Prima di cena

Nel mio freezer rimangono, della mia vita di prima, ancora due sacchetti preparati da mia madre: in uno si trovano due cotolette panate, nell’altro un grosso filetto di vitello. le cotolette saranno gli ultimi prodotti a base di carne a sparire: per me sono sinonimo di mamma e di casa e di infanzia. Il vitello, invece, lo cucinerò prima, cotto nel latte e condito col curry.
Dopodiché, in casa non ne avrò più, e sarà finalmente il momento più adatto per modificare, come da moltissimo tempo auspicavo di fare, la mia dieta. E diventare semi-vegetariana. Per farla breve e capirci: proprio come Olivia, intendo rinunciare alla carne di animali allevati a terra, ma continuare a nutrirmi di pesce – che sì, è sempre “carne” ma presenta meno problematicità sotto quasi tutti i profili – e di derivati animali (uova, latte, miele…).

Come vedete non mi sono dilungata nel raccontare i miei perché e percome di questa scelta, ma è da qui che conveniva partire per parlare del libro uscito quest’anno di Jonathan Safran Foer: Possiamo salvare il mondo, prima di cena.
Un libro che più che un saggio personalmente classificherei sotto la voce “non-fiction a tesi“, che ha molto da dire ma senza appesantire (e la leggerezza, tra parentesi, è uno dei vantaggi del vegetarianesimo).
Conveniva partire dal personale, perché nonostante non trascuri di sciorinare una serie di dati, Safran Foer attraversa tutte le pagine, anche quelle di soli dati appunto, dialogando con se stesso e col lettore in modo intimo e non catechistico; per parlare di un argomento attualissimo, fastidioso per chi non lo accetta e faticoso per chi lo accetta: il forte nesso diretto tra cambiamento climatico e consumo di alimenti di origine animale.
Uno sguardo alle sezioni di cui è composto il testo:

  • Incredibile: parte introduttiva e centrale, espone il punto di partenza dell’autore, la sua tesi ed i vari elementi del dibattito;
  • Come evitare la morìa suprema: ogni capitoletto è formato da dati in connessione fra loro, a volte evidente ed oggettiva a volte personale, sintetizzati e sistematizzati in modo tale riepilogare alcuni punti fermi in climatologia;
  • Solo casauna prosecuzione della prima parte, con un occhio di riguardo al tema della speranza;
  • Disputa con l’anima: una lunga e godibilissima auto-intervista, un quarto grado su tutto il materiale presentato in precedenza, una sorta di cubo di Rubik nel quale logica, etica e tecnica girano ciascuna sul proprio perno ed attorno alle altre;
  • Più vitaecco, questa è la parte che mi è piaciuta meno, e che ha aggiunto poco o nulla a quanto già letto. L’autore riprende alcuni concetti, li osserva lateralmente e li lega a membri della sua famiglia (la nonna, i figli); lo fa però a mio parere avvitandosi un tantino su se stesso.
    Infine, abbiamo una
  • Appendice: 14,5% – 51%, questi i due estremi percentuali entro i quali si muove il confronto per definire l’impatto, come dicevo, dell’allevamento intensivo sul mutamento climatico – non sono presentate tuttavia come cifre ugualmente possibili, ma brevemente analizzate. E quale che sia la cifra esatta, la conclusione è che tende per certo verso l’estremo alto.
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Immagine di Lucia Lorenzon

profilo Instagram dell’autrice

In tutto questo emergono spesso e volentieri, come fiumi carsici, il tema della speranza (intesa come concreta possibilità di cambiamento e in ultima analisi di salvezza, non come moto ottimistico privo di scopo) ed il tema della coerenza, sui quali Safran Foer si interroga quasi ossessivamente.
Sulla coerenza ha scritto qualcosa Alessandro, e più che ripetere parole d’altri o tentare di riassumere posso chiosare così: mai confondere la coerenza con la perfezione. La coerenza è un cammino, e sbagliare, fare un passo indietro per poi rifarne due in avanti, faticare è semplicemente umano, non inficia nulla della propria azione – è sull’azione che si insiste molto. La contraddizione non è necessariamente uno sbugiardamento, più spesso è una spia della complessità del reale.
Se volessi estrapolare i concetti cardinali dal testo, sarebbero questi:

  1. “Il nostro pianeta è una fattoria”.
    L’allevamento animale intensivo (del quale non si discute per niente) è la principale causa alla base del cambiamento climatico, più rilevante persino dell’inquinamento industriale e civile da anidride carbonica (del quale tuttavia si parla fin troppo);
  2. le grandi aziende ed i governi possono fare molto per invertire la rotta, ma se pure lo facessero, di per sé non basterebbe.
    Ci vorrebbe questo e anche l’azione individuale, o meglio la somma di milioni di scelte e conseguenti azioni individuali dei cittadini-consumatori, per ottenere non di schivare il cambiamento, ormai inevitabile e già reale, ma di attenuarlo per quanto possibile.
    Non per idealismo, ma per concretezza, la scelta individuale (in primis di consumo) è la chiave non sufficiente ma indubitabilmente necessaria per impedire l’estinzione della specie. Sempre che di evitarla ci importi;
  3. il fatto che discutiamo di cambiamento climatico con una flemma ed una serenità (non dico d’animo, ma di prospettiva a lungo termine) direttamente proporzionali all’urgenza ed alla gravità della questione dipende, oltre che da eventuale ignoranza (ma tralasciamo, qui, il negazionismo) da tre fattori:

a) l’assetto psichico dell’essere umano è tarato, dai tempi ancestrali, sul pericolo vicino nel tempo e nello spazio. Per quanto evidente ed innegabile sia, un pericolo enorme ma di là da manifestarsi pienamente, e magari distante geograficamente (almeno per noi europei!) non è percepito adeguatamente.
Così come l’immagine chiara della Terra, e della sua fragilità di miracoloso pianeta abitato nel mezzo d’un cosmo buio e freddo, ci si presenta solo osservandola dallo spazio: altrimenti, come nell’occhio del ciclone climatico, ci siamo letteralmente troppo dentro per vederla;

b) di conseguenza, sapere una cosa non equivale a crederci. O se preferite, a sentirla intimamente. Tanto per la Shoah quanto per il cambiamento climatico (tra i quali l’autore stabilisce un parallelismo), è l’emotività che un fatto ci trasmette a fare la differenza, non il fatto oggettivo in sé.
Così come per una “ola” allo stadio, anche la comunicazione scientifica – di ogni tipo – ha bisogno di essere veicolata da qualcosa che il nostro intelletto sia in grado di assorbire; di creare una norma, di fondare i presupposti per un’azione emulativa, cosicché le persone comprendanoscelgano fattivamente un dato comportamento e non si limitino a capire concettualmente lo spiegone.
[Se avessi terminato il percorso di studi, avrei dato la tesi proprio sulla comunicazione scientifica].

Possiamo salvare il mondo, prima di cena è un libro che consiglio, a prescindere da quanto ciascuno di noi sia disposto ad ascoltarne il messaggio e ad orientarsi verso una dieta vegetariana – consapevole di come questo sia non ancora sufficiente, eppure indispensabile, cioè il minimo requisito necessario ad arrestare lo stravolgimento del clima per cause antropiche.

Decluttering .4: Senso estetico

L’estetica è la madre dell’etica:
quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo,
quanto più sicuro è il suo gusto,
tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero, anche se non necessariamente più felice,  sarà lui stesso
”.

[Iosif Aleksandrovič Brodskij]

Affermando che ho un forte senso estetico, non voglio intendere che abbia uno spiccato talento per l’arte, per la scelta di palette di colori nell’arredo o nell’abbigliamento, o simili. Intendo soltanto rilevare un dato di fatto, e cioè che l’aspetto estetico, il risultato più o meno soddisfacente e pacificante per l’occhio, è una variabile che condiziona moltissimo le mie scelte.
Tutte le mie scelte: dall’acquisto di un libro in base alla sua copertina, alla preferenza per un cibo o per un altro, passando naturalmente per il decluttering e facendo pendere l’ago della bilancia “lo tengo / lo elimino” di qui o di là.
Non che l’estetica rivesta un ruolo rigidamente deterministico nella mia vita, sia chiaro; tuttavia come detto incide, ed incide parecchio, in forme gestibili delle quali sono per lo più del tutto consapevole.

