Joker, o della fortuna, della Grazia e della volontà

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A distanza di giorni dall’ultima considerazione su Joker, mi imbatto in questo brevissimo e fulminante post della stimata Nihil Alieno (suora, preside, accanita lettrice). Tanto breve e incisivo, e poi deliziosamente interrogativo anziché chiuso nelle proprie con-clusioni, che posso riportarlo – e riportare la mia risposta, che spero essere altrettanto pro-vocatoria – in uno screenshot (le emoticon squadrate le ho aggiunte io, con lo strumentino di Opera).
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In un’ottica umana, fatti salvi i casi eccezionali delineati dalle attenuanti – la tanto discussa infermità mentale compresa -, la responsabilità individuale resta non solo un punto fermo ma anche un “fuoco” centrale del discorso e della riflessione sulla colpa.
In un’ottica cattolica, la responsabilità individuale permane e forte, ma è “solo” una premessa ad un secondo elemento qualificante l’orizzonte di senso di una vita (e di una vita oltre la vita) intera: vale a dire la nostra creaturale non autosufficienza, la nostra limitatezza, il nostro essere argilla sbriciolata se non lasciamo che operi in noi la Grazia divina, quella cosa che unica può trarre dal fango una pasta malleabile e tradurla in un vaso.

[Consiglio, pur non condividendo la tesi di fondo, questo bel post de La baguette sotto l’ascella – cioè Il buco con l’attore intorno. E non perdetevi, vi prego, lo spassoso montaggio di scene in cui Cage – coadiuvato dalla musica di Mansell – dimostra che, per essere sciroccati, non occorre alcuna brutta giornata: basta urlare, gesticolare, schiaffeggiare perché sì ❤ ].

Film .27: Insidious 3, L’inizio

Voto: 4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐

Che senso ha vedersi il terzo capitolo di una saga senza aver prima visto gli altri?, direte voi. Semplice: Rai4 (sempre sia benedetta) lo passava in seconda serata – prima, ovviamente, Montalbano -, e dato che si tratta di un prequel cioè di un antefatto, era l’occasione perfetta per decidere se valesse la pena dare un occhio ai film usciti prima nelle sale, ma successivi cronologicamente.
Leggo che James Wan, detto “il giocattolaio“, ha diretto appunto gli altri due, mentre quest’ultimo l’ha preso in mano un certo Leigh Whannell – che tutti voi conoscerete, ma io no. Prima regia, per altro, quindi maggior merito.
Non perché sia un film imperdibile, a meno che uno non sia un critico e nello specifico un critico di horror, ancorché magari puramente blogger non pagato da nessuno, ma insoddisfatto se non può esprimersi sull’universo ed ogni sua sfumatura.

E’ però interessante per alcuni motivi:
primo, nonostante vi compaia un demone chiamato l’uomo che non respira, la storia è di ampio respiro (ahem). Non dispersiva, ma nemmeno, grazie al cielo, tutta giocata in rincorsa. In parte, forse in massima parte, dipende dal fatto che parla non tanto del demone (forse perché chi ha seguito la saga in ordine di uscita ne sa di più?), quanto di questa ragazza, quinn – scusate, il solito problema con le q maiuscole. Del suo lutto (non è affatto un film deprimente, ma sì, se ne parla poco, bene ed apertamente. La depressione è per altro citata dal personaggio umanissimo e schiacciato dal giusto peso, mai melodrammatico, che un medium si porta addosso).

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Secondo, come appena detto: malattia, perdita, depressione, disperazione e suicidio; tutta roba toccata lateralmente per non spaventare il pubblico, mascherata da qualche jumpscare da maledizione lanciata ad alta voce, ma del tutto random e palesemente di copertura.

Ognuno dei personaggi è toccato dalla tragedia, dalla malattia o dal suicidio.
Il modo in cui affronta tali tragedie determina se diventerà vittima dell’oscurità.

