Decluttering .5: Biancheria da casa

L’operazione ancora non è completata, dacché ho voluto / dovuto impiegare tutto lo spazio del letto matrimoniale per accatastarvi le cose da smistare, e da allora, mentre procedo, sto dormendo sul divano (il che si sta rivelando una sistemazione piacevole, tutto sommato, e sicuramente utile il sabato-domenica notte quando ho fatto le maratone di Supernatural 😍).
A differenza di altre categorie di oggetti, questa per me non è particolarmente “sensibile”, cioè non mi ha posto davanti a grossi dilemmi del tipo E’ un ricordoE’ appartenuto a…, Potrei pentirmene eccetera. Né del resto mi sono trovata in vera difficoltà dovendo stabilire cosa mi è, o sarà, ancora utile e cosa no.
Certo, disponendo di tanta roba a volte devo riflettere di più per capire se i pezzi in eccesso siano in sostanza delle “scorte” per il futuro, di cose che si consumano sì lentamente ma comunque verranno sostituite a più riprese; o se davanti agli stessi debba cogliere l’occasione per fare il punto su qualche innovazione – anche solo decidere che non desidero avere tappeti di nessun genere in casa, per quanto banale, cambia non poco lo sguardo che riservo alla stessa.

Detto tutto ciò, forse posso direttamente passare a render conto delle cifre (calcolando anche che, in attesa di definire meglio cosa mi aspetta in futuro – per esempio se rimarrò, pur felicemente, single o se avrò un compagno – ho scelto di conservare alcuni articoli in versione matrimoniale o, comunque, aggiuntivi).
Ecco dunque la lista di oggetti cassati (e già ridestinati):

Biancheria da letto

8 completi letto singolo
1 coprimaterasso singolo
1 coperta singola
2 copriletti matrimoniali
1 federa cuscino letto

Biancheria da bagno

2 asciugamani grandi
4 asciugamani piccoli
4 tappeti da bagno

Biancheria da cucina

4 grembiuli
4 strofinacci
4 tovagliette da tavola
3 tovaglioli spaiati
1 sottopiatto di vimini
6 presine
+
4 bicchieri
3 insaporitori
1 scolaposate

Biancheria da mare

3 borse mare grandi
1 busta per toeletta con pettine, spazzola e specchio da bambino
2 costumi interi
2 bikini
1 cuffia da piscina

Varie

1 federa cuscino quadrato
1 fazzoletto di stoffa
13 scampoli di tessuto grandi
2 valigette
2 ombrelli
3 pantaloni tuta
1 t-shirt da casa

Decluttering .4: Senso estetico

L’estetica è la madre dell’etica:
quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo,
quanto più sicuro è il suo gusto,
tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero, anche se non necessariamente più felice,  sarà lui stesso
”.

[Iosif Aleksandrovič Brodskij]

Affermando che ho un forte senso estetico, non voglio intendere che abbia uno spiccato talento per l’arte, per la scelta di palette di colori nell’arredo o nell’abbigliamento, o simili. Intendo soltanto rilevare un dato di fatto, e cioè che l’aspetto estetico, il risultato più o meno soddisfacente e pacificante per l’occhio, è una variabile che condiziona moltissimo le mie scelte.
Tutte le mie scelte: dall’acquisto di un libro in base alla sua copertina, alla preferenza per un cibo o per un altro, passando naturalmente per il decluttering e facendo pendere l’ago della bilancia “lo tengo / lo elimino” di qui o di là.
Non che l’estetica rivesta un ruolo rigidamente deterministico nella mia vita, sia chiaro; tuttavia come detto incide, ed incide parecchio, in forme gestibili delle quali sono per lo più del tutto consapevole.

Per citare un esempio:
solitario ed affascinante, nella mia grossa wishlist di lettura autunnale-invernale, si erge fra gli altri il noto Libro d’ombra di Junichiro Tanizaki.
In maniera grossolana, certo, ma qualche nozione sulla cultura nipponica di gestione degli spazi di casa, dei pieni e dei vuoti, della creazione di densità attraverso luce e penombra credo l’abbiamo tutti.
Lungi dall’aver iniziato una risistemazione cosciente dei locali di casa mia in questo senso, mi accorgo comunque di aver già messo in atto piccole modifiche spontanee, su base intuitiva, come il tendere – specie ora che la luce va calando – a mantenere le stanze appunto in penombra, sfruttando le lampade e così creando coni di luce soffusa e calda, un po’ un bozzolo temporaneo nel quale sostare mentre porto avanti una singola attività.

