libri (maggio 2020) – pt. I

farfa su libro

Limonov – Emmanuel Carrére [kindle]

Due cose:

Carrére scrive la sua non-fiction sulla sabbia.
Come qualcuno – non ricordo ora chi – ha ben precisato, sceglie il suo soggetto e poi, anziché distaccarsene pur restando appassionato e farne una descrizione se non obbiettiva, almeno “terza” con tutti i mezzi documentali e critici possibili, ne trae un discorso fantasioso, personale ma più apologetico che ragionato, romanzato.
Una non-fiction che dia l’impressione d’essere un romanzo, capite bene, svolge male tanto il proprio lavoro di osservazione analitica quanto quello che del romanzo è proprio, di coinvolgimento sintetico nella vicenda.
Non andando da nessuna parte.
Carrére è fumo senza arrosto.

Limonov (per quanto ci appare attraverso gli occhi di Carrére, che lascia spesso intendere d’aver attinto a fonti dirette ma non le sostanzia mai), è un presuntuosetto invidioso, una mezza tacca che aspira non a cose grandi, ma a cose brillanti, di quella brillantezza che ha la bigiotteria per le gazze.
Lo stesso che ha sempre relativizzato la crudeltà del sistema-gulag, perché – a detta dell’autore stesso – ha sempre avuto il culo al caldo grazie al padre cekista che pure disprezzava poiché mediocre funzionario, di ritorno in patria dai folleggiamenti americani ha fondato un partito il quale, di nuovo, non serve ad altro che ad appropriarsi dei luccichii di una “posizione scomoda” spacciandosi per ribelle e martire.
Limonov è uno sfigato.

Storie di fantasmi per il dopocena – Jerome K. Jerome [kindle]

Breve e lieve parodia della tradizione di raccontar storie di fantasmi la vigilia di Natale.
Una sciocchezzuola ironica che descrive i suoi bersagli con tratti demenziali.
Niente più che un divertissement.

Magia nera – Loredana Lipperini [kindle]

Molto intrigante. Una raccolta di racconti al femminile; magici sono le protagoniste, gli eventi che loro càpitano, le atmosfere. Nulla di “infiorettato” tuttavia, né dalla Lipperini / Manni ce l’attendevamo: riscatto, sopruso, vendetta, solidarietà, invidia; piuttosto.
Meno dark di quanto immaginassi, ma ugualmente impietoso.

Lettere dal carcere 1926-37 (La nuova diagonale) – Antonio Gramsci

[kindle]

Personaggino impegnativo, Gramsci. ‘Mazza che rompicoglioni: probabilmente la sua puntigliosità e la sua aria da maestrino mi hanno lievemente irritato perché sono anche mie. E’ pur vero che molta parte in questo atteggiamento – incredibilmente coerente fino alla fine – l’ha il carcere e, di più, in quanto va ad aggravare un’evidente e pesante incomunicabilità tra lui ed i parenti.
In una delle tante vie Gramsci d’Italia ci ho vissuto l’intera infanzia. Non potevo prolungare oltre la mia ignoranza. E manco a farlo apposta somiglia a mio cugino da giovane, ma questo è secondario… il “gobbetto” mi lascia, più che idee, un nucleo di abitudine carceraria deleteria – per quanto strenuamente combattuta – e il dolore di relazioni deformate. Non è poco.
E poi, nondimeno, una camionata di tenerezza. Sua l’espressione “ti abbraccio teneramente”, usata soprattutto con la cognata Tatiana; che ho tutta l’intenzione di adoperare e far mia.

Restando in tema, segnalo un bel documentario andato in onda mercoledì sera sul Nove: “Tutto il mondo fuori“, sul Due Palazzi. Lo potete trovare in streaming qui.
Nell’intervista si cita anche il film del 2012 dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, che ho visto e vi consiglio.

La mia seconda vita tra zucchero e cannella – Verena Lugert [kindle]

Da giornalista in via esclusiva a reporter gastronomica – e, principalmente, cuoca professionista. L’occasione l’ha presa al volo, ma non è stato per caso: cucinare per lavoro era una sua fissazione da prima di fare domanda alla Cordon Bleu londinese, per poi cominciare come commis in uno dei ristoranti di Gordon Ramsay.
Il resoconto della vita di brigata è lucido eppure frizzante, sgrezzato quanto basta per divertire ed appassionare anche un lettore che quel genere di vessazioni e devastazioni esistenziali le deplora profondamente.
L’editrice Astoria pubblica svariate “storie di vita”, per chi ama il genere (come me).

Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio – Amara Lakhous

[kindle]

E’ un racconto divenuto famoso attraverso un premio, riuscito sì, ma trovo non meritasse tanta fama. Comoda, ma di buon effetto, la scelta di suddividere i retroscena attorno all’ascensore del titolo – e al cadavere che un giorno vi viene rinvenuto – illuminando di volta in volta un diverso personaggio-inquilino del palazzo, distribuendo equamente capitoletti e punti di vista narrativi.

I libri non commentati:
Gramsci – Angelo d’Orsi [in corso]
Creepypasta – AA.VV.; True Halloween – AA.VV.

40enalfabeto / 9

C di Carcere

Non si parla solo della lotta al virus come di una guerra, vien fatto anche il paragone tra isolamento in casa e vita in carcere.
Non mi soffermo stavolta sulla (s)correttezza dei parallelismi, sorrido invece perché ormai di letteratura carceraria ho una sia pur minima conoscenza, ed ho appunto appena letto che Gramsci, a Milano, lesse in un mese (marzo ’27 mi pare)… 82 libri. Oh, di quelli leggeri, escludendo i manuali o testi di studio, s’intende. E si lamenta pure (giustamente) che in carcere non è mica così facile leggere e studiare, per ragioni tecniche e psicologiche. Embé. Uno se l’imparava pure a memoria!
Mo’ ditemi ancora che leggo tanto, soprattutto in quarantena, con i miei 54 libri in quattro mesi. Lo so, sono peggiorata dallo scorso anno: ho già fatto fuori la quota per la media di un libro a settimana, e se nel 2019 la media è stata di due alla settimana, continuando così terminerò il 2020 avendone letti tre alla settimana.

