film (maggio – giugno 2020)

A questo giro sarò estremamente stringata, quando non mi limiterò ad un elenco nudo e crudo: l’afa incalza, la noia inscarpa e quando non riesco a metter giù i pensieri più o meno immediatamente, me li perdo per strada tipo setaccio a maglie larghe.
Chissà che non sia l’occasione per una ripartenza in grande stile, un po’ come quella dell’Italia che Conte ha raccontato alla fine degli Stati Generali (ah, ah, ah):

natangelo stati generali coronavirus
da: qui.

Magnolia – Paul Thomas Anderson

Geniale, non pesante ma comunque importante, come un pane pieno di mollìca. E per una volta trovo Anderson digeribile, per restare in metafora.
Cruise in stato di grazia, forse perché – sarò franca, maliziosa e cattivella – il suo personaggio rispecchia la sua stessa amoralità?

Boogeyman I – Steven Kay
Boogeyman II – Jeff Betancourt
Boogeyman III – Gary Jones

Mamma mia. Mai fidarsi (troppo) delle liste internettiane: m’ero fatta l’idea che questi film fossero una bomba, sostanzialmente, ma nulla del genere: al contrario, sono di una banalità e lentezza d’altri tempi. Non fanno venire un embolo, ma solo perché, per come la vedo io, non cercano di essere altro che ciò che sono: prodotti di un’ingenuità adolescenziale, ma candida ed inconsapevole.

La fuitina sbagliata – Mimmo Esposito

Molto carino, divertente, generato dalla collaborazione di svariati studenti di una scuola di teatro (non ricordo, ora, dove abbia sede). Che siano studenti lo si nota, non perché siano impostati o con grosse imperfezioni ma, al contrario, perché risultano molto freschi. Leggo che la coppia, i Palermitani, ha partecipato a Pechino Express.
Lo trovate su RaiPlay.

Io, loro e Lara – Carlo Verdone
In viaggio con papà – Alberto Sordi

Accoppiata vincente nell’anno del centenario di Sordi.
Verdone non l’ho mai seguito – non che mi dispiacesse, ma non ne ero stimolata. Ergo, lo recupererò, perché invece in entrambi i suoi personaggi, qui, mi ci ritrovo e pure parecchio. C’è un tempo per ogni cosa, si suol dire.

Cafè Society – Woody Allen

Bah. Niente da eccepire, ma potrebbe averlo diretto chiunque.  E se Allen gira un film “carino”, per quanto sempre ben orchestrato ed elegante, lo si può anche saltare.

Hellraiser – Clive Barker

Maronn’, che cagata pazzesca (cit.).
Se dico che mi aspettavo mooolto di più commetto un sacrilegio?
E io lo commetto, tiè.

Grano rosso sangue – Fritz Kiersch

Si lascia guardare, ma il racconto di King è cento volte meglio.
E no, a questo giro non è un problema strettamente di trasposizione, anche se tanti dettagli aggiuntivi risultano semplicemente superflui. Grazie all’Arrotino che me l’ha fatto conoscere (il racconto)!
Consigliatissima la serie di post dell’Etrusco su tutta la saga (sì, perché qualche squilibrato ha dilatato la storia sfornando ben 10 terribili seguiti!). Come sa trasformare l’orrido in spassoso lui, nessuno ❤

Irrational man – Woody Allen

Ecco, questo sì che è un Allen degno di nota. Anche se l’idea originale è di uno scrittore che la mise su carta una vita fa – cfr. il mio sogno bislacco in cui Mentana prendeva il posto di Phoenix.
Bella prova per quest’ultimo e la Stone, anche se ci siamo abituati.
E viva la torcia 😉

Boy erased, Vite cancellate – Joel Edgerton

Insipido ed insulso. Eppure la Kidman e (quasi altrettanto) Crowe rendono bene.
Imparagonabile al libro, pur con i suoi difetti. Schivatelo, è un consiglio spassionato.

Happy End – Michael Haneke

Bomba. Da conservare e rivedere, per crogiolarsi nel cinico disprezzo degli esseri umani.

Sempre meglio che lavorare – The Pills

Altro film “del mese”, goliardico e senza pretese ma decisamente intelligente e curato più di tante smargiassate sul lavoro che non c’è e che non va. Infatti, i The Pills manco lo cercano: i miei nuovi idoli.

