Decluttering .9: L’ansia di (far) scomparire

Titoletto ambiguo, tra il depresso, l’illusionistico ed il minimalista: in realtà, la chiave giusta con la quale leggerlo è quest’ultima.
Sì, perché nell’ultima settimana mi è appunto presa l’ansia di far scomparire pressoché tutto dalla mia vista e dalla mia vita: e stavolta non è solo un ulteriore scalino, una delle susseguenti progressioni nel gusto da declutterer di ridurre i propri possessi; è invece un bisogno più impellente di quanto l’abbia mai avvertito prima.

finestra - foto di lorenzo rolli (credo)

E la motivazione è chiara: tutto nasce dalle mie analisi del sangue. Che non sono buone, anche se non dicono certo che sto in punto di morte: glicata alta, non ancora da diabete ma poco lontano; sideremia decisamente bassa; proteine in eccesso (eppure la funzionalità sia epatica sia renale sembra normale); ma soprattutto, ahimè, lattato a mille. Non è il peggio che si possa vedere, ripeto, ma mi son messa paura e m’è sceso l’umore sotto i tacchi.
Ho anche ordinato la mia “ultima cena”, iersera (no, l’altro ieri al momento della pubblicazione), una pizza Tivoli (mozzarella, gorgonzola e grana più carciofini), ben sapendo che da domani, lunedì, dovrò capire meglio insieme ai medici perché sono così sballata, e concordare una dieta adeguata – forse persino con l’aiuto di una dietologa, che a questo punto sarebbe auspicabile, visto che tra il caldo e la conseguente scarsa energia più la difficoltà di gestione della cucina troppo spesso non mi alimento in modo decente.
E poi, per l’appunto, il caldo: quando sono così a terra, ed anche se mi capita meno mi capita comunque spesso, ho il bruciante, profondo bisogno di sapere che, qualunque piccola mossa scelga di fare, non avrò sulle spalle – anche solo idealmente, metaforicamente, astrattamente – tutto quel fottuto peso rappresentato dalla casa, dagli oggetti, dai pensieri e doveri che a questi s’aggrappano come ragnatele appiccicose.
Non so se mi spiego: ma questa è la mia sensazione. Mi schiaccia a terra e mi toglie quel poco di volontà residua di alzarmi dal divano o dal letto, di fare l’indispensabile se non l’utile, o persino il dilettevole.

Essere stanchi, svuotati, o addirittura malati, ti fa vedere le cose in una prospettiva che non è negativa, è solo lungimirante, onesta, acuta.
Oggi posso ancora decidere e prendere le mie contromisure a questo peso che mi trascino dietro (e no, non si tratta di sollevare parenti ed eredi in genere da un futuro impegno di gestione e distribuzione dei miei beni: non me ne può fregar di meno, e non lo considero affatto egoismo).
Oggi posso, ma domani, un domani che potrebbe essere anche prossimo, non potrò.
Per cui sento forte in questo momento l’urgenza di liberarmi. Di alleggerirmi in modo estremo. Anche di assumere abitudini (modi di vestire, mangiare, dormire, organizzarmi la giornata…) schematiche e regolari.
Dio solo sa il sollievo che provo nell’immaginarle.

Decluttering .8: Cose preziose

Alla fine, per andarsene davvero e lasciare una casa senza rimpianti incolmabili, bastano poche cose selezionate; quelle che “ci chiamano”: la libreria di papà; la lucciola giocattolo che si illumina, regalo della nonna paterna; le fedi dei genitori; il berretto da lavoro dell’Agip di papà e un vecchio contenitore di profumo, vuoto, di mamma.
Tra i mobili di casa la macchina da cucire Necchi; e poi, soltanto, il lungo tavolo di legno massiccio in cantina con la panca: camere, cucina su misura, salotto e arredo dei bagni può prenderli chi vuole.

Un giorno le radunerò davvero, queste cose (mobili a parte), per rendermi conto di quanto spazio prendono le mie. E getterò le basi per un vero, futuro trasloco.

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ddd: diario del digiuno / 4

Nonostante il piccolo stress di inizio settimana, alla fine dalla mia socia per terminare il Ramadan ci vado. Sono persino psicologicamente pronta per riempirmi di pelo e bava canina, la quale per altro è un ottimo disinfettante.
Voglio chiudere questo brevissimo ciclo di post con un paio di considerazioni.

