Gimme some Cash

La musica di Cash mi fa sentire come se fossi pronta, all’istante, ad alzarmi raccogliere le mie due o tre più preziose cose e partire. O stare. Ma vivere, senza aver bisogno di null’altro.
La musica di Cash significa compiutezza, pur in mezzo agli affanni.

Per questo, nonostante una sceneggiatura ed un montaggio che potrebbero apparire troppo lineari se non banali, sono rimasta affascinata dalla sua storia in Walk the line (che è tratto per altro dalla sua autobiografia).
“Veloce come un treno, tagliente come un rasoio”, pare che l’abbia definito la sua June Carter – ma io direi, soprattutto: coerente. E’ il gusto della coerenza, del sentiero tracciato e ben chiaro in mente che mi è arrivato guardandomelo.
I cambi scena cruciali nove volte su dieci portano avanti negli anni, in una concatenazione diretta tra una situazione problematica e la sua risoluzione: sulla carta suona paraculo, invece ha il suo perché. Il tempo è una freccia scoccata in avanti, e come i treni cari a Cash segue gli scambi dei binari senza dare scossoni.
Fa il suo lavoro, e non rompe i coglioni con infingimenti poetici.
Anche Mangold ha fatto bene il suo lavoro, dunque.
(Di Phoenix e la Whiterspoon è persino inutile parlare, sono stati al solito magistrali tanto nella prova attoriale quanto in quella vocale – ed è tanta roba: hanno reinterpretato e ricantato ogni singolo brano).

La sinossi sul retro del dvd parla di attaccamento incrollabile alla propria musica e all’amore della sua vita. È anche, soprattutto questo che intendo con coerenza. Attaccamento incrollabile. Provate a dirlo a voce alta, scandendolo lentamente: ATTACCAMENTO INCROLLABILE.
Lo si percepisce, nel Live at Folsom Prison così come nel film, che del resto con il passaggio dedicato a quel concerto lo ricalca fedelmente, riportando il dialogo col pubblico – battuta sull’acqua sozza inclusa. Da un lato c’è ironia, capacità recitativa, dall’altro piena partecipazione. Il nostrano Ligabue avrebbe difficoltà a parlare di “quelli tra palco e realtà”, qui: il palco è la realtà, e la realtà è sul palco, invitata ben prima che capitasse un’occasione speciale.
Il direttore della prigione suggerisce di non cantare cose che ricordino ai carcerati dove si trovino, e Cash risponde cantando di uno che c’è finito ingiustamente, di uno che ne è uscito ma senza poter ritrovare il conforto dei genitori perché nel frattempo sono morti, e di un altro che pensa a chi è fuori e gli augura buona fortuna, saluta i miei.
June, durante uno dei tour insieme a Jerry Lee Lewis, quando li becca ubriachi e decisamente non pronti ad esibirsi li cazzia ed afferma che non sanno rigare dritto, e Cash risponde I walk the line, rigo dritto, perché tu hai il modo per tenermi al tuo fianco.
Più che ispirazioni, sono “cose minime” fattesi istantaneamente materia per musica. Non c’è scarto tra vita, racconto e intenzione.

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Libri .18: Foliage: Vagabondare in autunno, Duccio Demetrio

Il mondo esiste… Uno stupore arresta il cuore.
[Eugenio Montale]

Ho letto un solo libro, in passato, di Duccio Demetrio, e me ne è rimasto un ricordo piacevole sì, ma con una punta di pesantezza. Con quest’altro ho compreso meglio il perché: ha uno stile di scrittura corretto, ma personale e particolare, fa un uso dellle pause e della punteggiatura frequente ed imprevisto. Ad ogni modo, l’ho trovato più scorrevole di quanto ricordassi, o quantomeno questo suo continuo sostare su piccole parti di frase mi pare si addica al tema del saggio.

In queste pagine, il rapporto con questa stagione [l’autunno] verrà narrato e descritto piuttosto come una conquista della ragion sensibile, del pensiero riflessivo, narrativo e di quello “poetante”. […]
In quanto matrice di nuovi inizi: proprio quando tutto parrebbe appassire ed entrare in letargo prima della stasi invernale. […]
I cui indizi possiamo rintracciare quando un incontro nuovo, una possibilità di cambiamento anche senza eccessive pretese, che rimetta in moto istintualità, intuizioni, desideri sopiti, abbia il potere di risvegliare sensi, aneliti, domande.