I 13 spettri – Steve Beck

Film senza infamia né lode che, comunque, come sottofondo ad un paio d’ore d’abbruttimento domenicale con patatine si fa guardare. Un grosso videogioco spettrale.
Se tanto mi dà tanto, non vedo l’ora di gustarmi l’originale del 1960.

Miss Sloan, Giochi di potere – John Madden

Ottimo titolo.
Politica, lobbismo, sentimenti ben gestiti e tanto, tanto carattere.
Chastain come sempre favolosa, anche grazie alla splendida sceneggiatura.

The founder – John Lee Hancock

Abbastanza agiografico nei confronti dei due fratelli che, involontariamente, diedero il proprio nome ad uno dei più grossi imperi commerciali che conosciamo. E non è detto che sia un minus: perché persone così esistono, e quindi potrebbero essere stati così onesti, lenti, conservatori, indifesi / impreparati anche loro.
D’altro canto per un cattivo sublime ci vogliono eroi di stazza adeguata.
E Ray Kroc, che fino all’ultimo lascia uno spiraglio aperto allo spettatore nella speranza che faccia meno schifo di come si comporta – o comunque faccia schifo involontariamente -, mette ai titoli di coda la ciliegina sulla torta dell’arrivismo.
Ho smesso di analizzarlo per bene quando è comparsa la Cardellini, Dio l’abbia in gloria.

  • Aggiungo al carnet un monologo teatrale di Riccardo Rossi, andato in onda ieri sera su Rai5, che merita: L’amore è un gambero. Divertente ma saggio 😉
    .
  • E quanto alle serie tv, ho iniziato a vedere Daredevil, ma le prime due puntate mi son parse un tantino lente. Magari dalla seconda serata ha preso il volo, ma finché non termina Il giovane Montalbano preferisco vedermi le repliche con Riondino.
    Più intrigante, nella sua semplicità, sto trovando God friended me in onda il sabato alle 16:30 su Italia1. Carina, con qualche messaggio sparso qua e là ma in tutta leggerezza, ed i personaggi sono tutti simpatici. Non guasta.
    Dulcis in fundo, il prossimo giovedì ci sarà su La7 l’ultima (coppia di) puntate di Chernobyl, il successone di HBO. Bellissima.

film (maggio 2020) – pt. II

I bambini di Cold Rock – Pascal Laugier

Più thriller che horror, e con un plot-twist che trasporta la storia nel sociale (al di là dell’impressione che fa, c’è di che riflettere). Impossibile raccontare in che consista la svolta senza svelare tutto, ma comincia così: c’era una volta una cittadina dalla quale, regolarmente, scomparivano i bambini… e molti credevano fosse opera di una sorta di babau: l’uomo alto (il titolo originale è infatti The tall man).
Merita. Anche per dare uno sguardo a Jessica Biel.

Solo Dio perdona – Nicolas Winding Refn

Se l’ultimo film da me visto di Winding Refn – Fear X – mi era stato ostico da digerire, da comprendere, questo mi appare limpido (e bellissimo, non meno di The neon demon).
Non è una pellicola di arti marziali, anche se naturalmente qualcosa compare, essendo ambientata ad Hong Kong prevalentemente in una palestra.
Non è una pellicola che parli di qualcosa: non parla di nulla, non ha un tema – sì, l’intreccio poliziottesco-mafioso, ma è secondario seppur non marginale. Parla degli uomini (e di un paio di donne non da poco, precisiamolo onde evitare fraintendimenti). Di come sono fatti dentro, e di come funzionano, gli esseri umani.
Gosling eccelso. Che ve lo dico a ffa’.

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Noah – Darren Aronofsky

Ho aperto la Bibbia su Genesi 6, perché di fatto non posso dire di conoscere la faccenda dell’Arca in tutti i suoi contorni. Ma soprattutto mi incuriosisce scoprire se davvero c’era una donna, se era una soltanto, da dove proveniva: perché la Ila interpretata da Emma Watson mi sa di innesto apocrifo, o magari persino autorale.
Un Aronofsky molto regolare, fatte salve le suggestioni mitiche e quasi fiabesche nei toni (visioni, angeli caduti trasformati in mostri di pietra, discendenze cainite come se non ci fosse un domani, Matusalemme che miracoleggia la fertilità).
Recitazione lodevole di tutti, colombe comprese.

Bombshell – Jay Roach

Proprietario del network televisivo:
– Ditemi voi se quella non è una bocca che ha succhiato un cazzo.
Forse perché pensa che, se riferita ad un maschio, una “battuta” simile non debba offendere anche lei, una dipendente seduta a fianco del proprietario ridacchia. Ma si vede che fa fatica.

