libri (marzo 2020) – pt. I

cesso elegance

La peste – Albert Camus

La drammatica sera in cui non avevo ancora ripristinato il Kindle, che faceva le bizze, ed avevo esaurito i prestiti della biblioteca, mi sono ritrovata a vagare nel panico tra gli scaffali di casa; in preda all’astinenza. Poi mi è venuto in mente che avevo preso in mano più volte questo libro, senza mai decidermi, libro che proprio ora viene citato da diversi blogger che vengono in soccorso dei quarantenati per coronavirus.
Così c’ho provato. Non avessi tentennato tanto!
Immaginavo un libro magari valido, sì, ma pesantino e un po’ farraginoso, invece è scorrevole, piacevole, profondo ma con naturalezza. Una fiction dalla verosimiglianza a maglie larghe. Io ci trovo persino una vena non dico ironica, ma di osservazione distaccata e scafata, e se non indulgente almeno affettuosa, rispetto alla natura umana descritta nelle sue reazioni alla diffusione del contagio, alle misure di contenimento ed isolamento, allo stravolgimento in un verso o nell’altro della propria esistenza.
Vi ricorda qualcosa?
Insomma, ne sono entusiasta.

Massa e potere – Elias Canetti [*kindle]

Per il mio giretto nel Novecento, avevo in programma anche questo titolo di Canetti, del quale ho letto soltanto La lingua salvata. Grazie a Lucius, me lo sto leggendo sul Kindle, che ho rispolverato, e cara grazia che non ne avverto il peso e la… massa, appunto: ha tutta l’aria d’essere lungherrimo. Non un mattone, questo no: anzi, ha uno stile inaspettato, che mi fa pensare alla narrazione di fiabe e miti anziché alla saggistica; però è abbastanza impegnativo, perché esplora concetti importanti senza darne definizioni, ma passando direttamente alla descrizione.
Lo proseguo alternandolo alle altre letture, ma non so ancora se lo leggerò per intero.

Preghiera per Chernobyl – Svetlana Aleksievic [*kindle]

Così come per Tempo di seconda mano (meraviglioso) e tutti i suoi libri di ricostruzione storica “dal basso”, anche questo è costituito dai racconti e da interviste ai protagonisti degli eventi, i protagonisti privi di cariche istituzionali e di potere: abitanti sfollati, mogli dei tecnici e dei pompieri morti in seguito all’esplosione del reattore 4, militari, malati cui è stato tolto tutto, anche il conforto della propria terra.
E questo è il dato di fatto. Il dato personale, invece, è che tanto per cominciare durante la lettura della prima testimonianza, quella di Ludmjla, moglie del pompiere Vasilj, ho pianto come una fontana e pensato che volevo interrompere, e basta. Mi ha fatto un male cane, cazzo. Per cui non l’ho più aperto per diversi giorni, finché non m’è sembrato di aver assorbito il colpo. Poco alla volta e con prudenza, ho proceduto; è molto bello e molto forte, non c’è pagina priva di spine.

Tutte le poesie – Wisława Szymborska [*kindle]

In poesia sono un disastro, come quei bambini dallo stomaco delicato che all’asilo possono mangiare solo riso in bianco e verdurine bollite, altrimenti si ritrovano in subbuglio dopo ogni pasto.
Credo di poter dire sinceramente di amare la poesia (e questo non ha niente a che vedere col fatto che ne scrivo anche), ma molto di rado incontro qualcosa che mi soddisfa appieno, che non mi pone problemi di resistenza – annoiandomi, sconfortandomi, oppure mostrandosi illeggibile senza parafrasi a fianco.
Ci vuole anche un po’ di questo, lo so, ma non fa per me. La vita è breve e la poesia dovrebbe rischiararla, non incasinarla, e farlo attraverso una moderata e fruttuosa fatica spirituale, non attraverso un gravoso sforzo intellettuale.

Tutto ciò per dire che la Szymborska, che finora avevo solo piluccato, mi aveva pur suggerito subito che poteva essermi amica; e infatti ho scoperto che lo è davvero.

La mente prigioniera – Czesław Miłosz [*kindle]

Subito dopo la Szymborska ho aggiunto al lettore un altro autore polacco da tempo nel mio mirino, con un saggio però (ancora in lettura) e non con le sue poesie. Casualmente, il tema s’incrocia benissimo con la Aleksievic: nel testo infatti, secondo le parole di Wikipedia, Miłosz

“affronta il complesso rapporto tra letteratura e società nell’ambito delle democrazie popolari satelliti del mondo sovietico. Demistificando esplicitamente ogni idealizzazione del socialismo reale, evoca e analizza tanto l’adesione quanto la dissociazione degli intellettuali al sistema (il Murti-Bing) consolidatosi in Polonia nel dopoguerra”.

Ciononostante si differenzia da altri dissidenti del periodo per la sua ammissione che, anche sotto la dittatura, un’espressione artistica – ancorché non del tutto libera – si rende possibile; e che anzi la norma fu costituita da intellettuali abituati a ben gestire e giostrarsi con le limitazioni imposte dal Partito, capaci di altrettanta furbizia e sottigliezza, allenati al compromesso.

Brevi interviste a uomini schifosi – David Foster Wallace

Le interviste (fittizie) rappresentano in realtà soltanto una piccola parte di questa raccolta di racconti, particolari come lo sono tutti i frammenti narrativi dell’autore, e come viene ripetuto più volte nelle introduzioni, d’avanguardia. Non adatti insomma a chi stia cercando storie “pulite”, dalla forma convenzionale, subito inquadrabili e dal forte potere di immedesimazione.
Spesso, invece, l’effetto è quello di rifiutare ed allontanare una equivalenza anche solo ipotetica fra lettore e personaggio. L’ironia di dfw qui, piuttosto che amichevolmente dissacrante, è acida, corrosiva.
Tema portante, il sesso.

Devil, Diavolo Custode – Kevin Smith, Joe quesada
Devil, Father – Joe quesada

E alla buon’ora ho recuperato anche qualcosa di Daredevil. E’ ancora presto per decidere cosa ne pensi, ma di certo mi piace più di molti altri Tizi in Tutina (o in pigiama, come direbbe Karen Page).
I cenni al cattolicesimo mi son parsi discreti e sensati, non troppo calcati ed anche ironici: dato il rapporto controverso con le proprie origini, il fatto che Murdock casualmente capti suoni che indicano un reato in corso proprio mentre sta per confessarsi non passa inosservato 😄
Detto questo: la storia del primo, Diavolo Custode, mi sembra più densa e romanzesca, ma quella di Father è decisamente più ritmata, incisiva e cinematografica. E i disegni le vanno dietro: puliti, ampi e più impattanti. Per un certo verso preferisco le sottigliezze della prima, ma nel complesso, considerato anche il tema (ben trattato) della relazione col padre, delle proprie radici e della redenzione; volendo consigliare una lettura sporadica andrei sulla seconda.

I fantasmi di Rowan Oak – William Faulkner [*kindle]

Per essere esatti, le storie di fantasmi riportate in questa raccolta sono state scritte da una delle sue nipoti, ma pur sempre sul calco di quelle narrate da “Pappy” durante la notte di Halloween o nel corso delle lunghe serate estive, al gruppo di bambini che si trovava, in anni lontani, appunto a Rowan Oak – la dimora di famiglia nel Sud.
E’ proprio nel Sud ed in particolare a R.O. stessa che è ambientata la prima storia, quella di Judith, una ragazza figlia d’un soldato confederato che si innamora di uno yankee durante la guerra civile. Si sta tra folklore sudista e creepy britannico, come nella seconda breve storia ambientata in una stazione inglese.
Purtroppo questo è tutto: due storie carine, più una terza – presentata in due versioni, la seconda scombinata – passabile; l’ultima, che non è di fantasmi ma una bislacca fantasia ideata per il compleanno di una ragazzina, anche no grazie. La noia, proprio.
Ho amato invece l’introduzione della curatrice, la nipote dello scrittore Dean Faulkner Wells, nella quale rievoca brevemente ma efficacemente l’atmosfera magica della vita di campagna, qualcosa che ho ereditato da nonni e genitori e in piccola parte sperimentato, qualcosa di impagabile. Ma nessun aggettivo, in ogni caso, è adatto a descriverla.
Per questo sprazzo di gioia dico grazie a Lucius, che me l’ha, ehm, segnalato.

