Cardini

Keira Knightley è mostruosamente brava nella prima mezz’ora di A dangerous method, il film di Cronenberg sui rapporti tra Jung (Fassbender) e Freud (Mortensen) nel quale interpreta la nota Sabine Spielrein. Tanto che più di una volta ho pensato che forse era meglio fermassi il dvd e lasciassi perdere – già nel momento in cui la trasportano dalla carrozza del padre dentro il Burghölzli, sollevata di peso come fosse un divano scalciante, mi si sono rizzati i peli sulle braccia, le antenne che segnalano il pericolo e un mucchio di immagini mentali sgradite si sono fatte largo.
Poi, però, tutta la faccenda si “normalizza” in una pellicola intrigante ma non stupefacente, più un affresco che un’indagine, e molto meno orripilante di quanto il nome del regista lasci presagire.
Detto questo, un concetto mi è caro e subordina ogni altro pensiero:

Dev’esserci per forza più di un cardine nell’universo.

Ipse dixit Carlo Gustavo Giovane a Sabine, disperandosi di un Sigismondo Gioioso fissato – è il caso di dirlo – con la libido e con un’interpretazione sessuale “de la qualunque”.
Ebbene, immagino che tutti voi abbiate presente quel disegno – del quale non conosco l’autore – di Freud, ma potremmo anche dire restando in tema di “una testa di Freud” (!), che ben riassume quale sia il fulcro della sua via psicanalitica:

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Senza voler semplificare troppo e ridurre un’intero apparato disciplinare ad uno slogan, è naturale perdere la calma di fronte ad un uomo che, avendo spalancato una porta – come il suo personaggio afferma – su un mondo nel quale lui stesso si muove senza mappa, sostiene tuttavia di sapere riconoscere senza fallo (ah, ah, ah!!) la verità quando gli si presenta davanti.
E che, fondamentalmente, intravede un’analogia sessuale preponderante in sogni che potrebbero avere tante e tali più calzanti spiegazioni.
Come Jung, penso che l’universo (anche quell’enorme microcosmo che è la nostra psiche) abbia indubitabilmente svariati cardini attorno ai quali compiere i propri moti di rotazione e rivoluzione.
Con facile ironia, potremmo suggerire che l’ossessione di Freud per il sesso abbia molto a che vedere con il fatto che lui non ne fa, insieme ad un suo collega-paziente – Otto Gross –  interpretato qui da Vincent Cassel. Vi sarebbe forse una parte di verità, se non nel caso di Freud stesso del quale nulla so, almeno in parecchi altri casi – ma Jung ancora una volta mi verrebbe in soccorso ricordando che una frequenza anche alta di un fenomeno non implica la sua universalità.
Così, non indicherei mai nella scarsa o insoddisfacente attività sessuale la matrice dell’ossessione (una qualsiasi ossessione, clinica o “pop”) per il sesso, per l’idea che la mente maschile va a sesso come le auto vanno a benzina, per l’idea (anch’essa molto freudiana) che la monogamia sia una malattia autoinferta. Ci vedo, piuttosto una piatta attività intellettuale.
O il mio è solo un altro pregiudizio?

Jung, Abraxas, spaghetti e mandolino.

Mi è chiaro mo’ che l’ho letto, seppure a volo d’uccello, perché si dica di Jung che ha ispirato tanta parte della New Age – volente o nolente. L’unico modo per non mettersi le mani nei capelli scorrendo questo resoconto – che l’autore stesso temeva venisse preso per la dimostrazione ch’era pazzo quanto e più dei suoi pazienti – dei suoi sogni notturni e delle “fantasie spontanee” dettate dalla pratica dell’immaginazione attiva, consiste nel godersi la bellissima introduzione al testo ad opera del curatore Sonu Shamdasani.
E’ un libro denso di conversazioni, questo: tra Jung e la sua Anima (intesa, come da disciplina, quale principio femminile presente nell’uomo così come l’Animus è principio maschile presente nella donna), tra Jung ed Abraxas, suo alter ego à la Zarathustra, tra Jung e la sua “personalità 2”, quella da lui considerata superiore e legata all’incoscio collettivo, agli archetipi, insomma a tutti i concetti precipui del suo lavoro; che Shamdasani si premura per altro di distinguere spezzando l’annosa associazione, fortissima ma impropria, con la psicanalisi freudiana.

Scopo di tali dibattiti interiori è, secondo Jung, quello di oggettivare gli effetti dell’Anima e diventare consapevoli dei contenuti che vi sono sottesi, integrandoli nella coscienza.
Una volta acquisita familiarità con i processi inconsci che si riflettono nell’Anima, quest’ultima “perde il suo potere demonico di complesso autonomo” e diventa una funzione di relazione fra la coscienza e l’inconscio. 

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Come detto ho scorso rapidamente il testo e mi sono soffermata solo per poco, e solo su alcuni, dei sogni riportati dall’autore, saltando a piè pari tutta la (più corposa) parte dedicata all’immaginazione attiva – che, per intenderci anche se in modo piuttosto sintetico, potremmo definire “sogno ad occhi aperti con estrazione di contenuti psichici dal profondo”.
Il materiale è molto, elaborato ed assai interessante – oltre che necessario – per affrontare la sua vasta produzione: è da questo percorso di autostimolazione e successiva autoanalisi, a partire dai materiali inconsci prodotti e dalle rappresentazioni grafiche  che Jung ne fa (spesso sotto forma di mandala, di cui la versione più importante e pesante del testo è corredata, mentre non lo è la “versione studio” da me presa in prestito) che egli parte per aprire la strada a ciascuno dei succitati elementi-cardine della sua riflessione.
Io, tuttavia, sono attualmente parecchio interessata, piuttosto, ai sogni notturni, al loro contenuto e ad una trascrizione degli stessi, miei o di altri – tant’è che ho creato su questo blog un’apposita categoria. Perciò di fatto, dopo l’introduzione, ho subito stabilito di interrompere una vera e propria lettura e mi sono limitata a sfogliare e sbirciare il resto.
Non ho dunque altro da dire su Jung, se non: in culo a Sigmund Freud.