La prima, banale ma necessaria, è che sono contenta di averlo fatto.
Al prossimo giro, potrei persino fare le cose “per benino”, e seguire altre regole oltre ad approfondirne lo spirito – per esempio una cosa inimmaginabile per me: cioè alzarmi per la colazione ogni giorno alle 4.00.
(Non fate quella faccia: è comunque una festa ed una scelta, non un supplizio!).

intreccio marocchino

La seconda è che, purtroppo, ciò di cui il digiuno non mi ha privato, ossia il benessere, sta già dando qualche (piccolo) segno di cedimento causa caldo. E siamo solo a fine maggio! Non demordo, ma che noia.

Infine.
Con l’arrivo dell’estate, ho messo in lavatrice / nell’armadio gli ultimi indumenti più coprenti e controllato quelli leggeri, dei quali già avevo fatto una prima grossa cernita, ma che in molti casi non avevo provato.
Ho così eliminato (per la vendita o per donarli) ulteriori: 6 paia di pantaloni, 7 gonne (più una tenuta ma messa da parte perché è un ricordo di mia mamma), 4 abiti, 2 magliette ed 1 camicia a maniche corte.
Ho anche tirato fuori le scarpe adatte, e su questo fronte sono messa un po’ peggio; ma nulla di irreparabile. Sogno di ritrovare delle babbucce arabe come quelle che avevo comprato nell’ormai lontano 2007, leggerissime e comodissime oltre che belle, oppure di adattare quelle che già ho (ma che sono aperte dietro e sciabattano, una cosa odiosa).

Trafficare coi vestiti implica spogliarsi e guardare il proprio corpo, e qui ahi, una lacrimuccia me la dovete lasciar versare. Seppure schifo non mi faccia, e quando sono in buona (quasi sempre negli ultimi anni) veda più i miei pregi dei miei difetti, comunque piacersi è un’altra cosa.
E tra il desiderio di essere meno formosa (ma giusto un po’!), meno abbondante, e quello di trasformare il mio guardaroba, decisamente il secondo è più realizzabile.
Alla fine, ognuno ha il corpo che si ritrova, e se guardo alle mie “antenate” so che devo rassegnarmi: prima dea madre africana e poi reduce da un campo di concentramento, la via di mezzo è solo una chimera.

Decluttering .9: Garage / Cantina

Cosa vedete, cosa immaginate quando sentite la parola garage?
E com’è, nella realtà, il vostro garage?
Per quanto mi riguarda, alla prima domanda rispondo così: vedo uno spazio ben illuminato, arioso ed ordinato; più simile ad un’officina o laboratorio che non ad uno spazio per parcheggiare l’auto, fatto salvo che, al centro, pure questo c’è e bello largo. Insomma, uno di quei garage non dico di lusso, ma comunque belli, da copertina o da reality sulla ristrutturazione delle case…
… com’è, nella realtà, il mio: non molto luminoso, ma sufficientemente spazioso, abbastanza da contenere l’auto e diversi armadi. Prima del repulisti questi armadi, scaffali ecc. erano pieni di roba, ora ne contengono ancora ma molta meno, tutta visibile il che è importante, ed il colpo d’occhio mi entusiasma.

A proposito di Marie

Anche i sassi, ormai, sanno che adoro il metodo di Marie Kondo per impostare quello che lei chiama “riordino”, ossia un decluttering ed una riorganizzazione massivi della propria abitazione e degli oggetti che contiene.
Una delle caratteristiche di tale metodo, però, la contesto – non che sia sbagliata o impossibile da attuare in assoluto, ma certo è raro che una persona si trovi nelle condizioni adatte per seguirla tout-court. E questa caratteristica, chiamiamola pure questa regola, è:

Non riordinate stanza per stanza, ma categoria per categoria.
[...] non riusciamo a riordinare perché i posti in cui riponiamo gli oggetti 
sono sparsi ovunque. [...] se riordinassimo seguendo l'ubicazione delle cose 
potremmo continuare all'infinito.
[...] riordinare dev'essere inteso per categorie, non per ubicazione.