Cos’è, una roba femminista?
La gente non vuole vedere la tua faccia con le rughe e sudata perché hai la menopausa.
Lo stesso proprietario alla conduttrice tv che si è presentata in video struccata.
Menopausa e sindrome premestruale sono la ragione per ogni cosa che, nelle donne, non gli piace (vale anche per Trump). Sempre lui:

Fammi vedere [inquadra la conduttrice] quelle cavolo di gambe!
Perché cazzo l’ho assunta se no!

La questione è chiara e ben recitata.
Ci sono la giornalista di punta che viene mobbizzata, la giornalista di punta che anni ed anni prima dello scandalo aveva subito un’avance ed ora deve decidere se scendere in campo o tenersi ai margini, la giovane giornalista a disagio ma che purtuttavia si chiede se non sia l’occasione della vita farsi il capo per andare dritta alla meta del programma più seguito. C’è la giornalista lesbica nascosta che osserva l’andazzo impaurita.
Ci sono insomma donne di ogni genere, dai grandi nomi alle piccole pescioline.
Ciò che invece non c’è, è una donna che si sia rifiutata e quelle avances le abbia respinte.
Manca completamente un contrappeso, un ruolo contrastivo.
E’ chiaro che è l’intero sistema a sospingerti in quella direzione pena l’esclusione – non è una novità né in questo campo né del nostro secolo. La mia domanda è:

e allora? 

Un condizionamento non è comunque, mai, una costrizione tout-court. E dunque, dove diavolo sono in questo pur ottimo film le donne che dicono di no?

Il gioco di Gerald – Mike Flanagan

Catarsi, rinascita… nessuna parola è adeguata per dire la storia di Jessie.
Come sempre in King, dietro alla vicenda sospesa tra horror e thriller di una donna che, abituata a sottomettersi agli uomini della sua vita, si ritrova ammanettata al letto col cadavere del marito steso ai piedi dello stesso e non un’anima viva nel raggio di chilometri per soccorrerla, c’è un vissuto lacerante, un’infanzia che sembra essere dimenticata ma non fa che scivolare silenziosa sotto la superficie, qualcosa che è andato storto e condiziona il presente.
Così come spesso compare nei suoi romanzi un abuso di qualsivoglia tipo (qui non vedrete sesso esplicito, ma di sesso ne circola tanto, e pesa, e morde), e poi, bisogna anche dire, una eclissi.
King è il mio autore, il primo filo letterario saldo tra me e mio padre, uno che ti fa sentire forte le cose, e se di tuo già le cose le senti forte, è come entrare in risonanza con un diapason ogni volta. La musica che accompagna il film è funzionale e discreta, ma è stata sufficiente per raccogliere ed incanalare la mia emotività e farmi piangere sui titoli di coda – non lacrimare, proprio piangere. Da tanto non capitava.
Compartecipazione profonda, insomma, e una discreta dose di angoscia, sono i chiari meriti ascrivibili a Flanagan e, nondimeno, a Netflix, azienda discussa della quale questo è il primo prodotto, mi pare, che vedo. Non potevo chiedere miglior esordio!

Da notare che, persino per uno stomaco piuttosto forte come il mio, c’è stata una scena (senza spoiler, quella del bicchiere frantumato che fa… accapponare la pelle), da nausea. Letteralmente, perché ho dovuto mettere in pausa e andare in bagno a quasi-vomitare. Ci sono certi dolori, fisici e non, che hanno bisogno di essere evacuati – non sarà del tutto un caso, credo, se “rimettere” è un verbo utile sia per l’espulsione di materiale indigesto dallo stomaco che per la liberazione da materiale indigesto nell’anima.

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Muori papà, muori! (Why don’t you just die!) – Kirill Sokolov

Uno spettacolo. Ne hanno parlato Cassidy e Lucia.
Consiglio per la visione: abbinate il “sangue” sullo schermo ad un buon thé nero carico.
Il titolo italiano è più aderente all’originale, ma la versione inglese dice qualcosa di fondamentale: che la gente, in questo film, è dura a morire. Ma dura dura, davvero tanto tanto, eh.
Saremmo portati a pensare che, quando un ragazzo col martello incontra un uomo col fucile, il primo debba soccombere. E può darsi che accada anche questo, ma, come dire, le cose si rivelano più difficili (e complicate) di così.
Certo non imprevedibili, ma nemmeno banali – e del resto anche in questo esordio con passaggi tarantiniani ciò che conta non è né la vicenda né il pulp o come si chiama in sé, ma la dolenzìa dell’anima russa.
Comunque la cosa più inquietante, e che ormai infesta i miei incubi, è che Andrei somiglia tanterrimo ad un mio conoscente O.o

