Film .24: Man of steel, Zack Snyder

La prima mezz’oretta di Man of steel mi ha ricordato che, compilando il CineMeme, avevo scordato di dire quale fosse il genere che, nel cinema, mi piaceva meno. Lo faccio ora, semplicissimo: la fantascienza… ebbene, quella parte è scritta decentemente e occorre a tutti gli effetti per capire la nascita di Superman, che poi è lo scopo del film… però che due grandissime palle, ragazzi. 
A momenti mi pareva di essere rimasta a Fantàsia, 1984.
Due cose mi han fatto sorridere, comunque: i due aggeggini volanti, Kelex e Kylor, che fanno tanto Siri / Alexa. E soprattutto i numerosi, ma nient’affatto sviluppati, agganci alla contemporaneità: lo sfruttamento intensivo (e definitivo) delle risorse energetiche di Krypton; il controllo delle nascite, il contrasto tra nascita naturale e nascita predeterminata-eugenetica in base ai lignaggi, con tanto di predestinazione di ruolo sociale, il contrasto tra possibilità di  libera scelta / dominio ed accettazione del caso vs. pianificazione totale… attraverso, anche la manipolazione embrionale.
Ecco, datemi di queste cose in abbondanza, togliete di mezzo i copricapi strani, e io adoro la fantascienza. Ma così NO.

In antitesi a questo mondo che mi puzza di artefatto e plasticoso, c’è un’umanità vorticosa e profonda nella quale è immerso il Clark pre-Superman.
Al minuto 23.00 circa, ci dice Il mondo è troppo grande, mamma. E cazzo, se ha ragione.
Al minuto 55.00 circa, un tornado si porta via il padre (e se all’inizio pensi Chi te l’ha fatto fare, alla fine pensi che Era necessario).
In mezzo a questi due estremi, e in essi stessi, ci sono colorazioni livide tra il blu ed il verde, una fotografia da temporale costante, e musiche estremamente simili a quelle dei Pearl Jam: quanto di meglio per esprimere l’idea di un’esistenza minata alla base dall’imprevedibilità e dallo sradicamento. E sopra, il carico: un ragazzo che non ha nome perché ne ha troppi, e un po’ troppo spesso si ritrova bagnato come un pulcino con i vestiti sbragati da scappato di casa.
Occhèi l’atto di fede, papà Jonathan, ma già ci ho una vitadimmerdatanto, e devo pure rischiare di complicarmela? Ah, devo, solo non subito? E va bene…
Io in questo ci ho letto la mano di Nolan, che però adesso non ricordo per niente su quali parti del film sia intervenuto, fino a che punto e in che ruolo (sceneggiatura?). Ad ogni modo, angst angst angst!

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Pulcino bagnato.

 

Dunque, finora abbiamo: astronavi cugine dei tripodi de La guerra dei mondi, alieni rincorsi dall’Fbi, richiami a Smallville (Lana, per es.), richiami cristologici – leggi la S simbolo del casato che poi starebbe per “speranza”; lo spiegone di Jor-El sul fatto che gli umani l’avrebbero considerato un dio (immaginatevi poi i complottisti con la teoria sugli Elohim… sigh); e i 33 anni di Clark passati nel “nascondimento”: c’è solo una differenza di tre anni secchi ma dato che alla fine muore e risorge comunque, ce li facciamo andar bene: tutto fa brodo, e tutto fa Cristo.
Senza dimenticare la parte migliore: tutta la lotta tra Superman e Zod, incluse le scene allusive all’11/9 con aerei che sfondano grattacieli già in procinto di crollare, magari sotto la sferza dei raggi provenienti dagli occhi dello Stronzo Intergalattico che segano in due anche la Wayne Financial – tutta roba ripresa in modo perfetto nel successivo Batman v Superman. E le scene minori, ma non meno spettacolari, di lotta tra il seguito dello S.I. e gli umani.
Come ha avuto modo di imparare Faora, una nobile morte è già una ricompensa (unica altra citazione cult, oltre allo sciopone di Clark nello sgabuzzino della scuola e allo scambio di ehm, opinioni a seguito dell’abbattimento del drone). Si vede però che i militari intervenuti non la pensavano proprio così, perché si sono limitati a sentenziare “Non è una dei nostri”, ma a fermarla manco c’han provato, con l’eccezione ovviamente del Colonnello Volante Hardy (era colonnello, poi?).
Certo, non mancano i momenti esilaranti (chissà quanto voluti). Dal premuroso Andate dentro, è pericoloso che Superman rivolge a dei cittadini terrorizzati davanti a un negozio – beata ingenuità: ma è proprio questo candore assoluto, che nemmeno con il Lavasbianca lo si ottiene, a piacere tanto! – all’adirato Pensi di poter toccare mia madre?! (eccola che ritorna, o meglio che precede il Pianto Collettivo Su Martha di BvS).

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Non fate alterare Clark. La Mamma è sacra.

 

La cretinata galattica

Due citazioni per avviarci verso i titoli di coda.
La prima è una cretinata, appunto, messa in bocca a Faora. Roba che per esseri evoluti è proprio da vergognarsi:

Il fatto che tu [Superman] abbia un senso morale e noi no ci dà un vantaggio evolutivo.
E se la storia ha provato qualcosa, è che l’evoluzione vince sempre.