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Un po’ l’intero testo è percorso da questo concetto e fil rouge, dell’autunno come stagione tutt’altro che mortifera e grigia, non solo in forza dei colori del foliage che gli dà il titolo ma soprattutto per la sua naturale vocazione a risvegliare e rinvigorire le energie sfibrate dall’estate. A generare cambiamento o dar voce a quello già in sotterranea preparazione da tempo.
Senza tuttavia fingere che l’essenza dionisiaca di questa stagione non implichi, anche, il caos, la dispersione, l’abbandono di alcune sicurezze:

La filosofia autunnale, da applicare in ogni stagione, ci può insegnare quanto l’interruzione, il limite, lo scacco, la rinuncia siano componenti prodromiche dell’imparare a pensare e ad esistere.
[…]
Scrivere dell’acqua è scrivere della sete: di quella che ti prende, anche se non la avverti ardente, raggiunta una fontana, che con una facile metafora rinviamo al desiderio “di sapere, di conoscenza di sguardo e di pensiero”. E’ la “sete inestinguibile” del vagabondare.
Non possiamo che ringraziare, ancora una volta, la scrittura; avvertiamo che ci tiene a galla, perché l’acqua che desideriamo può rivelarsi pericolosa quando sentiamo che la sete equivale a “perdere i propri margini”, diventando la ricerca della propria “dissoluzione”, quando l’autunno vuole nuovamente metterci alla prova con le sue pulsioni di morte. Scrivere di queste tentazioni – finché ne scriviamo – ci aiuta a ritrovare, nuovamente, quelle di vita.
[…]
Autunno come feconda pausa autoanalitica […] per scoprire qualcosa di sé che le altre stagioni non ci consentivano di capire e di raggiungere […]
non nel tetro e buio inverno, non nelle frenesie e nelle eccitazioni della primavera o nelle pigrizie e immobilità agostane.

Fornasetti II

Una riflessività, un accesso sulla profondità, che è quanto mai favorevole al lavoro di scrittura – in particolare autobiografica, attività della quale Demetrio si occupa da anni attraverso un istituto dedicato ad Anghiari. Un lavoro meno scontato di quanto siamo abituati a pensare e, sicuramente, più da arrampicata libera che da rilassato trekking.

Non siamo un libro i cui capitoli si succedono con ritmi consecutivi. Né siamo soltanto un’antologia di scene salienti, cruciali, memorabili. Siamo piuttosto un agglomerato più o meno dinamico di elementi […] risalire non alle cause (come il lavoro [autobiografico] cronologico sembrerebbe suggerirci), bensì ai temi e ai vissuti – agli archetipi – che ci hanno condotto e aiutato a riconoscerci in alcune pagine della nostra storia.

streetart in Montmartre, Paris - photo by Barbara Picci

Ogni autore ha un insieme limitato di temi archetipici, a volte uno soltanto.
Più che sceglierli, li ereditiamo dalla configurazione della nostra vita.
Anche se cerchiamo di espellerli dal libro a cui stiamo lavorando, spesso riescono a trovare il modo per intrufolarsi di nuovo.
[David Mitchell]

Personalmente, non ho dubbi sul fatto che l’autunno sia la mia stagione preferita, e lo è  tra le altre ragioni perché mi rispecchia, mi si confà alla perfezione. Del resto, mi chiamo Denise, il francese femminile di Dioniso! Solitaria ma entusiasta, selettiva ma curiosa.

Cobre @ New York, USA

L’autunno ci offre solitudini eccitate, che non hanno l’uguale in altre stagioni.

L’autunno, già nel suo annunciarsi settembrino, per molti – e non a torto – costituisce sul piano simbolico il più autentico “capodanno”: un inizio, anziché una conclusione.

E se gridano gli alberi, se i monti
ci parlano questo vorrei imparare:
ad ascoltare senza interpretare.
Altra pietà non c’è.
[Aldo Nove]

Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson

Mani lisce, che non facciano capire che sei un marinaio, e spalle libere: mai accettare di diventare capitano, perché un capitano può sempre essere destituito, un semplice marinaio no.
Ecco il primo e più importante articolo del regolamento personale di Long John Silver il pirata, il quale è al tempo stesso emblema e carne reale dell’uomo fedele solo a se stesso – ed a pochissimi altri, nella misura in cui gli sono simili e li può considerare “fratelli”, come il salakava Jack lo spinge a fare, o anime affini, come la fiera negra Dolores. Con il resto del mondo c’è un solo tipo di legame, ed è un legame di tipo contrattuale. A bordo di una nave come quartiermastro agli ordini di un altro – spesso uno dei grandi nomi della pirateria – oppure semplicemente stringendo alleanze e conducendo affari sulla terraferma, non c’è vicinanza umana gratuita.
Eppure, oltre alle mani lisce ed alle spalle libere:

questa è la cosa più importante, Jim, un’altra da tenerti bene a mente: parlare alla gente, per non essere così dannatamente soli a questo mondo, a conti fatti.
[…] la solitudine è l’unico vero peccato in questo mondo.