Ad ogni modo, per tornare al carcere – quello vero: se morite dalla voglia di leggere un’autobiografia da avanzo di galera che non sia un mero resoconto ripetitivo, né una sbobba astratta condizionata dalle ristrettezze ad evadere mentalmente, consiglio con calore L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza.
E’ roba buona.

I di Idraulico

E’ stata un’emozione grandissima.
L’idraulico! A casa, anzi in casa mia!
Di questi tempi, una visita è un evento eccezionale, e per di più il tecnico è caruccio, oltre che conversevole. Lasciamo perdere che baita mia era un cesso, e che ho pure fatto una gaffe (mi diceva che anche se la casa è grande, mi tornerà buona se mi sposo. Ed io ho capito se lo sposavo, cioè nel caso avessi sposato lui. Ahem. Com’era quella cosa dei lapsus freudiani?).
L’ho amato ancora di più quando mi ha dichiarato che la fattura era di euro 60, anziché 90 come mi aspettavo. Forse non era anno di cambio filtro.

M di Montagnier

L’hanno schernito tutti perché, nonostante l’antico Nobel, pare si sia rincoglionito negli anni finendo a supportare ogni genere di teoria para-scientifica.
Adesso però, guarda guarda, si comincia a sentir parlare di studi sul virus occultati e censurati. Di caratteristiche non attribuibili esclusivamente a mutazioni naturali. Ecc.
Forse, chissà, qualcuno scoprirà che un allarme non è una pubblicazione peer-to-peer (meccanismo che per altro ha i suoi bei difetti grandi come Zeppelin), e che anche un orologio rotto segna l’ora giusta una volta al giorno – anzi, due, se è analogico.

N di Naso

Non ne posso più.
Non della quarantena, di quelli che vanno in tv (e che vedo per strada, ma quelli in tv, specie se hanno ruoli pubblici, li detesto proprio) con la mascherina chirurgica tirata sulla bocca ed il naso al vento.
Bravi, avete capito tutto.
Continuate così.

film (aprile 2020) – pt. I

Obbligo o verità – Jeff Wadlow

Horrorino senza infamia né lode, che mostra la volontà di rimaneggiare un soggetto fuori dai canoni classici e riesce, se non altro, a fare di quei canoni un melting-pot caruccio.
Concetto e sviluppo sono adolescenziali, ma di un adolescenziale ben pensato, non dipingono insomma di quell’età soltanto gli sviamenti e l’ingenuità pecoresca.
E’ un titolo che avevo a suo tempo pescato in un elencone online di genere, e la recensione con giudizio da medio a buono è stata più che sufficiente per convincermi, dato che questo gioco (un gioco in realtà molto serio, per adulti con le palle ed il pelo sullo stomaco…) l’ho sempre adorato.
Cercando altre info, ho persino scoperto una versione online che consente di indicare il numero ed il nome delle persone coinvolte e di scegliere ad ogni turno se effettuare l’obbligo o rivelare una verità, appunto; ma non ve lo linko perché l’ho testato ed è abbastanza noioso, ripetitivo.
Ad ogni modo, se ve lo state chiedendo, io ho sempre scelto verità.

Anime nere – Francesco Munzi

Bellissima pellicola che racconta la ‘ndrangheta in toni insolitamente dimessi, ma certo non per questo meno cruenti.
L’ho scelta per via di Peppino Mazzotta, che sa destreggiarsi bene nei panni di un calabrese ripulito e trapiantato a Milano ma pur sempre legato alla sua terra (parafrasando un noto modo di dire: puoi togliere un calabrese dalla ‘ndrangheta, ma non puoi togliere la ‘ndrangheta da un calabrese), quanto in quelli dell’onesto e affidabile collega di Montalbano.
L’ho poi amata per tutto il resto, in particolare per la fotografia perfetta e la vitalità ed espressività dei volti degli attori, principali e non.
E sì, anche perché mi sono riconosciuta in quella frase lapidaria e piena di verità non esprimibili in modo più dettagliato pena svilirle della moglie di Rocco (Mazzotta), milanese di nascita: Noi non siamo come voi. Io sono diversa. C’è un abisso che ci divide, nord e sud, e non ha nulla a che fare con la politica.

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L’ultima casa a sinistra – Wes Craven

Non finisce bene per nessuno, ma l’atmosfera (e pure la fotografia, oserei dire) innegabilmente anni ’70 vanno a creare, involontariamente, un contrasto tra violenza e commedia a mio parere riuscitissimo.
Leggo che è il primo film girato da Craven, dopo aver lavorato qualche anno nel porno. Leggo anche che questo titolo sarebbe un remake de La fontana della vergine di Bergman, che non conosco.
Pur essendo stato tagliato e pur mostrando una violenza fisica della quale oggi rideremmo, mi è parso un film piuttosto spaventoso. In parte perché, limitatamente alla mia immaginazione, l’ho visto con gli occhi di chi l’ha visto in sala allora, con un impatto ben diverso; in parte perché la violenza inscenata ha poco a che fare con stupri e coltelli. E’ la violenza morale a colpire e restare, non quella carnale.
Wikipedia riporta anche che il Krug della pellicola è stato un prototipo del ben più noto Freddy Krueger, come testimonia il nome.