Non a caso, son stati tutti sterminati, tiè.

Lo spottone American Pride

Dopo aver fiondato un drone davanti al muso della jeep del generale Swanwick, alla questione sull’uso per il bene o per il male dei propri poteri Superman dà, alla fine, una non-risposta. Anche piuttosto paracula, direi. Eppure m’è piaciuta, mi sta bene. E’ questa qua:

Generale Swanwick: Ma è diventato matto?
Superman: Uno dei vostri droni ricognitori…
G.S.: E’ un giochetto da dodici milioni di dollari!
S.: Lo era… lo so, vuole scoprire dove appendo il mantello. Lasci stare.
G.S.: Allora le farò una domanda ovvia. Come sappiamo che un giorno non agirà contro gli interessi dell’America?
S.: Sono cresciuto in Kansas, generale… non potrei essere più americano.

Capito, adesso, perché Superman ha gli stivali le scarpette rosse?

Carnet (Luglio 2019)

Una notarella prima di andare ad elencare.
Non è la prima volta che qualcuno lo nota e ne rimane stupito (o persino perplesso), perciò lo preciso: sì, i numeretti a fianco dei titoli sono il totale in ordine progressivo di quest’anno.
No, leggere (o vedere film) non è una gara.
Lo so, macino tanta roba; ma per strano che possa sembrare, e con le fisiologiche oscillazioni, questo è il mio ritmo normale – per intenderci, non è che leggo le pagine a raffica senza capirci niente, pur di collezionare un libro in più da vantare (anche perché di alcuni c’è poco di cui vantarsi, ma questa è un’altra storia).
A me piace tenere traccia di ciò che leggo e vedo, semplicemente, e ritornarci su 🙂
Ricostruire, ricordare, connettere e tirare somme, o tornare su qualcosa che chiede ulteriore spazio. Il fatto che abbia la memoria corta è solo una ragione di più per farlo, ehm 🤣

[libri letti]:
77. L’arte di buttare – Nagisa Tatsumi
Altro titolo della serie Vallardi dedicata al minimalismo, già letto a suo tempo ma che sto riprendendo in mano e sottolineando per prepararmi a ribaltare casa.
Va detto che la Tatsumi, a differenza della Kondo (a proposito, beccatevi questo bell’articolo su Rivista Studio), ha un atteggiamento di fondo un pochetto da stronza, alle volte persino offensivo. Intendo recuperare l’utile e poi disfarmene.
Detto ciò, ribadisco la mia grave dipendenza dall’odore di stampa delle edizioni cartonate.

❤ 78. Lettera a un giovane cattolico – Heinrich Böll
Un autore controverso, secondo alcuni eretico rispetto al cattolicesimo professato; in ogni caso una voce limpida – che, qui, dimostra come una scelta morale chiara sia possibile anche quando si è profondamente coinvolti e contemporanei ad essa, come fu il caso dei credenti in relazione al nazismo.
79. Il mestiere di vivere – Cesare Pavese
Mi aspettavo tutt’altro tono e stile, e pure più “ciccia”: mea culpa, ho creduto troppo all’immagine che m’ero fatta di Pavese.
Né per la poetica né per la vita intima ha molto da offrire: qualcosa, forse, di consolante a chi abbia abbandonato le spoglie autocommiserative di cui lui, invece, è stato lungamente geloso.
Poco virile, vorrei dire, e non certo poiché impotente.

❤ 80. Sunset Limited – Cormac McCarthy
Prendo a prestito la quarta di copertina, che racconta tutto e meglio:

La cucina di una casa popolare, un tavolo, due uomini seduti intorno. Uno dei due è bianco, l’altro è nero. Sul tavolo c’è una Bibbia. I due uomini parlano.
Non si conoscevano prima di questa mattina, quando il nero ha strappato il bianco alle rotaie del Sunset Limited sotto cui stava per lanciarsi. Ma quello era solo l’inizio. Ora i due devono andare oltre. E così parlano.
Dai due lati del tavolo, da prospettive, lingue e colori antitetici, fra picchi di comicità e abissi di disperazione senza contatto possibile oltre all’ingegno folgorante della penna che li ha partoriti.
Un romanzo in forma drammatica che raggiunge il nucleo pulsante dell’indagine esistenziale di McCarthy. Non ci sono approdi, prese di posizione, risposte. C’è solo una domanda: che cosa ti divide dal tuo Sunset Limited?

❤ 81. Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
🌟 82. Pet Sematary – Stephen King
83. Il magico potere del riordino – Marie Kondo
🌟 84. L’uomo che cammina – Jiro Taniguchi
🌟 85. Una paga da fame, Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo – Barbara Ehrenreich
❤ 86. Donna delle pulizie – Stephanie Land