E’ infatti la riflessività, ed il bisogno di comunicarla, una delle chiavi di volta di questo pseudobiblos, come lo chiamerebbe Lucius; insieme al vitalismo di Silver, sopravvissuto più volte dopo esser stato prossimo a morti praticamente certe; alla messa in mostra della meschinità e mediocrità umana, alle quali lui non è un antidoto ma una semplice eccezione.
Larsson ci porta sulla scia di Silver che scrive, scrive, scrive in un’impellenza comunicativa eterna – tant’è vero che ad un certo punto affermerà: se avessi perso la lingua anziché la gamba, allora forse sì, avrei ceduto -, racconta la propria storia, la propria lunga vita sempre apparentemente sul bordo del baratro eppure ancora tenace, parla alternando gli interlocutori, che sono persone precise e mai un pubblico generico ed anonimo (come qui sul blog, insomma): il braccio destro Jack, la compagna Dolores, Daniel Defoe – le parti a lui dedicate, in particolare quelle sui loro incontri all’Angel Pub, sono ottime – ed infine Jim. Proprio lui, sì, il Jim Hawkins protagonista (e in questo caso autore) de L’isola del tesoro.
Scorrendo l’autobiografia del pirata, costruita su numerosi flashback eppure intimamente proiettata in avanti, tesa al futuro, lo osserviamo invecchiare senza mai morire davvero: ma come lui stesso ammette, alla fine, “non basta la [minaccia della] forca”, per garantirsi di vivere pienamente.
A chi appartiene la mia vita? In quale direzione naviga, se ne ha una? – queste ed altre simili domande albergano nel cuore del testo, spesso esplicitate senza difficoltà, poiché Silver è carico di furbizia ed accortezza ma non ha peli sulla lingua, ha imparato il latino ed è istruito, come più volte ricorda. Anche su questo è basato il suo rapporto con Defoe, al quale offre per la sua Storia della pirateria notizie di prima mano in cambio di opinioni e discussioni, sulla realtà attorno a loro e sulla realtà contenuta in altri libri: è, il romanzo di Larsson, anche un libro che parla di libri, la “storia vera” di una storia inventata che, stando alla cronaca, è invece effettivamente accaduta, ma fu adeguatamente manipolata da Silver perché lui stesso fosse creduto, piuttosto, una leggenda.

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La sua autobiografia di una “navigazione stimata”, narrazione dell’esistenza di un uomo dalle idee chiare ma dalla destinazione incerta o inesistente, è anche la narrazione di un senza dio (sempre minuscolo nel testo) privo di vera rabbia o vera riconoscenza nei confronti di un supposto creatore – uno che insomma riconosce nell’uomo la fine e l’inizio, non in quanto essere superiore, appellativo che trova l’umanità non meriti, ma in quanto piccolo cosmo isolato e alla deriva, che pochi sanno realmente governare.
Accade così che Long John Silver sia prototipo e compimento dell’uomo con una moralità al di là del bene e del male, tutt’altro che compiaciuta per quanto fiera di sé; e accade che sia la coscienza – che non vuol dire bontà ma autoconsapevolezzadell’intera categoria: pirati, corsari, bucanieri, filibustieri… se la categoria, di coscienza, ne avesse appunto una.

Farsi degli amici (nel senso della parabola dell’amministratore disonesto, vangelo di Luca 16,1-13), dunque, fare vita libera arrembando navi mercantili e danneggiando il commercio di schiavi delle navi negriere, e poi ammirare le vivide pietre preziose più dei dobloni che non ricevono luce, apprezzare la bellezza, arrostire un buon cinghiale nutrito ad albicocche sul barbacoa – memorabile la storia di come Silver acquisì il soprannome Barbecue – accompagnato dalla bevanda piratesca per eccellenza: il rumfustian, ossia una miscela di rhum, gin e sherry, con un pizzico di polvere da sparo sopra.
Anche di tali prelibatezze, mi auguro, Defoe avrà fornito un opportuno resoconto nel suo saggio, considerata la sua mania per le liste. Sono certa, tuttavia, che il sempiterno Kasabake l’abbia persino in questo raggiunto e superato.