Molto semplice, ma semplicemente reale.
Chi vorrà vederci solo dei demoni ne vedrà, è un prodotto più che vendibile.
Chi è stato toccato da una delle disgrazie di cui sopra, e se l’è macinata, costretto per altro a rimanere inchiodato e non poter far null’altro che macinarsela, come quinn che a seguito di un incidente provocato dal demone si divide tra letto e carrozzina (e sul gesso ha solo una firma, povera); chi deve capire capirà.
Metaforone? Non saprei, ma propendo per il no.
Se seguite il link e leggete l’articolo da cui ho preso la citazione (è in inglese), scoprirete che si potrebbe anche discutere della materia della colpa, della partecipazione al proprio stesso male (c’è differenza, etica e non sociale, tra chi muore di un cancro imprevedibile e chi ha partecipato attivamente al suo nascere – leggasi ad. es.: un fumatore? Che differente destino attende chi ha ceduto al dolore e alla paura, uccidendosi prima che lo facesse la malattia, e chi invece è rimasto al proprio posto?).

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Terzo, il film si prende in giro, e nella sua risata c’è una leggera nota acidula: impossibile non desiderare di prendere a pedate nel didietro quei mattacchioni di finti ghostbusters televisivi, che del tutto seriamente approcciano una situazione grave e dolorosa con la spensierata seriosità di chi ha un successo mediatico.
Eppure la medium quella vera, Elise, al termine se li rivolterà come un calzino e si farà prendere sottobraccio da entrambi. Stilosa.

quarto ed ultimo, un banale dettaglio che magari, dico davvero, racconta qualcosa solo a me. La scala che conduce al piano interrato in casa di Elise, con quei motivi geometrici molto anni ’70 – e le sfumature di rosso – mi hanno fatto venire in mente le sequenze finali delle prime due stagioni di Twin Peaks, la Loggia Nera insomma.
E poi, c’è simmetria, e come scrivevo per Suicide Squad la simmetria è oro per il mio senso estetico.

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Elogio della Supertutina

Mi pare sia stato Leo Ortolani a cogliere in pieno le differenze tra DC e Marvel:
la DC cammina in processione e prega sui propri peccati,
la Marvel fa il trenino di Carnevale, brindando e cantando.

Lucius Etruscus su questo blog

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Ecco, io sono una DC-girl, su questo non ci piove.
Ma non è dell’eterna lotta tra Marvel e DC Comics che ho in animo di parlare, bensì dell’eterna lotta dell’uomo contro il suo peccato. Peccato – questa parola volgare! Avreste mai detto che una persona illuminata come me, ancorché cattolica, potesse credere seriamente al peccato? In quest’epoca di abolizione del giudizio, poi!
Bene, meglio sapere presto se non subito con quali bestie si ha a che fare; internet poi è pieno di squali e di squale (tu chiamale, se vuoi, pari opportunità in politically correct sauce).

Ma dicevamo del peccato.
Dovete sapere che si può peccare non solo per opere ma anche per omissioni; non solo per parole ma anche per pensieri. A molti ciò pare ingiusto: se desidero ed immagino una cosa, ma sfogo il desiderio appunto nel pensiero e non lo trasformo in realtà, che colpa ho?
La realtà.
Sembrerebbe un’idea ragionevole, se non fosse che realtà non è concretezza, tangibilità.
Il pensiero di un mandarino (la prima cosa che m’è venuta in mente) è intangibile, astratto, potremmo dire con Magritte: “ce n’est pas un tangerine”, o come diavolo si chiamano in francese. Non è tangibile, non è concreto (se con ciò intendiamo: materiale), ma è del tutto reale, è reale quanto il mandarino fatto di spicchi, fibre, acqua e buccia che staziona nella fruttiera di cucina.
Il pensiero trasforma la realtà concreta. Ed è inutile accanirsi per stabilire se sia la realtà per prima che crea il pensiero oppure il pensiero che crea per primo la realtà; sarebbe come voler stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, e ciò che conta è soltanto che entrambi, pensiero e realtà concreta, esistono altrettanto validamente e si influenzano a vicenda.
Perciò, ecco: anche pensare (il male, o malamente) è peccato.
Bruce Wayne che medita, per una volta e tanto per cambiare, di torcere il collo al criminale di turno anziché acciuffarlo e consegnarlo a Gordon perché lo sbatta in galera; sta già cadendo nel peccato. E lo sa! Non c’è bisogno che compia attivamente il male per esserne macchiato, già fantasticandolo e cullandone l’idea se ne macchia, già così ha bisogno di redimersi.
Non per il piacere di un vouyeur dell’anima quale viene considerato Dio da certuni, ma perché se l’uomo è uomo e non animale, ha volontà e coscienza tali da conferirgli potere sul proprio Sé. E, come ben sappiamo, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