Hereditary – Ari Aster

Un titolo bestiale. Non solo per la raffinatezza della tortura e dell’angoscia che infligge, ma anche perché, in crescendo con il coinvolgimento dell’intera famiglia protagonista nel delirio, tutti noi abbiamo di certo sentito un sordo battere di tamburi in lontananza.
Potrebbe essere l’eredità di una pratica tribale umanissima e sferzante, con i suoi sacrifici cruenti e le adorazioni blasfeme, l’esito allucinatorio di una tara genetica, ma potrebbe essere anche il suono del cuore pulsante di un dio cieco e idiota che urla oscenità al centro dell’universo.
La chiarificazione finale, che pure c’è ma non geometrica e puntuale come siamo usi aspettarci, lascia aperta la porta ad entrambe le nature dello scatenarsi del male.
Ed il profondo coinvolgimento che suscita tutto quanto, oltre ad un paio di scene pesanti, ne consiglia la visione in un momento adatto: forse non si può arrivarci davvero preparati, ma almeno non prendetelo alla leggera.
Letture di accompagnamento:
le parole di Lucia – senza spoiler – e quelle di Ornella – con spoiler.

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Toni Collette nel film Cecilia quando s’incazza

Borg vs. Mc Enroe – Janus Metz

Sì, di storie di campioni sportivi l’America ne ha sfornate milioni, e per uno spettatore non particolarmente appassionato ognuna di esse rappresenta il rischio di una morte per sopraggiunti limiti alla noia sopportabile.
Il film di Metz può costituire un’eccezione (per me lo è stata), in minima parte grazie alla specialità di cui si interessa – il tennis mi pare poco o punto “praticato” al cinema, voglio dire nei biopic -, in massima parte perché descrive, un colpo dopo l’altro, i due uomini dietro alla loro immagine pubblica (molto simili fra loro tanto da diventare poi, oltre il confine della pellicola, grandi amici; e per una volta si percepisce questa tesa vicinanza e questa svolta futura come un’onesta realtà anziché un espediente narrativo che la semplifica troppo).
Bravi LaBeouf e soprattutto Skarsgard.
La recensione su MyMovies.

Candyman – Bernard Rose

Parte del recuperone di vecchi horror, Candyman è un titolo che ancora mi mancava ma che è sempre suonato familiare al mio orecchio, ricordo persino le innumeri volte in cui da piccola passavo davanti alla VHS disponibile per il noleggio nella nostra videoteca di fiducia – e che non ho mai avuto il coraggio di portarmi a casa -, insieme ad Hellraiser e ad un sacco d’altri assassini più e meno seriali e molto soprannaturali.
Ciò che invece non ricordavo (o non ho mai saputo) è che il protagonista (al pari della bionda ricercatrice etnografica, Virginia Madsen) è un negrone a me noto ed affascinantissimo, di un’eleganza che non sfigurerebbe ancor oggi se solo gli levassimo il colletto di pelliccia: Tony Todd.

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Tra la leggenda dell’assassinio di un nero che aveva sfidato le convenzioni sociali, l’ambientazione divisa tra un upper side ed un caseggiato di cellette popolari, ed il contrasto marcato bianchi-neri / maschi-femmine, di materiale politico (pur senza avere chissà quale approfondimento) ce n’è.
Nella sua relativa semplicità, con quel tocco poetico e la splendida musica di Glass, vale la pena vederselo.

Il permesso: 48 ore fuori – Claudio Amendola

Non ricordo quale sia stato il primo film girato da Amendola, ma so che era una commedia. In quest’opera seconda invece va sul drammatico e, oltre a dirigere, interpreta uno dei quattro detenuti in permesso, Luigi, che vanno a fare i conti con la vita lasciata in qualsiasi posto si possa chiamare casa.
Nessuno di loro troverà ciò che sperava – per qualcuno, però, potrebbe esserci persino di meglio ad attenderlo.
Una pellicola più che discreta, con un Luca Argentero che spicca, come mai immaginavo potesse.

47 metri – Johannes Roberts

Anche di horror subacquei con squali l’universo sovrabbonda, ma di questo avevo letto buone recensioni e posso aggiungerci la mia.
La storia: due sorelle, una più spigliata ed una più squadrata, per altro appena lasciata dal fidanzato, sono in vacanza in Messico. Una sera conoscono un paio di ragazzi a malapena carini. La spigliata, per dare una svolta all’umore della squadrata, la trascina riluttante a fare un’immersione non autorizzata chiusa in una gabbia, per vedere gli squali a pochi centimetri. La squadrata non avrà abbastanza carattere per opporsi, e tutto andrà malamente in vacca – ma lasciandovi credere, a ogni passaggio, che forse le cose riusciranno ancora a risolversi.
Chi vive, chi muore e chi scantona non ve lo rivelo, ovviamente; basti dire che la semplicità del soggetto non affossa, ma anzi lascia libero spazio (un oceano di spazio) alla suspence ed amplifica le note emotive. Bello, credibile (per quanto ne posso capire) e toccante.