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Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
> Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)

 

Di legno e cemento

Da tempo non ci passo, ma negli scorsi anni avevo l’abitudine, quando uscivo a camminare, di far visita ad un vecchio cascinale abbandonato: scolorito da pioggia e vento, accerchiato dall’erba alta, le assi delle persiane sfasciate che guardano i passanti come da un occhio pesto.
Poco fuori dal centro abitato, in piena zona industriale – dalla quale l’edificio prende il nome, o forse è chi lo ha abitato ad avere imposto il proprio a tutto il circondario – sorge imponente ma dimesso come un discendente di stirpe nobile conscio che c’è stata una rivoluzione, e gli uomini adesso venerano altre cose. Ma:

La casa è sempre autobiografia, segno del tempo anche quando è luogo disertato, lasciato. Dà voce a un mondo anche quando diventa muto, quando è stato un fugace fondale provvisorio.
E’ sinonimo di patria perché le case sono spugne che assorbono i gesti di chi le abita. Ogni casa produce memoria, qualcosa di immateriale eppure concreto, esperito. E’ luogo iniziatico, è sintesi come nient’altro. Dove vivi ogni giorno, quello è ciò di cui vivi.
Paolo Pagani, I luoghi del pensiero – [fonte]

dalla serie Abandoned – foto di Eleonora Costi

Carnet (Luglio 2019)

Una notarella prima di andare ad elencare.
Non è la prima volta che qualcuno lo nota e ne rimane stupito (o persino perplesso), perciò lo preciso: sì, i numeretti a fianco dei titoli sono il totale in ordine progressivo di quest’anno.
No, leggere (o vedere film) non è una gara.
Lo so, macino tanta roba; ma per strano che possa sembrare, e con le fisiologiche oscillazioni, questo è il mio ritmo normale – per intenderci, non è che leggo le pagine a raffica senza capirci niente, pur di collezionare un libro in più da vantare (anche perché di alcuni c’è poco di cui vantarsi, ma questa è un’altra storia).
A me piace tenere traccia di ciò che leggo e vedo, semplicemente, e ritornarci su 🙂
Ricostruire, ricordare, connettere e tirare somme, o tornare su qualcosa che chiede ulteriore spazio. Il fatto che abbia la memoria corta è solo una ragione di più per farlo, ehm 🤣

[libri letti]:
77. L’arte di buttare – Nagisa Tatsumi
Altro titolo della serie Vallardi dedicata al minimalismo, già letto a suo tempo ma che sto riprendendo in mano e sottolineando per prepararmi a ribaltare casa.
Va detto che la Tatsumi, a differenza della Kondo (a proposito, beccatevi questo bell’articolo su Rivista Studio), ha un atteggiamento di fondo un pochetto da stronza, alle volte persino offensivo. Intendo recuperare l’utile e poi disfarmene.
Detto ciò, ribadisco la mia grave dipendenza dall’odore di stampa delle edizioni cartonate.

❤ 78. Lettera a un giovane cattolico – Heinrich Böll
Un autore controverso, secondo alcuni eretico rispetto al cattolicesimo professato; in ogni caso una voce limpida – che, qui, dimostra come una scelta morale chiara sia possibile anche quando si è profondamente coinvolti e contemporanei ad essa, come fu il caso dei credenti in relazione al nazismo.
79. Il mestiere di vivere – Cesare Pavese
Mi aspettavo tutt’altro tono e stile, e pure più “ciccia”: mea culpa, ho creduto troppo all’immagine che m’ero fatta di Pavese.
Né per la poetica né per la vita intima ha molto da offrire: qualcosa, forse, di consolante a chi abbia abbandonato le spoglie autocommiserative di cui lui, invece, è stato lungamente geloso.
Poco virile, vorrei dire, e non certo poiché impotente.

