Libri .8: Passeggiate nei prati dell’eternità, Valeria Paniccia

Un’escursione-conversazione in territori cimiteriali (per la gran parte italiani, e questo è un valore aggiunto) dell’autrice accompagnata, passo passo, da personaggi noti e meno noti ma sempre prodighi di informazioni, aneddoti e opinioni sui “grandi sepolti” incontrati lungo i viali.
Gli scambi di battute tra la Paniccia, autrice anzitutto televisiva, ed i suoi ospiti si alternano a corsivi descrittivi, di memoria, che punteggiano il testo e ne fanno qualcosa di ritmico e dinamico – tutt’altro che morto.
Assegno sul sito del circuito interbibliotecario quattro stelle e non cinque; per l’unico motivo che, personalmente, sto trovando la scelta degli interlocutori e la piega delle loro dissertazioni troppo inclinate verso una Weltanschaaung materialista e agnostica, per non dir altro. Ma sono ancora a metà.

L’argomento cimiteriale, che non mi angoscia anzi m’attira, mi è divenuto familiare per la prima volta leggendo Grigorij Tchkhartichvili, alias B(oris) Akunin, romanziere-saggista che ne Le città senza tempo mescola le sue due anime in modo suggestivo. E’ un libro il suo che ho amato molto, contrariamente ai suoi racconti e romanzi con il detective Fandorin o suor Pelagija.
L’ambizione è quella di passare dalle sole letture in tema all’esplorazione personale dei luoghi (in Italia, sempre: per me l’estero è divenuto del tutto proibitivo).

Le cose che contano

Poche sono le cose che contano nella mia vita quotidiana, spicciola.
Tutte mi sono raggiungibili nell’arco di un chilometro quadrato attorno a casa:
la biblioteca
il cimitero
il supermercato
la piazza
e tutte hanno una densità specifica di significato pari a quella di una stella nana.
Non mancano le interconnessioni: come in biblioteca si sfogliano libri e documenti vivificando con ciò stesso il loro contenuto ed il nostro proprio, così al cimitero si sfogliano volti e ricordi, che interrogano più il presente ed il futuro di quanto non facciano col passato.
Come in una piazza la vita altrui si espone al nostro sguardo, così all’interno di un supermercato siamo noi ad esporre, ad astanti e commessi – più raramente alla nostra personale attenzione, rivolta altrove – l’intimità delle nostre viscere: quelle letterali, di cosa le riempiamo, e quelle metaforiche, psico-morali, esibendo un perché a noi stessi spesso celato.

Non occorre girare il mondo per perdersi e ritrovarsi.