Abilismo: l’-ismo dimenticato

Fonte: Frammenti, qui.

disabile

Estate, finalmente!
Le sere calde e ventilate, i tramonti alle nove di sera.
Il caldo, le zanzare, le ascelle pezzate.
Gli sguardi, i giudizi, i commenti stronzi.

Estate, finalmente!
La corsa alla spiaggia, i falò con gli amici, cercare con ansia uno stralcio d’ombra.
Sapete chi altro rimane in quell’ombra, al contempo inesistente e ipervisibile?
Il corpo disabile.

Un corpo che spesso per la società non esiste (parliamo di barriere architettoniche, strutture non attrezzate, servizi non erogati…) o diventa estremamente visibile solo nel momento in cui ti passa davanti, è davanti ai tuoi occhi. Allora sì, si accende lo sguardo: ma morboso.

Usiamo l’estate come pretesto per parlare di visibilità e di libertà dei corpi, che abbiamo definito come il diritto delle persone di muoversi nel mondo senza incorrere in alcun tipo di giudizio, discriminazione, violenza o imposizione dovute alla loro percepita impossibilità di rispecchiare la norma.
Per cui sì, parliamo di ideali impossibili e commercializzazione della bellezza, della rivoluzionarietà dei corpi non conformi di reclamare la propria bellezza e al contempo del rifiuto della bellezza come categoria (dove? Ma qui!).
Ma parliamo anche e soprattutto, a prescindere dal mero giudizio estetico, di tutti i corpi: non esiste femminismo intersezionale se ci si astiene dal parlare di disabilità. Non esiste femminismo intersezionale se non si parla di abilismo.

Cos’è l’abilismo?

L’abilismo è l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità.  Il termine deriva dall’inglese ableism, che fa riferimento all’abilità – fisica o mentale – come norma e unica condizione accettata.
L’abilismo, al pari di altre discriminazioni più conosciute quali razzismo, sessismo o omobitransfobia, si manifesta in una serie di veri e propri atteggiamenti oppressivi che la società attua a livello strutturale nei confronti delle persone disabili, andando a sottovalutarne o limitarne il potenziale.
Per saperne di più sulla storia e le implicazioni dell’abilismo vi consigliamo di leggere questo bellissimo articolo su The Vision scritto da Elena Paolini, attivista per i diritti disabili.

Il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile porta ad una serie di discriminazioni: dall’inaccessibilità di alcuni luoghi, all’erogazione di servizi scadenti perché un corpo non abile viene considerato meno meritevole di ricevere cure o servizi, all’affermare che la persona disabile debba ritenersi “grata” se riesce a ottenere quelli che dovrebbero già essere suoi diritti.

È fondamentale rendersi conto che i nostri corpi e le nostre menti fanno esperienza del mondo in modi molto diversi tra loro, ed è ora di diffondere il concetto che l’abilità fisica o mentale nella nostra società sono condizioni di privilegio sociale così come l’essere bianchi, eterosessuali, cis, benestanti, eccetera: la disabilità equivale quasi ovunque a minori diritti e spesso a impoverimento.
Maria Chiara Paolini, Non c’è femminismo senza lotta all’abilismo

Tra pietismo ed eroismo.
Due facce della stessa medaglia (di m*rda)

C’è sempre stato qualcosa che a istinto non mi è mai tornato nel modo in cui vengono mediamente raccontate e commentate le vicende riguardanti persone disabili. Leggevo sì  parole… positive, incoraggianti. Ma c’era un sottotesto di sbagliato che non riuscivo a decifrare e mi rimaneva addosso. Già, in realtà non era così difficile da capire: informandomi un filo più attivamente ho trovato le parole per descrivere questa sensazione.

paintful wheelchairs

Il corpo, la persona disabile -quando non apertamente discriminata e allontanata- rischia di ricevere due tipi di reazioni, solo apparentemente opposte: pietismo ed eroismo.
Due facce della stessa, inutile medaglia: da una parte la retorica del “poverin*”, che scivola pericolosamente dalla pietà al disgusto, dall’altra il ritenere eroico un qualunque gesto una persona disabile compia. Hai scalato l’Everest o fatto la spesa? Non importa, in ogni caso che coraggio, che ispirazione, che forza che hai!
Basta aprire un post a caso su Facebook che parli di una qualche persona disabile per ritrovarsi sommersi da una serie di commenti che vorrebbero essere positivi ma mostrano i lati più viscidi della retorica abilista. Dal “dovremmo tutti prendere ispirazione da…” “dopo aver visto X sto rivalutando la mia vita e i miei problemi”, fino ai terrificanti “i [inserire disabilità] sono migliori di noi, sempre così felici e buoni!”.
Come se la disabilità fosse l’unica caratteristica riconoscitiva di una persona, o l’essere disabile automaticamente ti ponga in uno stato di eterno bambino gioioso e incapace di intendere e volere.
Da qui l’incapacità di vedere il corpo disabile come desiderabile o attivo sessualmente. Per non parlare di tutta una serie di immagini che stereotipicamente vengono associate alla disabilità: dagli spot pregni di commiserazione per raccogliere fondi per la tale associazione alle immagini motivazionali con i bambini che corrono felici con le protesi. Il sottotesto è sempre lo stesso: poverini, che bravi a mostrarsi a noi abili.

