Vedere padre Pio

Mia zia T., da decenni ospite in una RSA che tempo fa conglomerò anche i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Codogno, a periodi alterni ha avuto visioni di padre Pio – che le si annunciava sulla strada per la cappella esortandola a partecipare alla Messa.
Premesso che, psichiatrica o meno, non è dato escludere che – per una volta – la visione fosse reale (con regolamentare profumo di violetta), mi sono detta ieri che probabilmente, anche se data la situazione non è possibile visitarla (e per la verità stan facendo difficoltà persino a mia cugina, infermiera e sua amministratrice di sostegno… ma tralasciamo questa faccenda collaterale…), ho pensato, dicevo, che forse dopotutto non dovrebbe far fatica a vedere anche noi parenti quando le va a genio.
Certo, non siamo illustri come padre Pio, ma la amiamo e lei ci ama.
Amare rende presenti le persone.
Voi che dite?

La morte, oggi

[Fonte: Berlicche, qui]

L’allungarsi della vita, la mancanza di guerre e di epidemie, hanno voluto dire, per molti, il dimenticare che sia la morte.
Oggi non ce ne rendiamo conto, com’era.
Duecento anni fa ogni bambino aveva un fratello, una sorella, un parente della sua stessa età, un compagno di giochi che non ce la faceva. Si ammalava, moriva. Figli di poveri e figli di re. quanti orfani. quante vedove. quanti pochi anziani.
Un secolo dopo. Probabilmente conosciamo, abbiamo conosciuto persone che c’erano, cent’anni fa. Era appena terminata una guerra che aveva falcidiato la gioventù, e un’epidemia mortale come l’odierna, ma che trovava l’umanità molto più indifesa. Anche allora si sapeva cosa voleva dire morire.

I nostri vecchi conoscevano la morte; la rispettavano;  ci si poteva anche scherzare, ma erano quegli scherzi che si fanno a mezza bocca. Non si ironizza troppo su ciò che ti può venire a prendere domani. C’è poco da ridere.

Il domani in cui arriverà quel momento, in questa nostra era di sicurezze lievi e svago, è invece troppo remoto perché sia considerato seriamente. I lutti sono brevi e distanziati; attorno a noi ci sono mille cinture di sicurezza, mille maniglioni antipanico, mille airbag. Se qualcosa di imprevisto accade, non ti preoccupare: saranno loro a mantenerti al sicuro. quando non funzionano ci si indigna, si cerca il responsabile; la sicurezza innanzi tutto. Sono dispositivi obbligatori per regolamento: ci sono leggi che garantiscono che si possano uccidere i bambini prima che possano disturbare con la loro presenza, e leggi che ti autorizzano a darti la morte; ma non a rischiare, rischiare è proibito. Lasciare la vita è accettabile se lo desideri, ma non per caso.
quei dispositivi di protezione sono il guscio corazzato che abbiamo fabbricato per allontanare la morte; e qualcuno sussurra bisbigli di immortalità, che dicono che un giorno avremo corpi bionici e meccanici e non vedremo mai la tomba.

questa è la nostra società. Un eterno presente, in cui il nostro domani mortale è sfocato come un oggetto distante in una fotografia, in un primo piano.

Un giorno è arrivato l’imprevisto. Una città cinese chiusa, e noi ne ridevamo. Troppo lontano. L’avvicinarsi silenzioso, di soppiatto, della sterminatrice; e ancora ne ridevamo.
Poi ha cominciato a bussare; e le file di bare hanno improvvisamente risvegliato qualcosa, un ricordo sopito.
La morte esiste. Ed esiste ora.

Tanto eravamo arrivati a sottovalutarla, riuscire a dimenticarci di lei, che ne siamo stati tutti colti di sorpresa. Adesso ci devi fare i conti. Devi fare i conti con lei tutta intera. Vuol dire che non vedrai più una certa persona; e ti domandi, dov’è finita? Dove sono finiti tutti i suoi ricordi, i momenti che ha vissuto? Che fine ha fatto quell’intelligenza viva, quell’amore che aveva, ogni singolo istante?

Tu sai cos’è ora. Cellule che si decompongono in un contenitore zincato, liquidi che si asciugano a poco a poco, e creature che si cibano di quelle carni che avevi accarezzate; fino a diventare cenere, fino a diventare terra.
Di quante ossa non conosciamo più il nome. Di quanti soprammobili impolverati più non sappiamo dire chi li comprò e li mise sullo scaffale. quante fotografie stinte di sconosciuti. Cominciamo ad accorgercene.

Ti sembra impossibile. Com’è possibile che quell’energia vitale sia svanita dal mondo? Che quella persona sia ormai  nient’altro che ricordo che sbiadisce, fino a cancellarsi, fino a quando più nessuno si ricorderà di quelle fattezze amate?

E’ sembrato impossibile ad ogni uomo, in ogni tempo. E’ una domanda, è LA domanda.
Che io sia felice. Per sempre. Che non finisca qui. Che ci sia un oltre, un posto che non vediamo che ma che sentiamo ci debba essere, in cui la morte dell’oggi cessi, dove non esistano più quelle guerre, quelle malattie, quelle ingiustizie che sperimentiamo quotidianamente. Un’altra vita, una vita nuova, sotto un cielo differente e non più indifferente.

Un luogo dove ritrovare chi mi è stato caro, e dove loro ritrovino me. Un eterno ritorno. Una resurrezione. La resurrezione.

Dimenticare la morte ci ha fatto anche dimenticare la resurrezione. Ci ha fatto scordare anche le condizioni di quella resurrezione. Perché se sogniamo cieli nuovi,  una terra di giustizia, allora in essa non c’è posto per il male. Compreso il nostro. Compreso quello che abbiamo fatto, facciamo, faremo.
Fosse solo per noi, per raggiungere quella terra non sapremmo dove andare. Ci arriveremo solo andando dietro a un bene. Non sarà un nostro sforzo a farci abbandonare il male, ma seguendo quello che si può chiamare amore ci guarderemo alle spalle e ci accorgeremo che quel male  è rimasto indietro. Come qualcosa che non serve più, che non è mai servito.

Certo, può essere tutta un’illusione. Può darsi che ci attendano solo i vermi ed il silenzio.
Ma davvero non lo crediamo. Davvero non possiamo crederlo.
Se ci attende solo il nulla, cosa serve davvero abitare la scena di questo mondo?
La morte sarebbe davvero la sola regina. Ma lo sappiamo, lo sappiamo: non siamo fatti per la morte, ma per quell’amore, per la vita. Lo diciamo con ogni nostro istante, ogni nostro respiro.
Lo diciamo vivendo.

«Ti adoro mio Dio, e ti amo con tutto il ♡»

[Autore: Leonardo Lugaresi, fonte]

trasferimento

Mi è stato chiesto di spiegare brevemente perché considero così importante dire subito al mattino, come primo nostro atto da svegli, la preghiera che ci hanno insegnato da bambini. (Ora, grazie al potente richiamo della peste, anch’io lo faccio proprio subito, al primo riemergere della coscienza; prima mi succedeva spesso di ricordarmene solo dopo un po’, lavandomi i denti o prendendo il caffé …).

Credevo di averne già parlato qui, ma non sono riuscito a ritrovare il pezzo (se mai l’ho scritto), quindi lo dico (o lo ridico) ora nel modo più conciso possibile.

Ti adoro mio Dio. La prima parola non è amore, ma adorazione. Eppure Amore è la definizione stessa di Dio (1 Gv 4, 8): dunque la prima parola non dovrebbe essere quella? No, perché “Ti adoro” dice innanzitutto la verità sul rapporto tra me e Dio. Mette, per così dire, ciascuno al proprio posto. Prende atto dell’infinita distanza, che l’amore divino colma, ma non annulla. “Chi sei Tu, Signore, e chi sono io” (Francesco d’Assisi).
Senza il passo previo dell’adorazione, l’amore umano è esposto ad ogni equivoco, ad ogni riduzione, ad ogni “cattiva familiarità” di cui siamo capaci. Non a caso, infatti, è la parola più abusata del vocabolario. (I membri della comitiva dantesca sono già transitati dalle parti del canto V dell’Inferno e ne sanno abbastanza).
Sì, Dio si è fatto prossimo a noi, incarnandosi e morendo in croce per noi. Si è fatto letteralmente mettere le mani addosso da alcuni di noi, durante la sua passione. Ma questo non significa che noi siamo autorizzati a “mettergli le mani addosso”, cioè a trattarlo con quella sorta di “familiarità impudente” ignara di ogni reverenza, che oggi talvolta viene addirittura propagandata da una certa pastorale. “Chi sei Tu, e chi sono io”: per questo è necessario che la prima parola sia: «Ti adoro».

