La saga del Mascheraio .5: Oggetti Volanti Identificati

Abbiamo lasciato il nostro narcisista patologico mitomane a raccontare una delle sue storie, giusto ieri. Ma il narcisista non si limita a parlare, no: lui agisce. Certo, è un’azione distruttiva la sua, ma come non riconoscergliela?
Per esempio, lui lancia cose. Lancia occhiate omicide – che detto così sembra una bazzecola, una battuta scherzosa, ma io parlo proprio di sguardi rabbiosi, violenti, di quelli che ti tolgono il fiato e ti mandano in stato d’allerta.
Lancia urla ed insulti, in accessi d’ira frequenti ma per lo più imprevedibili, così da lasciarti sempre una sottile sensazione di disagio, di tensione. E, s’intende, ampiamente immotivati.
Lancia oggetti, anche: memorabile, tra gli altri, un busto di Mussolini che durante una sessione di gioco mi volò a un centimetro dall’orecchio, andando a schiantarsi contro la parete alle mie spalle. Per la cronaca, il busto rimase illeso, la parete no.

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Ma perché? E che t’ho ffatto iooo?!

 

La finestra della cucina, invece, non poteva mica lanciarla: in compenso, mi ci ha sbattuto contro mettendomi le mani al collo, ed il risultato è stato il medesimo; cioè che la mattina dopo abbiamo attraversato la città, insieme, con la finestra in groppa (sua) per portarla in riparazione dal vetraio, o come diavolo si chiama.
E’ stata una violenza? Sì e no. Più sì che no, debbo ormai dire, anche se allora – e specialmente nel mentre – non la pensavo affatto così: non che minimizzassi l’importanza assoluta del gesto, ma nell’economia relativa del rapporto capivo. Capire non è giustificare, sia chiaro. Ma capivo che non stavo realmente rischiando un danno grosso. Tant’è che lui s’è spaventato di se stesso, invece io (scema, ma non per altro: perché non se lo meritava) l’ho tranquillizzato e consolato. Anzi, ho fatto di peggio: ho scritto un post sull’accaduto, un post poetico e devoto, traendo da quell’impulso aggressivo conclusioni di tono affettivo positive. L’ho già detto: scema?
Un episodio di “discontrollo”, come lo chiamerebbe uno psicologo o psichiatra, di pari misura non s’è più verificato dopo allora. Non nei miei confronti. Certamente, però, apre una grossa riflessione, ed una finestra che stavolta non si può riparare né lasciare lì a sbattere contro l’infisso (a proposito: dopo aver recuperato i cocci dalla verandina, uno me lo sono tenuto per ricordo. Fino a qualche anno fa).

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Anche perché, pur meno gravi, situazioni simili non hanno mancato di riprodursi di lì a breve: poche settimane dopo, infatti, ne capita una; banale ma significativa ed emblematica.
Stavo chiacchierando con Stefano, il suo (ormai) ex, che lavava i piatti dopo cena. All’improvviso Andrea sbuca dallo studio di corsa, palesemente inalberato, scambia due battute con S. che non placano la sua incazzatura (e quando mai), anzi piuttosto la rinfocolano, al che S. si becca un sonoro ceffone. A. piglia il sacco della spazzatura, dichiara che va a portarla giù ed infila la porta come un uragano.
Al suo ritorno, un paio di minuti dopo, A. sembrava un altro… non nel senso che si era pentito, eh, giammai: semplicemente, come capitava spesso e come può capire solo chi l’ha visto succedere, aveva scordato, o meglio rimosso, tutto quanto. E’ venuto in cucina bello sereno e sorridente, mentre noi muti, con una faccia funebre, e se ne è stupito. Ci ha chiesto se andava tutto bene, ha avvicinato Stefano con tanto di bacio e abbraccio, e niente: stava lì imbambolato senza comprendere.
Ha compreso poi, quando gliel’abbiamo raccontato, perché come detto non era la prima volta né è stata l’ultima… ma, intanto, il ceffone è partito. L’umiliazione c’è stata. E tanto più assurdi poiché apparentemente, per Andrea, mai esistiti.
E’ un meccanismo di difesa psichica che non mi stupisce, e che se cadesse di colpo avrebbe conseguenze tragiche. Ma io gli auguro che, almeno in tempi e modi adatti, finalmente cada. Andrea è ancora giovane. Ha ancora l’occasione di rovinare, o comunque inquinare, diverse vite, ma pure la possibilità di risolvere e riscattare la sua.

ϟ

[20 novembre 1952]
[…] quella passeggiata, con il continuo alternarsi di stati depressivi e fasi aggressive, di autocompatimenti e di deliranti progetti per il futuro, era indicativa della labilità psichica di Hitler, non solo in quella giornata, ma sempre. E durante la guerra questa condizione assunse evidenza quasi quotidiana.

[2 gennaio 1962]
Ancora una volta, quest’oggi, ho riflettuto che Hitler ha guastato non solo il classicismo, ma tutto ciò che ha toccato, quasi fosse una sorta di Re Mida all’incontrario, al cui contatto tutte le cose si trasformassero non già in oro, ma in alcunché di morto. […]

[…] lui [Speer] continuava a pensare che il capriccio del momento [di Hitler] avesse avuto una parte decisiva, come quasi sempre accadeva in occasione delle decisioni di Hitler in materia di scelta delle persone.