[film visti]:
🌟 79. Silence – Martin Scorsese
80. Arrival – Denis Villenueve
🌟 81. 120 battiti al minuto – Robin Campillo
82. A tempo pieno – Laurent Cantet
83. Pay the ghost – Uli Edel
Superfluo, fiacco, sciocco. Per giunta con una recitazione deprimente di quasi ogni attore del cast, ed una fotografia oscena. Senza infamia né lode, come riassunto qui.
Peccato, perché l’idea di base nella sua semplicità avrebbe potuto essere un buono spunto da sviluppare.
84. Nella valle della violenza – Ti West
Niente stellina perché non è di livello eccezionale, è però molto divertente e ben costruito sfruttando pochi personaggi ed elementi.
L’originalità non sta nella trama, che si regge soltanto sull’utilizzo di abbondanti topòi western, ma nella lettura ironica – mai comica – ed affezionata che ne fa.
Pathos discreto e collaudato, buono per attraversare un pomeriggio afoso e polveroso.
🌟 85. Personal shopper – Olivier Assayas
Molto più thriller che horror, un film in cui i medium sembrano pullulare molto più degli spettri stessi, ma senza per ciò rompere le scatole, assorti come sono dalla propria – inaspettata, scabrosa, preoccupante, desolata – interiorità.
86. Moonlight – Barry Jenkins
❤ 87. Risorse umane – Laurent Cantet
❤ 88,89,90. The dark knight trilogy (Christopher Nolan):
Batman begins, Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro: Il ritorno
Le mie impressioni immediate le trovate nei post linkati. Ma per un’opinione più ponderata  e meno “Evviva! Fico! Pipistreeelliii!” dovranno trascorrere almeno cinque anni. Nel frattempo, potete sollazzarvi con le recensioni de La bara volante, solide e spassose 🙂 Fiondatevici, soprattutto se per voi il capitolo due: Il cavaliere oscuro è il più bel film della storia del cinemadella trilogiadi quel pomeriggio in cui l’avete visto 😁 
91. The circle – James Ponsoldt
❤ 92. Batman, Il ritorno – Tim Burton
Meraviglia. Il bello di non “intendersene” è che puoi esaltare il bello ed ignorare il difetto, sempre che davvero questo film ne abbia. Per me, no.
Non sono una grande fan di Burton, ma mi sorge il dubbio che ciò dipenda molto dalle sue pellicole “recenti”. Perché questo secondo capitolo (recupererò il primo, promesso) mi ha catturato subito e sempre; e mi ha ricordato nel giro di un minuto secco (più quelli dei titoli di testa, certo, con la discesa nelle fogne del pargolo pinnuto) come mi sentivo ognuna delle ventordicimila volte in cui, da nanerottola – non che ora sia cresciuta tanto – mi sono vista 
Beetlejuice. Ovverosia: divinamente.
❤ 93. Nave fantasma – Steve Beck
94. The descent – Neil Marshall
Alcune vecchie amiche si ritrovano per la periodica escursione (stavolta, in un complesso di grotte sotterranee). Dentro le cavità terrestri scopriranno di non essere sole, ecc. ecc.
Noioso e parecchio patetico.
L’unico sollievo arriva quando il maledetto gruppo delle gitanti perennemente urlanti comincia a perdere pezzi di carne a suon di morsi.
🌟 95. La meccanica delle ombre – Thomas Kruithof
Francois Cluzet è sempre al suo meglio. Spionaggio classico, fotografia fredda.
🌟 96. La legge del mercato – Stéphane Brizé
97. Open water – Chris Kentis
❤ 98. I racconti della luna pallida di agosto – Kenji Mizoguchi
Meraviglia. Bianco e nero, Giappone, l’apologia del buonsenso e della rinuncia alle ambizioni. Insolitamente, la pagina relativa su Wikipedia riassume storia del film e trama (di per sé non intricata) in modo chiaro, e fornisce pochi ma buoni link.
99. Dracula Untold – Gary Shore
Idea buona, realizzazione frettolosa.
Alcuni momenti spettacolari, meno però di quanti erano attesi, e soprattutto ottenuti con una smaccata computer grafica che toglie loro molto impatto.
Il pathos è un orpello didascalico che poi dovrà arrangiarsi lo spettatore a suscitare: e va bene che non è un film intimista, ma aspira pur sempre ad essere una pietra angolare della storia di Dracula – mica pizza e fichi.
🌟 100. Lego Batman – Chris McKay
Al cinema mi aveva fatto ribaltare – aveva fatto ribaltare l’intera sala, per la precisione.
Rivisto a casa, mi ha fatto ribaltare uguale, solo sul divano anziché sulla poltroncina 😁
101. Suicide Squad – David Ayer
102. Friend request – Simon Verhoeven
Temevo fosse mediocre, invece è un filmetto discreto. Chiaro, nulla di stupefacente. Di originale c’è ben poco – persino la scelta del mezzo computer / Facebook come veicolo di morte, mescolato a ingredienti nient’affatto moderni come la stregoneria e lo scrying, è già vista. Verso The ring ha molti debiti, o forse piuttosto sono omaggi voluti…
Tuttavia non è da buttare: mantiene un buon ritmo fino alla fine, non impone scene superflue e utilizza, per un certo tempo, la grafica non per creare effetti speciali ma in modo complementare alle normali riprese (i disegni animati pubblicati sul proprio profilo da Ma Rina si espandono a tutto schermo, dando però l’idea che sia Laura – e noi – a caderci dentro).
Mi chiedo se sia stato mandato in onda in prima serata perché ha un target giovane (anche se resta vietato ai minori di 14 anni… mah!), mentre quel mostro sacro di 
Babadook è stato programmato in seconda. Rai4 dovrebbe pur avere un margine di manovra più ampio… ma forse sto delirando, parlo pur sempre della Rai.
103. Le belve – Oliver Stone
❤ 104. The final girls – Todd Strauss Schulson
Mi soffermo come al solito a spiare cosa danno in seconda serata, e su Rai4 – che ultimamente si dà all’horror – sgamo questo che pare un filmetto da nulla. Tempo dieci minuti, e ho deciso che valeva la pena aspettare un attimo. Tempo venti minuti, e ho deciso di vederlo tutto. Tempo mezz’ora, e i miei due neuroni facevano le capriole dentro il cranio urlando WOW!
Ho visto per la prima volta Taissa Farmiga, sorella di Vera, e rivisto diversi volti già noti.
Ho visto un ibrido tra slasher, commedia e fantastico con virate decise sul sentimentale; e non ci crederete, ma stava in piedi.
Ho visto un flashback dentro ad un film dentro al film, e gente che passava dall’uno all’altro – e una di queste ad un certo punto 
capiva di non essere  reale, ho visto loop temporali ripetuti, ho visto cinema che parla di se stesso e si prende per i fondelli scena per scena, e nonostante questo anzi proprio per questo, perché è fatto bene, in quelle stesse scene sa di epico.
Per un miracolo del cielo, 
esiste una copia nel mio circuito bibliotecario – doh!

