Animalesco

Io ed L., la mia più cara amica, abbiamo prospettive e gusti estremamente diversi in fatto di uomini – e qui mi riferisco solo al corpo! Intanto lei ha più un vero e proprio “tipo” ideale, mentre io ne ho svariati, pur con alcune nette preferenze. E poi, appunto, se lei va per il biondo occhi azzurri io propendo per il total black, capello / occhio castano e perché no, anche la carnagione o persino la pelle non mi dispiacciono olivastre o nere (tanto che, quando leggerà questo post e scoprirà che mi stavo invaghendo di un mulatto sul treno per Milano, mi beccherò un cazziatone).
La cosa bella è però che su un fattore particolare ci intendiamo, e ci intendiamo alquanto direi: e questo fattore è l’animalità. (Ora vado a spiegare, prima che qualcuno stabilisca che sto dando degli animali ai maschi tutti e che sono misandrica: faccio infatti un discorso generale, sugli esseri umani come specie).

Perché gli esseri umani, in quanto specie vivente, sono animali.
Un’affermazione apodittica, forse, ma voglio sia tale: non sono disposta a contrattare un’evidenza simile, a doverla ribadire e difendere. Per me è lapalissiana ma, soprattutto, non va ad inficiare l’ottica cristiana sull’uomo e sulla sua non riducibilità al mero istinto: tutti tranquilli, la dottrina non ha bisogno d’essere salvaguardata da alcun pericolo.
E che poi si veda questa animalità come una cosa bella, una cosa neutra oppure qualcosa da temere e da cui guardarsi, è bene in ogni caso conoscerla. 

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Mettetevi comodi, vi faccio lezione.

 

C’è il fattore altezza, per cominciare – lo sapete tutti: altezza, mezza bellezza.
Su questo io ed L. siamo d’accordo, o per meglio dire, nutriamo lo stesso istinto: gli uomini alti ci fanno venire le stelline negli occhi, così: 🤩
Potete contemplare le sacrosante eccezioni, ma oltre questa regola vi garantisco che ne filtrano pochissimerrime. Aggiungeteci che io di mio son alta due mele e poco più (cit.), e potete immaginare l’effetto che fa. Non a caso, con una singola eccezione, ho sempre allacciato relazioni con degli stangoni. Insomma se non siete Mike Pee, e siete bassi, non provateci neanche, risparmiate tempo.
A ruota, c’è il fattore muscoli. Eh, beh.
Come L. ricorda sempre: muscoli = forza; forza = protezione; protezione = maschio.
Punto, a capo.
Veniamo poi al fattore corporatura. E qui casca l’asino… nel senso che, se per L. “muscoloso” va di pari passo con “ben piantato”, a me non me ne può frega’ dde meno. Non che il modello “pompiere australiano largo come un armadio con koala sulla spalla” mi faccia schifo, eh, sia chiaro, ma se mi passa un pompiere australiano (con koala regolamentare) a due passi, son capace di ignorarlo… al massimo il koala mi fa venire l’occhio umido, ma non faccio caso a chi se lo porta in giro. 

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Koala adorabile su supporto umano.

 

Poi, subito dietro, passa un tizio ossuto (col muscoletto bicipite e pettorale a norma, ma nulla più), con le clavicole sporgenti, il naso da poster nazista sugli ebrei e la guancia incavata, e taaac!, sono fottuta: tempo zero secondi e m’innamoro come una deficiente.
Se pensavate che avessi perso la brocca per il Joker di Phoenix perché l’ha fatto, appunto, Phoenix (ho visto delle foto in cui sembra pompato a cortisone, ma in condizioni standard merita), o perché ho una passione per i tizi alienati e devastati, vi sbagliavate: è che a me piacciono le ossa, e se non posso avere le ossa, datemi almeno un fisichino asciutto, ma asciutto tanto, al limite del secco.

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Spalle in dentro, gozzo in fuori! Naso XL, cachessia conclamata.