Green room – Jeremy Saulnier

Cacchio!
Sam Simon (se non erro) l’ha definito un cazzotto nello stomaco (ed io ho chiosato: se è un cazzotto nello stomaco, allora ha qualcosa da dire). Così è stato.
A differenza di Cassidy (qui la sua recensione sulla Bara) non ho mai ascoltato né apprezzato il punk, per cui può darsi che mi sia sfuggito qualche riferimento (poco male) e che sia strano solo per me che – così comincia la storia – una band punk accetti, seppure al verde come la stanza del titolo (è così chiamata la stanza-camerino di preparazione e decompressione pre- e post-concerto), di suonare in un locale di naziskin. Non è che siccome gli skinhead son tanto di sinistra quanto di destra mescolarli ed agitarli produce un cocktail da sballo… magari la gente lo fa, ma io avrei evitato.
Comunque, sta di fatto che la band ci va. Fa un po’ di casino all’inizio, ma poi raddrizza il tiro e sembra che la serata debba filare tutto sommato liscia. Almeno finché, rientrando nella green room, non si trova davanti uno spettacolo inatteso e per nulla musicale: il cadavere di una ragazza accoltellata per terra.
Se in un contesto qualsiasi la cosa sarebbe di per sé problematica, in un contesto fondamentalmente chiuso e semi-sommerso come quello della destra estrema diventa la molla che fa scattare un ben oliato meccanismo, un protocollo non scritto di rimozione del pericolo ed insabbiamento. Tra cani, coltelli, pistole e fucili, blandizie e minacce, uscirne fuori non sarà banale.
La tensione non manca, la violenza c’è anche se moderata, ed anche per questo mi trovo piuttosto d’accordo con Cinema Estremo (qui) e col giudizio complessivo che dà sul film; tuttavia è bene ricordare che non è la quantità di sangue a determinare lo spavento (possiamo ben collocarlo anche nell’horror) o la repulsione – il famoso cazzotto nello stomaco.
A me Green room è arrivato forte e chiaro, e per la prima volta da mesi mi son trovata a ripensare a quando ho allertato diversi amici condividendo un paio di confronti avuti con gente di CasaPound, passi falsi che sentivo potevano mettermi a rischio se non proprio in pericolo. Non che mi aspettassi nulla di davvero grave, ma di abbastanza serio da guardarmi le spalle per un po’ sì. Tanto che sono arrivata a giocare di diplomazia, per non dire a scacchi, tra Cp, Fn e un libero battitore ben inserito in Cp e rispettato dai capi ma anche utilmente anticonformista, perché mi prendesse indirettamente sotto la propria ala. Uno sbattimento. Che sarebbe stato una sciocchezza per un’anima politica abituata ai maneggi tra pubbliche e private relazioni, ma io un’anima politica e machiavellica non ce l’ho mai avuta e tanto m’è bastato, già con un piede fuori dalla porta.
Insomma, mi è salito il brividino e dunque il film il suo cazzo di lavoro l’ha fatto.
E’ bello e terribile vedersi sullo schermo, e fate conto che sono abbastanza eclettica da impersonare contemporaneamente la mora ammazzata e la bionda ribelle.

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Pet Sematary (1989) – Mary Lambert
Pet Sematary (2019) – Kevin Kölsch, Dennis Widmyer

Un’accoppiata vincente che non potevo farmi mancare, dopo aver finalmente letto il romanzo lo scorso anno. E, incredibile a dirsi, il confronto libro-film non è stato sofferto come al solito, ma soltanto uno strumento in più per ragionarci su.
Parrà strano a qualcuno, ma per me vedermi la combo di questa storia macabra e che finisce malerrimo (con King non è certo scontato) a Pasqua è stata una scelta azzeccata. Parliamo, dopotutto, di morti che tornano in vita, anche se non si tratta proprio di una risurrezione evangelica in un corpo glorioso, bensì di ritorno zombesco col corpo a brandelli, puzzoso e incrostato di terriccio… al ritmo dei Ramones.
(Chi non alza il volume a palla e non balla, va a letto senza cena nella stalla).

Se la versione dell’89 – con cammeo di King nel ruolo del predicatore al funerale – ha una sua atmosfera suggestiva impareggiabile, ho trovato che la versione del 2019 fosse meno disastrosa di com’è stata dipinta. Certo, c’è da precisare bene che, se il primo terzo della pellicola è molto buono, il secondo terzo è ancora buono ma già più standard, ed infine il restante terzo tracolla.
Tutto sommato, le idee sono buone e la storia ben attualizzata, con qualche modifica interessante (il figlio perduto è, in questo caso, una figlia), ma quelle stesse modifiche sembrano essere state sollevate e poi abbandonate a metà, non portate davvero fino in fondo.
E se i dialoghi sono più approfonditi e le situazioni nutrite di dettagli utili – mentre nell’originale tutta la sceneggiatura è più grossolana -, viceversa l’afflato emotivo, la mia partecipazione da spettatrice al lutto, alla brama per un potere pericoloso ma attraente, alla nostalgia ed al rimpianto sono venuti affievolendosi mentre il minutaggio cresceva. L’attacco era proprio buono, mi sono sfregata le mani, ma poi dell’abisso di dolore per la scomparsa di un figlio, della lucida follia di chi non riesce a tollerarla, ma pure della  potentissima vicenda collaterale di Rachel e Zelda e del senso di come tutto sia connesso e preordinato, poco rimane. Alla fine si sconfina in un brodo di coltura di stilemi horror mal connessi tra loro.
Non c’è quasi evoluzione nel personaggio di Louis Creed, ed avrei voluto fosse data una certa importanza – come nell’89 – a Victor Pascow.
In generale, comunque, è un film godibile persino per una purista come me. Non è poco.

La casa nera (The people under the stairs) – Wes Craven

Titolazione italiana insensata per un horror d’annata movimentato, grottesco e divertente; e se una vena di denuncia sociale c’è, mi pare assai più funzionale al gusto di far casino – Alice, hai mai visto un fratello prima d’ora? – che non un segno di pretenziosità e messaggi alti.
Non ci sono del resto messaggi morali nascosti, si allude alla differenza sociale e razziale, al rifiuto di una progenie “difettosa” o semplicemente imperfetta, alla promiscuità sessuale e all’incesto in maniera diretta e brutale, perché brutali sono i proprietari immobiliari dell’edificio in cui Matto vive, e nella cui abitazione fatta di salvifiche intercapedini dovrà sopravvivere.
Se accettiamo Blatta come Bianconiglio alternativo, l’accostamento ad Alice nel paese delle meraviglie non è ingiustificato.

libri (marzo 2020) – pt. II

Seconda metà del mese, tutti e-book.