E ti amo con tutto il cuore. Ora può venire l’amore, senza il quale l’adorazione potrebbe trasformarsi in soggezione da schiavi. E l’amore può essere solo «con tutto il cuore». Totalità ed esclusività gli appartengono essenzialmente. Non si può dire (a nessuno, non solo a Dio): “ti amo ma solo un po’”; oppure “ti amo, ma solo fino a domani (o fino al 2050, che fa lo stesso)”; oppure “ti amo, ma come amo tanti altri”.
questa pretesa, insita nell’amore, rende però evidente che noi non siamo capaci di corrispondervi. Nonostante questo (anzi, proprio per questo) è importante affermarla, davanti a Dio. “Ti amo con tutto il cuore”, almeno per quanto riguarda me, è solo una dichiarazione d’intenti. Sicuramente la smentirò mille volte nel corso della giornata. quindi è vitale che la ripeta ogni mattina.

Ti ringrazio di avermi creato. Perché potevo benissimo non esserci, e invece ci sono. Non sono necessario, nel senso filosofico del termine (e il più delle volte neanche in quello comune). Ci sono perché mi hai voluto Tu. Grazie.
questo rendimento di grazie è già eucarestia, «culto spirituale» celebrato da ciascuno di noi (in forza del sacerdozio universale dei battezzati) quando ancora siamo nel letto, in pigiama.

Fatto cristiano. Perché non è per niente la stessa cosa essere cristiani o non esserlo.
Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, tutti sono sue creature (ad immagine e somiglianza di Lui), e tutti Lui ama, anche quelli che hanno solo la Pachamama o neppure quella … ma diventiamo suoi figli (di adozione) solo con il battesimo, grazie al quale siamo uniti al Figlio unigenito.
E, di nuovo, essere stati fatti cristiani è un puro dono che abbiamo ricevuto, dato che tutti noi – salvo rarissime eccezioni – lo siamo diventati a nostra insaputa perché altri ci hanno prima fatto battezzare e poi educati alla fede. Non è scontato: fossimo nati, che ne so, in Pakistan o in Cina, molto probabilmente non saremmo cristiani.
Ora, come si fa a non ringraziare tutte le mattine per una cosa così grande? (Io, per quanto mi riguarda, aggiungerei anche un piccolo ringraziamento marginale all’imperatore Costantino, che ne avrà fatte di cotte e di crude come tutti i potenti della terra, ma indirettamente ha concorso a far sì che io fossi battezzato).

E conservato in questa notte. questo l’ho già spiegato qualche giorno fa (qui: https://leonardolugaresi.wordpress.com/2020/02/28/noi-moderni-il-sonno-la-peste-e-linfluenza/) quindi non ci spendo molte parole. Il realismo cristiano dice: “potevo benissimo morire questa notte. Invece prendo atto che hai deciso di tenermi ancora in vita e ti ringrazio, perché alla vita ci tengo”.

Ti offro tutte le azioni della giornata: fa’ che siano secondo la tua santa volontà. Come Dante ci spiegherà benissimo, nel nostro rapporto spaventosamente asimmetrico con Dio una sola cosa noi abbiamo da offrigli, una sola cosa a cui Egli tiene perché è la sola che non può (per Sua scelta) avere se non gliela diamo noi: la nostra libertà, cioè la nostra libera corrispondenza al Suo amore per noi. La forma naturale di espressione dell’amore è l’offerta. Cosa possiamo dunque offrirgli? «Tutte le azioni della giornata».
qui vale la stessa cosa detta sopra per «tutto il mio cuore»: quasi certamente il proposito del mattino sarà dimenticato volte nel corso della giornata, ma non importa. Importa invece molto dichiarare il criterio che vogliamo adottare per l’intero nostro modo di stare al mondo. Si noti che non ci proponiamo di compiere azioni buone, efficaci, intelligenti, adeguate alle circostanze e ai bisogni eccetera eccetera, ma solo azioni «che siano secondo la tua volontà».
questo è il giudizio cristiano. qui è il fondamento del lavoro culturale, senza il quale il cristianesimo non ha dignità e non ha rilevanza nel mondo.

E per la maggiore tua gloriaOra diventa esplicito che tale cultura è “altra” rispetto a quella del mondo. qui si palesa la “differenza cristiana”, e anche il carattere essenzialmente “anti-moderno” della fede cristiana (che non vuol dire che essa non sia attuale, anzi!). Perché noi abbiamo una cosa da dire, che oggi nessuno vuol sentire (e che anche la chiesa, purtroppo, dice poco, a bassa voce e quasi vergognandosene), perché non suona affatto bene alle orecchie nostre e dei nostri contemporanei,  tutti infatuati  del culto dell’uomo: noi non siamo al mondo per noi stessi, ma per la gloria di Dio. A.M.D.G (Ad maiorem Dei gloriam) era il motto con cui i gesuiti entrarono nella modernità a combattere la loro battaglia … e se si guarda come sono finiti molti di loro c’è da immaliconirsi, ma questo in definitiva non conta: quel motto resta valido.
Il catechismo di san Pio X (che è quello che abbiamo imparato noi da bambini) alla domanda: “perché Dio ci ha creato?” rispondeva in questo modo, che oggi molti troverebbero raggelante: «Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra, in paradiso». Si dirà che noi dopo un secolo e più di progresso teologico  siamo in grado di spiegare la cosa molto meglio … però il concetto è giusto. E il “caso serio”, come direbbe Balthasar, rimane quello.

Preservami dal peccato e da ogni male. Si osservi l’ordine, che è gerarchico. La prima cosa da cui chiediamo di essere preservati è il peccato (non il coronavirus). La seconda è ogni male (compreso, e ora in primis, il coronavirus). Di nuovo è all’opera il giudizio cristiano, di nuovo pregando si fa cultura.

La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. qui la nostra preghierina del mattino sembra invece farsi minimalista, rispetto agli orizzonti globali a cui ci hanno assuefatto i media e anche tante cattedre, laiche o religiose. E i migranti? E le vittime delle guerre che anche adesso infuriano in varie e remote parti del mondo? E quelli che sono colpiti dalla carestia in terre lontante?
Come sembra angusta la dimensione di questa richiesta finale! D’accordo, forse è figlia di un mondo in cui non c’era quasi niente di “tele-”, e ciò che era reale per la gente era anche vicino. È giusto prendere atto che per noi non è più così. Tuttavia c’è in essa anche una dimensione di sano realismo che possiede una sua perenne validità.
La totalità, come anche sopra si accennava, a noi uomini è preclusa: possiamo attingervi solo vivendo con piena adesione il nostro particolare. C’è dunque un ordine, una proporzione, nei rapporti e nelle cose, di cui non dobbiamo vergognarci o colpevolizzarci.
Anche questo ci rammenta, con durezza, l’attuale pestilenza: ognuno di noi è preoccupato, innanzitutto, della propria salute, poi subito dopo di quella dei suoi cari, poi di quelli che conosce personalmente, poi di quelli che abitano nella sua città, poi dei suoi connazionali, poi degli altri … Aver messo in discussione, anche teoricamente, questa logica di prossimità e averla a volte demonizzata come se fosse frutto dell’egoismo è una delle responsabilità gravi di una deriva ideologica oggi corrente anche tra di noi,  che ha meno a che fare con l’amore cristiano e più con una filantropia “stoicheggiante”.

Nella nostra preghierina del mattino non ci facciamo carico di imprese eroiche, su scala planetaria: chiediamo semplicemente la grazia per noi e per i nostri cari. Ciascuno faccia altrettanto per sé e per i suoi: di grazia ce n’è per tutti.