❤ 80. Sunset Limited – Cormac McCarthy
Prendo a prestito la quarta di copertina, che racconta tutto e meglio:

La cucina di una casa popolare, un tavolo, due uomini seduti intorno. Uno dei due è bianco, l’altro è nero. Sul tavolo c’è una Bibbia. I due uomini parlano.
Non si conoscevano prima di questa mattina, quando il nero ha strappato il bianco alle rotaie del Sunset Limited sotto cui stava per lanciarsi. Ma quello era solo l’inizio. Ora i due devono andare oltre. E così parlano.
Dai due lati del tavolo, da prospettive, lingue e colori antitetici, fra picchi di comicità e abissi di disperazione senza contatto possibile oltre all’ingegno folgorante della penna che li ha partoriti.
Un romanzo in forma drammatica che raggiunge il nucleo pulsante dell’indagine esistenziale di McCarthy. Non ci sono approdi, prese di posizione, risposte. C’è solo una domanda: che cosa ti divide dal tuo Sunset Limited?

❤ 81. Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
🌟 82. Pet Sematary – Stephen King
83. Il magico potere del riordino – Marie Kondo
🌟 84. L’uomo che cammina – Jiro Taniguchi
🌟 85. Una paga da fame, Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo – Barbara Ehrenreich
❤ 86. Donna delle pulizie – Stephanie Land