Max Cartwright è una ragazza che frequenta l’ultimo anno della scuola superiore. Con gli amici si reca ad una proiezione pubblica di Camp Bloodbath, un film horror che ha visto protagonista la madre Amanda, ora deceduta.
Durante la proiezione rimangono vittime di uno strano incidente che li catapulta all’interno del film, Max ritrova quindi la madre e insieme ai suoi amici, affrontando i pericoli previsti dalla trama del film, tra cui un serial killer che brandisce un machete, dovrà trovare un modo per ritornare sana e salva nel mondo reale.

Film .18: Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The dark knight trilogy), Christopher Nolan

[first one; second one] Allordunque.
Mi sembra di voler dire mille cose e insieme di non averne in realtà nessuna da dire: sarà che questo terzo capitolo, conclusivo, mi ha scatenato tanti pensieri in più rispetto ai primi due – il che è cosa buona e giusta – ma mi ha anche lasciato l’impressione d’essere un tantino disordinato, di aver voluto mettere troppa carne al fuoco.
Le varie parti della trama – Bane, Catwoman, Miranda Tate, Blake-Robin, gli strascichi della bugia su Dent… – di fatto sono coerenti quanto basta, nel complesso però scivolano via meno fluidamente e chiaramente.
Per questo e solo per questo gli ho attribuito 4 stelle su 5 – presa nell’insieme, ovviamente, la trilogia se ne becca cinque piene, e vorrei sottolineare che al netto di questo pur non trascurabile difetto mi son goduta anche il terzo.
Citando una recensione su MyMovies, “non lascia spazio a delusioni“.

Pros

  1. Batman in difficoltà.
    Sì, okay, dopo otto anni di inattività calza un tutore alla gamba, fa due flessioni e bum!, di nuovo perfettamente in forma. Lo so. Però (giustamente) alla prima “uscita importante” Bane gliele suona, o meglio, lo suona.
    E in qualche maniera deve anche ripercorrere alla velocità della luce il percorso fatto per entrare nella propria paura ed assimilarla a sé. La faccenda del pozzo è okay, nonostante in quella prigione fin troppo confortevole per corrispondere all’inferno descritto da Bane girino troppi saggi, guaritori aggràtis e provvidenziali manifestazioni da delirio oppiaceo.
  2. Bane, per l’appunto. Tutt’altro che scemo, ma soprattutto grosso e… grosso, ecco.
    Mica tutti possono essere Joker, e a Gotham come nel mondo reale è più facile imbattersi in decine di mezzi criminali, in stracci o in giacca e cravatta, che in un unico formidabile super-cattivo.
    Mi piace che Ras al-Ghul (aka Me Pïa el-Chul per i nemici) l’abbia bandito dalla Setta delle Ombre solo perché… “è un mostro”. Ciò dimostra che MPeC è un coglione megalomane, altro che esempio di giustizia cieca.
    E ancora, ho letto un sacco di critiche al doppiaggio di Filippo Timi. Boh, non è il mio campo, non me ne intendo. Ma davvero soltanto io ho trovato eccitante e fichissima la voce storpiata con quel melodioso crescendo in acuto di Bane? Sì, eh? Vabbeh 😦
  3. Interessante l’intreccio “aziendale”. La Wayne Enterprises in crisi, l’idea del reattore e la cessione, il magheggio finanziario per recuperarla ecc.
    Avrei dato un pizzico in più di spazio a questo, e un po’ meno a tutta la faccenda dell’anarchia (vedi sotto).
  4. Catwoman. Embé.  Non tenta in alcun modo di rimpiazzare Rachel Dawes, sfrutta benissimo il tempo limitato che le viene dato, giganteggia (come attrice e come personaggio, riuscitissimo al dettaglio) ed è stragnocca.
    A proposito di quest’ultima notarella di colore, ehm, ci sono giusto due momenti che alzano leggermente la temperatura del terzo film rispetto ai primi due. E non sono, ovviamente, né la breve e casta scena post-coito davanti al fuoco con la Tate né tantomeno il bacio quasi-finale, sempre lampo e sempre casto (ma quanto ci piace), che Selina Kyle scrocca al pipistrelloso faccia-da-poker.
    Mi riferisco invece alla battutina sull’egocentrismo… non solo finanziario di Wayne mentre ballano (pure qui: ma prendiamoci un po’ di tempo, no? Sempre di corsa, accidenti) e soprattutto alla posizione POCHISSIMO provocatoria di Catwoman in sella (a 90°) al Batpod. I dieci minuti successivi me li sono persi, sono rimasta imballata [sì, sono cattolica. Sì, considero peccato l’atto omosessuale. Ma gli occhi non me li sono ancora cavati, mi mancano già abbastanza diottrie grazie, e la Hathaway è quella che è. Dio mi perdoni].
  5. Da parte sua, per una volta (l’unica che io conosca, per lo meno) il futuro Robin non è un impiastro, un nerd all’ultimo stadio (senza offesa per i nerd in buono stato psichico) o uno sfigato.
    E soprattutto, con buona pace dei fanwriter a caccia di shipping yaoi/slash, non è un piccolo gay tremebondo segretamente innamorato di Batman (Dio, pietà di loro perché non sanno quel che fanno).
  6. (Relativamente) pochi effetti speciali, grande lavoro di ricerca di una verosimiglianza visiva. (L’aereo che precipita all’inizio, per dire, non è in digitale). Tutta roba da rivedere al cinema – se mai mi capiterà!
  7. Per concludere, perfetto finale action&love (con la consueta sobrietà).
    Sarà che come detto c’era fin troppa roba da digerire, ma non l’ho visto arrivare e non so nemmeno spiegare quanto ho esultato.
    Eccheddiamine, questo sì che è un sano lieto fin(al)e. Tutti i conti tornano, Gotham ha fatto pace con la verità degli eventi – se non con gli eventi stessi – Batman può godersi un meritato e trionfale riposo, e tutti noi insieme ad Alfred ci scoliamo un Fernet Branca ghiacciato senza rimpianti autolesionisti (e senza marmocchi intorno, noto con piacere).