 

La saga del Mascheraio .6: Ah, l’amore

La malattia del romanticismo

Ah, l’amore… eh, l’amore ‘sto cazzo. Cos’è l’amore? Ognuno di noi potrebbe dare una diversa risposta, ma è indubbio che la nostra società, moderna e liberale, ne ha un’idea collettiva abbastanza precisa. L’amore per noi è un sentimento prima che una scelta, un afflato romantico anziché un’intenzione benevola nei confronti dell’altro, che è più oggetto che soggetto del nostro interesse.
E’ la malattia del romanticismo, che non colpisce soltanto l’idea di coppia e di amore ma anche il concetto di libertà, di valore, di eroismo… la malattia di chi aspetta il principe azzurro, ma anche quella dei nazisti – non ci credete? Leggete Militia di Leon Degrelle. Lo scarto tra questo testo commovente e trascinante, e la piattezza, brutalità, mediocrità dello scritto La nuova Europa, tradisce efficacemente la natura superficiale ed illusoria dell’idea romantica di mondo.

[18 giugno 1957]
[…] siamo venuti a parlare della credulità di Hitler, in così palmare contrasto con il suo generico atteggiamento di diffidenza. Ho chiesto a Schirach: “Non pensa che l’orgoglio e la presunzione gli impedissero di rendersi conto che veniva di continuo ingannato?”.
“Non credo” ha risposto Schirach che ha la tendenza a montare in cattedra. “Penso che la credulità di Hitler fosse piuttosto di natura romantica, come l’abbiamo sistematicamente favorita nella Hitler-Jugend. Il nostro ideale era quello della confraternita, credevamo nella fedeltà e nella sincerità, e ci credeva soprattutto Hitler. Penso che fosse portato a poetizzare la realtà”.
Sono rimasto per un istante a bocca aperta: non avevo mai visto le cose da questo punto di vista. Poi, però, mi è venuto alla mente Goering con la sua mania degli abiti fastosi, e Himmler con la sua fissazione per il folclore, e mi sono rammentato dell’amore che io stesso nutrivo e nutro per le rovine e i paesaggi idillici […].

img_0405

Spesso mi è stato chiesto, anche da persone che mi conoscono bene, se non fossi innamorata di Andrea. Anzi, una persona in particolare non me lo chiedeva affatto, lo affermava bensì con convinzione.
No. Se per amore intendiamo l’innamoramento, il desiderio di condividere vita, attenzione e corpo con un altro, la risposta è sempre stata no. Se per amore intendiamo l’attaccamento romantico, idealizzato, ad una persona ed a ciò che rappresenta invece sì: l’averlo creduto migliore di com’era, aver creduto al suo tentativo di dipingersi come persona sensibile e raffinata, l’aver ceduto alle sue malìe ed aver assecondato la sua mania di protagonismo: se questo è “amore”, sì, ho permesso ad Andrea di mettermelo al collo ed incaternarmici.
Non ha fatto tutto da solo, beninteso: lungi da me flagellarmi pubblicamente, ma così come il nazismo rispondeva perfettamente alle aspirazioni tedesche di allora, così anni fa il fascino di Andrea non ha fatto altro che solleticare la malapianta del mio orgoglio, promettermi di legittimare la mia superbia, illudermi che potevo essere la persona buona che ero stata allevata per essere ed al contempo una creatura superiore, altéra, eletta.

La grande tentazione

Andrea, nel suo narcisismo, ha compiuto né più né meno il lavoro del “grande tentatore”: che consideriate Satana una creatura reale, oppure un simbolo, una rappresentazione concettuale del male; la pretesa di rifare il mondo a propria immagine e somiglianza, dilaniando ciò che si oppone alla nostra “irresistibile forza”, al nostro delirio di potere, significa essere satanisti.

[22 novembre 1949]
Ancora una volta Dorian Gray, ossia l’esistenza in prestito. Indubbiamente, l’incontro con Hitler ha introdotto nella mia vita alcunché di estraneo, qualcosa che fino a quel momento mi era remotissimo: io, l’assistente di architettura, sostanzialmente anonimo, privo ancora di fisionomia, all’improvviso ho cominciato a concepire idee sorprendenti. Sognavo l’architettura di Hitler. Sogni, sogni.
Ragionavo secondo categorie nazionali, in dimensioni da grande Reich – e niente di questo era il mio mondo. Comunque, è da Norimberga che me lo dico convinto: Hitler, il grande tentatore. Ma lo era davvero? Mi ha distolto da me stesso? O proprio quel complesso sentimento di comunanza, che tuttavia, qualsiasi cosa io possa dire o scrivere, continua a sussistere, non sta a indicare che anzi Hitler mi ha svelato a me stesso?

[30 gennaio 1964]
[…] Di lì a pochi mesi, il caso mi aveva fatto conoscere Hitler, e da quel momento tutto era mutato, la mia esistenza ha cominciato a svolgersi in uno stato di perenne, altissima tensione. E’ singolare con quanta rapidità io mi sia scrollato di dosso ciò che fino a quel momento mi era sembrato così importante: la vita privata con la mia famiglia, le mie aspirazioni, i principi architettonici. Senza mai però avere la sensazione di una frattura o, peggio, di un tradimento, ma anzi di liberazione e ascesa, quasi che soltanto allora avessi avuto quello che era davvero mio. Nel periodo successivo, Hitler mi ha concesso molti trionfi, esperienze di potenza e gloria – ma mi ha anche distrutto tutto: non soltanto tutta la mia opera di architetto, non soltanto il mio buon nome, ma soprattutto l’integrità morale. Condannato come criminale di guerra, privato della libertà per metà della mia vita, gravato di un’ineliminabile sentimento di colpa, mi trovo per giunta alle prese con la consapevolezza di aver fondato la mia intera esistenza su un errore; condivido con molti tutte le altre esperienze: questa, invece, è soltanto mia.
Ma posso davvero affermare che Hitler è stato, nella mia vita, la grande forza distruttrice? A volte ho l’impressione di dovergli in pari tempo tutte quelle spinte in fatto di vitalità, dinamismo e fantasia, che mi davano la sensazione di potermi affrancare dalle limitazioni terrene. E che cosa importa il fatto che ha infangato il mio nome? Senza di lui, ne avrei uno? Paradossalmente si potrebbe addirittura affermare che è proprio questa l’unica cosa che Hitler mi ha dato, e che non potrà più essermi tolta. Si può gettare un uomo nella storia, ma è impossibile togliernelo. Sono stato costretto a queste riflessioni leggendo lo Hannibal di Grabbe, e precisamente il passo in cui il generale cartaginese, giunto alla fine di ogni sua speranza, si sente chiedere dal suo schiavo negro, prima di bere la coppa col veleno, che cosa ne sarà, dopo, di loro, e la sua risposta è: “Dal mondo non usciremo, vi siamo confitti”.
E potrei io, mi chiedo adesso, uscire dalla storia? Che significato ha per me il posto che vi occupo, per piccolo che sia? Se trentun anni fa mi avessero posto di fronte alla scelta tra diventare architetto capo di Augusta e di Gottinga, con la vita tranquilla e ordinata che questo comporta, una bella casa nei sobborghi, due o tre commissioni all’anno, le ferie con la famiglia a Hahnenklee o a Norderney, oppure la gloria e la colpa, il compito di trasformare Berlino nella capitale del mondo, e infine Spandau e la sensazione di aver fallito la mia intera esistenza, per quale delle due possibilità avrei optato? Sarei disposto a pagare ancora una volta questo prezzo? E’ una domanda che mi dà le vertigini, che a stento oso pormi, e certamente non so trovare la risposta.

E’ così. Contrariamente a quanto si crede, il bersaglio preferito del narcisista non è una persona debole (pur con le normali fragilità che a nessuno mancano), ma al contrario una persona – soprattutto donna – di carattere.
Anche per questo è così difficile staccarsi da lui, uscire dall’incantesimo ed osservare con onestà, con chiarezza i meccanismi in atto: i suoi, ed i propri… perché ci sentiamo diverse, non ci sentiamo “vittime” potenziali, ma individui che tutt’al più potrebbero a loro volta dominare su altri.
E finiamo per farlo, quando ormai l’abitudine alla cattiveria e all’indifferenza – anche se non ci ha cambiati fino in fondo – ci ha plasmato: tanto che ne siamo attratti, compiaciuti.

