Come siete messi a Brescia?

Eh già, come siamo messi?
Me lo chiedono in tanti, ultimamente, ma io non posso che rispondere che me ne sto chiusa in casa, non ho contatti sociali coi miei compaesani salvo, telefonici, con un paio di “gazzettini padani” che non sono però affidabilissimi; e quindi no, non so dirvi quanti contagiati / morti ci siano in questa nostra landa.

Una cosa però la posso dire con certezza: siamo un puttanaio indescrivibile.
Appena ieri ho detto alla Bradipa che almeno un terzo della gente in circolazione se ne va in giro senza mascherina o indossandola in modo improprio. Beh: ripensandoci, direi che ho preso una cantonata. Forse perché esco poco, appunto.
Mi correggo: un terzo delle persone si salva, ma quelli che andrebbero presi a sprangate sui denti sono due terzi.
Vi dicevo ieri sera che stavo per andare a ritirare la roba della Conad alla Caritas.
E ci sono andata.
Al mio ritorno, sudavo, avevo gli occhi a palla di chi ha visto Ghostface, mi batteva il cuore manco avessi corso e mi sentivo come una appena scampata ad un’aggressione.

Va bene che sono ossessivo-compulsiva.
Ma questo ha a che fare con come mi sento io dentro, non con la realtà delle cose.
Ed io l’igiene l’ho studiata davvero, non come l’ammasso di consulenti di Conte (scusatemi, devo pur dirlo, anche se ogni volta che lo nominiamo una fata muore).
Ribadisco che non ho mai vissuto così bene come in quarantena.
E da oggi ne faccio una nuova, stretta stretta (a costo di tirare avanti a pasta con tonno).
Più per serenità mentale mia, che per reale necessità; dato che oggettivamente ho schivato tutte le occasioni di contagio. Però, che fatica, cazzo.
Avete presente che sabato intendevo azzardarmi persino a fare l’ultimo iftar con la mia socia? Giusto perché so che posso fidarmi, ma comunque sarei uscita. Ecco: no. Ho il cervello in frantumi e devo ricostruire. Mi serve tempo; non tanto, ma mi serve, e sabato è troppo presto.
Perché, al di là della realtà oggettiva che mi calma solo razionalmente,

mi sento sporca.
Contaminata.

Oh, niente di tragico. Mi è capitato altre volte, e più pesantemente; inoltre so come gestirmi. Solo, mi devo chiudere nella mia bolla un momentino e mettere ordine.

Arrivata in piazza con mezz’ora di anticipo (e salvifico libro per passare il tempo), scopro che per pura casualità una tipa era lì ancor prima di me, perché, dice, ha l’orologio sballato. Occhèi, penso, speravo di esser la prima per limitare i contatti col cibo ai volontari, ma pazienza.
Peccato che, per cominciare, solo per averle chiesto se anche lei era lì per quello, questa abbia cominciato a raccontarmela su – mentre lappava un gelato, dunque con la mascherina abbassata – avvicinandosi e sedendosi sul paletto a fianco al mio.
Ho migrato sul paletto più distante.
Poco dopo l’ha raggiunta una sua amica, e lì ho capito che la parlata strana dipendeva forse dalla nazionalità (slava). L’amica ovviamente non aveva la mascherina.
Man mano che arrivava gente mi sono ritrovata appiattita nell’angoletto della chiesa: prima una donna anziana che, con molta grazia, teneva la mascherina sotto il naso. Poi una coppia che non c’entrava niente (anziana signora con badante in passeggiata), entrambe con la mascherina sotto il naso, che visto il traffico inesistente dovevano proprio appiccicarsi a noi in attesa – ed io che ogni volta facevo il gambero e mi spostavo sempre più in là…
… tizio in bici? Senza mascherina. Eccerto. Anch’io l’ho tenuta sul mento l’altro giorno, ma avevo un passo più sostenuto e non c’era nessuno – quando c’era, lo si vedeva in lontananza e la tiravo su. Io camminavo, ne avevo il tempo, ma i ciclisti non solo non ce l’hanno ma nemmeno ci provano, a tirarla su.
Donna africana? Loro sono molto scialle, l’aveva abbassata, ma almeno era a distanza e poi avvicinandosi l’ha messa. Lei sta al secondo posto sul mio podio, sotto alle due arabe che non l’hanno mai levata, mai. Tutti gli altri, calci nei denti.

La Caritas – mi spiace ribadirlo perché svolge un servizio indispensabile (per altro supplendo alle cavernose carenze dello Stato), e l’impegno dei volontari è lodevole – è un organismo che per l’estensione e la ramificazione organizzativa dovrebbe, in teoria, garantire una certa abilità di gestione, se non vera e propria professionalità.
Io posso parlare soltanto di come funziona qui da me (parliamo comunque di un comune di 15.000 abitanti circa), ma resta il fatto che la sezione locale Caritas, della quale mi avvalgo ormai da più di un anno, fa tremare i polsi.
I volontari (che immagino seguiranno pure dei piccoli corsi oltre ai consigli pastorali), semplicemente non hanno cognizione di quel che fanno. Si impegnano, oh sì, ma la buona volontà non basta. Anche per dare una mano alla gente bisogna sapere cosa si fa, e come va fatto. Loro stanno allo sbando.
Come al solito, devi essere tu a sapere e verificare: le distanze, come vengono maneggiate le borse, se vengono indossati i guanti e se vengono cambiati tra un utente e l’altro, ecc.

