(In)degna sepoltura. Morire in un paese civile nel 2020.

Per le minoranze musulmane i problemi non finiscono nemmeno dopo la morte

Devono adattare i riti funebri alle nuove norme sanitarie,
difendere il divieto di cremazione del loro culto e, in Italia,
affrontare la grande scarsità di cimiteri

Fonte: Il Post, qui.

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La sezione islamica del Cimitero Vantiniano a Brescia

La gestione dei cadaveri è stata – e in alcuni posti è tuttora – un grosso problema conseguente all’epidemia di COVID-19: il trasporto di bare in veicoli militari da Bergamo ai forni crematori di altre città a marzo e il ritrovamento di alcune decine di corpi già decomposti ammassati all’interno di due furgoni a New York ad aprile sono stati solo due dei più eclatanti esempi della criticità del problema.

Per le persone musulmane che vivono in paesi a maggioranza non musulmana questo problema è ancora più difficile da gestire, per tre motivi: il rito funebre tradizionale prevede delle azioni non in linea con le misure sanitarie di precauzione, la cremazione (promossa in alcuni paesi come soluzione poco ingombrante e quindi utile per affrontare l’aumento dei morti) non è permessa, perché considerata contraria alla dignità della persona morta; la chiusura delle frontiere ha reso impossibile il trasporto delle salme nel paese d’origine dei musulmani di origini straniere. questo in Italia ha messo in evidenza un problema che esisteva già prima dell’emergenza: non ci sono abbastanza cimiteri musulmani.

La gestione sanitaria del rito funebre tradizionale
Secondo la religione musulmana il corpo di un fedele morto deve essere lavato con acqua calda, tre volte se maschio e cinque volte se femmina (questa fase è detta ghusl) e avvolto in un panno (detto kafan, parola che per estensione indica l’intera operazione dell’avvolgimento), per poi restare solitamente alcune ore in una stanza dove i parenti possono fargli visita. Poi c’è una preghiera collettiva (salāt al-janāzah) e l’inumazione nella terra (dafin), con la testa girata verso la città sacra La Mecca, in Arabia Saudita.

Riguardo alla possibilità di modificare i riti funerari in casi di emergenza come guerre o epidemie, la legge islamica specifica che la tutela della vita è uno dei cinque principi fondamentali della charia (maqāsid al-sharīʿa) e prevale su quello della dignità del morto.
In altre parole, se è necessario per tutelare i viventi, sono ammesse anche pratiche funerarie non conformi a quelle tradizionali, come l’assenza di lavaggio, l’avvolgimento nel kafan di un corpo ricoperto da un sacco protettivo o la sepoltura in tombe collettive (a condizione che uomini e donne siano separati da una barriera di polvere).

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa, importante associazione umanitaria internazionale, ha pubblicato delle istruzioni per eseguire funerali musulmani che siano rispettosi sia delle norme sanitarie che dei principi religiosi.
Le fasi del lavaggio e quelle della preghiera sono quelle che hanno subìto le maggiori modifiche, perché nello svolgimento tradizionale richiedono rispettivamente il contatto con delle persone morte (e in questo caso, spesso infette) e un assembramento di persone.
In Italia l’UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia) ha emesso un vademecum che ribadisce le regole del rito funerario precisando le eccezioni dovute all’emergenza.

Come nel caso dei funerali laici o cattolici, i musulmani morti di COVID-19 non vengono lavati, in questo periodo; al funerale possono essere presenti poche persone mantenendo la distanza di sicurezza.
questo non è un problema enorme per il rito musulmano, perché prevede che la preghiera collettiva sia valida purché fatta da un minimo di due persone.

Il dottor Said Mahdy, imam di Bologna che di professione fa il dentista (l’imam, diversamente dal prete cattolico, non ha bisogno di una formazione specifica, etimologicamente è semplicemente la persona che guida la preghiera, poi nel contesto delle città italiane una persona di riferimento della comunità musulmana locale spesso diventa l’imam della città e acquista un ruolo simile a quello dei preti cattolici, celebrando messe e funerali), ha raccontato al Post che ci sono stati quattro funerali musulmani dall’inizio della crisi a Bologna.
Lui ha trattato solo uno di questi corpi e l’ha fatto come da tradizione, senza misure sanitarie speciali, perché la persona non era morta di COVID-19. Durante le preghiere collettive c’erano fra le 6 e le 13 persone, disposte in file e con le distanze di sicurezza, indossando le mascherine. Due di queste cerimonie sono state trasmesse in diretta e sono tuttora disponibili sulla pagina Facebook del centro culturale islamico di Bologna.

La cremazione
Le tre grandi religioni monoteiste (cristianesimo, islam e ebraismo) considerano la cremazione (cioè la riduzione in ceneri del cadavere) una violazione della dignità del morto, ma il cristianesimo è più indulgente delle altre due.
Molte correnti protestanti la accettano in ogni caso, i cattolici solo a condizione che l’urna funeraria sia poi seppellita in un luogo sacro (quindi che non sia tenuta in casa né che le ceneri siano disperse).

La cremazione occupa meno spazio e costa di meno rispetto alle altre due principali tecniche di sepoltura (inumazione, cioè in una bara di legno degradabile sepolta nella terra, e tumulazione, cioè in una bara non degradabile sepolta nella terra o in un loculo), quindi negli ultimi anni il suo uso sta aumentando in molti paesi a maggioranza cristiana, grazie al rilassamento del divieto cattolico e alla diminuzione dei praticanti.
Nel Regno Unito e negli Stati Uniti più della metà delle sepolture sono cremazioni. In Italia nel 2019 erano il 30 per cento. L’aumento di mortalità degli ultimi mesi dovuto all’epidemia di COVID-19 ha accelerato la tendenza all’aumento delle cremazioni perché i corpi così occupano meno spazio, soprattutto se l’urna non viene seppellita.

Agli occhi della comunità musulmana e di quella ebraica, però, il divieto di cremazione è inderogabile, anche in caso di guerre o epidemie.
Negli ultimi mesi nel mondo ci sono stati episodi in cui l’aumento delle cremazioni dovuto alla crisi sanitaria ha messo in discussione il diritto di rifiutare la pratica per motivi religiosi.

