Sistemi sani

curva del drago

Due versioni della curva del drago.

curva di blancmange, scala del diavolo, curva del drago

Molti termini legati alla geometria frattale sono affascinanti ed evocativi.
Ma l’aspetto che più mi ha colpito leggendo un libretto introduttivo al tema è stato questo: che i sistemi maggiormente “sani”, in medicina ed in senso lato, vengono ad essere quelli caotici.

[…] il cuore e altri sistemi fisiologici possono comportarsi in maniera sommamente irregolare quando sono giovani e sani, e, contrariamente a quanto potrebbe suggerire l’intuizione, l’invecchiamento e la malattia sono accompagnati da una crescente regolarità.
Nel corpo umano abbondano strutture frattaliformi, […] i cui ripiegamenti amplificano in grande misura la superficie delle aree di assorbimento (per esempio, nell’intestino), di distribuzione e raccolta (vasi sanguigni, condotti biliari, tubi bronchiali), e dell’elaborazione dell’informazione (nervi).

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In alto, i grafici delle funzioni cardiache di un individuo malato. In basso, quelli di un individuo sano. Uno, bellissimo, pare un ragno.

Anche grazie alla loro ridondanza e irregolarità, le strutture frattali sono robuste e resistenti alle lesioni. Il cuore, per esempio […] In un individuo a riposo, l’intensità del polso e l’intervallo tra i battiti si mostrano sensibilmente costanti. Un’analisi più minuziosa rivela, per contro, che i ritmi cardiaci degli individui sani fluttuano considerevolmente, anche se a riposo. 
[…] i grafici dell’attività cardiaca, sulla durata di un giorno, misurati in una serie di determinati momenti e su un certo ritardo corrispondente, di un individuo malato mostrano modelli con poche oscillazioni. Nel caso di un malato, i distinti punti si trovano uniti in una piccola regione. In confronto, gli individui sani presentano in tutti i grafici e in tutte le misurazioni un aspetto irregolare, con un ampio spettro di valori. Paradossalmente, sono i sistemi sani quelli che presentano comportamenti caotici.
Per quale motivo?
Tali dinamiche possono offrire numerosi vantaggi funzionali. I sistemi caotici sono in grado di operare in un’ampia gamma di condizioni e sono, di conseguenza, adattabili e flessibili. Tale plasticità permette loro di sfidare le esigenze di un ambiente mutevole e imprevedibile.

Si tratti di tessuti corporei, della struttura della psiche o di edifici posti sopra linee di faglia soggetti a frequenti e/o importanti scosse di terremoto, sappiamo ormai molto bene quanto l’elasticità e l’adattabilità siano vitali.

Animalesco

Io ed L., la mia più cara amica, abbiamo prospettive e gusti estremamente diversi in fatto di uomini – e qui mi riferisco solo al corpo! Intanto lei ha più un vero e proprio “tipo” ideale, mentre io ne ho svariati, pur con alcune nette preferenze. E poi, appunto, se lei va per il biondo occhi azzurri io propendo per il total black, capello / occhio castano e perché no, anche la carnagione o persino la pelle non mi dispiacciono olivastre o nere (tanto che, quando leggerà questo post e scoprirà che mi stavo invaghendo di un mulatto sul treno per Milano, mi beccherò un cazziatone).
La cosa bella è però che su un fattore particolare ci intendiamo, e ci intendiamo alquanto direi: e questo fattore è l’animalità. (Ora vado a spiegare, prima che qualcuno stabilisca che sto dando degli animali ai maschi tutti e che sono misandrica: faccio infatti un discorso generale, sugli esseri umani come specie).

Perché gli esseri umani, in quanto specie vivente, sono animali.
Un’affermazione apodittica, forse, ma voglio sia tale: non sono disposta a contrattare un’evidenza simile, a doverla ribadire e difendere. Per me è lapalissiana ma, soprattutto, non va ad inficiare l’ottica cristiana sull’uomo e sulla sua non riducibilità al mero istinto: tutti tranquilli, la dottrina non ha bisogno d’essere salvaguardata da alcun pericolo.
E che poi si veda questa animalità come una cosa bella, una cosa neutra oppure qualcosa da temere e da cui guardarsi, è bene in ogni caso conoscerla. 

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Mettetevi comodi, vi faccio lezione.

 

C’è il fattore altezza, per cominciare – lo sapete tutti: altezza, mezza bellezza.
Su questo io ed L. siamo d’accordo, o per meglio dire, nutriamo lo stesso istinto: gli uomini alti ci fanno venire le stelline negli occhi, così: 🤩
Potete contemplare le sacrosante eccezioni, ma oltre questa regola vi garantisco che ne filtrano pochissimerrime. Aggiungeteci che io di mio son alta due mele e poco più (cit.), e potete immaginare l’effetto che fa. Non a caso, con una singola eccezione, ho sempre allacciato relazioni con degli stangoni. Insomma se non siete Mike Pee, e siete bassi, non provateci neanche, risparmiate tempo.
A ruota, c’è il fattore muscoli. Eh, beh.
Come L. ricorda sempre: muscoli = forza; forza = protezione; protezione = maschio.
Punto, a capo.
Veniamo poi al fattore corporatura. E qui casca l’asino… nel senso che, se per L. “muscoloso” va di pari passo con “ben piantato”, a me non me ne può frega’ dde meno. Non che il modello “pompiere australiano largo come un armadio con koala sulla spalla” mi faccia schifo, eh, sia chiaro, ma se mi passa un pompiere australiano (con koala regolamentare) a due passi, son capace di ignorarlo… al massimo il koala mi fa venire l’occhio umido, ma non faccio caso a chi se lo porta in giro. 

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Koala adorabile su supporto umano.