Al ritorno, ben lieta di avere una scorta di prodotti da forno, ho dovuto seguire un iter per evitare contaminazioni (questa è la parte pratica e oggettiva, scevra da paranoie):
elimino guanti e mascherine in un cestino per la strada (rivoltandoli);
entro in casa, scarico tutto;
primo lavaggio mani;
poso i prodotti sul ripiano “zona sporca” e metto le borse a lavare;
secondo lavaggio mani;
apro le confezioni (ho preso solo quelle sigillate);
terzo lavaggio mani;
apro sacchetti da freezer miei e ci metto la roba, li metto via;
piglio le confezioni originali e le butto;
pulisco i ripiani “sporchi” con lo spray;
quarto lavaggio mani.
Sono in grado di farlo. Ma tutto questo traffico è eccessivo, il gioco non vale la candela.
A parte il brivido freddo rendendomi conto di tutta la gente che a questo non ci bada, per un pugno di dollari pizze in più lo sbattimento è eccessivo.
Dunque, visto che tanto la Conad è il mio supermercato di elezione, quando mi va questa roba me la comprerò. Non navigo nell’oro ma vi assicuro che posso permettermelo…
… posso permettermi di evitare certi traumi.

ddd: diario del digiuno / 2

Ho intitolato questa rubrichetta “diario del digiuno” perché chiaramente quello è il nucleo di tutta la faccenda – ed anche per una ragione personale -, ma il Ramadan, come qualsiasi digiuno di matrice religiosa, non è soltanto questo.

E’ innanzitutto un’educazione all’assenza.
Non per creare un’abitudine nuova e malsana, ma per insegnare la differenza tra avere e non avere – la gratitudine, la consapevolezza che nulla dipende da noi soli, tutto ci è stato dato.
Si tratta di tornare ad avere sete di qualcosa, e qualcuno, in un mondo che pretende di non farci mancare nulla ma fallisce già nei fondamentali.

digiuno

E rallentare.
Ascoltare il corpo disimpegnato dal cibo, garantendogli molti più liquidi del solito, quando corriamo tra un impegno e l’altro e ce ne scordiamo.
Reimparare a respirare.
Il resto – per esempio, ormai accendo la tv solo alla sera, e non sempre, e sto davvero scrivendo meno freneticamente sul blog – è conseguente. Non serve perseguirlo, viene da sé.

Ma, di nuovo, mai perdere di vista che il digiuno non è fatto per avvizzirci, per la morte; è fatto per riappropriarci della vita.
[…] mi sono ricordato di quella volta in cui, assalito dalla nostalgia del cuscus, sono andato in ristorante arabo e dopo qualche cucchiaio ho vomitato tutto. Solo dopo mi è venuto in mente che il cuscus è come il latte della madre, e ha un odore particolare che si può sentire solo accompagnato da baci e abbracci.
[…] E’ triste fare Ramadan lontano […]! A cosa serve rinunciare a mangiare e a bere, per poi mangiare solo? Dov’è la voce del muezzin? Dov’è il buraq? Dove il cuscus che preparava mamma con le sue mani?
– Amara Lakhous

ddd: diario del digiuno / 1

Oggi, 8 maggio, l’aspetto ascetico del mio digiuno e la ricorrenza cattolica particolare, oltre alla consueta recita della corona(anti)virus, si combinano ed uniscono le forze.

È il mio quinto giorno.
Il Ramadan è iniziato il 24 aprile, ma io arrivo sempre dopo, e terminerà il 23 maggio – per essere a stecchetto già da quattro giorni devo dire che pensavo di avvertire di più la differenza, invece sto un gran bene.
Niente attacchi di fame, niente rottura serale del digiuno con un cinghiale intero.
Anzi, ieri mi son preparata alcuni piattini, nulla di abbondante ma un accostamento meraviglioso: grissini integrali, simil-hummus (ma fatto con lenticchie anziché ceci, tonno e olio, spezie), noci e poi simmenthal (arrivata col pacco Caritas: normalmente non sceglierei carne, ma c’era ed almeno è di qualità).
A seguire precedere di una mezz’ora, che la frutta è meglio mangiarla prima, mele cotte abbondantemente spolverate di zucchero semolato.
Nel caso aveste in mente di fare (o farvi) un regalo “etico” e godurioso, sappiate che i grissini integrali – ma pure un salame, e dei biscotti cioccolato-liquirizia che non ho ancora testato – sono favolosi e vengono da San Patrignano.