❃❃❃

I libri non commentati:
Sette maghi – Halldór Laxness [interrotto]
Fedeli a oltranza, Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam [interrotto]

libri (febbraio 2020)

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Vertigine della lista – Umberto Eco

Non solo le numerose liste (letterarie o figurative) citate e riportate ed analizzate, ma anche questo stesso libro-contenitore dà realmente le vertigini: al di là delle vaste cognizioni dell’autore, che in origine ha pensato al tema organizzando una serie di eventi per un museo londinese, la ricchezza dell’universo di liste ed elenchi di varia natura, conclusi o aperti tendenti all’infinito, sommuove le viscere.
Che sia l’eterna umana curiosità, o l’insopprimibile desiderio di abbracciare il mondo nella sua interezza; fatto sta che avere per le mani tutto questo ben di Dio di estratti – da Shakespeare ad Ariosto, da Huysmans a Calvino, da Mann ai Carmina Burana; solo per citare quelli che mi son piaciuti di più – mi ha mandato in solluchero.
E’ stata un’esperienza più sensoriale che intellettuale, quasi, non solo con riferimento alla confezione del prodotto che pure merita un elogio, ma proprio per la fantasmagoria immaginativa che scatena (un po’ come le caramelle frizzanti al limone sulla lingua).

No kid – Corinne Maier

Le considerazioni della Maier – le sue 40 ragioni per non avere figli – sono senza dubbio estremamente sbilanciate verso un’ottica sulla vita cinica ed intransigente. All’inizio, infatti, avevo immaginato di attribuirle due stelle. Poi, però, sono diventate addirittura quattro, e per una ragione precisa: condivisibili o meno, non le espone con quello che oggi chiameremmo cattivismo, e nel farlo riesce ad esprimere in modo mirabile una causticità molto concreta e diretta; che personalmente mi ha strappato svariati sogghigni di approvazione.
(Ad es.: sullo stato francese democratico-totalitario ed il suo paternalismo laico.
Sull’abdicazione all’autorità e l’imposizione dell’aconflittualità.
Sul terrorismo delle istituzioni educative e del principio di altruismo.
Tutti questi paroloni altisonanti sono esclusivamente colpa mia).
Le anime belle dovrebbero dunque astenersene. Ma per tutte le altre, via libera: questa donna sa coniugare concisione e chiarezza di idee in una serie di martellate che assesta a destra e a manca, senza nessunissimo riguardo ma con classe. Chapeu.
Il fatto che abbia citato Nanni Moretti (una scena di Caro Diario) per esemplificare la disgrazia della genitorialità, e paragonato Vissani al McDonald’s, è puro valore aggiunto.
Ora dell’ultima pagina, l’ho inserita tra le letture migliori di questo nuovo anno, nello “scaffale” apposito sul sito bibliotecario. Tanta roba. Da leggere e rileggere.

Cinzia – Leo Ortolani

Cinzia Otherside, la transessuale che è “una macchia sul vestito pulito della realtà”, è una delle creature più riuscite del padre di Rat-Man, saga sui cui albi ha fatto il suo debutto in anni ormai lontani.
Doveva essere una comparsa occasionale, come racconta Licia Troisi nella sua introduzione, ma si sa: le macchie di leopardo non si lavano facilmente, e anzi tendono a diffondersi. Così, Cinzia è ancora con noi e lotta.
Lotta contro assurdità di ogni… genere: dalla stronzaggine di chi deve “esaminarla” per consentire la modifica dei documenti d’identità, alla pericolosità della setta di lesbiche vegan che infesta l’associazione lgbtiq-sw (sw sta per “amanti di Star Wars”, una minoranza appena integrata nel gruppo per il cui riconoscimento si sta lavorando…).
Lotta, e non potrebbe farlo con più candore e maggior stile: è una che nella possibilità di una vita normale, non punteggiata di sguardi critici o spaventati, ci crede; ma che al tempo stesso è pronta anche a render pan per focaccia alla stupidità (memorabili le risposte che dà al bambinetto mentre fa animazione ad una festicciola, istigato dal padre a far presente che Cinzia non è una donna, ma un uomo. Se volete scoprirle, però, dovete leggere! 😉 )
Impossibile recensire una storia così. Si può solo indossare il vestito più bello che avete nel guardaroba e uscire per farci amicizia ❤

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Non me lo chiedete più – Michela Andreozzi

Sottotitolo: La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa. Il che dice tutto, ma paradossalmente per noi italiani suona più seriosetto di quanto non sia in realtà, come un entusiastico e grintoso manuale di self-help che finisce per prosciugarti le energie pagina per pagina, anziché restituirtele. Invece la Andreozzi, che non recita soltanto in commedie ma di certo in quelle eccelle, è riuscita a toccare diversi punti nevralgici con ironia e levità.
Non mancando, comunque, di dire – anzi scrivere, che obbiettivamente è meno arduo – fatterelli fondamentali:
1. non abbiamo bisogno di partorire per essere donne;
2. non abbiamo bisogno di figli per amare;
3. dobbiamo imparare a non giustificarci per le nostre scelte [come i gatti, N.d.Celia];
4. non è necessario compensare l’assenza di figli facendo qualcosa di speciale.
Ogni vita è speciale.
Saggia la conversazione immaginata su un autobus, tra una madre-con-passeggino ed una childfree; spassoso (ancorché truce) il resoconto del tipico pranzo domenicale in famiglia. L’aneddottica, rielaborata per trarne casi emblematici, spacca.
Valido per fare una bella conversazione con se stesse, ma anche per per difendersi dagli attacchi dei petulanti con originalità e spirito positivo.

Balletti verdi – Stefano Bolognini

Una buona ricostruzione storica di uno scandalo che, dal bresciano, si estese un po’ a tutta Italia nei favolosi (?) anni Sessanta. Ne ho parlato qui.

Lamentation – Joe Clifford

Un titolo che farebbe presagire disgrazia e trishtessa. E invece.
Non che manchino le vicende da emarginati: il protagonista, Jay Porter, ha un lavoro buono ma a rischio, un fratello drogato – Chris, il quale ha pensato bene di mettersi nuovamente nei casini – ed un figlio che sta per traslocare lontano da Ashton, la (poco) ridente cittadina in cui vive, al seguito della sua ex ed il nuovo compagno.
Sarà Chris, implicato in un commercio poco chiaro, e scomparso dopo che il suo socio è stato ritrovato morto, a dare il la all’intreccio giallo: che però non è il motivo per cui amerete questo romanzo.
L’atmosfera, subito ben delineata, è decisamente grigia. Grigio il clima invernale, grigia la distesa di nulla spazzata dal vento, grigie le prospettive dei residenti. Eppure, io ho avuto la bella sensazione di stare osservando, al riparo della finestra, una tempesta all’esterno. Non solo: l’abilità di Clifford nel descrivere le persone, ed il vivere semplice “di una volta” in provincia (è molto retorico e da vecchi, lo so, ma passatemela: sono una ragazza degli anni ’80, una nostalgica), mi ha fatto godere fin dalla prima pagina di una scrittura avvolgente, ma senza vezzi.
Chiamatelo pure page-turner (voltapagina), ossia uno di quei libri che ti accalappiano e non ti mollano finché non crolli dal sonno, altrimenti li leggeresti senza interruzioni: per me lo è stato. Ed è il primo della serie (di tre) che vede Jay protagonista.

Ulteriore dettaglio che ho apprezzato: la “confezione” del libro, dal formato piccolo e maneggevole ma al contempo bello solido e corposo. Sto operando una piccola selezione di case editrici che pubblicano standard simili, da esplorare come fossi al banco gastronomia / pasticceria della Conad ❤
In questo caso, si tratta di CasaSirio, collana “Riottosi”.