 

Da qui in avanti si entra nei dettagli, e non vi tedierò: cito soltanto due cosette che, per quanto mi riguarda, sono rilevanti:

  • davanti a un bel paio di mani “nervose”, cioè non solo piuttosto attive ma asciutte (di nuovo) e con vene e tendini in rilievo il mio cervello si squaglia.
    Le mani vincono su tutto, e sono le prime cose che guardo insieme agli occhi (sì, non ridete e non scuotete la testa, pivelli, è così).
    Se mi agitate davanti le mani che piacciono a me, non dovete neanche cercare un collare: me lo metto da sola e mi faccio portare ovunque;
  • il tratto iliaco. Se non sapete cos’è, googlate. La pappa di cervello a questo punto sta bollendo, toglietela dal fuoco se non volete ridurmi ai versi gutturali.

Ma facciamo un passo indietro, ‘ché per quanto possano sembrarvi istintuali simili facezie, non lo sono. Non pienamente. Lo è invece un altro, misconosciuto ma decisivo fattore, l’ultimo che vado ad elencare.
Ossia la pelle.
Perché noi animaletti umani possediamo la meravigliosa facoltà, utilissima, di saltare tutti questi passaggi culturali ed appresi, ottimi da sfoggiare in un salotto buono davanti agli amici o in camera da letto ma non nel folto della giungla, e fare un rapidissimo, inconscio inventario di tutti i dati disponibili sul/la pollastro/a potenziale preda e ricavarne un abstract verosimile ed affidabile sul suo stato di salute.
E di tutti i dati disponibili, i due più significativi sono senz’altro l’occhio (torbido come il brodo di pesce oppure limpido come acqua di fonte?) e la pelle, appunto (sfibrata ed itterica / grigiastra oppure elastica e dai micropori che fanno la ola?).
Lo ripeto: tutto ciò non è meraviglioso?

Ecco, questa è la versione nero su bianco di quattro chiacchere scambiate con L. un paio di settimane fa. Siccome è un argomento, e sono considerazioni, che ritornano, ho pensato di condividerle… e di condividere un paio di koala 🙂 Ciao!

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Sarà per via del naso, ma io lo trovo sexy.

 

Sogni / 5

Una bimba di 5-6 anni nuota nell’aria della stanza, mulinando le braccia da parete a parete, mentre mia madre le sta un metro avanti e la invita a proseguire. Di fianco, sul divano – lo stesso sul quale sto dormendo – io scatto loro delle foto.

Più tardi, nella stessa stanza, mi ritrovo due alti scaffali di lato: quello a sinistra è zeppo di giocattoli, quasi tutti ancora confezionati, quello a destra contiene libri e libriccini per ragazzi e bambini.
L’abbondanza e la ridondanza mi irritano, specie in considerazione del fatto che i possessori di quei giocattoli e di quei libri non se ne curano. Decido che farò una grossa cernita e venderò quanto più possibile, senza chieder nulla a nessuno.

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Mancano poche ore alla sera di Halloween, e sempre nella stessa stanza fervono i preparativi: mia cugina, più giovane di com’è realmente, quasi adolescente, ha invitato a casa un po’ di suoi amici ed altra gente, sconosciuta, incontrata ad una festa a tema in discoteca.
Con mia madre mi adopero per stendere una tovaglia a quadri, verde scuro e rosso, tutta spiegazzata.

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Sono Joker, ma non sono né la versione di Nicholson, né quella di Ledger o di Phoenix: più una versione da Grinch, direi, ho la pelle della faccia verde come The mask, sono stempiato come l’IT di Muschietti, e ho due sole dita per ogni piede (tipo Nightcrawler, se non erro).
Sto cadendo all’indietro nel vuoto da una finestra d’ospedale – palese la fonte, cioè Lansdale – e atterro direttamente su una barella sistemata sul retro di un’ambulanza. Di fianco alla barella uno sceriffo con tanto di stella lucida sta parlando al telefono, e dice: Fa ridere… ma fa anche piangere… oh, è appena morto. Solo che io non sono morto.