E’ un ottimo criterio in verità, che – per la mia esperienza – dà risultati.
Eppure sappiamo bene che la maggior parte delle categorie di oggetti (siano essi vestiti, libri ma spesso anche documenti, soprammobili, elettronica ecc.) non si trovano mai, in partenza, in un unico luogo o stanza, e nemmeno in due soltanto: normalmente, sono sparsi in quasi ogni locale dell’abitazione, sia di frequentazione quotidiana che non (garage e cantina, appunto, ma mettiamoci anche solai, dependance, …).
Uno degli scopi dell’agire “per categorie” è proprio quello di arrivare a radunare, in buona sostanza, i simili con i simili, avere tutti i vestiti in un unico e preciso luogo, poter vedere e sapere con certezza, a colpo d’occhio, quale attrezzatura elettronica abbiamo e quale no, senza interrogarsi per ore e andare a ravanare ovunque nel dubbio… epperò, trasformare l’obbiettivo in un requisito iniziale può essere gravoso e impraticabile.
Con alcune cose ho potuto andare subito al punto, raccoglierle tutte insieme ovunque si trovassero e subito – vedi i cd: nella mia camera e qualcosa in cantina, le custodie, punto.
Ma di solito, per arrivare a radunare uno stesso tipo di oggetto ho dovuto prima fare un repulisti generale, un’operazione sui singoli locali semplicemente per sapere, o meglio scoprire, cosa diavolo possedevo e dove. Insomma anche volendo mettere insieme tutta la posateria, per dire, in una volta, non avrei potuto farlo perché non avevo idea di cosa avevo e dove fosse. Non dovevo “ricordare”, non lo sapevo proprio.

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Un piccolo sogno

Ecco perché, per lo meno rispetto agli spazi meno ordinati e più affollati – appunto garage e cantina – ho disatteso scientemente i dettami di Marie.
Credo che, in generale, sia lecito e logico procedere in due fasi: una (eventualmente più lunga e in più sessioni) di riordino essenziale di singoli locali, la seconda di riordino vero e proprio sulle diverse categorie, più o meno dettagliate delle cinque proposte dalla lady di ferro giapponese (vestiti, libri, carte, komono, ricordi).

A volo d’uccello

E così ho fatto.
In quarantena ho affrontato per la prima volta i due mostri di casa, partendo dal garage che pur utilizzato come magazzino era meno stipato.
Al di là dell’auto e di ciò che la concerne direttamente (olio motore e i suoi fratelli, aspiratore per gli interni, misuratore di pressione delle gomme…), ora ci si trovano:
– vernici e materiali per la pittura delle pareti,
– cassetta degli attrezzi,
– alcune scatole vuote di oggetti in uso in casa,
– alcune vecchie cose che usavamo per andare al lago,
– vasi vuoti per le piante,
– parti di mobilio non utilizzate.
Ci sono anche singoli oggetti che non rientrano nell’elenco, ma sono appunto pezzi unici che non fanno “massa” e, come tutto il resto della roba, a differenza di prima dell’intervento sono ben visibili e raggiungibili.
Insomma, ci siamo.

Oltre a qualcosa che avevo già citato, dal garage ho eliminato (nei rifiuti o per la vendita) anche:
– 7 lampadine per auto varie
– rubinetteria varia (per lavandino)
– 4 tendine parasole auto
– 1 vassoio girevole per tv
– 1 cestino rifiuti plastica
– 1 scopino water nuovo (con i pinguini, aha!)
– 2 portabottiglie di plastica
– 1 vaso di terracotta rotto…

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La mia cantina prima del repulisti

Non solo roba da buttare

Specialmente in quelli che a tutti gli effetti diventano locali-magazzino, non solo si trova tanta roba da buttar via, ma se ne scova anche di bella, in ottime condizioni, utile e da riportare ad una collocazione più “viva”, nell’abitazione vera e propria.
Di nuovo, a titolo di esempio, dal mio garage e dalla mia cantina che nel frattempo ho “attaccato”:
– 1 pirofila di ceramica grande
– 1 robot da cucina
– 1 servizio piatti da sei
– 3 vasi con composizioni natalizie ancora belli
– 1 pentola a pressione Moneta
– un’altra pentola di buona fattura ancora confezionata
– 1 ferro da stiro Foppapedretti
– il mio adorato Sega Master System II (con Sonic)!!

Il lavoro procede, e sto rapidamente sgombrando il pavimento della cantina. Potercisi muovere liberamente con agio sarà già un bel traguardo, dopodiché potrò anche osservare con più calma ciò che ho davanti e rallentare il ritmo.

Buone notizie

Non agitatevi, parlo di piccole cose e tutte mie, nulla purtroppo che rivoluzioni la nostra attuale prospettiva di quarantenati.