Cons 😐

Al di là della confusione e di certi fili lasciati penzolanti nella trama (o almeno, io li ho percepiti così), come già scrivevo, di fatto di “contro” me ne viene in mente uno solo:

  1. Anarchia, Denaro: non so se sia davvero un demerito. Indubbiamente il livello terra terra di accusa dell’idolo denaro come anche del tentativo di restituire la società a se stessa (e, indirettamente, distruggerla) ben si confanno al personaggio di Bane.
    Che non è stupido, ma è senz’altro elementare.
    Eppure questi due elementi, sensati, mi pare abbiano un che di ipertrofico e generico. Tra i brevissimi momenti in cui vengono additati broker e miliardari come causa del degrado, e i meno brevi momenti in cui un personaggio preciso (verrebbe da dire: reale) si confronta con un altro personaggio ben costruito – Selina e Wayne -, è nei secondi che si intuisce tutto il potenziale dell’argomento.
    Che, del resto, seppure non sviluppato a mille, fa il suo discorso e risulta addirittura cruciale per l’evolversi finale della storia: grazie al Cielo e agli sceneggiatori, Catwoman non scrocca il famoso bacio a Batman perché è una micetta sensuale e maliziosa o perché s’è presa una cotta, ma perché – perdonate la semplificazione – ha scoperto che un miliardario può anche non essere un uomo immoraleChe il mondo è sì marcio, ma non è ancora del tutto perduto. E nemmeno lei lo è.
    Insomma, questo del “tana libera tutti” – abbattiamo i ricchi e le strutture di potere – cazzate democratico-dirette eccetera, è per me un difetto, ma solo a metà.
    Dio benedica Christopher Nolan.

Film .17: Il cavaliere oscuro (The dark knight trilogy), Christopher Nolan

[first one] Vado via molto rapida e liscia.
E’ un secondo capitolo con molta più azione (non frenetica e frastornante, anzi, “amorevolmente tenuta” – cit. il montatore Lee Smith), compreso un inseguimento spettacolare che ho mandato in rewind per rivedermelo subito (voglio quella moto!).
Un blockbusterone che non se la tira, e nonostante gli steroidi hollywoodiani la mano di Nolan si vede, si sente e si tocca.
Potrei fare giusto un breve appunto critico sulla comparsa, in un cartellone in cima ad un grattacielo, del marchio Canon – ma ci sono ben due attenuanti da considerare: la prima è che lo spot dura pochi secondi ed è sobrio, anche se in ogni caso spezza la purezza dell’oscurità priva di segni di Gotham. La seconda è che (immagino, spero) la Canon abbia fornito i materiali fotografici, di ripresa ecc. Dato il risultato, chiuderemo un occhio sulla marchetta.

Se le musiche nel primo film erano ottime, in questo secondo sono superbe. Zimmer è Zimmer. Da vedere lo speciale sulla composizione di un sound appropriato per Joker.