La giornalista e attivista Stella Young chiama Inspiration Porn (pornografia motivazionale) la rappresentazione delle persone con disabilità come fonte d’ispirazione (per le persone non disabili, ovviamente) unicamente per il fatto di avere una disabilità.
Il termine pornografia è usato deliberatamente, perché si riduce ad oggetto una categoria di persone a beneficio di un’altra. Le persone disabili diventano un qualcosa cui guardare e pensare “dai, la mia vita non fa così schifo! Potrei essere loro”.

Per molti di noi le persone disabili non sono insegnanti, dottori o estetisti. Non siamo gente reale: noi esistiamo per fornire ispirazione. […]
Ci hanno insegnato che la disabilità è una Cosa Negativa, con la C e la N maiuscole. E’ una cosa negativa, e quindi vivere con una disabilità ti rende eccezionale. Non è una cosa negativa e non rende eccezionali.

Stella Young nel suo Ted Talk

O ancora, la retorica del Super Crippledi cui parla qui Sofia Righetti, attivista e atleta paralimpica.

Il super cripple, letteralmente il “super storpio”, è uno stereotipo che la società ha creato sulle persone con disabilità, per poterle includere ed accettare. Si ritiene che le persone con disabilità siano sempre straordinarie, che qualsiasi cosa facciano debba essere eroico, fuori dal comune, letteralmente delle imprese eccezionali.
[…] questo crea una grossa ansia nelle persone con disabilità, perché fin da subito si sentono in dovere di eccellere, di dimostrare di poter fare cose eccezionali, di dover lavorare e impegnarsi il doppio rispetto ai normoabili per essere considerate, altrimenti passano nella zona grigia dell’invisibilità.
Eppure non tutti hanno lo sbatti di vincere le medaglie di Zanardi o della Vio, non tutti hanno le possibilità socio-economiche di pagarsi gli allenamenti o di viaggiare in giro per il mondo.
Lo stereotipo del super cripple crea ansia, inadeguatezza e aspettative troppo alte, che non sono richieste alle persone non disabili. […] Ma le prestazioni eccezionali sono appunto, un’eccezione. Rivendico il mio diritto di essere disabile e mediocre, e di non dover dimostrare una beata minc*** a nessuno per avere valore.

Microaggressioni

Le microaggressioni che una persona disabile subisce toccano ogni ambito, e non è difficile capire come a lungo andare possano comprometterne la salute mentale.
Si parte dal linguaggio, che sotto un velo di innocenza spesso nasconde un’estrema violenza; dai fenomeni che usano certi termini come insulti “hai la 104!” “handicappato!” a termini e frasi solo apparentemente neutre come “invalido”, “costretto in carrozzina”, “nonostante tutto vive la sua vita”.
Un pietismo talmente sistematico, talmente abituato a considerare la vita di una persona disabile come un peso per se stesso e per gli altri, che quando i media riportano l’uccisione di un disabile da parte del caregiver si parla di “raptus”, “troppo amore”, “liberazione”. Non vi pare una retorica già sentita da qualche parte?

Come dice qui Sofia Righetti, “Sentirsi dire «complimenti per il coraggio, perché io nelle tue condizioni non riuscirei ad uscire di casa» è umiliante, ve lo posso assicurare. Non è un complimento, ma una microaggressione che offende, fa sentire diversi, sfigati. Il pietismo è talmente palese da diventare soffocante.”

ableism

Sono questioni totalmente invisibili se non le vivi sulla tua pelle. O se non ascolti chi le vive; perché sì, in realtà basterebbe ascoltare e informarsi. Un paio di esempi veloci, su questioni “normali” che hanno come minimo comun denominatore la libertà di movimento?