La stessa primavera che ci fa il dito medio, se avete piante o fiori in casa o su un balcone / terrazzo, ci sta almeno regalando una fioritura prematura, eppur gradita.
Pare durerà poco, o quantomeno che nel weekend arriverà una perturbazione con abbassamento delle temperature, ma intanto i fiori lì stanno.
Speriamo piuttosto che le nuove rose che avevo appena portato al cimitero non mi facciano ciao ciao.

Intanto, mi mantengo in forma (seeee), dacché siam reclusi, trafficando in casa. Soprattutto declutterando in garage in verità, come vi raccontavo, in ogni caso mi permette di fare un minimo di movimento, mi dà la sensazione di star facendo qualcosa di utile e di avere uno scopo, un futuro.
Non dico che veda la morte ad un passo, eh, dico però che siam tutti a rischio, tutti in bilico, ce lo ricorda l’Ecclesiaste ma in realtà ora come ora pure di più. Darsi un obbiettivo (in questo caso, utile pure in caso di dipartita per chi dovesse restare a smazzarsi le tue cose personali, comprese cianfrusaglie che non hai avuto il coraggio di buttare), aiuta.
Ormai di oggetti da eliminare senza appello me ne son rimasti pochini. E’ tempo di dedicarsi al gruppo di quelli palesemente inutili, ma ingombranti / pesanti, per i quali avrò bisogno (più avanti evidentemente) di una mano virile, e in un paio di casi anche di una piccola consulenza. Per esempio: i bastoni di bambù che mia madre usava nell’orto per i pomodori, conviene tenerli o gettarli? Ho intenzione di piantare dei pomodori adatti al balcone in vasi di media grandezza, ma dispongo anche di bastoni diversi, più piccoli e meno rovinati. Ci penserò.
Mentre do qualche ritocco e rifletto sulle prossime mosse, nelle prossime “sessioni” mi sposterò sulla cantina: che è una terra ancora più inesplorata e magica.

Mentre falcio un libro di non-fiction, saggio, biografia ecc. via l’altro sul Kindle, comodamente spiaggiata sulla sdraio in terrazzino, sappiate che mi sto già abbronzando. Il sole picchia. Dalle 14.00 alle 15.30 circa mi metto shorts e magliettina, ciabatte estive, e vado a cuocere un po’, così nel caso sarò perfetta per la prova tampone. Ora riesco persino a farmi un micro-codino, e allo specchio mi sembro meno scema. Fico! ♡
Dopo, è l’ora dei delitti su Nove. E chi se li perde! Non c’è gara: il virus fa molte più vittime, ma vuoi mettere col fascino di un serial killer, l’emozione di scoprire un criminale attraverso le riprese delle telecamere a circuito chiuso, la suspence sull’identità del rapitore e sulla sorte dell’ignara brava ragazza di turno?
Buona giornata a tutti, e state accorti quando uscite con la vostra autocertificazione per fare la spesa. Il mondo è un brutto post(o).

Il virus che ti mette il turbo

Piove, ottima cosa: così finalmente mi si lavano i vetri esterni delle finestre – specialmente quella della camera da letto, che dà sugli orti e per la posizione rimane sempre zeppa di insetti morti -, così il lavoro si sbriga da sé senza che io muova un dito.
In compenso, va detto per non infangare troppo la mia reputazione, in questo frangente di sosta forzata generalizzata io che di norma languo e combino poco sono di colpo diventata attiva e reattiva, faccio cose, e sento di farne persino di più dei forzati che alla vita minima abituati non sono.
Nelle ultime due settimane, tanto per cominciare, ho fatto tre torte. Una uscita bene, ma dalla consistenza insolita e che non mi entusiasma – questa -, una uscita bene e basta – questa -, e l’ultima, una normale torta alle mele, della quale però devo aggiustare le dosi secondo un’intuizione che non rivelerò finché non avrò appurato che ha senso (quarta torta).

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Il tavolo dello studio, dal quale la vostra inviata vi scrive, ha cambiato faccia: l’ho sgombrato di tutti gli appunti volanti, dei volantini di eventi ormai saltati e delle bollette pagate ma non ancora archiviate. Non durerà, ma è come stare in luna di miele.
Ho passato l’aspirapolvere in tutte le stanze della casa (lo faccio così di rado che la soddisfazione è stata grande), rinfrescato, e quando più tardi ho acceso i caloriferi ho persino messo su ciascuno dei mazzetti di salvia per profumare gli ambienti – fanno pure una porca figura:

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La salvia è spuntata fuori da un caso particolare, ma non infrequente: infatti, la scorsa notte ho avuto uno dei miei sporadici attacchi d’insonnia felice e creativa, per cui, siccome all’una e mezza stavo distesa ad occhi sbarrati, ho deciso che non funzionava. Mi sono alzata e:

  • ho liberato completamente il pavimento della dispensa (in origine camera da letto) dalle scatole vuote, che ora stanno nell’armadio: è una stanza alla quale ho dato la funzione di dispensa, appunto, ma anche archivio per un certo periodo, e magazzino, per così dire; c’è dunque sempre un po’ di traffico, oggetti che vanno e vengono, per lo più radunati in attesa di essere venduti o donati.
    Ho anche raccolto alcuni di questi oggetti, appunto, in scatole più ordinate, e riordinato la scrivania, togliendo le cose in eccesso dalla vista. La mattina ho poi completato l’opera arrotolando il tappeto e nascondendolo sotto il letto – prima o poi mi occuperò anche dei tappeti, che non intendo tenere;
  • ho fatto spazio nel freezer tirando fuori la salvia ed il pane per oggi;
  • ho sostituito il cestello delle mollette per il bucato con un contenitore nuovo, che per altro ingombrava il ripostiglio (e quando ho portato il cestello sul balcone mi sono fermata qualche minuto ad osservare le case nella pace della notte. Meraviglioso 🌟 ✨ 💙);
  • ho buttato alcune altre cose che ancora mi domandavo se usare in modo alternativo: un flacone di lacca per capelli, una bottiglia piena per metà di crema decolorante a 20 volumi, contenitori inutili, aggeggini di natura ignota dal cassetto dei cacciavite; e aggiunto il sapone liquido in cucina;
  • ho spianato sul tavolo di cucina tutti i documenti usati di recente per compilare l’ISEE, la revisione del canone d’affitto ecc., li ho riordinati ed ho archiviato ciò che non mi occorre per le prossime pratiche.

Per la cronaca, il bilancio provvisorio di rifiuti generati dalla pulizia del garage (più un’altra cassetta della frutta ed otto contenitori di cartoni d’un servizio di piatti che ho portato in casa successivamente) è questo:

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Sono poi tornata a dormire alle 4.55 in pacca, ancora eccitata ma decisamente entusiasta.

Dalla quarantena, con amore

Moriremo tutti, pare (che lo accettiamo oppure no), ma nell’attesa possiamo leggere qualcosa di consono alla super-catastrofe che nemmeno l’asteroide sui dinosauri: qualcosa lo suggerisce il blog Parla della Russia, in questo post, bene racconta il blog Le porte dei libri, qui; ed altro ancora lo trovate su Fantascienza, qui: ma non è che un input, si potrebbe andare avanti per ore ad elencare…
… se alla lettura preferite i lavori manuali o di fatica (e vi assicuro che i miei muscoli, il giorno successivo all’impresa, la sentono tutta) potete come me dedicarvi al decluttering, magari di quegli ambienti della casa decentrati e cui di solito dedichiamo poca attenzione – o peggio, in cui releghiamo tutto ciò che usiamo poco o che vogliamo allontanare dagli occhi: il garage e la cantina.
Il bilancio delle due ore di ieri – giornata attiva! – è stato:
* 10 kg circa, suddivisi in vari sacchettoni, di quotidiani vecchi
* svariati scatoloni grandi medi e piccoli, almeno 6 o 7
* 3 sacchi neri dell’indifferenziata da 40 litri pieni di: attrezzatura elettrica, lenzuola, pentole, vasi di plastica per fiori, porta-cd e quaderni ad anelli… più una stampante che porterò all’isola ecologica (lo so, ci dovevo portare almeno anche la roba elettrica, ma abbiate pazienza) buttati.
Oh gioia Oh gaudio.
Come premio, iersera ho letto ancora un capitolo di William Peter Blatty, ancora non è entrato nel vivo de Il traghettatore ma mi va benissimo, perché me lo sto godendo. Camomilla, pastiglione ed ho dormito di brutto.
Stamattina sembravo anche più viva: raspo in gola, narice tappata (in garage fa freschino), ma in compenso 36.2° di temperatura – son quasi due settimane che veleggia sotto i 36°: tocca integrare ferro a manetta.
Vorrà dire che farò la spesa domani, alla Conad: così passo in parafarmacia a vedere se me lo danno senza ricetta, ‘ché non ricordo, e faccio un sopralluogo nell’unico supermercato della zona che abbiano svaligiato, per divertirmi un po’ 😉