 

Poi, subito dietro, passa un tizio ossuto (col muscoletto bicipite e pettorale a norma, ma nulla più), con le clavicole sporgenti, il naso da poster nazista sugli ebrei e la guancia incavata, e taaac!, sono fottuta: tempo zero secondi e m’innamoro come una deficiente.
Se pensavate che avessi perso la brocca per il Joker di Phoenix perché l’ha fatto, appunto, Phoenix (ho visto delle foto in cui sembra pompato a cortisone, ma in condizioni standard merita), o perché ho una passione per i tizi alienati e devastati, vi sbagliavate: è che a me piacciono le ossa, e se non posso avere le ossa, datemi almeno un fisichino asciutto, ma asciutto tanto, al limite del secco.

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Spalle in dentro, gozzo in fuori! Naso XL, cachessia conclamata.

 

Da qui in avanti si entra nei dettagli, e non vi tedierò: cito soltanto due cosette che, per quanto mi riguarda, sono rilevanti:

  • davanti a un bel paio di mani “nervose”, cioè non solo piuttosto attive ma asciutte (di nuovo) e con vene e tendini in rilievo il mio cervello si squaglia.
    Le mani vincono su tutto, e sono le prime cose che guardo insieme agli occhi (sì, non ridete e non scuotete la testa, pivelli, è così).
    Se mi agitate davanti le mani che piacciono a me, non dovete neanche cercare un collare: me lo metto da sola e mi faccio portare ovunque;
  • il tratto iliaco. Se non sapete cos’è, googlate. La pappa di cervello a questo punto sta bollendo, toglietela dal fuoco se non volete ridurmi ai versi gutturali.

Ma facciamo un passo indietro, ‘ché per quanto possano sembrarvi istintuali simili facezie, non lo sono. Non pienamente. Lo è invece un altro, misconosciuto ma decisivo fattore, l’ultimo che vado ad elencare.
Ossia la pelle.
Perché noi animaletti umani possediamo la meravigliosa facoltà, utilissima, di saltare tutti questi passaggi culturali ed appresi, ottimi da sfoggiare in un salotto buono davanti agli amici o in camera da letto ma non nel folto della giungla, e fare un rapidissimo, inconscio inventario di tutti i dati disponibili sul/la pollastro/a potenziale preda e ricavarne un abstract verosimile ed affidabile sul suo stato di salute.
E di tutti i dati disponibili, i due più significativi sono senz’altro l’occhio (torbido come il brodo di pesce oppure limpido come acqua di fonte?) e la pelle, appunto (sfibrata ed itterica / grigiastra oppure elastica e dai micropori che fanno la ola?).
Lo ripeto: tutto ciò non è meraviglioso?

Ecco, questa è la versione nero su bianco di quattro chiacchere scambiate con L. un paio di settimane fa. Siccome è un argomento, e sono considerazioni, che ritornano, ho pensato di condividerle… e di condividere un paio di koala 🙂 Ciao!

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Sarà per via del naso, ma io lo trovo sexy.

 

Sono un mito .0: La medicina narrativa

E’ giunto il momento, e bando alle false modestie, di fare coming out: ebbene sì, sono un mito – o meglio, una mito – e sto per inaugurare l’ennesima serie di post tematici per la gioia di voi tutti 🧐 😄
E di che parlerà questa serie di post? Eh beh, è ovvio no…? Del fatto che sono un mito, modestamente. Di come ci sono nata, di come l’ho scoperto e dei riconoscimenti – oggi diremmo award – ottenuti. Insomma, del come m’è toccata in sorte una malattia mitocondriale, di cosa questo comporti, di com’è stato viverci insieme – ma anche dei programmi che abbiamo, come “coppia inseparabile”, per il futuro.

Mito

Scrivere di malattia qui, su questo blog, non era fra i miei progetti quando l’ho aperto – e del resto mai ho discusso di questioni sanitarie, come ho fatto invece in passato.
Ma le cose cambiano, giusto? Come detto di recente, il mio blog non è un diario intimo (niente contro i diari, per carità, ma no grazie) né un’autoterapia. Non lo diventerà attraverso questi nuovi post, anche se tutti sappiamo, certo, che scrivere cura, lenisce, schiarisce e rimargina anche quando la sua azione non è appositamente ricercata.
Lo scorso inverno avevo iniziato a scrivere un libro, nel quale la mia, la nostra malattia era il fulcro. Non-fictional. Ancora non l’avevo maturato al punto giusto, ma ci stavo finalmente lavorando. Poi, è morta mia mamma, e tutto è rimasto in sospeso.
Sospeso, non abbandonato; tuttavia esistono anche diversi modi e mezzi per parlare d’altro (salute, società, valori, scelte) parlando di sé (paure, speranze, disillusioni e affetti). E questi modi – una scrittura “a puntate”, relativamente breve -, questi mezzi – il web, il blog – ben si prestano, la qual cosa non mi dispiace affatto, a creare contatti, reti, comunità.

La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi.
Pasolini

Necessariamente un percorso di scrittura di sé, che si fa lettura collettiva, non potrà incontrare la piena comprensione di chiunque vi partecipi: che sia per limiti esperienziali oppure emotivi, parte del testo e dei suoi intenti sfuggirà tra le maglie della rete da pesca degli interlocutori, autrice compresa, e trasformerà, trasmuterà l’oggetto del discutere in qualcosa d’altro.
Ma è proprio un simile processo che riesce a salvare, nel confronto, anche il materiale in cui l’autore ripone la maggiore speranza che venga compreso; speranza molto spesso disattesa dai professionisti che se ne occupano per mestiere.
E’ questa la vocazione della medicina narrativa, cioè della narrazione (in forma letteraria, cinematografica, musicale e via discorrendo) che si fa, da persone coinvolte a vario titolo nella malattia (pazienti, familiari ed amici, caregiver, sanitari) della malattia stessa: essere la dinamo che dalla sofferenza, dalla fatica, dalla solitudine e dalla perdita trae l’energia per illuminare la vita di chi le subisce.

Narratives of illness provide a framework for approaching a patient’s problems holistically, and may uncover diagnostic and therapeutic options.

Ogni storia esprime una prospettiva.
La narrazione è infatti il modo in cui diamo un senso ai fatti, mettendoli in ordine, in una tramaLa narrazione esprime un significato.

La narrazione del medico, generalmente, si concentra sulle informazioni biomediche. La malattia raccontata dal medico è fatta di organi, di cellule, di atomi e molecole. La narrazione del paziente include anche altri aspetti oltre a quelli biologici, aspetti psicologici, sociali, culturali, esistenziali (talvolta è fatta principalmente di questi), biografici.
La malattia raccontata dal paziente è illness e sickness, non solo disease.

Così anche sul sito della Società Italiana di Medicina Narrativa viene riproposta, anche se con intenti differenti, la dannosa dicotomia corpo-mente, corpo-società, o peggio: scienza-fantasticherìa.
Ma non fa nulla: noi andiamo avanti, facciamola ‘sta narrazione, agiamola a prescindere mescolando tutto e tirando fuori fiori e conigli dal cappello a cilindro. Non c’è trucco e non c’è inganno, ma se i medici questo vogliono credere, lasciamoli al loro destino e che lo credano.

La medicina è la mia legittima sposa, mentre la letteratura è la mia amante:
quando mi stanco di una, passo la notte con l’altra.

Anton Pavlovic Čechov

Per il contributo alla decisione di esprimermi sulla malattia, ringrazio:

Novecento .4: I ragazzi del Reich, Dennis Gansel

Il vostro corpo non vi appartiene più. Il vostro corpo appartiene al popolo tedesco!
Gansel passa senza problemi da un film moderno e ritmato quale L’Onda a questo ritratto di maniera, dai tempi rilassati, d’un gruppo di giovani reclutati nella NaPoLa – ossia l’accademia militare – di Allenstein; soffermandosi in particolare sulle esperienze ed il rapporto di due di loro, Friedrich (di estrazione popolare, nutrito da un entusiasmo ingenuo per essere stato scelto) ed Albrecht (figlio “d’arte” ma troppo coscienzioso, e debole per essere pienamente accolto in quel mondo).
Il corpo dei cadetti è effettivamente centrale nel dipanarsi della storia, dalla boxe praticata da Friedrich, ambiente nel quale si fa notare, all’esplosione sanguinosa d’un ragazzo intervenuto a riparare l’errore di un compagno; passando fra questi estremi per l’umiliazione inflitta a Siegfried per aver bagnato il materasso e la visita medica con tanto di annotazione di colore d’occhi e di capelli sulla base di minuziose tabelle-campione. Ma anche per quel fiocco di neve che va a sciogliersi sul bordo dell’iride di uno dei russi incontrati dalla colonna nei boschi.

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A proposito di questo, non manca nella pellicola una leggera dose di elementi poetici abbastanza scontati, come questo appena descritto, e di scelte stilistiche (quali il ralenty e l’ellissi durante i momenti drammatici) tradizionali. I quali, tuttavia, mi confermano che quell’unico altro film di Gansel da me visto non è stato un exploit isolato, e che il regista possiede se non addirittura talento, sicuramente mestiere.

Tornando però al tema della corporeità, m’è sorto spontaneo un parallelo: tra la scena in cui, invitato a casa di Albrecht durante un fine settimana, Friedrich si ritrova costretto a simulare, più che disputare, un breve incontro di boxe contro l’amico – che non è minimamente in grado di contrastarlo – e quella, in Fratellanza di Nicolo Donato (danese di origini italiane), nella quale i due protagonisti affiliati ad un’organizzazione neonazista intrecciano una relazione omoerotica e, scoperti, vengono spinti l’uno a massacrare l’altro per non subir di peggio. [Nell’immagine qui sotto la recensione del Morandini].
E’ un parallelo nato unicamente da una connessione di idee, comunque, dato che nemmeno in una scena successiva, nella quale i due cadetti si ritrovano a lottare l’uno contro l’altro e poi a stringersi in un moto di disperazione sul pavimento, si percepisce l’intenzione – per lo meno un’intenzione precisa e decisa – di suggerire un legame di questo tipo. E’ una lettura del tutto possibile, direi, ma non prestabilita.

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Ho apprezzato che Gansel abbia mostrato la quotidianità, per quanto inquadrata, di quei ragazzi (e come dice il testo in explicit, ve ne sono stati almeno 15.000 in tutte le NaPoLa sotto la guerra, metà dei quali caduti al fronte dove li avevano mandati allo sbaraglio), mostrato le loro aspirazioni, motivazioni e reazioni.
Del loro indottrinamento, che pure abbondava, sappiamo molto e molto abbiamo parlato. Mentre la semplicità con la quale un ragazzo poteva vivere ed interpretare il proprio tempo, privo del senno di poi – ma anche di quell’inconsapevolezza totale che noi contemporanei tendiamo ad attribuire, e dunque ben ricettivo nei confronti delle meschinità, delle raccomandazioni, della mediocrità di uomini altrimenti passati per “superiori”  che lo addestravano – non ci curiamo.
Sino ad una conclusione che è impossibile ritenere lieta, ma che nella sua nuda durezza porta pacificazione.

Film .22: Batman v Superman: Dawn of Justice, Zack Snyder

Avvisi ai naviganti

  • Se siete intenditori, sappiate che chi scrive è una profana, sommamente ignorante del genere, con tendenze eretiche. Proseguite a vostro rischio e pericolo;
  • se non avete visto il film ma avete intenzione di farlo, e siete allergici agli spoiler, fuggite: anche se probabilmente, considerato l’anno d’uscita al cinema (2016) e l’hype che ha generato, anche le casalinghe di Voghera conoscono la storia a memoria;
  • infine, lo immagino come un post abbastanza lungo, e quando è “abbastanza lungo” nelle intenzioni, poi nella pratica diventa chilometrico (final count: 3805 parole). Io adoro la roba chilometrica, voi non so: consideratevi edotti.
    Non lo dividerò nemmeno in due parti: il corso di un fiume non va spezzato.