Bisogna smetterla di giustificare tutto con un “ma le sue intenzioni erano buone, apprezza lo sforzo”. Le buone intenzioni non valgono niente se come unico risultato arrecano danno alla persona: bisognerebbe invece aprire una riflessione sul perché riteniamo “buoni” o “giusti” certi atteggiamenti, perché invece sortiscono l’effetto opposto, e come cambiare questa retorica.
Bisogna creare spazi di riflessione sul tema dell’abilismo come già si sta facendo su altri temi altrettanto importanti, parlando con i diretti interessati e non costruendo castelli su quello che noi abili riteniamo giusto.
Non dovrebbe essere difficile, ma purtroppo è ancora così: dal dare per scontato quali siano i veri bisogni di una persona disabile senza neanche, come dire… chiederglielo, fino alle conferenze in cui speaker e relatori sono principalmente medici e caregiver. Raramente le persone disabili vengono messe in primo piano persino quando si tratta di discutere cosa sia meglio per loro.
Si tratta di ablesplaining, l’atteggiamento paternalistico e condiscendente con cui una persona abile spiega ad una disabile “quali siano i suoi diritti e quali no, quando puoi arrabbiarti e quando no, quando sentirti discriminat* e quando no, cosa puoi pretendere e cosa no.”

Il carico mentale dell’invisibilità

Se poi da una parte l’avere una disabilità fisica porta ad una ipervisibilità del proprio corpo – e della propria disabilità-, dall’altra esiste tutta una serie di “disabilità invisibili” che peggiora la situazione.
Dal dover continuamente affermare di essere effettivamente disabili (“non è possibile, non ci credo”) ai paladini della giustizia che questionano la tua disabilità  (“Te ne stai approfittando, lascia il posto ai veri disabili”), si viene a creare un carico mentale estenuante per la persona disabile.
Essere costretti a giustificare la propria esistenza è meschino e dannoso per la persona stessa.
Consiglio, nel caso parlaste inglese, il canale Youtube di Jessica Kellgren-Fozard, la meravigliosa donna dalle mille diagnosi invisibili: “Adding vintage fabulousness to a life with disabilities and chronic illnesses, aided by my beautiful wife Claudia and our adorable pups.” In particolare vi consiglio questo video, Sono un impostore?

Ho detto “parlaste inglese”, ma in realtà potrei dire anche solo leggeste; perché il canale di Jessica è totalmente accessibile, ogni video è dotato sia di audio che di sottotitoli in inglese. E da qui un ultimo spunto.

Rivendichiamo la libertà dei corpi anche nello spazio digitale.

Perché al giorno d’oggi lo spazio online è diventato fondamentale, non è più qualcosa di extra. E’ passato dall’essere un privilegio a un vero e proprio diritto.
Per cui ecco una serie di consigli per essere davvero inclusivi, partendo dalle piccole cose che per noi creatori di contenuti richiedono sforzi davvero minimi (ma anche se richiedessero sforzi un filo più impegnativi, se questo significa migliorare l’esperienza di una persona disabile online, non vedo perché non farlo).
Disability justice is a practiceovvero la giustizia per la disabilità è una continua pratica.

  • Mettere i sottotitoli ai video e alle storie, ci sono tantissime app che servono a questo scopo. Nel caso delle storie basta anche solo descrivere il contenuto della storia con le opzioni di testo.
    .
  • Aggiungere in [alt text] le descrizioni delle immagini contenute nei post.
    .
  • Aggiungere ID nella descrizione, in modo tale che le persone che ripostano l’immagine possano facilmente ripostare anche gli ID (visto che su Instagram i commenti non si possono copiare).
  • Mia Mingus fa un elenco completo qui.

quindi… dicevamo? Ah, giusto!

Estate, finalmente!
Il mostrarsi in spiaggia, l’uscire la sera col proprio corpo non conforme, lo stracciare ideali imposti di bellezza e il mandare a fanc*lo la norma imposta. E magari, tra un “siamo tutt* bellissim*” e l’altro, il dare un giusto riconoscimento alla presenza delle persone disabili.

qui non si tratta di dire “siamo tutti uguali”, che mi suona pericolosamente simile a un “non vedo colori”. Non si tratta di far finta che abbiamo tutti le stesse abilità fisiche e mentali, gli stessi bisogni, perché non è così: ma bisogna smetterla di ignorare le persone che non rientrano in una norma stabilita a livello numerico.
Smetterla di pensare che una persona disabile non possa essere autonoma e avere una qualità della vita normale. Smettiamola di progettare un mondo e una società che non è a misura di tutt*.

“Essere disabile è un po’ difficile, dobbiamo effettivamente superare certi ostacoli. Ma gli ostacoli che superiamo non sono quelli che pensate voi. Non sono cose da fare con i nostri corpi.
Uso il termine “persone disabili” deliberatamente perché aderisco a quello che viene chiamato “modello sociale di disabilità”, che ci dice che veniamo resi disabili più dalla società in cui viviamo che non dai nostri corpi e dalle nostre diagnosi.
Voglio vivere in un mondo in cui non ci siano aspettative così basse nei confronti delle persone disabili in cui la gente si congratuli con noi perché riusciamo ad alzarci dal letto la mattina e a ricordarci il nostro nome.”
– Stella Young

Progetti, persone.