[film visti]:
🌟 79. Silence – Martin Scorsese
80. Arrival – Denis Villenueve
🌟 81. 120 battiti al minuto – Robin Campillo
82. A tempo pieno – Laurent Cantet
83. Pay the ghost – Uli Edel
Superfluo, fiacco, sciocco. Per giunta con una recitazione deprimente di quasi ogni attore del cast, ed una fotografia oscena. Senza infamia né lode, come riassunto qui.
Peccato, perché l’idea di base nella sua semplicità avrebbe potuto essere un buono spunto da sviluppare.
84. Nella valle della violenza – Ti West
Niente stellina perché non è di livello eccezionale, è però molto divertente e ben costruito sfruttando pochi personaggi ed elementi.
L’originalità non sta nella trama, che si regge soltanto sull’utilizzo di abbondanti topòi western, ma nella lettura ironica – mai comica – ed affezionata che ne fa.
Pathos discreto e collaudato, buono per attraversare un pomeriggio afoso e polveroso.
🌟 85. Personal shopper – Olivier Assayas
Molto più thriller che horror, un film in cui i medium sembrano pullulare molto più degli spettri stessi, ma senza per ciò rompere le scatole, assorti come sono dalla propria – inaspettata, scabrosa, preoccupante, desolata – interiorità.
86. Moonlight – Barry Jenkins
❤ 87. Risorse umane – Laurent Cantet
❤ 88,89,90. The dark knight trilogy (Christopher Nolan):
Batman begins, Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro: Il ritorno
Le mie impressioni immediate le trovate nei post linkati. Ma per un’opinione più ponderata  e meno “Evviva! Fico! Pipistreeelliii!” dovranno trascorrere almeno cinque anni. Nel frattempo, potete sollazzarvi con le recensioni de La bara volante, solide e spassose 🙂 Fiondatevici, soprattutto se per voi il capitolo due: Il cavaliere oscuro è il più bel film della storia del cinemadella trilogiadi quel pomeriggio in cui l’avete visto 😁 
91. The circle – James Ponsoldt
❤ 92. Batman, Il ritorno – Tim Burton
Meraviglia. Il bello di non “intendersene” è che puoi esaltare il bello ed ignorare il difetto, sempre che davvero questo film ne abbia. Per me, no.
Non sono una grande fan di Burton, ma mi sorge il dubbio che ciò dipenda molto dalle sue pellicole “recenti”. Perché questo secondo capitolo (recupererò il primo, promesso) mi ha catturato subito e sempre; e mi ha ricordato nel giro di un minuto secco (più quelli dei titoli di testa, certo, con la discesa nelle fogne del pargolo pinnuto) come mi sentivo ognuna delle ventordicimila volte in cui, da nanerottola – non che ora sia cresciuta tanto – mi sono vista 
Beetlejuice. Ovverosia: divinamente.
❤ 93. Nave fantasma – Steve Beck
94. The descent – Neil Marshall
Alcune vecchie amiche si ritrovano per la periodica escursione (stavolta, in un complesso di grotte sotterranee). Dentro le cavità terrestri scopriranno di non essere sole, ecc. ecc.
Noioso e parecchio patetico.
L’unico sollievo arriva quando il maledetto gruppo delle gitanti perennemente urlanti comincia a perdere pezzi di carne a suon di morsi.
🌟 95. La meccanica delle ombre – Thomas Kruithof
Francois Cluzet è sempre al suo meglio. Spionaggio classico, fotografia fredda.
🌟 96. La legge del mercato – Stéphane Brizé
97. Open water – Chris Kentis
❤ 98. I racconti della luna pallida di agosto – Kenji Mizoguchi
Meraviglia. Bianco e nero, Giappone, l’apologia del buonsenso e della rinuncia alle ambizioni. Insolitamente, la pagina relativa su Wikipedia riassume storia del film e trama (di per sé non intricata) in modo chiaro, e fornisce pochi ma buoni link.
99. Dracula Untold – Gary Shore
Idea buona, realizzazione frettolosa.
Alcuni momenti spettacolari, meno però di quanti erano attesi, e soprattutto ottenuti con una smaccata computer grafica che toglie loro molto impatto.
Il pathos è un orpello didascalico che poi dovrà arrangiarsi lo spettatore a suscitare: e va bene che non è un film intimista, ma aspira pur sempre ad essere una pietra angolare della storia di Dracula – mica pizza e fichi.
🌟 100. Lego Batman – Chris McKay
Al cinema mi aveva fatto ribaltare – aveva fatto ribaltare l’intera sala, per la precisione.
Rivisto a casa, mi ha fatto ribaltare uguale, solo sul divano anziché sulla poltroncina 😁
101. Suicide Squad – David Ayer
102. Friend request – Simon Verhoeven
Temevo fosse mediocre, invece è un filmetto discreto. Chiaro, nulla di stupefacente. Di originale c’è ben poco – persino la scelta del mezzo computer / Facebook come veicolo di morte, mescolato a ingredienti nient’affatto moderni come la stregoneria e lo scrying, è già vista. Verso The ring ha molti debiti, o forse piuttosto sono omaggi voluti…
Tuttavia non è da buttare: mantiene un buon ritmo fino alla fine, non impone scene superflue e utilizza, per un certo tempo, la grafica non per creare effetti speciali ma in modo complementare alle normali riprese (i disegni animati pubblicati sul proprio profilo da Ma Rina si espandono a tutto schermo, dando però l’idea che sia Laura – e noi – a caderci dentro).
Mi chiedo se sia stato mandato in onda in prima serata perché ha un target giovane (anche se resta vietato ai minori di 14 anni… mah!), mentre quel mostro sacro di 
Babadook è stato programmato in seconda. Rai4 dovrebbe pur avere un margine di manovra più ampio… ma forse sto delirando, parlo pur sempre della Rai.
103. Le belve – Oliver Stone
❤ 104. The final girls – Todd Strauss Schulson
Mi soffermo come al solito a spiare cosa danno in seconda serata, e su Rai4 – che ultimamente si dà all’horror – sgamo questo che pare un filmetto da nulla. Tempo dieci minuti, e ho deciso che valeva la pena aspettare un attimo. Tempo venti minuti, e ho deciso di vederlo tutto. Tempo mezz’ora, e i miei due neuroni facevano le capriole dentro il cranio urlando WOW!
Ho visto per la prima volta Taissa Farmiga, sorella di Vera, e rivisto diversi volti già noti.
Ho visto un ibrido tra slasher, commedia e fantastico con virate decise sul sentimentale; e non ci crederete, ma stava in piedi.
Ho visto un flashback dentro ad un film dentro al film, e gente che passava dall’uno all’altro – e una di queste ad un certo punto 
capiva di non essere  reale, ho visto loop temporali ripetuti, ho visto cinema che parla di se stesso e si prende per i fondelli scena per scena, e nonostante questo anzi proprio per questo, perché è fatto bene, in quelle stesse scene sa di epico.
Per un miracolo del cielo, 
esiste una copia nel mio circuito bibliotecario – doh!

Max Cartwright è una ragazza che frequenta l’ultimo anno della scuola superiore. Con gli amici si reca ad una proiezione pubblica di Camp Bloodbath, un film horror che ha visto protagonista la madre Amanda, ora deceduta.
Durante la proiezione rimangono vittime di uno strano incidente che li catapulta all’interno del film, Max ritrova quindi la madre e insieme ai suoi amici, affrontando i pericoli previsti dalla trama del film, tra cui un serial killer che brandisce un machete, dovrà trovare un modo per ritornare sana e salva nel mondo reale.