Paragrafo cattivi: adorabili, niente da aggiungere.
Doppia Faccia Mezzo Morto Fu Harvey Dent m’è piaciuto un bel po’, e prima di vedere il film non ne sapevo nulla. Va detto che con mezza faccia colata ed inscheletrita è più figo che in versione regular.
E Joker, quanto a Joker, mi chiudo in un silenzio ammirato e adorante. Heath Ledger è stato immenso; punto e a capo. Joker è vivo, evviva il Joker.
[Vi sarebbe molto, molto, ma molto da dire, discutere, esplorare, favoleggiare e maneggiare per quanto riguarda Joker. Ma come, come? Il personaggio m’ha invaso il cervello e non se ne va, ci vuol ben altro che una litrata di camomilla per riportarmi alla ragione. Ora come ora, per trarne qualcosa, sono ahimè inservibile].
Vi è poi un terzo cattivo (sì, fidatevi, non ho contato male): ossia la bella (uh? Mah!) Rachel. Sì, lo so, esigenze degli attori, di copione, di tua sorella, bla bla bla: chissenefrega, per quanto mi riguarda la Gyllenhaal NON E’ Rachel Dawes, e buon per lei ch’è morta, altrimenti avrei provveduto io – tra l’altro, vista la velocità con cui s’è consolato il buon Bruce per tornare a rombare in giro per le strade, io mi candido al posto, eh.
Insomma non conosco il perché di questa svolta, ma a parte che in generale veder cambiare faccia completamente a personaggi primari è sempre fonte di disagggio, io incredibilmente la Holmes la trovavo perfetta per la parte, dolce testarda ma tutto sommato non sgamata a 5000 watt com’è giusto che sia una donzella degna di un supereroe antieroe non-eroe (non è debolezza. E’ umanità. Batman mi piace perché, anche se tecnologicamente superaccessoriato, è un essere umano. Nessuna provenienza extraterrestre, nessun superpotere; e la sua donna non può che essere altrettanto terrena). Incredibilmente, dico, perché non ho niente contro la Holmes, ma il fatto, privatissimo, che stia con un alienato dedito a Scientology me la rende una creatura estranea.
Vabbeh. E’ andata, (non) riposi in pace (ah rega’, faccia a parte, una che ti fa una promessa solenne e te la rinnova vent’anni dopo e poi, aspetta, però…

… ti aspetto ma solo se non mi fai aspettare troppo, e poi no ho cambiato idea forse ti amo, forse, però sposo il biondo che non si maschera perché… boh, non c’è un perché, è solo che sono una supermegagalattica stronza e merito di morire).

Ecco. Mi sono sfogata, adesso il post può terminare.

Film .16: Batman begins (The dark knight trilogy), Christopher Nolan

Di scrivere recensioni non son capace, mi manca il mestiere, la conoscenza del cinema e soprattutto la voglia. Sono più una cazzara impenitente, saltabecco da una considerazione effettivamente intelligente a notarelle da diario, alcune cose le ho imparate ma molte altre, molte di più, no – le imito, le saccheggio, le prendo in prestito per rispenderle.
Per esempio, non so dir nulla di meno che generico e banale – tipo: che figata! – sulla scelta e la gestione di scenografie, costumi, effetti speciali e scenici. Almeno in questo caso, forse perché sono piuttosto elaborati. Per me è stato tutto un wow, e un woah, e questa è forse la miglior cosa.
Chissenefrega di sapere cosa Nolan volesse ottenere (cioè, sì, mi interessa, ma non morirò se non lo scoprirò), di quanto ci sia andato vicino, di quale budget avesse e se questo l’abbia agevolato oppure au contraire l’abbia incatenato. Io so una cosa che voi non sapete – o almeno credo, ma in queste alzate d’ingegno di solito mi ritrovo stranamente sola -: e cioè che Christian Bale sarà anche un bel Batman, ma pure Nolan con quel faccino squadrato e truce, da Tizio Vissuto Male, ce lo vedrei parecchio.

Poi mi piace che Bruce Wayne (almeno in Italia, in particolare) abbia questa voce, e non solo l’apparenza, giovane. Perché Batman è sempre stato il mio unico supereroe, ma tra Clooney e certi cartoni animati che vedevo da piccola – cantate con me: E’ l’uomo pipistreeello! E’ Bbatmann! Si avvolge nel manteeello, è proprio Bbatmann! -, insomma, per una serie di motivi, l’uomo pipistrello me lo sono sempre figurato non dico anziano, men che meno antico, ma sicuramente come un uomo maturo e stanco, in impaziente attesa di sostituire il proprio maggiordomo nel suo ruolo.
(Il maggiordomo. E’ sempre colpa sua).

Mi piace che nella storia ci sia un tocco di romanticismo – ma non troppo – e che questo filo narrativo conduca nel primo film ad una conclusione, per quanto sospesa e temporanea, felice.
Si sa che non sono una maniaca dell’happy ending, ma per diana e bacco e tutti l’artri, stavolta se non avessi avuto la soddisfazione dell’eroe che (sempre con classe, chapeu) getta la maschera e si svela, e della bella-e-coraggiosa di turno che invece di patire trova amore e ideali ricambiati; ecco, se ciò non fosse stato stavolta avrei ucciso.

E tutti quei micro-dialoghi folgoranti, ragazzi.
Praticamente mezzo film è da citazione cult.