Concludo con una serie di articoli, progetti e persone da seguire per informarsi e sensibilizzarsi su questi argomenti.

Articoli & Video

Liebster Award 2020 a Le Cose Minime

Come ormai ben sapete, ho una passione per meme ed affini; anche se raramente seguo proprio tutte tutte le regole indicate da chi mi nomina per le mie varie idiosincrasie.
Perciò, per esempio, non riporterò il logo dell’iniziativa, perché non mi piace.
Lo potete comunque vedere nel post dedicato di Matavitatau, da cui sono stata nominata (tempo fa, ma un’altra cosa nota su di me è che sono pigra 😉 )
Per chi invece fosse ligio al dovere le regole sono queste:

  • ringraziare il blogger che ti ha nominato, fornendo anche il link al suo blog;
  • rispondere alle 11 domande ricevute
  • nominare altri 5-11 blogger
  • porre 11 domande ai blogger nominati
  • avvisare i blogger che sono stati nominati

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  • Prodotti artistici o prodotti industriali? Arte di consumo o Arte pura? Dicotomie impossibili: ti senti di prendere parte in questa diatriba o prendi quello che passa…?

Io prendo tutto, purché appunto mi piaccia e sia di qualità.
L’arte pura esiste, naturalmente, ma non è necessariamente anche migliore in quanto non compromessa.
E del resto arte e consumo non sono di per sé autoescludenti.

  • Ti senti più un tipo nordico o mediterraneo?

Un tempo avrei detto nordico: riservato, ben organizzato, rigoroso e con uno spiccato senso del dovere. Ma, a parte essere questa un’idealizzazione, la realtà è che la rigidità e l’intransigenza che fanno da contraltare ai pregi elencati non mi appartengono. E grazie a Dio.
Dunque, mediterranea. Come una salsa di pomodoro e basilico.

  • Preferisci le cose che si sentono o le cose che si vedono?

Sentire è un verbo fraintendibile, ma se è riferito al senso dell’udito, allora preferisco vedere. Se, però, include anche il tatto, le cose si complicano: il tatto è il mio secondo senso preferito (dopo il gusto).

  • Ti inondi nei social? Ti mantieni distante? Li rifiuti?

Ti immergi, immagino volessi dire.
Non li rifiuto in quanto tali, ma generalmente me ne tengo distante: è raro che un social mi dia qualcosa di significativo, un valore aggiunto apprezzabile alla navigazione nel web ed alla vita tutta.
Attualmente, non sono iscritta a nessun social (salvo LinkedIn, che ho voluto sperimentare per dare un po’ di vivacità alla farsa della ricerca di lavoro, ma ho scoperto essere altrettanto inutile e mal congegnato di tutti gli altri strumenti).

  • Hai un criterio di organizzazione del blog?

A parte le categorie (che dopo tanti anni, tanti blog e tanto penare sono riuscita – più o meno – a ridurre e razionalizzare), e le etichette, strumento più ricco e libero, direi di no.
Tutt’al più alcuni post sono raccolti in “serie tematiche” (risparmio, letture e film a tema marino, childfree, omosessualità, la mia malattia), che li rende più distinguibili, oppure hanno un titolo ed un contenuto ricorrente (la lista di libri e film del mese, il “Te Deum” ossia la lista delle cose per le quali sono grata dell’ultimo periodo…).

  • Programmi molto i tuoi post o “pubblichi” a istinto quando capita?

Mi càpita anche di scrivere un post su due piedi, se non “di getto”, e di pubblicarlo subito; ma è molto più frequente per me preparare testi con calma, spesso in svariate tappe, e pianificarli.

  • Come ti approcci alle tematiche femministe?

A livello generico, se per femminismo s’intende “tutela e valorizzazione della donna” allora mi riguarda e lo condivido, pur con tutte le sfumature e variabili da considerare. Se invece s’intende qualcosa come “emancipazione a oltranza e libertà assoluta”, anche di prevaricare gli uomini per vendetta (che essa abbia una base oggettiva o meno), dissento e contrasto.
Detto ciò, in tempi molto recenti alcuni temi specifici hanno preso ad appassionarmi: la spinta sociale alla maternità come dovere, la disparità di trattamento lavorativo tra maschi e femmine, il concetto di differenza di genere e la sua determinazione psichica piuttosto che ambientale, la medicina di genere, la misandria…

  • Rapporto con la TV: la guardi? e se sì cosa guardi?