[…] Speer non fu sicuramente un “eroe” […]. Si comportò invece in modo di gran lunga più inquietante, da quel caparbio idealista che era sempre stato, disposto ad asservirsi a qualsiasi forza superiore. Speer si sentì cioè in debito fino alla fine d’una almeno personale lealtà verso colui che aveva pur già ravvisato come il criminale distruttore del proprio paese.

In serata, con Siedler, discutiamo di quel tipo di tedesco “idealista” che lo Speer degli anni Trenta impersonò in una misura palesemente elevata. Abbiamo convenuto nel giudicarne accattivanti gli aspetti nei rapporti personali. Però il quadro muta repentinamente nel momento in cui Speer emerge a livello pubblico, acquisendo influenza e potere: allora vengono a galla le sue pretese di riformare il mondo nonché il suo carattere “assolutista”, per non dire spietato. Speer era stato uno dei seguaci più radicali di Hitler.

Rispondendo a una domanda, Speer ha dichiarato che sull’Obersalzberg, specialmente agli inizi, aveva spesso avuto la sensazione di essere capitato in un mondo assolutamente estraneo. Hitler e la gente che aveva attorno parlavano di argomenti e di problemi molto distanti dai suoi. quel modo di parlare di politica, di questioni di principio, sulla situazione del momento o su ipotetici scenari gli sarebbe risultato insolito non meno del modo di Hitler di giudicare le persone: con grande freddezza e distacco. Però, avrebbe pensato allora, evidentemente è così che un uomo politico deve guardare alle cose.
In primo piano, in tutte le considerazioni, ha aggiunto Speer, erano sempre il vantaggio tattico e, quanto alle persone, la loro utilizzabilità per determinati scopi. Fino ad allora “le cose che non avevano a che fare con i miei interessi mi avevano rapidamente stancato o annoiato”. Al Berghof invece le cose si sarebbero prospettate diversamente. Ne sarebbe stato affascinato, e proprio il fatto che certi punti di vista gli risultassero alquanto inquietanti avrebbe accentuato il fascino che ne promanava. Dopotutto Hitler era niente di meno che il centro della politica internazionale, ovvero, come lo avrebbero qualche volta chiamato, “il motore del mondo”. Il che avrebbe conferito anche a loro, come avevano constatato non senza orgoglio, una certa importanza.

Abbiamo parlato di quel Karl Otto Saur che, nell’aprile del 1945, succedette a Speer nella carica di ministro. Giudizio seccamente dispregiativo, e quasi un accenno di eccitazione nella voce altrimenti pacata.
E’ un qualcosa di inatteso. Siedler e io ne siamo un po’ stupiti. Perché dopotutto Speer gli rinfaccia di essersi comportato esattamente come lui, solo due anni dopo: altrettanto succube di Hitler, altrettanto devoto. Si accorge evidentemente dell’impressione ambigua che suscita in noi, e relativizza non senza imbarazzo il giudizio. Che rimane però sprezzante.

Speer su Goebbels: era astuto, abietto, freddo e prepotente. Tutti tratti ripugnanti. Però si sarebbero fusi in una personalità che non lo aveva lasciato indifferente, per quanto ne disprezzasse in sé ogni singolo aspetto. Dopo una breve pausa ha chiesto, ingenuamente: “E’ possibile?”.

3mr

Una storia d’amore. E di dipendenza.

La mia storia, la storia di moltissime donne, persino quella fra Hitler e Speer che qui ho voluto intercalare alle mie considerazioni perché molto calzante sotto svariati profili… tutte sono storie d’amore. Amore romantico, come l’ho brevemente descritto, un innamoramento costante che non si traduce mai in conoscenza reale del partner, in evoluzione positiva, in crescita umana, e che prevede soltanto – portato alle sue estreme conseguenze – dipendenza affettiva e sopraffazione vicendevole.
Fest ed il suo collaboratore Siedler, raccogliendo le testimonianze di Speer in merito al suo rapporto col Führer, non hanno dubbi sulla natura dello stesso: amore. Non passionale, non carnale, eppure a suo modo erotico e totalizzante.
Comprendo che non sia banale cogliere queste differenze: tuttavia esse sono la chiave. Perché ci si convinca che non solo una persona debole, o sprovveduta, o infatuata e insomma “innamorata” nel senso comune del termine possa cadere preda di soggetti tanto alienati; ma tutti noi.
Tutti possiamo rischiare di buttar via la nostra vita – figurativamente, e letteralmente – per adempiere ad un richiamo che smette di essere una libera scelta, un sentimento controllato, e diventa la vocazione di un burattino.

Marzo 1967, Heidelberg. […] Su Hitler. Non riesce quasi a liberarsi di lui. Continua a essere una specie di astro-pilota della sua esistenza. Colgo anche un tono sentimentale, sia pure appena avvertibile, in molte affermazioni che riguardano la sua persona, oppure – meglio – l’amico committente di progetti edilizi e architettonici. […] qualcosa ancora arde sotto il grande mucchio di cenere.

Poi, durante i lavori alla Cancelleria del Reich, subito dopo la presa del potere, conobbe Hitler personalmente, e non ci sarebbe voluto molto perché ne fosse sempre più affascinato: dalle sue piccole attenzioni, dallo charme, dalle occhiate nelle quali si poteva sempre cogliere stupore e scoperto apprezzamento. Ovviamente ne sarebbe stato lusingato, ma non di più. A volte si sarebbe perfino permesso di scherzare su questi gesti di favore che le persone attorno a lui, come accadrebbe sempre, avrebbero preteso di cogliere con maggiore chiarezza di lui.

Maggio 1967. quando, nel 1935, acquistò il “capanno-laboratorio” nelle Alpi, ha detto Speer, lo avrebbe fatto, per quanto ricordava, non tanto per trovarsi sempre a portata di mano di Hitler, quanto per sottrarsi agli imprevedibili impicci cui era costantemente esposto a Berlino. Si sarebbe voluto provvedere di un luogo accogliente, per lavorare con tranquillità, ma poi “l’esagitato Hitler” non glielo avrebbe permesso.
Probabilmente, ha aggiunto poco dopo, volle però anche soggiornare non troppo lontano dalla residenza di Hitler: chi poteva ricordarsi, dopo tanto tempo, di certi moventi così lontani? In ogni caso non avrebbe esistato un attimo quando il dittatore, circa due anni dopo, gli offrì una casa sull’Obersalzberg. E naturalmente si sarebbe sentito lusingato da quel gesto.

art by slimesunday

[…] Non meno spazientito reagì ai ripetuti tentativi miei e di Siedler per convincerlo a fornire una spiegazione esauriente del suo temerario, per non dire “folle” ritorno nel bunker della Cancelleria del Reich, a Berlino, nella notte fra il 23 e il 24 aprile 1945.
Cercò di giustificare questa decisione affermando di aver sentito la necessità di congedarsi sul piano privato e personale da Hitler. Ma un congedo c’era già stato, tre giorni prima, dopo il festeggiamento del compleanno di Hitler.
Possibile – ci domandammo – che i sentimenti che provava per quell’Hitler che egli stesso, e da parecchio tempo ormai, aveva riconosciuto come un “criminale” e che come tale lo aveva definito nel suo entourage, fossero ancora talmente forti, persino in quella fase, che si sarebbe “disprezzato per tutta la vita” senza quel gesto avventuroso? Più forti anche dell’istinto di sopravvivenza, sollecitato dalla doppia paura di cadere sotto i colpi di un plotone d’esecuzione improvvisamente convocato da Hitler o per mano sovietica?