[…] Hitler gli avrebbe comunque dato da intendere un paio di volte che Goering era stato, sì, per la maggior parte del tempo considerato il suo successore in pectore, facendogli contemporaneamente capire che ormai lui, Speer, avrebbe avuto le migliori possibilità si subentrargli. Ma solo un paio di frasi dopo sarebbe seguita un’osservazione che avrebbe rimesso tutto in dubbio.

[…] come se un’amicizia potesse essere “spenta” e poi “riaccesa” alla prima occasione. Vi aveva colto un disprezzo dal quale sino ad allora aveva pensato di essere eccettuato.
Naturalmente non si trattò di una rottura repentina e completa. Sarebbe stato invece un lungo processo, con dubbi, ricadute e nuove spinte estranianti. Eppure: quando Hitler, dopo il loro conclusivo chiarimento della fine di aprile 1944, lo pregò di tornare nella vecchia compagnia del Berghof, si sarebbe sentito, nonostante lo squallore che ancora vi imperava e i dolori che continuavano a tormentarlo, “sollevato e perfino felice”. Poi, dopo una pausa, ha detto, più per se stesso che a noi: come si fa a capire un uomo dai simili scarti emotivi?
[…] l’atteggiamento di Hitler nei suoi confronti sarebbe stato in quel periodo continuamente altalenante. Durante gli esami della situazione, avrebbe riadottato, dopo le prime effusioni di riappacificazione, l’atteggiamento insistentemente critico […]

Repentini e drastici cambiamenti d’umore, massima volubilità ed incapacità di mantenere una coerenza, di sopportare le proprie contraddizioni interne, tanto da mettere in atto difese psichiche estreme.
Intolleranza per tutto ciò che, pur minimo, può contraddire uno schema del mondo rigido e autocentrato, senza il quale il narcisista imploderebbe, e di conseguenza anche incapacità di riconoscere alle altre persone un’importanza, una dignità, un valore, un’abilità – addirittura una realtà, nella propria realtà distorta.
Suggestione e soggezione esercitate come mezzi di prevaricazione:

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[31 gennaio 1949]
[…] Un giorno, a tavola, il Fuehrer riferì agli ascoltatori di aver fatto venire e scelto personalmente i vari tipi di marmo occorrenti [per un edificio di regime]. Possibile che non si fosse accorto che io sedevo al tavolo accanto? Oppure, la cosa gli riusciva del tutto indifferente? Ancora oggi, a ripensarci, mi stupisce che persino in bagatelle del genere cercasse onori, lui che già da un pezzo era guardato con stupore dal mondo intero.
Anche nel corso delle Lagebesprechungen militari, Hitler non di rado forniva particolari tecnici che gli erano stati esposti poco prima dai miei esperti, il professor Porsche o Stieler von Heydekampf, presentandoli come farina del suo sacco, e non di rado capitava che affermasse persino di aver letto durante la notte, benché la conferenza fosse finita soltanto verso l’alba, un’opera scientifica o storica di molte centinaia di pagine.

[20 novembre 1949]
Ancora il giorno prima, Hitler aveva potuto definirmi un architetto di genio, ma chi poteva garantire che il giorno dopo non avrebbe detto: “Giessler mi piace di più”?
[…] E’ significativo che, subito dopo aver ricevuto da Hitler le prime, grandi commissioni architettoniche, io sia stato preda di tanto in tanto di sentimenti di angoscia sotto lunghe gallerie, sull’aereo oppure in stanze anguste. Il cuore prendeva a battermi furiosamente, mi sentivo mancare il respiro, avvertivo un peso al diaframma, avevo l’impressione che la pressione sanguigna salisse di colpo. Sensazioni di angoscia nel pieno della libertà e del potere! Adesso, nella mia cella, non le provo più.
[…] I disturbi erano scomparsi, senza interventi terapeutici, quando, dopo l’inizio della guerra, l’interesse di Hitler si era rivolto ad altro, e io non ero più stato il fulcro della sua attenzione, e anche del suo affetto.
Poco tempo fa ho letto in Oscar Wilde: “Influenzare qualcuno è come conferirgli un’anima estranea. Non pensa più coi suoi propri pensieri, non è più divorato da una sua passione. Le sue virtù non appartengono più a lui, persino i suoi peccati li ha soltanto in prestito”.

[6 maggio 1960]
Bisognerebbe ben decidersi a scrivere qualcosa a proposito del dilettantismo di Hitler. Egli aveva l’incultura, la curiosità, l’entusiasmo e la faccia tosta dei dilettanti nati; a ciò s’aggiungevano ispirazione, fantasia, disinvoltura.

Speer parla della tendenza di Hitler a interloquire in qualsiasi cosa, a esprimersi su ogni questione in forma apodittica, anche quando gli mancavano le necessarie nozioni specialistiche. Sarebbe stato un aspetto che – come sostiene di sapere bene oggi – avrebbe solo minimamente distinto Hitler dai comuni “chiacchieroni da osteria”. Lo ha definito “un dilettante altamente dotato”.

Oggi Speer ha detto che Hitler sarebbe stato il tipico autodidatta. Lo si sarebbe desunto già dal suo modo di argomentare. Avrebbe cominciato ogni volta col rovesciare addosso al suo interlocutore, anche per intimidirlo, una profusione di fatti assertivamente inconfutabili e di colonne di statistiche.
“Ma nulla di tutto ciò era criticamente elaborato, né erano state prese in considerazione posizioni antagonistiche. Ciò che serviva al suo scopo l’usava poi connettere con tesi audaci, non di rado autenticamente impressionanti. Ed erano quel che c’era di effettivamente travolgente in lui, di disarmante. Poi occorre aggiungere il modo suggestivo in cui si esprimeva. Indimenticabile e indescrivibile inoltre la singolare e vertiginosa concitazione con cui esponeva le sue convinzioni, anche quando si trattava di questioni secondarie”.