Che altro? Ah, sì.
Amo il nero, amo la pelle e la roba lucida e aderente (no, non sono una mistress. Ma se proprio non riuscite a tenere a freno la voglia di far battutine, incontriamoci, dai, e vi darò una ripassatina), amo il metallo e le metropoli specie se decadenti.
Esteticamente, e l’estetica è per me una meravigliosa ma esigente spina nel fianco, il film mi ha soddisfatta; anche perché l’ho trovato “pulito”, ossia sì pompato (lo ripeto: grosso, scintillante e potente è bello), ma non fracassone, esagerato, esibizionista. Batman è fico perché è Batman, mica ha bisogno di far casino e mostrare in giro i muscoli per dimostrare chi è.
E poi nella sua versione in borghese ha – aveva – un bel cappotto. Oh yes.

CineMeme / 2

Secondo meme a tema cinema, incontrato girovagando tra i blog assieme al primo.
Chiunque lo desideri, se ne può appropriare 😀

1. Il personaggio cinematografico che vorrei essere?
Lo straniero senza nome dei film western.

2. Genere che amo e genere che odio? 
Il mio genere di elezione è senza dubbio l’horror, ma per non essere monotematica aggiungerei che amo molto anche le commedie francesi ciniche – per designare le quali mi manca il termine esatto – tipo quasi amiciCena tra amici (Le prènom).

3. Film in lingua originale o doppiati? 
E’ molto raro che mi veda un film in lingua originale, non certo per presa di posizione contro il doppiaggio (anzi!), ma per banali difficoltà mie e per scarsa abitudine.
Mi capita però a volte di mettere, sul parlato italiano, dei sottotitoli in inglese o tedesco. Più spesso comunque, anzi sempre quando disponibili, attivo quelli in italiano: mi ci sono abituata con mia madre che è sorda e da un po’ fanno comodo pure a me 😛

4. L’ultimo film che ho comprato? 
Onestamente non lo ricordo proprio, dev’essere stato più di due secoli fa.
Ma così, proprio a naso, penso possa essere stato Criminali da strapazzo di Woody Allen.
Carino, ma nulla di più, l’acquisto era evitabile (ma navigavo ancora in alto mare in fatto di… organizzazione dei miei possessi).

5. Sono mai andato al cinema da solo? 
Come no. E’ più la norma che l’eccezione, per me, dall’adolescenza in avanti almeno.
Un po’ perché tra i miei conoscenti ce ne sono che vanno al cinema, ma non così spesso, un po’ perché da qualche anno approfitto del pomeriggio per evitare la calca e dei mercoledì a 3 euro, iniziativa ahimè morta troppo giovane.

6. Cosa ne penso dei Blu-Ray? 
Che rappresentano una tecnologia valida ed una goduria per gli occhi – ma per il resto, come dicevo a Fabio, non hanno nulla di diverso da un dvd. La qualità è molto più alta e lo si vede – se l’ho notato io che sono orba per tre quarti…! – ma la fruizione è identica.

7. Che rapporto ho con il 3d? 
Siamo rette parallele.
Esisteranno certamente film ai quali può dare un valore aggiunto, ma di per sé è qualcosa che mi confonde occhi e mente, e basta. ‘Na sofferenza.

8. Cosa rende un film uno dei miei preferiti?
Il tema originale, il punto di vista alternativo, la vicenda singolare… meno banale è, più mi attira, posto che non esser banali non significa graziaddio automaticamente essere astrusi e complicati.
Se, poi, da un film (come da un libro o da un’idea) posso trarre materiale per riflessioni e discussioni infinite, magari che occupano interi anni, magari notturne, con altri individui cerebrali come me; è il massimo.

9. Preferisci vedere i film da solo o in compagnia? 
Molto dipende dal genere, dal tema e soprattutto da quanto prevedo che un film mi emozionerà. Se qualcosa mi tocca tendo a non espormi troppo…

10. Ultimo film che ho visto?
Al momento in cui scrivo, Piano 17 dei Manetti.

11. Un film che mi ha fatto riflettere? 
Uhm, quante ore ho per rispondere?
Vediamo: Indivisibili, di Edoardo de Angelis, e Il fondamentalista riluttante, della Nair.

12. Un film che mi ha fatto ridere?
Negli ultimi anni, un filmone da ribaltarsi sulla poltroncina è stato senz’altro The nice guys. Sempre al cinema, molto più easy, mi ricordo con piacere anche di Una spia e mezzo.

13. Un film che mi ha fatto piangere?
Il primo che mi viene in mente è The wrestler di Aronofsky, con un grande Mickey Rourke (per una volta, sfatto ma solo per finta). Capolavoro.

14. Un film orribile?
Uno tra i peggiori trovo sia The master di Paul Thomas Anderson.
Sarà che se te lo presentano come un film su Scientology, e in effetti di Scientology senti la puzza ma nulla più – ed attendi invano per due ore o quel che è che la storia prenda consistenza e significato – alla fine ti scazzi.
Sarà che dopo aver letto il bel libro di Lawrence Wright, La prigione della fede, vedere degli psicopatici in azione non ti basta – vorresti magari approcciarli con un punto di vista che non sia il loro.
Un film più disturbato che disturbante…

15. Un film che non ho visto perché mi sono addormentato?
Ecchiseloricorda? Dormivo, del resto.

16. Un film che non ho visto perché stavo facendo le “cosacce”? 
Nessuno. Prendo troppo sul serio i film che vedo, e prendo troppo sul serio le cosacce, per distrarmi durante una delle due… attività 😛

17. Il film più lungo che ho visto?
Tralasciando i tre di Lotr, di cui non ricordo nemmeno la durata (ma non scherzava), direi C’era una volta in America.