In Sri Lanka, paese a maggioranza buddista ma dove quasi il 10 per cento della popolazione è musulmana, la preoccupazione che la sepoltura potesse contribuire alla diffusione del contagio (malgrado non esistano fonti autorevoli a favore di questa ipotesi) ha portato a cremare almeno due musulmani contro la volontà delle loro famiglie, ma potrebbero essere di più.
Un caso simile è avvenuto in Argentina per i corpi di due ebrei.

Anche il Regno Unito a marzo aveva proposto di permettere alle autorità locali di imporre la cremazione anche in opposizione al desiderio della famiglia della persona morta, per permettere di gestire l’aumento della domanda di servizi funerari, ma la proposta aveva generato proteste dalle comunità musulmane e ebree britanniche ed era stata ritirata.

In India c’è stata una situazione simile: a marzo un’ordinanza aveva decretato che tutti i morti malati di COVID-19 dovessero essere cremati (il rito funebre dell’induismo, religione maggioritaria del paese, prevede in ogni caso di bruciare il morto durante la cerimonia), ma era stata poi ritirata per tutelare le minoranze del paese, fra cui quella cristiana, dove i più conservatori si opponevano alla cremazione.

questi casi isolati inquietano molte comunità musulmane minoritarie nel mondo, che temono che il loro diritto di rifiutare la cremazione venga sospeso sulla base dell’emergenza, come sono state sospese altre libertà considerate fondamentali, per esempio quella di movimento.

Pochi cimiteri
La chiusura delle frontiere ha reso impossibile il trasporto delle salme dei musulmani di origine straniera nel paese di provenienza, pratica diffusa soprattutto fra i residenti in Francia e in Italia.
Costretti a organizzare i funerali nel paese di residenza, i musulmani devono affrontare il problema della mancanza di spazi dedicati a loro nei cimiteri italiani e francesi.

Prima della crisi dovuta all’epidemia di COVID-19, in Italia solo una cinquantina di comuni – sui quasi 8mila esistenti – avevano un cimitero musulmano, ha detto il presidente dell’UCOII Yassine Lafram al Post.

La famiglia di una persona musulmana morta in uno dei numerosi comuni sprovvisti di un cimitero apposito che vuole seppellire la persona in un altro comune deve richiedere il permesso alle giunte di entrambi i comuni (quello di residenza e quello dove si vuole seppellire il morto).
Inoltre spesso la famiglia della persona morta deve coprire i costi del funerale se decide di farlo in Italia, mentre alcune associazioni culturali se ne occupano in caso di trasporto nel paese d’origine.
È il caso della comunità marocchina di Bologna, i cui membri pagano regolarmente un piccolo contributo che crea un fondo per finanziare il trasporto e la sepoltura dei morti in Marocco. L’imam di Pisa ha raccontato al Post che anche l’ambasciata tunisina si occupa del rimpatrio delle salme, dal punto di vista sia organizzativo che economico.

Ma l’esportazione delle salme non è una soluzione efficace a lungo termine.
L’imam di Bologna ha sottolineato che per la religione musulmana bisogna organizzare il funerale nel più breve tempo possibile, perché l’attesa della sepoltura (che dura almeno una settimana se si decide di esportare la salma, perché bisogna ottenere dei permessi e comprare i biglietti aerei) va contro la dignità del morto.
Inoltre se per le prime generazioni di immigrati farsi seppellire nel paese di provenienza può essere un omaggio alle proprie radici, le generazioni successive hanno spesso più legami con l’Italia che con il paese d’origine e preferirebbero quindi essere seppellite in Italia.
Esistono inoltre circa 100mila musulmani, secondo una stima del sociologo Fabrizio Ciocca, che non hanno origini straniere e quindi, anche volendo, nessun paese alternativo all’Italia per la sepoltura.

La crisi legate all’epidemia di COVID-19, quindi, ha evidenziato un problema che esisteva da prima. Da anni l’UCOII sta trattando con le giunte comunali per cercare di ottenere la costruzione di un cimitero musulmano almeno in ogni capoluogo di provincia.
Le autorità comunali, secondo l’articolo 100 del decreto del presidente della Repubblica 295/1990, hanno facoltà – e non obbligo – di concedere uno spazio dedicato a un gruppo religioso diverso da quello cattolico che ne faccia richiesta: la giunta comunale può decidere quindi liberamente se concedere o no i cimiteri ai musulmani.

Yassine Lafram ha spiegato al Post che per “cimitero musulmano” si intende una sezione dedicata apposta alla sepoltura di fedeli musulmani, mentre alcuni comuni insistono perché i morti musulmani siano sepolti nelle sezioni acattoliche dei cimiteri, come gli atei o le persone di altre fedi religiose minoritarie.
Lafram ha precisato che essere sepolti in mezzo a persone della stessa fede per i musulmani è ancora più importante che attenersi al rito funebre tradizionale: in altre parole, la dignità di un morto sepolto in un cimitero musulmano senza lavaggio e avvolgimento nel kafan è più rispettata rispetto a quella di uno sepolto in mezzo a non musulmani pur avendo seguito il rito alla perfezione.

L’imam di Pisa ha raccontato con rammarico che da anni cerca di ottenere dalla giunta comunale una sezione di cimitero dedicata ai musulmani, come quella di Firenze, ma al momento ha a disposizione solo il terreno acattolico a nord della città.

A marzo, quando le frontiere furono chiuse e la mortalità per la COVID-19 era molto alta, Repubblica parlò del problema della scarsità di cimiteri musulmani in Italia come di «un’emergenza dentro l’emergenza».
L’UCOII pubblicò una lista dei 76 posti dove i musulmani potevano seppellire i propri morti in Italia – comprendeva una cinquantina di cimiteri preesistenti alla crisi e i restanti ottenuti in via eccezionale – e invitò le giunte comunali dei territori dove erano presenti i cimiteri a accettare i corpi provenienti da altri comuni.

