Film .30: Justice League, Zack Snyder

Felice di essermelo visto: onestamente mi aspettavo ben peggio, invece per me quadra, quadra eccome. Subito, con la prima (intervista datata di un ragazzetto a Superman) e la seconda scena (piccioni, rifiuti) si annusa Snyder e ci si illumina di DC. Segue sequenza di scene funerarie con malinconica voce di donna in sottofondo – Everybody knows. Un senzatetto si abbandona contro il muro di un edificio con un cartello di cartone davanti: I tried, Ci ho provato. Siamo a 7.00 minuti di film e sono in sollucchero.
Del resto, tutta la “filosofia” del film, o per meglio dire della trilogia, è ben riassunta da una precoce risposta di Diana Prince a dei terroristi scemotti che, scontratisi con la sua potenza armata, le chiedono: “Non ci posso credere. E tu chi sei?”. La risposta è: “Una che ci crede”. Nella volontà, nella possibilità di salvare gli esseri umani, nel destino, nell’unione che fa la forza? Non si sa, ma lei ci crede ed è palese che pure Snyder e la DC ci credono. Ecco perché sono una DC-girl, perché prendo le cose (minime) molto su serio, come recita la mia tagline…

… di nuovo, è appunto nelle piccole cose che Justice League si dimostra all’altezza: non durante le scene di battaglia o gli spiegoni del perché c’è tale Steppenwolf che vuole distruggere il mondo blablabla e ha degli assurdi ricognitori meccanici blablabla e vive grazie a tre scatole (!!!) di cui una Madre blablaribla, ma perché la Prince si distrae dalle fatiche delle varie rescue facendo la restauratrice e in tv passa il filmato di una vecchiarella a cui gli alieni hanno rapito il marito.
Non perché i nostri vincono, ma perché fino all’ultimo c’hanno la rogna e son sicuri di non vincere, come ben testimonia questo scambio tra Bruce Wayne e Diana:

“Non conterei sulla tribù degli uomini. Per noi l’Apocalisse è sempre rimandabile”.
[…] “Chiediamo a persone che non conosciamo di rischiare la vita”.
“Lo so. E’ così che funziona”.

[Che fa il paio con: “Forse Superman vorrebbe essere lasciato in pace”.
“Se ne farà una ragione”].

Perché fino a metà film a Superman e a tutta la faccenda della resurrezione manco ci pensi. Perché anche se appena rimesso in piedi cannoneggia tutti, e per averli cannoneggiati senza manco aver mosso un muscoletto è decisamente troppo sudato, i dialoghi non tradiscono e non deludono. Mai. E in mezzo al grottesco di situazioni oltre-umane oppure molto, molto umane offre continue occasioni di tornarci su e rifletterci, come con l’insistito riferimento agli esiti di una “magia” contro il corso della natura à la Pet Semetary. Lo dice anche Sup:

“Tornare è stato irritante”.

Perché nonostante le frecciatine e le micro-effusioni tra Wayne e la Prince, non ci hanno rifilato un gruppo di supertutine gioiosamente super-affiatate e pucci pucci, e poi c’è Alfred, ogni volta sul pezzo. Perché un finale a rischio di melensaggine è controbilanciato da ironia e saggezza. Certo, un Aquaman che si scola una bottiglia di whisky e poi la getta sulla passerella del molo (o peggio in acqua!) non si può vedere, e l’avrei pensato anche allora, prima della plastic-free mania e dell’ecologismo un tanto al chilo.
Ma che volete, Aquaman – su questo hanno ragione i critici, tutti – è il personaggio più francamente inutile di questo film. Anche se non è un film, è una storia vera. Chi di noi non ha vissuto decine di momenti nei quali si è sentito perso, sconfitto?, ed ha pensato insieme a Lois Lane:

“Certe storie non erano solo dei puzzle da ricostruire,
erano la possibilità di veder girare il motore del mondo… quando ancora girava”.

Riecco quest’aura di sottile disperazione, di dolenzìa cosmica… quanto mi si attaglia…!
Da neo-adepta del malinconico Clark, figlio del grano (ciao Lucius!) del Kansas, taumaturgo di campagna, posso solo volerne di più, ancora di più.
Il film (che non è un film, vi ricordo, è una storia vera) è stato un flop al botteghino? Me ne sbatto i coglioni. I figli del grano (Fields of gold), ma pure del mais, che se vieni dalla Pianura Padana ti illanguidisce e ti fa l’occhio umido, mentre il vento sussurra alle pannocchie, sono qui per restare. Declinerà la specie umana, prima di noi.
E con questo, vi saluto alla maniera ingenuo-russa di Flash aka Barry Allen (un interessante figliolo, molto piacevole, peccato sia così piccino…): Dostoevskij!

Elogio della Supertutina

Mi pare sia stato Leo Ortolani a cogliere in pieno le differenze tra DC e Marvel:
la DC cammina in processione e prega sui propri peccati,
la Marvel fa il trenino di Carnevale, brindando e cantando.

Lucius Etruscus su questo blog

trasferimento (26)

Ecco, io sono una DC-girl, su questo non ci piove.
Ma non è dell’eterna lotta tra Marvel e DC Comics che ho in animo di parlare, bensì dell’eterna lotta dell’uomo contro il suo peccato. Peccato – questa parola volgare! Avreste mai detto che una persona illuminata come me, ancorché cattolica, potesse credere seriamente al peccato? In quest’epoca di abolizione del giudizio, poi!
Bene, meglio sapere presto se non subito con quali bestie si ha a che fare; internet poi è pieno di squali e di squale (tu chiamale, se vuoi, pari opportunità in politically correct sauce).

Ma dicevamo del peccato.
Dovete sapere che si può peccare non solo per opere ma anche per omissioni; non solo per parole ma anche per pensieri. A molti ciò pare ingiusto: se desidero ed immagino una cosa, ma sfogo il desiderio appunto nel pensiero e non lo trasformo in realtà, che colpa ho?
La realtà.
Sembrerebbe un’idea ragionevole, se non fosse che realtà non è concretezza, tangibilità.
Il pensiero di un mandarino (la prima cosa che m’è venuta in mente) è intangibile, astratto, potremmo dire con Magritte: “ce n’est pas un tangerine”, o come diavolo si chiamano in francese. Non è tangibile, non è concreto (se con ciò intendiamo: materiale), ma è del tutto reale, è reale quanto il mandarino fatto di spicchi, fibre, acqua e buccia che staziona nella fruttiera di cucina.
Il pensiero trasforma la realtà concreta. Ed è inutile accanirsi per stabilire se sia la realtà per prima che crea il pensiero oppure il pensiero che crea per primo la realtà; sarebbe come voler stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, e ciò che conta è soltanto che entrambi, pensiero e realtà concreta, esistono altrettanto validamente e si influenzano a vicenda.
Perciò, ecco: anche pensare (il male, o malamente) è peccato.
Bruce Wayne che medita, per una volta e tanto per cambiare, di torcere il collo al criminale di turno anziché acciuffarlo e consegnarlo a Gordon perché lo sbatta in galera; sta già cadendo nel peccato. E lo sa! Non c’è bisogno che compia attivamente il male per esserne macchiato, già fantasticandolo e cullandone l’idea se ne macchia, già così ha bisogno di redimersi.
Non per il piacere di un vouyeur dell’anima quale viene considerato Dio da certuni, ma perché se l’uomo è uomo e non animale, ha volontà e coscienza tali da conferirgli potere sul proprio Sé. E, come ben sappiamo, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