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Tutto questo, meravigliosamente orribile, non rende (né lo farà mai) l’idea, per tacere della sensazione concreta, del legame che avviluppa il narcisista alle sue “prede”. Di questo, nuovamente con ampie citazioni da Speer e dal suo biografo Fest, dirò qualcosa nel prossimo, ed ultimo, post in proposito.

Contro natura

Uomini e donne sono stati creati con un preciso progetto biologico.
La modernità, con l’esaltazione della possibilità tecnica fine a se stessa, ci ha indotto a credere di poter liberamente aggirare i limiti di natura e modellare l’esistenza a nostro comodo, ma questa illusione di onnipotenza ormai mostra il suo vero volto disumano, di sopraffazione del più usignolo sul più gufo.
E’ in atto una vera e propria dittatura, la dittatura del mattutinismo.
Ma le persone non sono più disposte a sopportare oltre, perché sbagliato è sbagliato, anche se lo fanno tutti!
Le coscienze si stanno risvegliando, è ora di ristabilire la verità delle cose.
E’ ora di affermare con forza che

alzarsi la mattina prima delle 11:00
è contro natura!

E allora vi invito ad alzare la testa e scendere con me in piazza, ogni giorno alle 16:30 quando gli schiavi del sorgere dell’alba escono derelitti dai loro lager uffici ed officine, per protestare sino a che non otterremo giustizia!

Facciamo sentire il nostro sbadiglio, ribelliamoci!

La Saga del Mascheraio .1: Come riconoscerli

Vi sarete sicuramente fatti delle domande.
Per esempio perché mai uso quest’appellativo, il mascheraio, per riferirmi ad Andrea.
E’ presto detto: l’obbiettivo di questo mio esperimento biografico è di descrivere un certo tipo umano, e se mi riesce di metterne in guardia chi legge. Ora mi divertirò un po’ a descriverlo.

La mia fonte

Ho detto che avrei parlato di dittatura? Ecco, il “mascheraio”, termine che adoro, non è altro che il nostro dittatore nazionale. Colui che sorregge la torre di Pisa:

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Spero che molti fra voi lettori siano stati a visitare il Vittoriale, la famosa residenza di un’altra piaga nazionale, Gabriele D’Annunzio per gli amici il Vate. E’ veramente bella: magari non l’ideale per chi detesta i barocchismi, ma anyway assai curiosa e ricca di percorsi artistici diversi.
Ebbene, D’Annunzio ebbe una bella pensata: ad uno degli ingressi alla villa vera e propria (no, perché attorno ci sta un parco bello grande, e nel parco ci trovate pure una nave – la nave Puglia), quello di norma utilizzato da Mussolini quando lo raggiungeva a Gardone Riviera, fece apporre un pannello sul soffitto, in fondo alle scale, che costringeva l’illustre visitatore a piegare il capo per poter entrare (!).
E su questo ingombro architettonico mise un’iscrizione destinata al duce:

Adatta le tue maschere al tuo viso, mascheraio,
ma ricorda che sei vetro contro acciaio.

In altre parole: non sei che un pessimo attore di teatro, credi di comandare sul mondo, ma neppure lo conosci. Il tuo potere è fragile come vetro.

Le caratteristiche

Posto che Andrea è Andrea, e (grazie a Dio) non ne esistono cloni identici, trovo che senz’altro rappresenti la summa della personalità narcisistica. (Per altro, colgo l’occasione per ribadire che col DSM aggiornato mi ci pulisco… i pavimenti: il narcisismo si configura anche come un disturbo, non solo come un tratto della personalità. Se avete contribuito a declassarlo, andate a zappare la terra).
Naturalmente non tutto ciò che c’è di problematico in lui afferisce a questa categoria psichica. Ma essa ne è indubbiamente il fulcro. Bando alle ciance, dunque: se riconoscete (come da manuali…) cinque o più delle caratteristiche sottoelencate in una persona a voi vicina, non vi dico scaricatela e scappate, ma fatevi qualche domanda e rispondetevi sinceramente. Ne va della vostra serenità.
Vado ad elencare, dalla sintomatologia, “solo” ciò che ho riscontrato in modo continuativo in lui.

Disturbo narcisistico della personalità:

  • si sente esageratamente importante, e pensa che tutto (e tutti) ruotino attorno a lui;
  • si sente speciale, e ritiene di poter essere compreso solo da persone speciali a loro volta, particolarmente intelligenti – brillanti – profonde;
  • ricerca la vicinanza di persone note, con incarichi importanti, per poter essere loro associato e godere di riflesso del loro status in un certo ambito o contesto sociale;
  • pretende ammirazione e consenso: ogni critica pur piccola è percepita come un affronto, le opinioni diverse dalle proprie le approva in apparenza, magari complimentandosi con l’interlocutore per la sua “mente aperta”, ma poi cerca di ricondurle comunque entro le proprie cornici cognitive;
  • ha scarsa empatia e scarso senso della realtà, si aspetta che persone, istituzioni e interi ambienti si adattino alle sue necessità e vi rispondano prontamente; senza tuttavia esser disposto a ricambiare l’attenzione che considera gli sia dovuta;
  • ha modalità affettive di tipo predatorio: i rapporti di forza sono sbilanciati a suo favore, l’impegno di mantenere una relazione (amicale o sentimentale, ma anche familiare) è prevalentemente se non integralmente scaricata sull’altra persona, della quale approfitta per raggiungere i propri scopi (pratici o di soddisfazione emotiva).