Sì. Non poca.
Guardo un po’ di tutto, che non è una risposta paracula 😉
Serie tv, soprattutto targate Rai;
attualità politica, soprattutto su La7;
diversi reality fra quelli più divertenti e leggeri oppure di “esperimento sociale” (per esempio, in queste settimane, Matrimonio a prima vista);
programmi musicali, teatrali, di approfondimento cinematografico (soprattutto su Rai5);
documentari per lo più sulla natura (idem c.s.);
contest culinari – praticamente, ormai, un genere a sé stante – di tutti i tipi;
un pizzico di satira…

  • A livello musicale sei da oggetto (compri CD, vinili ecc.) o vivi bene anche i file?

Per natura sarei più da oggetto (cd), ma da tempo comprare cd, oltre che costoso, è diventato molto più impegnativo, quasi una missione cui tener dietro è difficile, perciò di fatto la proporzione cd:mp3 è nettamente sbilanciata in favore di questi ultimi.
Sono una collezionista disordinata, quindi ho solo alcune migliaia di file e ben poche discografie complete (e già datate), ma quando una musica ha per me un particolare valore mi resta il desiderio, di solito soltanto il desiderio, di disporne su supporto fisico.

  • Ti consideri un eterno bambino o preferisci essere adulto?

La domanda può trarre in inganno, perché “eterno bambino” è di solito un’accezione positiva per chi resta in contatto, equilibrato, con la propria parte spontanea e limpida.
E questo non è affatto in contraddizione con l’essere adulti.
Se, comunque, più semplicemente mi si chiede se preferisco l’età infantile o l’età adulta, non ho dubbi: adulta. Essere bambini è pesante e vincolante.

  • Sei ordinato o disordinato? Riesci a spiegare la tua posizione in proposito?

Ordinata, ordinatissima!
Di base è un’inclinazione psicologica, non la si sceglie, ma volendo posso certamente aggiungere che questa mia inclinazione la assecondo volentieri – non a caso sono ossessivo-compulsiva, oltre che minimalista.
Perché?
Perché l’ordine porta chiarezza, efficienza, serenità, facilità. E, di conseguenza, leggerezza.

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Nomino, senza alcun obbligo, questi loschi figuri:
  1. Piccolo Essere
  2. Coule la vie
  3. Pina Bertoli
  4. Lucius Etruscus
  5. Lucy the Wombat
  6. Ale Marcotti
  7. Lapinsù

questions

E le domande sono:
  • Cosa ti preoccupa di più in tutta la vicenda della pandemia da Covid-19?
    (Se qualcosa che ti preoccupa c’è).
  • In quale animale ti identifichi, e perché?
  • Credi che l’amicizia tra uomo e donna sia possibile, oppure che un rapporto simile non possa mai essere totalmente disinteressato?
  • quale periodo storico ti intriga di più, e perché?
  • Sei soddisfatto/a di vivere nella tua città, o potendo cambieresti?
  • Come ti è nata l’idea del blog che stai attualmente scrivendo?
  • Cosa pensi di questi meme: ti divertono o ti scocciano?

40enalfabeto / 1

C di Canzoncine

C’è questa canzoncina (non riesco a non usare il diminutivo) di Morandi, che rimbalza tutto il giorno dalla tv, che proprio mi fa venire il latte – e nemmeno possiamo usare la scusa di doverlo prendere per la mamma, per uscire e scappare: uscire non si può. Anche il latte, solo se c’è altra spesa da fare.
E allora ripenso con nostalgia a Tenco, che cambierà cantava pur sempre ma con un senso, ed un dolore tangibile, mica la sofferenza condivisa di plastica che ci propinano i sempre più frequenti spot da pubblicità progresso / ottimismo.

P di Plateau

Ne ho sentite di ogni.
D’accordo, trovare un termine italiano (e scientifico, per carità) per indicare la fase di assestamento del contagio prima che arrivi a calare sarebbe buona cosa, ma se proprio non riuscite a mettervi d’accordo, almeno risparmiateci il minestrone: tra picco (per altro errato), pianoro, ripiano (!), piattaforma, … ci gira la testa.

S di Smart

Il lavoro è diventato, di colpo, smart – dopo secoli che lo invochiamo, o meglio che invochiamo il telelavoro, che è altra cosa.
Le richieste per l’indennità dell’INPS si possono fare soltanto per via telematica – il che sarebbe il meno – così come, progressivamente, diventano a canale telematico esclusivo (mai aggettivo fu più azzeccato) una miriade di servizi fra i più disparati – e questo è invece grave. Non bastasse, i dati sensibili di parecchi cittadini sono stati resi disponibili ad altri privati cittadini: prima ho sentito parlare di problema tecnico, poi di hacker (mah!), in ogni caso abbiamo dimostrato una volta di più di avere infrastrutture scadenti e nessuna idea di come gestire le informazioni.
Ci stanno spingendo, volenti o nolenti, nella direzione del digitale ad ogni costo, come vacche che percorrono il budello verso il macello.
Paradossalmente, per una volta mi felicito di vivere in un paese cialtrone, così posso sperare che questa farsa autoritaria del “digitale” vada in lungo il più possibile. Ma dopo il Covid19, chissà.