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L’anelito alla semplicità è attivo a 360°, ma in generale, ed in questo periodo di transizione in particolare, si esprime per me soprattutto in cucina.
Primeggia, certo, il bisogno di razionalizzare un ambiente ed una serie di attività tendenti per natura all’entropia; c’è poi però anche qui una fetta di piacere estetico-psicologico, per il quale vuoto, pulizia, spazio libero e pronto all’uso equivalgono a leggerezza, armonia, e in definitiva bellezza.
Ecco: per un minimalista l’ordine, sia esso “morbido” oppure abbia esso un tratto compulsivo (per es. nel desiderio che ogni oggetto sia dritto), non è mai il punto d’arrivo ultimo, non è un arido fine ma è, oltre che uno scopo pratico, principalmente un mezzo per ottenere bellezza e piacere dalla propria vita per come è riuscito ad organizzarla.

Decluttering .3: Che far(sen)e?

L’Apocalisse (morale, culturale, energetica, climatica – leggete Arpaia!) è prossima, affrettatevi ad alleggerirvi quanto più possibile ed estote parati a levar le tende. In senso metaforico E letterale.
Signori, disfarsi degli eccessi non è il punto d’arrivo, è soltanto l’inizio – di qualcosa di entusiasmante, certo, ma anche di necessario. Non è un caso se molti minimalisti sono anche ecologisti, a vario titolo: non c’è minimalismo senza autocoscienza, senza l’assunzione di responsabilità e di scelte precise, che abbiano obbiettivi distanti ed orizzonti vasti.
Dunque, da lì si comincia: rinunciando, rifiutando, scartando.

Che farsene, poi, degli oggetti scartati?
Le autrici orientali (Kondo, Tatsumi) e l’ibrido franco-giapponese Dominque Loreau (che amo particolarmente) optano, con gradi diversi di… jawohl!, per il semplice, netto e indistinto buttare.
Ma noi, qui, per lo più siamo europei.
E a noi, che sia per coscienza ambientale o sia perché ancora ci scaldiamo, e sempre ci scalderemo, con la coperta patchwork della nonna fatta con gli avanzi dei gomitoli, a noi europei ci piace riciclare o riutilizzare / rimettere in circolo.
C’è un problema, però.
Bene riutilizzare, magari nell’hobbistica home-made, oggetti e materiali – per chi ne è appassionato, ‘ché altrimenti diventa un orrendo obbligo morale, peggiore persino del conservare discutibili bomboniere di matrimoni ormai decennali.
Bene riciclare, anche perché se vivete in una città sensata farete già di default la raccolta differenziata, e a quel punto tra buttare (smaltendo correttamente) e riciclare non c’è più differenza alcuna.
Ma quando si arriva a voler rimettere in circolo un oggetto, perché ancora bello / utile / ecc. e non meritevole d’essere semplicemente compattato ed incenerito – la fanno facile le banzai del decluttering: salutare e ringraziare un oggetto prima di lasciarlo andare sembra una cosa scema solo finché non la fai, e invece scopri che è buona e giusta, tuttavia buttare rimane pur sempre un atto difficile da affrontare -; quando si arriva a voler tentare il tutto per tutto e si attraversa tutta la trafila (provo a vendere, se non vendo regalo, se non è un articolo “ricevibile” lo giro in beneficenza), spesso si perde ogni speranza e si molla.

Soltanto oggi (8.8.19), in due tornate di mattina e pomeriggio, ho conferito al miglior negozio dell’usato cittadino (che fa parte per altro di un circuito sociale assai virtuoso) 4 borse di vestiti ed 1 di oggettistica. Tutte di grandezza media (quelle riutilizzabili che si acquistano nei supermercati, per intenderci), tranne una in cui ho messo i cappottoni adatti a Micheal Jordan che è quella extralarge blu dell’Ikea.
Ho contato, svuotandole, 31 capi estivo-autunnali (tra cui maglie, abiti, pantaloni, canotte, scarpe, accessori) e circa altri 50 invernali. Non che abbia finito… in tutto questo ho avuto tempo e modo di ripensare alle, talvolte grosse, difficoltà che si incontrano nel tentativo di dare una seconda vita alle nostre cose.
Innanzitutto, banale a dirsi ma le cose pesano. Gli oggetti, quando (ri)prendono vita e vengono considerati, maneggiati, spostati, sia pure per un’unica volta da casa ad altro luogo, reclamano senza mezzi termini una consistenza ed una materialità che siamo troppo abituati a sublimare. Perché loro usano stare, e noi finiamo per credere che al di fuori di un uso ricorrente essi non esistano, siano fatti della materia di cui son fatti i sogni.
E invece no.
Uno dei due risvolti positivi di questo traumatico ritorno alla realtà è che la voglia di liberarsi di praticamente tutto ci fomenta improvvisa ed inestinguibile: mai più schiena rotta, mai più schiavitù, mai più volontari emuli degli egiziani che costruirono le piramidi (per poi nemmeno saperle proprie).
L’altro, è che si impara a vivere con concretezza.