Il disturbo narcisistico può anche essere associato al disturbo istrionico (e, senza voler porre diagnosi, Andrea presenta un paio di tratti comuni anche a questo: del resto, alcuni lo considerano un sottotipo del primo).

Disturbo istrionico di personalità:

  • sfruttamento di malattie fisiche (vere o presunte) per attirare l’attenzione;
  • scarsa tolleranza per la frustrazione o la gratificazione non immediata;
  • rapide successioni di stati emotivi diversi, mutevoli, che possono apparire incomprensibili o esagerati agli altri;
  • autodrammatizzazione, teatralità, espressione esagerata delle emozioni; eloquio ricercato;
  • tendenza ad assumere la posizione di leader, alla manipolazione, alla menzogna (per ottenere apprezzamento, compassione o costruirsi un’immagine di persona importante).

Poca roba, insomma.
Mi preme sottolineare ancora una volta che tutte le voci che ho riportato figurano nell’elenco diagnostico dei due disturbi (in pratica l’ho riportato quasi integralmente…), e tutte appartengono ad A.
Onestamente, io ci sono sì abituata, ma scrivere per condividere con terze persone (che non siano le “solite” due o tre che l’hanno conosciuto, o che conoscono molto bene me), un po’ le carte in tavola le cambia: e così, anch’io posso dire che effettivamente il quadro globale fa impressione. Detto alla romanesca: ammazzate oh.

Novecento .2: L’Ur-fascismo di Eco

Comincio subito col dire che mi aspettavo se non proprio un librone, comunque un librozzo corposo: e invece no, si tratta di un volumetto smilzo, che contiene il testo di una conferenza tenuta dall’autore alla Columbia University il 25 aprile del 1995.
Ma già questo mi colpisce, al di là della sorpresa: nella breve introduzione alla ristampa Eco parla di un anniversario della Liberazione (dunque ben cinquant’anni dopo), durante il quale appunto tenne questo discorso per affermare che il fascismo italiano fu meno che fascismo, e che il fascismo, inteso oltre le forme specifiche che può assumere, ha una qualità eterna.
Ora, senza volermi porre al livello di Eco – cosa per altro che non auspicherei, dacché lo detesto cordialmente – né voler paragonare in modo stretto le sue asserzioni alle mie, mi chiedo inevitabilmente (e perdonate il francese): perché cazzo se lo dice lui è un fine intellettuale, e se lo dico io non ci crede nessuno? Domanda oltremodo retorica e di meschina frustrazione, lo ammetto, ma lasciatemela usare per porre una piccola questione.

La storia non si ripete, ma fa rima.
[Mark Twain]

Eterno, attuale, estinto: questi potrebbero essere, riassumendo molto, i tre aggettivi che gli italiani associano più spesso al concetto di fascismo.
Estinto, cioè un fenomeno circoscritto ed irripetibile, nemmeno con modalità portate “al passo coi tempi”.
Attuale, cioè esistente e “vivo” nel presente, nato nel passato sì ma proseguito modificandosi nel tempo sotto aspetti più o meno superficiali, mantenendo tuttavia un nucleo originario di pensiero.
Infine eterno, cioè astorico, ultramondano, fondato su una tradizione che per quanto diversamente declinata, non si può sradicare o elidere del tutto.

Ecco qua: al di là di com’è andata, e non è andata male nonostante non facesse per me, con CasaPound; questo cercavo: qualcosa di eterno, che ovviamente mi fosse affine. E questo ho trovato, qualcosa di attuale, che continuo a considerare tale – ossia: per me CasaPound, ForzaNuova ecc. sono a tutti gli effetti fascismo, anche se il Ventennio è morto e sepolto – con buona pace degli altarini commemorativi -, anche se molto è cambiato, anche se non a caso il movimento-partito oggi più rappresentativo del fenomeno, tanto che si autodefinisce “fascismo del terzo millennio”, di mussoliniano ha poco o niente.
Ne ho discusso abbondantemente su Facebook lo scorso anno, sono disposta a riparlarne qui, sempre nei termini di curiosità intellettuale e voglia di approfondimento usati allora, e non in quelli di schieramento partitico.
Comunque lo si veda noi, ad ogni modo, Eco considera il “fascismo” in accezione ulteriore e superiore (tassonomicamente parlando) a quella riferibile all’esperienza del PNF. Lo considera, appunto, “eterno”.
Se è vero e lo è, come lui scrive, che libertà di parola significa anche libertà dalla retorica, allora mi permetto di dire che mi piacerebbe veder cadere la retorica anche nelle discussioni che si fanno in proposito, cioè veder cadere i molti schemi dai quali non riusciamo ad uscire. Che siano quello per cui “il fascismo è finito con la caduta del regime, non ha senso parlare di fascismo oggi”, oppure quello per cui “fascismo e comunismo non sono paragonabili”.

Il discorso di Eco è diviso in due parti, dal punto di vista dei contenuti anche se non formalmente: un racconto succinto, per episodi significativi, di cosa fu il periodo fascista e la liberazione dallo stesso per lui bambino, alcuni punti salienti del regime (su tutti il perché lo riteneva una “dittatura non compiutamente totalitaria”); ed un elenco delle caratteristiche tipiche e ricorrenti del modello fascista di organizzazione sociale.
Vado a copiare alcune di queste ultime.