Libri .15: Una paga da fame, Barbara Ehrenreich

Abstract: Milioni di americani, e non solo, lavorano ogni giorno duramente e senza sosta in cambio di salari modestissimi. Nel 1998, l’autrice decide per un paio di anni di fare la loro stessa vita, per cercare di capire meglio che cosa c’è dietro le retoriche che invocano la fine dello stato sociale. Lascia la sua bella casa, rinuncia a utilizzare le sue carte di credito e lo status di intellettuale e giornalista. […]

Mentre pulisco un salotto dopo l’altro, mi chiedo se la signora sarà mai portata a riflettere sul fatto che ciascuno degli oggetti e oggettini attraverso i quali esprime la sua personalità unica e irripetibile, visto dall’altra parte, è soltanto un ostacolo in più tra un essere umano assetato ed un bicchiere d’acqua.

C’è della chiarissima ironia in questo brano del reportage della Ehrenreich, il cui sottotitolo recita: Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo, così come tutto il libro è percorso da un’indignazione cristallina, decisa ma non pesante, l’antitesi delle cantilene di un poseur politico.
C’è della politica, appunto, ma c’è soprattutto una capacità di osservare e di partecipare – per l’autrice il distacco giornalistico è una mera giustificazione per non farsi coinvolgere proprio là dove sarebbe più opportuno accettare di esserlo.

Si avverte qui tutto lo stacco tra chi non ha niente – e del resto non avrebbe neppure il tempo di godersi qualcosa che non sia una doccia al volo ed un letto – e chi ha in sovrabbondanza; ma non è soltanto l’abbondanza in sé ad essere presa di mira, lo è anche l’illusione che avere qualcosa significhi essere qualcuno.

Dunque il nostro è un mondo di dolore fisico, tenuto sotto controllo a furia di aspirine e analgesici, compensato dalle sigarette e, nel caso di un paio di noi, ma solo nel weekend, dall’alcool.
Si rendono conto, i clienti, della sofferenza che costa il dare alle loro case quell’aspetto da motel?
E se lo sapessero, ne rimarrebbero turbati, oppure si vanterebbero sadicamente di quello che i loro soldi possono comprare, dicendo per esempio ai loro ospiti: “Guardate i miei pavimenti: vengono lavati con le più pure lacrime umane?”.

Il peggio, per me, è che tutta questa sofferenza e questa schiavitù sono orchestrate (nel caso delle donne delle pulizie, ma la Ehrenreich si è “calata” – è davvero il caso di dirlo – anche nei panni di una cameriera e di una commessa, tutte con salario di 7 dollari l’ora o inferiore) in modo da garantire un risultato esteticamente soddisfacente, ma di fatto assai carente dal punto di vista igienico e di pulizia in senso proprio.

Non stupisce, è triste, il fatto che condizioni di lavoro aberranti e smantellamento del poco stato sociale americano fossero in pieno vigore già vent’anni fa. Nel corso delle esperienze fatte dall’autrice, non mancano gli esempi di “riforme” spacciate per vantaggiose alla manodopera e rivelatesi nel concreto piccole e costanti corrosioni delle già modeste condizioni economiche di partenza.
E in tutto questo, mi sono trovata immersa in un resoconto vitale e godibile – godibile specialmente dal mio divano, in un’Italia sempre più devastata ed americanizzata ma pur sempre Italia; va detto.
Un brivido corre lungo la schiena quando si legge (ricordo che siamo tra il 1998 ed il 2000) un’annotazione relativa alla scarsità di manodopera, quella che proprio oggi molti imprenditori italiani lamentano, per poi cavarsene fuori addossando la colpa al cosiddetto mismatch, ossia il mancato incontro tra studi fatti / competenze acquisite ed esigenze del mercato (sempre lui):

Secondo alcuni economisti, non esiste una vera “scarsità di manodopera”, bensì soltanto scarsità di persone disposte a lavorare per salari come quelli attualmente offerti.

Emblematica di quanto sia americano tutto questo – il lavoro brutalizzato ma anche la reazione allo stato delle cose – è la risposta data a Barbara da una collega di The Maids, alla domanda su cosa ne pensasse dei loro clienti, che vivono nel lusso mentre altre persone, come lei stessa, faticano a tirare avanti:

Non saprei, però, caspita, piacerebbe anche a me avere una casa come le loro, un giorno.
Per me è uno stimolo e non provo alcun risentimento, perché mi dà una meta da raggiungere.