[…] Speer si chiese, come già prima durante il tragitto dalla Porta di Brandeburgo alla Cancelleria, se Hitler lo avrebbe accolto con indifferenza, o forse invece commosso fino alle lacrime, oppure se non avrebbe deciso di convocare il plotone di esecuzione. Hitler era sempre stato imprevedibile e lunatico nelle sue decisioni, e verso la fine della guerra più che mai.
[…] In un certo senso per ricondurre il discorso alle questioni “di servizio” e quindi alla realtà, Speer espose in una pausa del colloquio la questione dei direttori dell’industria Skoda i quali volevano “andare in Occidente”, cosa che Hitler sorprendentemente autorizzò subito. Inconsapevolmente a quel punto anche lui, Speer, piombò nuovamente nel suo “stato d’animo malinconico”, perché avrebbe ovviamente ripensato ai sogni comuni ormai così lontani da quel deserto di rovine attraverso il quale era venuto e, nonostante tutti i recenti contrasti tra di loro, sarebbe stato preso da una “grande commozione”.

Già sulla via del ritorno, lungo la spiaggia, Speer dice che, tutto sommato, gli sembra di non aver affermato con sufficiente forza quanto continui a ritenere giusto e opportuno quel suo essere tornato a Berlino per congedarsi da Hitler.
E forse non avrebbe neppure sufficientemente rilevato che la causa determinante che lo indusse a tornare in città era proprio Hitler: non voleva dileguarsi alla cheticella. Poi ha assicurato, quasi testualmente ma fra molte esitazioni: “Dopo anni di progetti comuni e anche di una certa amicizia non potevo agire per mesi contro i suoi ordini e poi tagliare semplicemente la corda. Per di più con una menzogna! Mi sarei disprezzato per tutta la vita!”.

Siedler ha osservato che si trattò dopotutto della fine di un amore […]

In serata abbiamo discusso con Siedler della “folle” ovvero (ed è il meno che se ne possa dire) “terribilmente adolescenziale” decisione di Speer di tornare, tre giorni dopo il congedo ufficiale in occasione del compleanno di Hitler, ancora una volta nella Cancelleria per un commiato “del tutto personale”. Tutti gli argomenti che aveva esposto per spiegare il bisogno di confessare a Hitler il suo “tradimento” erano suonati alle mie orecchie, in una maniera del tutto “tedesca”, insopportabilmente kitsch. Una profonda amicizia non poteva finire con la menzogna, l’infedeltà o con qualche altra volgarità, mi aveva dichiarato Speer socchiudendo gli occhi, tutto commosso da se stesso.
Ho spiegato a Siedler le ragioni per cui, durante tutto il periodo che avevamo trascorso insieme, non mi ero mai sentito così lontano da Speer come in occasione di quella confessione tanto franca quanto orribile: aveva non solo rischiato la vita per amore di un criminale irresponsabile, ma anche rimosso ogni pensiero della famiglia, mentre sullo sfondo si agitava spettralmente un concetto di fedeltà da tempo svuotato e innumerevoli volte tradito da Hitler. Ma che mondo era mai quello in cui Speer era vissuto?!, ho chiesto a Siedler, e gli ho raccontato d’aver formulato, alla fine, la stessa domanda anche a Speer. Al che Speer aveva fatto mostra ancora una volta di quel suo sgradevole sorrisino da “iniziato” e quindi aveva risposto: “Lei non lo può capire!”. E in ciò aveva sicuramente ragione.

Speer, la mattina dopo, sul suo rapporto con Hitler: non bisognerebbe dimenticare che la loro non fu una relazione solo politica. Molti vi scorgerebbero componenti soltanto egoistiche: cioè il suo interesse agli incarichi importanti, alla straordinaria carriera. Però sarebbe uno sbaglio. Ci sarebbero stati anche sentimenti. Ma chi, ha aggiunto più o meno, può descrivere le cause delle proprie emozioni, il loro inizio, la loro intensità e il loro svanire come se si trattasse di un compito di aritmetica?

L’ultima sera Speer si è improvvisamente domandato come mai Hitler non avesse mai consegnato anche a lui una di quelle capsule di cianuro che avrebbe distribuito tanto generosamente a dritta e a manca. Se ne conoscesse la ragione, avrebbe anche la risposta alla domanda dei “veri sentimenti” che Hitler “provava per me”.
In ogni caso è convinto che Hitler non si fosse semplicemente dimenticato di dargli una di quelle fiale; cose del genere non gli sarebbero sfuggite: quale potrebbe essere stata dunque la ragione?
Più tardi, con Siedler, ci siamo trovati d’accordo nel rilevare che la domanda implicita nella questione è: come mai per Speer è ancora tanto importante adesso, un tempo di vita umana dopo, riuscire a spiegarsi certe cose? Infine, un po’ ignobilmente, ci siamo detti che erano “gli aspetti inspiegabili di un grande amore”.

Sì, l’amore.
Dall’amore guardatevi bene.

trasferimento (5)

Tutti i post precedenti:
> 0.: 16/12/16
> 1.: Come riconoscerli
> 2.: L’ebrea e la Madonna
> 3.: Anorexia
> 4.: Il re dei castelli di carte
> 5.: Oggetti Volanti Identificati

film / serie tv (gennaio 2020)

[∞ Serie Tv]

What we do in the shadows

Controllo i programmi della (seconda) serata, vedo che comincia una nuova serie a soggetto vampiresco che non sembra nemmeno essere troppo leccata e pretenziosa (forse quest’idea me la dà il fatto che è incentrata su un nucleo “familiare” e non sui destini dell’universo mondo), così decido di assaggiarla.
Non ho particolari aspettative, solo una moderata curiosità, ma ne vengo conquistata subito: scopro che è una commedia, una commedia divertente, che prende in giro la seriosità con cui noi umani fissati coi non-morti ci accostiamo al tema; e per giunta è composta da episodi molto brevi – li trovate qui su RaiPlay, e vi consiglio di precipitarvi prima che li levino. Ma li stanno trasmettendo anche su Fox.
Per dire, nella prima puntata un paio di giocatori di ruolo dal vivo vengono invitati a casa dei vampiri dal loro famiglio, allo scopo di essere succhiati a loro insaputa (un po’ come con JustEat, ma col fattorino privato).
Nella seconda, il gruppo si presenta al consiglio comunale di Staten Island per ben due volte per promuovere la mozione “arrendetevi al nostro potere e consegnatevi al dominio vampirico”.
A mezzanotte passata ero piegata sul divano a grugnire come un maiale, che è ciò che mi succede quando rido forte forte.

(Ancora) Supernatural XIII

Ollà, e finalmente Lucifero s’è tolto dai coglioni! Peccato che adesso c’è in giro l’arcangelo Michele in versione cattiva, ma “vestito” col corpo di Dean, che vuole distruggere everything (lo sapevamo fin dai titoli che andava a finire così: perché il mondo può anche essere annichilito, e senza che Chuck-Dio muova un fottuto dito, ma se Sammy è in pericolo stai sicuro che Dean abbandona tutti al loro misero destino e corre a salvarlo, anche se non serve perché lui sta lì a giocare alla morra cinese con Jack, figlio di Lucifero, per stabilire chi ha più diritto di sacrificarsi per l’altro).
Se non ci avete capito nulla, tranquilli, è perfettamente (super)naturale.
Però, vi state perdendo qualcosa di hey-hey!

Sto anche dando un’occhiata, ma già annoiata, a Babylon Berlin, e rivedendo su La7 ogni giorno Perception –  di sole tre stagioni, ma che mi piaceva.


[∞ Film]

Ore 15:17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Bello. La scelta di far recitare i tre ragazzi stessi, protagonisti dello sventato attacco terroristico sulla linea Amsterdam > Parigi del 2015, ha pagato. Ne esce un ritratto pulito, elogiativo ma non appesantito da retorica – avrei giusto evitato di concludere la storia con premiazioni e discorsi, magari aggiungendo una scena o due al termine, e di aggiungere il filmato della parata nella città d’origine. Non hanno nulla che non vada in sé, ma finiscono per ingessare l’insieme.
L’intervento sul treno è marginale, in termini di minutaggio, rispetto alla narrazione della vita e dell’amicizia fra Alek, Spencer ed Anthony, ma questo non guasta poiché il focus è palesemente proprio sul rapporto creatosi fra i tre, senza il quale l’intenzione di fare qualcosa e l’esito dell’azione stessa non sarebbe, secondo me, mai stato lo stesso.