Anche se allo specchio avrei detto il contrario, pare che in questi mesi di quarantena sia decisamente ingrassata. Purtroppo la mia frenesia casalinga mi ha permesso di cambiare la batteria della bilancia, che credevo di dover comprare invece avevo da parte, e verificare l’infausta situazione.
Tuttavia, nei soli primi quattro giorni ho buttato giù la bellezza di tre chili: e nemmeno questo me l’aspettavo. Mica male!, specie calcolando che fino alle 20.00 di mangiare manco mi viene in mente, a momenti.

Funziona.
Funziona perché, soprattutto, non sto portando avanti questa cosa da sola.
Anche se non è che ci sentiamo tutti i giorni, sapere che un’altra persona, con altrettanta motivazione se non maggiore, la sta facendo con me cambia tutto.
Ed a questo fattore ci penso spesso, voglio dire: sono orsa di natura, ma questo non rende più facile essere costante in certe cose senza un appoggio esterno, la consapevolezza di essere in gruppo / comunità a condividere un intento, e naturalmente qualche paletto come appuntamenti, scadenze, riferimenti che impediscono un’eccessiva dipersione.
Non è una scusa, ma è la stessa ragione per cui non vado spesso a Messa.
O per cui schivo i mestieri di casa.
E certa burocrazia, non così pesante ma tutta a mio carico.
Insieme è meglio.

Senza volerlo e senza averlo previsto, trovo che digiunare in questo modo, senza interruzioni fino a sera, mi stia dando una cosa che ho tanto e da sempre cercato, con fatica: un’organizzazione del quotidiano semplice ed una struttura.
Per come sono fatta, ogni cambio di passo mi rallenta, ed i pasti – per banali e veloci che riesca a renderli – rappresentano pur sempre una sosta forzata per la quale devo anche “prepararmi”, oltre che preparare del cibo. Devo stopparmi, fare mente locale, riorientarmi e ingranare nuovamente dalla prima marcia.
Ogni volta è una fatica.
E allora poter iniziare la giornata sapendo di aver davanti 10-11 ore filate, senza soluzione di continuità, per lavorare a qualsiasi cosa desideri fluidamente, libera da necessità stringenti e da abitudini vincolanti, mi toglie un peso e mi fa sentire bene.
Mangiare dovrò comunque, ma intanto sono libera di predisporre ciò che voglio e addirittura cucinare senza il fiato sul collo, un passaggio alla volta con la leggerezza di chi ha tutto il tempo del mondo.
Al termine del periodo, tornerò a mangiare anche in altri orari, ma in quantità e modalità tali da evitare un ritorno allo “sgobbo” di prima.

Poveri noi .2: Cibo – pt. II

Altri piccoli ragionamenti sul cibo.

Come me la sfango

Molti i suggerimenti possibili per risparmiare su spesa e consumo alimentare – ai quali potremmo aggiungere, in corner, questo: che le date di scadenza hanno delle distinzioni, e non sempre è il caso di buttare qualcosa che ci sembra “andato”, perché in realtà molti prodotti sono commestibili ben oltre la stampigliatura impressa sulla confezione.
Ciò a cui invece solitamente non si pensa, o per lo meno non si inquadra in un progetto chiaro su come mantenersi, sono le opportunità di ottenere cibo in modo del tutto gratuito.

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✺ Se siete povery abbastanza, non disperate: come si suol dire, c’è la Caritas.
Che ha diversi “servizi”, ma è conosciuta soprattutto per i pacchi alimentari, dei quali tra parentesi io mi avvantaggio da un anno circa. Salvo che in questo periodo, durante il quale i pacchi sono intesi in senso letterale, due volte al mese mi reco all’emporio Caritas del paese e ci “spendo” i punti che, in base all’ISEE ed al nucleo familiare, mi sono stati assegnati.
Posso scegliere come distribuirli tra i prodotti base sempre presenti ed altri, di solito donazioni di privati, un po’ più voluttuari (sotto le feste, per esempio, compaiono colombe e panettoni in discreta quantità). Spesso, poi, alcuni prodotti sono disponibili “senza punti”, se la scadenza è prossima – molti dei prodotti non marchiati FEAD, cioè il programma di aiuti europeo, hanno difetti di confezionamento o scadenze ravvicinate ma non stringenti per le quali sono stati scartati dai rivenditori, ma quando la quantità di prodotto aumenta e la scadenza è pressante ci si organizza così.
Da tempo, grazie a questo aiuto, non acquisto più pasta secca, farina, olio, zucchero e polpa di pomodoro; innanzitutto.
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✺ Esistono poi diversi sussidi statali / regionali / comunali per chi vive in ristrettezze economiche, alcuni dei quali li conosciamo tutti: il reddito di cittadinanza, ex-ReI, ne è il principe. Tuttavia questi sussidi pongono come requisito non solo un ISEE inferiore ad una certa soglia, diversa secondo i casi, ma anche un limite patrimoniale generalmente attorno ai 5-6.000 euro.
La qual cosa significa che, se avete risparmi da parte che sforano questa cifra – a mio avviso davvero molto, decisamente troppo contenuta – non ne avrete diritto. Come pure è difficile che si possano cumulare due sussidi differenti: per percepirne uno, spesso e volentieri la precondizione è di non riceverne già altri, quale che sia il loro scopo ed ammontare.
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✺ A proposito di sussidi e contributi statali, inutile ricordare – ma facciamolo lo stesso – che è possibile richiedere – laddove non siano stati esauriti i fondi – il buono spesa per chi sia in difficoltà causa Covid19 (in realtà, di nuovo non fa testo l’aver perso o sospeso il lavoro, avere problematiche di salute connesse ecc., ma soltanto reddito, patrimonio e nucleo familiare).
Io do per scontato che i requisiti siano identici per tutti, eppure – non è da escludersi – avevo sentito che qualcosa può variare in base a come i singoli comuni predispongono l’assegnazione. Non indago oltre, chi ne abbia necessità l’avrà certo già richiesto.

