La sola domanda

Consiglio lineccepibile scritto di Leonardo Lugaresi a proposito dell’ultimo, in ordine cronologico, martirio cristiano (in Burkina Faso), di un certo inquietante e squallido “sciopero della Messa” attuato in Germania da un gruppo di donne, e della vicenda dell’elemosiniere del pontefice tanto solerte nel farsi rivoluzionario d’accatto.
La sola domanda degna di porci in un frangente di così drastica – e spesso ridicola – secolarizzazione, nonché di disprezzo per la propria stessa persona ed il proprio destino, è identificabile con quella che il colonnello Cristoph Graf ha rivolto, durante l’annuale cerimonia di giuramento della Guardia Svizzera, ai propri commilitoni:

“Crediamo ancora?”.
Sebbene ogni anno durante la veglia pasquale i fedeli vengano invitati a rinnovare le promesse battesimali, dubito che tutti capiscano ciò che si chiede loro.
Rinnovare il battesimo significa un “sì” chiaro ed esplicito alla fede nel Dio Uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Ma al giorno d’oggi chi ha ancora il coraggio di farsi davvero riconoscere come cristiano o di esporsi per la propria fede? quando è stata l’ultima volta che avete parlato di Gesù Cristo in famiglia o con i colleghi?

Se abbiamo il coraggio – il desiderio reale, l’intenzione, la preparazione – per esporci e dirci cristiani anche e soprattutto in situazioni critiche, che non necessitano di arrivare al martirio del corpo ma spesso ci frenano prima: ad un’occhiata sdegnosa o derisoria di un conoscente, per esempio.
Se abbiamo o no questo coraggio, è la sola domanda che viene a contare.

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Film .8: The vvitch, Eggers

The vvitch – Robert Eggers

Il titolo lo scrivo così, com’è riportato in copertina e sul catalogo bibliotecario, anche se è intuibile che quella strana parola sta per “witch”.
Me lo sono visto incuriosita dalla recensione assai critica di Fabio Arancio, che ora posso a ragione avallare. Non amo i commenti che protestano la malvagità di un’opera (o più modestamente, di un prodotto) – in genere raccontano sciocchezze. Ma in questo caso, pur senza stracciarmi le vesti, convengo che il film non solo non ha nulla da dire ma tutt’al più va a stuzzicare corde poco sane nello spettatore medio, che abbia cioè una cultura cinematografica ed un’attitudine religiosa non abbastanza mature.
Sino a circa metà storia, ma anche un pochino più in là, la resa è discreta nonostante si fondi su un’idea banalotta (famiglia devota dei secoli che furono viene cacciata dalla propria congregazione e va a vivere vicino ad un bosco, nel quale le forze del male si scatenano. E vincono. Con tanto di caprone parlante che, non fosse triste, sarebbe alquanto grottesco).
Poi, però, mancando di un fondamento vagamente solido, lo sviluppo precipita: tra bambini scomparsi, bambini morti (non prima d’aver esalato l’ultimo respiro il quale, più che un rantolo affannoso, sembrerebbe decisamente un ansito orgasmico), accuse a destra e a manca di stregoneria; passiamo in rassegna una bella galleria di stereotipi e leit-motiv di genere – sottofondo di violini dissonanti incluso – senza tuttavia arrivare al dunque, ad un senso della storia ed un significato morale (fosse pure un comunissimo atto d’accusa verso la rigidità mentale di un certo tipo di religiosità), ad uno scopo insomma.
Il male vince, dicevamo, la qual cosa in sé non è carina ma nemmeno inaccettabile: il male vince spesso, ahinoi, molte battaglie nel mondo reale ed in quello fittizio. Lo fa, però, in maniera quasi scontata, un po’ automatica, che non genera tensione né lotta – è un male privo di nerbo eppure mai veramente contrastato. L’unico personaggio che può vantare forza di carattere cede proprio sul più bello così, come fosse un berlusconiano alla deriva che deve riposizionarsi su un nuovo carro dei vincenti. Si è voluto insomma presentare un finale (pseudo)sovversivo, senza avere i numeri per crearlo… come Dio comanda.
Soprattutto, sin dall’inizio, ogni azione o considerazione svolta sulla scena è pervasa da un’inclinazione d’animo disperata, vuota di grazia, che ne suggerisce unicamente un’interpretazione deterministica, ineluttabile.

E’ tutto: un’operazione commerciale malriuscita nel migliore dei casi, il consapevole contrabbando del male come schieramento appetibile e vantaggioso nel peggiore.