Una duchessa, infilata in un abito dorato come un Ferrero Rocher, cammina elegante lungo un viale lunghissimo nella sua tenuta, ed un’auto che chiamare limousine è dir poco la segue in attesa del momento giusto per farla salire. L’auto è chilometrica, conta svariate portiere ma anche vere e proprie cancellate, e numerosi valletti, uno dei quali si porta avanti pronto ad aprire la portiera anteriore.
La sfilata prosegue nell’ingresso al castello residenziale, e alla duchessa ci accodiamo io e mia madre, neo-nobili parvenu à la Megan Markle – per qualche ragione però mia madre entra proclamando di essere la regina d’Inghilterra, la qual cosa non pare sorprendere nessuno.

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Estraggo dalla cassetta della posta un sacco di roba, molta pubblicità, tanti doppioni di voltantini. Niente di rilevante.
Salgo la rampa di scale che porta all’appartamento, ma seguendo dei gradini esterni che bilanciano quelli normali, con delle pile di libri fra le braccia. A metà percorso però mi blocco, i gradini sono rimpiccioliti e non riesco più a proseguire – chiedo a mia madre che mi stava guardando di andar via, altrimenti non reggo la tensione. Poi ridiscendo a ritroso la scala e la ripercorro dall’interno, molto più facilmente, anche se i gradini sono invasi da gente che chiacchiera ed oggetti vari accatastati.
Appena riemersa, invece della porta di casa mi trovo davanti le mura del castello di Edimburgo, ed un tipo vicino a me sul prato antistante mi informa che stanno per crollare. Mi preoccupo del parco annesso, e degli animali che ci abitano, di che fine faranno se le mura crollano ed il castello verrà dichiarato inagibile.

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Poi mi sveglio.

Te Deum (Ottobre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • le castagne raccolte nel bosco che la mia vicina mi ha regalato (le prime caldarroste della stagione!), i melograni aggràtise che ho prelevato dal nostro giardino, ma anche la lumachina sulla tomba al cimitero e la cavalletta tanto carina che s’è posata sul mio cactus, e ha avuto la pazienza di lasciarsi fotografare:

 

  • il foulard sui toni del beige e del marrone trovato all’associazione, che sarebbe piaciuto alla Mater e che s’abbina bene con la matita occhi che uso di solito;
    .
  • a proposito dell’associazione, grazie per la rumena-volontaria nuova, che sembra una a posto, e per la rumena-badante, che mi fa ridere un casino, e in quel posto grigio et noioso ci vuole;
    .
  • M., l’infermiera del Cps, con cui si parla di parrucchieri e di soluzioni organizzative per evitare di saltare i pasti – ed è una personcina interessante;
    .
  • i sorrisi delle persone che incontro per strada, che palesemente mi conoscono e mi salutano, o addirittura mi fermano per chiacchierare (la metà delle quali non ricordo mai chi cazzo sia. Ma come dicevo qui, ho imparato a mentire… white lies, white lies! Prima o poi risponderò al saluto sbagliato, di qualche maniaco che lo prenderà per consenso alla carneficina);

 

  • la serata in biblioteca a tema marinaresco, caruccia; lo spettacolo de Il magico baule che spacca sempre; il ritorno al cinema – cercherò di non lasciar passare altri tre anni alla prossima volta;
    .
  • Tea, la gatta di L., che ho battezzato io in onore della regina  longobarda Teodolinda. Sfranfugnarle la moquette sulla pancia è un sogno proibito:

 

  • le giornate di caldo extra, che non sono un bel segnale per il nostro clima ma che personalmente mi sono goduta assai, riscaldando le mie stanche ossa al sole sul terrazzo;
    .
  • la pizza di Birbes, goduriosa, e soprattutto Pino lo strano che ce l’ha comprata e consegnata – prima di defilarsi. Il sogno di tutte le (ex) mogli (cioè della mia amica), ma, comunque, strano 🙃 C’è in programma anche un caffé da lui per un disbrigo di pratiche, Dio solo sa cosa ci farà trovare davanti 😙;
    .
  • il calore di casa propria quando si rientra dalla pioggia esterna e si indossa il pigiama prelevato bollente dal calorifero;
    .
  • i due giorni da zia M., tra coccole, buon cibo, e tane tranquille in cui rifugiarsi;
    .
  • il contributo economico del Comune (fondamentale) e quello dell’amico S. (provvidenziale).