Land of mine – Martin Zandvliet

E’ la storia di un gruppo di soldati-ragazzini tedeschi, che al termine della seconda guerra mondiale, trovandosi in Danimarca, vengono costretti dall’esercito locale a sminare chilometri di spiagge sulle quali i loro compatrioti hanno disseminato – appunto – gli ordigni esplosivi.
Da non perdere (io l’ho visto su Rai4, quindi forse su RaiPlay è disponibile). La durezza di un paese incancrenito contro la Germania, che non fa distinguo nel suo odio, e la tenerezza, la preoccupazione verso quelli che in fin dei conti sono propri simili, esseri umani, per di più meri strumenti sacrificabili di guerra, si dividono lo schermo e le scene con fluidità e chiarezza perfette. Non c’è analisi psicologica spinta, ma piuttosto l’esposizione nuda dell’animo.

Batman – Tim Burton

Finalmente ho il quadro completo dei Joker cinematografici “moderni”. Semplicemente, Nicholson è un grande. Detta questa ovvia cosa, tuttavia, scopro di ammirarlo per l’eleganza ma di preferire, nel complesso, il clown di Ledger.
A proposito del film, ho visto questo primo capitolo burtoniano solo successivamente al secondo, ma non ha rappresentato un problema: anche in questo caso, me lo sono goduto ma sorprendentemente ho trovato ancora più ben fatto proprio quello con Pinguino e Catwoman.

L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Ho còlto l’occasione del passaggio su Rete4 e me lo sono visto, finalmente: il libro l’ho letto ormai anni fa e nemmeno ricordavo del tutto la trama, ma l’accoppiata Nesbo / Fassbender era imperdibile. E devo dire che mi ha convinta, ce l’ho visto proprio bene nel ruolo – anche se io, per qualche meccanismo strano, tendo a identificare abbastanza spesso i protagonisti di certi libri gialli con la fisionomia dei loro creatori: per me, Harry Bosch ha la faccia di Michael Connelly (ed ecco perché non sono mai riuscita a fare pace con quel pur bell’uomo che lo interpreta nella serie tv omonima), mentre Harry Hole ha la faccia di Nesbo, appunto, il quale per altro gli ha attribuito alcuni suoi tratti, in primis l’amore per il punk-rock. La Gainsbourg, invece, non mi torna per niente nel ruolo di Rakel, che per me è la sintesi dell’eleganza appena appena algida (quanto basta per evitare approcci inopinati) ma luminosa. La Rakel del film è sempre “troppo”: troppo piccolo-borghese, troppo banale anche nelle espressioni di forza.
Tutto questo pistolotto è realmente comprensibile solo a chi conosca, per aver letto più di un singolo libro fosse pure quello da cui Alfredson ha tratto il film, quell’ubriacone di Harry Hole. Ma, in fondo, non è un male: perché di fatto anche il film può essere agevolmente seguito solo da chi conosca i romanzi a lui dedicati: trame, personaggi, abitudini e riferimenti… va preso così (astenersi principianti), ma così com’è, appunto, funziona bene. Temevo un pasticcio caricaturale, invece è un buon prodotto, che ricrea le atmosfere originarie.

(I love you Phillip Morris) – John Ficarra & Glenn Requa

Ne ho scritto in questo post. Merita.

Una doppia verità – Courtney Hunt

Un filmetto nella media, con alla base un’idea buona ma non eccellente né nuovissima.
Da un prodotto che mi era stato magnificato tanto, mi aspettavo decisamente di più.
Buona soprattutto la prova della Zellwegger.

Reinas, Il matrimonio che mancava – Manuel Gomez Pereira

Ho realizzato solo guardando la custodia e l’immagine di copertina che il titolo si legge “reìnas”, ossia “regine”. Dettagli, epifanie.
La cerimonia per i primi matrimoni gay in Spagna ed i relativi festeggiamenti sono il filo conduttore della pellicola, che li prende un po’ come pretesto per raccontare, molto ispanicamente, delle vie traverse (che a volte vanno di traverso, ma poi esplodono sempre in caramelle e cioccolatini come una pignatta) dell’amore.
Stravolgimenti e sconvolgimenti familiari, e tanto più godibili proprio per questo, sono al servizio di una buona, ironicamente raffinata sceneggiatura.
I miei preferiti? Nuria e Jacinto! La scheda di MyMovies.

You’re next – Adam Wingard

Sono d’accordo con la recensione su MyMovies, ma in realtà per quanto mi riguarda ‘sto film è ancora peggio di così: è proprio una stronzata. Un “home invasion” infantile e vuoto come un palloncino sgonfio.
L’idea della riunione di famiglia che comincia bene e poi scoperchia dissidi e conflitti, che si riversano dalla conversazione all’azione violenta, non è nuova ma è sempre ben accetta: è uno degli schemi narrativi che preferisco. Ma per funzionare deve avere della ciccia addosso, non risolvere tutto in cinque minuti attraverso litigi senza senso né reali motivazioni, per poi giocare oziosamente con lo svelamento del colpevole che ha pianificato la strage.
La conclusione, infine, è tanto obbligata quanto inutile.
Evitare, evitare, evitare. A meno che non abbiate bisogno di un sottofondo televisivo di urletti mentre lavate i piatti.

Danko – Walter Hill

Filmone della mia infanzia ❤
Con questo entra anche nel mio blogghettino quel Walter Hill che gentaccia come Lucius e Cassidy conoscono assai bene.
Non c’è molto da dire, se non: (ri)vedetevelo. Ambientato durante la guerra fredda, secondo me non risente per nulla degli anni che porta; Schwarzy (il negro nero) e Belushi compiono il loro (s)porco lavoro senza strafare, e la sceneggiatura, zeppa di godibile ironia, spacca.

Caffè – Cristiano Bortone

Tipico cinema da “incrocio di destini”, con famiglie, coppie e individui più o meno allo sbando (lavorativo ed esistenziale) che determinano e subiscono a vicenda un intervento dannoso: chi viene derubato, chi perde il lavoro, chi un lavoro di livello ce l’ha ed è combattuto tra compierlo onestamente mettendo a rischio tutto oppure mettere piuttosto a rischio gli altri, e chi è… beh, semplicemente un cazzone, ma comunque con le sue grane anche lui: padre stronzo, (ex) fidanzata incarognita che gli smolla il bambino, incapacità di darsi un obiettivo.
Sviluppi di trama piuttosto prevedibili, ma che non vanno a banalizzare l’insieme.
La storia si divide tra Italia, Belgio e Cina.
Da segnalare tra gli interpreti Dario Aita, Miriam Dalmazio e soprattutto Hichem Yacoubi nel ruolo di Hamed.
A proposito di caffé, mi corre l’obbligo di consigliarlo a giomag, che di Kopi Luwak se n’intende (ma anche di birra). 😉 Io resto fedele al mio orzo in tazza piccola…
E’ un onesto, buon film, la cui esistenza ignoravo finché non ho trovato il dvd in regalo alla mia associazione di “volontariato coatto”. Se al mondo ci fosse giustizia, rappresenterebbe un esempio della media dei prodotti cinematografici italiani; ma così non è, e ci arrangiamo a commedie insulse e fatue pellicole d’autore, con un cinepattone nel mezzo (scusate la causticità, sono appena rientrata e il freddo mi incattivisce).
La scheda di MyMovies.