l'animale più pericoloso - luca d'andrea

L’animale più pericoloso – Luca d’Andrea [*kindle]

Ne avevo letto su uno dei molti blog del poliedrico Lucius (sì, ancora lui!), e mi ispirava.
Veloce e leggero, cresce d’intensità nella seconda parte; non particolarmente originale ma, almeno, non pretenzioso come certi gialloni americani serissimi, o come svariata narrativa italiana di genere cui pure s’ispira.
Ci sono infatti inganni nel web, protagonisti con a carico esperienze che ti sporcano l’anima, attrazioni sessuali così come ferite sessuali, tecnici forensi pm funzionari di alto grado interessi segreti e turbamenti – ma anche un fondo d’ingenuità, irruenza e semplicità che non potremmo trovare né a Los Angeles né nella Napoli letteraria.
E poi ci sono i Carabinieri (carrrramba!) al posto dei poliziotti, che si permettono pure di fare il verso a Terence Hill col suo (suo nelle prime due stagioni, in verità) A un passo dal cielo – infatti la storia si svolge in Trentino, a Sesto Pusterìa, la stessa zona di San Candido e del lago di Braies che pure vengono nominati.
Non posso che chiudere questo commento con la fanfara dei Carrrramba!, fanfara che ho come suoneria del cellulare da qualcosa come diec’anni e più.

Una cosa che volevo dirti da un po’ – Alice Munro [*kindle]

Il perdono in famiglia per me è un mistero; come sopraggiunge, come possa durare.

Mi capita insistentemente di immaginarti morto.
Mi dicesti che mi amavi, anni fa. Tanti anni fa.
E lo dissi anch’io, ero innamorata di te al tempo. Un’esagerazione.

Di questa raccolta ho letto, per ora, cinque racconti. La Munro sa quel che fa. I suoi sono ritratti di vita emotiva-familiare accurati e nascostamente caustici, nei quali le stoccate ai protagonisti, ciechi alle proprie nevrosi e deficienze, giungono usualmente al termine della narrazione decapitando platealmente un cavallo che abbiamo visto agonizzare lento e testardo per tutte le pagine.
Il mio preferito, finora, è Dimmi se sì o no.
Ne leggerò altri più avanti, adesso la minuzia di particolari con cui descrive il pensiero su se stessi dei personaggi mi pesa un po’, e soprattutto ho estratto dallo scaffale un Signor Libro: L’ombra dello scorpione di Stephen King! Dunque, lo slot “narrativa” da oggi è occupato sino a nuovo ordine ♡

Capital Punishment

Riflessioni sulla pena di morte – Albert Camus [*kindle]

In cerca di saggi e saggetti, avendo appena letto La peste, ho pinzato dello stesso Camus questo pamphlet (leggibile in una giornata). A parte rinnovare il mio disprezzo per la pena capitale – dall’autore definita supplizio coronato dai fiori della retorica –, mi ha fatto scoprire – horribile dictu – che all’alba del 1957, in Francia, ancora si eseguivano esecuzioni (pardonnez moi la repetition) alla ghigliottina. Mi cascò la mandibola, mi cascò.
Bello – se così ci si può esprimere al riguardo – il paragone che porta tra pena di morte e campo di concentramento, che differisce dal carcere semplice perché presenta una morte non solo “aritmeticamente” restituita al criminale, ma anche pubblicamente decisa, programmata con criteri d’efficacia industriale, comunicata infine in anticipo come un assassino potrebbe fare solo mantenendo la propria vittima in condizione sospesa per mesi / anni prima di eseguire la sentenza (e a proposito delle tempistiche di attesa: Camus si stupiva, per quanto lo trovasse necessario per una eventuale revisione della pena, che quest’attesa potesse durare la smisurata quantità di pochi mesi…).
Parla anche, in modo altrettanto agghiacciante poiché beneficamente diretto, di come un detenuto in attesa di esecuzione sia tal quale ad un animale destinato al macello: nel senso che egli gode di un regime alimentare speciale, privilegiato, e si vigila perché si alimenti. Lo si forza, se occorre. L’animale che si sta per uccidere deve essere in piena forma. Le cose e le bestie hanno diritto unicamente a quelle libertà degradate chiamate capricci.
Colpisce poi, tra le ragioni per le quali la pena di morte non costituisce un valido deterrente (fatto, questo, acclarato), una che non ho mai letto o sentito nessuno esporre (magari è stato fatto, in tal caso non ne sono al corrente). Ed è questa, che amo particolarmente per il suo mettere in evidenza un caposaldo psicanalitico comprensibile a chiunque sia dotato non di cultura, ma di autocoscienza:

L’istinto di vita, che è fondamentale, non lo è più di un altro istinto, di cui non parlano gli psicologi accademici: l’istinto di morte, che esige in certe ore particolari la distruzione di se stessi e degli altri.
E’ probabile che il desiderio di uccidere spesso coincida con il desiderio di morire o di annientarsi.
[…] L’uomo desidera vivere, ma è vano sperare che un tale desiderio regni sulla totalità delle sue azioni. Desidera anche non essere, vuole l’irreparabile, e la morte per la morte. Accade così che il criminale non desideri soltanto il delitto, ma anche la sventura che l’accompagna, persino e soprattutto se è una sventura smisurata.

Psicologia del giocatore di scacchi – Reuben Fine [*kindle]

Psicanalista e scacchista a sua volta, Reuben Fine propone una panoramica svelta ma – per me che sono una totale profana – piuttosto curiosa. Al netto della personale simpatia e fiducia o meno nella psicanalisi, è un testo leggero che può interessare appassionati del gioco ed appassionati di psicologia (in senso lato) in egual misura, fornendo per altro una piccola galleria di nevrosi e psicosi dalle quali Hollywood avrebbe ben ragione di attingere – fino all’estremo di Bobby Fischer, individuo ripugnante.
Citando cinema e scacchi, come non approfittarne per segnalare ai miei fidi lettori il blog di Lucius (sì, un altro) dedicato alle comparsate del “gioco dei re / re dei giochi” nei film: il Citascacchi! 😉 Se invece preferite degli input musicali, ecco qua: Chicco ha dedicato una due post (1 & 2) alle cover degli album musicali a tema scacchistico, ed ai rapporti tra musicisti e scacchi in generale.