Per citare un esempio:
solitario ed affascinante, nella mia grossa wishlist di lettura autunnale-invernale, si erge fra gli altri il noto Libro d’ombra di Junichiro Tanizaki.
In maniera grossolana, certo, ma qualche nozione sulla cultura nipponica di gestione degli spazi di casa, dei pieni e dei vuoti, della creazione di densità attraverso luce e penombra credo l’abbiamo tutti.
Lungi dall’aver iniziato una risistemazione cosciente dei locali di casa mia in questo senso, mi accorgo comunque di aver già messo in atto piccole modifiche spontanee, su base intuitiva, come il tendere – specie ora che la luce va calando – a mantenere le stanze appunto in penombra, sfruttando le lampade e così creando coni di luce soffusa e calda, un po’ un bozzolo temporaneo nel quale sostare mentre porto avanti una singola attività.

ciotole-per-il-riso1

L’anelito alla semplicità è attivo a 360°, ma in generale, ed in questo periodo di transizione in particolare, si esprime per me soprattutto in cucina.
Primeggia, certo, il bisogno di razionalizzare un ambiente ed una serie di attività tendenti per natura all’entropia; c’è poi però anche qui una fetta di piacere estetico-psicologico, per il quale vuoto, pulizia, spazio libero e pronto all’uso equivalgono a leggerezza, armonia, e in definitiva bellezza.
Ecco: per un minimalista l’ordine, sia esso “morbido” oppure abbia esso un tratto compulsivo (per es. nel desiderio che ogni oggetto sia dritto), non è mai il punto d’arrivo ultimo, non è un arido fine ma è, oltre che uno scopo pratico, principalmente un mezzo per ottenere bellezza e piacere dalla propria vita per come è riuscito ad organizzarla.

Libri .4: La gioia del riordino in cucina, Roberta Schira

Purtroppo non posso dare più di tre stelle a questo libro: se la prima parte, infatti, ne vale cinque (nel suo trattare con semplicità ma accuratezza temi anche complessi come gli aspetti antropologici e psicoanalitici del cibo e della cucina, intesa sia come atto che come stanza), la seconda parte invece mi ha deluso: l’ho trovata dispersiva e a tratti ammiccante ad uno spiritualismo mediocre. Come se la parte introduttiva e quella più pratica fossero state scritte da due persone differenti!

Carnet (Gennaio 2019)

Per la serie faccio cose, vedo gente – ma anche: leggo libri, vedo film – ecco il primo elenco mensile di questo nuovo anno.
Lascio, davanti al numeretto, un punto esclamativo ad indicare i titoli migliori (per i motivi più disparati: oggettiva genialità, gusto personale, considerazioni inattuali o soltanto particolari), ed un cuoricino a seguire.
In blu invece, a beneficio di Wwayne, i titoli relativi all’era digitale, con tutti i suoi annessi e connessi.

[libri]
1. Il presidente è scomparso – James Patterson & Bill Clinton
2. Dieci ragioni per chiudere subito tutti i tuoi account social – Jaron Lanier
> plus: La dignità ai tempi di internet, dello stesso autore (anticipo una lettura in corso)
Un autore spesso criptico, o anche soltanto dal lessico involuto, che tuttavia sa il fatto suo sia perché ha le idee chiare e valide, sia perché fa parte dello stesso mondo che discute.
!3. Il sesso inutile – Oriana Fallaci ♡
4. Il digitale quotidiano – Salvatore Patriarca
Concetti e linguaggio di matrice chiaramente filosofica. 