Il presidente del Centro Culturale Islamico di Bergamo ha dovuto affrontare questo problema in prima persona. Ha spiegato al Post che a Bergamo esiste un cimitero islamico (in uso dal 2012) grazie a un progetto elaborato con la giunta comunale nel 1998 e alla collaborazione dell’avvocato Roberto Bruni, sindaco dal 2004 al 2009, del Partito Democratico.

Il presidente ha stimato che, prima della crisi, nel cimitero musulmano di Bergamo fossero seppelliti una media di circa 15 morti all’anno. Dall’inizio della crisi, invece, ce ne sono stati più di 50, dovuti all’aumento della mortalità, alla chiusura delle frontiere, e alla conseguente affluenza di salme anche da paesi vicini. È preoccupato perché le quattro sezioni del cimitero (tre maschili e una femminile) si stanno riempiendo in fretta. Prima della crisi una sola delle tre sezioni maschili era occupata, secondo la sua stima, per il 70 per cento. Oggi quella sezione si è riempita completamente e una seconda è piena quasi per metà. Anche la sezione femminile si è riempita molto, ma meno velocemente perché sono morte meno donne che uomini.

Ad aprile, un momento molto duro della crisi, il presidente del Centro Culturale Islamico di Bergamo fece un’eccezione all’obbligo di separazione fra uomini e donne nella sepoltura.
Una donna marocchina residente in provincia di Bergamo si ammalò di COVID-19. Suo marito ebbe un attacco di cuore e morì, poco prima di lei, secondo il presidente anche per via del dolore causato dalla malattia della moglie. La famiglia della coppia chiese il permesso al Centro Culturale Islamico di seppellire marito e moglie insieme, per alleviare il dolore della loro perdita. Il presidente inizialmente rifiutò ma, dopo aver consultato l’autorità religiosa nazionale, cambiò idea.

Se a Bergamo la situazione è stata molto critica, anche in altre città i cimiteri hanno dovuto accogliere persone provenienti da lontano: l’imam di Bologna ha raccontato al Post che a inizio aprile ha organizzato il funerale di un marocchino di fede musulmana morto di COVID-19 a Catania, dove era andato a trovare la sua famiglia. Il suo corpo non poté essere rispedito in Marocco per via della chiusura delle frontiere e, non essendoci un cimitero musulmano a Catania, fu trasportato e sepolto a Bologna.

Negli ultimi due mesi l’intensità delle richieste di sepoltura nel cimitero islamico di Bergamo è molto diminuita: il presidente ha stimato che, se da marzo a maggio riceveva una o più chiamate per un funerale quasi tutti i giorni, negli ultimi mesi ne ha ricevute più o meno una a settimana. Dice di contare sulla riapertura dei confini: Pakistan, Bangladesh e Senegal hanno già riaperto, l’imam di Pisa ha raccontato che quest’ultimo recentemente ha accettato la salma di un cittadino senegalese residente a Pontedera (non malato di COVID-19). Ma il Marocco, secondo il lavoro di Ciocca il primo paese di provenienza dei musulmani italiani, non ha ancora riaperto le frontiere.

Lafram ha raccontato che la crisi non è assolutamente finita: un paio di giorni fa ha ricevuto la telefonata di una musulmana residente in provincia di Brescia che gli ha raccontato, in lacrime, che non è riuscita a ottenere il permesso per seppellire il fratello nel cimitero islamico di Brescia e quindi è stato sepolto in un cimitero non islamico.

Un articolo del New York Times ha analizzato il caso francese, che presenta problemi simili a quelli dell’Italia: la scarsità di cimiteri, già problematica, è diventata una questione critica a causa della chiusura delle frontiere dei paesi nordafricani.
Nel 2016 nonostante il 9 per cento della popolazione francese fosse musulmana solo il 2 per cento dei cimiteri del paese presentavano una sezione dedicata a questa minoranza.
Secondo una stima della ricercatrice Valérie Cuzol, l’80 per cento dei musulmani residenti in Francia sceglie di essere seppellita nel paese d’origine, ma per molti questo non è più possibile a cause della chiusura delle frontiere algerine e marocchine (da cui proviene circa il 71 per cento dei musulmani residenti in Francia).

film (maggio – giugno 2020)

A questo giro sarò estremamente stringata, quando non mi limiterò ad un elenco nudo e crudo: l’afa incalza, la noia inscarpa e quando non riesco a metter giù i pensieri più o meno immediatamente, me li perdo per strada tipo setaccio a maglie larghe.
Chissà che non sia l’occasione per una ripartenza in grande stile, un po’ come quella dell’Italia che Conte ha raccontato alla fine degli Stati Generali (ah, ah, ah):

natangelo stati generali coronavirus
da: qui.

Magnolia – Paul Thomas Anderson

Geniale, non pesante ma comunque importante, come un pane pieno di mollìca. E per una volta trovo Anderson digeribile, per restare in metafora.
Cruise in stato di grazia, forse perché – sarò franca, maliziosa e cattivella – il suo personaggio rispecchia la sua stessa amoralità?

Boogeyman I – Steven Kay
Boogeyman II – Jeff Betancourt
Boogeyman III – Gary Jones

Mamma mia. Mai fidarsi (troppo) delle liste internettiane: m’ero fatta l’idea che questi film fossero una bomba, sostanzialmente, ma nulla del genere: al contrario, sono di una banalità e lentezza d’altri tempi. Non fanno venire un embolo, ma solo perché, per come la vedo io, non cercano di essere altro che ciò che sono: prodotti di un’ingenuità adolescenziale, ma candida ed inconsapevole.

La fuitina sbagliata – Mimmo Esposito

Molto carino, divertente, generato dalla collaborazione di svariati studenti di una scuola di teatro (non ricordo, ora, dove abbia sede). Che siano studenti lo si nota, non perché siano impostati o con grosse imperfezioni ma, al contrario, perché risultano molto freschi. Leggo che la coppia, i Palermitani, ha partecipato a Pechino Express.
Lo trovate su RaiPlay.

Io, loro e Lara – Carlo Verdone
In viaggio con papà – Alberto Sordi

Accoppiata vincente nell’anno del centenario di Sordi.
Verdone non l’ho mai seguito – non che mi dispiacesse, ma non ne ero stimolata. Ergo, lo recupererò, perché invece in entrambi i suoi personaggi, qui, mi ci ritrovo e pure parecchio. C’è un tempo per ogni cosa, si suol dire.

