro, caldo silenzioso e riparato dalla luce.

Te Deum (Luglio 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

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Foto di repertorio (2018).

 

  • il blog (questo), i blog (i miei passati), i blog (quelli che leggo, al momento corrente arrivati a 62), e soprattutto i blogger!;
  • il ventilatore e la pala da soffitto. Santa Madre. Toglietemi tutto, ma non il ventilatore e la pala;
  • i frutti della passione e gli zingari felici… (vedi qui);
  • Humphrey Bogart. Sul mio fustino del detersivo. Proprio lui:

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  • le notti (soprattutto le estivissime notti horror televisive) in cui resto alzata a lungo. Non dovrei approfittarne tanto, ma Tu mi conosci;
  • gli amici che non si stancano di invitarmi a raggiungerli. Sono una frana ed una scansafatiche, ma dovessero passare anni, non me ne dimentico.
    Né mi dimentico l’aiuto extra che mi stanno dando.