Perché non abbiamo avuto figli: donne “speciali” si raccontano
– Paola Leonardi, Ferdinanda Vigliani

Premesso che il (sotto)titolo è tremendo perché accomuna le non madri ai disabili in un moto di pietà pelosa, e l’autrice P.L. che l’ha scelto ne è pure consapevole avendo aggiunto le virgolette; il contenuto del libro è molto superiore alla sua apparenza.
E’ composto di interviste a donne note nel mondo dello spettacolo o della ricerca psicologica / sociologica, del giornalismo, ecc., tutte con una partecipazione al movimento femminista che spesso risale agli anni Settanta. Molto mi interessavano quella a Piera degli Esposti (che però non mi ha detto granché, ed è piuttosto breve), e quella a Rossana Rossanda (che però non c’è stata: viene infatti riportata una sua lettera nella quale declina la proposta.
Ciononostante, ho scoperto altri nomi dell’epoca ed una bella ricchezza di temi, di declinazioni del non-esser-madre, di posizioni intellettuali e politiche; inoltre le pagine del libro sono pervase non dico da modestia, ma dalla semplicità di persone che hanno deposto le armi retoriche, e sanno porsi domande. Non è poco!
Ho copiato alcuni estratti, che se mi riesce utilizzerò per discutere ancora l’argomento.

Il cuore nero della città: Viaggio nel neofascismo bresciano
– Federico Gervasoni

Francamente trascurabile. Era un nuovo acquisto appena arrivato in biblioteca (datato 2019), così ne ho approfittato: poco male, perché si legge in meno di due ore; ma salvo un paio di nomi che non conoscevo non ho trovato un resoconto di peso. Non dico che tutte le pubblicazioni di questo tipo debbano essere all’altezza del reportage di Rosati su CasaPound, per esempio, ma che senso ha – se non fare presenza e raccattare qualche soldo in più – trasferire poche informazioni già presenti negli articoli dell’autore (firma de La Stampa) in un libriccino? Per fare un libro non basta amalgamare gli ingredienti e renderli organici, occorre approfondirli.

Atlante dei luoghi inaspettati – Travis Elborough, Martin Brown

Scoperte inattese, città misteriose e leggendarie, mete improbabili: questo il sottotitolo dell’atlante compilato da Elborough ed illustrato con le mappe di Brown (ma anche corredato di foto in bianco e nero), un elenco non esaustivo ma curioso e ben raccontato di luoghi particolari, alcuni noti altri meno.
Tra i miei preferiti figurano: la Città degli Scacchi, sorta (e morta) nella Russia calmucca (nella sezione Origini inconsuete); Just Room Enough Island, una micro-isola privata sul fiume San Lorenzo (nella sezione Destinazioni eccentriche); Slope Point in Nuova Zelanda con i suoi alberi inclinati e modellati dal vento e la spiaggia di vetro di Fort Bragg, ma anche il Lago Verde in Stiria (nella sezione Posti incredibili)… e poi quasi l’intera sezione Siti sotterranei: soprattutto la Grotta di Conchiglie nell’inglese Margate, di natura mai del tutto chiarita, e l’agglomerato di caverne sotterranee abitate – con tanto di negozi – di Coober Pedy, nell’Australia meridionale.
Nel catalogo non troverete solo natura, ma soprattutto aneddoti storici e culturali (sintentici e dal tono leggero), e non soltanto meraviglie da ammirare ma anche situazioni che possono lasciare sospesi tra il ribrezzo e la stima per l’inventiva umana: la cairota Città della Spazzatura contende il titolo all’idea di utilizzare il petrolio come prodotto per l’igiene personale…
… segnalo infine un capitoletto dedicato al villaggio di Matmata, in Tunisia, dove l’hotel locale è stato parte del set di Star Wars, trasformato nella casa di Luke Skywalker.

Non costa niente – Saulne (Sylvain Limousi)

Secondo la quarta di copertina la storia di Pierre, ragazzo francese che alloggia diversi mesi in Cina, parla della “ricerca di una personale decrescita”. Vivere a Shanghai con 60 centesimi al giorno è infatti la sfida che impone a se stesso quando, nella prolungata attesa di un’eredità che tarda ad essere incassata, si trova a corto di denaro e di fronte ad un bivio: tornare in patria prima di terminarlo del tutto e programmare un rientro una volta sistemati i conti con la burocrazia, oppure restare – e campare facendo economia.
Laddove “fare economia” significa fare proprio i conti della serva, confrontando il prezzo (molto minore rispetto a quello rincarato europeo) dei prodotti acquistati al supermercato sotto casa con lo scialo per ristoranti, locali e altre incessanti amenità offerte dalla città ai turisti e agli stranieri residenti, i quali ne fanno un consumo abbondante.
In realtà, più che un percorso premeditato di decrescita, la vicenda racconta l’imprevista, imprevedibile e rigenerante intuizione di quel mondo oltre la cortina fumogena del centro città sfavillante, dove ci sono la normalità e spesso la povertà. Povertà che non è necessariamente sinonimo di vita più semplice e vera, a volte è sinonimo di sconforto, noia e vuoto: e tuttavia permette di sperimentare su di sé uno stile di esistenza non inquadrato, fuori dal vincolo asfissiante del privilegio degli occidentali impiantatisi in Asia conservando intatto il proprio senso di superiorità ed il proprio inscalfibile disprezzo.

Non amo questo stile di disegno (si tratta di una graphic novel), che non dipende dal fatto che l’autore è un autodidatta e rappresenta invece una scelta precisa, ma questo è un gusto mio.
Ho apprezzato invece che le tavole a colori iniziali vengano via via sostituite da un mix col bianco e nero, fino a lasciare dotati di una tinta accesa soltanto i cibi –  quando Pierre arriva a provare i morsi fisici e mentali della fame -, tornando alla regolarità cromatica solo nell’ultimo istante chiarificatore.

 

Lieto evento – Eliette Abécassis

Titolo cinico per Barbara, parigina che l’evento della maternità lo vive, e lo racconta, in modo nient’affatto lieto.
Lo stile dell’autrice, a me nuova ma gradita, è senza fronzoli: anche perché i fronzoli stanno tutti nell’idea romantica che la protagonista s’è fatta della propria relazione con Nicolas, goduta con passione e spensieratezza finché lui non le ha chiesto un figlio… e lei ingenuamente, con leggerezza, ha detto sì – pur non avendo alcun motivo per farlo, come appunto spiega -; naufragata poi rapidamente di fronte ad un uomo che si dimostra più figlio che padre, più ancora che sotto i colpi del rimpianto e dell’angoscia per una scelta rivelatasi distruttiva per tutto ciò che aveva amato.
“Violento, sincero, impudico” è questo romanzo per il risvolto, “feroce e spassosa” l’idea della maternità che esso veicola per il Nouvel Observateur. Lo confermo: per una volta le recensioni non mentono. Sebbene in seguito la condizione di madre diventi per Barbara – anche – un’ossessione avidamente appresa, un portato animale cui si adegua respingendo lontano illusioni e libertà perdute, non c’è in questo passaggio alcuna forzatura. La scrittura è corposa e fluente, felice.

Scopro che la Abécassis ha sceneggiato Kadosh di Gitai, film che a suo tempo ho apprezzato, e che varrà la pena rivedere.

Nel territorio del diavolo – Flannery O’ Connor

Se le lettere ed ancor di più il diario di preghiera di questa nota, citata ed ammirata autrice cattolica li ho sentiti indigesti (tanto che le lettere le ho appena piluccate), al contrario questo titolo, una raccolta di interventi ed articoli sulla scrittura, ha lo stesso effetto di un potente raggio di sole che fende una spessa nuvolaglia.
Ha un pensiero limpido come, suppongo, devono essere anche i suoi racconti e romanzi, ed uno stile asciutto ma non secco che a quel pensiero si addice. Acuta ma non sofisticata, divertita e mai dozzinale; una persona così può restituirti di botto il senso della letteratura e del perché credi di amarla, dopo mesi di encefalogramma piatto.