Cafè Society – Woody Allen

Bah. Niente da eccepire, ma potrebbe averlo diretto chiunque.  E se Allen gira un film “carino”, per quanto sempre ben orchestrato ed elegante, lo si può anche saltare.

Hellraiser – Clive Barker

Maronn’, che cagata pazzesca (cit.).
Se dico che mi aspettavo mooolto di più commetto un sacrilegio?
E io lo commetto, tiè.

Grano rosso sangue – Fritz Kiersch

Si lascia guardare, ma il racconto di King è cento volte meglio.
E no, a questo giro non è un problema strettamente di trasposizione, anche se tanti dettagli aggiuntivi risultano semplicemente superflui. Grazie all’Arrotino che me l’ha fatto conoscere (il racconto)!
Consigliatissima la serie di post dell’Etrusco su tutta la saga (sì, perché qualche squilibrato ha dilatato la storia sfornando ben 10 terribili seguiti!). Come sa trasformare l’orrido in spassoso lui, nessuno ❤

Irrational man – Woody Allen

Ecco, questo sì che è un Allen degno di nota. Anche se l’idea originale è di uno scrittore che la mise su carta una vita fa – cfr. il mio sogno bislacco in cui Mentana prendeva il posto di Phoenix.
Bella prova per quest’ultimo e la Stone, anche se ci siamo abituati.
E viva la torcia 😉

Boy erased, Vite cancellate – Joel Edgerton

Insipido ed insulso. Eppure la Kidman e (quasi altrettanto) Crowe rendono bene.
Imparagonabile al libro, pur con i suoi difetti. Schivatelo, è un consiglio spassionato.

Happy End – Michael Haneke

Bomba. Da conservare e rivedere, per crogiolarsi nel cinico disprezzo degli esseri umani.

Sempre meglio che lavorare – The Pills

Altro film “del mese”, goliardico e senza pretese ma decisamente intelligente e curato più di tante smargiassate sul lavoro che non c’è e che non va. Infatti, i The Pills manco lo cercano: i miei nuovi idoli.

I 13 spettri – Steve Beck

Film senza infamia né lode che, comunque, come sottofondo ad un paio d’ore d’abbruttimento domenicale con patatine si fa guardare. Un grosso videogioco spettrale.
Se tanto mi dà tanto, non vedo l’ora di gustarmi l’originale del 1960.

Miss Sloan, Giochi di potere – John Madden

Ottimo titolo.
Politica, lobbismo, sentimenti ben gestiti e tanto, tanto carattere.
Chastain come sempre favolosa, anche grazie alla splendida sceneggiatura.

The founder – John Lee Hancock

Abbastanza agiografico nei confronti dei due fratelli che, involontariamente, diedero il proprio nome ad uno dei più grossi imperi commerciali che conosciamo. E non è detto che sia un minus: perché persone così esistono, e quindi potrebbero essere stati così onesti, lenti, conservatori, indifesi / impreparati anche loro.
D’altro canto per un cattivo sublime ci vogliono eroi di stazza adeguata.
E Ray Kroc, che fino all’ultimo lascia uno spiraglio aperto allo spettatore nella speranza che faccia meno schifo di come si comporta – o comunque faccia schifo involontariamente -, mette ai titoli di coda la ciliegina sulla torta dell’arrivismo.
Ho smesso di analizzarlo per bene quando è comparsa la Cardellini, Dio l’abbia in gloria.

  • Aggiungo al carnet un monologo teatrale di Riccardo Rossi, andato in onda ieri sera su Rai5, che merita: L’amore è un gambero. Divertente ma saggio 😉
    .
  • E quanto alle serie tv, ho iniziato a vedere Daredevil, ma le prime due puntate mi son parse un tantino lente. Magari dalla seconda serata ha preso il volo, ma finché non termina Il giovane Montalbano preferisco vedermi le repliche con Riondino.
    Più intrigante, nella sua semplicità, sto trovando God friended me in onda il sabato alle 16:30 su Italia1. Carina, con qualche messaggio sparso qua e là ma in tutta leggerezza, ed i personaggi sono tutti simpatici. Non guasta.
    Dulcis in fundo, il prossimo giovedì ci sarà su La7 l’ultima (coppia di) puntate di Chernobyl, il successone di HBO. Bellissima.

Di congiunti e conviventi

Post breve, oggi.
Voglio solo commemorare una delle mie arterie coronarie, defunta più o meno una settimana fa. Cioè quando:
– l’arrotino mi ha portato in gioielleria. Credevo volesse regalarmi uno degli anelli già in suo possesso, invece intendeva proprio comprarmene uno apposito (ma io sono ancora più contenta di avere quello che portava lui).
E soprattutto:
– la negoziante ci ha fatto sostare in una piccola anticamera, igienizzare le mani (tanta stima per aver verificato) e chiesto… se eravamo conviventi.
E’ vero che di questi tempi il pensiero di molti va all’inevitabile rigidità con la quale ci classifichiamo tra congiunti, affetti stabili, conviventi e non, e secondo la provenienza; ma confesso che io in quel momento ho soltanto provato riconoscenza.
Perché l’idea mi piace assai, e di fatto, anche se si è trattato di pochi giorni, mi calza.

40enalfabeto / 10

Lo so, in teoria la quarantena nazionale generalizzata è terminata, ma di fatto il virus resta in circolazione – o come dicevano stamattina le mie sportelliste in posta, facendo il verso ai propri “compatrioti”: il virùss. Voi lombardi scendete al Sud a portare ‘o virùss -, le sportelliste veterane qui son quasi tutte meridionali trapiantate da tempo.
E dunque.

AC di Assistenti Civici

Non sarò io a dipanare la matassa di un’idea nata male, cresciuta peggio e, forse, già abortita. Ma una cosa l’ho pensata: se fossero partite, se partiranno, queste squadre di assistenti volontari (e questo per me già cozza contro la possibilità che vengano reclutati dalle liste di percettori del reddito di cittadinanza: che volontario è uno che viene coartato? Chi rifiuta si vedrà depennare una delle tre chance lavorative?), trovo sarebbero del tutto assimilabili alle famigerate “ronde”, poi rinominate “controllo di vicinato”.
Nessuna autorità, nessuna responsabilità, e sempre un passo indietro limitandosi (in teoria…) a segnalare situazioni irregolari o sospette alle forze dell’ordine: non discuto di queste l’utilità o la pericolosità, tuttavia tutta l’enfasi messa dai promotori (Boccia ed il presidente dell’ANCI) nel negare che di ronde si tratti mi pare ridicola. Così inconsistente che si sono dovuti risolvere, dopo il solito bisticcio interno al governo, a negare tutto ed attribuire a questi potenziali assistenti compiti completamente diversi, per altro già svolti da numerose associazioni, di aiuto-spesa agli anziani non autosufficienti innanzitutto.

M di Mascherine (II)

Che le chirurgiche non proteggono dal virus (da nessun virus, non soltanto il covid) dovrebbero ormai averlo capito anche i sassi. Naturalmente non è così, ma facciamo finta di sì.
Dato però che le ffp2-3 non solo costano parecchio di più, ma se ne trovano anche pochissime, che deve fare un povero cristo che vuole tutelarsi ma non trova nulla di meglio?
Un’idea potrebbe essere questa, che adotto io: indossarne due.
Non per rinforzare l’azione filtrante delle stesse (non funziona così, ed anzi si respira meno bene), ma per sfruttarne entrambi i lati. Il lato, o faccia esterna, infatti, lascia passare l’aria con tutto ciò che contiene, virus incluso; mentre la faccia interna trattiene il respiro non lasciandolo fluire, con le particelle che trasporta, verso le altre persone.
Per questo, semplificando troppo, sentite dire che le mascherine chirurgiche proteggono gli altri da chi le indossa, ma non chi le indossa dagli altri.
Indossandone due:
– la prima aderente al viso ribaltata, cioè con il lato esterno, di solito azzurro o comunque colorato, a contatto col viso e la parte filtrante di fuori;
– la seconda, posata sulla prima, diritta, cioè col lato esterno colorato lasciato scoperto;
si ottiene di filtrare non solo il proprio respiro impedendo che arrivi ad altri, ma anche il respiro di chi si avvicina impedendo che passi attraverso il tessuto e ci raggiunga.

RCP di Rianimazione CardioPolmonare

Di nuovo: tanta polemica per l’indicazione di non praticare la respirazione bocca a bocca, ma soltanto la rianimazione cardiaca, su chi dovesse averne bisogno; scandalo e stracciamento di vesti; preoccupazione e indignazione perché, dicono, evitare il contagio sembra più importante che salvare vite… e a me cascano le braccia.
Perché tanto la polemica quanto l’indicazione stessa sono INUTILI.
E lo sono perché da ANNI (non so di preciso quanti, ma parliamo di qualcosa già valido nel 2011, quando mi fu spiegato all’università), la respirazione assistita, con l’eccezione dell’uso del pallone ambu se disponibile, non è più parte della prassi di rianimazione. Addirittura, è sconsigliata. 
Se non siete sanitari o, comunque, non avete un ambu a portata di mano, NON dovete praticarla, punto. E’ sufficiente allineare trachea e bocca inclinando leggermente la testa della persona all’indietro, la quale se la rianimazione è ben fatta riprenderà da sé la respirazione; e preoccuparsi solo di quella.
La quale, tra parentesi, dovrebbe avere il ritmo – se riuscite a starci dietro! – di Staying Alive. Non si nasce Bee Gees, ma si può sempre provare ad imitarli…

Come siete messi a Brescia?

Eh già, come siamo messi?
Me lo chiedono in tanti, ultimamente, ma io non posso che rispondere che me ne sto chiusa in casa, non ho contatti sociali coi miei compaesani salvo, telefonici, con un paio di “gazzettini padani” che non sono però affidabilissimi; e quindi no, non so dirvi quanti contagiati / morti ci siano in questa nostra landa.

Una cosa però la posso dire con certezza: siamo un puttanaio indescrivibile.
Appena ieri ho detto alla Bradipa che almeno un terzo della gente in circolazione se ne va in giro senza mascherina o indossandola in modo improprio. Beh: ripensandoci, direi che ho preso una cantonata. Forse perché esco poco, appunto.
Mi correggo: un terzo delle persone si salva, ma quelli che andrebbero presi a sprangate sui denti sono due terzi.
Vi dicevo ieri sera che stavo per andare a ritirare la roba della Conad alla Caritas.
E ci sono andata.
Al mio ritorno, sudavo, avevo gli occhi a palla di chi ha visto Ghostface, mi batteva il cuore manco avessi corso e mi sentivo come una appena scampata ad un’aggressione.

Va bene che sono ossessivo-compulsiva.
Ma questo ha a che fare con come mi sento io dentro, non con la realtà delle cose.
Ed io l’igiene l’ho studiata davvero, non come l’ammasso di consulenti di Conte (scusatemi, devo pur dirlo, anche se ogni volta che lo nominiamo una fata muore).
Ribadisco che non ho mai vissuto così bene come in quarantena.
E da oggi ne faccio una nuova, stretta stretta (a costo di tirare avanti a pasta con tonno).
Più per serenità mentale mia, che per reale necessità; dato che oggettivamente ho schivato tutte le occasioni di contagio. Però, che fatica, cazzo.
Avete presente che sabato intendevo azzardarmi persino a fare l’ultimo iftar con la mia socia? Giusto perché so che posso fidarmi, ma comunque sarei uscita. Ecco: no. Ho il cervello in frantumi e devo ricostruire. Mi serve tempo; non tanto, ma mi serve, e sabato è troppo presto.
Perché, al di là della realtà oggettiva che mi calma solo razionalmente,

mi sento sporca.
Contaminata.

Oh, niente di tragico. Mi è capitato altre volte, e più pesantemente; inoltre so come gestirmi. Solo, mi devo chiudere nella mia bolla un momentino e mettere ordine.

Arrivata in piazza con mezz’ora di anticipo (e salvifico libro per passare il tempo), scopro che per pura casualità una tipa era lì ancor prima di me, perché, dice, ha l’orologio sballato. Occhèi, penso, speravo di esser la prima per limitare i contatti col cibo ai volontari, ma pazienza.
Peccato che, per cominciare, solo per averle chiesto se anche lei era lì per quello, questa abbia cominciato a raccontarmela su – mentre lappava un gelato, dunque con la mascherina abbassata – avvicinandosi e sedendosi sul paletto a fianco al mio.
Ho migrato sul paletto più distante.
Poco dopo l’ha raggiunta una sua amica, e lì ho capito che la parlata strana dipendeva forse dalla nazionalità (slava). L’amica ovviamente non aveva la mascherina.
Man mano che arrivava gente mi sono ritrovata appiattita nell’angoletto della chiesa: prima una donna anziana che, con molta grazia, teneva la mascherina sotto il naso. Poi una coppia che non c’entrava niente (anziana signora con badante in passeggiata), entrambe con la mascherina sotto il naso, che visto il traffico inesistente dovevano proprio appiccicarsi a noi in attesa – ed io che ogni volta facevo il gambero e mi spostavo sempre più in là…
… tizio in bici? Senza mascherina. Eccerto. Anch’io l’ho tenuta sul mento l’altro giorno, ma avevo un passo più sostenuto e non c’era nessuno – quando c’era, lo si vedeva in lontananza e la tiravo su. Io camminavo, ne avevo il tempo, ma i ciclisti non solo non ce l’hanno ma nemmeno ci provano, a tirarla su.
Donna africana? Loro sono molto scialle, l’aveva abbassata, ma almeno era a distanza e poi avvicinandosi l’ha messa. Lei sta al secondo posto sul mio podio, sotto alle due arabe che non l’hanno mai levata, mai. Tutti gli altri, calci nei denti.

La Caritas – mi spiace ribadirlo perché svolge un servizio indispensabile (per altro supplendo alle cavernose carenze dello Stato), e l’impegno dei volontari è lodevole – è un organismo che per l’estensione e la ramificazione organizzativa dovrebbe, in teoria, garantire una certa abilità di gestione, se non vera e propria professionalità.
Io posso parlare soltanto di come funziona qui da me (parliamo comunque di un comune di 15.000 abitanti circa), ma resta il fatto che la sezione locale Caritas, della quale mi avvalgo ormai da più di un anno, fa tremare i polsi.
I volontari (che immagino seguiranno pure dei piccoli corsi oltre ai consigli pastorali), semplicemente non hanno cognizione di quel che fanno. Si impegnano, oh sì, ma la buona volontà non basta. Anche per dare una mano alla gente bisogna sapere cosa si fa, e come va fatto. Loro stanno allo sbando.
Come al solito, devi essere tu a sapere e verificare: le distanze, come vengono maneggiate le borse, se vengono indossati i guanti e se vengono cambiati tra un utente e l’altro, ecc.

Al ritorno, ben lieta di avere una scorta di prodotti da forno, ho dovuto seguire un iter per evitare contaminazioni (questa è la parte pratica e oggettiva, scevra da paranoie):
elimino guanti e mascherine in un cestino per la strada (rivoltandoli);
entro in casa, scarico tutto;
primo lavaggio mani;
poso i prodotti sul ripiano “zona sporca” e metto le borse a lavare;
secondo lavaggio mani;
apro le confezioni (ho preso solo quelle sigillate);
terzo lavaggio mani;
apro sacchetti da freezer miei e ci metto la roba, li metto via;
piglio le confezioni originali e le butto;
pulisco i ripiani “sporchi” con lo spray;
quarto lavaggio mani.
Sono in grado di farlo. Ma tutto questo traffico è eccessivo, il gioco non vale la candela.
A parte il brivido freddo rendendomi conto di tutta la gente che a questo non ci bada, per un pugno di dollari pizze in più lo sbattimento è eccessivo.
Dunque, visto che tanto la Conad è il mio supermercato di elezione, quando mi va questa roba me la comprerò. Non navigo nell’oro ma vi assicuro che posso permettermelo…
… posso permettermi di evitare certi traumi.

40enalfabeto / 9

C di Carcere

Non si parla solo della lotta al virus come di una guerra, vien fatto anche il paragone tra isolamento in casa e vita in carcere.
Non mi soffermo stavolta sulla (s)correttezza dei parallelismi, sorrido invece perché ormai di letteratura carceraria ho una sia pur minima conoscenza, ed ho appunto appena letto che Gramsci, a Milano, lesse in un mese (marzo ’27 mi pare)… 82 libri. Oh, di quelli leggeri, escludendo i manuali o testi di studio, s’intende. E si lamenta pure (giustamente) che in carcere non è mica così facile leggere e studiare, per ragioni tecniche e psicologiche. Embé. Uno se l’imparava pure a memoria!
Mo’ ditemi ancora che leggo tanto, soprattutto in quarantena, con i miei 54 libri in quattro mesi. Lo so, sono peggiorata dallo scorso anno: ho già fatto fuori la quota per la media di un libro a settimana, e se nel 2019 la media è stata di due alla settimana, continuando così terminerò il 2020 avendone letti tre alla settimana.

Ad ogni modo, per tornare al carcere – quello vero: se morite dalla voglia di leggere un’autobiografia da avanzo di galera che non sia un mero resoconto ripetitivo, né una sbobba astratta condizionata dalle ristrettezze ad evadere mentalmente, consiglio con calore L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza.
E’ roba buona.

I di Idraulico

E’ stata un’emozione grandissima.
L’idraulico! A casa, anzi in casa mia!
Di questi tempi, una visita è un evento eccezionale, e per di più il tecnico è caruccio, oltre che conversevole. Lasciamo perdere che baita mia era un cesso, e che ho pure fatto una gaffe (mi diceva che anche se la casa è grande, mi tornerà buona se mi sposo. Ed io ho capito se lo sposavo, cioè nel caso avessi sposato lui. Ahem. Com’era quella cosa dei lapsus freudiani?).
L’ho amato ancora di più quando mi ha dichiarato che la fattura era di euro 60, anziché 90 come mi aspettavo. Forse non era anno di cambio filtro.

M di Montagnier

L’hanno schernito tutti perché, nonostante l’antico Nobel, pare si sia rincoglionito negli anni finendo a supportare ogni genere di teoria para-scientifica.
Adesso però, guarda guarda, si comincia a sentir parlare di studi sul virus occultati e censurati. Di caratteristiche non attribuibili esclusivamente a mutazioni naturali. Ecc.
Forse, chissà, qualcuno scoprirà che un allarme non è una pubblicazione peer-to-peer (meccanismo che per altro ha i suoi bei difetti grandi come Zeppelin), e che anche un orologio rotto segna l’ora giusta una volta al giorno – anzi, due, se è analogico.

N di Naso

Non ne posso più.
Non della quarantena, di quelli che vanno in tv (e che vedo per strada, ma quelli in tv, specie se hanno ruoli pubblici, li detesto proprio) con la mascherina chirurgica tirata sulla bocca ed il naso al vento.
Bravi, avete capito tutto.
Continuate così.

40enalfabeto / 8

I di Immuni

Fra i tanti che si son fatti due conti in tasca a proposito della famigerata app di tracciamento, c’è il biologo Enrico Bucci, che intervistato su Repubblica constata come al momento il 66% degli italiani possiede uno smartphone ma, per essere utile, Immuni dovrà essere utilizzata da almeno il 70% della popolazione – chi dice il 60% come minimo, chi l’80%.
Bucci spiega di aver chiesto ai programmatori di Immuni se avessero calcolato tale quota, necessaria per render utile loro invenzione: hanno risposto di no. E come non lo sapevano loro, pare non lo sappiano neppure gli esperti convocati ai tavoli governativi.
[Dalla newsletter de Il Post].

Altre considerazioni simili sono apparse sul blog di  Giuliano Guzzo e,
sul Foglio, nella rubrica Silicio.

M di Mosche

CHLESTAKOV Rammento, rammento, c’erano dei letti. E i malati erano guariti tutti? Non mi è sembrato di vederne molti là dentro.
ARTEMIJ FILIPOVIČ Ne sono rimasti all’incirca dieci, non di più: e gli altri sono tutti guariti. È così che funziona da noi. Da quando ho preso io la direzione, potrà forse sembrarvi persino incredibile, ma guariscono tutti come mosche. Il malato non fa a tempo a mettere piede in ospedale che è già sano, e non tanto grazie alle medicine, quanto piuttosto alla probità e all’ordine.

Nikolaj Gogol’, L’ispettore generale, traduzione di Serena Prima, Feltrinelli (2011)
[Testo pubblicato da Gli irresistibili]

RSA di Residenza Sanitaria Assistenziale

Un luogo da schivare. Un lager moderno.
C’è chi lo capisce troppo tardi, ma lascia un messaggio, e prego che possa sventare il numero maggiore possibile di queste storie disgraziate: non so se si tratti di una lettera reale o inventata; non cambia nulla: anche in tempi non d’epidemia, le residenze sanitarie assistenziali – un tempo chiamate case di riposo – non sono altro che un deposito di scarti umani in attesa della morte, per quanto ben vestite e truccate.

40enalfabeto / 7

D di Diario

Ne ho avuti, in passato. Non moltissimi, ma ricordo in particolare quelli raccolti in normali quadernetti scolastici a righe, vergati soprattutto la notte mentre me ne stavo alzata ad ascoltare i Nomadi in cuffia.
Ora che abbiamo tempo a iosa e che ogni bazzecola delle nostre giornate pare assumere dimensioni enormi, ora che di fatto riflettiamo di più su noi stessi e tutto quanto, i diari online sono fioriti – diari di quarantena, s’intende.
Io non ne tengo uno vero e proprio, anche se questo alfabeto tematico un po’ ci va vicino.
Ma ormai un diario diario non lo terrei più. Troppo dispersivo da un lato, e poi preferisco varianti introspettive differenti – per esempio, le “pagine del mattino” di Julia Cameron.

G di Giustificazioni

Ne circolano di originali, quando si vuole fare un giro ma non si ha un motivo valido… Christian Marchetti ne ha raccolte per ogni lettera dell’alfabeto, io vi riporto solo le mie preferite:

E come Esorcismo – “Mi trovo da queste parti per praticare un esorcismo”. Ma anche E come Eroe dell’improvvisazione. Leggete qua: Arborio (Vercelli), un sacerdote viene fermato, sull’autocertificazione scrive proprio esorcismo e mostra pure la bolla vescovile. Niente multa, “Circolare” e prete libero come l’aria. Il giorno dopo la nota dell’Arcidiocesi di Vercelli riassunta così: “Non solo non abbiamo emanato tale documento, ma nemmeno sappiamo chi sia questa persona”.

V come Veterinario – […] “Devo portare il cane dal veterinario” l’ha usata poi un folignate beccato a Perugia. Peccato che lo studio del medico al quale avrebbe dovuto rivolgersi fosse chiuso (prevedibile a Pasquetta) e che… non avesse dietro un cane.

Z come Zero possibilità di cavarsela – “Vado a comprare il crack”. Tutto vero: è stata usata anche questa. Per la precisione ad Anzio. Inutile precisare che far figurare questo come “stato di necessità” sia stato a dir poco impossibile dal trasgressore.

P di Pubblicazioni

Riporto un lungo brano tratto dalla newsletter quotidiana a tema Covid-19 de Il Post.
Potete leggere l’archivio ed iscrivervi qui.

Da mesi migliaia di medici in giro per il mondo raccolgono informazioni sui pazienti e sul modo in cui reagiscono alle terapie contro il coronavirus, mentre centinaia di centri di ricerca sono impegnati a studiare nuovi farmaci e vaccini contro la COVID-19. È uno sforzo scientifico enorme che da gennaio ha portato alla pubblicazione di moltissime ricerche scientifiche, molte nella loro forma preliminare (preprint) e per questo da prendere con grande cautela, cosa che talvolta giornali e mezzi di comunicazione non fanno.