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✺ Per quanto mi riguarda, non ho diritto ai sussidi succitati – ovviamente non divulgherò in quanto consista il mio “patrimonio”, ma è chiaro che basta un solo euro d’avanzo sopra la soglia per esserne esclusi. E a meno che non siate usi tenere mazzettone di banconote sotto il materasso (perché ormai tasseranno persino le cassette di sicurezza, i fetenti), non c’è verso di cassarli dai vostri conti, per cui non provateci nemmeno.
Una cosa a cui fortunatamente ho diritto, però, c’è: sono i buoni per le nuove povertà.
Non scendo nel dettaglio, perché ignoro quale provvedimento renda possibile questa erogazione; può darsi però che sia stabilita a livello regionale (nel mio caso la Lombardia) e non statale, e non sia accessibile ovunque.
Consiglio perciò di informarsi, nel dubbio, presso i Servizi Sociali (se da voi fanno un buon lavoro) o tramite i canali web istituzionali.
Per darvi un’idea, io ho ricevuto due versamenti a distanza di cinque-sei mesi, che posso utilizzare per ogni spesa anche non alimentare senza vincoli, e che (facendo una media) ammontano a circa 200 € al mese. Una volta esauriti, devo solo consegnare in ufficio le pezze giustificative (scontrini, ricevute, ecc.) – io poi ci aggiungo di mio una tabellina Excel semplice semplice di riepilogo, per avere il colpo d’occhio e poter controllare quanto mi resta, ma anche perché così il resoconto che porto è più ordinato e chiaro.
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✺ Un’ultima opportunità, in questo anno, mi è stata data da un’associazione di volontariato privata. Attraverso l’assistente sociale – che tuttavia si è limitata a segnalare il mio caso e non ha potere decisionale – ho preso contatto con l’associazione, la quale gestendo un mercato dell’usato con prezzi davvero stracciati tira su qualche soldo, e con quel soldo ci compra delle tessere prepagate di un supermercato locale, tessere che poi gira a noi povery per farci la spesa di prodotti freschi (ortofrutta, carne e pesce, formaggi…). In cambio si presta opera “volontaria” nel mercato dell’usato stesso, una volta a settimana.
Avendo avuto conferma dall’INPS che mi spetta la pensione d’invalidità, e avendo altri supporti, il mese scorso ho rinunciato a questo aiuto; mi auguro che gli arretrati si decidano ad arrivare però…!

Meno è meglio

E’ il motto universale indiscusso dei minimalisti, e naturalmente vale anche per il cibo.
Sì, noi stiamo parlando di risparmio – che non è uno degli scopi del minimalismo, appunto – epperò, nello sforzo di risparmiare, potremmo scoprire che alcune pratiche ci portano anche un beneficio di salute (e di benessere mentale).

Banalmente, possiamo mangiare meno.
Meno per quantità, e/o meno di frequente.
Ricordate che parlavamo di pane ed olio, con un pizzico di sale certo, come di una raffinatezza preferibile, da sola, ad un intero banchetto di alimenti qualunque, se non addirittura di scarso valore?
Si può fare.

Si può anche fare due pasti principali al giorno ed abdicare al terzo (mettiamo, che so, colazione e cena leggermente anticipata, cassando il pranzo).

Si possono ridurre, in molti casi dimezzare, le porzioni che siamo abituati ad assegnarci tal quali come fossero prestabilite dalla creazione dell’universo.
Dominique Loreau, scrittrice francese minimalista da decenni residente in Giappone, suggerisce – tra le altre cose – ne Il piacere della frugalità di individuare un contenitore, nella fattispecie una ciotola, che sia delle giuste dimensioni: cioè delle dimensioni esattamente adeguate al nostro stomaco, una volta che questo sia depurato e ricondotto allo stato “normale” con un breve digiuno.
Ciò che una ciotola da riso di media misura può contenere, sostiene, è sufficiente per il nostro corpo in normali condizioni di salute – e mi pare corretto.

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Ah! Ecco dove voleva arrivare – dirà qualcuno.
Sì, fanculo, volevo arrivarci, ma tutto quanto ho scritto sin qui non conta mica meno.
Sì, mi interessa il digiuno, e lo consiglio pure, sfacciata che sono. Lo consiglio perché, le nostre nonne e le nostre mamme lo sapevano bene (non avevano ragione per forza, ma su questo eccome)

la fame è il miglior condimento.

Digiuno. E lo rivendico con orgoglio

Citazione occulta per dire che il digiuno non è una pratica assurda, masochistica o antistorica. Se ne potrebbero trarre grossi saggi, ed è stato fatto. Io passo la mano: non conta quello che ne penso io, e ne penso molto e bene, ma quello che – eventualmente, se credete – potete fare anche voi.
Nel pieno rispetto del buonsenso e della vostra salute.

Non esiste solo il digiuno totale.
Può essere parziale – da un pasto preciso, da un certo orario, da determinati alimenti.
Può essere periodico: in un certo periodo dell’anno, una volta la settimana.
Meglio, comunque, che sia regolare; a prescindere dalla frequenza.

Fatelo per depurarvi fisicamente o per purificarvi spiritualmente: va bene comunque.
Io quest’anno ho saltato, di nuovo, la quaresima: se adesso ho deciso (proprio adesso, un paio d’ore fa, al telefono con un’amica che da qualche anno lo pratica) di accodarmi a lei in un mezzo Ramadan, non è perché abbia idea di convertirmi, proprio no – lei sì, in certi termini, ma questa è un’altra storia.
E’ che questo bisogno ce l’ho da tempo, ma sono fottutamente pigra e ho sempre rimandato. Ma poi mi son detta: sai che c’è? Non aspetto il prossimo treno per fare le cose perfettine, balzo su adesso e almeno vedo come funziona, se funziona, così com’è impostato questo specifico digiuno, per me.
Perciò da domani, 4 maggio, farò un tentativo di Ramadan: colazione seria, poi più nulla salvo liquidi abbondanti fino a sera.
La motivazione preminente non è quella religiosa, anche se va detto che questa resta comunque inscindibile per me; quindi emergerà più chiaramente più avanti.
Ci aspettano meraviglie.

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Poveri noi 1.: Cibo – pt. I

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Oggi ho prodotto la mia seconda pizza in autonomia: ed è venuta ancor meglio della prima. Una margherita, per stare sul semplice e gustoso, che ha rilasciato un meraviglioso profumo per casa – assieme a quello delle lenzuola nuove mi fa capitolare.
Non ho una fissazione per pane e pasta fatti in casa (non ancora, almeno), né mi è partita la rotella causa quarantena: sto coi piedi per terra, lo faccio  – quando mi va – per tenermi un po’ dritta e dare corpo a questa persona che mi sforzo di essere, e infine diciamolo chiaramente: farsi le preparazioni in casa costa meno, a patto di trovare la farina…
… per quel che vale, io che vivo sola, con un chilo di farina (e per essere precisi una-due bustine di lievito, una-due lattine di polpa di pomodoro ed infine quantità neppure misurabili di olio, sale, zucchero) tiro fuori 8-10 pasti. Aggiungere una decina tra frutti ed ortaggi, e più o meno ho coperto il fabbisogno di cinque giorni.

Cose che già sapete (ma che potreste voler rispolverare)

Ci sono consigli di risparmio sulla spesa al supermercato che, più o meno approfonditi, tutti abbiamo incontrato nella vita almeno un cinquecento volte. Al punto che li schifiamo, non perché non siano validi ma proprio per noia. Siccome però, per l’appunto, validi sono (e a ciascuno il suo), io li riporto il più brevemente possibile e voi, casomai, saltate pure al paragrafo successivo.

  • non esistono solo super- ed ipermercati: puntate sugli hard-discount (per es. LIDL), oppure sui mercati all’ingrosso (per es. METRO). I primi grantiscono un risparmio intervenendo soprattutto sulla logistica e sulle fasce di prezzo dei prodotti, i secondi sulla quantità.
    Chiaramente, se i discount non vi ispirano fiducia (e vi capisco), oppure siete in due e rispetto al cibo non avete grandi esigenze né di rifornimenti né di scorte, queste opzioni potrebbero essere preferibili solo rispetto ai non alimentari.
    .
  • Ovunque facciate la spesa, valutate di acquistare i prodotti non di marca.
    Con questo non mi riferisco a prodotti di scarsa qualità, ma agli equivalenti (sì, come fossero farmaci) a “marchio proprio” (private label) di “primo prezzo“: quelli cioè confezionati dal gruppo commerciale stesso (ad es. Coop o Conad) o da un’azienda appositamente incaricata, con un ricarico minimo.
    .
  • L’ideale (per il portafogli) sarebbe vagabondare tra una catena e l’altra, spostandosi come le mandrie in transumanza per raggiungere di volta in volta l’etichetta che offre gli sconti migliori del periodo.
    Se fossi una mucca, altro che mandria: rimarrei costantemente indietro e magari mi metterei anche comoda in mezzo alla carreggiata, a ruminare un filo d’erba. Odio sbattermi, ergo, se come me preferite affidarvi ad un super di fiducia e salvo eccezioni recarvi sempre nello stesso, avete l’opportunità della carta fedeltà.
    Dal mio punto di vista hanno alcuni svantaggi, ma anche due vantaggi grandi: alcune garantiscono la conversione dei punti in buoni spesa, tutte quante danno accesso a svariati sconti sulla merce esposta. Ovviamente, fate attenzione agli sconti fasulli (che alzano i prezzi appena prima di defalcarli…), che non sono comunque la totalità e che potete sgamare con un po’ d’abitudine, sui prodotti che comprate abitualmente.
    .
  • Badate a ciò che osservate.
    La cosiddetta “zona di attenzione visiva” degli scaffali dei supermercati si estende tra i 120 ed i 180 cm in altezza, con orientamento spontaneo verso destra.
    Se volete perciò controllare consapevolmente gli stimoli e scovare le offerte migliori, collocate di proposito fuori da questa zona verso la quale l’occhio si dirige in automatico, imponetevi di controllare cosa è stato messo sugli scaffali più bassi e sulla sinistra (dello stesso scaffale, non della corsia).
    .
  • Tenete presente che affettati e formaggi costano mediamente meno al taglio (al bancone) che già confezionati.
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  • Prima di fare la spesa, se lo credete utile, pianificate il tanto aborrito menù settimanale – o almeno abbozzate un’idea di cosa vi andrebbe di mangiare: se vi stuzzica una carbonara, non lasciatevi attrarre dai funghi per un risotto che rimandereste, lasciandoli al loro muffoso destino.
    Più importante, stilate sempre una lista (per quanto corta possa essere) con ciò che vi serve, magari annotando i prodotti più comuni nel momento in cui vi vengono a mancare.
    Se siete abbastanza ossessivo-compulsivi, potreste divertirvi a compilare una prima volta (e poi aggiornarlo via via) un inventario della vostra dispensa (la Bradipa è sul pezzo!), che ovviamente sarà tutta raggruppata in uno stesso posto (con l’eccezione dei prodotti aperti e di uso quotidiano), nonché ordinatissima.
    Allego foto, ma non prima di avervi ricordato che è meglio vagare per le corsie a stomaco pieno, o per lo meno non in crisi d’astinenza da cioccolato: può essere rischioso, più per il vostro stipendio che per la panza.

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Chiudo questa prima parte facendo presente che sì: i prodotti sfusi o alla spina, i gruppi di acquisto solidale, il chilometro zero sono tutte opzioni meritevoli e vantaggiose per qualità e rispetto dell’ambiente.
Se però la vostra priorità è il risparmio – e ribadisco il risparmio, non l’indifferenza crassa per ogni altro valore -, allora desistete e, magari, fornitevi attraverso questi canali solo delle cose cui tenete di più. Perché, molto semplicemente, sono costosi (a buon diritto, ma tant’è).

La cucina degli sfaticati

Ho guardato l’elenco degli appunti per questo post, ed ho notato un fatto che mi era sfuggito; una coincidenza, che però racconta qualcosa su di me: fra gli altri suggerimenti che vado ora a condividere ve ne sono anche di adatti a persone che vogliono sì prepararsi pasti decenti, ma che ne perdono subito il gusto se la cosa si rivela appena un po’ complicata.
Ne cito due:

  • la doggy / family bag.
    Al di là dell’evitare sprechi, a me è sembra sembrato sacrosanto portarmi via quello che ho pagato ma non consumato. Se qualcuno ancora questiona, guardatelo malissimo e ricordategli che la sentenza n. 29942/2014 della Cassazione riconosce tale diritto. Anche se non avete un cane, ovviamente!
    .
  • I “piatti base“.
    Intesi non come preparazioni essenziali della cucina tradizionale, ma come cibi facili da “produrre”, o addirittura semplicemente da assemblare. E quando sono alla disperazione, quando ho bisogno di comodità, ricevo grande sollievo da:
    – pane raffermo inzuppato nel latte caldo;
    polenta, polenta e formaggio, polenta e zucchero…;
    – peperonata;
    – puré di patate con noce moscata;
    – tramezzini con uovo sodo a fette e bresaola;
    – riso in bianco con peperoncino;
    – pane tostato / spaghetti con olio di oliva e basilico;
    – valeriana con mirtilli
    – polpa di pomodoro con fagioli e tonno
    – banane a rondelle con zucchero e limone
    – zabaione, risolatte
    – latte / acqua e menta
    Eccetera…!

Sperimentazioni random 🐁

Ricordo sempre che parliamo di come risparmiare, non di come salvaguardare l’ambiente o diventare chef o di scelte etiche – tutto questo può esserci, come fattore collaterale, in alcune “misure”, ma non è da lì che parto.

  1. Non tutte le acque potabili sono anche bevibili con piacere, lo sappiamo.
    Ma, siamo onesti: quanti davvero vivono in zone con acquedotti malridotti o nelle quali l’acqua sa di ferro o contiene quantità esagerate di calcare? Non così tanti.
    E allora: acqua del rubinetto; e dove esiste, per risparmiare anche quel poco, rifornitevi presso il centro comunale di distribuzione acqua: in questo frangente purtroppo no, ma spesso io piglio lo zaino e tre bottiglie di vetro, vado a piedi al centro vicino casa e gratuitamente riempio le bottiglie all’apposita fontana riservata per questo. La si può avere liscia o leggermente gasata, a temperatura ambiente e fredda.
    .
  2. Se siete tra chi ha continuato a lavorare, ed avete una pausa pranzo che vi consente di andare in mensa ma non certo di andare a casa e tornare, provate la schiscetta (o come la chiamate voi: i nippofili apprezzeranno sicuramente il bento – nella foto trovate tre esempi creati da Jamie Oliver).
    Potrete sempre concedervi un’abbuffata al buffet dei dolci, quando vi va, godendovela come se andaste al ristorante; ma vi costerebbe molto meno preparare abitualmente un contenitore con qualcosa di comodo come una pasta fredda, con gli avanzi della sera prima (che sono buoni anche se per noi, ormai, “avanzi” suona come “scarti”), ecc.bento-boxes-jamie-oliver
  3. E a proposito di avanzi, chi se la cava meglio in cucina può approfittarne per trarne i classici piatti “di recupero”: polpette, pasticci, ripieni…
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  4. Non solo gli avanzi si possono riciclare: oltre al succitato pane raffermo, che abbiamo sempre messo da parte per ammorbidirlo nel latte o nel sugo caldi,
    spesso con una pentola d’acqua faccio bollire e cuocere tre cose differenti (un ortaggio, un altro ortaggio o della frutta, infine pasta o meglio ancora una minestra così le vitamine non vanno perse),
    riutilizzo l’acqua di cottura della pasta (in cui l’amido ha un’azione sgrassante) per lavare i piatti
    o quella rimasta nel pentolino del caffé (bevo solo orzo solubile) che raccolgo in una caraffa per le piante, e ancora:
    quando mi capita e me ne ricordo, colleziono semi (ho via quelli di una zucca, per es., ma si possono anche acquistare ortaggi che abbiano ancora le radici, da mettere a dimora per ottenere una coltura gratuita, nonché piantare una patata nel terreno e lasciarla… agire. Ecco un’idea di cosa potreste farne).
    Infine, è una sciocchezza ma di fatto mi fa risparmiare (o avere a disposizione in omaggio: vedetela come preferite) ben la metà della confezione da 60, riutilizzo le bustine del thé. Ovvero: quando mi preparo una tazza con una bustina nuova, la uso e la metto da parte. Lo faccio per due volte, e la terza anziché usare una bustina nuova metto in infusione le due già usate, che scaricano ancora che è una bellezza: il sapore ed il colore sono altrettanto intensi.
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  5. Curate un orto, se ne avete lo spazio, il tempo e le capacità, o in alternativa provate almeno a far crescere, magari sul balcone o sul davanzale, qualche pianta rampicante e/o aromatica (è uno dei miei obbiettivi, ma non immediato, anche perché ho un trascorso di incomprensioni con il basilico di una mia amica che… ma lasciamo stare).
    L’autosufficienza in questo campo dà grandi soddisfazioni, e con poco potete intavolare piattini succulenti.
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  6. Un’altra cosa che tutti possono fare è raccogliere frutta. Io lo adoro perché da piccola mia madre mi portava sempre a “rubare” (tecnicamente per i frutti che escono dalle recinzioni e si sporgono su strada, e le piante che si trovano su suolo pubblico, non si tratta di furto… ma ho un’onorata tradizione di ladrocinio in famiglia, quello vero e quello di galline, e me la porto in giro, ecco).
    .
  7. Il risparmio non dovrebbe essere il primo, né tantomeno il solo motivo per una scelta simile, ma è indubbio che l’alimentazione vegetariana è più economica di una dieta che include molta carne.
    Tenerlo presente può essere utile anche soltanto per ridurre un po’, qua e là, l’impatto della carne sull’ammontare della spesa.
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  8. E quando citiamo il vegetarianesimo, tutti noi, credo, non immaginiamo una zuppa oppure un hamburger di verdure precotti: immaginiamo di cucinare, non importa se in modo più o meno elaborato.
    Dunque, per tornare all’inizio di questo post: al di là dell’autoproduzione alimentare (fare la pizza in casa costa meno che comprarla, ma non per tutti i cibi vale lo stesso…), è piuttosto evidente che tra comprare della materia prima, pulirla e cuocerla oppure acquistare prodotti confezionati, trattati, raffinati, precotti c’è un abisso – in termini di qualità, e di denaro.

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Ho ancora delle cose da dire, un po’ più specifiche, ma per questo vi do appuntamento al prossimo post di questa serie, che stiamo già a quota 1820 parole 😉

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Nelle puntate precedenti:
> Poveri noi .0: Rinunciare
> Poveri noi .00: Il rimedio è la povertà

Poveri noi .00: Il rimedio è la povertà

Ancora una parola, non mia, sulla povertà.
Una parola cristallina ed esatta, che vorrei proporre
come manifesto (ufficioso, povero anch’esso) del minimalismo.

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[di Goffredo Parise, 30 giugno 1974, Corriere della Sera].

«questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.
Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”.
Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo.
La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. questo è oggi la nostra ideologia.
E ora veniamo alla povertà.
Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.
Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.
Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare.
Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi.
Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro.
Il nostro paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano.
Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.
Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione.
Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.
Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale.
La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria.
La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».

Poveri noi .0: Rinunciare

David Alvarez
Opera di David Alvarez

So cosa significa avere la morte inscritta dentro – nel dna, quasi.
Per me l’abitudine alla perdita, ed alla conseguente forzosa rinuncia è diventata presto liberante: tutto ciò che resta è grasso che cola, e ne godo senza remore, ma nemmeno temo la sconfitta perché è come se già l’avessi vissuta ed assimilata in anticipo.
Mi è venuta ad appartenere, col tempo, una Weltanschauung per la quale la vita è un lungo fiume tranquillo, che riassorbe in sé ogni corrente tangente e mulinello pure presenti.

Parafrasando il film scritto e diretto nel 1986 da Étienne Chatiliez, La vie est un long fleuve tranquille, […] la vita, con i suoi lutti, i suoi cambiamenti drastici, le coincidenze ed i tanti sassi in cui inciampiamo lungo il nostro percorso, alla fine è davvero un lungo fiume tranquillo, che può offrire solo dolore a chi si oppone alla corrente o al contrario inaspettati squarci di gioia a chi invece comprende che bisogna imparare a navigare in mezzo alle rapide, così come nell’acqua stagnante della bonaccia senza vento.

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Una premessa sicuramente inattesa, forse poco immediatamente comprensibile, fungibile, per quella che vuole essere una serie di post molto pratici – non tanto su come si possa “fare economia”, cavarsela con poco, ridurre al minimo le spese (tutte cose che mi toccano), quanto sulle scelte, le accortezze, le strategie che io stessa metto in atto a questo scopo. Del tutto personali, dunque, ma spero stimolanti anche per i lettori, e che possano dare ad ognuno anche un solo, piccolo suggerimento, idea, riflessione.
Il punto è che se “fare” qualcosa per risparmiare, per campare con mezzi limitati è necessario, “non fare” qualcosa è ancora più importante. Non comprare, non sprecare, non uscire, non desiderare. In un unico, bellissimo verbo: rinunciare.
Se la parola vi spaventa, forse non soltanto i miei sproloqui teorici ma persino gli elenchi di azioni concrete potrebbero essere fuori portata per voi. Forse, dovete prima fare i conti – giustappunto… – con la vostra stessa concezione di risparmio.

“Siamo portati a definirci attraverso quello che abbiamo:
proprietà, soldi, opinioni e like.
Ma a rivelare chi siamo è quello a cui rinunciamo”.
[Jonathan Safran Foer, da “Possiamo salvare il mondo, prima di cena”]

Non voglio fare un discorso elitario. O disprezzare chi sceglie altrimenti, magari semplicemente puntando tutto sul portafogli e nulla sullo spirito: è giusto se è giusto per voi. Non nego però che vedo poche possibilità di reale riuscita, di reale cambiamento per chi pensa di potersi limitare un po’, ma senza rinunciare davvero a qualcosa. Si può raggranellare qualche centinaio d’euro ad esser bravi, si può allontanare la crisi, i debiti, le difficoltà finanziarie; ed è già molto. Ma questo è un tampone. Non incide sulla vostra qualità della vita.

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Sì, io sono un po’ fissata con la rinuncia, meglio essere onesta. A ciascuno il suo, qui voglio condividere e proporre, suggerire, non disporre di come altri debbano agire. Ma è da qui che parto, idealmente, e ad ogni mia mossa in genere è sottesa questa ottica.

Una fastosa povertà ed un servile lusso. (cit.)

Niente filosofia aulica: facciamola semplice e prendiamo ad esempio il cibo.
Vuoi per scarsità di soldi, vuoi per scelta alimentare, vuoi per necessità fisiologica, c’è una cosa che la mentalità corrente non si sognerebbe mai di vivere come una rinuncia consapevole, libera; ed è il mangiare meno, o non mangiare affatto.
Mangiare in minor quantità perché i contanti per la spesa sono quelli che sono.
Mangiare solo alcuni cibi perché il nostro corpo altri non li tollera.
Evitare i prodotti animali perché vegetariani.
Digiunare periodicamente perché riequilibra l’organismo, o per pratica religiosa.

Accade che un giorno mi rendo conto che
mangiare diversamente non è una rinuncia, ma uno stimolo.
E accade soprattutto che non vedo questa decisione come un limite, piuttosto come una sfida.
[…] Michela. Le ho chiesto come avesse fatto lei i primi tempi a gestire i pranzi in famiglia e le situazioni conviviali, e la risposta è stata talmente semplice che mi ha spiazzata:
Non mangiavo, punto. A costo di farmi pane e olio”.

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Io sono così. Piuttosto ascetica, un pizzico monacale – ma soprattutto, tanto tanto maniacale, iper-organizzata, squadrata – e immagino emergerà… facciamo allora, dài, che questo post lo definisco uno “scarabocchio introduttivo”, e lo numero con lo zero; così poi andiamo sul concreto, sulla ciccia 😉 E ciao.