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Reuben Fine

Confesso che ho vissuto – Pablo Neruda [*kindle]

Poche cose mi fanno stare bene come immergermi nella natura. E Neruda, non solo nelle sue poesie ma anche in prosa, sa far emergere tutto il suo beneficio così viscerale, primordiale, disintermediato, antiretorico e profondo. Chiarisco: non sono mai stata sportiva, né capace di approcciarmi alla natura in modo diverso da quello della cittadina che coglie scampoli di bellezza e salute, ma non sopporterebbe di viverci dentro. Immergermici equivale a rigenerarmi in situazioni circoscritte eppure non artefatte, come facevo da piccola nel giardino di casa (nostalgia), come faccio ora sul balcone quando godo del sole come una lucertola, del sole e del vento che ti asciugano da ogni grano di pensiero, sentimento e sensazione superflua. A maggior ragione per questo la familiarità dell’autore cileno con questi e molti altri elementi mi arriva diretta come un massaggio al cuore.
L’autobiografia è suddivisa in “quaderni”: se il primo è dedicato all’infanzia ed alla scoperta delle meraviglie della sua terra, e per meglio dire della “provincia”, delle estese propaggini extra-megalopoli con la loro vita contadina ed il retaggio ancestrale degli indigeni araucani ma anche quello della dominazione spagnola (che, afferma l’autore, ha tolto al Cile l’oro delle risorse e della libertà ma gli ha al contempo donato l’oro di una lingua amata), i successivi si spostano e si concentrano su altri focus d’interesse: le abitudini di città – Santiago in primis -, i viaggi per il mondo nel ruolo di console (più di nome che di fatto), la poesia, un pizzico di politica (ciò che ne dice è grossolano, vago, e non compare prima del quaderno numero 6, e c’è poi una parte più consistente nel 12),…
… il testo è scorrevole, e come direbbero i critici quelli seri “acchiappa”: un caleidoscopio sensoriale, un carosello esperienziale, una galleria animata di ritratti. Più una raccolta di memorie che una vera e propria autobiografia, forma probabilmente meno consona a Neruda.

L’uomo che diventò donna – Sherwood Anderson [*kindle]

Per una panoramica su cosa aspettarvi da questa raccolta di racconti, vi rimando al post di Benny. Di mio posso solo aggiungere che è effettivamente molto diretta, ripulita dagli eccessi, e molto ritmata. Il primo racconto, per dire, parla di un ragazzo che per guadagnare qualcosa fa lo stalliere di cavalli da competizione, e la lettura stessa procede un po’ al trotto, come una bibita che ti scivola in gola senza trovare attrito ma anzi sfruttando la pendenza. Ed è una cosa buona, quando succede.
Ho potuto leggere Anderson grazie ad una delle iniziative di Solidarietà digitale riportate qui, ed all’editrice Cliquot.

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I libri non commentati:
Le parole – Jean-Paul Sartre [*kindle]

Intenzioni di preghiera (Covid19)

La faccio breve, anche perché questo post – nient’altro che un listone – sarà lungo.
Il titolo dice già tutto: dato che di persone, situazioni, speranze per le quali pregare – anche limitandosi all’ambito del virus – ve ne sono innumerevoli, e che ogni giorno me ne vengono in mente di nuove; sia per ricordarmene sia per dare un input a chi volesse approfittarne vado ad elencarle qui. Per comodità mia inserisco anche delle intenzioni personali, che ritengo possano comunque farvi nascere associazioni mentali utili.

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Dunque, in ordine sparsissimo, una preghiera:

  • per chi è rimasto inchiodato a casa da solo ed, essendo anziano e magari con qualche malanno, è in difficoltà. Vale doppio per chi non ha figli / fratelli o li ha ma vivono distanti;
  • per chi al contrario con un genitore, figlio, altro familiare malato ci convive, e rischia di non reggere la fatica, la tensione, la difficoltà di farsi capire e farsi dare retta sui provvedimenti sanitari ed i comportamenti da tenere;
  • per tutti caregiver, familiari e non. Perché non mollino la presa e si sentano accolti da qualcuno, perché abbiano una valvola di sfogo, perché non cedano alla tentazione di sfogarsi sul malato a loro carico rischiando di infliggere una ferita irrimediabile.
    Per chi fra loro, e anche in generale, non ha retto ad una concomitanza di guai e ha mollato la presa, suicidandosi;
  • per i disabili e in particolare i malati cronici, gli immunodepressi. Perché vengano protetti e non vengano lasciati soli da uno Stato occupato a fronteggiare l’emergenza, perché non vengano ulteriormente ridotti i loro diritti con la scusa che le risorse non sono sufficienti;
  • per le assistenti sociali, e chi fa (ancora) volontariato;
  • per le donne abusate, che non hanno più neppure la scusa di una piccola spesa un po’ frequente per uscire di casa, e che in questo momento vedono moltiplicarsi le occasioni di irritare il proprio aguzzino. Per i loro figli e per tutte le situazioni di abuso che neppure immaginiamo;
  • per i senzatetto, che non possono scrivere da nessuna parte #restoacasa;
  • per i carcerati, che è giusto restino dove stanno ma potrebbero starci e sarebbe giusto ci stessero meglio.
    Per gli agenti penitenziari.
    Perché tutti abbiano dispositivi di protezione e un ascolto maggiore in questo momento.
    Perché gli evasi non ancora recuperati vengano recuperati. Perché a nessuno venga permesso di approfittare della situazione di merda per infilare un indulto, un’amnistia, o fetenzìe anti-autoritarie varie;
  • per gli immigrati assembrati senza possibilità di distanziamento sociale nei vari centri accoglienza;
  • per chi appartiene alle forze dell’ordine;
  • per i medici, gli infermieri, gli OSS ed ASA sul campo, perché possano lavorare in sicurezza, non cedere alla stanchezza, riuscire a garantire delle cure adeguate nei limiti del possibile e perché nessun altro di loro s’ammali. Perché agiscano con coscienza e non dimentichino che le circostanze terribili non li autorizzano a lavorare male;
  • per i dirigenti dei medici ecc. di cui sopra, le amministrazioni sanitarie tutte, perché sbroglino almeno un po’ il casino con qualche genialata che poi fare genialate è proprio competenza delle amministrazioni.
    Per il beneamato e bistrattato Sistema Sanitario Nazionale, perché regga, e smettano di metterglielo in culo e comincino piuttosto a fargli carezze.
    Per i farmacisti, per i ricercatori che stanno lavorando sulle genetica del virus ed alla preparazione di un vaccino;
  • per i contagiati, che siano in isolamento a casa propria o ricoverati, per chi sta in terapia intensiva / rianimazione, per chi si trova in agonia in questo momento, per i suoi familiari e chi l’assiste.
    Per i sanitari ed i dirigenti delle associazioni nazionali che si occupano delle condizioni di terminalità, perché sappiano distinguere la necessità di stabilire una priorità per la cura dalle molte spinte ideologiche che oggi vorrebbero svalutare la vita non autosufficiente o non autonoma: la terzà età, la vita intrauterina, le disabilità gravi, promuovendo codici etici e giurisprudenze favorevoli ad aborto, etutanasia, equiparazione dello stato vegetativo alla vita “vegetale” con annesso saccheggio degli organi;
  • per chi è ricoverato in rsa, rsd ecc., specialmente se non in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché non vede più i familiari;
  • per tutti i morti a causa del virus e per i loro cari rimasti;
  • per i sacerdoti, che sappiano scegliere con chiarezza cosa fare, comunicare con efficacia ai fedeli senza lasciarsi trascinare dall’opinione pubblica e senza esternazioni personali gratuite, e sappiano soprattutto insistere nell’impetrare la protezione divina;
  • per le mamme, le nonne e le zie, perché sappiano restare salde e trasmettere a figli e nipoti serenità, oltre che senso di responsabilità;
  • per i vicini di casa, anche quelli meschini (io non riesco a desiderare davvero che stiano bene, ma chiedo che non debbano soffrire per la perdita o la malattia di un loro caro);
  • per i politici chiamati ad occuparsi del casino, perché limitino i danni del virus e non ne aggiungano di propri, o almeno non troppi.
    Per gli amministratori locali, compreso quella faina del mio sindaco.
    Per i sindacati, che spero di sbagliarmi ma ho l’impressione stiano montando proteste che davvero non ci aiutano;
  • per chi è rimasto, volente o nolente, al lavoro. Perché gli venga fornita adeguata protezione.
    Per chi invece è stato lasciato a casa, non solo fisicamente ma con l’interruzione probabile o sicura del contratto, o con la promessa di riprendere quando sarà possibile ma senza tutele, senza stipendio o cassa integrazione o null’altro; per chi al lavoro ci va ma era sfruttato prima ed è sfruttato tanto più adesso – per esempio i fattorini.
    Per i commessi di supermercato.
    Per i rivenditori di Amuchina, guanti, mascherine e respiratori, tra i quali i ferramenta, perché non approfittino della necessità di questi presidi per lucrarci;
  • per chi si occupa, pur con tutte le limitazioni del caso, di mandare avanti l’industria dell’intrattenimento. Non, evidentemente, i gestori di cinema e teatri, ma per esempio tutta la gente della televisione, che un po’ (poco) ci informa e un po’ (tanto) ci distrae, e ne abbiamo bisogno;
  • per i giornalisti (e i distributori che ci consegnano i quotidiani), gli autori, i conduttori e gli showman televisivi e radiofonici, perché facciano meno spettacolo, siano meno ripetitivi e ingessati, facciano vera informazione innanzitutto invitando esperti degni di tal nome e non avendo paura di comunicare alla gente in modo preciso e approfondito. Non c’è male, in momenti simili, peggiore del qualunquismo, del pressapochismo e della concezione di spettatori e pazienti e cittadini come di bambini idioti.
    Per noi blogger, perché possiamo continuare ad esserci d’aiuto a vicenda.

Omo .7: I love you, Phillip Morris; Ficarra & Requa

Un rom-com-drama, un’altalena fra generi e sentimenti ben congegnata, “solare, leggero” solo finché non ti tira cannonate dritte allo stomaco in ripetuti plot-twist.
Interessanti le interviste, soprattutto quella alla coppia di registi che già apprezzavo, ed ora ancor di più (osservate come interagiscono, è stuzzicante). Parliamo per altro dell’opera prima – vi metto il titolo originale, cosa che di norma non faccio, perché la traduzione italiana lascia a desiderare: ne prevede due differenti che rimandano sì ai due aspetti fulcro del film, ma facilmente potrebbero generare confusione (Colpo di fulmine, Il mago della truffa).