Carne no, pesce sì.

Premessa: cosa è carne.
Se parliamo di cibo, il termine “carne” ricomprende ogni animale commestibile, in qualunque habitat viva, in qualunque forma si presenti.
Il pesce è carne, gli affettati sono carne; nonostante torme di sacerdoti dell’interpretazione letterale, e legioni di madri cresciute a maiali scannati in cortile, non riconoscano i molluschi o le cotolette panate industriali come tali.
Tutta la carne è carne, insomma, non ci si scappa; ma dal punto di vista prettamente culturale quella di bovini, suini, ovini, equini, la cacciagione selvatica di ogni tipo – e d’altro canto i pesci, i molluschi, le conchiglie, i cefalopodi ecc. – hanno una valenza, e dunque una categorizzazione, a sé stante.
In conseguenza di questo, al di là delle preferenze di ciascuno, viene naturale a molti aspiranti vegetariani – oppure come nel mio caso a chi decide di diventare semi-vegetariano – scegliere di rinunciare alla carne di animali terrestri e/o esotici, ma mantenere nella propria dieta quelli acquatici e/o vicini alle corde e alle tradizioni locali.

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Dici a me? Eh, dici a me?! Guarda che ti esplodo nel piatto!

Delle ragioni semplici, e del tutto mie personali, per abbandonare o comunque limitare fortemente il consumo di carni di animali terrestri (d’ora in poi solo “carne”), a favore di quelli acquatici (d’ora in poi solo “pesce”), ve le lascio qui.
(E non vado oltre: la mia è una divagazione elementare, aperta ad un universo di considerazioni ma nient’affatto pensata per criticare chi non è vegetariano e tacciarlo di disumanità, o al contrario chi è semi-vegetariano e bollarlo come iprocrita. Per dire).

  • In entrambi i casi si uccide un essere vivente.
    Ma per qualche imperscrutabile motivo, forse banalmente biologico, la carne sa di morte anche quando è adeguatamente trattata, il pesce mai.
    Con questo non faccio alcun discorso etico: parlo invece del fatto che innumerevoli volte consumando carne ho avvertito con i sensi l’odore e il sapore, e più in generale la sensazione, del cadavere – e non solo. Mai mi è accaduto con del pesce.
    E’ spiacevole e stomachevole.
    .
  • La carne è spesso un alimento di difficile assimilazione per l’organismo, da consumare in quantità limitate per motivi di ordine sia nutrizionale che sanitario, il pesce lo è raramente.
    Nozionismi a parte, la carne è pesante. Lo è a livello macro perché lo è a livello molecolare, s’intende, a prescindere dall’abitudine consolidata a gravarla ulteriormente con salse ed intingoli (e cotture) sconsigliabili.
    In altri diversi termini, la carne stufa. Se i carboidrati tendono a gonfiare provocando senso di sazietà (ma non disgusto), la carne, nella mia esperienza, è stata spesso sinonimo di fatica: pur non sentendomi ancora appagata, semplicemente, non ne potevo più.
    .
  • Sempre nella mia esperienza concreta, la carne ha rappresentato – in generale – la costrizione, l’imposizione di una scelta da parte di altri (da bambina, chiaro, gli altri erano mia madre).
    Il pesce, consumato di rado nelle abitudini alimentari della famiglia d’origine di mia madre (che per ragioni pratiche hanno sovrastato quelle del ramo paterno), l’ho visto poco in tavola anch’io.
    Un po’ per il gusto un po’ per la rarità con la quale ne potevo godere, dunque, era destinato a rappresentare, per contro, la possibilità di nutrirmi in modo libero, e piacevole.