Premesso che non ho ancora capito la ragione di quella v in luogo di vs (un banale vezzo linguistico, un uso che non conosco?), ma questi son dettagli che forse interessano solo a me; devo precisare che ho visto la prima versione da due ore e mezzo, non la Ultimate (ovvero: extended) da tre.
I tagli ci sono e si avvertono tutti anche se non si è esperti o informati, ma quanto a questo vi rimando a chi sa indicarli meglio, cioè Gramon Hill.
Vi sono anche dettagli da alzata di sopracciglio: Wayne che si getta nella polvere sollevata dall’implosione del grattacielo in cui ha sede il ramo financial della sua azienda, e ne emerge lindo come un lenzuolo steso. Wayne che si slancia a salvare una bambina dal crollo di un pilastro di cemento (e qui non è tanto il gesto, quanto la scarsa rapidità che insomma… pareva un ballerino). Abbiamo capito, signor Wayne: sei n’eroe, Tom Cruise con le sue acrobazie te spiccia casa. Mo’ basta però.
Altro sospirone quando sento parlare della città di… Nairomi. Con la emme. Legittima cittadina africana inventata ad hoc per il film, come si legge nel wiki dedicato al DCEU, che viene collocata in nord africa. Ora, ascoltando l’audio originale ho sentito che è differente dall’italiano – e non son certa di come suoni -, tuttavia in italiano, appunto, il doppiaggio ha trasformato la cittadina nairomiana Zahina, durante la sua testimonianza sulla strage, in una GHANESE. Ha l’accento GHANESE, mannaggia. Poiché Ghana = Nord Africa, è risaputo. Accidenti.
Dettagli, dettagli. Contano, i dettagli, è lì che si nasconde il diavolo. Eppure, questi li voglio scusare tutti – compreso il ghanese (mannaggissima). Perché dal punto di vista cinematografico sarebbe inappropriato, ed ingeneroso verso i veri capolavori, definire tale questo film. Ma dal punto di vista cinefilo, cioè di chi ama il cinema non solo come arte ma soprattutto per gli accordi che va a comporre sulla tastiera del cuore umano – e quindi per come fa suonare e risuonare negli uomini la vita che ha da dire – per me lo è ufficialmente diventato (alla seconda visione: avevo bisogno di digerirlo). Capirete.
Infine: a me è piaciuto!! – poteva sembrare ovvio, ma non è; e prima dell’exploit in queste ultime righe, ancora non l’avevo esplicitato. Non si può tacere della sempiterna coesistenza di due forze spirituali che puntualmente si scatenano all’uscita di ogni film vagamente importante: quella degli Incensatori e quella dei Demolitori. Nel mezzo ci stiamo noi umani, ma queste entità superiori hanno il pregio, senza riuscire estremiste o fanatiche, di motivare la propria adorazione o il proprio ribrezzo con inaudita chiarezza ed incisività.
Per esempio, di BvS ha parlato in modo causticamente competente Cassidy de La bara volante – come del resto fa sempre. (Il titolo del blog dovrebbe ben farvi sospettare qualcosa: è roba sopraffina in confezione improbabile, un po’ come i fagioli azuki in lattina).

All the boys and the girls

Tutta la faccenda si apre con un flashback del 7enne Bruce Wayne, che mentre sta partecipando al loro funerale ricorda il giorno dell’uccisione dei suoi genitori. Suggestivo, ma il padre Thomas onestamente non ha nulla a che spartire con la figura morbidamente autoritaria che Nolan ci ha consegnato, al secolo Linus Roache.
Il primo impatto è stato duretto: tra questo, la corsa nel bosco del piccolo erede (terribilmente boccoloso: ricordatelo, è un indizio importante per quanto seguirà), e le due tre frasi messe lì in bocca ad un Wayne adulto che tornando sul passato tenta di far filosofia (ma sembra sotto LSD), ho un po’ trattenuto il fiato…
… poi, comunque, la storia comincia. E Ben Affleck molla un bel calcio al bambinetto.
Lasciamo perdere se sia un attore abbastanza bravo (quasi mi vergogno a scriverlo), il punto è che ha la faccia che mi aspetto abbia Batman. Specie passati i trent’anni. Ha una sfumatura di malinconia impietrita rimasta a turbarne lo sguardo come un bruscolo che non si riesce a togliere (ce l’ha sempre, è proprio sua, anche fuori dal set), ed è quella giusta. Ed ha l’allure: quella cosa che urla figo dimesso in svendita – va via come il pane, ma riesce a passare per una creatura figlia di riservatezza ed understatement. (Non va dimenticato, come ebbe a sintetizzare Kasabake, che nel suo caso è Bruce Wayne a rappresentare la maschera, mentre Batman è la realtà più propria della sua persona).
In gergo tecnico cinematografico, un commento appropriato a tutto ciò potrebbe essere: ‘sticazzi.

trasferimento (4)