Custodes Bestiae – Lorenzo Bianchini

Cinema indipendente italiano. E horror. Basterebbe questo per volergli gettare uno sguardo. Ma, per essere esatti, non sarei nemmeno arrivata a conoscerlo se non bazzicassi con devozione quell’antro oscuro e meraviglioso che è il blog di Lucia: nella fattispecie, Custodes Bestiae compare nella sua decina degli horror più significativi del 2004.
Ha la grana grossa tipica dei budget bassi, ma è proprio grazie ad essa che emerge meglio il valore della regia (e della sceneggiatura, sempre di Bianchini). Se pure la resa visiva e – soprattutto – audio è frenata da limiti oggettivi, è evidente quanto ogni elemento sia curato: e già questo cancella il rischio della mediocrità.
La storia si dipana abbastanza lenta (chi mi conosce sa che questo per me è un pregio) e per suggestioni, spaventosa sicuramente a livello razionale ma, per quanto mi riguarda, non troppo a livello intimo. Al di là del ritmo che può scoraggiare chi ami o sia abituato alla rapidità dell’action o anche di molto horror contemporaneo, merita la visione per due motivi:
– senza apparire meschino, trasmette un forte senso di familiarità, rappresentando non una realtà emblematica ma la nostra realtà, così come potremmo coglierla aprendo la porta di casa (oppure rintanandoci in camera o nel nostro studio);
– in particolare, raffigura scorci di realtà non filtrata del Friuli: quello di Bianchini è un cinema regionale, non quello dai tratti asfittici ma un condensato di identità locale, della quale il dialetto (sottotitolato) non è che l’aspetto più prevedibile, eppure non il più immediato.
Dopo i krampus della Val di Fassa de In fondo al bosco di Lodovichi, ho assaggiato una diversa ed altrettanto inquietante “diavoleria” locale, tra Comeglians, Osoppo, Aquileia… per un approfondimento, visitate la pagina dedicata su quinlan. Sullo stesso sito trovate anche un’intervista al regista.

Across the river (Oltre il guado) – Lorenzo Bianchini

Dieci anni dopo, Bianchini ha avuto a disposizione più mezzi, ed il risultato si vede: la fotografia è buona, ed il suono è curato ed armonizzato (cioè: non ti tocca alzare ed abbassare il volume ad ogni scena).
C’è chi pensa che la trama sia addirittura assente: in apparenza è così (non facciamo altro che seguire le non eclatanti mosse di un etologo che studia sul campo i movimenti degli animali di un bosco), ma esser più precisi, io trovo che sia non del tutto assente, ma piuttosto minima e centellinata. Ben centellinata.
Non bastasse, abbiamo sulla scena un unico personaggio – al quale giusto due o tre volte, per pochi minuti, si alternano una coppia di anziani del luogo – e prevalgono nettamente i toni grigio-blu rispetto al colore pieno, la pioggia ed il buio notturno rispetto alla luce.
Pochissime le battute pronunciate. Il silenzio (della parola) è quasi totale, ma per tutta la durata della “pellicola” regna quel silenzio da luogo naturale profondo, e da luogo abbandonato, carico di micro-suoni (e di presagi).
Un aspetto che può non essere gradito a tutti, e non da tutti sopportabile; eppure, nonostante la “lentezza” dello sviluppo, la tensione è palpabilissima.
Insomma: un ottimo lavoro, da cinque stelle.


I film non commentati:
Maciste nella valle dei Re – Carlo Campogalliani
Assassinio sul palcoscenico – George Pollock
Assassinio al galoppatoio – George Pollock
L’amore è eterno finché dura – Carlo Verdone
Chi m’ha visto – Alessandro Pondi
My son, my son, what have ye done – Werner Herzog
Il caso Freddie Heineken – Tomas Alfredson
Smokin’ Aces – Joe Carnahan

Childfree .1: Sul non volere figli

Tento di buttar giù due pensierini per introdurre una nuova (ennesima!) serie di letture a tema: sulle donne senza figli, e per essere più precisa sulle donne che non vogliono averne. Come me – ed ecco perché mi interessa.

Childless & childfree

Innanzitutto una distinzione fondamentale. Chiedo scusa ai lettori poco amanti degli anglicismi, ma questo – secondo me – è proprio uno di quei casi in cui l’inglese, oltre che più comodo e rapido (un pochino) è anche più efficace (un bel po’).
Una donna childless (che sia sposata, impegnata, o single: in questo contesto non fa differenza) è una donna senza figli per le motivazioni e le circostanze più disparate, e che tuttavia li desidera (o, quantomeno, non rifiuta l’idea).
Una donna childfree, invece, sceglie consapevolmente di non avere figli (né ora, quando la infastidite con la centesima replica in un mese delLa Domanda, né in seguito), per  altrettante differenti ragioni.
Io, ovviamente, voglio occuparmi delle childfree.

Cosa è famiglia? Che significato hanno i figli?

Le due domande sono in gran parte interconnesse.
Non mi addentrerò troppo in questioni che meriterebbero un’attenzione ed un approfondimento che io non posso offrire, mi limito ad accennare a spot qualche considerazione.

Innanzitutto, per qualcuno “una coppia senza figli non è famiglia” (a quanto pare non c’entra la morale cattolica, ma già che ci sono lo dico: la cosiddetta apertura alla vita è centrale, ma vi sono eccezioni e, soprattutto, l’indisponibilità ad accogliere il disegno divino pone in posizione di peccato, ma non fa diventare una coppia “meno famiglia” di una che invece vi si presta).
Resta senz’altro vero che l’essere madri (e padri!, che non sono un accessorio) è per la dottrina cattolica il naturale “destino” di chi ha una vocazione matrimoniale. Sempre salvo particolari eccezioni. Purtroppo, anche fra credenti, spesso si confonde l’adesione parziale, o la non adesione, ad un progetto divino – comunque generale -, che è peccato ma va visto alla luce della storia personale di ciascuno, con un’arbitraria e diabolica opposizione, da “degenerati moderni”, a un diktat intransigente.
Una degenerazione tutta moderna che non si limita a rifiutare per sé, ma aborrisce collettivamente l’avere figli, il dedicarsi esclusivamente alla famiglia, le scelte di non-indipendenza e libertà totale esiste.
Un disegno divino per la famiglia esiste.
Ma è ingiusto, perché errato, attribuire la prima a chiunque, pur senza egoismo, stabilisce che per la propria vita avere figli è un fattore non auspicabile (se non dannoso: sì, può capitare e no, non dev’essere per forza egoismo).
Com’è ingiusto prendere quello che è un progetto di Dio su di noi, per una “gioia perfetta” – in un mondo che però perfetto non è -, sostanzialmente un progetto d’amore perché possiamo avere tutto il meglio; trasmutandolo in un dovere, in quanto tale spesso arido, che non parla di legami d’amore (di carità), di comunione intima a modello della Trinità, di dono di sé, ma piuttosto di perdita e dolore, che conduce alla ribellione incolpevole contro il Cielo.

Famiglia è ovunque due (o più) persone si amino.
Dando per scontato per non allungare ulteriormente la zuppa che “amare” non significa piacersi, provare affetto, né avere affinità col partner o chicchessia, né tantomeno provare attrazione ricambiata ecc. ecc.
Amare è essere al servizio dell’altro avendo per obbiettivo il suo bene. Punto.
(Grazie a Dio, i cristiani son chiamati ad amare il prossimo, non a farselo piacere).

I figli sono per me il completamento ideale della famiglia.
Ciò in un’ottica “naturale”, che è pure alla base di molta parte dell’ottica cattolica, ma è condivisibile e condivisa, su questo e altri temi, al di là della fede (non credenti compresi).
Possiamo intendere “ideale” in molti modi (non però romanticamente): riferendoci ad una situazione di perfezione originaria, antecedente il peccato originale – ma allora, ci tengo a ricordarlo, Eva non doveva partorire con dolore, il “senso materno” non era aleatorio, e Caino ed Abele, se i loro genitori fossero stati più intelligenti, avrebbero avuto per sé l’intero Eden senza neppure pagare la rata mensile.
Oppure possiamo pensare che sia la realizzazione più completa, integrale per una donna – che è pur sempre costitutivamente diversa dall’uomo -, senza però ritenerla la migliore, o peggio l’unica via.
Non è sbagliato immaginare la maternità come la quadratura del cerchio femminile: è, appunto, l’ideale alla cui immagine tendono tutte le donne. E’ sbagliato invece cercare di trasporre l’ideale, così com’è, nella realtà concreta (o meglio, nelle realtà concrete di ogni singola donna).
Non solo perché l’istinto materno, o più ampiamente la propensione alle relazioni e alla generatività tipicamente femminile può manifestarsi e realizzarsi in molti modi; ma anche e soprattutto perché la realtà è piena di sfumature e vive delle evoluzioni: non significa relativizzare – lungi da me – ma capire che l’ideale (la “verità”) si declina in più realtà diverse. Alcune non saranno valide, saranno abbagli, ma altre, più d’una, rappresentano una alternativa ma valida proiezione dell’unica verità nel mondo concreto.
Tipo così:

11824982_875815755830112_6973335048871492166_n

Direi che vi ho spaccato le balle a sufficienza.
Dalla prossima volta, si passa alla sostanza 😉

Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey

Comiskey è un pastore evangelico statunitense, fondatore di Desert Stream (presente anche in Italia dal 2004), dal quale si è originato Living Waters – si tratta di percorsi di accompagnamento pastorale e di sostegno ad ampio spettro, ma dedicati in particolare alle problematiche matrimoniali, sessuali e di genere.
Anche qui, come in Nicolosi, i pilastri sono due: primo, il trattamento (o l’ascolto) di problematiche che sono innanzitutto e soprattutto relazionali, non meramente sessuali. Secondo, il radicamento nella fede cristiana. La cui aria benefica si respira subito: se il titolo italiano riprende infatti correttamente il sottotitolo originale, il titolo inglese suona  tutt’altra musica, decisamente più spirituale che psicologica, così:

Strength in weakness

Il riferimento è alla Seconda Lettera ai Corinzi, 12,9: quando sono debole, è allora che sono forte. Se solo sapessimo quanto siamo amati, non sentiremmo il bisogno di difenderci coi denti e con le unghie ad ogni refolo di vento. Ma chi di noi capisce davvero, e non dà per scontato, l’amore di Dio quando sta bene e non sta attraversando una tempesta?


Parrebbe ovvio, ma non lo è, notare come Comiskey insista sul carattere imprescindibilmente comunitario della salvezza in Cristo. Non si tratta solo di un atto di umana umiltà – “Non ci si salva da soli”-, ma dell’essenza dell’azione divina che ci è rivelata: Dio stesso, in sé, è una comunità di tre Persone. E’ relazione, e ha creato l’uomo per portare questa capacità di relazione fuori di sé.
Sia chiaro però a chi s’immagina una conventicola di fondamentalisti invasati che si costringono l’un l’altro a confessare in pubblico le cose più intime e/o atroci, che questo modo distorto di fare comunità (lontanissimo dal rappresentare il Corpo di Cristo) è proprio di gruppi particolari, al limite o già oltre il limite dell’eresia, che nulla c’entrano con un gruppo di sostegno, o anche terapeutico, nell’area delle terapie riparative (l’autore qui li chiama “gruppi di guarigione”).
Fermo restando che in ambito protestante la “confessione”, ancorché non sempre pubblica né tantomeno obbligata, non è un sacramento e non è prettamente segreta come nel cattolicesimo: nell’appartenenza di Comiskey viene resa ad alcuni membri della comunità che svolgono servizio ministeriale, i presbiteri; e in alcuni altri casi m’è parso si possa identificare suppergiù con quel momento in cui, a posteriori, il penitente deve ricomporre la comunione tra fratelli che con il suo peccato aveva spezzato, per quanto possibile; ossia nell’atto di riparazione.
Che poi l’enorme capacità dell’uomo di distorcere ed inquinare le cose buone che gli passano per le mani abbia agito anche qui, permettendo che si creassero fondazioni dai sistemi coercitivi – come credo, per altro, sia il caso di Conley, autore di Boy erased -, compresi certi campi di rieducazione confessionali o laici che siano che per conto mio andrebbero messi fuori legge, lo do per certo senza nemmeno pormi il dubbio. Sarebbe troppo bello e facile se così non fosse. Una distorsione rimane tuttavia una distorsione, non una regola, dunque non mette in crisi la bontà della psicologia e della teologia che informano il settore.
Non è mai ridondante specificarlo, stante che come ci ricorda Giancarlo Ricci, psicanalista, citando l’autore nella sua prefazione;

[…] ci troviamo ad affrontare un nuovo pregiudizio: il pregiudizio secondo cui chiunque sfida [l’idea della] bontà intrinseca dell’omosessualità è omofobo e razzista.

L’altro perno attorno al quale Comiskey fa ruotare tutto il suo discorso ed il suo intervento, oltre alla comunità, è il concetto di vergogna. Un concetto ampio, stratificato, che nell’imbarazzo sociale vede solo la superficie di un problema psichico comune all’umanità tutta, che al tempo stesso è un problema spirituale nato col peccato originale, dunque ineliminabile in questa vita – ma affrontabile ed, anzi, foriero di guarigione, appunto: di fronte alla vergogna l’unica soluzione (per tutti: chi ne è vittima e chi la infligge) è affidarsi ed affidarla alla Croce.

“Jürgen Moltmann scrive: “Conoscere Dio nella croce di Cristo è una forma di conoscenza […] che infrange tutto ciò a cui un uomo può essere attaccato e su cui può costruire, tanto le sue opere quanto la sua conoscenza della realtà, e proprio nel fare questo lo libera”. [da Il Dio crocifisso]
Talvolta abbiamo bisogno di essere risvegliati da eventi disastrosi che ci mettono in condizione di arrenderci a Cristo. Se non dovessimo far fronte a dure realtà, noi potremmo rimanere sempre in un’oscurità beata. Certo, possiamo sempre scegliere di non guardar le cose in faccia”. 

Comiskey si premura di mettere in guardia le comunità dall’incentivare, nel nostro prossimo e specialmente negli altri credenti, quegli “io belli e falsi” che spesso chi ha un ferita profonda e coltiva un senso di inferiorità tende a costruirsi.

“Riferendosi a questo genere di persone, Stephen Pattinson dice: “Nella loro preoccupazione per il riconoscimento e l’approvazione estrinseca, esse possono essere ‘preoccupate di mostrare agli altri, a se stessi e a Dio, che sono brave, gentili, attente, persone che la loro religione celebra’.
La chiesa spesso trae vantaggio dall’obbedienza degli io belli e falsi. Essi sono utili e non pongono problemi. […] La persona cerca [così] di conservare una base di sicurezza mediante l’acquiescenza e la conformità, mentre si dibatte nella propria sfera sessuale e relazionale”.

Lasciatemi inserire una punta di acidità in questo quadro: lasciando da parte i gruppi di guarigione (che dovrebbero essere la costola di un’attività terapeutica individuale, non sostituirla), dov’è in tutto questo la Chiesa Cattolica? Dovrebbe esistere, a fianco ed a monte di questo, una specifica pastorale che in quanto tale non sia la mera ripetizione della dottrina, ma offra un sostegno spirituale e sociale adeguato. A maggior ragione considerata la rilevanza e l’attualità della questione.
Ma noi non ci siamo (mi auguro che arrivi qualcuno a smentirmi…).
Chiarissimi nella dottrina, non offriamo alcun percorso di crescita e condivisione che resti nel suo alveo, e lasciamo il campo libero ad associazioni gay cristiane che non vedono un dissidio tra fede ed omosessualità vissuta – le quali, se hanno senso per una parte del protestantesimo, non ce l’hanno in seno al cattolicesimo.

Concludendo, cito ancora: “La […] vergogna può essere superata solo grazie alla forza di un amore più grande. Tale amore dev’essere più forte della potente impronta del rifiuto e del disprezzo umani. L’unico amore che risana è l’amore di Gesù Cristo”.

Un percorso di guarigione, che sia dalla pulsione omosessuale o da un altro tipo di esito di ferite relazionali profonde (molto interessante da questo punto di vista il discorso sviluppato a proposito di misoginia e misandria), ha come condizione necessaria e sufficiente il proposito di recuperare il disegno di Dio sulle sue creature, e di aderirvi in misura progressivamente più piena.

“Gesù deve diventare il nostro specchio quando ci chiediamo: ‘Chi sono io?’. Lui solo ha il potere di definire la nostra identità primaria. Purtroppo, anche se cristiani, noi continuiamo a fissare disordinatamente, nell’immagine riflessa del mondo, i nostri sentimenti e le nostre esperienze passate.
C.S. Lewis scrive: “Il vostro Io autentico, nuovo (che è di Cristo) non si manifesterà finché voi non lo cercate. Arriverà quando cercate Lui”. [da Il cristianesimo così com’è]