Considera l’aragosta – David Foster Wallace

Manco a farlo aposta, nel terzo saggio di questa raccolta viene citata anche la suddetta O’ Connor: L’umorismo di Kafka […] è in definitiva un umorismo religioso, ma religioso alla maniera di Kierkegaard e Rilke e dei Salmi, una spiritualità lacerante di fronte alla quale persino la grazia sanguinaria della sig.a O’ Connor appare un po’ scontata, le anime in gioco precotte. Certo preso così quet’inciso può sembrare critico nei confronti dell’autrice, ma no, è invece un complimento il cui scopo è di biomagnificare le caratteristiche della scrittura di Kafka.
Se fossi Foster Wallace, su questo libro scriverei un articolo dedicato, ed il paragrafo precedente sarebbe contenuto in un’apposita nota a pie’ di pagina, anzi sarebbe diviso in due: nota con la citazione, sottonota con la mia considerazione sulla citazione. Purtroppo o per fortuna non sono lui, e dunque mi limito ad una recensione elementare.
Come sempre nella sua produzione saggistica le note, appunto, sono non solo parte integrante e non marginale del testo, ma vere e proprie esperienze a sé, un po’ allucinogene per l’effetto scatole cinesi ma tanto più interessanti per questo, come se avessimo prenotato un weekend in una spa e da lì scoprissimo che i massaggi si fanno in una stanza subacquea che permette di vedere delfini e squali nuotarci attorno.
Poi c’è l’altro grande caposaldo: la varietà dei temi trattati, mai scontati, che si tratti di interventi in pubblico, articoli o reportage più lunghi. Come quello sugli Oscar del porno che apre la raccolta, impietoso e dall’umorismo leggero (perché tanto ci pensano già i protagonisti a sbugiardarsi, o forse dovrei dire sputtanarsi).
Tra i più piacevoli (intriganti) c’è il resoconto dell’ultima settimana di campagna elettorale (al seguito) di McCain nel 2000. Micidiale.

Il traghettatore – William Peter Blatty

Dalla penna dell’autore de L’esorcista (che non consiglierò mai abbastanza) sono uscite storie molto diverse, fra le quali questa ghost story. Le storie di fantasmi sono tra le mie letture preferite, dunque non potevo farmela mancare; anche se ho letto diverse recensioni non del tutto soddisfatte. Forse dipende dal tono generale, leggero e scanzonato, più che immediatamente misterioso ed inquietante; ma ciò che rimane è l’occhio brillante dell’autore sulle situazioni descritte, siano tragiche o divertenti.
Nel primo capitolo conosciamo Joan Freeboard, agente immobiliare in carriera, incrocio tra un treno in corsa ed uno scaricatore di porto: colei che radunerà ad Elsewhere, una villa disabitata su un’isoletta del fiume Hudson, l’amico scrittore Terence Dare, la sensitiva Anna Trawley, il professor Gabriel Case noto per i suoi studi sul paranormale, e naturalmente se stessa. Inutile specificare che Elsewhere ha una fama sinistra, è considerata infestata da spiriti maligni… come potete intuire, la speranza di Joan è di far pubblicare un articolo “scettico” su una rivista che contribuisca alla vendita della proprietà.
Ma dopo aver convinto un riluttante Terence (nel secondo, spassoso capitolo) ed aver raggiunto la dimora e fatto le dovute presentazioni (nel terzo capitolo, già un po’ più debole) le cose andranno semplicemente per il verso sbagliato…
… credo che le critiche a questo romanzo siano state un po’ ingenerose: non è un capolavoro, la vicenda avrebbe meritato più tensione e compattezza, e la soluzione dell’enigma si intuisce presto; eppure ciò che questo enigma ha da dire supera il piacere dell’elemento misterioso. E’ il modo in cui noi, come esseri umani, reagiamo ad esso che interessa a Blatty. Che ha costruito un mistery soft, ma pienamente commovente.

“Il mondo non è mai stato pensato per essere la nostra casa”, aggiunse Case.
“Il mondo è un posto per una notte. Solo un passaggio”.

“Un neutrino non ha massa né carica elettrica. Può attraversare tutto il pianeta in un batter d’occhio. E’ un fantasma. Eppure è reale, sappiamo che è lì, che esiste. I fantasmi sono dappertutto, secondo me. […]”


I libri non commentati:
Diario di preghiera – Flannery O’ Connor
Atlante delle isole del Mediterraneo – Simone Perotti

Carnet (Ottobre 2019)

Libri

99. La vera storia del pirata Long john Silver – Björn Larsson [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
100. L’ultima avventura del pirata Long John Silver – Björn Larsson [2.5/5 ⭐ ⭐ ]
E’ la “coda” del romanzo precedente, una storiella di poche pagine in tono con il resto, ma del tutto superflua e priva di tensione – inoltre la traduzione ha apportato delle modifiche incomprensibili, che l’annacquano ancora di più. L’unico dettaglio significativo lo si poteva inserire, a mio avviso, ne “La vera storia”.
101. Possiamo salvare il mondo, prima di cena
– Jonathan Safran Foer 
[4/5⭐⭐⭐⭐]
>> Storie in un guscio – Flora Giordano [interrotto]
Le vite degli altri in un palazzo residenziale, non lontano dalla costa, a Napoli. L’autrice si è da tempo trasferita a Brescia ed ha pubblicato questo libro con l’editore Marco Serra Tarantola. Stile semplice ma curato, vicende e prospettiva dal sapore un po’ datato.
102. Moby Dick – Hermann Melville [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
103. Il fascismo eterno – Umberto Eco [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
104. CasaPound Italia, Fascisti del terzo millennio – Elia Rosati [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
105. Ufficio di scollocamento – Simone Perotti, Paolo Ermani [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
106. Lavorare gratis, lavorare tutti – Domenico De Masi
[4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
>> Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
(audiolibro letto da Giuseppe Battiston)
[3.5/5⭐⭐⭐
Ascoltato durante i pasti, interrompibile di frequente senza penalizzarne la comprensione – avevo voglia di un audiolibro ma non ancora di un romanzo, così ho provato a ri”leggere” il mio ultimo DFW. Battiston se la cava, ha le intonazioni giuste e fa le pause giuste, eppure personalmente non mi ha convinto. Non so se è il suo stile, la sua voce oppure il testo in sé, che non è forse il più adatto a farsi tradurre in audio.
>> Acque del nord – Ian McGuire

Film

148. Unfriended – Levan Gabriadze [2.5/5 ⭐⭐]
Forse per dei ragazzi non è un problema seguire un intero film attraverso non uno, ma una decina e rotti monitor che si accavallano e “fanno cose” contemporaneamente: dicono sia la loro, anzi la nostra, quotidianità ormai. A me però ha dato il mal di testa, al di là della storia che sotto il profilo horror non ha davvero niente da dire. Tutto sommato, meglio qualcosa altrettanto ovvio e più tradizionale, ma “umano”, come Friend request (di cui ho detto qualcosa il mese scorso).
Nota positiva: il tema del bullismo è trattato, seppure di striscio come pretesto, in modo crudo e senza sconti o indorature.

149. Insidious 2: Oltre i confini del male – James Wan [2/5 ⭐⭐]
150. Spy – Paul Feig [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
151. Nella Valle di Elah – Paul Haggis [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
152. Southbound [2.5/5 ⭐⭐]
– Radio Silence, Roxanne Benjamin, David Bruckner, Patrick Horvath
153. Monolith – Ivan Silvestrini [3.5/5 ⭐⭐⭐]
Guardabile, niente di più. Poteva avere molto da dire – tra senso di inadeguatezza materno, crisi di coppia, tecnologie futuristiche che ti fottono il cervello, il ruolo del caso, i bilanci di vita… – ma si ferma troppi passi indietro.
154. La casa dei fantasmi – William Castle [2.5/5 ⭐⭐]
155. Deep rising, Presenze dal profondo – Stephen Sommers [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Spettacolare. Una parodia del genere che non si fa mancare niente (pirati attaccano nave fantasma infestata da mostri marini preistorici ecc.), piena di sparatorie, torrenti d’acqua che allagano corridoi, esplosioni e amenità varie. L’unico guaio è che, come spesso accade in Italia, quella che è una commedia (e lo si coglie da subito guardandola) viene passata come un horror-thriller: vuoi per ignoranza perché chi sceglie tagline e simili manco se lo vede, vuoi perché fa più cassa; comunque voi non fatevi fuorviare e godetevi una serie Z da urlo 🙂
156. Chi è senza colpa – Michaël R. Roskam [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Rivisto, perché il mese scorso o quello prima, quando l’han passato su RaiTre, a metà serata ero morta di sonno. E lo rivedrei subito domattina. E poi quella dopo ancora… a chi basta mai Tom Hardy? (Pure Noomi Rapace, occhéi, ma mica così tanto).
157. Halloween – John Carpenter [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Porta benissimo i suoi anni. E ha da dire qualcosa, ancora.
158. La mummia – Alex Kurtzman [2.5/5 ⭐⭐]
Pallosa la prima parte, si risveglia nella seconda – ma non basta. Tutto già visto.
159. Venerdì 13 – Sean S. Cunningham [1/5 ⭐]
Ma che cazzèta (leggasi alla barese).
160. Bangla – Phaim Bhuiyan [2/5 ⭐ ⭐ ⭐]
Un’opera prima ben fatta. Niente di esaltante. Frase memorabile:
Sai perché mi piace la street art?
Perché si prende tutto in faccia, il vento, la pioggia… e poi invecchia, come noi“.
161. Joker – Todd Phillips [cinema!]
Pensierini sfusi: qui & qui & qui.
162. I ragazzi del Reich – Dennis Gansel [4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
163. Pronti a morire – Sam Raimi [3.5/5 ⭐ ⭐ ⭐]
Raimi è uno sclerato, per questo ci piace. DiCaprio così candido e giovane è ‘na botta allo sterno – davvero adesso ho il doppio degli anni di quando ho visto questo film la prima volta? Argh.
164. The company men – John Wells [3/5 ⭐ ⭐ ⭐]
165. Stoker – Park Chan-wook
[5/5 ⭐ ⭐ ⭐⭐ ⭐ ] 
Una madre vedova, una figlia orfana, un misterioso zio – l’ambiguamente sexy Matthew Goode – che compare puntualissimo in occasione delle esequie del fratello. Potrebbe anche bastare, ma a questo aggiunge anche il piacere di vedere la Kidman detronizzata e la Wasikoska che si scrolla di dosso la pelle di quella orrenda ed antipaticissima Alice. E l’impianto tra il favolistico, privo di orpelli, ed il racconto di formazione si tiene in perfetto equilibrio. Una vera chicca.
166. Severance, Tagli al personale – Christopher Smith [2.5 ⭐⭐]
167. ABCs of death (1 & 2) – AA. VV. – 
Un sentito grazie ad Andreaklanza di Malastrana VHS che mi ha soccorso fornendomi queste due antologie di corti horror.

Serie Tv

∞ Dexter (terza stagione) [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Una stagione in lieve calo, con l’ingresso (e la dipartita…) di Miguel, personaggio curioso e a suo modo stimolante, perché caotico, ma un po’ forzatino come in verità tutte le novità di questo giro.
Sempre valida, comunque, e ancora importante e impressionante la mimica facciale di Michael C. Hall – adoro.
Noto con malcelato piacere che egli è maniaco delle liste (vedi quella con i pro e contro dell’avere un figlio, e quella della spesa in rigoroso ordine alfabetico!), e che per giunta mangia i biscotti come me: in una scena prende un Oreo e invece di cacciarselo in bocca così com’è, divide le due cialde e lecca prima la crema. Ho già scritto che lo adoro?

Musica

Joker Original Soundtrack [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
∞ MezzoSangue [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Sto ascoltando qualche pezzo scelto del tutto a sentimento su YouTube: è da approfondire, e lo merita; tanto il sound che le liriche sono curati e buoni. Mi piace la voce pastosa (ma intelligibile) e la scelta di limitarsi, spesso, ad uno strumento singolo – per esempio la chitarra in Circus – quale accompagnamento privo di sbalzi di tensione o di ritmo, un balsamo calmante. Limitatamente a quanto ho ascoltato sinora, ho trovato che abbia una tendenza malinconica spiccata. Per la scoperta, thanx 2 Joker.

Carnet (Agosto 2019)

Da questo mese, adotto un sistema di valutazione più semplice e flessibile.
A breve pubblicherò anche un post dedicato interamente ai miei progetti di lettura & co. nel medio termine (autunno / inverno, sino a febbraio compreso); e farò il punto della situazione del blog – che nei mesi freddi assumerà un ritmo ed un passo differenti.
Come sempre, qualsiasi osservazione, richiesta, confronto (specie se avete letto, visto o ascoltato anche voi qualcosa da questo elenco! I’d love it ❤ ) sono graditi.

Libri

87. Il rap spiegato ai bianchi – David Foster Wallace, Mark Costello [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
88. La lunga strada della vendetta – Joe R. Lansdale [3.5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ]
89. Il mastino dei Baskerville – Arthur Conan Doyle [4.5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ]
90. Corruzione – Don Winslow [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
91. Dexter il Vendicatore (Darkly dreaming Dexter) – Jeff Lindsay [3.5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ]
Alla prima pubblicazione in Italia fu tradotto con La mano sinistra di Dio (se cliccate sul titolo aprirete una pagina con il testo integrale). Originale, ironico, parte bene ma si perde un po’ in un finale sopra le righe. Dovendo scegliere, meglio optare per vedere la serie che ne è stata tratta.

Film

105. Batman v Superman – Zack Snyder [4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
106. La cosa – John Carpenter [4.5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ]
107. Victor VictoriaBlake Edwards [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ]
108. Magic Mike – Steven Soderbergh [3/5 ⭐ ⭐ ⭐]
109. quiz show – Robert Redford [4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
110. Interno berlinese – Liliana Cavani [4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
111. Dieci minuti a mezzanotte – J. Lee Thompson [3/5 ⭐ ⭐ ⭐]
112. L’altro uomo (Delitto per delitto) – Alfred Hitchcock [4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
113. Il delitto perfetto – Alfred Hitchcock [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
114. Man of steel, L’uomo d’acciaio – Zack Snyder [3.5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ]
115. Loving – Jeff Nichols [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
116. Il braccio violento della legge – William Friedkin [4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
117. Lettera da una sconosciuta – Max Ophüls [4.5/5 ⭐ ⭐ ⭐⭐ ]
118. Möbius – Eric Rochant [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐ ]
Altro spionaggio francese – violento e delicato insieme. Comincia ad intossicarmi…
119. The strangers – Bryan Bertino [3.5/5 ⭐⭐⭐  ]
120. Le pagine della nostra vita – Nick Cassavetes [2.5/5 ⭐⭐  ]
Filmetto di non ignobile fattura, ma subito dimenticabile. Un Gosling ai minimi, molto basico (sguardo da martire fisso) ed una McAdams godibile (in tutti i sensi).
Tratto da un romanzo di Nicholas Sparks, del quale ho letto un unico libro
(I passi dell’amore) trovandolo molto più piacevole e mai inutilmente zuccheroso di come me l’ero dipinto: in questo caso, il film riesce fallisce là dove il racconto scritto evitava i toni da Harmony, pur profondendo amore e tenerezza a iosa. Baruch HaShem, la curiosità da guilty pleasure non mi ha obnubilato la mente così tanto da farmi dimenticare di tenere una siringona di insulina rapida a portata di mano, insulina che mi sono prontamente e ripetutamente iniettata.
121. Ghosthunters, Gli acchiappafantasmi – Tobi Baumann [3/5 ⭐⭐⭐]
Scolastico, ma caruccio. Lo slime verde Ghosty è simpatico ^__^ E il bambino che diventa suo amico lo interpreta lo stesso che ha la parte di Gerry Durrell (vedi sotto).
122. Fear X – Nicholas Winding Refn [3.5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ]
Tra thriller ansiogeno e tentazione estetizzante, c’è del buon materiale ma, per come l’ho ricevuto io, ancora un tantino acerbo e da organizzare meglio.
123. Daredevil – Mark Steven Johnson [2.5/5 ⭐⭐ ]
124. Confessions – Tetsuya Nakashima [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
Magistrale. Uno dei migliori di quest’anno – e pure i trailer degli altri film della Far East mi ispirano non poco – che non esito già ora a definire un capolavoro.
Come asserito da Schilling nell’intervista presente negli extra, Nakashima ha costruito per il suo film una “pelle” visivamente impattante, di stampo pubblicitario (la sua professione), che come le mute dei serpenti riveste di tasselli iridescenti una storia nera, infetta e marcescente di vendetta; nella quale agiscono personaggi spiazzati e spiazzanti. Una lama affilata che squarcia lo schermo.
Secondo me, a naso, potrebbe amarlo Lucius.

125. Cose nostre: Malavita – Luc Besson [3.5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ]
Godibile, la mano di Besson è evidente – una commedia in bilico a volte un po’ forzato tra i generi che rivisita molti luoghi comuni rinfrescandoli e vivacizzandoli. E’ tratto da un romanzo di Tonino Benacquista, nel quale immagino che il cane Malavita (così si chiama) abbia un ruolo meno di comparsa.
126. Shame – Steve Mcqueen [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
127. Dio esiste e vive a Bruxelles – Jaco Van Dormael [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]

Serie Tv

∞ Dexter (prima stagione) [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
∞ American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace [4.5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐  ]
Purtroppo, com’è stato per la prima “stagione” monotematica dedicata al caso O.J. Simpson, ho iniziato a seguirla dopo aver perso le puntate iniziali (4, praticamente la metà).
Mi ha comunque appassionato e per di più, attraverso Andrew Cunanan, mi ha mostrato cosa ho rischiato accompagnandomi per tanto tempo a un individuo che ha con lui molte similitudini… nauseante ma salutare.
∞ 
La mia famiglia e altri animali (I Durrell) [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
Idem come sopra: controllo sempre cosa fanno la sera, ma non il pomeriggio – e da quando non acquisto più il giornale dei programmi qualcosa mi perdo… dunque ho saltato la prima stagione, ma sto seguendo assiduamente e religiosamente la seconda. E me la godo ancor di più avendo letto i libri.

Musica

∞ Dexter Original Soundtrack [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
> De La Soul
Dal libro di DFW e Costello ho copiato decine di nomi di artisti o crew hip-hop: tutti a me noti, pochissimi ascoltati. Ripartendo back to basics, sto avendo la conferma di quanto le origini del genere mi siano più congeniali dell’attualità.
I De La Soul di quelle origini sono emblematici. Hanno un mood rilassato, non rincorrono i bpm; inoltre generano un flow incredibile – mindfulness ed endorfine.
> Kose
Ho incrociato questo rapper, italiano, sfogliando il blog – mienmaiuaif – di una coppia cattolica. Cattolico (convertito) è anche Kose, del quale trovate qualcosa qui.
Inaspettatamente – perché da noi manca una tradizione consolidata, e perché il rap è materiale più difficile da trattare, per esempio, del metal – l’ho trovato interessante. La ritmica è buona, le basi la seguono; i testi non tutti allo stesso livello ma, comunque, nemmeno altalenanti.
E naturalmente erano proprio i testi a preoccuparmi maggiormente: tra le canzoncine da oratorio dei Gen Rossi o Verdi che siano e la roba che spacca, ma resta eremiticamente isolata sulle alture, si apre un abisso ampio e semi-vuoto di musica umanamente sostenibile… dove vado ora ad inserire anche lui.
> Kraftwerk Pop Art [4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]

Carnet (Luglio 2019)

Una notarella prima di andare ad elencare.
Non è la prima volta che qualcuno lo nota e ne rimane stupito (o persino perplesso), perciò lo preciso: sì, i numeretti a fianco dei titoli sono il totale in ordine progressivo di quest’anno.
No, leggere (o vedere film) non è una gara.
Lo so, macino tanta roba; ma per strano che possa sembrare, e con le fisiologiche oscillazioni, questo è il mio ritmo normale – per intenderci, non è che leggo le pagine a raffica senza capirci niente, pur di collezionare un libro in più da vantare (anche perché di alcuni c’è poco di cui vantarsi, ma questa è un’altra storia).
A me piace tenere traccia di ciò che leggo e vedo, semplicemente, e ritornarci su 🙂
Ricostruire, ricordare, connettere e tirare somme, o tornare su qualcosa che chiede ulteriore spazio. Il fatto che abbia la memoria corta è solo una ragione di più per farlo, ehm 🤣

[libri letti]:
77. L’arte di buttare – Nagisa Tatsumi
Altro titolo della serie Vallardi dedicata al minimalismo, già letto a suo tempo ma che sto riprendendo in mano e sottolineando per prepararmi a ribaltare casa.
Va detto che la Tatsumi, a differenza della Kondo (a proposito, beccatevi questo bell’articolo su Rivista Studio), ha un atteggiamento di fondo un pochetto da stronza, alle volte persino offensivo. Intendo recuperare l’utile e poi disfarmene.
Detto ciò, ribadisco la mia grave dipendenza dall’odore di stampa delle edizioni cartonate.

❤ 78. Lettera a un giovane cattolico – Heinrich Böll
Un autore controverso, secondo alcuni eretico rispetto al cattolicesimo professato; in ogni caso una voce limpida – che, qui, dimostra come una scelta morale chiara sia possibile anche quando si è profondamente coinvolti e contemporanei ad essa, come fu il caso dei credenti in relazione al nazismo.
79. Il mestiere di vivere – Cesare Pavese
Mi aspettavo tutt’altro tono e stile, e pure più “ciccia”: mea culpa, ho creduto troppo all’immagine che m’ero fatta di Pavese.
Né per la poetica né per la vita intima ha molto da offrire: qualcosa, forse, di consolante a chi abbia abbandonato le spoglie autocommiserative di cui lui, invece, è stato lungamente geloso.
Poco virile, vorrei dire, e non certo poiché impotente.

❤ 80. Sunset Limited – Cormac McCarthy
Prendo a prestito la quarta di copertina, che racconta tutto e meglio:

La cucina di una casa popolare, un tavolo, due uomini seduti intorno. Uno dei due è bianco, l’altro è nero. Sul tavolo c’è una Bibbia. I due uomini parlano.
Non si conoscevano prima di questa mattina, quando il nero ha strappato il bianco alle rotaie del Sunset Limited sotto cui stava per lanciarsi. Ma quello era solo l’inizio. Ora i due devono andare oltre. E così parlano.
Dai due lati del tavolo, da prospettive, lingue e colori antitetici, fra picchi di comicità e abissi di disperazione senza contatto possibile oltre all’ingegno folgorante della penna che li ha partoriti.
Un romanzo in forma drammatica che raggiunge il nucleo pulsante dell’indagine esistenziale di McCarthy. Non ci sono approdi, prese di posizione, risposte. C’è solo una domanda: che cosa ti divide dal tuo Sunset Limited?

❤ 81. Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
🌟 82. Pet Sematary – Stephen King
83. Il magico potere del riordino – Marie Kondo
🌟 84. L’uomo che cammina – Jiro Taniguchi
🌟 85. Una paga da fame, Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo – Barbara Ehrenreich
❤ 86. Donna delle pulizie – Stephanie Land

[film visti]:
🌟 79. Silence – Martin Scorsese
80. Arrival – Denis Villenueve
🌟 81. 120 battiti al minuto – Robin Campillo
82. A tempo pieno – Laurent Cantet
83. Pay the ghost – Uli Edel
Superfluo, fiacco, sciocco. Per giunta con una recitazione deprimente di quasi ogni attore del cast, ed una fotografia oscena. Senza infamia né lode, come riassunto qui.
Peccato, perché l’idea di base nella sua semplicità avrebbe potuto essere un buono spunto da sviluppare.
84. Nella valle della violenza – Ti West
Niente stellina perché non è di livello eccezionale, è però molto divertente e ben costruito sfruttando pochi personaggi ed elementi.
L’originalità non sta nella trama, che si regge soltanto sull’utilizzo di abbondanti topòi western, ma nella lettura ironica – mai comica – ed affezionata che ne fa.
Pathos discreto e collaudato, buono per attraversare un pomeriggio afoso e polveroso.
🌟 85. Personal shopper – Olivier Assayas
Molto più thriller che horror, un film in cui i medium sembrano pullulare molto più degli spettri stessi, ma senza per ciò rompere le scatole, assorti come sono dalla propria – inaspettata, scabrosa, preoccupante, desolata – interiorità.
86. Moonlight – Barry Jenkins
❤ 87. Risorse umane – Laurent Cantet
❤ 88,89,90. The dark knight trilogy (Christopher Nolan):
Batman begins, Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro: Il ritorno
Le mie impressioni immediate le trovate nei post linkati. Ma per un’opinione più ponderata  e meno “Evviva! Fico! Pipistreeelliii!” dovranno trascorrere almeno cinque anni. Nel frattempo, potete sollazzarvi con le recensioni de La bara volante, solide e spassose 🙂 Fiondatevici, soprattutto se per voi il capitolo due: Il cavaliere oscuro è il più bel film della storia del cinemadella trilogiadi quel pomeriggio in cui l’avete visto 😁 
91. The circle – James Ponsoldt
❤ 92. Batman, Il ritorno – Tim Burton
Meraviglia. Il bello di non “intendersene” è che puoi esaltare il bello ed ignorare il difetto, sempre che davvero questo film ne abbia. Per me, no.
Non sono una grande fan di Burton, ma mi sorge il dubbio che ciò dipenda molto dalle sue pellicole “recenti”. Perché questo secondo capitolo (recupererò il primo, promesso) mi ha catturato subito e sempre; e mi ha ricordato nel giro di un minuto secco (più quelli dei titoli di testa, certo, con la discesa nelle fogne del pargolo pinnuto) come mi sentivo ognuna delle ventordicimila volte in cui, da nanerottola – non che ora sia cresciuta tanto – mi sono vista 
Beetlejuice. Ovverosia: divinamente.
❤ 93. Nave fantasma – Steve Beck
94. The descent – Neil Marshall
Alcune vecchie amiche si ritrovano per la periodica escursione (stavolta, in un complesso di grotte sotterranee). Dentro le cavità terrestri scopriranno di non essere sole, ecc. ecc.
Noioso e parecchio patetico.
L’unico sollievo arriva quando il maledetto gruppo delle gitanti perennemente urlanti comincia a perdere pezzi di carne a suon di morsi.
🌟 95. La meccanica delle ombre – Thomas Kruithof
Francois Cluzet è sempre al suo meglio. Spionaggio classico, fotografia fredda.
🌟 96. La legge del mercato – Stéphane Brizé
97. Open water – Chris Kentis
❤ 98. I racconti della luna pallida di agosto – Kenji Mizoguchi
Meraviglia. Bianco e nero, Giappone, l’apologia del buonsenso e della rinuncia alle ambizioni. Insolitamente, la pagina relativa su Wikipedia riassume storia del film e trama (di per sé non intricata) in modo chiaro, e fornisce pochi ma buoni link.
99. Dracula Untold – Gary Shore
Idea buona, realizzazione frettolosa.
Alcuni momenti spettacolari, meno però di quanti erano attesi, e soprattutto ottenuti con una smaccata computer grafica che toglie loro molto impatto.
Il pathos è un orpello didascalico che poi dovrà arrangiarsi lo spettatore a suscitare: e va bene che non è un film intimista, ma aspira pur sempre ad essere una pietra angolare della storia di Dracula – mica pizza e fichi.
🌟 100. Lego Batman – Chris McKay
Al cinema mi aveva fatto ribaltare – aveva fatto ribaltare l’intera sala, per la precisione.
Rivisto a casa, mi ha fatto ribaltare uguale, solo sul divano anziché sulla poltroncina 😁
101. Suicide Squad – David Ayer
102. Friend request – Simon Verhoeven
Temevo fosse mediocre, invece è un filmetto discreto. Chiaro, nulla di stupefacente. Di originale c’è ben poco – persino la scelta del mezzo computer / Facebook come veicolo di morte, mescolato a ingredienti nient’affatto moderni come la stregoneria e lo scrying, è già vista. Verso The ring ha molti debiti, o forse piuttosto sono omaggi voluti…
Tuttavia non è da buttare: mantiene un buon ritmo fino alla fine, non impone scene superflue e utilizza, per un certo tempo, la grafica non per creare effetti speciali ma in modo complementare alle normali riprese (i disegni animati pubblicati sul proprio profilo da Ma Rina si espandono a tutto schermo, dando però l’idea che sia Laura – e noi – a caderci dentro).
Mi chiedo se sia stato mandato in onda in prima serata perché ha un target giovane (anche se resta vietato ai minori di 14 anni… mah!), mentre quel mostro sacro di 
Babadook è stato programmato in seconda. Rai4 dovrebbe pur avere un margine di manovra più ampio… ma forse sto delirando, parlo pur sempre della Rai.
103. Le belve – Oliver Stone
❤ 104. The final girls – Todd Strauss Schulson
Mi soffermo come al solito a spiare cosa danno in seconda serata, e su Rai4 – che ultimamente si dà all’horror – sgamo questo che pare un filmetto da nulla. Tempo dieci minuti, e ho deciso che valeva la pena aspettare un attimo. Tempo venti minuti, e ho deciso di vederlo tutto. Tempo mezz’ora, e i miei due neuroni facevano le capriole dentro il cranio urlando WOW!
Ho visto per la prima volta Taissa Farmiga, sorella di Vera, e rivisto diversi volti già noti.
Ho visto un ibrido tra slasher, commedia e fantastico con virate decise sul sentimentale; e non ci crederete, ma stava in piedi.
Ho visto un flashback dentro ad un film dentro al film, e gente che passava dall’uno all’altro – e una di queste ad un certo punto 
capiva di non essere  reale, ho visto loop temporali ripetuti, ho visto cinema che parla di se stesso e si prende per i fondelli scena per scena, e nonostante questo anzi proprio per questo, perché è fatto bene, in quelle stesse scene sa di epico.
Per un miracolo del cielo, 
esiste una copia nel mio circuito bibliotecario – doh!

Max Cartwright è una ragazza che frequenta l’ultimo anno della scuola superiore. Con gli amici si reca ad una proiezione pubblica di Camp Bloodbath, un film horror che ha visto protagonista la madre Amanda, ora deceduta.
Durante la proiezione rimangono vittime di uno strano incidente che li catapulta all’interno del film, Max ritrova quindi la madre e insieme ai suoi amici, affrontando i pericoli previsti dalla trama del film, tra cui un serial killer che brandisce un machete, dovrà trovare un modo per ritornare sana e salva nel mondo reale.

Libri .14: Foster Wallace (Crociera)

Mi piacciono i libri di piccolo formato, limitato spessore e dai contenuti ad alto peso specifico. La fortuna questo mese mi ha assistito fornendomene subito un paio, uno dei quali è Una cosa divertente che non farò mai più di Foster Wallace – uno dei suoi gustosi reportage per conto di Harper’s Baazar.
Stavolta, oggetto d’indagine e materia evocata dal titolo, la “cosa divertente che [Wallace] non farà mai più” è nientemeno che una crociera. Sì, uno di quei viaggi a bordo di navi-palazzo che solcano mari ed oceani facendo tappa in località più e meno amene, ed intrattenendo, di-vertendo (quanto ci sarebbe da dire su questo!) i passeggeri tra uno scalo ed il successivo a suon di eventi/spettacoli/concerti/treniniedanze/shopping/piscine (l’acqua sull’acqua!) cenedigala/garedicucina/gareditutto/fitnesswellnesssaunaspa.
Una bolgia infernale.
Un assurdo moderno (già vecchio, ma ancora ben frequentato).
Una pacchianata da parvenu.
Bene: tutto vero.
Ma – c’è un ma.
Senza tema di contraddirmi, va anche detto che a me l’idea della crociera (l’idea, poiché non ho mai avuto occasione) piace. Forse perché mi appassionano i parchi a tema, dal Gardaland della mia infanzia al Disneyland Paris delle superiori, proseguendo verso l’infinito e oltre (cit.).
La curiosità verso (un po’ tutto) ciò che concerne le crociere periodicamente mi riaffiora, e colpisce in molti modi diversi: per esempio, col recente romanzo-fiume (uno dei migliori di questo 2019) Senza amare andare sul mare, letto giusto prima di DFW.
O con un altro libro, che tratta dei delitti commessi durante le crociere e delle particolarità (meglio forse dir carenze) con i quali vengono normalmente gestiti. Parlo del saggio, purtroppo ancora non tradotto in italiano, del giornalista Gwyn Topham – qui un suo articolo inerente lo stesso argomento, e qui un estratto del libro.
Volendo, se siete d’umore più scanzonato, potete solcare la Rete in cerca delle navi da crociera più piccole esistenti (e a mio parere, sicuramente più a misura d’uomo: mi attira quella a vele, 100 posti, con libreria di bordo), le dieci più diffuse tipologie di crocieristi rinvenibili (io sono senza dubbio un’Ansiosa, con la maiuscola), oppure alcuni degli attracchi più insoliti.
Chissà, se vincessi una lotteria magari questi link mi torneranno utili… uhm.