Ma persino la fatica non basta a se stessa, bisogna essere disposti e pronti a farla nel momento giusto. 
Sempre per il negozio che citavo sopra, un posto in cui sento di poter portare i miei oggetti come fossero figli perché li so rispettati (!), non esiste stagionalità per le donazioni.
Ed è più che un fatto insolito, per quanto mi riguarda e ne so è un unicum: prendi Mercatopoli, prendi il negozietto locale, ovunque ti sembra un po’ di stare dentro un campo di paintball – il bersaglio sei tu –: se sgarri l’orario, o di un giorno nel loro calendario ritiri che è più complicato di quello ebraico e maya messi assieme, sei fuori, puoi tornartene a casa con il tuo cumulo di roba intatto.
Se sgarri sui centimetri del pantalone alla zuava, o sulla lunghezza del pelo del cappuccio del bomber, o sul fottuto colore moda dell’anno (come se quei posti non pullulassero di vecchiette in cerca della blusa che fu all’ultimo grido nel lontano 1970), sei fuori, puoi tornartene a casa con il tuo cumulo di roba intatto (e in aggiunta, gli sguardi carichi di biasimo di addette e spettatori, manco fossi al grand guignol).
Sei in un negozio dell’usato, ma la tua scarpa Manolo Blahnik superfiga ha un microscopico graffio sotto il tacchetto, nell’angolo? Sei fuori.
Eccetera. Solo a scrivere di queste traversie, sudo.

E volete sapere l’ultima?
Abbiamo cominciato a vendere roba perché ne avevamo troppa in casa, e nel giro di pochi anni… i negozi dell’usato hanno accumulato troppa roba a loro volta, e non ritirano più! Ma che dico, i negozi dell’usato… tutti, in verità: parrocchie, Caritas ed Humana, di quando in quando, chiedono di sospendere le donazioni perché non sanno più dove ficcarle. Associazioni private di volontariato, meno spesso, ma capita pure con loro.
Insomma, non dico: non donate, ma fateci l’occhio.
Sui vestiti ancora si può prendere il questuante piazzato nel punto strategico all’uscita dai supermercati, dalle chiese ecc. Preferisco non farlo se non li ho conosciuti di persona  e meglio, ma a loro puoi sempre dire Tizio, ma ti basta quella camicina? Veh, piglia ‘sta felpa che serve più a te che a me. Esempio limite, d’accordo, ma io sono una donna-oltre-il-limite.
Poi, però, ricordi che dopo i vestiti vengono i libri. Dopo i libri tutta l’oggettistica varia, dal mestolo firmato alle succitate, maligne bomboniere.
I libri, già. I libri, cazzo: mi presento al Libraccio con un paio di titoli non certo rari, ma nemmeno best-seller venduti e rivenduti in tutte le salse. E mi dicono che già ce l’hanno una copia usata. Di quelli. Càpita una volta. E due. E tre.

Perciò, dove andare?
Che fare delle nostre cose senza destinazione apparente, che fare di noi stessi?

Decluttering 2.: Vestiti invernali

La Kondo, oltre a “prescrivere” di suddividere il riordino per precise categorie, stabilisce anche quale debba essere la giusta sequenza nella quale affrontarle. Ed i vestiti hanno la precedenza.

Io ho deciso di partire da quelli invernali, per paradossale che possa sembrare, per una serie di ragioni: intanto, perché avevo già selezionato diverse cose sul finire dello scorso inverno, e quello che non ho piazzato al negozio dell’usato mi è rimasto sul groppone. Proseguire ciò che avevo già iniziato mi avrebbe confuso meno.
In questo modo, alle porte del nuovo A/I avrò pronto, suddiviso per destinazione, tutto il materiale da sgomberare.
E, soprattutto, così facendo mi libero per primi dei pesi più grossi, letteralmente, dato che i vestiti invernali spesso sono elefantiaci.