18. Il film che mi ha deluso?
Uno su tutti:  Il nome del figlio, di (mi pare) Francesca Archibugi.
Remake mal scritto e mal fatto del meraviglioso Cena tra amici (Le prènom), avrebbe avuto tutte le carte per trasporre la commedia dal contesto francese a quello italiano, ma toppa clamorosamente e si fa financo odiare. Almeno da me.
L’avevo per altro rifilato pure a mia mamma, convinta che potesse apprezzare di più un prodotto nostrano e dal ritmo meno serrato, meno teatrale, e per questa ragione mi sono ampiamente morsa le mani… arrr.
Patetico, molle, annoiato e privo di qualsiasi verve. Puah!
Non mi resta che sperare in Lui è tornato, ma ho tanta tanta paura di beccarmi n’artra cagata pazzesca.

19. Un film che so a memoria? 
The believer, di Henry Bean. Ha vinto qualche premio, meritatissimo, ma tanto per non smentirci qui in Italia l’abbiamo sonoramente ignorato. Non che i premi siano importanti e sempre indice di qualità: il punto è che si tratta di uno dei miei film preferiti in assoluto, per una combinazione di fattori imprevedibile, ed anche uno dei più sottovalutati.
Anche in questo caso un film abbastanza di nicchia costituisce per me un lasciapassare: è con questa pellicola che ho memorizzato il nome di Ryan Gosling e ne sono diventata un’ammiratrice, quando era ancora lontano dal divenire il superfico hollywoodiano che tutti oggi conoscono. Non per darmi arie da talent scout, eh: ma almeno non mi si può tacciare d’essermi presa una scuffia per il bellone di turno.
Vedetelo soprattutto se sapete sopportare un po’ di violenza, se vi interessa l’argomento (neo)nazismo, e a maggior ragione se vi piacciono da morire gli ebrei: queste due macro-categorie sono infatti rappresentate perfettamente, senza per altro togliere con ciò nulla alle caratterizzazioni dei singoli personaggi e cadere nella macchietta, e sono categorie di cui vengono mostrati non solo il volto esteriore, ma anche l’anima. Risposte definitive  ed incontestabili che si oppongono a domande – domande e basta: per un ebreo qualsiasi analisi e discussione sul mondo non è costituita dalla triade tesi-antitesi-sintesi, bensì dallo schema tesi-antitesi-antitesi-antitesi… e ad una domanda, l’unica possibile risposta è un’altra domanda.
Il finale stesso, idea semplicissima e superba, lo attesta.

20. Un film che ho visto al cinema perché mi ci hanno trascinato?
Anni orsono, American pie. In base ai miei gusti non l’avrei scelto, epperò tutto sommato due risate me le sono fatte comunque. E poi a me piaceva Jason Biggs, che somiglia molto ad un mio ex, col quale allora ero fissata.

21. Il film più bello tratto da un libro?
Mi è molto difficile stabilire un vincitore assoluto, tanto più che la mia memoria è un colabrodo. Comunque, uno che considero tra i migliori è La versione di Barney.

22. Il film più datato che ho visto? 
Tralasciando sia gli spezzoni dei Lumière che il Viaggio nella luna di Méliès, credo sia stato La grande illusione di Jean Renoir con Jean Gabin (del 1937) – e con lo stesso Gabin, due anni dopo, Alba tragica per la regia di Marcel Carné.
Mi ero incuriosita dell’attore per aver letto Io, Jean Gabin di Goliarda Sapienza, che ho amato e che – evento piuttosto raro – avevo persino regalato ad un amico.
[In realtà, ho fatto una verifica veloce sui record degli ultimi anni e nel 2016 avevo segnato Aurora di Murnau, che è del 1927. Senza dimenticare, dello stesso anno, Metropolis di Lang, visto con un’amica con accompagnamento di orchestra dal vivo].

23. Migliore colonna sonora? 
Preferisco non attribuire alcun alloro, ma tra le tante mi piacciono molto quelle di Morricone (e vabbeh), quelle di Shigeru Umebayashi per Wong Kar-Wai, e per esempio In time di Zimmer da Inception di Nolan – tutte cose dal sound molto pulito, insomma.

24. Migliore saga cinematografica?
Posto che me ne mancano moltissime (ed alcune, per es. Hunger games, me le farò mancare sempre), direi sicuramente la serie di Don Camillo (con Cervi e Fernandel: schifezze successive escluse).
Le saghe che mi mancano ma mi fanno brilluccicare gli occhi al solo pensiero sono invece quella del Batman di Nolan, e (se mai la produrranno!) la Trilogia di Bartimeus di Stroud – i libri sono magnifici, trarne dei film una scommessa.

25. Migliore remake? 
The ring: ho preferito di gran lunga la versione americana, soprattutto del primo (che poteva anche rimanere unico, in effetti) film, a quella originale giapponese.