La bottega oscura

Così il titolo della raccolta di sogni, oltre un centinaio, che Georges Perec ha messo insieme nell’arco di quattro anni (1968 > 1972): il sonno, fattore di sogni, come bottega lasciata in penombra di cose perturbanti.
L’autore stesso, nessuno s’aspetta alcunché di diverso, chiarisce a sé prima che ai lettori la diversa natura che inderogabilmente il sogno assume una volta tradotto in parole e trascritto su carta – vi è anche un suo saggio in proposito, Il sogno e il testo, contenuto in Sono nato.
E’ proprio questa: l’estrema difficoltà – forse impossibilità? – di rendere adeguatamente l’atmosfera, la struttura, la temporalità fluida e diciamo l’incanto sensoriale di un sogno, una delle caratteristiche più affascinanti dell’esperienza.
Insieme, aggiungo a titolo personale, alla ricorrenza-ripetitività (che collateralmente mi porta a ragionare del deja-vu e di epilessia) ed al sogno lucido; tratti frequenti dei miei sogni.

L’idea di ricordare, quando e per quanto possibile, e poi raccontare i sogni per iscritto non mi è nuova come non lo sarà a molti di voi. Ma sollecitata da Perec ho notato una cosa, banale forse eppure significativa, nella sua portata, per me: se ho azzardato un breve resoconto di tre (finora) sogni su questo blog, racconto destrutturato come il suo oggetto e anche di più per quanto dicevamo sopra, è anche e soprattutto perché la scrittura digitale mi ha reso l’operazione molto più rapida e soprattutto agile rispetto alla sua omologa analogica (manuale), che in generale per molti altri versi, se non tutti, prediligo.
Non mi spingerò ora a decretare che questo vantaggio mi porterà a prendere l’abitudine stabile ad un diario di sogni, mi conosco e so la mia volubilità. Voglio tuttavia registrare il fatto come di buon auspicio per una pratica che meriterebbe maggior partecipazione.

Blogging around

Una delle cose che amo dell’universo-blog è che, in certe liste di argomenti trattati o di siti seguiti, possono comparire fianco a fianco Emma Bonino e Draco Malfoy, come mi è capitato oggi sfogliando Il diario di Murasaki. La Bonino onestamente farei anche a meno di incontrarla, ma Draco val bene un sacrificio.
Un’altra cosa che amo è la (relativa) lentezza, a contrasto con la frenesia pura dei social. La lentezza è importante: più che un valore aggiunto – come suggerivo oggi commentando Diego – ad una certa azione, è un valore in sé, è parte costitutiva di un’azione ponderata, e parte costitutiva  e non accessoria del godimento. Acquistare, o prenotare, un libro e poi attendere il suo arrivo è già rapportarsi a quel libro (conoscerlo, farlo proprio, farselo entrare nel sangue).
Il punto è che, per quanto digitali anch’esse, le piattaforme di blogging mi sembrano, ancora, avere una natura intima analogica. Mi pare incoraggino a creare strutture ad albero, verticali e profonde; laddove i social favoriscono in prevalenza strutture… “a muffa” – passatemi l’espressione – orizzontali e diffuse, ammassate. Sbaglierò, magari. Ma è anche per questo, per un fatto intuìto inconsapevolemente, che sono tornata qui dove mi ero fermata tempo fa.

Carnet (Marzo 2019)

Idem come prima: un punto esclamativo precede il “best of” dell’elenco.

Libri letti:
27. Entro 48 ore, Un’esperienza di downshifting tecnologico – Giovanni Ziccardi
28. Internet, controllo e libertà: trasparenza, sorveglianza e segreto nell’era tecnologica – Giovanni Ziccardi
29. Il libro digitale dei morti: memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network – Giovanni Ziccardi
!30. Altre menti – Peter Godfrey-Smith
Adoro i cefalopodi. Adoro la neurobiologia. Occorre aggiungere altro?
(Se insistete, ecco: questo Godfrey-Smith sa il fatto suo. Si prende il suo tempo, un po’ come un sub che si lasci galleggiare in acqua, ma senza allentare la tensione e l’interesse per le conclusioni che ipotizza, senza tuttavia mai mettere un punto di troppo alle proprie affermazioni. Come un polpo, insomma, che allunga il tentacolo per tastare il curioso estraneo che lo sta osservando – ma poi lo ritrae, dignitoso e tutt’altro che impaurito.

!31. Cromorama – Riccardo Falcinelli
Tanta roba.
32. Lettore, vieni a casa – Maryanne Wolf
Palle, palle, palle; noia, noia. Un riassunto di Proust e il calamaro senza valide aggiunte, se non qualche considerazione pseudo-sociale di troppo. Se ne poteva fare a meno.
33. Penelope alla guerra – Oriana Fallaci
34. L’incubo di Hill House – Shirley Jackson
La Jackson ha stile. E questo me lo sono goduto. Ma mi aspettavo uno sviluppo ed una resa diversi: mi pare manchi solidità, non tanto nel testo quanto nell’idea di fondo. Il finale arriva, chiarificatore ma fino ad un certo punto, quasi fosse disallineato con lo spirito del racconto.

Film visti:
34. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni – Woody Allen
35. La vita di Adèle – Abdellatif Kerchiche
Nauseante; sia nell’insistenza sul sesso (che del resto è tristemente realistica), sia nella svagata e sfilacciata infelicità priva di una méta e di un indirizzo delle protagoniste.
!36. Il cielo sopra Berlino – Wim Wenders
Dio, ma chi me l’ha fatto fare di rivederlo? Forse un impulso masochista. Bello ma pesantissimo, come un castello antico che ti si sbriciola sulla testa.
37. Happy family – Gabriele Salvatores
Sconclusionato.
38. Ouija – Stiles White
Le peggio cose.
!39. The neon demon – Nicholas Winding Refn
WOAH!
!40. The conjuring – James Wan
Doppio WOAH!
@ Supersize me – Morgan Spurlock [documentario]
!41. Suspiria – Dario Argento
Non ho mai amato Argento, ma questo spacca. Mi è venuta voglia di vedermi il remake di Guadagnino, ma quando, oh quando mi riuscirà?
42. The conjuring 2, Il caso Enfield – James Wan
Ben fatto, ma non all’altezza del primo. Per una storia “globale” come questa, in cui tutto è detto al primo atto, la serialità sarebbe da evitare.
43. Sliding doors – Peter Howitt
44. River wild, Il fiume della paura – Curtis Hanson
45. Oscure presenze – Kevin Greutert
!46. Il diritto di uccidere – Gavin Hood
Sgancio il missile o non lo sgancio? Uccido una bambina o rischio che vengano uccisi bambini a centinaia? La solfa è sempre quella, ma la variazione sul tema a mio parere è riuscita ottimamente. E non lascia feriti sul terreno.
Detto questo, che gioia rivedere Rickman ogni volta che posso

!47. Arrietty e il mondo sotto il pavimento – Hayao Miyazaki
48. Il mio vicino Totoro – Hayao Miyazaki

Libri .3: Tienilo acceso, Vera Gheno e Bruno Mastroianni

Tienilo acceso – di Vera Gheno e Bruno Mastroianni

Equilibrato, sintetico ma ricco, pulito e scorrevole: non solo una raccolta di regolette o suggerimenti per la gestione della vita online, ma una proposta di convivenza e buon vicinato digitale a tutto tondo; alla portata, però, di ogni lettore quale che sia il suo livello culturale – ed a questo gli autori tengono molto, ad appianare cioè, pur senza negare a ciascun attore le proprie competenze e qualità, i rapporti tra “pubblico” e “parlante / autorità” in un contesto che per sua natura diluisce le gerarchie di potere.
Le difficoltà (più che i difetti intrinseci) del digitale, dell’online, e dei social in particolare sono descritti con misura, e gli aspetti positivi messi in ottima luce, ma sempre con misura, senza esaltazioni. Tratto essenziale dello stile di scrittura è infatti una gradazione pressoché perfetta di precisa conoscenza tecnica, espressa con un calore emotivo ed una partecipazione personale tali da avvicinare ulteriormente gli autori ai lettori.
Interessanti gli esempi, numerosi e spesso in forma di screenshot da discussioni realmente avvenute in rete. Al termine di ogni capitolo c’è un breve riassunto per punti di quanto detto, ma il testo rimane fluido e affatto schematico.

Carnet (Gennaio 2019)

Per la serie faccio cose, vedo gente – ma anche: leggo libri, vedo film – ecco il primo elenco mensile di questo nuovo anno.
Lascio, davanti al numeretto, un punto esclamativo ad indicare i titoli migliori (per i motivi più disparati: oggettiva genialità, gusto personale, considerazioni inattuali o soltanto particolari), ed un cuoricino a seguire.
In blu invece, a beneficio di Wwayne, i titoli relativi all’era digitale, con tutti i suoi annessi e connessi.