Ecco, questa ambizione, questa invidia sociale in salsa naïf calvinista, mi colgono sempre di sorpresa nonostante le conosca: non fanno davvero parte del mio bagaglio.
Come non ne fa parte l’idea che, per accedere ad un posto di lavoro, si debba obbligatoriamente sottoporsi ad un test antidroga sulle urine e ad un test della personalità che, per quanto riadattato alle esigenze di assunzione di un’azienda, resta nella sostanza un’intrusione indebita nell’intimo del candidato (di sindacati non parliamone: sono la #GrandeBestemmia).

Mi aspetterei qualche mugugno, segni occasionali di ribellione; che so, scritte sarcastiche sui poster esortativi appesi negli spogliatoi, pernacchie soffocate durante le riunioni del personale. Invece, niente. 
Forse è questo il risultato dell’eliminazione dei possibili ribelli mediante l’esame tossicologico e i questionari di personalità: una forza lavoro uniformemente servile e denaturata […]
L’idea che un estraneo possa avere accesso a cose, come la tua insicurezza o la tua urina, che normalmente sono rese “pubbliche” [virgolette mie, N.d.A.] soltanto in un contesto medico o psicoterapeutico, è inquietante.

Ciò di cui non ci si rende conto, quando si accetta di vendere il proprio tempo un tanto all'ora, è che in realtà si sta vendendo la propria vita.

Ciò di cui non ci si rende conto, quando si accetta di vendere il proprio tempo un tanto all’ora, è che in realtà si sta vendendo la propria vita.

 

La Ehrenreich ha anche scritto la prefazione a Donna delle pulizie: lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre, il libro autobiografico di Stephanie Land che farò seguire a questo.
Pubblicato quest’anno da Astoria, fa un perfetto pendant:

Abstract: Un memoir su cosa significhi oggi vivere da poveri nel paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti.
Per una serie di scelte sbagliate Stephanie Land, diventata madre da poco e costretta a fuggire da un compagno violento, precipita in uno stato di povertà assoluta.
Mentre lavora duramente per tirare avanti, pulendo i gabinetti dei ricchi, destreggiandosi tra una serie di lavori domestici malpagati, lo studio e il complicatissimo mondo dell’assistenza governativa, Stephanie scrive.
E scrive le storie non dette degli americani sovraccarichi di lavoro e sottopagati. Delle esistenze faticose dei poveri. In una società priva di reti di protezione familiare, all’interno della quale essere poveri equivale a essere colpevoli.
Ma Stephanie è caparbia, e scrivere le permette di sopravvivere alla propria orribile esistenza, e di immaginare un futuro. E alla fine ce la fa: si laurea, viene accettata dall’Economic Hardship Reporting Project, istituto che aiuta a pubblicare giornalismo di qualità incentrato sulle diseguaglianze.
Memoir a lieto fine, non per questo “Donna delle pulizie” è meno potente.

Libri .11: Tumulto, Enzensberger

Tumulto – Hans Magnus Enzensberger

Un altro centro, finalmente, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi.
E’ il resoconto dei due viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del coinvolgimento dell’autore nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.

Sul sito del circuito interbibliotecario gli ho attribuito 4 stelle su 5 (continuo a dispiacermi che non vi sia una possibilità di valutazione più estesa, per es. da 0 a 10 stelle, oppure almeno i mezzi voti); perché nella parte dedicata alla rivoluzione sessantottina gioca fin troppo a nascondersi, a dire e non dire. Vero è che si còglie, nell’insieme, un personaggio sì schierato, ma troppo indipendente e vorrei dire singolare per poter aderire ad altro che a sé stesso.
Tuttavia, non leggo in questa scelta una volontà di tacere fatti riprovevoli o edulcorare l’avvenuto (e spero il mio intuito non sbagli): più che tenere il piede in due scarpe, l’ideologia ed il mea culpa di molto posteriore negli anni, mi pare che Enzensberger non sappia tenere il piede in nessuna scarpa.
E questo, se non soddisfa del tutto l’eventuale desiderio di chiarezza politica, manda in sollucchero i miei appetiti letterari; perché trasforma a poco a poco il memoir in un flusso di coscienza molto personale e poco sociale, ricco, ironico e quasi irridente – non verso il lettore, ma verso l’autore stesso che, nel doppio ruolo di intervistatore ed intervistato, si pungola, si contesta e si osserva con la condiscendenza dell’adulto nei confronti del bambino.