Libri .5: L’uomo dei dadi, Rheinhart

L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart

E’ un romanzo problematico, questo, poiché occorre inoltrarsi per un discreto tratto nel testo prima di capire se, pesandone i vari elementi, la nostra personale bilancia lo decreti un libro di valore oppure un libro da evitare. Sì: perché non è uno di quelli che si possano giudicare lungo una scala lineare di piacevolezza, o lo si apprezza tanto da oltrepassare un certo limite e dunque senza sconti, o lo si gode sino a quell’estremo limite, dal quale poi lo si prende in antipatia, in sospetto e infine lo si disprezza.
Un libro inutile? Un libro dannoso, piuttosto; anche se l’intelletto e la libertà umana, generalmente parlando, non mancano delle risorse adeguate ad approcciarlo con criterio.

Luke non è Luke – ma questo non ci stupirà. Luke è solo uno pseudonimo, ma il fatto è che l’uomo celato dietro ad esso di pseudonimi ne ha molti, uno diverso per ciascuna delle, pare, numerose finte autobiografie prodotte nel tempo.
L’uomo dei dadi, protagonista di questa in particolare, non esiste – nemmeno questo può stupire più di tanto, dopo Matrix, Vanilla Sky, Eternal Sunshine ecc., e nipotini elencando. L’uomo dei dadi non esiste perché ha scelto, più o meno deliberatamente, di cancellare se stesso – la sua personalità, le sue abitudini, le sue scelte predeterminate dal vissuto – e generare ad ogni nuovo lancio di dadi un nuovo sé, nuove azioni avulse da un contesto psico-attitudinale stabile, un nuovo futuro privo di una prospettiva a lungo termine.
Già così fa paura, ma c’è di più: il dottor Luke Rheinart, psicoanalista vagamente frustrato, giunge ascoltando la voce di Dio (ossia, del Dado), a smontare la propria intera esistenza e contagiare, contaminare sistematicamente, interi gruppi di persone con una fissazione deleteria e distruttiva. Lasciar decidere al Dado, appunto.

trasferimento

Non entro in dettaglio: la storia è lì, reperibile in qualsiasi biblioteca, e pure scorrevole nonché divertente (sempre che il turpiloquio e l’abbondanza di sesso che discende dalla triade psicanalisi-newyork-secolarizzazione non vi turbino. Vi assicuro che ce n’è).
Considerando che a suo tempo un romanzo con intenti, mi verrebbe da dire, psicotropi come questo ebbe un vasto successo, e che io ne sono venuta a conoscenza attraverso una pubblicazione recente (citato in Propizio è avere ove recarsi di Carrére), non è poi così peregrino domandarsi quale impatto possa determinare su una persona – non parliamo di società – oltre che da quale humus culturale nasca.
A proposito di quest’ultimo, quale sia è presto detto: la prima edizione, se non erro, risale al ’67. Anno più anno meno, siamo nell’orbita di quella detonazione culturale della quale stiamo ancora subendo le radiazioni.
Sviluppo armonioso del bambino, ben distinto dai ruoli adulti? Spazzatura.
Identificazione stabile con un sesso, prosecuzione stabile di una famiglia, atteggiamenti coerenti col proprio passato ed orientati ad un futuro quantomeno delineato? Spazzatura.
La società? L’autorità? La normalità, e di conseguenza lo scompenso o la devianza da curare? Via. Via tutto, perché dove si scorge un neo sulla pelle della realtà, magari un po’ grandicello, è buona cosa amputare per intero l’arto.
La religione? I valori? La continenza e il pudore? Ancora spazzatura.
E dove sarebbe il problema? Di queste cose è pieno il mondo, e non da ieri. Però, quando qualcuno riesce a trasmetterle sotto una sembianza che non è di critica pura cioè di saggio e d’invettiva, né di parodia edificante, né di storia bislacca ma consapevole degli intrinseci limiti di ogni storia, che veicola un mondo ed un pensiero parziali, contestabili; ecco: il mix inattaccabile di veleno spacciato per confetto – senza alcun avviso ai consumatori – è pronto.

Mi piacerebbe che a commento di una prodezza tale – e lo è, il guaio è appunto questo: che il libro è davvero ben scritto, ben pensato, ben diretto, insomma fico, diabolicamente affascinante – intervenisse Claudio alias Sir Cliges. Ma con un post dei suoi.
L’hai letto? Lo conosci?