Tornando a Foster Wallace, comunque, cosa dire che non suoni come la scoperta dell’acqua calda (magari con tanto di idromassaggio in Jacuzzi, dato che di lusso sfrenato stiamo parlando)?
Oddio, lusso. Che cos’è il lusso? (O come direbbe Leroy Jethro Gibbs: Definisci lusso, pivello). Senza scomodare dizionari, etimologie e massimi sistemi, più che un “possesso di beni che eccede il necessario” io lo intendo come il godimento, anche temporaneo, di oggetti ed esperienze – necessari o meno che siano alla vita quotidiana – dotati di una naturale bellezza, raffinatezza ed eleganza. E’ qualcosa di difficile da inquadrare, tant’è che da questi tre sostantivi alcuni di voi ricaveranno forse un’immagine algida, impostata, che suggerisce scomodità – l’inverso di quanto risuona in me. Ma l’argomento è più affine alla sfera del minimalismo che pratico, e in questa sede mi porterebbe (mi sta già portando) fuori traccia.
Basti allora dire che il lusso popolarmente inteso, una delle attrattive dei giganti che ospitano le crociere, visto da lontano cioè da terra appare pacchiano. Una patacca. “Esagerato, opulento, sfacciato e iperbolico” – cito una blogger pescando da un suo post appena pubblicato, elenco d’aggettivi che nulla c’entra con le crociere (parla di Luna Nuova di Ian McDonald, fantascienza) ma ben vi si adatta.
Se così è, e se lo disprezzo, perché desiderare una crociera?
Ma perché è facile, cazzo (pardonnez moi le francais).
Perché offre, sia pure per un tempo limitato, una vita facile.
Ciò che io realmente desidero è una vita semplice, leggera, non facile; ma facile alle tante può rivelarsi un utile surrogato.

Le diverse nicchie di mercato [comprendono]: lusso, lusso assurdo, lusso grottesco.
[…] una miscela di relax ed eccitazione, di appagamento senza stress e turismo frenetico.
[…] terzo tipo di sconfitta del terrore della morte […] quello che non richiede né lavoro né divertimento. […] Dalla brochure della 7NC: “Il peso della vita quotidiana svanirà come per magia”.

Interessante, no?, questo tentativo di sconfitta della paura della morte.
Non è il mio caso, a me l’idea della morte, così molto ipoteticamente, piace perché coincide col sollievo, con l’esonero definitivo e irrevocabile dalle incombenze della vita quotidiana – appunto.
Ma DFW, con occhio clinico, fa invece la radiografia di qualcosa di più severo, al contempo causa ed effetto della scelta d’una crociera anziché d’un camping, per dire: la disperazione. Ehi, quella gente che è salita a bordo con lui pare stesse sopportando un’esistenza ben più disperata della sua, per quanto possa essersi risparmiata il suicidio (ma nelle sue notarelle che farciscono la riflessione, un suicida compare. O meglio, scompare nel mare).

Tranquilli, però: tutto questo l’autore ce lo serve con la partecipazione del curioso ed il distacco dello studioso – tanti etnografi c’han provato a comporre questo mix, senza successo. Lui lo padroneggia, e nemmeno per mestiere ma per natura, secondo me.
E poi, non sia mai, non mancano nemmeno le chicche d’orrore cosmico che tutti, segretamente o apertamente che sia, attendiamo: per esempio, il pellicano al marzapane e l’omelette con tracce di tartufo etrusco.

Poco dopo la partenza, ci si sente già lieti di non far parte della carovana di passeggeri che fan le vasche su e giù per i ponti, per le sale, i ristoranti, i negozi, eccetera.
Eppure, quando sarò stufa della vita, chissà.
C’è sempre una crociera che può aiutare ad andar meglio a fondo.

Serie Tv .1: Twin Peaks

Tralascio di creare una sottocategoria apposita per le serie tv, dato che non ne seguo moltissime e, soprattutto, è raro che ne veda una per intero a posteriori (in questo caso 28 anni dopo!) bevendomi un episodio dietro l’altro.
Twin Peaks, un po’ per l’aura leggendaria ed un po’ per il genere, o meglio il mix di generi, interessante, mi stuzzicava da tempo; ma il fattore decisivo che mi ha spinto a noleggiare il cofanetto è stata la lettura dell’articolo di David Foster Wallace dedicato a Lynch (sia detto a suo merito di aver centrato in pieno una considerazione che lì per lì mi aveva lasciato scettica: Tarantino è in debito pressoché totale con il regista più disturbato di tutti i tempi).
Speravo senz’altro di trovar conferma del tanto lodato fascino dell’intreccio e delle caratterizzazioni, ma non mi aspettavo, obbiettivamente, così tanta roba.
E’ proprio vero che Tp ha rappresentato una pietra miliare, di quelle che spartiscono il tempo in due: dopo il passaggio in tv, l’universo-fiction non può più essere il medesimo – e tante tante cose nate dopo l’evento, fanno riferimento ad esso per strutturarsi e definire il mondo che raccontano: da X-files (Duchovny per altro compare in Tp), a Criminal minds, passando per altri centomila (non escluso Desperate housewives, che di certo non ha pescato ispirazione soltanto da Peyton Place).
Se vi pare strano accostare un thriller paranormale ad una fiera campionaria di soggetti anormali, può essere solo perché – com’era vero per me fino a pochi giorni fa – ignorate cosa sia Tp: in breve, una miscela estremamente coerente e fluida di generi e stili differenti, sospesa o forse immersa in un magma dove thriller (a dosaggio alterno di paranormale) e pulp convivono, nella stessa stanza in cui potete trovare anche la (ormai) classica indagine poliziesca-efbiaiesca che spazia da un brutale ma tradizionale omicidio alla tragica vicenda personale del (super)detective legato a doppio filo all’immancabile serial killer.
Nella mescola il momento ansiogeno e talora persino noir si fonde e si accavalla, più che avvicendarsi, alla comicità metacinematografica ed al grottesco; non c’è soluzione di continuità, e del resto perché dovrebbe essercene? La vita non ha cesure nette.

Vero è che la seconda stagione, al di là del calo di audience che registrò alla prima messa in onda, tende un po’ troppo a forzare la mano al soggetto: se con il chiarimento del perché, del come e del chi abbia ucciso Laura Palmer non si esaurisce il materiale narrativo, è altrettanto innegabile che tanto l’aspetto più mistery quanto quello di più sottile critica sociale – chiamiamola così per intenderci – hanno già dato il loro meglio proprio con quel primo asse portante.
La comparsa, prima collaterale poi spostata al centro della scena, di Windom Earle; la confessione di Cooper su come sia nata la loro rivalità (con l’ideazione, di nuovo gratuita, di un personaggio femminile che a mio parere sarebbe stato perfetto corrispondesse alla fantomatica donna “ascoltante” di Dale, Diane); funzionano quanto basta ma non scorrono, non hanno nemmeno lontanamente lo stesso naturale appeal della storia di Laura.
Eppure, nel frattempo, mi sono fortemente affezionata a quella manica di matti dei personaggi, alla località – comprensiva delle presenze nel bosco e dei gufi che “non sono quello che sembrano” -, tanto da accarezzare l’idea di trasferirmici anch’io, e persino alla maledetta segheria. Per tacere del ceppo…
… dunque, pur riconoscendo la validità delle critiche alla seconda altalenante stagione, queste non rappresentano un ostacolo al godimento puro che l’infilata di episodi mi ha garantito; sino al finale rimasto ahinoi una promessa sospesa e incompiuta di nuove vicende (ma, fortunosamente, perfetto anche come cupo lascito di Bob: niente si conclude mai veramente, niente si salva se non temporaneamente). Davvero un bel colpo.