Prima di cena

Nel mio freezer rimangono, della mia vita di prima, ancora due sacchetti preparati da mia madre: in uno si trovano due cotolette panate, nell’altro un grosso filetto di vitello. le cotolette saranno gli ultimi prodotti a base di carne a sparire: per me sono sinonimo di mamma e di casa e di infanzia. Il vitello, invece, lo cucinerò prima, cotto nel latte e condito col curry.
Dopodiché, in casa non ne avrò più, e sarà finalmente il momento più adatto per modificare, come da moltissimo tempo auspicavo di fare, la mia dieta. E diventare semi-vegetariana. Per farla breve e capirci: proprio come Olivia, intendo rinunciare alla carne di animali allevati a terra, ma continuare a nutrirmi di pesce – che sì, è sempre “carne” ma presenta meno problematicità sotto quasi tutti i profili – e di derivati animali (uova, latte, miele…).

Come vedete non mi sono dilungata nel raccontare i miei perché e percome di questa scelta, ma è da qui che conveniva partire per parlare del libro uscito quest’anno di Jonathan Safran Foer: Possiamo salvare il mondo, prima di cena.
Un libro che più che un saggio personalmente classificherei sotto la voce “non-fiction a tesi“, che ha molto da dire ma senza appesantire (e la leggerezza, tra parentesi, è uno dei vantaggi del vegetarianesimo).
Conveniva partire dal personale, perché nonostante non trascuri di sciorinare una serie di dati, Safran Foer attraversa tutte le pagine, anche quelle di soli dati appunto, dialogando con se stesso e col lettore in modo intimo e non catechistico; per parlare di un argomento attualissimo, fastidioso per chi non lo accetta e faticoso per chi lo accetta: il forte nesso diretto tra cambiamento climatico e consumo di alimenti di origine animale.
Uno sguardo alle sezioni di cui è composto il testo:

  • Incredibile: parte introduttiva e centrale, espone il punto di partenza dell’autore, la sua tesi ed i vari elementi del dibattito;
  • Come evitare la morìa suprema: ogni capitoletto è formato da dati in connessione fra loro, a volte evidente ed oggettiva a volte personale, sintetizzati e sistematizzati in modo tale riepilogare alcuni punti fermi in climatologia;
  • Solo casauna prosecuzione della prima parte, con un occhio di riguardo al tema della speranza;
  • Disputa con l’anima: una lunga e godibilissima auto-intervista, un quarto grado su tutto il materiale presentato in precedenza, una sorta di cubo di Rubik nel quale logica, etica e tecnica girano ciascuna sul proprio perno ed attorno alle altre;
  • Più vitaecco, questa è la parte che mi è piaciuta meno, e che ha aggiunto poco o nulla a quanto già letto. L’autore riprende alcuni concetti, li osserva lateralmente e li lega a membri della sua famiglia (la nonna, i figli); lo fa però a mio parere avvitandosi un tantino su se stesso.
    Infine, abbiamo una
  • Appendice: 14,5% – 51%, questi i due estremi percentuali entro i quali si muove il confronto per definire l’impatto, come dicevo, dell’allevamento intensivo sul mutamento climatico – non sono presentate tuttavia come cifre ugualmente possibili, ma brevemente analizzate. E quale che sia la cifra esatta, la conclusione è che tende per certo verso l’estremo alto.
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Immagine di Lucia Lorenzon

profilo Instagram dell’autrice

In tutto questo emergono spesso e volentieri, come fiumi carsici, il tema della speranza (intesa come concreta possibilità di cambiamento e in ultima analisi di salvezza, non come moto ottimistico privo di scopo) ed il tema della coerenza, sui quali Safran Foer si interroga quasi ossessivamente.
Sulla coerenza ha scritto qualcosa Alessandro, e più che ripetere parole d’altri o tentare di riassumere posso chiosare così: mai confondere la coerenza con la perfezione. La coerenza è un cammino, e sbagliare, fare un passo indietro per poi rifarne due in avanti, faticare è semplicemente umano, non inficia nulla della propria azione – è sull’azione che si insiste molto. La contraddizione non è necessariamente uno sbugiardamento, più spesso è una spia della complessità del reale.
Se volessi estrapolare i concetti cardinali dal testo, sarebbero questi:

  1. “Il nostro pianeta è una fattoria”.
    L’allevamento animale intensivo (del quale non si discute per niente) è la principale causa alla base del cambiamento climatico, più rilevante persino dell’inquinamento industriale e civile da anidride carbonica (del quale tuttavia si parla fin troppo);
  2. le grandi aziende ed i governi possono fare molto per invertire la rotta, ma se pure lo facessero, di per sé non basterebbe.
    Ci vorrebbe questo e anche l’azione individuale, o meglio la somma di milioni di scelte e conseguenti azioni individuali dei cittadini-consumatori, per ottenere non di schivare il cambiamento, ormai inevitabile e già reale, ma di attenuarlo per quanto possibile.
    Non per idealismo, ma per concretezza, la scelta individuale (in primis di consumo) è la chiave non sufficiente ma indubitabilmente necessaria per impedire l’estinzione della specie. Sempre che di evitarla ci importi;
  3. il fatto che discutiamo di cambiamento climatico con una flemma ed una serenità (non dico d’animo, ma di prospettiva a lungo termine) direttamente proporzionali all’urgenza ed alla gravità della questione dipende, oltre che da eventuale ignoranza (ma tralasciamo, qui, il negazionismo) da tre fattori:

a) l’assetto psichico dell’essere umano è tarato, dai tempi ancestrali, sul pericolo vicino nel tempo e nello spazio. Per quanto evidente ed innegabile sia, un pericolo enorme ma di là da manifestarsi pienamente, e magari distante geograficamente (almeno per noi europei!) non è percepito adeguatamente.
Così come l’immagine chiara della Terra, e della sua fragilità di miracoloso pianeta abitato nel mezzo d’un cosmo buio e freddo, ci si presenta solo osservandola dallo spazio: altrimenti, come nell’occhio del ciclone climatico, ci siamo letteralmente troppo dentro per vederla;

b) di conseguenza, sapere una cosa non equivale a crederci. O se preferite, a sentirla intimamente. Tanto per la Shoah quanto per il cambiamento climatico (tra i quali l’autore stabilisce un parallelismo), è l’emotività che un fatto ci trasmette a fare la differenza, non il fatto oggettivo in sé.
Così come per una “ola” allo stadio, anche la comunicazione scientifica – di ogni tipo – ha bisogno di essere veicolata da qualcosa che il nostro intelletto sia in grado di assorbire; di creare una norma, di fondare i presupposti per un’azione emulativa, cosicché le persone comprendanoscelgano fattivamente un dato comportamento e non si limitino a capire concettualmente lo spiegone.
[Se avessi terminato il percorso di studi, avrei dato la tesi proprio sulla comunicazione scientifica].

Possiamo salvare il mondo, prima di cena è un libro che consiglio, a prescindere da quanto ciascuno di noi sia disposto ad ascoltarne il messaggio e ad orientarsi verso una dieta vegetariana – consapevole di come questo sia non ancora sufficiente, eppure indispensabile, cioè il minimo requisito necessario ad arrestare lo stravolgimento del clima per cause antropiche.

Te Deum (Giugno 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • la certezza che “siamo nati e non moriremo mai più”. Una certezza pre-razionale, atavica, quella che avevo da bambina;
  • L. e D., che mi hanno scaldato il cuore nei momenti più pesanti ed incasinati;
  • S., che mi fa sentire pensata ogni giorno ma in modo leggero: condividendo soprattutto le cose minime, e Nonna, che non è la mia nonna, ma è diventata una nonna condivisa;
  • tutto il cibo preparato, conservato e lasciatomi in eredità da mia madre; e tutto quello ricevuto in carità; il centro di distribuzione d’acqua gratuita;
  • quel bel ragnetto baffuto che mi ha fatto compagnia gironzolando per casa;
  • le gazze in volo fuori dalle mie finestre – ma anche i piccioni che mi hanno divertito cercando di costruirsi il nido sopra i miei vasi di erba di Santa Teresina. Devo certo avergli creato delle serie frustrazioni levando ogni volta i rametti;
  • il nuovo bocciolo di rosa fiorito dalla piantina sul balcone:

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  • il campo arato di fresco dietro casa e l’odore di campagna alla sera;
  • il silenzio, la solitudine, la quiete; quel rombo basso e costante che la notte mi fa pensare che la terra, girando su se stessa, produca un suono;
  • il concerto per organo RV439 di Vivaldi (“La notte”);
  • Radio Maria e TV2000 (in particolare per la trasmissione del rosario da Lourdes);
  • l’odore della carta stampata, della terra bagnata e della benzina;
  • il sorriso della donna indiana? pakistana? incontrata al centro di distribuzione acqua comunale; un bacio (né casto né malizioso) stampato sul collo ad un uomo interessante;
  • l’allieva della scuola professionale parrucchieri che è andata in crisi durante l’esame finale, ma è riuscita comunque a terminarmi taglio e colore!;
  • l’origano, la cannella e il cacao amaro;
  • le mattinate sul balcone a leggere ed i pomeriggi sul balcone a prendere il sole: sembrava davvero d’essere al mare!;
  • tutti i rettili che mi rallegrano le uscite: le lucertole del cimitero, la tartaruga di terra (nel giardino di quella villetta a schiera davanti a cui passo sempre)…;
  • la tortora Rodolfa che ha fatto il nido sopra il braccio meccanico della mia tenda da sole, sul balcone. Le ho intimato di non scagazzarmi addosso, pena finire in forno con le patate, ma Tu sai che non lo farei mai, la amo troppo;
  • il pennuto Alfredo (un tacchino, forse?!) che abita il laghetto nel nuovo parco cittadino:

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  • le succose discussioni su cinema e dintorni di cui posso giovarmi in questo vasto lago che è WordPress (è bello essere tornata a casa);
  • il fatto di avere un tetto sopra la testa – che non è scontato;
  • la vecchina che ha fatto su e giù col carrello tra supermercato e casa per tutta l’ora e mezza che son rimasta ad aspettare quei caproni della cooperativa che m’han bidonato (si può dire caproni in un Te Deum?), e che impietosita mi ha persino regalato una moneta per il caffé. Beata donna, appena ho potuto altro che caffé, ho trangugiato 2 litri di roba tra succo d’arancia da frigo e affini… conservala idratata e in salute.

Animaletti e fiorellini

Splendida mattina di un venerdì di fine giugno, il sole brilla e la mia tortora personale (ne ho adottata una, storia lunga) tuba. In pratica, il giorno perfetto per… inviare curriculum a pioggia, anche se non a caso.
Con la rilassatezza di chi sa che non riceverà risposta, figuriamoci un’offerta fosse pure per un colloquio, tra un commento sui blog ed un paio di pagine di libro inframezzo un CV alla volta alle cooperative sociali della mia provincia.
E’ tutto un fiorire di fiorellini e uno zampettare (o strisciare) di animaletti, in questo magico pazzo ridicolo mondo: coop. Anemone, coop. Mariposa, coop. Iris, coop. Il quadrifoglio, coop. Rosa Tea, coop. Coccinella, coop. La quercia… e via radicando.
C’è posto, certo, anche per alcuni aggregati fisici e bizzarrìe: coop. Nuvola e coop. Chimera, per esempio. Non sia mai che nella nostra epoca paritaria e compiacente si escluda qualcuno o qualcosa.

Proseguo, dunque, nella mia indefessa opera; che di fatto m’occorre soltanto per poter affermare, un domani: ho pur provato anche quella inutile ed infame via. Se ora sto sotto ai ponti non è del tutto colpa mia.
Ma prima, dacché è mezzogiorno ormai fatto, una fetta di colomba. Una colomba glassata (Tre Marie, “Biancorubino”: cioccolato bianco con frutti rossi, ‘na delizia), che avevate capito? La tortora sta nel suo nido pacifica e nessun altro volatile è stato maltrattato nella stesura di questo umile post, né in altri momenti.
Amen, aufwiederschreiben.