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Shaun, vita da pecora: il film – Mark Burton, Richard Starzak
Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Will Becher, Richard Phelan

Ho conosciuto Shaun (dello stesso autore di Wallace & Gromit, Nick Park) attraverso gli episodi brevi mandati in onda in tv su uno dei canali dedicati ai cartoni.
Il primo film è carino, ma non paragonabile alla serie animata, mentre il secondo, oltre ad avere un tema (fantascientifico) ed una storia meglio sviluppati, ha anche un ritmo più accattivante ed una sceneggiatura più ricca – che include omaggi almeno a quattro colossi del genere: Incontri ravvicinati del terzo tipo, Arrival, E.T., 2001 Odissea nello spazio. L’alienino è teneroso ♡

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A lonely place to die – Julian Gilbey

Presentato come un horror, in realtà è un (buon) thriller che sa giocare sul filo dei generi. Melissa George e le Highlands scozzesi sono la ciliegina sulla torta di un’ottima sceneggiatura (scritta a quattro mani dal regista col fratello William).
Proprio per non sciuparne la scoperta spoilerandovela, vi dico soltanto che l’incipit vede cinque escursionisti accingersi ad una scalata importante, quando uno di loro sente una voce nel fitto del bosco. E seguendo quella voce finiranno trascinati in una caccia all’uomo: l’azione è ben congegnata e mai sopra le righe.

🎬

I film non commentati:
Jumanji, The next level – Jake Kasdan
Tutti i soldi del mondo – Ridley Scott
The accountant – Gavin O’ Connor

film (aprile 2020) – pt. II

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Ma che film horrendo mi hai fatto vedere?!

ESP, Fenomeni paranormali
– Colin Minahan e Stuart Ortiz (The Vicious Brothers);
62. ESP, Fenomeni paranormali II – John Poliquin

Il primo film l’avevo visto, il seguito per molto tempo non ho saputo esistesse. Di fatto, nulla di particolarmente nuovo o eccitante – a parte l’impressione lasciata dai “fantasmi dalla bocca larga” (espressione rispondente al vero ma che mi fa ridere, perché ripenso alla mia insegnante di tedesco delle superiori, rinominata “rana dalla bocca larga”. Povera). Le deformazioni fisiche, i gigantismi in particolare, fanno sempre il loro porco effetto…
… quanto al seguito, che certo non è un capolavoro, offre comunque un salto di qualità nella resa generale. Ha saputo dir tutto la recensione di MyMovies. Magari non originale, ma almeno con un impianto ed un senso – una versione povera di metacinema.

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La terra dell’abbastanza – Fratelli d’Innocenzo

Due amici, ancora studenti, girovagando con l’auto una notte investono un uomo comparso loro davanti all’improvviso, senza che potessero evitarlo.
Il fatto, inizialmente motivo di grande agitazione, rappresenterà per uno dei due l’occasione di entrare in contatto con una famiglia mafiosa della capitale, nella speranza di trarne un vantaggio economico che li porti a “svoltare”.
Ovviamente, le cose non andranno secondo i loro piani…
… bel film dai modi modesti e a tratti rarefatti. Calibrato ma tutt’altro che in tono minore.
Ci trovate Max Tortora e Luca Zingaretti in un cammeo, ma non guardate loro, guardate i ragazzi.

Le colline hanno gli occhi – Wes Craven

Ho visto per primo il remake di Alexander Aja, che imprevedibilmente m’era piaciuto: anche più di questo, che è sanguigno eppure meno impressionante – forse perché gli americani beneducati hanno questa vena di bestialità sotterranea, ma al giorno d’oggi la nascondono volutamente di più e meglio, creando un contrasto con i “selvaggi” più evidente?
In Aja c’è anche l’inserzione di un tema mancante in Craven, che ci cattura sempre ed è il mettere in mostra le falle e le brutture, o comunque gli scontri frontali, delle moderne famiglie. Forse non facendo scorrere il sangue letterale, ma scarnificandosi idealmente per bene.
I legami tra benzinaio e selvaggi sono espressi, anche se con riserbo, mentre noi oggi tendiamo ad essere molto più didascalici: questo è un punto in più per la versione del 1976.

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Come un gatto in tangenziale – Riccardo Milani

Il genere commedia usa proporre situazioni standard, se non drammatiche, e ribaltarle leggendole in tono farsesco. Invece questo film mi pare voglia apparecchiare un set completo di ironie facili sulle mancanze umane lasciando però trasparire, in modo più netto del solito, un tono serio. E’ un’operazione che mi convince molto più della commedia pura, ed a cui la Cortellesi non è nuova – sto pensando a Gli ultimi saranno ultimi, che pur con qualche sbavatura avevo trovato un film solido e dolceamaro al punto giusto.
In questo caso il motivo di fondo è lo “scontro di civiltà” tra burocrati di stanza nelle commissioni europee, altolocati, ricchi e idealisti, e d’altro canto burini rissosi, poveracci  che si dicono tali per colpa dei suddetti burocrati, più incattiviti che realisti: la “periferia”.
Bravi la Cortellesi, appunto, ed Albanese; ma anche il resto del cast funziona (che spasso le gemelle-shopping, Pamela e Sue Ellen). Sonia Bergamasco la adoro sempre. Finale di maniera ma senza esagerazioni, che ci sta tutto. Diamogli un 8 e ½.

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Un tipo (poco) rassicurante…

Game night (Indovina chi muore stasera?)
– John Francis Daley, Jonathan Goldstein

Fa-vo-lo-so. Senza mezzi termini, uno dei migliori film visti quest’anno finora.
Senza volerlo, subito dopo il precedente, ho visto questo che è un altro film dal tono ibrido: commedia certamente, ma definirlo tale è troppo poco – non perché la categoria commedia valga meno della drammatica, ma perché limitante.
Per una volta, non essermi rinfrescata la memoria delle recensioni che posso aver letto in anticipo è stato meglio, perché l’ignoranza totale di cosa avverrà è un fattore di godimento importante.
Si può dire che tutto ruota attorno ad una coppia di appassionati di giochi di società ed ai loro amici – più un vicino psicopatico tanto inquietante quanto sorprendente -, che organizzano regolari serate-gioco (da qui il titolo) a casa propria, finché una sera compare il fratello di lui a scombinare le carte e mettere sul tavolo una specie di “cena con delitto”; ma da questo punto in avanti tutto è sorpresa: che sia o meno una parodia, come si ipotizza ma anche subito si dubita qui, non è rilevante perché la vicenda, per altro serratissima, si regge benissimo da sé.
Commedia sì, dicevamo, ma anche altrettanto thriller, con punteggiatura romantica e momenti d’azione, colpi di scena a catena (e non scordate, dopo gli interi titoli di coda, un ultimo passaggio ulteriormente rivelatore).

Inside job – Charles Ferguson

Documentario sulla crisi del 2008 montato con brevi interviste ai protagonisti – per lo più negativi – dell’economia mondiale. Domande elementari e non aggirabili, insistite, sono lo strumento sufficiente a scardinare le menzogne e le giustificazioni dei figli di puttana, con nome e cognome, che dopo aver immiserito milioni di persone (quando non le hanno portate al suicidio) in maggioranza non solo non hanno perso il posto, ma spesso sono stati promossi a cariche ancora più prestigiose – da presidenti democratici non meno che dai conservatori.
Non stupisce, ma atterrisce, la serenità con cui riescono a negare di aver fatto danno scientemente, o di pentirsi. Nemmeno tentano di scusarsi per errori minori e meno gravi, reali o no, come il non aver fatto bene i conti o essere stati presuntuosi: no, non c’è nulla che non vada, per loro.
Sicuramente il migliore lungometraggio non-fiction visto in proposito; privo di banalità.

White noise (Non ascoltate) – Geoffrey Sax

Micheal Keaton in versione allocco cerca un contatto con la moglie defunta attraverso l’elettronica. Stanotte ci provo anch’io – al massimo registrerò me stessa se parlo nel sonno, il che è altrettanto affascinante -, ma intanto lasciatemi dire che il bello di questa fissazione fantasmatica sta nelle meraviglie del nostro passato tecnologico: videoregistratori ed audiocassette, telefonini GSM, e persino televisori col tubo catodico! ❤
Il film è del 2005 e l’avevo già visto, ma non ne ricordavo davvero nulla (il che, onestamente, non è strano vista la banalità: in pratica non offre altro che jump scare sonori). Il “fenomeno” però è intrigante, e poi mi mancava il seguito, perciò è scattato il rewatch.