In condizioni normali, senza una pandemia in corso per esempio, le ricerche che ricevono maggiori attenzioni da parte della comunità scientifica (e dei media) sono gli studi pubblicati su riviste importanti e prestigiose come Science e Nature. La maggior parte delle ricerche viene pubblicata dopo una revisione alla pari (peer-review), nella quale altri esperti valutano il lavoro degli autori dello studio in modo piuttosto severo: cercano errori, contestano se necessario le conclusioni, apportano modifiche e fanno richieste per eventuali approfondimenti prima della pubblicazione (una revisione alla pari non è comunque sempre una garanzia sufficiente sulla bontà di una ricerca).

Gli studi preprint, come quelli che vengono diffusi quotidianamente in questi giorni, non sono sottoposti agli stessi severi criteri di valutazione. I loro autori li pubblicano su speciali archivi online come bioRxiv (si legge “bio-archive”) e medRxiv (“med-archive”) per accelerare i tempi, soprattutto quando ci sono particolari emergenze sanitarie in corso. Nelle ultime settimane, il grande afflusso di preprint su questi archivi ha consentito di offrire alla comunità scientifica moltissimo materiale sul coronavirus su cui confrontarsi, con una quantità di dati e informazioni senza precedenti su una singola malattia da poco scoperta.

La rapida diffusione su questi archivi implica che ci sia un controllo molto più blando dei contenuti. Prima di finire online, gli studi sono analizzati per verificare che non contengano parti plagiate da altri, che non ci siano contenuti offensivi e che le informazioni non causino rischi per la salute pubblica. Non sono però valutati i metodi utilizzati per realizzare la ricerca, né le sue conclusioni né la sua qualità in generale.

questo non implica naturalmente che debbano essere ignorati e non raccontati sui media: dovrebbe però indurre chi se ne occupa a farlo con grande cautela, segnalando che, se già uno studio scientifico in generale va preso con molte precauzioni, ne occorrono molte di più per un preprint. Articoli che parlano di queste ricerche dovrebbero inoltre contenere il parere di altri ricercatori, che aiutino il giornalista che scrive l’articolo e poi i lettori a farsi un’idea più chiara dei limiti di ogni studio.

Non tutte le redazioni hanno giornalisti scientifici, cioè redattori che si occupano esclusivamente di scienza e che hanno le competenze per comprendere e poi divulgare argomenti complessi. In molti casi il racconto delle notizie scientifiche viene affidato a redattori che solitamente si occupano di altro, e che non hanno particolare dimestichezza con gli argomenti scientifici. In questi casi la qualità dell’informazione può risentirne sensibilmente, causando la diffusione di notizie inesatte o allarmistiche, come accaduto più volte nelle ultime settimane (la storia del “coronavirus nell’aria”, per esempio).

Per aiutare chi legge le notizie, ma anche chi le scrive, abbiamo messo insieme una breve guida per districarsi meglio tra le ricerche scientifiche in un momento in cui tutti – comprensibilmente – si aspettano dai ricercatori importanti progressi per fermare questa pandemia.

40enalfabeto / 6

I di Invisibili

Sono invisibili i contagiati asintomatici.
Invisibili i malati patenti ma non gravi che si trovano confinati a casa perché posto in ospedale non ce n’è, e che tuttavia potrebbero sviluppare problemi più seri da un’ora all’altra.
Invisibili le cifre reali del contagio, sia perché tuttora non effettuiamo abbastanza tamponi sia perché nella quotidiana rappresentazione televisiva si parla di nuovi guariti, ma i guariti non ci dicono molto, ci serve il numero dei morti e dei morti effettivi, che nell’attuale gestione disastrosa non conosciamo ma stimiamo altissimi.
Invisibili i sacrificati – anziani, disabili, pazienti tumorali.
Invisibile l’orizzonte.

LS di Lettura / Scrittura

Molti di noi faticano non poco a leggere in questi giorni, nonostante ed anzi proprio a causa del quasi illimitato tempo a disposizione, tempo tutto uguale – eppure, prima, leggevano parecchio e senza sforzo.
Molti scrittori hanno intanto perso la stabilità della cornice in cui lavorare, la realtà si è in certo senso compressa e non consente di essere raccontata – troppo presto – o rielaborata, riformulata, inventata.
Io, ogni volta, mi chiedo se è il resto del mondo che si scompone troppo oppure sono io che son rimasta indietro, al solito.

M di Mascherine

Alla buon’ora una settimana fa la Regione (Lombardia) ha distribuito le mascherine nelle farmacie, perché a loro volta le distribuiscano ai cittadini. Sono inutili e andranno riadattate, ma ci sto lavorando, e confido di aver trovato una soluzione prima di dover di nuovo uscire per la spesa – sto anche divertendomi a contare per quanti giorni riesco a non averne bisogno, della spesa, e ho raggiunto i 14 giorni.
Fare i furbi ed accaparrarsi più di quanto ci è destinato è immorale, ma dal momento che le istituzioni lavorano così male che di fatto è in vigore la legge del più forte, e dal momento che io sono già svantaggiata in partenza, ho deciso questa volta di fare per l’appunto la furba: anziché le 2 previste, ho fatto il giro delle farmacie e me ne sono procurata 6 a costo zero (se non calcoliamo l’aggravio della mia desolazione, considerato che ogni singola farmacia si gestisce in modo differente e che NESSUNA verifica alcunché. Non chiedono dati per evitare che qualcuno, come ho fatto io, ripassi, non hanno indicazioni per verificare chi è in condizione di maggior bisogno e dunque ha priorità ma vanno a fiducia…).
Insomma, sono dispiaciuta ma per nulla pentita.

S di Salame

Sono passati due volte, recando doni come i Magi (pasquali: l’avranno poi saputo i tre magi che il bambinello adorato una notte di trentatrè anni prima era morto?).
Alcuni nostri negozianti hanno acquistato (o confezionato) prodotti per i compaesani, e i volontari della Protezione Civile si sono resi disponibili a distribuirli. Tre litri di latte, due lattine di polpa di pomodoro, un salame intero ed una colomba firmata (buonissima). Grazie.