  • [1] La prima caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione.
    Appunto. Nota a margine: son in disaccordo totale con Eco sulla sua idea che un tradizionalismo sia per natura sincretista: epperò nelle sue manifestazioni concrete càpita lo sia – vedi, ad es., appunto Cpi.
  • [2] Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.
    Ma va là? Ovvio. Modernismo, però, non modernità. Di nuovo, in forte disaccordo sull’idea che considerare l’Illuminismo “l’inizio della depravazione moderna” comporti “irrazionalismo”.
  • [4] […] Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento.
    Puoi dirlo forte. Che sia il responsabile di un’organizzazione neofascista oppure il magister di una cappella Tremere, nessun gerarca può sostenere l’individualità di una persona se non a fini utilitaristici.
    La spinta rivoluzionaria in un sistema totalitario è tesa unicamente a decostruire il mondo esistente per ricostruirlo, comunque rigido, a propria immagine e somiglianza. In sistemi simili non esistono persone, solo personae, ossia maschere.
  • [9] Per l’Ur-Fascismo, non c’è lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”.
    Ancora una volta esatto, e quanto mai attuale.
  • [10] L’elitismo è un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico. Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli
    Io separo i due concetti, non coincidenti di necessità. Se parliamo di militarismo parliamo giocoforza di disprezzo per la debolezza, ma elitismo (o come preferisco dire, elitarismo) non è sinonimo né sintomo di disprezzo, casomai di discriminazione – termine abusato e storpiato, ma in sé neutro e non negativo: discriminare è il fondamento di ogni scelta razionale, di ogni discernimento, e del rispetto stesso della realtà delle cose, e delle persone.
  • [12] Dal momento che sia la guerra permanente sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’Ur-Fascista trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali. […] Dal momento che anche il sesso è un gioco difficile da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con le armi, che sono il suo Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una invidia penis permanente.
    Amen.
    Vorrei scrivere 10.000 parole sulle valenze psicanalitiche del fascismo, argomento tra i più succosi nei quali mi sia imbattuta, ma mi mordo la lingua e consiglio, piuttosto, a chiunque voglia capirne di più – Nick Shadow dubito non l’abbia già letto – il capolavoro di Klaus Theweleit, Fantasie virili: Donne flussi corpi storia, la paura dell’eros nell’immaginario fascista (Männerphantasien). A lui si rifà anche Jonathan Littell ne Il secco e l’umidoqualcosa in proposito qui, da pagina 53 del documento (pag. 29 del .pdf).
  • [14] L’Ur-Fascismo parla la neo-lingua.
    Nulla da specificare.

Nelle puntate precedenti:
Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Carnet (Giugno 2019)

Siccome il sistema usato sin qui per indicare i libri ed i film migliori del mese non mi convince più tanto, provo stavolta a differenziare:
con la stelletta 🌟 ho contrassegnato quelli (a mio parere, s’intende) di particolare qualità e di un certo livello, che ho apprezzato per i più svariati motivi;
col cuore ❤ ho contrassegnato invece quelli che mi hanno personalmente conquistato o che, comunque, mi han lasciato qualcosa a livello intimo. Insomma, quelli che mi fanno battere il cuore, per l’appunto – in 99 casi su 100 vantano anche evidenti pregi, certo,  ma occasionalmente possono pure non vantarne nessuno: ai propri “figli” si vuole bene anche quando son brutti come la fame.

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[libri letti]
60. In fondo al laboratorio a sinistra, Curiosità e bizzarrie della scienza
– Edouard Launet

61. Parli sempre di soldi!Hans Magnus Enzensberger
🌟 62. L’avversario – Emmanuel Carrère
* La vita istruzioni per l’uso – Georges Perec [interrotto]
Dopo Le cose, che mi aveva convinta, questo secondo approccio con l’autore è risultato indigesto. Non voglio dire deludente: sarei ingiusta, dal momento che ho sopportato solo poche pagine prima di chiudere. Ma lo stile descrittivo – letteralmente – di Perec, se ha una sua ragion d’essere e snellisce un romanzo già snello, richiede invece uno sforzo epico quando trasuda da centinaia di pagine, fatte per altro di storie fittamente dettagliate e tra loro intersecate.
Non ho più tempo da “perdere” dietro a testi meno che importanti e al contempo accessibili, sicuramente non ho più nemmeno l’età delle sperimentazioni “a perdere”. Peccato, però, che l’idea che me n’ero fatta si discosti così tanto dalla realtà: inseguo questo libro in effetti dal 2016, anno in cui lo stava leggendo la figlia di un buon amico al mare, dove li avevo raggiunti. Non mi riesce di capire, e forse distinguere non è neppure la miglior cosa, se sia il racconto delle vicende degli inquilini di un palazzo, o le vicende stesse, a pesarmi.
Lo spiega certamente meglio Ferdinando Amigoni, nelle note ad un altro suo libro (elencato sotto): […] come Percival Bartlebooth, il protagonista de La vita istruzioni per l’uso, scoprirà a sue spese, l’illimitata manipolazione di tessere di puzzle (o di parole, per l’oulipiano Perec) comporta il rischio di perdersi in labirinti tanto vasti e tortuosi quanto futili, e a lungo andare addirittura mortali.
63. La scala di ferro – Georges Simenon
64. I miei flop preferiti, E altre idee a disposizione delle generazioni future
– Hans Magnus Enzensberger
Anche Enzensberger è un autore che ci tenevo ad esplorare, ispirata da non ricordo quale considerazione su di lui e, in seguito, dalle quarte di copertina riportate sul sito interbibliotecario. Se il primo colpo è stato piacevole, ma non felice, questo secondo ne ricalca le orme: qualche spunto interessante, sì (in questo caso soprattutto nella seconda parte: quella dedicata a ipotetici progetti di scrittura, regia, teatro…, il che mi rammenta un bel taccuino, una raccolta di spunti narrativi per futuri racconti di Hawthorne che un tempo avevo), c’è qualche spunto interessante, dicevo, ma nulla più.
Un terzo libro è in arrivo, ma sarà l’ultimo tentativo di trovare una consonanza con del materiale così tiepido, timido.

65. 96 lezioni di felicità – Marie Kondo
D’accordo, il titolo è mieloso. La Kondo stessa, seppure marziale nel suo condurre gli allievi lungo il percorso di quel che lei chiama riordino, è apparentemente una cosetta dolcissima. Eppure, al netto di tutte le (tante) critiche ricevute – vuoi perché la sua gratitudine verso gli oggetti trascende in un panteismo che non ci è familiare, vuoi perché insiste sul verbo buttare (meno della Tatsumi, ma pur sempre troppo per la nostra sensibilità), e via dicendo – trovo che l’apprezzamento ricevuto around the world non si riduca alla sola moda, al fenomeno di costume ed all’esagerazione dei nostri entusiasmi post-moderni.
Non tutto ciò che è minimalismo è cosa buona, per quanto io senta che la mia parte nel gioco è di difenderlo da fraintendimenti e banalizzazioni – potendo, idealmente, di depotenziarlo come prodotto di massa sino a farlo ri-scomparire in una nicchia per coloro, pochi o tanti, che l’hanno seriamente adottato.
Resta comunque un must; un volumetto in equilibrio tra racconto appassionante (com’è più nello stile del primo libro, L’arte del riordino), e manuale d’uso pratico, guida ai perplessi desiderosi di svuotare, liberare, cambiare. E respirare.
66. La settimana bianca – Emmanuel Carrère
67. Si salvi chi vuole – Costanza Miriano
A proposito di monastero wi-fi, di monaci metropolitani e di salvezza che non conosce procedure d’infrazione. Lo stile della (fu?) giornalista lo si riconosce immediatamente, ed è come al solito frizzante, leggero ma molto chiaro e puntuale.
Personalmente poi càpita a fagiolo in un periodo in cui sto pensando a come poter concretizzare una vita ispirata al monachesimo, idea che inseguo da tempo; e dunque è un supporto in più.

❤ 68. Senza amare andare sul mare – Christian Pastore
660 pagine di puro godimento. Narrativa che conquista, ma senza pretese auliche. Un autore italiano, per altro, anche se il nome mi suggeriva un italo-americano – e questo lo si avverte nei dettagli, soprattutto lessicali -, ma di respiro internazionale (per altro al suo primo romanzo). Un autore nascosto, anche, di cui le poche righe sul risvolto non svelano nulla se non che già scriveva per la carta stampata. Un autore che si cala in tutti i suoi personaggi e si cela dietro decine di maschere diverse – e credibili: ogni volta in prima persona.
Un portfolio di personaggi in crociera – che però, sulla nave, ci sono arrivati non di propria volontà e senza serbare ricordo alcuno dell’avvenimento. Un diario da compilare ogni sera, ed un album contenente una sola fotografia, a vario titolo scomoda, per ciascuno dei malcapitati, più prigionieri che turisti su un mare e sotto un cielo immutabili e privi di guizzi di vita.
Un singolo capitolo per ciascun personaggio (in tutto 40), storie che si intersecano ma, per lo più, all’insaputa di chi ne è protagonista. Un mistero, quello della nave, di chi la governa e li ha voluti lì, tutti insieme; che sovrasta pagina per pagina quelli individuali (a volte piccoli, mai miserabili) che tormentano i convenuti.
Penserete ad un mattone ansiogeno, forse, invece no: è divertente. Molto. E scanzonato, per quanto possa esserlo un purgatorio privo di orizzonte temporale
Edit 1.07.19: l’ho appena notato: Pastore ha tradotto anche Storie della tua vita, di Ted Chiang. Da uno dei racconti di questa raccolta è stato tratto Arrival, che ho appena visto. Ne scriverò, se il cuore mi regge.
69. La bottega oscura – Georges Perec
Una raccolta di sogni (due parole qui) corredata da bellissime note esplicative “che identificano persone, avvenimenti e cose della vita diurna”, ma anche che danno una lettura psicanalitica di tratti caratteristici dello scrittore – di Ferdinando Amigoni.
🌟 70. Costruire, Le storie nascoste dietro le architetture – Roma Agrawal
Il racconto sintetico, interessante e condotto da un’ingegnera strutturale, di come siano nate le odierne architetture civili – con esempi che si rifanno alle sue proprie opere e svariati aneddoti, purtroppo per forza di cose spesso tragici: come quello delle Twin Towers che specifica un problema banale ma dalle conseguenze gravi, e che ignoravo.
I contenuti sono seri, ma l’esposizione morbida: ho immaginato più volte, anziché di stare leggendo un testo, di trovarmi in una saletta da thé con il liquido ambrato che più amo e delle meringhe davanti, conversando con l’autrice; in compagnia.
Peccato però per i numerosi, e grossolani, errori trovati qua e là: fin dalle prime pagine mi son chiesta se i correttori di bozze della Bollati Boringhieri siano usualmente ubriachi, o se magari li abbiano licenziati; perché certi paragrafi sembrano essere appena stati battuti al pc e non dico non essere stati rivisti, ma nemmeno riletti.
71. Il silenzio – Erling Kagge
72. Camminare – Erling Kagge
73. Per non morire di televisione – Hans Magnus Enzensberger