Sto accumulando sul letto della – chiamiamola così – camera degli ospiti, e appendendo alle maniglie dell’armadio, cappotti (4), completi di lana (2), giubbini giacche e bomber (3), e gonne (9).
Tutto accuratamente riposto da mia madre, ma stipato in alto, sull’asta orizzontale della parte superiore dell’armadio guardaroba. Immaginate il sollievo, specie per me che son bassa 1.49, di arrivare non solo a ridurre determinati capi, ma a svuotare quelle zone raggiungibili solo con la scala o l’asta per appendiabiti, e comunque scomodamente.
E’ una cosa che ho già fatto quasi per intero in cucina, zona che verrebbe dopo ma alla quale ho comunque messo mano qualche settimana fa, almeno per sbrinare e spegnere in modo definitivo uno dei due freezer (più uno piccolo sopra il frigorifero) di casa. (Anche qui: meno consumi, meno “sparpagliamenti” del cibo in troppi punti, meno dimenticanze e confusione. E poi ormai sono da sola, non ha senso avere tutti quegli elettrodomestici attivi!).

Ci sono, fra le cose già raccolte nei borsoni, una caterva di collant (parliamo di roba da 70 denari o giù di lì, persino – ancora! – quelli miei di bambina, e badate che in negozio gli estivi sono andati via come il pane), maglie intime, guanti e altri accessori.
E tra i “cimeli ritrovati“, è saltato fuori da una tasca di giubbino l’ennesimo paio di pacchetti di sigarette nascosti da mia mamma, che ancora una volta la tabaccaia ha gentilmente accettato di convertirmi in denaro contante / ricarica del cellulare.

Ho deciso poi di tenermi ancora qualche “extra“, non tanto perché potrebbe servire (frase proibita) ma perché anche se un tantino ingombranti e/o strani sono oggetti che mi fan bene al cuore.
Per esempio, l’enorme (eppure adatto alla mia taglia) montgomery scamosciato fatto con non so che pelle, che solo al vederlo mi scatena l’amore familiare.
Oppure una camicia orrenda, ma di lana, che conto di mettere in casa. Se poi dovessi trovarla meno easy di quel che mi aspetto la eliminerò, ma mi dà l’idea d’essere il capo perfetto per raggomitolarmi sul divano e mettere radici.

Carnet (Luglio 2019)

Una notarella prima di andare ad elencare.
Non è la prima volta che qualcuno lo nota e ne rimane stupito (o persino perplesso), perciò lo preciso: sì, i numeretti a fianco dei titoli sono il totale in ordine progressivo di quest’anno.
No, leggere (o vedere film) non è una gara.
Lo so, macino tanta roba; ma per strano che possa sembrare, e con le fisiologiche oscillazioni, questo è il mio ritmo normale – per intenderci, non è che leggo le pagine a raffica senza capirci niente, pur di collezionare un libro in più da vantare (anche perché di alcuni c’è poco di cui vantarsi, ma questa è un’altra storia).
A me piace tenere traccia di ciò che leggo e vedo, semplicemente, e ritornarci su 🙂
Ricostruire, ricordare, connettere e tirare somme, o tornare su qualcosa che chiede ulteriore spazio. Il fatto che abbia la memoria corta è solo una ragione di più per farlo, ehm 🤣

[libri letti]:
77. L’arte di buttare – Nagisa Tatsumi
Altro titolo della serie Vallardi dedicata al minimalismo, già letto a suo tempo ma che sto riprendendo in mano e sottolineando per prepararmi a ribaltare casa.
Va detto che la Tatsumi, a differenza della Kondo (a proposito, beccatevi questo bell’articolo su Rivista Studio), ha un atteggiamento di fondo un pochetto da stronza, alle volte persino offensivo. Intendo recuperare l’utile e poi disfarmene.
Detto ciò, ribadisco la mia grave dipendenza dall’odore di stampa delle edizioni cartonate.

❤ 78. Lettera a un giovane cattolico – Heinrich Böll
Un autore controverso, secondo alcuni eretico rispetto al cattolicesimo professato; in ogni caso una voce limpida – che, qui, dimostra come una scelta morale chiara sia possibile anche quando si è profondamente coinvolti e contemporanei ad essa, come fu il caso dei credenti in relazione al nazismo.
79. Il mestiere di vivere – Cesare Pavese
Mi aspettavo tutt’altro tono e stile, e pure più “ciccia”: mea culpa, ho creduto troppo all’immagine che m’ero fatta di Pavese.
Né per la poetica né per la vita intima ha molto da offrire: qualcosa, forse, di consolante a chi abbia abbandonato le spoglie autocommiserative di cui lui, invece, è stato lungamente geloso.
Poco virile, vorrei dire, e non certo poiché impotente.