Allo stesso modo, il giudizio espresso da un supereroe su un criminale – o la minaccia proferita nei suoi confronti – sono già una punizione per chi li incassa; proprio come l’ammonimento di un sacerdote, magari in confessionale, è sufficiente a sollevare gli effetti dell’inferno dentro un Daredevil senza che questi debba sperimentarlo in via definitiva: non diversamente che per il paradiso, è un già ma non ancora.
Non c’è galera o manicomio che possa eguagliare il potere annichilente di un verbo autorevole che afferma la tua posizione rispetto al bene, precisando che tra questa e quello esiste una distanza pari, direttamente proporzionale, alla tua sofferenza morale.
Sofferenza morale che non è sofferenza psicologica: non ci sono in questi frangenti contorcimenti emotivi, o comunque non sono lampanti, se ci sono, sono l’effetto e non la causa dello spavento che prende il peccatore davanti al suo peccato squadernato.
Vi ricorda qualcosa?
Nient’altro che il secondo ed il terzo dei Novissimi; giudizio ed inferno.
L’inferno, sia chiaro, non è il castigo inflitto dal dio trinitario – o dal semidio kryptoniano, o dall’umano che esegue la giustizia -; è, in negativo, l’assenza di quel benessere, di quella compiutezza, di quella realizzazione totale che è una cosa sola con chi alberga nel cuore di Dio. O, se volete, del “bene” sommo, del bene senza mezze misure.
Proprio ciò che più di ogni altra caratteristica molti odiano tanto in Dio, quanto in un supereroe. Perché non ti permette di scaricare sull’intransigenza di Chi hai di fronte, e ti legge dentro, la colpa del tuo destino: la causa di una sorte dannata è solo tua che autonomamente l’hai scelta e lasciata entrare dentro, un Altro più grande o più giusto può “soltanto” indicarla – testimoniarla.
Ed ecco perché un supereroe arriva sempre al suo scopo, non fa mai minacce a vuoto: la sua minaccia è sempre, a prescindere, un giudizio di colpevolezza, un mero rilevare l’inadeguatezza, e come tale un pugno in faccia (chiedo scusa per la rimaccia).
In altre parole, dal punto di vista narrativo concordo con Lucius che si scoccia delle continue minacce a vuoto delle supertutine… ma dal punto di vista etico, le trovo ineccepibili 😉

 

Decluttering .1: A mo’ di prefazione

 

Due parole spicce per spiegare cos’è il decluttering e di cosa diavolo vorrebbe parlare questa nuova infornata di post a tema, che magari vi farà storcere il naso, oppure chissà: potrebbe persino incuriosirvi.
Fare decluttering non significa altro che liberarsi degli oggetti – fermiamoci agli oggetti! – non più utili, non più graditi, che non ci corrispondono più: insomma di tutti quelli che a vario titolo e per vari motivi si sono trasformati in (o sono sempre stati…) ingombri inessenziali che generano disordineconfusione.
Ecco qua: tre parole chiare e semplici, e via andare; così che i non minimalisti, se mai volessero leggere oltre, abbiano almeno un’idea di cosa sto dicendo.
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E ciò che sto dicendo è questo: che a seguito della perdita di mia madre, fra mille altre conseguenze, ce n’è una sostanzialmente e solamente positiva: ho ottenuto, sto acquisendo, una libertà di scelta, una libertà di azione, un’auto-nomìa molto vaste, che erano sempre rimaste compresse ed inesaudite.
Non è colpa di nessuno: ma prima non ne potevo godere, ora sì.
Ora posso stabilire in maniera del tutto franca gli orari della veglia, o dei pasti; decidere cosa vedere in tv – o di non vederla affatto; e via enumerando tutte le infinite casistiche del piccolo vivere quotidiano.
Ma soprattutto, per quanto rimpianga mia madre e la reincontri con amore cento volte al giorno nei gesti, nei ricordi e appunto negli oggetti, risulta per me liberante veder crescere la consapevolezza che non sono più un elemento di una diade inscindibile: sono un individuo, ora. Non un’isola, certo; ma una persona individuabile nelle sue fattezze e nel suo vissuto – di nuovo – come autonoma.
E in autonomìa, basandomi solo su ciò che sono, posso ora determinare cosa avere attorno. Cosa conservare e cosa lasciar andare. Prendere ogni oggetto e deciderne il destino sulla scorta del destino che desidero per me.