[libri]
1. Il presidente è scomparso – James Patterson & Bill Clinton
2. Dieci ragioni per chiudere subito tutti i tuoi account social – Jaron Lanier
> plus: La dignità ai tempi di internet, dello stesso autore (anticipo una lettura in corso)
Un autore spesso criptico, o anche soltanto dal lessico involuto, che tuttavia sa il fatto suo sia perché ha le idee chiare e valide, sia perché fa parte dello stesso mondo che discute.
!3. Il sesso inutile – Oriana Fallaci ♡
4. Il digitale quotidiano – Salvatore Patriarca
Concetti e linguaggio di matrice chiaramente filosofica. 

!5. L’oro di Napoli – Giuseppe Marotta ♡
6. Storia di un’anima – Teresa di Lisieux
!7. Internet ci rende stupidi? – Nicholas Carr ♡
Se l’argomento “digitale” vi interessa, consiglierei di partire da qui: ci trovate chiarezza, una profondità non pretenziosa, e tanti tanti… input differenti.
!8. Il gusto del cinema – Ferruccio e Federica Cumer ♡
Una chicca, purtroppo edita a livello regionale e dunque non facilmente reperibile.
9. Il gusto del cinema, Edizione speciale 10 anni – Laura Delli Colli
!10. I nuovi poteri forti, Come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi
– Franklin Foer ♡
Il titolo fa temere il peggio, ma poi il fratellino di Jonathan Safran fa il miracolo e risulta credibile, oltre che scorrevole.
!11. Preferisco leggere – Patrizia Traverso ♡
Operazione di sintesi organica – non di mero montaggio – di fotografia e testo: non certo una scelta nuova, ma perfettamente riuscita, poiché personale e portatrice di senso.
12. Las Vegans, Le mie ricette vegane sane, gustose e rock – Paola Maugeri
Alcune ricette o meglio idee le ho raccolte. Buone intenzioni e buona volontà di un personaggio anche simpatico, nulla di che, comunque.
!13. Ero gay – Luca di Tolve ♡
Una bella sorpresa. Non che mi aspettassi un libro brutto, ma neppure speravo in uno stile meno che rozzo e in contenuti “digeribili” da un pubblico esteso. Invece ho trovato entrambi. Ciò valga come premessa. Per quanto concerne il merito del racconto, mi limito, qui, a dire che la cifra dello stesso è una rincuorante concretezza; e che leggere Luca è stato come incontrare un amico che mi conosce bene.
!14. MacLuhan non abita più qui? – Alberto Contri ♡
Altro saggio di analisi dell’epoca digitale, con però una particolare attenzione al versante pubblicitario (da un autore che la pubblicità l’ha prodotta ai vertici), ed alla sua (mancata, per lo meno in Italia) proficua e funzionale innovazione. Unica pecca: è un filino egoriferito…

[film]
1. Bird – Clint Eastwood
2. Giù al nord – Dany Boon
3. Heidi – Alain Gsponer
4. Killer Joe – William Friedkin
Cattivo, grottesco e divertente.
!5. Il cliente – Asghar Farhadi ♡
Farhadi è diventato uno dei miei favoriti. Spietato nel descrivere un’umanità che pure lo muove palesemente a compassione.
6. Be cool – F. Gary Gray
7. Ghostbusters – Ivan Reitman
8. Ghostbusters II – Ivan Reitman
!9. L’uomo dal braccio d’oro – Otto Preminger ♡
!10. La messa è finita – Nanni Moretti ♡
Intelligente con levità, come una torta ai tre cioccolati, ma con la panna vegetale.
! 11. I nostri ragazzi – Ivano De Matteo ♡
12. Conseguenze pericolose – Tony Spiridakis
13. Ore 11:14 – Greg Marcks
14. La famiglia Belier – Eric Lartigau
!15. Black book – Paul Verhoeven ♡
Unione perfetta tra fierezza, sofferenza e caustica critica sociale.
16. Another happy day – Sam Levinson
Non privo di una sua coerenza; ma lamentoso, lamentoso, lamentoso!
17. Tutta la vita davanti – Paolo Virzì
18. Martyrs – Pascal Laugier
Caruccio, in un paio di occasioni stupefacente (vedi scuoiatura), ma dov’è il dolore? Dov’è?!
19. Zero Dark Thirty – Kathryn Bigelow
Forse sono io a non averne colto il messaggio, ma più di un semplice e godibile film d’azione, con una appena accennata sfumatura etica, non mi riesce di considerarlo.
20. Red – Robert Schwentke
!21. Il grande sonno – Howard Hawks ♡
Bogey e Laurie vincono a mani basse.