Decluttering .7: Novità in salotto

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Dal momento che a casa mia cucina e salotto stanno in un vano unico, separati formalmente solo da una penisola, fare spazio nell’una significa anche, di riflesso, agire sull’altro.
I mobili di mezza parete, quella più vicina al banco di lavoro e ai fornelli, sono anch’essi dedicati a raccogliere pentolame ed affini (ora già in quantità ridotta, ma ce ne sono), e mi viene spontaneo, mettendo mano ad essi, occuparmi anche dei soprammobili tutt’attorno.
In una prima fase mi sono limitata a togliere ciò che non mi piaceva. Ora, però, ho liberato la quasi totalità dello spazio; e ho potuto finalmente anche aggiungere oggetti che mi ispirano.
Non ho adottato uno stile particolare, sono andata a naso e per lo più spostando composizioni che avevo nello studio; comunque, una qualche vicinanza al “japandi” (che ho scoperto pochi giorni fa) volendo ci sarebbe.
Seguono fotine 🧡

Decluttering .6: Cucina

E’ da un pezzo che ci giro intorno (al post), che ci giro dentro (alla cucina), e ancora non ne sono venuta a capo. Sì, qualcosa ho fatto e qualcosa ho eliminato – vedi lista in fondo -, ma non ho afferrato un criterio vero e proprio per la cernita, non ho avuto un’illuminazione su cosa voglio diventi questa stanza, a cosa voglio dia vita. E questo mi consente soltanto, per ora, di agire su piccole zone per buttare cose palesemente inutili, ma senza andare oltre.
Invece di attendere la soluzione improvvisa della situazione, vi lascio queste brevi note e vado avanti ad arrancare ancora un po’.

Repubblica Popolare Cinese: ho buttato senza indugio alcuno tutti (a dire il vero pochi, per fortuna) gli oggetti contrassegnati con detta provenienza, o con la sigla CE un po’ troppo alta e allungata per appartenere alla Comunità Europea (e infatti, sta per China Export).
E’ già tanto se mi son fidata a comprare, ogni tanto, dei vestiti cinesi al mercato (mentre non mi azzarderei mai con l’intimo), figurati se mi metto in bocca materiale di dubbia origine.

Il colore blu: non è un colore che mi dispiaccia, ma “mi sbatte”. Ossia, se non è di una tinta particolarmente gradevole, e circoscritta a piccoli elementi, avercela attorno mi deprime – e non per modo di dire: mi immalinconisce davvero, e su questo fronte ho già dato, grazie!
Perciò, via tutte le ciotole e gli attrezzini blu-azzurri. La calma e la serenità possono starci bene suscitate in un bagno, ma in cucina proprio no… ci vuole vivacità. Semaforo verde per tutte le ciotole gialle e rosse, romaniste 😉

Intrusi: non ci crederete, ma ho scovato uno spolverino (non un giubbino, ma quell’affare tutto peloso tipo Swiffer per “fare le polveri”, appunto) in fondo ad uno dei ripiani in cui mia mamma ha accumulato contenitori e strumenti vari in modo caotico, e che ho svuotato e riordinato.
Mi spiace per gli ultimi anni di vita negletta dello spolverino, ma recuperarlo non aveva senso. L’ho ringraziato come Kondo comanda, e “lasciato andare”.

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Oggetti eliminati:

Contenitori usa & getta (plastica)
Grandi 3; Piccoli 4
Contenitori usa & getta (alluminio)
Grandi 1; Medi 6; Piccoli 1
Vassoi usa & getta (cartone)
Medi 4; Piccoli 2
Scatole cartone 2
Contenitori plastica
Grandi 4; Medi 5; Piccoli 3
Vassoi plastica 1
Posate
Coltelli 7;
Pentolini 1
Padelle
Grandi 1; Medie 2; Piccole 1
Saliera / Pepiera 3
Segnaposto 6
Tagliere 1
Scolapasta 1
Caffettiere 2
Bicchieri 2
Vaso fiori 1

Di lavoro da affrontare ce n’è, ma ci sono anche delle ideuzze che, al momento giusto, troveranno l’occasione di esprimersi: per esempio, quando ho rotto la tortiera di vetro (eh, sì…) ho subito deciso di conservarne i frammenti più grandi – in cui per altro si vede ancora il ricamo – e che li utilizzerò in salotto per una composizione da parete, al posto dei classici quadri. (Alcuni dei quali, intanto, ho già levato o sostituito).
Tipo così: