Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson

Mani lisce, che non facciano capire che sei un marinaio, e spalle libere: mai accettare di diventare capitano, perché un capitano può sempre essere destituito, un semplice marinaio no.
Ecco il primo e più importante articolo del regolamento personale di Long John Silver il pirata, il quale è al tempo stesso emblema e carne reale dell’uomo fedele solo a se stesso – ed a pochissimi altri, nella misura in cui gli sono simili e li può considerare “fratelli”, come il salakava Jack lo spinge a fare, o anime affini, come la fiera negra Dolores. Con il resto del mondo c’è un solo tipo di legame, ed è un legame di tipo contrattuale. A bordo di una nave come quartiermastro agli ordini di un altro – spesso uno dei grandi nomi della pirateria – oppure semplicemente stringendo alleanze e conducendo affari sulla terraferma, non c’è vicinanza umana gratuita.
Eppure, oltre alle mani lisce ed alle spalle libere:

questa è la cosa più importante, Jim, un’altra da tenerti bene a mente: parlare alla gente, per non essere così dannatamente soli a questo mondo, a conti fatti.
[…] la solitudine è l’unico vero peccato in questo mondo.

E’ infatti la riflessività, ed il bisogno di comunicarla, una delle chiavi di volta di questo pseudobiblos, come lo chiamerebbe Lucius; insieme al vitalismo di Silver, sopravvissuto più volte dopo esser stato prossimo a morti praticamente certe; alla messa in mostra della meschinità e mediocrità umana, alle quali lui non è un antidoto ma una semplice eccezione.
Larsson ci porta sulla scia di Silver che scrive, scrive, scrive in un’impellenza comunicativa eterna – tant’è vero che ad un certo punto affermerà: se avessi perso la lingua anziché la gamba, allora forse sì, avrei ceduto -, racconta la propria storia, la propria lunga vita sempre apparentemente sul bordo del baratro eppure ancora tenace, parla alternando gli interlocutori, che sono persone precise e mai un pubblico generico ed anonimo (come qui sul blog, insomma): il braccio destro Jack, la compagna Dolores, Daniel Defoe – le parti a lui dedicate, in particolare quelle sui loro incontri all’Angel Pub, sono ottime – ed infine Jim. Proprio lui, sì, il Jim Hawkins protagonista (e in questo caso autore) de L’isola del tesoro.
Scorrendo l’autobiografia del pirata, costruita su numerosi flashback eppure intimamente proiettata in avanti, tesa al futuro, lo osserviamo invecchiare senza mai morire davvero: ma come lui stesso ammette, alla fine, “non basta la [minaccia della] forca”, per garantirsi di vivere pienamente.
A chi appartiene la mia vita? In quale direzione naviga, se ne ha una? – queste ed altre simili domande albergano nel cuore del testo, spesso esplicitate senza difficoltà, poiché Silver è carico di furbizia ed accortezza ma non ha peli sulla lingua, ha imparato il latino ed è istruito, come più volte ricorda. Anche su questo è basato il suo rapporto con Defoe, al quale offre per la sua Storia della pirateria notizie di prima mano in cambio di opinioni e discussioni, sulla realtà attorno a loro e sulla realtà contenuta in altri libri: è, il romanzo di Larsson, anche un libro che parla di libri, la “storia vera” di una storia inventata che, stando alla cronaca, è invece effettivamente accaduta, ma fu adeguatamente manipolata da Silver perché lui stesso fosse creduto, piuttosto, una leggenda.

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La sua autobiografia di una “navigazione stimata”, narrazione dell’esistenza di un uomo dalle idee chiare ma dalla destinazione incerta o inesistente, è anche la narrazione di un senza dio (sempre minuscolo nel testo) privo di vera rabbia o vera riconoscenza nei confronti di un supposto creatore – uno che insomma riconosce nell’uomo la fine e l’inizio, non in quanto essere superiore, appellativo che trova l’umanità non meriti, ma in quanto piccolo cosmo isolato e alla deriva, che pochi sanno realmente governare.
Accade così che Long John Silver sia prototipo e compimento dell’uomo con una moralità al di là del bene e del male, tutt’altro che compiaciuta per quanto fiera di sé; e accade che sia la coscienza – che non vuol dire bontà ma autoconsapevolezzadell’intera categoria: pirati, corsari, bucanieri, filibustieri… se la categoria, di coscienza, ne avesse appunto una.

Farsi degli amici (nel senso della parabola dell’amministratore disonesto, vangelo di Luca 16,1-13), dunque, fare vita libera arrembando navi mercantili e danneggiando il commercio di schiavi delle navi negriere, e poi ammirare le vivide pietre preziose più dei dobloni che non ricevono luce, apprezzare la bellezza, arrostire un buon cinghiale nutrito ad albicocche sul barbacoa – memorabile la storia di come Silver acquisì il soprannome Barbecue – accompagnato dalla bevanda piratesca per eccellenza: il rumfustian, ossia una miscela di rhum, gin e sherry, con un pizzico di polvere da sparo sopra.
Anche di tali prelibatezze, mi auguro, Defoe avrà fornito un opportuno resoconto nel suo saggio, considerata la sua mania per le liste. Sono certa, tuttavia, che il sempiterno Kasabake l’abbia persino in questo raggiunto e superato.

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Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
> Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)

 

Elogio della Supertutina

Mi pare sia stato Leo Ortolani a cogliere in pieno le differenze tra DC e Marvel:
la DC cammina in processione e prega sui propri peccati,
la Marvel fa il trenino di Carnevale, brindando e cantando.

Lucius Etruscus su questo blog

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Ecco, io sono una DC-girl, su questo non ci piove.
Ma non è dell’eterna lotta tra Marvel e DC Comics che ho in animo di parlare, bensì dell’eterna lotta dell’uomo contro il suo peccato. Peccato – questa parola volgare! Avreste mai detto che una persona illuminata come me, ancorché cattolica, potesse credere seriamente al peccato? In quest’epoca di abolizione del giudizio, poi!
Bene, meglio sapere presto se non subito con quali bestie si ha a che fare; internet poi è pieno di squali e di squale (tu chiamale, se vuoi, pari opportunità in politically correct sauce).

Ma dicevamo del peccato.
Dovete sapere che si può peccare non solo per opere ma anche per omissioni; non solo per parole ma anche per pensieri. A molti ciò pare ingiusto: se desidero ed immagino una cosa, ma sfogo il desiderio appunto nel pensiero e non lo trasformo in realtà, che colpa ho?
La realtà.
Sembrerebbe un’idea ragionevole, se non fosse che realtà non è concretezza, tangibilità.
Il pensiero di un mandarino (la prima cosa che m’è venuta in mente) è intangibile, astratto, potremmo dire con Magritte: “ce n’est pas un tangerine”, o come diavolo si chiamano in francese. Non è tangibile, non è concreto (se con ciò intendiamo: materiale), ma è del tutto reale, è reale quanto il mandarino fatto di spicchi, fibre, acqua e buccia che staziona nella fruttiera di cucina.
Il pensiero trasforma la realtà concreta. Ed è inutile accanirsi per stabilire se sia la realtà per prima che crea il pensiero oppure il pensiero che crea per primo la realtà; sarebbe come voler stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, e ciò che conta è soltanto che entrambi, pensiero e realtà concreta, esistono altrettanto validamente e si influenzano a vicenda.
Perciò, ecco: anche pensare (il male, o malamente) è peccato.
Bruce Wayne che medita, per una volta e tanto per cambiare, di torcere il collo al criminale di turno anziché acciuffarlo e consegnarlo a Gordon perché lo sbatta in galera; sta già cadendo nel peccato. E lo sa! Non c’è bisogno che compia attivamente il male per esserne macchiato, già fantasticandolo e cullandone l’idea se ne macchia, già così ha bisogno di redimersi.
Non per il piacere di un vouyeur dell’anima quale viene considerato Dio da certuni, ma perché se l’uomo è uomo e non animale, ha volontà e coscienza tali da conferirgli potere sul proprio Sé. E, come ben sappiamo, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

Allo stesso modo, il giudizio espresso da un supereroe su un criminale – o la minaccia proferita nei suoi confronti – sono già una punizione per chi li incassa; proprio come l’ammonimento di un sacerdote, magari in confessionale, è sufficiente a sollevare gli effetti dell’inferno dentro un Daredevil senza che questi debba sperimentarlo in via definitiva: non diversamente che per il paradiso, è un già ma non ancora.
Non c’è galera o manicomio che possa eguagliare il potere annichilente di un verbo autorevole che afferma la tua posizione rispetto al bene, precisando che tra questa e quello esiste una distanza pari, direttamente proporzionale, alla tua sofferenza morale.
Sofferenza morale che non è sofferenza psicologica: non ci sono in questi frangenti contorcimenti emotivi, o comunque non sono lampanti, se ci sono, sono l’effetto e non la causa dello spavento che prende il peccatore davanti al suo peccato squadernato.
Vi ricorda qualcosa?
Nient’altro che il secondo ed il terzo dei Novissimi; giudizio ed inferno.
L’inferno, sia chiaro, non è il castigo inflitto dal dio trinitario – o dal semidio kryptoniano, o dall’umano che esegue la giustizia -; è, in negativo, l’assenza di quel benessere, di quella compiutezza, di quella realizzazione totale che è una cosa sola con chi alberga nel cuore di Dio. O, se volete, del “bene” sommo, del bene senza mezze misure.
Proprio ciò che più di ogni altra caratteristica molti odiano tanto in Dio, quanto in un supereroe. Perché non ti permette di scaricare sull’intransigenza di Chi hai di fronte, e ti legge dentro, la colpa del tuo destino: la causa di una sorte dannata è solo tua che autonomamente l’hai scelta e lasciata entrare dentro, un Altro più grande o più giusto può “soltanto” indicarla – testimoniarla.
Ed ecco perché un supereroe arriva sempre al suo scopo, non fa mai minacce a vuoto: la sua minaccia è sempre, a prescindere, un giudizio di colpevolezza, un mero rilevare l’inadeguatezza, e come tale un pugno in faccia (chiedo scusa per la rimaccia).
In altre parole, dal punto di vista narrativo concordo con Lucius che si scoccia delle continue minacce a vuoto delle supertutine… ma dal punto di vista etico, le trovo ineccepibili 😉

 

Nè di Apollo né di Paolo

Leggendo questo articolo di Lugaresi, ieri, mi è tornata alla mente una riflessione che ho ripreso più volte negli ultimi tempi. Un’idea molto semplice, in effetti: se è vero, come viene scritto (credo) da san Paolo in una delle sue lettere alle comunità, che i credenti non debbono più dividersi tra chi è stato catechizzato da Paolo piuttosto che da Apollo (con tutte le caratteristiche e le specificità dei vari casi), ma debbono dirsi unicamente “di Cristo” a prescindere dalle particolarità; è anche vero che noi diciamo appunto d’essere fratelli in Cristo.
In Cristo, non in un generico dio, che generico rimane anche se definito “unico”, e che non è affatto il medesimo nei tre monoteismi.
L’assolutizzazione del concetto di carità a chi è nel bisogno (che va correttamente intesa sia dal punto di vista teologico sia da quello laico sociale, come ho provato a dire in questo post e come ha ribadito, ancora una volta, la Miriano); il fraintendimento che confonde l’amore al prossimo (qualunque prossimo!) con un divieto a denunciarne l’errore – un errore che può costar la vita, se è vero come noi crediamo che solo in Cristo c’è vera vita -; finiscono per demonizzare qualunque distinguo, qualunque tentativo di parlare di verità onde non gettar la carità ai porci.
Così il rispetto dovuto ad un musulmano non in quanto tale, ma in quanto uomo, diventa costrizione a non mettere in discussione nulla del suo credo, anzi a considerarlo di pari se non maggior valore di quanto caratterizza chi vi abbia a che fare. Ho detto musulmano, ma potevo scegliere una qualsiasi delle moderne categorie di martiri dell’oscurantismo e del tradizionalismo.
Banale finché si voglia, ma ecco la ragione del grande fastidio di molti di fronte ai Krajewski quotidiani: una solidarietà senza verità, senza giustizia (che va ben oltre la legalità…), senza dunque Cristo, è una minestra sciapa che nessuno potendosi permettere di meglio si sognerebbe di mandar giù.
Per misera che io possa essere come cristiana, un minimo di cognizione credo d’averla. E dopo aver bevuto sincretismo a fiumi ed averlo superato, non mi va certo di imbattermi ogni singolo giorno in notizie di “avvicinamenti” e dichiarazioni di “ammirazione” per religioni, o culture, distanti se non avverse a quella di cui sono impastata. Dopo aver bevuto (cercando, lo ammetto, di sputarlo ogni volta) l’amaro calice nella vita, d’assistere a pietismi da quattro soldi (o erano trenta denari?) non ho voglia.

Povere piccole cose

Basta una semplice tosse, per quanto severa, a togliere ad un essere umano il controllo del proprio corpo; povere piccole cose quali siamo.
Il senso della nostra mortalità dipende da moltissimi fattori, che in ciascuno si combinano diversamente. Chi ha una buona dimistichezza con la malattia riproduce, tuttavia, più fedelmente la prospettiva di Dio nei nostri confronti: così anche a lui, o lei, mille anni appaiono brevi come un solo giorno oppure un’ora.
Anche da questo nasce la premura – non fretta, ma premura: come quella della Vergine che sente l’intima necessità di accorrere dalla cugina Elisabetta per sostenerla -, la premura di far presto e preparare ogni cosa (i propri possessi, le proprie volontà, i propri lasciti intellettuali se ve ne sono), preparare se stessi, per andare.
Trovo questa una disposizione buona.
La tentazione da evitare invece – sia essa l’unica o la maggiore – è quella di chiedere che venga posta prontamente fine ai nostri giorni. Una supplica simile non è sbagliata o peccaminosa in sé, se avanzata con umiltà, ma l’abitudine e il peggioramento di una situazione di vita negativa possono facilmente trasformarla in un ricatto privo di speranza… meglio usare moderazione fin da subito.

Libri .5: L’uomo dei dadi, Rheinhart

L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart

E’ un romanzo problematico, questo, poiché occorre inoltrarsi per un discreto tratto nel testo prima di capire se, pesandone i vari elementi, la nostra personale bilancia lo decreti un libro di valore oppure un libro da evitare. Sì: perché non è uno di quelli che si possano giudicare lungo una scala lineare di piacevolezza, o lo si apprezza tanto da oltrepassare un certo limite e dunque senza sconti, o lo si gode sino a quell’estremo limite, dal quale poi lo si prende in antipatia, in sospetto e infine lo si disprezza.
Un libro inutile? Un libro dannoso, piuttosto; anche se l’intelletto e la libertà umana, generalmente parlando, non mancano delle risorse adeguate ad approcciarlo con criterio.

Luke non è Luke – ma questo non ci stupirà. Luke è solo uno pseudonimo, ma il fatto è che l’uomo celato dietro ad esso di pseudonimi ne ha molti, uno diverso per ciascuna delle, pare, numerose finte autobiografie prodotte nel tempo.
L’uomo dei dadi, protagonista di questa in particolare, non esiste – nemmeno questo può stupire più di tanto, dopo Matrix, Vanilla Sky, Eternal Sunshine ecc., e nipotini elencando. L’uomo dei dadi non esiste perché ha scelto, più o meno deliberatamente, di cancellare se stesso – la sua personalità, le sue abitudini, le sue scelte predeterminate dal vissuto – e generare ad ogni nuovo lancio di dadi un nuovo sé, nuove azioni avulse da un contesto psico-attitudinale stabile, un nuovo futuro privo di una prospettiva a lungo termine.
Già così fa paura, ma c’è di più: il dottor Luke Rheinart, psicoanalista vagamente frustrato, giunge ascoltando la voce di Dio (ossia, del Dado), a smontare la propria intera esistenza e contagiare, contaminare sistematicamente, interi gruppi di persone con una fissazione deleteria e distruttiva. Lasciar decidere al Dado, appunto.

trasferimento

Non entro in dettaglio: la storia è lì, reperibile in qualsiasi biblioteca, e pure scorrevole nonché divertente (sempre che il turpiloquio e l’abbondanza di sesso che discende dalla triade psicanalisi-newyork-secolarizzazione non vi turbino. Vi assicuro che ce n’è).
Considerando che a suo tempo un romanzo con intenti, mi verrebbe da dire, psicotropi come questo ebbe un vasto successo, e che io ne sono venuta a conoscenza attraverso una pubblicazione recente (citato in Propizio è avere ove recarsi di Carrére), non è poi così peregrino domandarsi quale impatto possa determinare su una persona – non parliamo di società – oltre che da quale humus culturale nasca.
A proposito di quest’ultimo, quale sia è presto detto: la prima edizione, se non erro, risale al ’67. Anno più anno meno, siamo nell’orbita di quella detonazione culturale della quale stiamo ancora subendo le radiazioni.
Sviluppo armonioso del bambino, ben distinto dai ruoli adulti? Spazzatura.
Identificazione stabile con un sesso, prosecuzione stabile di una famiglia, atteggiamenti coerenti col proprio passato ed orientati ad un futuro quantomeno delineato? Spazzatura.
La società? L’autorità? La normalità, e di conseguenza lo scompenso o la devianza da curare? Via. Via tutto, perché dove si scorge un neo sulla pelle della realtà, magari un po’ grandicello, è buona cosa amputare per intero l’arto.
La religione? I valori? La continenza e il pudore? Ancora spazzatura.
E dove sarebbe il problema? Di queste cose è pieno il mondo, e non da ieri. Però, quando qualcuno riesce a trasmetterle sotto una sembianza che non è di critica pura cioè di saggio e d’invettiva, né di parodia edificante, né di storia bislacca ma consapevole degli intrinseci limiti di ogni storia, che veicola un mondo ed un pensiero parziali, contestabili; ecco: il mix inattaccabile di veleno spacciato per confetto – senza alcun avviso ai consumatori – è pronto.

Mi piacerebbe che a commento di una prodezza tale – e lo è, il guaio è appunto questo: che il libro è davvero ben scritto, ben pensato, ben diretto, insomma fico, diabolicamente affascinante – intervenisse Claudio alias Sir Cliges. Ma con un post dei suoi.
L’hai letto? Lo conosci?