Allo stesso modo, il giudizio espresso da un supereroe su un criminale – o la minaccia proferita nei suoi confronti – sono già una punizione per chi li incassa; proprio come l’ammonimento di un sacerdote, magari in confessionale, è sufficiente a sollevare gli effetti dell’inferno dentro un Daredevil senza che questi debba sperimentarlo in via definitiva: non diversamente che per il paradiso, è un già ma non ancora.
Non c’è galera o manicomio che possa eguagliare il potere annichilente di un verbo autorevole che afferma la tua posizione rispetto al bene, precisando che tra questa e quello esiste una distanza pari, direttamente proporzionale, alla tua sofferenza morale.
Sofferenza morale che non è sofferenza psicologica: non ci sono in questi frangenti contorcimenti emotivi, o comunque non sono lampanti, se ci sono, sono l’effetto e non la causa dello spavento che prende il peccatore davanti al suo peccato squadernato.
Vi ricorda qualcosa?
Nient’altro che il secondo ed il terzo dei Novissimi; giudizio ed inferno.
L’inferno, sia chiaro, non è il castigo inflitto dal dio trinitario – o dal semidio kryptoniano, o dall’umano che esegue la giustizia -; è, in negativo, l’assenza di quel benessere, di quella compiutezza, di quella realizzazione totale che è una cosa sola con chi alberga nel cuore di Dio. O, se volete, del “bene” sommo, del bene senza mezze misure.
Proprio ciò che più di ogni altra caratteristica molti odiano tanto in Dio, quanto in un supereroe. Perché non ti permette di scaricare sull’intransigenza di Chi hai di fronte, e ti legge dentro, la colpa del tuo destino: la causa di una sorte dannata è solo tua che autonomamente l’hai scelta e lasciata entrare dentro, un Altro più grande o più giusto può “soltanto” indicarla – testimoniarla.
Ed ecco perché un supereroe arriva sempre al suo scopo, non fa mai minacce a vuoto: la sua minaccia è sempre, a prescindere, un giudizio di colpevolezza, un mero rilevare l’inadeguatezza, e come tale un pugno in faccia (chiedo scusa per la rimaccia).
In altre parole, dal punto di vista narrativo concordo con Lucius che si scoccia delle continue minacce a vuoto delle supertutine… ma dal punto di vista etico, le trovo ineccepibili 😉

 

Film .24: Man of steel, Zack Snyder

La prima mezz’oretta di Man of steel mi ha ricordato che, compilando il CineMeme, avevo scordato di dire quale fosse il genere che, nel cinema, mi piaceva meno. Lo faccio ora, semplicissimo: la fantascienza… ebbene, quella parte è scritta decentemente e occorre a tutti gli effetti per capire la nascita di Superman, che poi è lo scopo del film… però che due grandissime palle, ragazzi. 
A momenti mi pareva di essere rimasta a Fantàsia, 1984.
Due cose mi han fatto sorridere, comunque: i due aggeggini volanti, Kelex e Kylor, che fanno tanto Siri / Alexa. E soprattutto i numerosi, ma nient’affatto sviluppati, agganci alla contemporaneità: lo sfruttamento intensivo (e definitivo) delle risorse energetiche di Krypton; il controllo delle nascite, il contrasto tra nascita naturale e nascita predeterminata-eugenetica in base ai lignaggi, con tanto di predestinazione di ruolo sociale, il contrasto tra possibilità di  libera scelta / dominio ed accettazione del caso vs. pianificazione totale… attraverso, anche la manipolazione embrionale.
Ecco, datemi di queste cose in abbondanza, togliete di mezzo i copricapi strani, e io adoro la fantascienza. Ma così NO.

In antitesi a questo mondo che mi puzza di artefatto e plasticoso, c’è un’umanità vorticosa e profonda nella quale è immerso il Clark pre-Superman.
Al minuto 23.00 circa, ci dice Il mondo è troppo grande, mamma. E cazzo, se ha ragione.
Al minuto 55.00 circa, un tornado si porta via il padre (e se all’inizio pensi Chi te l’ha fatto fare, alla fine pensi che Era necessario).
In mezzo a questi due estremi, e in essi stessi, ci sono colorazioni livide tra il blu ed il verde, una fotografia da temporale costante, e musiche estremamente simili a quelle dei Pearl Jam: quanto di meglio per esprimere l’idea di un’esistenza minata alla base dall’imprevedibilità e dallo sradicamento. E sopra, il carico: un ragazzo che non ha nome perché ne ha troppi, e un po’ troppo spesso si ritrova bagnato come un pulcino con i vestiti sbragati da scappato di casa.
Occhèi l’atto di fede, papà Jonathan, ma già ci ho una vitadimmerdatanto, e devo pure rischiare di complicarmela? Ah, devo, solo non subito? E va bene…
Io in questo ci ho letto la mano di Nolan, che però adesso non ricordo per niente su quali parti del film sia intervenuto, fino a che punto e in che ruolo (sceneggiatura?). Ad ogni modo, angst angst angst!

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Pulcino bagnato.

 

Dunque, finora abbiamo: astronavi cugine dei tripodi de La guerra dei mondi, alieni rincorsi dall’Fbi, richiami a Smallville (Lana, per es.), richiami cristologici – leggi la S simbolo del casato che poi starebbe per “speranza”; lo spiegone di Jor-El sul fatto che gli umani l’avrebbero considerato un dio (immaginatevi poi i complottisti con la teoria sugli Elohim… sigh); e i 33 anni di Clark passati nel “nascondimento”: c’è solo una differenza di tre anni secchi ma dato che alla fine muore e risorge comunque, ce li facciamo andar bene: tutto fa brodo, e tutto fa Cristo.
Senza dimenticare la parte migliore: tutta la lotta tra Superman e Zod, incluse le scene allusive all’11/9 con aerei che sfondano grattacieli già in procinto di crollare, magari sotto la sferza dei raggi provenienti dagli occhi dello Stronzo Intergalattico che segano in due anche la Wayne Financial – tutta roba ripresa in modo perfetto nel successivo Batman v Superman. E le scene minori, ma non meno spettacolari, di lotta tra il seguito dello S.I. e gli umani.
Come ha avuto modo di imparare Faora, una nobile morte è già una ricompensa (unica altra citazione cult, oltre allo sciopone di Clark nello sgabuzzino della scuola e allo scambio di ehm, opinioni a seguito dell’abbattimento del drone). Si vede però che i militari intervenuti non la pensavano proprio così, perché si sono limitati a sentenziare “Non è una dei nostri”, ma a fermarla manco c’han provato, con l’eccezione ovviamente del Colonnello Volante Hardy (era colonnello, poi?).
Certo, non mancano i momenti esilaranti (chissà quanto voluti). Dal premuroso Andate dentro, è pericoloso che Superman rivolge a dei cittadini terrorizzati davanti a un negozio – beata ingenuità: ma è proprio questo candore assoluto, che nemmeno con il Lavasbianca lo si ottiene, a piacere tanto! – all’adirato Pensi di poter toccare mia madre?! (eccola che ritorna, o meglio che precede il Pianto Collettivo Su Martha di BvS).

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Non fate alterare Clark. La Mamma è sacra.

 

La cretinata galattica

Due citazioni per avviarci verso i titoli di coda.
La prima è una cretinata, appunto, messa in bocca a Faora. Roba che per esseri evoluti è proprio da vergognarsi:

Il fatto che tu [Superman] abbia un senso morale e noi no ci dà un vantaggio evolutivo.
E se la storia ha provato qualcosa, è che l’evoluzione vince sempre.

Non a caso, son stati tutti sterminati, tiè.

Lo spottone American Pride

Dopo aver fiondato un drone davanti al muso della jeep del generale Swanwick, alla questione sull’uso per il bene o per il male dei propri poteri Superman dà, alla fine, una non-risposta. Anche piuttosto paracula, direi. Eppure m’è piaciuta, mi sta bene. E’ questa qua:

Generale Swanwick: Ma è diventato matto?
Superman: Uno dei vostri droni ricognitori…
G.S.: E’ un giochetto da dodici milioni di dollari!
S.: Lo era… lo so, vuole scoprire dove appendo il mantello. Lasci stare.
G.S.: Allora le farò una domanda ovvia. Come sappiamo che un giorno non agirà contro gli interessi dell’America?
S.: Sono cresciuto in Kansas, generale… non potrei essere più americano.

Capito, adesso, perché Superman ha gli stivali le scarpette rosse?

Film .22: Batman v Superman: Dawn of Justice, Zack Snyder

Avvisi ai naviganti

  • Se siete intenditori, sappiate che chi scrive è una profana, sommamente ignorante del genere, con tendenze eretiche. Proseguite a vostro rischio e pericolo;
  • se non avete visto il film ma avete intenzione di farlo, e siete allergici agli spoiler, fuggite: anche se probabilmente, considerato l’anno d’uscita al cinema (2016) e l’hype che ha generato, anche le casalinghe di Voghera conoscono la storia a memoria;
  • infine, lo immagino come un post abbastanza lungo, e quando è “abbastanza lungo” nelle intenzioni, poi nella pratica diventa chilometrico (final count: 3805 parole). Io adoro la roba chilometrica, voi non so: consideratevi edotti.
    Non lo dividerò nemmeno in due parti: il corso di un fiume non va spezzato.

Premesso che non ho ancora capito la ragione di quella v in luogo di vs (un banale vezzo linguistico, un uso che non conosco?), ma questi son dettagli che forse interessano solo a me; devo precisare che ho visto la prima versione da due ore e mezzo, non la Ultimate (ovvero: extended) da tre.
I tagli ci sono e si avvertono tutti anche se non si è esperti o informati, ma quanto a questo vi rimando a chi sa indicarli meglio, cioè Gramon Hill.
Vi sono anche dettagli da alzata di sopracciglio: Wayne che si getta nella polvere sollevata dall’implosione del grattacielo in cui ha sede il ramo financial della sua azienda, e ne emerge lindo come un lenzuolo steso. Wayne che si slancia a salvare una bambina dal crollo di un pilastro di cemento (e qui non è tanto il gesto, quanto la scarsa rapidità che insomma… pareva un ballerino). Abbiamo capito, signor Wayne: sei n’eroe, Tom Cruise con le sue acrobazie te spiccia casa. Mo’ basta però.
Altro sospirone quando sento parlare della città di… Nairomi. Con la emme. Legittima cittadina africana inventata ad hoc per il film, come si legge nel wiki dedicato al DCEU, che viene collocata in nord africa. Ora, ascoltando l’audio originale ho sentito che è differente dall’italiano – e non son certa di come suoni -, tuttavia in italiano, appunto, il doppiaggio ha trasformato la cittadina nairomiana Zahina, durante la sua testimonianza sulla strage, in una GHANESE. Ha l’accento GHANESE, mannaggia. Poiché Ghana = Nord Africa, è risaputo. Accidenti.
Dettagli, dettagli. Contano, i dettagli, è lì che si nasconde il diavolo. Eppure, questi li voglio scusare tutti – compreso il ghanese (mannaggissima). Perché dal punto di vista cinematografico sarebbe inappropriato, ed ingeneroso verso i veri capolavori, definire tale questo film. Ma dal punto di vista cinefilo, cioè di chi ama il cinema non solo come arte ma soprattutto per gli accordi che va a comporre sulla tastiera del cuore umano – e quindi per come fa suonare e risuonare negli uomini la vita che ha da dire – per me lo è ufficialmente diventato (alla seconda visione: avevo bisogno di digerirlo). Capirete.
Infine: a me è piaciuto!! – poteva sembrare ovvio, ma non è; e prima dell’exploit in queste ultime righe, ancora non l’avevo esplicitato. Non si può tacere della sempiterna coesistenza di due forze spirituali che puntualmente si scatenano all’uscita di ogni film vagamente importante: quella degli Incensatori e quella dei Demolitori. Nel mezzo ci stiamo noi umani, ma queste entità superiori hanno il pregio, senza riuscire estremiste o fanatiche, di motivare la propria adorazione o il proprio ribrezzo con inaudita chiarezza ed incisività.
Per esempio, di BvS ha parlato in modo causticamente competente Cassidy de La bara volante – come del resto fa sempre. (Il titolo del blog dovrebbe ben farvi sospettare qualcosa: è roba sopraffina in confezione improbabile, un po’ come i fagioli azuki in lattina).

All the boys and the girls

Tutta la faccenda si apre con un flashback del 7enne Bruce Wayne, che mentre sta partecipando al loro funerale ricorda il giorno dell’uccisione dei suoi genitori. Suggestivo, ma il padre Thomas onestamente non ha nulla a che spartire con la figura morbidamente autoritaria che Nolan ci ha consegnato, al secolo Linus Roache.
Il primo impatto è stato duretto: tra questo, la corsa nel bosco del piccolo erede (terribilmente boccoloso: ricordatelo, è un indizio importante per quanto seguirà), e le due tre frasi messe lì in bocca ad un Wayne adulto che tornando sul passato tenta di far filosofia (ma sembra sotto LSD), ho un po’ trattenuto il fiato…
… poi, comunque, la storia comincia. E Ben Affleck molla un bel calcio al bambinetto.
Lasciamo perdere se sia un attore abbastanza bravo (quasi mi vergogno a scriverlo), il punto è che ha la faccia che mi aspetto abbia Batman. Specie passati i trent’anni. Ha una sfumatura di malinconia impietrita rimasta a turbarne lo sguardo come un bruscolo che non si riesce a togliere (ce l’ha sempre, è proprio sua, anche fuori dal set), ed è quella giusta. Ed ha l’allure: quella cosa che urla figo dimesso in svendita – va via come il pane, ma riesce a passare per una creatura figlia di riservatezza ed understatement. (Non va dimenticato, come ebbe a sintetizzare Kasabake, che nel suo caso è Bruce Wayne a rappresentare la maschera, mentre Batman è la realtà più propria della sua persona).
In gergo tecnico cinematografico, un commento appropriato a tutto ciò potrebbe essere: ‘sticazzi.

trasferimento (4)

Henry Cavill, alias Superman alias Kal-El alias Clark Joseph Kent.
Beh. Cavill non lo conosco, non ho visto (o non ricordo, ma nel caso la colpa è mia) altri suoi film. Impossibile darne un giudizio più globale e bilanciato, dunque.
Due cose però le so: la prima è che non ho mai amato il personaggio Superman, per motivi che si avvicinano molto, anche se non coincidono del tutto, con l’avversione di Wayne/Batman per la vera o presunta prepotenza di un (semi?)dio alieno che fa il bello ed il cattivo tempo sulla Terra senza manco chiedere “permesso”. Diciamo che l’ho sempre considerato uno strafottente, l’equivalente – in un contesto più ristretto e del tutto terrestre – di quello che uno yankee, persuaso nell’intimo della propria superiorità morale, rappresenta per un europeo di antico lignaggio e antico disincanto.
(In Smallville, che ho visto in parte, era diverso; ma la serie tv in questo contesto è per me un oggetto altro).
Non l’ho mai amato. Ma adesso non posso più dirlo: con Snyder l’ho cavato fuori dallo stereotipo. L’idea che me ne sono fatta è solo un embrione d’idea, un pensiero in divenire, ma intanto l’essere distante, freddo e impassibile s’è mutato in un uomo buono che gli eventi possono aver reso crudele (cit. Alfred: tutte le sue battute sono geniali, affilate, un vero totem nel film: in questo il direttore del Daily Planet non lo eguaglia, ma lo segue a ruota).
Di quest’uomo buono abbiamo un milione di momenti che ne fan mostra. Tanto Kent quanto Superman sono, lungo tutto l’arco narrativo, letteralmente dei cuccioli che desiderano solo essere salvati (su questo tornerò più avanti). A differenza che per Wayne/Batman, di cui s’è detto sopra, non c’è scarto tra l’uomo e l’eroe.

Amy Adams nella parte di Lois Lane è perfetta. Mi correggo: Amy Adams è perfetta, punto.
Bella, brava, semplice, intensa (intensità accentuata da quella sua caratteristica umidità oculare costante…).

Gal Gadot aka Diana Prince aka Wonder Woman: poco minutaggio, okay.
Ma oh, lei buca lo schermo. Non ha bisogno di ore di vouyerismo.
E non è vero che non incide per nulla. Mentre i maschietti si azzuffano lei fa quel che deve e quel che vuole. E lascia il segno, sempre. La classe non è Tavernello.

E quanto a Lex Luthor, potrei quasi aprirgli un paragrafo a sé; ma l’ho già detto che la cavalcata qui sarà lungherrima? Ecco, date di sperone e muti, oh miei prodi lettori (ma ne saranno rimasti?).
La prima considerazione che mi sale – assunto che è un buon cattivo, tolta la penosa scena del discorso per i fondi alla biblioteca… – è: Ma questo qui è Joker! L’aspetto più evidente e volutamente psicopatico (mugugni, ecolalìe, risatine isteriche, ed una specie di discinesia periorale incipiente) risulta, per paradosso, del tutto realistico – laddove non lo era in Leto.
Ciò mi riporta alla mente la piccola, ma significativa, correzione da me apportata al recente post su Suicide Squad, linkato qui sopra. Descrivendo appunto Joker, avevo usato il termine psicotico. Un po’ anche per abitudine. Ma quel Joker psicotico non è, in realtà – più in generale, tolte definizioni affrettate, è uno psicopatico: uno cioè che ha disturbi a livello mentale, ma non tali da poter essere diagnosticati in modo preciso, rigido; e in buona sostanza “borderline“. Disturbi quindi che stanno sul confine tra normalità socialmente percepita e devianza. Mi pare opportuno, a suggello di questa notazione, riportare le parole dello stesso Luthor, condivisibili o meno che siano (di certo non lo sono quelle sull’impossibile contemporaneità, in Dio, di bontà ed onnipotenza: siamo ai fondamentali di teologia, accidenti, e questa è una minchiata storica, ma pur sempre solenne minchiata. Anche i cervelli affilati sbagliano, anzi soprattutto loro):

Lois: “Lei è uno psicopatico!”.
Lex: “Cinque sillabe valide per ogni pensiero inadatto a menti ristrette”.

“Alfred, aggiornami sul livello di trucidume raggiunto!”

Bat v Sup è trucido quanto basta per deliziare palati raffinati come quello di Sandro, carissimo amico al quale più che consigliarlo lo prescrivo.
Abbiamo tutto l’occorrente: un Batman (temporaneamente) corazzato con tanto di occhi digitali azzurri tipo robot, roba che Emiglio si muoveva meglio – lo giuro, la rima non è stata premeditata. E’ grosso, è burino, e ci piace (ma il dettaglio trucido-chic da urlo è che sotto la corazza quella sua tuta grigia aderente gli disegna un culo della madonna. L’ho detto. E lo ripeto: culo-della-madonna, senza riferimenti né offese alla Santa Vergine, s’intende).
Pure la voce che gli han dato da… “travestito”, ehm: una cosa maschia, ma non nel senso di virile: più nel senso di un cinquantenne accanito fumatore che impiega il suo tempo a farsi le pippe in linea con una chatline erotica, a tarda notte. Brrr! Very trash, indeed.
Ma proseguiamo il nostro tour anatomico.
Kent è più sobrio, con un tocco di charme: bagnetto vestito con tanto di scarpe per baciare la sua bella, immersa nella vasca, con trasporto, e quel gesto fuori camera di levarsi gli occhiali da giornalistino e gettarli via, per poi inondarli d’acqua trasbordante – rilevo ovunque simbolismi sessuali a pioggia, e poi dicono che è cinema d’intrattenimento. Comunque, per la cronaca, wow. Vado a riempire la vasca… non pago, lo rivediamo subito dopo in cucina con solo un asciugamano legato in vita (le coronarie delle spettatrici sentitamente ringraziano): guarda il tg. Un frame di inquadramento del viso, lievemente concerned, poi TAAAC!, stacco sul torace che manco un quarto di bue appeso al macello. A scanso di equivoci: tutte le donne qui presenti AMANO i quarti di bue. Appesi, sdraiati, per cortesia nudi grazie; datecene ancora. Ancora, ancora, non limitarti, produttore!
Ma, c’è un ma.
In tanto ben di Dio, e giuro solennemente (ragni serpenti scorpioni e zanzare, se dico il falso ch’io possa crepare) non lo dico perché Batman è il mio preferito, Clark deve stare sereno ed accettare il fato: avrà anche una tartaruga TOP, ma se volete la prova che Dio esiste (e non è un kryptoniano) guardate, osservate, ammirate e rimirate il dannatissimo celestiale – il diavolo se lo porti – TRATTO ILIACO di Wayne. Sì, quella scena lì, quando si solleva trascinandosi legato sulle caviglie un “tombino”. Sì, quella con i pettorali illuminati quel breve secondo giusto per assetare chi guarda, così tesi che t’aspetti da un momento all’altro di sentire uno STRAAAPP.
Nunc dimittis, la Tua serva è felice e sente di poter spirare in pace. Amen.

Immagine

Se pensate che passata la febbre (balle, a me non è affatto ancora passata) le scene di lotta scivolino inosservate agli occhi infuocati delle donzelle, sbagliate.
Abbiamo, in crescendo:
Batman che sacagna un magnaccia;
Superman che fa punching-ball con Doomsday nello spazio;
Batman che in una visione disfa dei guerriglieri devoti a Superman nel deserto (ma non prevale, ahi);
Batman che smantella una falange di russi armati ed attapirati (l’uomo russo è attapirato per vocazione: scoprilo qui);
Superman incrudelito e straincazzato che nella stessa visione di cui sopra sfonda un Batsy appeso come un salame e gelatinoso di paura;
Batman che dà legnate su legnate a Superman e Superman che lo usa come martello per demolire pareti da ristrutturare;
e Doomsday, vabbeh… Doomsday non fa lo stesso effetto testosteronico, ma è comunque un “Oh, merda” (cit.).
Volendo essere estremamente sintetica, una contraddizione in termini dentro questo post, possiamo dire che dopo la prima tranquilla oretta Snyder non fa particolare economia di

vviulenzaaaah!


Feelings, nothing more than feelings

Adesso pausa, ragazzi.
Mettete sul fuoco caffè o thè, tirate fuori dal frigo birra o latte al cioccolato; e respirate.
C’è qualche ulteriore cosetta che vorrei raccontare, e se siete ancora con me, vi devo una tappa defatigante. Così poi lanciamo il ❤ oltre l’ostacolo e parliamo di

ammmore

Sì. Esso. Se la cosa punge il vostro orgoglio di persone che non devono chiedere mai, è legittimo. Chiudete la porta uscendo, grazie.
Innanzitutto una faccenda seria.
Ho letto in rete che è nato, bontà del Cielo, un affair Martha tra i seguaci dei nostri valorosi. Si tratta di questo: nel momento in cui (ricordate l’avviso spoiler?) Batman sta per infilzare Superman come uno spiedino con l’arpione armato di kryptonite, quest’ultimo si mette a biascicare che così stanno facendo il gioco di Luthor e che Martha, appunto, è in pericolo. Salvala, dice al pipistrellozzo. Martha altri non è che la madre di Superman, rapita dai russi attapirati e in procinto di diventare un arrosticino su mandato di Luthor. Il punto è che mentre il fanciullino dal ciuffo sbarazzino nomina sua madre, Batman si blocca con l’arpione a mezz’aria e la bocca aperta (volle il Cielo che non gli cascasse del tutto la mascella, di Ridge Forrester ce n’è uno e tutti gli altri son nessuno). Perché, udite udite, anche la madre di Wayne si chiamava Martha.
Colpo di scena! Crisi emotiva! Conversione flash (che pure c’entra, dopotutto) e repentino riallineamento del pipistrello tra i legali buoni a fianco del  man in blue.
Molti se ne son lamentati: MACCOSA, dicono, eravate tutti impegnati a sbriciolarvi a vicenda, e nel giro d’un secondo cambia tutto perché vi è venuta nostalgia della mamma?!
Rispondo: sì, porco Luthor. Sì, perché “la signora del cuore di ogni bambino è la sua mamma” (cit. Lex). Sì, checcèddimale?
Le Martha del resto sono come il prezzemolo, tutto concorre a formare un quadro che rende nient’affatto fuori luogo l’esito sentimentale.
Il flashback iniziale di Bruce. Il consiglio d’oro dato a Clark davanti alla fattoria. Wayne che ripetutamente si siede davanti alla sua tomba – inquadratura mobile sul nome. Kent che ne parla in montagna, in una visione-ricordo del padre defunto che afferma: “Lei era tutto il mio mondo” – espressione ripresa pari pari dal figlio nell’ipotetico futuro in cui dà fuori di matto per non averla salvata. I pizzini – “Hai lasciato morire la tua famiglia!”. L’accenno di Luthor, appunto, che la sfrutta per far leva sulla sua vittima. E infine…
… non so quanti l’abbiano notato. Io l’ho captato soltanto la seconda volta, son rimasta di stucco ed ho fatto rewind per sincerarmene, ma sì: era lì. Durante la lunga sequenza di lotta di cui parlavo, quella in cui Sup rischia di finire spiedino, alle spalle di Bat a un certo punto compare una colonna. E graziarcazz, direte voi, si trovano in una sala piena di colonne… okay, ma che c’è scritto sulla colonna (o è un pilastro, non ricordo mai quale dei due)? Che c’è scritto, eh? Ve lo dico io. C’è scritto, in maiuscolo, in blu!, tra gli altri “graffiti”:

MOM

E con questo abbiamo segato tutti i rompicoglioni che “Ah ma che cazzata gli dice il nome di sua mamma e quello si scioglie”. Duri di cuore, non erediterete il regno dei cieli.

Altro discorso – e qui scendiamo nei bassifondi, colorati caramellosi ed appiccicosi – per il Fattore Coppia. [Musica romantica ON].
Intanto, Lois & Clark together are beautiful. Bene, benissimo.
Ma (primo ma) ribadisco che, se il Bruce bambino (al funerale) ha quei boccoli assurdi da Piccolo Lord, Superman non rinuncia mai alla sua ciocca tirabaci che sguscia via dal capello liscio e ordinato (chiamasi: leccata di mucca). Per me, questo è un chiaro e non casuale indizio. Indizio di cosa, ve lo spiego tra poco, ma scommetto che avete indovinato prima che finissi la frase perché siete lettori sgamati.
Lois e Clark, insomma. Ovvero: il campanello ed il cane (di Pavlov). Per Clark, e per Superman, che è lo stesso, Lois (il suo nome, la sua voce, il rumore che fa cercando di uscire da sotto i lastroni che la intrappolano sott’acqua, qualsiasi ding! che gliela imponga alla mente) funziona come il campanello per i cani di Pavlov.
Lui spalanca gli occhietti, drizza le orecchie, e sbava. E poi va, vola, e la salva. Bum!
Se questo non è tossicodipendenza amore…!

trasferimento (3).jpg

(Momenti epocali. Uguagliati solo dall’aria lacrimosa da Labrador còlto con le zampe nei croccantini, a orecchie basse, che mette su Batman quando, prima della battaglia finale con Doomsday, Superman gli chiede se ha recuperato l’arpione. E lui: “Ho avuto da fare [scusa, padroncino!]”. A seguire, attimo imbarazzante all’exploit vigoroso di WonderWoman – “Non è la prima volta che uccido qualcosa di non umano“, dice lei. I due fanciulli si guardano, e… “Lei è con te?“, chiede Sup. “… credevo fosse con te“, risponde Bat. Due sagome. Li adoro).
Ma dicevamo del Fattore Coppia.
In fact, Lois e Clark non sono l’unica coppia interessante, qui.
(Una prece per Wayne & Diana Prince: io voglio che restino così, né amanti né amici né altro, soltanto simili ed affiatati senza sforzo).
L’altra è la coppia Bruce e – INTERMEZZO: come scrivevo al buon Lapinsù,

‘sto film è roba da femmine, comunque.
E’ tutto guarda come sono fico / guarda come sono umile + violenza / muscoli da svenimento + facciamo la pace amico alieno & ti amo Lo pucci pucci.
Indecente proprio.

Così scrivendo scherzavo, ma mica troppo.
Il tono è sì giocoso ma – l’ho detto – secondo me c’è stato anche un minimo di attenzione, di scelta voluta, a particolari che potessero intrippare le donne. Che sono quelli citati: corpi da sballo, violenza (piace pure a noi, se è ben coreografata!), giochetti relazionali e tanti, tanti feelings. Che i maschietti magari manco se li son filati, ma noi sì.
– FINE INTERMEZla coppia fatale, per me, è quella Bruce / Clark. (Doh!).

trasferimento (19)

Non ho idea di quanti fra voi (quelli che non mi hanno sfanculato al primo paragrafo E che son giunti fin qui senza morire nell’attraversamento del Mediterraneo del post) conoscano, comprendano e magari addirittura amino far parte di un fandom, ed eventualmente scrivere fan-fiction – disegnare fanart, in questo caso di tipo omo (slash).
Per me è passione totale (e non sto ad elencare le altre millemila coppie da opere di ogni risma, son troppe e se comincio WordPress mi blocca l’account per sopraggiunti limiti di parole).
Due cose le lascio giù, però.
La prima è che, senza tediarvi oltre col perché e il percome, considero il fatto stesso d’essere una fangirl slash l’ulteriore controprova di essere nettamente sbilanciata verso l’eterosessualità. Diciamo pure che sto all’80% di attrazione verso i maschi vs. il 20% di attrazione per le donne. (Spero sia chiaro che non stiamo parlando meramente di sesso). E penso anche che ciò valga, in linea generale e al di là di percentuali puramente esemplificative, per la quasi totalità delle altre slash-writer.
Va da sé che se sento qualcuno dire che ci divertiamo a scrivere dell’amore tra due uomini perché in realtà quei due uomini vorremmo farceli entrambi, lo avvito nell’asfalto a colpi di mazza ferrata. C’è altro dietro, sempre a mio avviso, ma lasciamolo appunto dietro le quinte.
La seconda cosa: di tutti i possibili shipping omo ricavabili dal fandom di Batman, questo mi sembra indiscutibilmente il più “sano”. Sappiamo benissimo che nelle fogne di Gotham, oltre a Pinguino ed ai suoi accoliti, allignano una marea di cose sconce che non sono tali perché toccano il sesso, ma perché sono specchi di incidenti mentali gravi. Non parlo di problemi clinici, semplicemente del fatto che si incrociano – e si leggono, e si vedono – tante produzioni che generano puro malessere.
Lasciamole al loro destino e balliamo una macumba per tenerle lontane.
Ma sarà comunque utile tener presente che se per una Batman/Robin c’è forse il 15% di possibilità d’aver di fronte una cosa leggibile cioè che non stuzzichi appetiti strani, decente cioè valida e soprattutto carica di senso; per una BatJokes la probabilità sale, ma non esaltiamoci troppo – diciamo un 50%? -, tanto che persino LEGO Batman vi allude poco nascostamente; mentre è proprio con una SuperBat che possiamo sfangarla, e dimostrare all’universo mondo che slash è intelligente e slash è bello, cazzo (nomen omen).
In attesa dunque di reperire Justice League, onde – anche – capire meglio cos’ha da offrire questa coppia (anche se mi dicono che il film è malriuscito, ma poi vedremo), concludo – si fa per dire, non cantate Hallelujah, non ancora – con una… breve disamina di un piano sequenza che mi ha colpito.

[Crediateci o no, ho scritto l’intero post, compresa la parte che segue, in una nottata.
Che Hans Zimmer vegli sul sonno di recupero post – sabato sera di voi tutti].

Siamo al finale, Doomsday è stato liquidato dal povero Superman che adesso giace a terra col petto squarciato. (Soffro, lo rivoglio indietro, e fortunatamente così sarà).
Fotografie – orrende, perché ho usato la telecamera dello smartphone di notte per screenshottare; oppure trovate in rete, imperfette, ma sufficienti a dare un’idea.

Originale
La IMAX scorre riprendendo un’inquadratura dall’alto, in avvicinamento al corpo del (fu) uomo d’acciaio. Corpo costruito ma snello, inguainato in un tessuto traslucido, (s)composto in una posa sommamente plastica ed elegante: le braccia distese, una mano che morbidamente cade di lato come fosse d’un dormiente. Una gamba slanciata in avanti e l’altra piegata verso l’interno, quasi un passo di danza, una volée.
Ed il capo reclinato di lato. In attesa di una carezza, che non si fa aspettare.
Ci avviciniamo ancora, ma cauti, rispettosi. E lo vediamo meglio.
Non è un uomo e non è un dio, non è una conclusione insoddisfacente o una potatura necessaria. E’ invece bellezza. La bellezza seducente, giovane e luminifera di un fanciullo caravaggesco, calor bianco ultramondano che emerge tridimensionalmente da un fondo oscuro ma non piatto, tappezzato da profondità d’ombre.
Al suo fianco lei, virgen dolorosa piena di grazia soffusa, a reggergli la mano, palmo vòlto in alto, con la delicatezza di chi regge un calice prezioso. Vuoto.
Risalendo in lenta fuga nei cieli silenziosi nel loro lutto, tutto precipita nel nero, all’infuori di poche macchie d’aurora incipiente: il marmo rosa di un viso d’uomo ed il chiarore al neon della camicia d’una donna, la sua donna. Dissolvenza.

da video

Pappa Buona (ovvero: altri post sul film da blog che spaccano)

Teaser emotivo non recensivo on Kasabake
BvS on Per un pugno di cazzotti
BvS on Matavitatau (scorrete il post fino in fondo)
BvS on Lapinsù
Bvs on Alcolisti Cinefili
Bvs on Marotz

Film .21: Suicide Squad, David Ayer

Bene bene bene. Come pianificato, me lo sono rivisto – e sì, avevo gli stuzzichini cariogeni! Non che fossero necessari: all’alba dell’ora e trenta di timing, quando ancora doveva farsi viva l’Incantatrice aka il Mostro di Fine Livello (vabbeh, ciao), i nostri “eroi” si sono infognati in quella che sino ad allora era rimasta soltanto una velata minaccia: una spaventosa lagna collettiva.
Eh già. Con la nobile eccezione di Harley quinn (scusate, ho un piccolo problema con le q maiuscole, non le sopporto), che in ogni caso ha dato del suo quando ha creduto morto Joker, c’è stata prima la scena del bar – Oh me sciagurato con questo terribile potere ho sterminato la mia famiglia; Oh me tapino non vedo mai mia figlia e siccome son assassino mi sa che ce l’ha con me; Oh povero me sto con una donna schiava di un’antica dea cattiva e non riesco mai a farmela in pace e sono pure sfigato e vigliacco; eccetera.
Poi, lacrimata all together perché loro sarebbero i cattivi, e tutti li trattano male, e stanno andando a morire per gente che non se lo merita – e chi accidenti ve lo fa fare?
Poi di nuovo lacrime perché il nostro caro amico (EH?!) s’è sacrificato.
Poi crisi di coscienza di Deadshot perché, oh, sto mirando al SuperCattivo del film ma chissà che a mia figlia non dispiaccia lo stesso, e ora che faccio, sparo o non sparo?
MADDAI SU!
Ammazza tutti, e se proprio senti rimorso, accoppati pure tu che famo prima. Lagna!!!

harley-quinn-deadshot-suicide-squad.jpg
 

“Hey, ce la facciamo una bella lagna insieme, bimba?” ————————————————– “Volevi dire lasagna, vero?”.

 

Joker ed Harley quinn (per le q maiuscole, maledette, vedi sopra).
Lui è certo meno orrendo di quanto mi aspettassi da una seconda visione casalinga, fresca reduce di Nolan e di Ledger. Non orrendo, ma neppure una bomba, eh.
Un perché tuttavia ce l’ha, e per quel poco che son riuscita ad inquadrarlo consiste in questo: che a differenza dell’anarchico pienamente consapevole e lucido, in grado di scegliere di cedere alla propria follia (ottimo termine che s’adatta a molte cose) di Ledger; il Joker di Leto è persona assai più semplice e al contempo più spaventosa. Intelligente forse, ma più banale di quanto voglia apparire – e soprattutto psicopatico.
Ma psicopatico davvero – una specie di grumo di puro Es che non ha mai avuto davvero il controllo su di sé. Anzi, è così estremo da essere inevitabilmente fuori di sé, da qualche parte ma fuori. Chissà, forse quest’idea è solo mia, frutto dei miei personali leit-motiv preferiti. Il controllo! Mah!
Come che sia, il suo essere granitico, uguale a se stesso ogni volta che rispunta fuori, è uno dei particolari che mi son garbati di più. Non lo si può definire affidabile, ma a modo suo è una certezza su cui contare.
L’altro è quella splendida simmetria / sinfonia di coltelli stesi a terra attorno a lui – nemmeno fossi passata io a spicciargli casa -, che mi pareva quasi di sentire i loro sibili, altro che risata malsana e caricaturale; e quel frame in cui viene inquadrata la tromba delle scale (di nuovo la simmetria) mentre Harley guarda giù.
Detto questo, più che Joker in sé o Harley in sé con tutto il suo repertorio di stralunatezza, lascia il suo segno – non profondo ma sanguinante, come un taglio sotto l’unghia – la loro coppia.
Su quella sì che vorrei un filmone, ma solo se potete darmi di più. Molto molto di più.

Una nota conclusiva su voci e sottotitoli.
Non esprimo giudizi sul doppiaggio (anche perché ho ancora in testa l’orrenda e sconclusionata parlata di Barbara Gordon aka La Figlia Del Commissario Gordon aka Geppi Cucciari in Lego Batman, ahimè. Rosario Dawson mica infilava pause espressive a cazzo, come un video che si inceppa sul buffering, perché lei invece sì?!).
Ho comunque provato ad ascoltare l’originale di Joker ed Harley, appunto, e devo dire che oh, ho preferito i doppiatori italiani per entrambi.
E quanto ai sottotitoli – per non udenti, precisiamolo…! – mi chiedo e mi chiederò fino alla morte perché mai a chi li produce faccia così schifo scrivere titolo e artista delle canzoni, che non son manco poche, che accompagnano parecchie scene in modo per niente discreto: mica voglio il testo, solo titolo e cantante. Male che vada, una decina di parole.
Ma no, per carità: non c’è spazio, e poi che gli frega ai sordi di sapere cosa va on air? Mica le sentono le canzoni, no? Che gliene importa?
Ecco, sentite ammè: se vi becco e vi riconosco, passerete un brutto quarto d’ora.
Io, a proposito, non ho le paranoie di Deadshot. Nessun dubbio, vi apro subito come una scatoletta di tonno (supercit. da supervillain).

Suicide appetizer

In attesa di rivedermelo a casa, in blu-ray, con degli opportuni stuzzichini cariogeni a portata di zampa, ho voluto andare a ripescare un vecchio post – da un mio blog ora chiuso, e a proposito: me ne sono passati sotto le dita più di 10, non 7 – su Suicide squad, che nell’anno di uscita (2016) vidi al cinema con gran gusto.
Nell’immediato post-Nolan m’è venuto in mente, e ho (ri)scoperto di aver già avuto a che fare con un Joker “moderno” sullo schermo, quello di Jared Leto, che a rivederlo adesso nelle foto messe insieme da DuckDuck mi parla soltanto di un adolescente leccato che per il sabato sera s’è ispirato a Marylin Manson – del resto, ho visto e frequentato di peggio (Satana, per esempio. Ma ero più matta io di lui, ed ecco perché ‘sto film m’era  così piaciuto).

joker-leto

Essere dimenticate. O, comunque, scolorire: dev’essere necessariamente questo il destino anche delle migliori cose dentro il fragile contenitore che è la nostra memoria?
O forse è solo che dopo tre anni il Joker di Leto, che tanto m’aveva appassionato, è pronto perché io lo ridimensioni?
Nel frattempo, constato con meraviglia che il fumetto a lui intitolato di Azzarello e Bermejo, da me letto subito dopo, è scomparso dal catalogo. Rubato, distrutto o chissà, magari imboscato nello scaffale sbagliato, a caso, da una mano guantata di bianco.

Disadattati, ma non troppo.

Premettendo che non sono una seguace della DC Comics, né tantomeno di conseguenza ne conosco gli universi, io Suicide Squad l’ho visto, capito e adorato.
E’ una premessa che può andare a merito come pure a demerito del film, ma lo considero più un merito: uno dei miei timori era di non comprendere un accidenti di quel che sarebbe accaduto sullo schermo.
Invece la trama essenziale ha lavorato per me – perché c’è una trama, diamine: non ne occorre troppa, epperò c’è e ha senso.
L’introduzione un po’ lunga ai personaggi, al loro background e alle motivazioni per cui sono tutti al gabbio avrà probabilmente annoiato i conoscitori, ma a me è servita parecchio: entrare subito nel vivo mi avrebbe spiazzato (e poi con una certa sorpresa e con piacere ho rivisto Viola Davis nel ruolo di Amanda Waller, dopo averla conosciuta in tv come Annelise Keating ne Le regole del delitto perfetto).

Credo sia stato il primo film che ho visto in Dolby Atmos: dirompente, direi.
Non potevo chiedere di meglio per la potenza sonora dell’Incantatrice… e anche qui, mi pare che una certa semplicità abbia pagato: niente invenzioni ultracomplicate che devono sudar sangue per soddisfare palati sempre più esigenti, niente effettoni osceni, solo della buona, vecchia forza bruta, sia essa fisica o magica.

Harley quinn, Harley quinn. Buon Dio, che gnocca.
[Fine della parentesi culturale].
Capisco tutta l’eccitazione che le è montata attorno.
Ma vorrei dire che, per quanto abbia del suo, il vero spettacolo nasce quando la si vede in coppia con Joker: mettici l’amore, mettici la pazzia, comunque sono una bomba.
Fossi Jared Leto, non mi angustierei tanto per non aver ottenuto una presenza più massiccia nel montato finale: il botto l’ha fatto, e soprattutto l’ha fatto a modo suo. Che voleva, andarsene in giro con una squadra con cui non c’azzecca nulla e con cui sarebbe stato in pieno contrasto?
Sei il cattivo duro e puro tra cattivi redenti.
Hai una donna (viva, non uccisa dal tuo stesso potere o impegnata a toglierti i figli), ed è svalvolata al punto giusto per te.
Quando i ragazzini torneranno a casa, sarai tu a venirgli in mente, non un Diablo o una Katana (e comunque, alla fine, la luce per una notte secondo me non la spegneranno).
Parevi morto, e invece torni e prometti scintille in un secondo capitolo.
Macchemminchia vuoi di più?

Ecco, più o meno è quel che ho cogitato ieri sera in sala.
Grazie a wwayne per avermici spinto.

Grazie a te per la citazione! Comunque hai ragione: il Joker avrà pure poco minutaggio, ma rimane impresso più di tanti altri personaggi ultrapiatti come Capitan Boomerang. Anche Killer Croc chi se lo sarebbe filato, se non avesse avuto quell’aspetto mostruoso?
Certo, qualcuno potrà dire che rimane più impresso perché il Joker da Heath Ledger in poi è diventato un elemento della cultura pop, mentre quasi tutti gli altri personaggi erano degli zeri prima e rimangono degli zeri dopo; tuttavia, a mio giudizio la performance di Jared Leto è stata così incisiva che avrebbe fatto quell’effetto anche se il Joker non fosse stato già prima un personaggio super conosciuto.

Film .16: Batman begins (The dark knight trilogy), Christopher Nolan

Di scrivere recensioni non son capace, mi manca il mestiere, la conoscenza del cinema e soprattutto la voglia. Sono più una cazzara impenitente, saltabecco da una considerazione effettivamente intelligente a notarelle da diario, alcune cose le ho imparate ma molte altre, molte di più, no – le imito, le saccheggio, le prendo in prestito per rispenderle.
Per esempio, non so dir nulla di meno che generico e banale – tipo: che figata! – sulla scelta e la gestione di scenografie, costumi, effetti speciali e scenici. Almeno in questo caso, forse perché sono piuttosto elaborati. Per me è stato tutto un wow, e un woah, e questa è forse la miglior cosa.
Chissenefrega di sapere cosa Nolan volesse ottenere (cioè, sì, mi interessa, ma non morirò se non lo scoprirò), di quanto ci sia andato vicino, di quale budget avesse e se questo l’abbia agevolato oppure au contraire l’abbia incatenato. Io so una cosa che voi non sapete – o almeno credo, ma in queste alzate d’ingegno di solito mi ritrovo stranamente sola -: e cioè che Christian Bale sarà anche un bel Batman, ma pure Nolan con quel faccino squadrato e truce, da Tizio Vissuto Male, ce lo vedrei parecchio.

Poi mi piace che Bruce Wayne (almeno in Italia, in particolare) abbia questa voce, e non solo l’apparenza, giovane. Perché Batman è sempre stato il mio unico supereroe, ma tra Clooney e certi cartoni animati che vedevo da piccola – cantate con me: E’ l’uomo pipistreeello! E’ Bbatmann! Si avvolge nel manteeello, è proprio Bbatmann! -, insomma, per una serie di motivi, l’uomo pipistrello me lo sono sempre figurato non dico anziano, men che meno antico, ma sicuramente come un uomo maturo e stanco, in impaziente attesa di sostituire il proprio maggiordomo nel suo ruolo.
(Il maggiordomo. E’ sempre colpa sua).

Mi piace che nella storia ci sia un tocco di romanticismo – ma non troppo – e che questo filo narrativo conduca nel primo film ad una conclusione, per quanto sospesa e temporanea, felice.
Si sa che non sono una maniaca dell’happy ending, ma per diana e bacco e tutti l’artri, stavolta se non avessi avuto la soddisfazione dell’eroe che (sempre con classe, chapeu) getta la maschera e si svela, e della bella-e-coraggiosa di turno che invece di patire trova amore e ideali ricambiati; ecco, se ciò non fosse stato stavolta avrei ucciso.

E tutti quei micro-dialoghi folgoranti, ragazzi.
Praticamente mezzo film è da citazione cult.

Che altro? Ah, sì.
Amo il nero, amo la pelle e la roba lucida e aderente (no, non sono una mistress. Ma se proprio non riuscite a tenere a freno la voglia di far battutine, incontriamoci, dai, e vi darò una ripassatina), amo il metallo e le metropoli specie se decadenti.
Esteticamente, e l’estetica è per me una meravigliosa ma esigente spina nel fianco, il film mi ha soddisfatta; anche perché l’ho trovato “pulito”, ossia sì pompato (lo ripeto: grosso, scintillante e potente è bello), ma non fracassone, esagerato, esibizionista. Batman è fico perché è Batman, mica ha bisogno di far casino e mostrare in giro i muscoli per dimostrare chi è.
E poi nella sua versione in borghese ha – aveva – un bel cappotto. Oh yes.