La saga del Mascheraio .3: Anorexia

anorexia

Mi accosto a questo tema con un certo timore, perché è delicatissimo e perché in questi giorni si sta parlando della morte di Lorenzo Seminatore, ventenne torinese, a seguito di una ricaduta; una vicenda dolorosissima per più di un motivo.
Metto subito in chiaro che io ho avuto solo un assaggio, molto amaro, di ciò che può portare a rifiutare il cibo. Non pretendo che sia indicativo o esaustivo, ma mi impongo di parlarne perché può significare molto.
I primi due post di questa serie erano introduttivi, il terzo difficile – rendere l’idea di quanto una persona possa essere tossica, a chi non sperimenta quel tipo di legame, lo è -, ma questo quarto è ancora diverso: è spaventoso. Non consente ironia, non concede sorrisi. Può solo, spero, fare il suo lavoro e toccare il cuore di qualcuno.


L’interruttore è scattato una sera d’estate.
Ero a cena dai “ragazzi”, cioè da Andrea e dal suo compagno – lo chiamerò Stefano -: pasta con panna e broccoletti. Dico “ero a cena” poiché ero stata invitata a restare dopo un pomeriggio in città… tre coperti, tre porzioni, e poi quella che doveva essere una comune serata in compagnia ha preso una piega brutta e surreale.
Poco prima che ci mettessimo a tavola, è passato da casa uno dei loro amici più stretti, naturalmente parte anche del gruppo di gioco. Non ricordo di cosa si trattasse, ma doveva recuperare un oggetto prestato.
L’ho vista accadere sotto i miei occhi in una frazione di secondo, una banalità che però ha influito pesantemente sulle mie settimane successive: come nulla fosse, Andrea ha invitato a cena “anche” quest’amico, spostandogli la sedia perché si accomodasse mentre io ero lì sul divano ad attendere. Ma non c’è mai stato un piatto in più, nessun “aggiungi un posto a tavola”; le porzioni fatte sono state portate in sala ed io, prima di defilarmi, sono rimasta qualche minuto ad osservarli mangiare con noncuranza.
Ero stata ignorata. Ero stata sostituita.
L’episodio in sé, per quanto mi avesse ferita, non è stato che il fattore scatenante. Da solo non avrebbe potuto sprofondarmi nel circolo vizioso che è seguito, ma è evidente che ha rappresentato solo la punta di un immenso iceberg fatto di mancanze di riguardi, villanìe, piccole e grandi prepotenze, umiliazioni.

Di nuovo – perché era già accaduto e non sarebbe stata l’ultima volta – dopo quella sera ho interrotto i contatti con Andrea. Unilateralmente, ma del resto in nessuna di queste occasioni lui ha mai fatto neppure il più elementare tentativo di recuperarli, o anche soltanto di chiedersi dove fossi, come stessi, perché non mi facessi più sentire.
Di fatto, gli ero indifferente.
E di punto in bianco ho smesso di mangiare, quasi del tutto.
Sulla mia psiche è calata una mannaia e per due, tre settimane, pur non frequentandolo più, ho saltato pasti, o mi sono nutrita di poco, spesso levandomi quel poco dallo stomaco subito dopo.
Dentro di me qualcosa urlava che non meritavo di esserci, di esistere, di essere nutrita: una persona troppo importante per me mi aveva letteralmente negato il nutrimento, sia fisico che affettivo, ed io me lo sono negata a mia volta: per punirmi, per per lasciarmi scomparire, per annullarmi.
Sono scivolata su un masochistico piano inclinato mossa dal senso di colpa per non essere abbastanza, per non essere giusta; ho inseguito l’autodistruzione ed ero anche consapevole di cosa stava succedendo, eppure da sola non riuscivo a fermarlo. Come Lorenzo, avevo una famiglia bella, non disfunzionale: non era da lì che nasceva il problema, ma dalla relazione “tossica” con Andrea che insistevo a tenere in vita. A scapito della mia.
C’è sempre una carenza relazionale, un bisogno insoddisfatto di essere visti, considerati, accettati ed amati, dietro all’anoressia. Come giustamente è stato detto, l’anoressia non è la patologia in sé, ma un sintomo della patologia psichica che va a mascherare: non è il corpo, non è la bellezza, non è il cibo il problema; il problema è il sentimento di inadeguatezza, la convinzione intima e non razionale di non meritare la vita, perché privi di valore. Il dilemma coinvolge alla radice il desiderio e la pulsione alla vita.
Chi smette di mangiare non vuole dimagrire, vuole morire.
Non vuole essere bello, vuole essere amato.
Rifiuta la vita perché su una sua fragilità di fondo si è innestato il messaggio, di solito indiretto, di terze persone che quella vita la dichiarano priva di valore. Insufficiente. Non all’altezza.

•••••

Non ho mai avuto, né prima né dopo quell’estate, disturbi alimentari.
Anzi, ho sempre goduto con grande piacere del cibo.
Eppure ne ho sofferto allora, in modo atroce, contro la mia volontà e con sommo stupore, contro l’evidenza del profondo affetto che la mia famiglia ed i miei amici (quella e quelli veri: non la pseudo-famiglia, i falsi amici che di questi titoli avevo impropriamente fregiato) mi garantivano.
Ma per fortuna quell’affetto, quell’amore esistevano ed erano più forti.
Lo sono stati per me, che mi ero soltanto sbilanciata ma avevo ottimi contrappesi a riportarmi indietro; mentre per altri, come Lorenzo, non sono bastati perché si sono scontrati contro un mostro di fine livello troppo grosso e feroce.
Ce l’ho fatta, infine, non perché io ero forte, non perché oggettivamente forte era l’amore dei miei per me (ed io lo sentivo), ma perché semplicemente l’equilibrio della bilancia tra le spinte interiori (il desiderio di umiliarmi perché non fossero altri a farlo, di espiare una presunta colpa) ed i loro svantaggi (il dolore che provavo facendo soffrire i miei genitori, ed in particolare mio padre), si è nettamente spostato verso quest’ultimo.
Di fatto, e voglio che sia un chiaro monito, non però un invito al fatalismo, né io né altri abbiamo avuto alcun reale controllo su ciò che stava succedendo.

Un’altra sera, un’altra cena: al lago, con la mia famiglia, nel “nostro” ristorante. Ordino uno dei miei piatti preferiti, gnocchi al gorgonzola. Ne mangio uno, due. Poco convinta. Poi più nulla. Mi alzo, vado in bagno, cerco di vomitarli e non ci riesco neppure. Torno al tavolo, ma il piatto resterà lì, pieno, accusatore.
Ricordo mia madre che mi chiede se non mangio. Con la sua ingenuità, la sua innocenza, neppure lontanamente immaginando.
Ricordo mio padre che non mi chiese nulla, ma con lo sguardo diceva tutto. Sapeva che qualcosa non andava, è sempre stato il mio gemello simbiotico, avrebbe avvertito che ero infelice, che mi ero sbucciata un ginocchio, che avevo il raffreddore anche a centinaia di chilometri di distanza.
Ed io non stavo facendo del male solo a me stessa, ma a lui.
Un dolore straziante, impossibile da tollerare.
Mi ha dilaniato, questa piccola orrenda immagine, tanto che la notte ho pianto l’anima ed il giorno dopo ho ripreso a mangiare. Lenta. Un boccone, due bocconi. Ho detto a me stessa è finita, è finita, era solo un’indisposizione. Ho ripreso a vivere, senza fatica, immediatamente, perché io sono amata.
Ma ripensarci mi dà ancora i brividi. Scrivendo piango, e molto.
Non per me. Io sono salva. Per quel pezzetto di cuore che ho tagliato a mio padre in quelle settimane, quella sera, per quello che, piccolo o grande, è stato ucciso in noi.
Io mi sono perdonata, ma non posso non chiedere ancora una volta scusa alla carne della mia carne, al sangue del mio sangue, per il terrore che hanno dovuto provare vedendo una figlia spegnersi senza un perché.
Perdonatemi. Troppo vi ho trascurato in quei frangenti, arrivando persino a definire famiglia una schifosa impostura che mi ha tolto immensamente più di quanto mi abbia mai dato. Noi ci amiamo e non abbiamo bisogno di dircelo, perché l’affetto che ci lega non è ancora perfetto ma ha raggiunto un grado superiore. Non ne abbiamo bisogno, ma ce lo diciamo ugualmente, ogni giorno, perché ci piace. Perché ci va.

Consolazioni

cuore2

Sono giorni diversi. Mi sento triste, mi manca molto mia madre.
Mi rintano, mi avvolgo in una coperta e chiudo le labbra.
Abuso di televisione e di dolci, in cerca di una compensazione emotiva.
Cerco consolazioni. E le trovo.
Sono queste, le voglio ringraziare tutte:

  • la voce degli amici.
    E soprattutto i loro messaggi, quando di parlare non me la sono sentita;
  • il gatto bianconero incontrato per la strada. I merli, le cornacchie e gli aironcini che hanno popolato il campo stamane, dopo che il contadino aveva sparso il letame;
  • gli occhi di madonna nel prato del condominio;
  • il riscaldamento di casa e la coperta morbida in cui mi nascondo;
  • le banane fritte caramellate;
  • i libri. Il loro odore, il loro fruscìo ed il loro dolce peso. Soprattutto, il bel Lamentation di Joe Clifford che mi sta coccolando adesso;
  • il mio letto, rifugio sicuro, caldo silenzioso e riparato dalla luce.

Sono un mito .5: Come bambini

Vi lascio un ultimo post, più leggero e allegro, sulla malattia
prima di mettere la serie in pausa natalizia-capodannesca.

Mito

«In verità vi dico:
se non vi convertirete e non diventerete come i bambini,
non entrerete nel regno dei cieli. […]
Mt 18,3 [Fonte]

Ne parlerò diffusamente, o almeno questa è la mia intenzione, ma oggi riassumo: mia madre, negli anni, sempre a causa della MELAS era diventata completamente sorda. E le possibilità di comunicare con lei erano molto ridotte, dato che non avrebbe potuto, neanche volendo, imparare la LIS (non ne era in grado), che ci hanno proposto l’impianto cocleare troppo tardi (…) e che i semplici apparecchi acustici da un pezzo non bastavano più.
Abbiamo naturalmente sviluppato qualche piccola strategia per parlare tra noi, anche un po’ oltre il minimo necessario; ma di fatto è sempre stato difficile.
Ciò che voglio consigliare oggi, a familiari / amici / compagni di sordi ma, in verità, a chiunque, è però piuttosto di non parlare affatto.

  • Abbracciate. Accarezzate. Baciate. Strofinatevi naso contro naso.
    Dedicatevi col massimo impegno a coccole, grattini e massaggi. Il tatto! Il tattooo!!!
  • Fate gesti comuni, che si possano intendere, e provatene altri non codificati, ma che vi stanno comunque simpatici. Adottate quelli che funzionano meglio.
  • Conoscente il codice Morse? Usate il Morse con le dita. O con una torcia. O su carta.
    Lui / lei è bravo/a a distinguere le lettere tracciate con le dita sulla schiena? Scrivete dei messaggi sulla schiena.
  • Lui / lei non può sentire la musica. Tamburellate a ritmo su qualche punto del corpo dove non faccia male – non sarà come sentirla, ma è divertente, e quanto ad altezza e timbro volendo potete compensare in altri modi.
    Create vibrazioni. Raccontate la musica con dei paragoni allosensoriali.
  • Ballate.
  • Avete mai mangiato con le mani? Provateci.
    E scambiatevi anche il cibo, in questo modo.
  • Poi giocate.
    Io ho conservato uno di quei nastrini rossi con attaccato un campanellino, quelli che si trovano legati al collo degli animaletti di cioccolato della Lindt. Ogni tanto lo passavo a mia mamma e lei sapeva che doveva sventolarmelo davanti… mentre io cercavo di acchiapparlo imitando un gatto. Io mi ci divertivo perché sono un po’ bambina dentro, ma sono riuscita a far tornare a galla anche la bambina che era in lei e finiva per ridere di gusto, fino alle lacrime.

Così, per esempio.

trasferimento (3)

Te Deum (Ottobre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • le castagne raccolte nel bosco che la mia vicina mi ha regalato (le prime caldarroste della stagione!), i melograni aggràtise che ho prelevato dal nostro giardino, ma anche la lumachina sulla tomba al cimitero e la cavalletta tanto carina che s’è posata sul mio cactus, e ha avuto la pazienza di lasciarsi fotografare:

 

  • il foulard sui toni del beige e del marrone trovato all’associazione, che sarebbe piaciuto alla Mater e che s’abbina bene con la matita occhi che uso di solito;
    .
  • a proposito dell’associazione, grazie per la rumena-volontaria nuova, che sembra una a posto, e per la rumena-badante, che mi fa ridere un casino, e in quel posto grigio et noioso ci vuole;
    .
  • M., l’infermiera del Cps, con cui si parla di parrucchieri e di soluzioni organizzative per evitare di saltare i pasti – ed è una personcina interessante;
    .
  • i sorrisi delle persone che incontro per strada, che palesemente mi conoscono e mi salutano, o addirittura mi fermano per chiacchierare (la metà delle quali non ricordo mai chi cazzo sia. Ma come dicevo qui, ho imparato a mentire… white lies, white lies! Prima o poi risponderò al saluto sbagliato, di qualche maniaco che lo prenderà per consenso alla carneficina);

 

  • la serata in biblioteca a tema marinaresco, caruccia; lo spettacolo de Il magico baule che spacca sempre; il ritorno al cinema – cercherò di non lasciar passare altri tre anni alla prossima volta;
    .
  • Tea, la gatta di L., che ho battezzato io in onore della regina  longobarda Teodolinda. Sfranfugnarle la moquette sulla pancia è un sogno proibito:

 

  • le giornate di caldo extra, che non sono un bel segnale per il nostro clima ma che personalmente mi sono goduta assai, riscaldando le mie stanche ossa al sole sul terrazzo;
    .
  • la pizza di Birbes, goduriosa, e soprattutto Pino lo strano che ce l’ha comprata e consegnata – prima di defilarsi. Il sogno di tutte le (ex) mogli (cioè della mia amica), ma, comunque, strano 🙃 C’è in programma anche un caffé da lui per un disbrigo di pratiche, Dio solo sa cosa ci farà trovare davanti 😙;
    .
  • il calore di casa propria quando si rientra dalla pioggia esterna e si indossa il pigiama prelevato bollente dal calorifero;
    .
  • i due giorni da zia M., tra coccole, buon cibo, e tane tranquille in cui rifugiarsi;
    .
  • il contributo economico del Comune (fondamentale) e quello dell’amico S. (provvidenziale).

Te Deum (Giugno 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • la certezza che “siamo nati e non moriremo mai più”. Una certezza pre-razionale, atavica, quella che avevo da bambina;
  • L. e D., che mi hanno scaldato il cuore nei momenti più pesanti ed incasinati;
  • S., che mi fa sentire pensata ogni giorno ma in modo leggero: condividendo soprattutto le cose minime, e Nonna, che non è la mia nonna, ma è diventata una nonna condivisa;
  • tutto il cibo preparato, conservato e lasciatomi in eredità da mia madre; e tutto quello ricevuto in carità; il centro di distribuzione d’acqua gratuita;
  • quel bel ragnetto baffuto che mi ha fatto compagnia gironzolando per casa;
  • le gazze in volo fuori dalle mie finestre – ma anche i piccioni che mi hanno divertito cercando di costruirsi il nido sopra i miei vasi di erba di Santa Teresina. Devo certo avergli creato delle serie frustrazioni levando ogni volta i rametti;
  • il nuovo bocciolo di rosa fiorito dalla piantina sul balcone:

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  • il campo arato di fresco dietro casa e l’odore di campagna alla sera;
  • il silenzio, la solitudine, la quiete; quel rombo basso e costante che la notte mi fa pensare che la terra, girando su se stessa, produca un suono;
  • il concerto per organo RV439 di Vivaldi (“La notte”);
  • Radio Maria e TV2000 (in particolare per la trasmissione del rosario da Lourdes);
  • l’odore della carta stampata, della terra bagnata e della benzina;
  • il sorriso della donna indiana? pakistana? incontrata al centro di distribuzione acqua comunale; un bacio (né casto né malizioso) stampato sul collo ad un uomo interessante;
  • l’allieva della scuola professionale parrucchieri che è andata in crisi durante l’esame finale, ma è riuscita comunque a terminarmi taglio e colore!;
  • l’origano, la cannella e il cacao amaro;
  • le mattinate sul balcone a leggere ed i pomeriggi sul balcone a prendere il sole: sembrava davvero d’essere al mare!;
  • tutti i rettili che mi rallegrano le uscite: le lucertole del cimitero, la tartaruga di terra (nel giardino di quella villetta a schiera davanti a cui passo sempre)…;
  • la tortora Rodolfa che ha fatto il nido sopra il braccio meccanico della mia tenda da sole, sul balcone. Le ho intimato di non scagazzarmi addosso, pena finire in forno con le patate, ma Tu sai che non lo farei mai, la amo troppo;
  • il pennuto Alfredo (un tacchino, forse?!) che abita il laghetto nel nuovo parco cittadino:

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  • le succose discussioni su cinema e dintorni di cui posso giovarmi in questo vasto lago che è WordPress (è bello essere tornata a casa);
  • il fatto di avere un tetto sopra la testa – che non è scontato;
  • la vecchina che ha fatto su e giù col carrello tra supermercato e casa per tutta l’ora e mezza che son rimasta ad aspettare quei caproni della cooperativa che m’han bidonato (si può dire caproni in un Te Deum?), e che impietosita mi ha persino regalato una moneta per il caffé. Beata donna, appena ho potuto altro che caffé, ho trangugiato 2 litri di roba tra succo d’arancia da frigo e affini… conservala idratata e in salute.

Libri .4: La gioia del riordino in cucina, Roberta Schira

Purtroppo non posso dare più di tre stelle a questo libro: se la prima parte, infatti, ne vale cinque (nel suo trattare con semplicità ma accuratezza temi anche complessi come gli aspetti antropologici e psicoanalitici del cibo e della cucina, intesa sia come atto che come stanza), la seconda parte invece mi ha deluso: l’ho trovata dispersiva e a tratti ammiccante ad uno spiritualismo mediocre. Come se la parte introduttiva e quella più pratica fossero state scritte da due persone differenti!