Attualissimo. Finalmente dei testi suoi (si tratta di una raccolta di articoli) che non mi lasciano insoddisfatta. Interessante anche la piccola polemica, nella quale entra verso le ultime pagine, con McLuhan.
74. Mi ricordo – Georges Perec
🌟 75. Tumulto – Hans Magnus Enzensberger
Un altro centro, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi. E’ il resoconto dei viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del suo coinvolgimento nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.
A proposito di Est, ne approfitto per consigliare 
Nostalgistan, un libro di Tino Mantarro (intervistato qui dalla blogger Claudia), conquistato dall’estetica dello sfascio.
76. Orizzonti selvaggi – Carlo Calenda

pops

[film visti]
* La felicità è un sistema complesso – Gianni Zanasi [bloccato a metà]
Ebbasta. Avevo visto un suo film, poco convincente, ci ho riprovato e – almeno finché il disco non s’è impallato – l’ho trovato nuovamente strano, irrisolto, lento. Grazie lo stesso signor Zanasi, noi però abbiamo chiuso.
59. Haunting (Presenze) – Jan de Bont
60. Piano 17 – Manetti Bros. [vedi anche da qui in giù]
61. I segreti di Osage County – John Wells
Incasellato nel genere commedia, è in realtà un drammone da far tremare i polsi, e permette alla Streep ed alla Roberts (quanto mi piace la Roberts in ruoli drammatici da stronza) di rifulgere: per una volta si può dire che il film sia costruito attorno a, e funzionale agli, attori – non dimentichiamo che nasce come rappresentazione teatrale -, anziché essere gli attori a sostenere con la loro più o meno spiccata bravura le sorti di una trama. No happy ending, let’s party!
🌟 62. Il ministro, L’esercizio dello stato – Pierre Schoeller
Cinico, ma qui il cinismo assume il sentore polveroso della burocrazia e del potere stantìo.
Una condanna della politica, con i suoi inganni e le sue strategie, vuota di cuore, che grazie al cielo s’allontana dalla verve sfavillante di certe pellicole nostrane dell’ultimo decennio e lascia che la forma resti torbida quanto il contenuto. O per lo meno, senza paillettes.
Dal Morandini:
“Lo Stato divora coloro che lo servono” è la tesi centrale del 2° LM di Schoeller che l’ha anche scritto. 3 premi César 2012 per sceneggiatura, attore non protagonista e suono (Olivier Hespel) e Fipresci della Critica Internazionale a Cannes. La tesi è annunciata nella sequenza onirica e metaforica iniziale: una bella donna nuda entra nelle fauci di un coccodrillo immobile. Il potere dello Stato divora, logora, fa soffrire chi ce l’ha, come il ministro dei Trasporti e il suo capo di gabinetto.
Bertrand Saint-Jean è un personaggio complesso la cui umanità si mescola al cinismo: il suo dolore commosso per i 13 bambini precipitati in un burrone non gli impedisce di mettersi una cravatta più consona alla situazione o, ubriaco, di litigare con la vedova di Kuypers, disoccupato assunto come autista. Con poche eccezioni, il cast degli attori, sconosciuti in Italia, è diretto in modo impeccabile.

63. Smetto quando voglio, Masterclass – Sydney Sibilia
🌟 64. Lo straniero – Orson Welles
65. Paranormal activity – Tod Williams
La scelta di mettere al centro un’intera famiglia anziché una coppia mi era parsa promettere bene, e per un po’ ha funzionato, ma più trascorrevano i minuti più l’intreccio si rivelava frammentario. “No buono” (cit.).
66. Le mele di Adamo – Anders Thomas Jensen [qui il film su RaiPlay]
Memorabile, tra i miei preferiti in assoluto. Commedia nera e grottesco, cinismo e vitalità si tengono per mano senza fare una piega. E se Mikkelsen è un mostro, l’interprete di Adam non lo trovo da meno. La violenza non viene edulcorata, ma neppure un lieto fine classico ed un’esaltazione ottimista e positiva della fede sono contemplati: ogni cosa è un pugno nello stomaco, persino i momenti più confortanti. La verità vi renderà liberi – ma non è mai stato detto che tale processo sarebbe stato incruento.
67. Viaggio in Italia (Una favola vera) – Paolo Genovese, Luca Miniero
68. La bella gente – Ivano de Matteo
Un autore che amo sempre di più (sono pronta a perdonargli I nostri figli, remake fastidiosamente di maniera, per avermi offerto questo). Se pensate che la protagonista sia la giovane prostituta Nadja, ripensateci: lo sguardo vi cadrà ineluttabilmente su chi le sta intorno, “la bella gente“, mentre lei assumerà il ruolo di perno della storia, di oggetto idolatrico-sacrificale e, soltanto in ultimo, di persona.
69. Smetto quando voglio, Ad honorem – Sydney Sibilia
Boom! Mi mancherai, Banda.
70. Mr. Brooks – Bruce A. Evans
Okay, il protagonista (assoluto) è un serial killer. Rappresentato però, bene o male, senza il canonico stampino: impossibile far indossare a Costner una maschera seriamente brutale, si opta dunque per un’alternanza tra abito elegante e tenuta chiccosa da “lavoro”, rigorosamente in nero.
Insolito, dal punto di vista (e dalle preoccupazioni) abbastanza originali; non fa certo gridare al capolavoro ma merita almeno un “bravo per averci provato”. Se proprio di mente criminale dobbiamo ogni giorno sciropparci una dose, che sia almeno parlata, interrogata, e persino esteriorizzata nella persona fantasmatica di William Hurt.
71. Chef, La ricetta perfetta – Jon Favreau
72. La Casa – Fede Alvarez
Posto che non sono competente a giudicare in modo corretto la relazione tra questo remake-reboot-quellochepreferite e l’antico (…) classico di Raimi, il quale l’ha per altro sostenuto, né sono in grado di sconfessare quella che, per una che ama le parole (anche quando seducono per veicolare stronzate), rimane una recensione apprezzabile; posto questo ecco: io penso che ‘sto film sia ‘na Clamorosa Cazzata.
A prescindere, dal regista di Man in the dark mi aspettavo ben di più, possibilmente ancora di più: quello non doveva essere che l’inizio. 1 su 5 è troppo cattivo come voto?
73. Powder, Un incontro straordinario con un altro essere – Victor Salva
Un figlio nato mentre la madre moriva colpita da un fulmine, portatore di imprecisate anormalità e deformità, che ritroviamo anni dopo, segregato (o forse no? Non è chiaro) nella cantina dei nonni: e lì scopriamo che, semplicemente, è un albino. Cosa che di per sé sembra suscitare uno sgomento sproporzionato. Finché non scopriamo che, per farla breve e soprattutto chiara, Jeremy ha assorbito delle potenzialità fisiche dall’energia elettrica che ha attraversato il corpo della madre al momento del trapasso.
Non è malvagio da vedere, poveri noi, c’è di ben peggio. Tuttavia sposo in pieno quanto dice la scheda di MyMovies, che è la mia principale fonte di approvvigionamento per farmi un’idea veloce:
Sostenuto dall’intenzione di denunciare gli effetti dell’ignoranza e dalla intolleranza nella vita quotidiana, il film si risolve una parabola buonista a sfondo fantascientifico cadendo, talora, nella trappola di un pesante sentimentalismo”.
🌟 74. Lo stato contro Fritz Bauer – Lars Kraume
🌟 75. L’onda – Dennis Gansel
Vidi questo film la prima volta in università, durante una lezione di Sociologia (che Dio ci aiuti: dell’intero corso, probabilmente la cosa più utile). Basato su una storia vera, sulla quale però ancora non sono riuscita a reperire altro materiale; è perfettibile ma efficace nel trasmettere la plausibilità di un evento che raramente convince fino in fondo, ossia che oggi in Europa una nuova dittatura possa emergere.
76. The believer – Henry Bean
Come dalla storia di un tizio sballato come Burros possa aver preso forma, alla fine, una raffinatezza simile è mistero della fede: il legame ispirativo si limita, esilissimo, all’ossimoro chiave di ebreo-nazista ed al suo portato di ambivalenza, ma viene sviluppato da Bean (regista, sceneggiatore e cammeo nei panni di Ilio Manzetti) in maniera insuperabile – e lo intendo letteralmente.
In Gosling, a Canadian actor who started at twelve as a TV Mouseketeer alongside Britney Spears (…), Bean has found the perfect actor. Gosling gives a great, dare-anything performance that will be talked of for ages.
(Peter Travers su Rolling Stone, 19 Maggio 2001)
77. District 9 – Neill Blomkamp
🌟 78Dark night – Tim Sutton

Libri .11: Tumulto, Enzensberger

Tumulto – Hans Magnus Enzensberger

Un altro centro, finalmente, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi.
E’ il resoconto dei due viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del coinvolgimento dell’autore nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.

Sul sito del circuito interbibliotecario gli ho attribuito 4 stelle su 5 (continuo a dispiacermi che non vi sia una possibilità di valutazione più estesa, per es. da 0 a 10 stelle, oppure almeno i mezzi voti); perché nella parte dedicata alla rivoluzione sessantottina gioca fin troppo a nascondersi, a dire e non dire. Vero è che si còglie, nell’insieme, un personaggio sì schierato, ma troppo indipendente e vorrei dire singolare per poter aderire ad altro che a sé stesso.
Tuttavia, non leggo in questa scelta una volontà di tacere fatti riprovevoli o edulcorare l’avvenuto (e spero il mio intuito non sbagli): più che tenere il piede in due scarpe, l’ideologia ed il mea culpa di molto posteriore negli anni, mi pare che Enzensberger non sappia tenere il piede in nessuna scarpa.
E questo, se non soddisfa del tutto l’eventuale desiderio di chiarezza politica, manda in sollucchero i miei appetiti letterari; perché trasforma a poco a poco il memoir in un flusso di coscienza molto personale e poco sociale, ricco, ironico e quasi irridente – non verso il lettore, ma verso l’autore stesso che, nel doppio ruolo di intervistatore ed intervistato, si pungola, si contesta e si osserva con la condiscendenza dell’adulto nei confronti del bambino.