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.E’ un lavoro lungo.
Esistono, sì, persone che han fatto del riordino, del decluttering, insomma del repulisti  come lo chiama Dee di Green Simple Living (e come anche a me piace spesso definirlo)  una professione prima, e poi una proposta da attuare once and for all – una su tutte, la più nota, Marie Kondo.
Non è un metodo sbagliato: è un metodo fra gli altri.
A mio avviso molto più efficace degli altri, ma ad ogni modo non adatto a chiunque.
Così anch’io, minimalista ormai da anni (il minimalismo va oltre il mero decluttering, ma non mi ci soffermo troppo), mixo regolarmente picchi di decluttering massivo a lunghi periodi molto più rilassati.
E’ un periodo, questo, nel quale però un’opera di selezione ed eliminazione massiccia ha sicuramente la sua massima ragion d’essere, perciò è a quest’opera che mi sto accingendo a dedicarmi; senza tuttavia fissare tempistiche o altro, almeno per ora.
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L’universo / insieme “minimalismo” ha molte diramazioni e quasi altrettanti correlati che lo toccano in modo tangente.
Ad esempio il movimento zero waste, che in buona sostanza mira a ottenere – sempre a livello personale – la maggior percentuale possibile di riduzione degli scarti, dei rifiuti, dell’impatto ambientale (vallo a raccontare alla vicina che lancia dalla finestra borsine di plastica zeppe di umido e secco, direttamente dentro il fosso restrostante).
Oppure gli argomenti legati alla decrescita felice, alle tiny houses, alla sobrietà alimentare – e a proposito di sobrietà, come non pensare alla resistenza al concetto moderno ed al bisogno, certo non vano, di ridefinirlo in chiave cattolica di alcuni osservatori?
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Ma esiste anche un altro, enorme, mondo / insieme che in qualche modo e misura va ad intersecarsi con quello del minimalismo: ossia, la povertà. Eh sì.
Non dovrebbe esserci bisogno di spiegarne il perché, ma vista la lunghezza ormai raggiunta dal post e la voglia che ho di raccomandarvi Donna delle pulizie di Stephanie Land, al quale avevo accennato qui, perché no: vi riporto un paio di brevissimi estratti.

Potevo rivolgermi a un banco alimentare. Ma non c’erano contanti per arrivare a quello che effettivamente mi serviva per sopravvivere.

[…] essere poveri equivale a essere colpevoli [e parassiti].

Ora, a chiunque fosse – bontà sua! – arrivato sin qui non la menerò su questa relazione fra le due cose. Per altro, detesto poco cordialmente chi si arroga la prepotenza di affermare che il minimalismo è roba da ricchi.
Ma che una persona in situazione di povertà, più o meno relativa, in equilibrio più o meno precario – e vedetevi anche Gli equilibristi di Ivano de Matteo, mi raccomando – arrivi spesso a scartare molti dei suoi oggetti con la finalità di rivenderli come usato, e ricavarne fosse pure qualche spicciolo, credo non sorprenderà nessuno.
Di mio aggiungo che, nell’eventualità di un futuro trasloco obbligato – ma per altri potrebbe essere uno sfratto… – l’esigenza di sapersi pronti a “salpare” senza trascinarsi palle al piede si fa urgente ed acuta.
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Sia chiaro, comunque – a conclusione, un monito – che in nessun caso, nemmeno in quello di un povero che s’arrabatta per tirar su un decino in più, tenere o scartare un oggetto dipende unicamente dal suo valore monetario o dalla sua vendibilità.
E che non sempre ciò che brilla ha maggiore importanza: tra i miei tesori, recuperati durante gli ultimi “scavi”, figurano alcuni fazzoletti stropicciati rimasti nelle tasche dei giubbini di mia madre, ed una listina della spesa che le avevo riscritto per divertimento, per vedere che faccia avrebbe messo su scoprendo il misfatto – questa:

Pettorali
Formaggio
Zucchero veloce
Uova di struzzo
Cotto a puntino
Limoni
Valeriana Marini

 

Film .10: Lo stato contro Fritz Bauer

Lo stato contro Fritz Bauer – di Lars Kraume

Il titolo l’avevo in lista, ma chissà quando sarebbe arrivato il suo momento se non fossi incappata nella segnalazione di Wwayne, che avendolo trovato degno di nota lo spaccia in giro – se tutti i pusher fossero di questo stampo, beati noi.
Io, per conto mio, non riuscendo a recuperare la/le segnalazione/i, vi linko direttamente uno dei post nei quali compaiono: i commenti sono numerosi e da pesca miracolosa, come lanciate la lenza un film o una riflessione appetitosi li tirate su.
Venendo al punto: Lo stato contro Fritz Bauer è un ottimo film, non c’è dubbio. Ma un capolavoro? A mio parere no. S’intende che, come per tutte le considerazioni qui pubblicate – chiamarle recensioni le appesantirebbe, e io voglio star quieta – anche questa nasce primariamente dalla mia passione, a volte grezza a volte raffinata. Sanno ormai anche le pietre ch’io ho la fissa per alcune cose, per esempio ebrei, nazi-fascisti, dittatori in generale, il Novecento e le sue guerre.
Cosa conservare di questa trattazione della storia di Fritz Bauer, procuratore della Repubblica Federale Tedesca post-bellica non ancora decenne ed infestata da ex-SS e correligionari vari, cui venne in molti modi impedito di svolgere normalmente il proprio lavoro – rintracciare e far condannare i gerarchi di ieri? Pochi desideravano realmente sconfessare il passato, pochissimi addirittura accollarselo e riconoscere le proprie colpe.
Vi sono alcuni scambi di battute da ricordare, se non proprio fulminanti, che spiccano all’interno di una sceneggiatura dignitosa: “Vuoi giustizia, o vuoi una cucina nuova?”, chiede Bauer al suo collaboratore Angermann. Per chi di voi fosse più propenso alla versione comunista: “Vuoi giustizia, o vuoi una Trabant?”. Vi sono gli inserti di brani da quotidiani e spezzoni video in b/n. Ma sono dettagli, e per quanto i dettagli abbiano il loro peso, beh: non bastano a far salire di livello una pellicola media.
Si badi bene: medietà non è mediocrità. Come detto in apertura, si tratta di un film ben fatto, godibile, ma – soprattutto – che parla di qualcosa che non piace, tutt’oggi. Lo sappiamo prima, lo sappiamo durante, lo capiamo definitivamente quando scopriamo che il minacciato procedimento che avrebbe potuto mettere Bauer in stato d’accusa per alto tradimento (per aver contattato ed informato segretamente un servizio segreto straniero, il Mossad, di affari interni), non si realizza né nell’arco della storia né in seguito. “Lo Stato contro Fritz Bauer” è dunque, realisticamente, l’imboscato o l’adagiato nello status quo che non vuole esserne scalzato.

E’ questo, in fondo, il non eccezionale (per fortuna) ma indispensabile pregio di ciò che ha girato Kraume; la consapevolezza. Nulla basta ad imporla al cuore, nemmeno l’arte più riuscita, se noi non lo vogliamo. 
Del resto non è la prima volta che, tornando un momento in patria, affermo che noi italiani non abbiamo mai fatto davvero i conti col fascismo – qualunque possa essere l’eventuale esito di tali conti. Nonostante le patenti di antifascismo di cui moltissimi si fregiano, a volte persino ideandone di letterali. E a prescindere dai recenti episodi-poco-episodici di aggressioni neofasciste, che poco c’entrano e fanno tutt’al più parte di quel calderone ribollente, ma pur sempre superficiale, di magma che percorre le nostre strade. Dentro il vulcano, però, proprio dentro dove fa più caldo, nemmeno noi vogliamo guardare davvero. Né dire chi e cosa siamo o non siamo.