!5. L’oro di Napoli – Giuseppe Marotta ♡
6. Storia di un’anima – Teresa di Lisieux
!7. Internet ci rende stupidi? – Nicholas Carr ♡
Se l’argomento “digitale” vi interessa, consiglierei di partire da qui: ci trovate chiarezza, una profondità non pretenziosa, e tanti tanti… input differenti.
!8. Il gusto del cinema – Ferruccio e Federica Cumer ♡
Una chicca, purtroppo edita a livello regionale e dunque non facilmente reperibile.
9. Il gusto del cinema, Edizione speciale 10 anni – Laura Delli Colli
!10. I nuovi poteri forti, Come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi
– Franklin Foer ♡
Il titolo fa temere il peggio, ma poi il fratellino di Jonathan Safran fa il miracolo e risulta credibile, oltre che scorrevole.
!11. Preferisco leggere – Patrizia Traverso ♡
Operazione di sintesi organica – non di mero montaggio – di fotografia e testo: non certo una scelta nuova, ma perfettamente riuscita, poiché personale e portatrice di senso.
12. Las Vegans, Le mie ricette vegane sane, gustose e rock – Paola Maugeri
Alcune ricette o meglio idee le ho raccolte. Buone intenzioni e buona volontà di un personaggio anche simpatico, nulla di che, comunque.
!13. Ero gay – Luca di Tolve ♡
Una bella sorpresa. Non che mi aspettassi un libro brutto, ma neppure speravo in uno stile meno che rozzo e in contenuti “digeribili” da un pubblico esteso. Invece ho trovato entrambi. Ciò valga come premessa. Per quanto concerne il merito del racconto, mi limito, qui, a dire che la cifra dello stesso è una rincuorante concretezza; e che leggere Luca è stato come incontrare un amico che mi conosce bene.
!14. MacLuhan non abita più qui? – Alberto Contri ♡
Altro saggio di analisi dell’epoca digitale, con però una particolare attenzione al versante pubblicitario (da un autore che la pubblicità l’ha prodotta ai vertici), ed alla sua (mancata, per lo meno in Italia) proficua e funzionale innovazione. Unica pecca: è un filino egoriferito…

[film]
1. Bird – Clint Eastwood
2. Giù al nord – Dany Boon
3. Heidi – Alain Gsponer
4. Killer Joe – William Friedkin
Cattivo, grottesco e divertente.
!5. Il cliente – Asghar Farhadi ♡
Farhadi è diventato uno dei miei favoriti. Spietato nel descrivere un’umanità che pure lo muove palesemente a compassione.
6. Be cool – F. Gary Gray
7. Ghostbusters – Ivan Reitman
8. Ghostbusters II – Ivan Reitman
!9. L’uomo dal braccio d’oro – Otto Preminger ♡
!10. La messa è finita – Nanni Moretti ♡
Intelligente con levità, come una torta ai tre cioccolati, ma con la panna vegetale.
! 11. I nostri ragazzi – Ivano De Matteo ♡
12. Conseguenze pericolose – Tony Spiridakis
13. Ore 11:14 – Greg Marcks
14. La famiglia Belier – Eric Lartigau
!15. Black book – Paul Verhoeven ♡
Unione perfetta tra fierezza, sofferenza e caustica critica sociale.
16. Another happy day – Sam Levinson
Non privo di una sua coerenza; ma lamentoso, lamentoso, lamentoso!
17. Tutta la vita davanti – Paolo Virzì
18. Martyrs – Pascal Laugier
Caruccio, in un paio di occasioni stupefacente (vedi scuoiatura), ma dov’è il dolore? Dov’è?!
19. Zero Dark Thirty – Kathryn Bigelow
Forse sono io a non averne colto il messaggio, ma più di un semplice e godibile film d’azione, con una appena accennata sfumatura etica, non mi riesce di considerarlo.
20. Red – Robert Schwentke
!21. Il grande sonno – Howard Hawks ♡
Bogey e Laurie vincono a mani basse.

Libri .2: Carr + Il gusto del cinema

Internet ci rende stupidi? – di Nicholas Carr

Onesto ed equilibrato, approfondito ma senza pesantezze.
La domanda del titolo, nonostante l’apparenza, non è retorica.

Il gusto del cinema – di Ferruccio e Federica Cumer

Diviso in sezioni dedicate ciascuna a una regione italiana, si distingue da altre raccolte di accostamenti cinematografico-culinari per la competenza mai superba o prolissa in materia di grande schermo, e per i validi approfondimenti storici e gastronomici. Consigliato.