Il suddetto “mago della truffa” è Steve Russell (Carrey), che a seguito di un incidente d’auto sceglie di buttare a mare il suo lungo impegno per costruirsi l’immagine di figlio perfetto, serio lavoratore, ammogliato con figlia e pilastro della sua chiesa (questione interessante, ma qui marginale e solo funzionale alla trama) per dedicarsi alle sue vere passioni: uomini e bella vita. Se la prima gli viene naturale, la seconda richiede qualche accorgimento in più, e l’accorgimento si chiama appunto truffa.
Steve va avanti finché non perde il proprio compagno e non viene arrestato… la prima volta. In carcere conosce Phillip (McGregor) (pensavo fosse un gioco di parole degli sceneggiatori, invece no: vorrei tanto conoscere i suoi genitori…), tipo tranquillo, piuttosto timido, dentro per un reato minore. In una successione in crescendo di inganni, dentro e fuori dalle celle, Steve metterà la sua propensione incoercibile alla menzogna al servizio di Phillip. Per non spoilerare, mi limito a dire che non sempre riuscirà a “proteggerlo” com’è nelle sue intenzioni, ma riuscirà sicuramente a dimostrargli che lo ama. Anzi, non riesco proprio a immaginare modo più orrendo ma granitico e definitivo per dimostrarlo alla propria anima gemella…! O_o 😅


Perfetto per:
i romantici che non vogliono ammettere di essere tali.
Avranno una scusa per commuoversi
e al tempo stesso potranno fare sfoggio di cinismo.
//
Chi gradisce un Prova a prendermi più pazzerello.


i-love-you-phillip-morris-carrey-mcgregor

As usual, non ricordo come ci sono arrivata… è stato molto di recente, comunque. Una delle consuete associazioni di idee – incastri di letture bloggose mi ci ha portato, e volevo provare una cosa diversa: una commedia (ma è molto di più), una storia vera (ne esiste anche il libro, non scritto dai protagonisti), un Jim Carrey (che manda avanti il carrozzone – letteralmente -, con Ewan McGregor a sostenerlo in tutti i sensi possibili).
Jim Carrey oltretutto ho deciso di recuperarlo, almeno in buona parte, prima che muoia, perché postumo son capaci tutti a schiodare le chiappe dalle abitudini sull’onda dell’emotività e dell’attualità. L’ho deciso perché dai tempi di The Mask purtroppo l’ho sempre detestato – anzi no: ho detestato i suoi personaggi, lui mi starebbe pure simpatico -, e questo imprinting finisce per inchiostrare anche ciò che vale.

Mi ha dato da pensare una dichiarazione di McGregor nell’intervista: dice che è stato difficile trovare produttori che si fidassero ad investire denaro nel progetto. Al che gli viene chiesto (sa tanto di domanda “su richiesta”, ma di chi?), se ciò sia dipeso dall’argomento “amore omosessuale”, e lui ci tiene a precisare che nooo, l’argomento non c’entra (e in effetti: perché dovrebbe? Ma forse sono io che non colgo), c’entrava invece la crisi finanziaria nata l’anno precedente.
Boh: strano scambio. Il film è ambientato negli anni ’90, ma è stato poi presentato al Sundance nel 2009, mi riesce difficile trovare una reale difficoltà tanto sul tema quanto sui fondi – avrei capito meglio se si fosse detto: “il materiale tra cui scegliere è sempre moltissimo, dovendo andare a botta sicura i più han preferito altro”. Non che ci debba essere chissà quale intrigo dietro, ma la netta sensazione è che, se qualche reale difficoltà c’è stata, possa rappresentare una storia curiosa. Solo un topo d’archivio come Lucius saprebbe dissotterrarla (occhiolino occhiolino) 😉
Ad ogni modo, a garantire la produzione del film è poi stato Luc Besson.


Nelle puntate precedenti:
> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo 3.: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e vs. Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey
> Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

Nel guscio

Mi rannicchio nel mio angolino mentre il profumo del pane riscaldato sul calorifero si diffonde ancora nell’aria.
Catturo la sera dentro il soggiorno lasciando accesa soltanto una lampada, sotto il cui cono di luce mi appoggio a leggere.
Il silenzio mi cade immacolato sulle spalle.
Scorro lente le pagine dei diari di Albert Speer nelle carceri: Norimberga poi Spandau. Allo stesso modo deve scorrere il tempo in luoghi simili, ristretti e costretti ma al tempo stesso dilatati, definiti soltanto da regolamenti e corvée quotidiane che tuttavia non bastano ad articolare il vuoto e l’assenza che regnano nelle celle.
Per questo Speer torna e ritorna sulla necessità di darsi una routine personale.
Tra le attività da portare avanti con costanza per non abbruttirsi, c’è anche scrivere: le lettere, il diario – che in parte è già resoconto storico -, il tentativo di un più ricco memoriale che tratteggi la figura di Hitler quale lui la conobbe privatamente.

E’ un libro pesante, dalla copertina rigida e le parole scritte in piccolo.
E come nelle clausole dei contratti, nelle parole piccole si nasconde il colpo basso.
La lucidità dell’architetto del Reich dipinge con chiarezza tratti di Hitler noti (la mitomania), e altri che mi han fatto gelare il sangue (la capacità affabulatoria sui singoli uomini, al di fuori di qualsiasi contesto scenografico e mitografico, e la sua cognizione di causa rispetto a svariati argomenti, dei quali si serviva per marcare con l’aura dell’inesorabilità le proprie imposizioni. Un modo di essere che conosco e riconosco bene).

Al pari di Speer, che nel guscio della sua cella ha portato avanti il lavoro sulle sue memorie, anch’io sto vivendo questo periodo di ritiro entro il guscio della mia casa, dalla quale sortisco ben poco, come l’occasione per fare il punto su di me.
E sento che l’architetto mi è affine per più di un motivo.
E’ un borghese, né mediocre né eccellente come vorrebbe.
Troppo raffinato per risultar simpatico o affine a molte persone, eppure non abbastanza raffinato per starsene davvero fuori dalla ressa: infatti, s’è fatto bellamente fregare dall’imbianchino austriaco.