Henry Cavill, alias Superman alias Kal-El alias Clark Joseph Kent.
Beh. Cavill non lo conosco, non ho visto (o non ricordo, ma nel caso la colpa è mia) altri suoi film. Impossibile darne un giudizio più globale e bilanciato, dunque.
Due cose però le so: la prima è che non ho mai amato il personaggio Superman, per motivi che si avvicinano molto, anche se non coincidono del tutto, con l’avversione di Wayne/Batman per la vera o presunta prepotenza di un (semi?)dio alieno che fa il bello ed il cattivo tempo sulla Terra senza manco chiedere “permesso”. Diciamo che l’ho sempre considerato uno strafottente, l’equivalente – in un contesto più ristretto e del tutto terrestre – di quello che uno yankee, persuaso nell’intimo della propria superiorità morale, rappresenta per un europeo di antico lignaggio e antico disincanto.
(In Smallville, che ho visto in parte, era diverso; ma la serie tv in questo contesto è per me un oggetto altro).
Non l’ho mai amato. Ma adesso non posso più dirlo: con Snyder l’ho cavato fuori dallo stereotipo. L’idea che me ne sono fatta è solo un embrione d’idea, un pensiero in divenire, ma intanto l’essere distante, freddo e impassibile s’è mutato in un uomo buono che gli eventi possono aver reso crudele (cit. Alfred: tutte le sue battute sono geniali, affilate, un vero totem nel film: in questo il direttore del Daily Planet non lo eguaglia, ma lo segue a ruota).
Di quest’uomo buono abbiamo un milione di momenti che ne fan mostra. Tanto Kent quanto Superman sono, lungo tutto l’arco narrativo, letteralmente dei cuccioli che desiderano solo essere salvati (su questo tornerò più avanti). A differenza che per Wayne/Batman, di cui s’è detto sopra, non c’è scarto tra l’uomo e l’eroe.

Amy Adams nella parte di Lois Lane è perfetta. Mi correggo: Amy Adams è perfetta, punto.
Bella, brava, semplice, intensa (intensità accentuata da quella sua caratteristica umidità oculare costante…).

Gal Gadot aka Diana Prince aka Wonder Woman: poco minutaggio, okay.
Ma oh, lei buca lo schermo. Non ha bisogno di ore di vouyerismo.
E non è vero che non incide per nulla. Mentre i maschietti si azzuffano lei fa quel che deve e quel che vuole. E lascia il segno, sempre. La classe non è Tavernello.

E quanto a Lex Luthor, potrei quasi aprirgli un paragrafo a sé; ma l’ho già detto che la cavalcata qui sarà lungherrima? Ecco, date di sperone e muti, oh miei prodi lettori (ma ne saranno rimasti?).
La prima considerazione che mi sale – assunto che è un buon cattivo, tolta la penosa scena del discorso per i fondi alla biblioteca… – è: Ma questo qui è Joker! L’aspetto più evidente e volutamente psicopatico (mugugni, ecolalìe, risatine isteriche, ed una specie di discinesia periorale incipiente) risulta, per paradosso, del tutto realistico – laddove non lo era in Leto.
Ciò mi riporta alla mente la piccola, ma significativa, correzione da me apportata al recente post su Suicide Squad, linkato qui sopra. Descrivendo appunto Joker, avevo usato il termine psicotico. Un po’ anche per abitudine. Ma quel Joker psicotico non è, in realtà – più in generale, tolte definizioni affrettate, è uno psicopatico: uno cioè che ha disturbi a livello mentale, ma non tali da poter essere diagnosticati in modo preciso, rigido; e in buona sostanza “borderline“. Disturbi quindi che stanno sul confine tra normalità socialmente percepita e devianza. Mi pare opportuno, a suggello di questa notazione, riportare le parole dello stesso Luthor, condivisibili o meno che siano (di certo non lo sono quelle sull’impossibile contemporaneità, in Dio, di bontà ed onnipotenza: siamo ai fondamentali di teologia, accidenti, e questa è una minchiata storica, ma pur sempre solenne minchiata. Anche i cervelli affilati sbagliano, anzi soprattutto loro):

Lois: “Lei è uno psicopatico!”.
Lex: “Cinque sillabe valide per ogni pensiero inadatto a menti ristrette”.

“Alfred, aggiornami sul livello di trucidume raggiunto!”

Bat v Sup è trucido quanto basta per deliziare palati raffinati come quello di Sandro, carissimo amico al quale più che consigliarlo lo prescrivo.
Abbiamo tutto l’occorrente: un Batman (temporaneamente) corazzato con tanto di occhi digitali azzurri tipo robot, roba che Emiglio si muoveva meglio – lo giuro, la rima non è stata premeditata. E’ grosso, è burino, e ci piace (ma il dettaglio trucido-chic da urlo è che sotto la corazza quella sua tuta grigia aderente gli disegna un culo della madonna. L’ho detto. E lo ripeto: culo-della-madonna, senza riferimenti né offese alla Santa Vergine, s’intende).
Pure la voce che gli han dato da… “travestito”, ehm: una cosa maschia, ma non nel senso di virile: più nel senso di un cinquantenne accanito fumatore che impiega il suo tempo a farsi le pippe in linea con una chatline erotica, a tarda notte. Brrr! Very trash, indeed.
Ma proseguiamo il nostro tour anatomico.
Kent è più sobrio, con un tocco di charme: bagnetto vestito con tanto di scarpe per baciare la sua bella, immersa nella vasca, con trasporto, e quel gesto fuori camera di levarsi gli occhiali da giornalistino e gettarli via, per poi inondarli d’acqua trasbordante – rilevo ovunque simbolismi sessuali a pioggia, e poi dicono che è cinema d’intrattenimento. Comunque, per la cronaca, wow. Vado a riempire la vasca… non pago, lo rivediamo subito dopo in cucina con solo un asciugamano legato in vita (le coronarie delle spettatrici sentitamente ringraziano): guarda il tg. Un frame di inquadramento del viso, lievemente concerned, poi TAAAC!, stacco sul torace che manco un quarto di bue appeso al macello. A scanso di equivoci: tutte le donne qui presenti AMANO i quarti di bue. Appesi, sdraiati, per cortesia nudi grazie; datecene ancora. Ancora, ancora, non limitarti, produttore!
Ma, c’è un ma.
In tanto ben di Dio, e giuro solennemente (ragni serpenti scorpioni e zanzare, se dico il falso ch’io possa crepare) non lo dico perché Batman è il mio preferito, Clark deve stare sereno ed accettare il fato: avrà anche una tartaruga TOP, ma se volete la prova che Dio esiste (e non è un kryptoniano) guardate, osservate, ammirate e rimirate il dannatissimo celestiale – il diavolo se lo porti – TRATTO ILIACO di Wayne. Sì, quella scena lì, quando si solleva trascinandosi legato sulle caviglie un “tombino”. Sì, quella con i pettorali illuminati quel breve secondo giusto per assetare chi guarda, così tesi che t’aspetti da un momento all’altro di sentire uno STRAAAPP.
Nunc dimittis, la Tua serva è felice e sente di poter spirare in pace. Amen.

Immagine

Se pensate che passata la febbre (balle, a me non è affatto ancora passata) le scene di lotta scivolino inosservate agli occhi infuocati delle donzelle, sbagliate.
Abbiamo, in crescendo:
Batman che sacagna un magnaccia;
Superman che fa punching-ball con Doomsday nello spazio;
Batman che in una visione disfa dei guerriglieri devoti a Superman nel deserto (ma non prevale, ahi);
Batman che smantella una falange di russi armati ed attapirati (l’uomo russo è attapirato per vocazione: scoprilo qui);
Superman incrudelito e straincazzato che nella stessa visione di cui sopra sfonda un Batsy appeso come un salame e gelatinoso di paura;
Batman che dà legnate su legnate a Superman e Superman che lo usa come martello per demolire pareti da ristrutturare;
e Doomsday, vabbeh… Doomsday non fa lo stesso effetto testosteronico, ma è comunque un “Oh, merda” (cit.).
Volendo essere estremamente sintetica, una contraddizione in termini dentro questo post, possiamo dire che dopo la prima tranquilla oretta Snyder non fa particolare economia di

vviulenzaaaah!


Feelings, nothing more than feelings

Adesso pausa, ragazzi.
Mettete sul fuoco caffè o thè, tirate fuori dal frigo birra o latte al cioccolato; e respirate.
C’è qualche ulteriore cosetta che vorrei raccontare, e se siete ancora con me, vi devo una tappa defatigante. Così poi lanciamo il ❤ oltre l’ostacolo e parliamo di

ammmore

Sì. Esso. Se la cosa punge il vostro orgoglio di persone che non devono chiedere mai, è legittimo. Chiudete la porta uscendo, grazie.
Innanzitutto una faccenda seria.
Ho letto in rete che è nato, bontà del Cielo, un affair Martha tra i seguaci dei nostri valorosi. Si tratta di questo: nel momento in cui (ricordate l’avviso spoiler?) Batman sta per infilzare Superman come uno spiedino con l’arpione armato di kryptonite, quest’ultimo si mette a biascicare che così stanno facendo il gioco di Luthor e che Martha, appunto, è in pericolo. Salvala, dice al pipistrellozzo. Martha altri non è che la madre di Superman, rapita dai russi attapirati e in procinto di diventare un arrosticino su mandato di Luthor. Il punto è che mentre il fanciullino dal ciuffo sbarazzino nomina sua madre, Batman si blocca con l’arpione a mezz’aria e la bocca aperta (volle il Cielo che non gli cascasse del tutto la mascella, di Ridge Forrester ce n’è uno e tutti gli altri son nessuno). Perché, udite udite, anche la madre di Wayne si chiamava Martha.
Colpo di scena! Crisi emotiva! Conversione flash (che pure c’entra, dopotutto) e repentino riallineamento del pipistrello tra i legali buoni a fianco del  man in blue.
Molti se ne son lamentati: MACCOSA, dicono, eravate tutti impegnati a sbriciolarvi a vicenda, e nel giro d’un secondo cambia tutto perché vi è venuta nostalgia della mamma?!
Rispondo: sì, porco Luthor. Sì, perché “la signora del cuore di ogni bambino è la sua mamma” (cit. Lex). Sì, checcèddimale?
Le Martha del resto sono come il prezzemolo, tutto concorre a formare un quadro che rende nient’affatto fuori luogo l’esito sentimentale.
Il flashback iniziale di Bruce. Il consiglio d’oro dato a Clark davanti alla fattoria. Wayne che ripetutamente si siede davanti alla sua tomba – inquadratura mobile sul nome. Kent che ne parla in montagna, in una visione-ricordo del padre defunto che afferma: “Lei era tutto il mio mondo” – espressione ripresa pari pari dal figlio nell’ipotetico futuro in cui dà fuori di matto per non averla salvata. I pizzini – “Hai lasciato morire la tua famiglia!”. L’accenno di Luthor, appunto, che la sfrutta per far leva sulla sua vittima. E infine…
… non so quanti l’abbiano notato. Io l’ho captato soltanto la seconda volta, son rimasta di stucco ed ho fatto rewind per sincerarmene, ma sì: era lì. Durante la lunga sequenza di lotta di cui parlavo, quella in cui Sup rischia di finire spiedino, alle spalle di Bat a un certo punto compare una colonna. E graziarcazz, direte voi, si trovano in una sala piena di colonne… okay, ma che c’è scritto sulla colonna (o è un pilastro, non ricordo mai quale dei due)? Che c’è scritto, eh? Ve lo dico io. C’è scritto, in maiuscolo, in blu!, tra gli altri “graffiti”:

MOM

E con questo abbiamo segato tutti i rompicoglioni che “Ah ma che cazzata gli dice il nome di sua mamma e quello si scioglie”. Duri di cuore, non erediterete il regno dei cieli.

Altro discorso – e qui scendiamo nei bassifondi, colorati caramellosi ed appiccicosi – per il Fattore Coppia. [Musica romantica ON].
Intanto, Lois & Clark together are beautiful. Bene, benissimo.
Ma (primo ma) ribadisco che, se il Bruce bambino (al funerale) ha quei boccoli assurdi da Piccolo Lord, Superman non rinuncia mai alla sua ciocca tirabaci che sguscia via dal capello liscio e ordinato (chiamasi: leccata di mucca). Per me, questo è un chiaro e non casuale indizio. Indizio di cosa, ve lo spiego tra poco, ma scommetto che avete indovinato prima che finissi la frase perché siete lettori sgamati.
Lois e Clark, insomma. Ovvero: il campanello ed il cane (di Pavlov). Per Clark, e per Superman, che è lo stesso, Lois (il suo nome, la sua voce, il rumore che fa cercando di uscire da sotto i lastroni che la intrappolano sott’acqua, qualsiasi ding! che gliela imponga alla mente) funziona come il campanello per i cani di Pavlov.
Lui spalanca gli occhietti, drizza le orecchie, e sbava. E poi va, vola, e la salva. Bum!
Se questo non è tossicodipendenza amore…!

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(Momenti epocali. Uguagliati solo dall’aria lacrimosa da Labrador còlto con le zampe nei croccantini, a orecchie basse, che mette su Batman quando, prima della battaglia finale con Doomsday, Superman gli chiede se ha recuperato l’arpione. E lui: “Ho avuto da fare [scusa, padroncino!]”. A seguire, attimo imbarazzante all’exploit vigoroso di WonderWoman – “Non è la prima volta che uccido qualcosa di non umano“, dice lei. I due fanciulli si guardano, e… “Lei è con te?“, chiede Sup. “… credevo fosse con te“, risponde Bat. Due sagome. Li adoro).
Ma dicevamo del Fattore Coppia.
In fact, Lois e Clark non sono l’unica coppia interessante, qui.
(Una prece per Wayne & Diana Prince: io voglio che restino così, né amanti né amici né altro, soltanto simili ed affiatati senza sforzo).
L’altra è la coppia Bruce e – INTERMEZZO: come scrivevo al buon Lapinsù,

‘sto film è roba da femmine, comunque.
E’ tutto guarda come sono fico / guarda come sono umile + violenza / muscoli da svenimento + facciamo la pace amico alieno & ti amo Lo pucci pucci.
Indecente proprio.

Così scrivendo scherzavo, ma mica troppo.
Il tono è sì giocoso ma – l’ho detto – secondo me c’è stato anche un minimo di attenzione, di scelta voluta, a particolari che potessero intrippare le donne. Che sono quelli citati: corpi da sballo, violenza (piace pure a noi, se è ben coreografata!), giochetti relazionali e tanti, tanti feelings. Che i maschietti magari manco se li son filati, ma noi sì.
– FINE INTERMEZla coppia fatale, per me, è quella Bruce / Clark. (Doh!).

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Non ho idea di quanti fra voi (quelli che non mi hanno sfanculato al primo paragrafo E che son giunti fin qui senza morire nell’attraversamento del Mediterraneo del post) conoscano, comprendano e magari addirittura amino far parte di un fandom, ed eventualmente scrivere fan-fiction – disegnare fanart, in questo caso di tipo omo (slash).
Per me è passione totale (e non sto ad elencare le altre millemila coppie da opere di ogni risma, son troppe e se comincio WordPress mi blocca l’account per sopraggiunti limiti di parole).
Due cose le lascio giù, però.
La prima è che, senza tediarvi oltre col perché e il percome, considero il fatto stesso d’essere una fangirl slash l’ulteriore controprova di essere nettamente sbilanciata verso l’eterosessualità. Diciamo pure che sto all’80% di attrazione verso i maschi vs. il 20% di attrazione per le donne. (Spero sia chiaro che non stiamo parlando meramente di sesso). E penso anche che ciò valga, in linea generale e al di là di percentuali puramente esemplificative, per la quasi totalità delle altre slash-writer.
Va da sé che se sento qualcuno dire che ci divertiamo a scrivere dell’amore tra due uomini perché in realtà quei due uomini vorremmo farceli entrambi, lo avvito nell’asfalto a colpi di mazza ferrata. C’è altro dietro, sempre a mio avviso, ma lasciamolo appunto dietro le quinte.
La seconda cosa: di tutti i possibili shipping omo ricavabili dal fandom di Batman, questo mi sembra indiscutibilmente il più “sano”. Sappiamo benissimo che nelle fogne di Gotham, oltre a Pinguino ed ai suoi accoliti, allignano una marea di cose sconce che non sono tali perché toccano il sesso, ma perché sono specchi di incidenti mentali gravi. Non parlo di problemi clinici, semplicemente del fatto che si incrociano – e si leggono, e si vedono – tante produzioni che generano puro malessere.
Lasciamole al loro destino e balliamo una macumba per tenerle lontane.
Ma sarà comunque utile tener presente che se per una Batman/Robin c’è forse il 15% di possibilità d’aver di fronte una cosa leggibile cioè che non stuzzichi appetiti strani, decente cioè valida e soprattutto carica di senso; per una BatJokes la probabilità sale, ma non esaltiamoci troppo – diciamo un 50%? -, tanto che persino LEGO Batman vi allude poco nascostamente; mentre è proprio con una SuperBat che possiamo sfangarla, e dimostrare all’universo mondo che slash è intelligente e slash è bello, cazzo (nomen omen).
In attesa dunque di reperire Justice League, onde – anche – capire meglio cos’ha da offrire questa coppia (anche se mi dicono che il film è malriuscito, ma poi vedremo), concludo – si fa per dire, non cantate Hallelujah, non ancora – con una… breve disamina di un piano sequenza che mi ha colpito.

[Crediateci o no, ho scritto l’intero post, compresa la parte che segue, in una nottata.
Che Hans Zimmer vegli sul sonno di recupero post – sabato sera di voi tutti].

Siamo al finale, Doomsday è stato liquidato dal povero Superman che adesso giace a terra col petto squarciato. (Soffro, lo rivoglio indietro, e fortunatamente così sarà).
Fotografie – orrende, perché ho usato la telecamera dello smartphone di notte per screenshottare; oppure trovate in rete, imperfette, ma sufficienti a dare un’idea.

Originale
La IMAX scorre riprendendo un’inquadratura dall’alto, in avvicinamento al corpo del (fu) uomo d’acciaio. Corpo costruito ma snello, inguainato in un tessuto traslucido, (s)composto in una posa sommamente plastica ed elegante: le braccia distese, una mano che morbidamente cade di lato come fosse d’un dormiente. Una gamba slanciata in avanti e l’altra piegata verso l’interno, quasi un passo di danza, una volée.
Ed il capo reclinato di lato. In attesa di una carezza, che non si fa aspettare.
Ci avviciniamo ancora, ma cauti, rispettosi. E lo vediamo meglio.
Non è un uomo e non è un dio, non è una conclusione insoddisfacente o una potatura necessaria. E’ invece bellezza. La bellezza seducente, giovane e luminifera di un fanciullo caravaggesco, calor bianco ultramondano che emerge tridimensionalmente da un fondo oscuro ma non piatto, tappezzato da profondità d’ombre.
Al suo fianco lei, virgen dolorosa piena di grazia soffusa, a reggergli la mano, palmo vòlto in alto, con la delicatezza di chi regge un calice prezioso. Vuoto.
Risalendo in lenta fuga nei cieli silenziosi nel loro lutto, tutto precipita nel nero, all’infuori di poche macchie d’aurora incipiente: il marmo rosa di un viso d’uomo ed il chiarore al neon della camicia d’una donna, la sua donna. Dissolvenza.

da video

Pappa Buona (ovvero: altri post sul film da blog che spaccano)

Teaser emotivo non recensivo on Kasabake
BvS on Per un pugno di cazzotti
BvS on Matavitatau (scorrete il post fino in fondo)
BvS on Lapinsù
Bvs on Alcolisti Cinefili
Bvs on Marotz

Passi di corsa col ♡ che pompa.

Complici il clima assai clemente degli ultimi giorni, le (ri)letture in odor di decluttering e la buona riuscita di alcune pratiche che ho in corso; negli ultimi due giorni il mio corpo si è risvegliato come farà con maggior costanza in autunno – ed ha avuto un’esplosione di carica energetica che non mi aspettavo.
C’è stata la lenta otto chilometri (ci ho messo un’ora e tre quarti) obbligata, poiché fino a lunedì non ho l’auto: un azzardo, una scommessa con me stessa; dal centro commerciale a casa. Faccio quel percorso spessissimo, conosco a memoria edifici campi e curve, ma a piedi il mondo acquista in dettaglio e nitidezza.
Poi il turno notturno di otto ore (ancora otto), una notte passata in bianco prima per difficoltà a prender sonno, poi per scelta. Otto ore e cinquanta litri di rifiuti di vario tipo raccolti. Ho svuotato e ricomposto scaffali, cassetti, ripiani; ho rivisto una vita negli oggetti scartati e manipolato, a volte accarezzato gli oggetti di una vita.
In moltissimi casi oggetti del tutto comuni.

Mi appresto ora, un po’ per praticità (c’è altrimenti il rischio che domattina manchi un appuntamento importante) e un po’ per desiderio non ancora saziato, a ripetere la traversata in solitario del sonno del mondo.
Mi sostiene un guizzo di vitalità che di recente s’è appannata.
Finché dura, fa verdura; disse un saggio.

Corpo a corpo

Il fascino maggiore del cristianesimo risiede nel rapporto che ha con il corpo.
Corpo umano, corpo di Cristo, corpo del mondo detto anche natura.
Ravasi ci ricorda in un’intervista al Corriere che, se dal pensiero greco abbiamo mutuato il concetto di anima immortale, è bensì dal giudaismo che ereditiamo la nozione di resurrezione dei corpi nel mondo a venire (l’anno prossimo a Gerusalemme!):

Lei da biblista come immagina l’aldilà?
«L’immortalità dell’anima nella Bibbia quasi non c’è. C’è la ri-creazione dell’essere intero: la visione di Ezechiele». 
Gli scheletri che tornano in vita.
«Nel Cristianesimo la risurrezione della carne è centrale. Io non ho un corpo; io sono un corpo».

Non è un caso nemmeno che io abbia usato il termine “mutuare” nei confronti della cultura greca, e invece “ereditare” nei confronti del giudaismo: è solo del secondo che siamo veri figli. A differenza dei greci, gli ebrei appartengono alla nostra stessa storia, come noi apparteniamo alla loro; ed è del resto proprio attraverso la parola storia – o meglio, al plurale, storie [toledoth], una faccenda di popolo dunque e non individuale – che si traduce l’idea di tradizione.
Eppure, a dispetto della carnalità che mi viene spontaneo attribuirgli, per gli ebrei il corpo, pur creazione divina, resta forse più un oggetto che un soggetto; una qualità della persona quasi (come ogni altra cosa, pura o impura) e non un elemento di per sé fondante, ed intrinsecamente buono.
Se un mollusco o il mestruo possono determinare la mia impurità, se la legge prevale sull’amore, quale tipo di rapporto posso instaurare con il mio Dio? Un’unione intellettualmente intima certo, ma quanto personale?

E’ un Signore sublime ma distante, quello che si lascia adorare ma non toccare (guai a sfiorare le lettere della Torah!); quello che è presente in spirito in luoghi determinati e non estensivamente, cattolicamente, ovunque due o tre sono riuniti nel Suo nome; un Dio dell’astrazione (la “malattia ebraica” che tutto rovina, cit.) ch’è l’antitesi del corpo.
Tesi – antitesi, antitesi, antitesi… e così via, per sottrazione, come Maimonide ammoniva: Dio è pensabile solo a partire da ciò che non è. Ma cosa rimane, se qualcosa poi davvero rimane? L’ain sof, il nulla senza fine.
Forse HaShem, stanco di tanto nulla, s’è fatto carne per sfuggire a tale orrido, vuoto destino. Forse, dopotutto, la Shoah non ne è la negazione ma la controprova.