❤ 80. Sunset Limited – Cormac McCarthy
Prendo a prestito la quarta di copertina, che racconta tutto e meglio:

La cucina di una casa popolare, un tavolo, due uomini seduti intorno. Uno dei due è bianco, l’altro è nero. Sul tavolo c’è una Bibbia. I due uomini parlano.
Non si conoscevano prima di questa mattina, quando il nero ha strappato il bianco alle rotaie del Sunset Limited sotto cui stava per lanciarsi. Ma quello era solo l’inizio. Ora i due devono andare oltre. E così parlano.
Dai due lati del tavolo, da prospettive, lingue e colori antitetici, fra picchi di comicità e abissi di disperazione senza contatto possibile oltre all’ingegno folgorante della penna che li ha partoriti.
Un romanzo in forma drammatica che raggiunge il nucleo pulsante dell’indagine esistenziale di McCarthy. Non ci sono approdi, prese di posizione, risposte. C’è solo una domanda: che cosa ti divide dal tuo Sunset Limited?

❤ 81. Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
🌟 82. Pet Sematary – Stephen King
83. Il magico potere del riordino – Marie Kondo
🌟 84. L’uomo che cammina – Jiro Taniguchi
🌟 85. Una paga da fame, Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo – Barbara Ehrenreich
❤ 86. Donna delle pulizie – Stephanie Land

[film visti]:
🌟 79. Silence – Martin Scorsese
80. Arrival – Denis Villenueve
🌟 81. 120 battiti al minuto – Robin Campillo
82. A tempo pieno – Laurent Cantet
83. Pay the ghost – Uli Edel
Superfluo, fiacco, sciocco. Per giunta con una recitazione deprimente di quasi ogni attore del cast, ed una fotografia oscena. Senza infamia né lode, come riassunto qui.
Peccato, perché l’idea di base nella sua semplicità avrebbe potuto essere un buono spunto da sviluppare.
84. Nella valle della violenza – Ti West
Niente stellina perché non è di livello eccezionale, è però molto divertente e ben costruito sfruttando pochi personaggi ed elementi.
L’originalità non sta nella trama, che si regge soltanto sull’utilizzo di abbondanti topòi western, ma nella lettura ironica – mai comica – ed affezionata che ne fa.
Pathos discreto e collaudato, buono per attraversare un pomeriggio afoso e polveroso.
🌟 85. Personal shopper – Olivier Assayas
Molto più thriller che horror, un film in cui i medium sembrano pullulare molto più degli spettri stessi, ma senza per ciò rompere le scatole, assorti come sono dalla propria – inaspettata, scabrosa, preoccupante, desolata – interiorità.
86. Moonlight – Barry Jenkins
❤ 87. Risorse umane – Laurent Cantet
❤ 88,89,90. The dark knight trilogy (Christopher Nolan):
Batman begins, Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro: Il ritorno
Le mie impressioni immediate le trovate nei post linkati. Ma per un’opinione più ponderata  e meno “Evviva! Fico! Pipistreeelliii!” dovranno trascorrere almeno cinque anni. Nel frattempo, potete sollazzarvi con le recensioni de La bara volante, solide e spassose 🙂 Fiondatevici, soprattutto se per voi il capitolo due: Il cavaliere oscuro è il più bel film della storia del cinemadella trilogiadi quel pomeriggio in cui l’avete visto 😁 
91. The circle – James Ponsoldt
❤ 92. Batman, Il ritorno – Tim Burton
Meraviglia. Il bello di non “intendersene” è che puoi esaltare il bello ed ignorare il difetto, sempre che davvero questo film ne abbia. Per me, no.
Non sono una grande fan di Burton, ma mi sorge il dubbio che ciò dipenda molto dalle sue pellicole “recenti”. Perché questo secondo capitolo (recupererò il primo, promesso) mi ha catturato subito e sempre; e mi ha ricordato nel giro di un minuto secco (più quelli dei titoli di testa, certo, con la discesa nelle fogne del pargolo pinnuto) come mi sentivo ognuna delle ventordicimila volte in cui, da nanerottola – non che ora sia cresciuta tanto – mi sono vista 
Beetlejuice. Ovverosia: divinamente.
❤ 93. Nave fantasma – Steve Beck
94. The descent – Neil Marshall
Alcune vecchie amiche si ritrovano per la periodica escursione (stavolta, in un complesso di grotte sotterranee). Dentro le cavità terrestri scopriranno di non essere sole, ecc. ecc.
Noioso e parecchio patetico.
L’unico sollievo arriva quando il maledetto gruppo delle gitanti perennemente urlanti comincia a perdere pezzi di carne a suon di morsi.
🌟 95. La meccanica delle ombre – Thomas Kruithof
Francois Cluzet è sempre al suo meglio. Spionaggio classico, fotografia fredda.
🌟 96. La legge del mercato – Stéphane Brizé
97. Open water – Chris Kentis
❤ 98. I racconti della luna pallida di agosto – Kenji Mizoguchi
Meraviglia. Bianco e nero, Giappone, l’apologia del buonsenso e della rinuncia alle ambizioni. Insolitamente, la pagina relativa su Wikipedia riassume storia del film e trama (di per sé non intricata) in modo chiaro, e fornisce pochi ma buoni link.
99. Dracula Untold – Gary Shore
Idea buona, realizzazione frettolosa.
Alcuni momenti spettacolari, meno però di quanti erano attesi, e soprattutto ottenuti con una smaccata computer grafica che toglie loro molto impatto.
Il pathos è un orpello didascalico che poi dovrà arrangiarsi lo spettatore a suscitare: e va bene che non è un film intimista, ma aspira pur sempre ad essere una pietra angolare della storia di Dracula – mica pizza e fichi.
🌟 100. Lego Batman – Chris McKay
Al cinema mi aveva fatto ribaltare – aveva fatto ribaltare l’intera sala, per la precisione.
Rivisto a casa, mi ha fatto ribaltare uguale, solo sul divano anziché sulla poltroncina 😁
101. Suicide Squad – David Ayer
102. Friend request – Simon Verhoeven
Temevo fosse mediocre, invece è un filmetto discreto. Chiaro, nulla di stupefacente. Di originale c’è ben poco – persino la scelta del mezzo computer / Facebook come veicolo di morte, mescolato a ingredienti nient’affatto moderni come la stregoneria e lo scrying, è già vista. Verso The ring ha molti debiti, o forse piuttosto sono omaggi voluti…
Tuttavia non è da buttare: mantiene un buon ritmo fino alla fine, non impone scene superflue e utilizza, per un certo tempo, la grafica non per creare effetti speciali ma in modo complementare alle normali riprese (i disegni animati pubblicati sul proprio profilo da Ma Rina si espandono a tutto schermo, dando però l’idea che sia Laura – e noi – a caderci dentro).
Mi chiedo se sia stato mandato in onda in prima serata perché ha un target giovane (anche se resta vietato ai minori di 14 anni… mah!), mentre quel mostro sacro di 
Babadook è stato programmato in seconda. Rai4 dovrebbe pur avere un margine di manovra più ampio… ma forse sto delirando, parlo pur sempre della Rai.
103. Le belve – Oliver Stone
❤ 104. The final girls – Todd Strauss Schulson
Mi soffermo come al solito a spiare cosa danno in seconda serata, e su Rai4 – che ultimamente si dà all’horror – sgamo questo che pare un filmetto da nulla. Tempo dieci minuti, e ho deciso che valeva la pena aspettare un attimo. Tempo venti minuti, e ho deciso di vederlo tutto. Tempo mezz’ora, e i miei due neuroni facevano le capriole dentro il cranio urlando WOW!
Ho visto per la prima volta Taissa Farmiga, sorella di Vera, e rivisto diversi volti già noti.
Ho visto un ibrido tra slasher, commedia e fantastico con virate decise sul sentimentale; e non ci crederete, ma stava in piedi.
Ho visto un flashback dentro ad un film dentro al film, e gente che passava dall’uno all’altro – e una di queste ad un certo punto 
capiva di non essere  reale, ho visto loop temporali ripetuti, ho visto cinema che parla di se stesso e si prende per i fondelli scena per scena, e nonostante questo anzi proprio per questo, perché è fatto bene, in quelle stesse scene sa di epico.
Per un miracolo del cielo, 
esiste una copia nel mio circuito bibliotecario – doh!

Max Cartwright è una ragazza che frequenta l’ultimo anno della scuola superiore. Con gli amici si reca ad una proiezione pubblica di Camp Bloodbath, un film horror che ha visto protagonista la madre Amanda, ora deceduta.
Durante la proiezione rimangono vittime di uno strano incidente che li catapulta all’interno del film, Max ritrova quindi la madre e insieme ai suoi amici, affrontando i pericoli previsti dalla trama del film, tra cui un serial killer che brandisce un machete, dovrà trovare un modo per ritornare sana e salva nel mondo reale.

Decluttering .1: A mo’ di prefazione

 

Due parole spicce per spiegare cos’è il decluttering e di cosa diavolo vorrebbe parlare questa nuova infornata di post a tema, che magari vi farà storcere il naso, oppure chissà: potrebbe persino incuriosirvi.
Fare decluttering non significa altro che liberarsi degli oggetti – fermiamoci agli oggetti! – non più utili, non più graditi, che non ci corrispondono più: insomma di tutti quelli che a vario titolo e per vari motivi si sono trasformati in (o sono sempre stati…) ingombri inessenziali che generano disordineconfusione.
Ecco qua: tre parole chiare e semplici, e via andare; così che i non minimalisti, se mai volessero leggere oltre, abbiano almeno un’idea di cosa sto dicendo.
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E ciò che sto dicendo è questo: che a seguito della perdita di mia madre, fra mille altre conseguenze, ce n’è una sostanzialmente e solamente positiva: ho ottenuto, sto acquisendo, una libertà di scelta, una libertà di azione, un’auto-nomìa molto vaste, che erano sempre rimaste compresse ed inesaudite.
Non è colpa di nessuno: ma prima non ne potevo godere, ora sì.
Ora posso stabilire in maniera del tutto franca gli orari della veglia, o dei pasti; decidere cosa vedere in tv – o di non vederla affatto; e via enumerando tutte le infinite casistiche del piccolo vivere quotidiano.
Ma soprattutto, per quanto rimpianga mia madre e la reincontri con amore cento volte al giorno nei gesti, nei ricordi e appunto negli oggetti, risulta per me liberante veder crescere la consapevolezza che non sono più un elemento di una diade inscindibile: sono un individuo, ora. Non un’isola, certo; ma una persona individuabile nelle sue fattezze e nel suo vissuto – di nuovo – come autonoma.
E in autonomìa, basandomi solo su ciò che sono, posso ora determinare cosa avere attorno. Cosa conservare e cosa lasciar andare. Prendere ogni oggetto e deciderne il destino sulla scorta del destino che desidero per me.

trasferimento (1)
.E’ un lavoro lungo.
Esistono, sì, persone che han fatto del riordino, del decluttering, insomma del repulisti  come lo chiama Dee di Green Simple Living (e come anche a me piace spesso definirlo)  una professione prima, e poi una proposta da attuare once and for all – una su tutte, la più nota, Marie Kondo.
Non è un metodo sbagliato: è un metodo fra gli altri.
A mio avviso molto più efficace degli altri, ma ad ogni modo non adatto a chiunque.
Così anch’io, minimalista ormai da anni (il minimalismo va oltre il mero decluttering, ma non mi ci soffermo troppo), mixo regolarmente picchi di decluttering massivo a lunghi periodi molto più rilassati.
E’ un periodo, questo, nel quale però un’opera di selezione ed eliminazione massiccia ha sicuramente la sua massima ragion d’essere, perciò è a quest’opera che mi sto accingendo a dedicarmi; senza tuttavia fissare tempistiche o altro, almeno per ora.
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L’universo / insieme “minimalismo” ha molte diramazioni e quasi altrettanti correlati che lo toccano in modo tangente.
Ad esempio il movimento zero waste, che in buona sostanza mira a ottenere – sempre a livello personale – la maggior percentuale possibile di riduzione degli scarti, dei rifiuti, dell’impatto ambientale (vallo a raccontare alla vicina che lancia dalla finestra borsine di plastica zeppe di umido e secco, direttamente dentro il fosso restrostante).
Oppure gli argomenti legati alla decrescita felice, alle tiny houses, alla sobrietà alimentare – e a proposito di sobrietà, come non pensare alla resistenza al concetto moderno ed al bisogno, certo non vano, di ridefinirlo in chiave cattolica di alcuni osservatori?
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Ma esiste anche un altro, enorme, mondo / insieme che in qualche modo e misura va ad intersecarsi con quello del minimalismo: ossia, la povertà. Eh sì.
Non dovrebbe esserci bisogno di spiegarne il perché, ma vista la lunghezza ormai raggiunta dal post e la voglia che ho di raccomandarvi Donna delle pulizie di Stephanie Land, al quale avevo accennato qui, perché no: vi riporto un paio di brevissimi estratti.

Potevo rivolgermi a un banco alimentare. Ma non c’erano contanti per arrivare a quello che effettivamente mi serviva per sopravvivere.

[…] essere poveri equivale a essere colpevoli [e parassiti].

Ora, a chiunque fosse – bontà sua! – arrivato sin qui non la menerò su questa relazione fra le due cose. Per altro, detesto poco cordialmente chi si arroga la prepotenza di affermare che il minimalismo è roba da ricchi.
Ma che una persona in situazione di povertà, più o meno relativa, in equilibrio più o meno precario – e vedetevi anche Gli equilibristi di Ivano de Matteo, mi raccomando – arrivi spesso a scartare molti dei suoi oggetti con la finalità di rivenderli come usato, e ricavarne fosse pure qualche spicciolo, credo non sorprenderà nessuno.
Di mio aggiungo che, nell’eventualità di un futuro trasloco obbligato – ma per altri potrebbe essere uno sfratto… – l’esigenza di sapersi pronti a “salpare” senza trascinarsi palle al piede si fa urgente ed acuta.
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Sia chiaro, comunque – a conclusione, un monito – che in nessun caso, nemmeno in quello di un povero che s’arrabatta per tirar su un decino in più, tenere o scartare un oggetto dipende unicamente dal suo valore monetario o dalla sua vendibilità.
E che non sempre ciò che brilla ha maggiore importanza: tra i miei tesori, recuperati durante gli ultimi “scavi”, figurano alcuni fazzoletti stropicciati rimasti nelle tasche dei giubbini di mia madre, ed una listina della spesa che le avevo riscritto per divertimento, per vedere che faccia avrebbe messo su scoprendo il misfatto – questa:

Pettorali
Formaggio
Zucchero veloce
Uova di struzzo
Cotto a puntino
Limoni
Valeriana Marini

 

Abbasso la libertà.

Limitare la (libertà di) scelta.
In fondo, ora come ora, per me si tratta di questo: di ridurre le opzioni disponibili per molte faccende quotidiane di vita, dal cosa (e come) cucinare a quanti (e quali) oggetti lasciare sui ripiani di cui doversi occupare durante le pulizie di casa.
Spiegare, o anche solo raccontare, cosa sia il minimalismo a chi non lo vive è difficile, lo si comprende, ma non lo si prova – e dunque gli aspetti più superficiali, nel senso letterale del termine, emergono a discapito di quelli essenziali, del core thinking.
Ecco allora che un amico si può stupire se gli dico che ho raccolto, nelle prime ore di un nuovo e motivatissimo turno di decluttering, circa 50 litri in tutto di oggetti scartati, ed esclusivamente da buttare; messi nei sacchi della raccolta differenziata.

Perché la parola “libertà” tra parentesi?
Naturalmente il problema oggettivo, uno dei problemi, sta nell’avere una scelta eccessiva, confondente, fatigante di oggetti da utilizzare, di possibilità da vagliare, di prodotti tra i quali selezionare per pressoché ogni cosa l’uomo decida di (o abbia bisogno di) fare.
Non è una critica al consumismo, o al capitalismo di mercato: son cose che avverso senz’altro, ma in questo caso a me interessa unicamente poter semplificare il mio stile di vita.
Uno dei modi più efficaci (e soddisfacenti, per quanto mi riguarda) è ridurre, anche drasticamente, le opzioni di scelta per ognuno, o quasi, degli ambiti in cui la scelta è possibile.
Ciò di per sé non riduce affatto la libertà di scelta in sé, che è altra cosa, così come la qualità si differenzia dalla quantità. Tuttavia, i due fattori sono inestricabilmente legati: anche se la libertà come capacità in sé non è inibita, nel momento in cui il suo spazio d’azione si restringe, di fatto, non ha possibilità di esprimersi.
La libertà, del resto, sappiamo essere in ampi modi sopravvalutata, ed assolutizzata laddove assoluta non è mai realmente.

Io voglio disporre, in più circostanze possibili concretamente e, altrimenti, idealmente, di un set di tre pezzi per ciascun oggetto o strumento di uso quotidiano o comunque frequente; da sfruttare senza dovermi porre la questione di quale sia il migliore fra i tanti che possiedo, di quale stoffa o colore sia il più adatto, di quale abbinamento sia il più esteticamente interessante, eccetera.
Non dico che vorrei possedere tre soli pezzi per qualunque cosa: stoviglie, abiti o cancelleria. Le scorte, i ricambi e – se vogliamo – la “dote” di biancheria da casa e quant’altro serva sono fondamentali e ne ho gran cura. Ma sono un deposito di “preziosi” che non dovrebbe interferire con ogni singolo atto di una normale, banale giornata; che si esca e si vada a teatro, si stia ai fornelli o a tavola, si dorma…
negli atti normali, banali delle giornate (e quante ne abbiamo davanti!) io voglio semplicità (non mi stancherò mai di ripeterlo), leggerezza e immediatezza.

Perciò la mia raccolta di sacchi di roba, debitamente salutata / ringraziata e comunque mai detestata o allontanata con puro disprezzo o fastidio, non è che all’inizio.