White noise 2 (The light) – Patrick Lussier

Dagli EVP alle NDE, con premonizioni e possessioni demoniache: ha davvero senso?
E’ comunque un piacere (ri)vedere un Nathan Fillion ante-Castle, anche se più tontolone.
Bocciati i tentativi di accattivare lo spettatore con citazioni “alte”: dire ad uno scampato alla morte, attualmente in terapia intensiva, che il tuo film preferito è Frankenstein, non è carino. E questo dopo avergli annunciato che verrà seguito dal dottor Karras…!
Bizzarro, meno palloso del primo ma con musiche da latte alle ginocchia e una resa del tunnel verso l’aldilà da fumetto: nulla da aggiungere ad un disco con le meraviglie terrestri da inviare nello spazio ad incrociare ipotetiche forme di vita, ma almeno, proprio come il protagonista Abe, ho aggiunto una discutibile tacca alla mia collezione di vite salvate film da recuperare!

film (aprile 2020) – pt. I

Obbligo o verità – Jeff Wadlow

Horrorino senza infamia né lode, che mostra la volontà di rimaneggiare un soggetto fuori dai canoni classici e riesce, se non altro, a fare di quei canoni un melting-pot caruccio.
Concetto e sviluppo sono adolescenziali, ma di un adolescenziale ben pensato, non dipingono insomma di quell’età soltanto gli sviamenti e l’ingenuità pecoresca.
E’ un titolo che avevo a suo tempo pescato in un elencone online di genere, e la recensione con giudizio da medio a buono è stata più che sufficiente per convincermi, dato che questo gioco (un gioco in realtà molto serio, per adulti con le palle ed il pelo sullo stomaco…) l’ho sempre adorato.
Cercando altre info, ho persino scoperto una versione online che consente di indicare il numero ed il nome delle persone coinvolte e di scegliere ad ogni turno se effettuare l’obbligo o rivelare una verità, appunto; ma non ve lo linko perché l’ho testato ed è abbastanza noioso, ripetitivo.
Ad ogni modo, se ve lo state chiedendo, io ho sempre scelto verità.

Anime nere – Francesco Munzi

Bellissima pellicola che racconta la ‘ndrangheta in toni insolitamente dimessi, ma certo non per questo meno cruenti.
L’ho scelta per via di Peppino Mazzotta, che sa destreggiarsi bene nei panni di un calabrese ripulito e trapiantato a Milano ma pur sempre legato alla sua terra (parafrasando un noto modo di dire: puoi togliere un calabrese dalla ‘ndrangheta, ma non puoi togliere la ‘ndrangheta da un calabrese), quanto in quelli dell’onesto e affidabile collega di Montalbano.
L’ho poi amata per tutto il resto, in particolare per la fotografia perfetta e la vitalità ed espressività dei volti degli attori, principali e non.
E sì, anche perché mi sono riconosciuta in quella frase lapidaria e piena di verità non esprimibili in modo più dettagliato pena svilirle della moglie di Rocco (Mazzotta), milanese di nascita: Noi non siamo come voi. Io sono diversa. C’è un abisso che ci divide, nord e sud, e non ha nulla a che fare con la politica.

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L’ultima casa a sinistra – Wes Craven

Non finisce bene per nessuno, ma l’atmosfera (e pure la fotografia, oserei dire) innegabilmente anni ’70 vanno a creare, involontariamente, un contrasto tra violenza e commedia a mio parere riuscitissimo.
Leggo che è il primo film girato da Craven, dopo aver lavorato qualche anno nel porno. Leggo anche che questo titolo sarebbe un remake de La fontana della vergine di Bergman, che non conosco.
Pur essendo stato tagliato e pur mostrando una violenza fisica della quale oggi rideremmo, mi è parso un film piuttosto spaventoso. In parte perché, limitatamente alla mia immaginazione, l’ho visto con gli occhi di chi l’ha visto in sala allora, con un impatto ben diverso; in parte perché la violenza inscenata ha poco a che fare con stupri e coltelli. E’ la violenza morale a colpire e restare, non quella carnale.
Wikipedia riporta anche che il Krug della pellicola è stato un prototipo del ben più noto Freddy Krueger, come testimonia il nome.

Hereditary – Ari Aster

Un titolo bestiale. Non solo per la raffinatezza della tortura e dell’angoscia che infligge, ma anche perché, in crescendo con il coinvolgimento dell’intera famiglia protagonista nel delirio, tutti noi abbiamo di certo sentito un sordo battere di tamburi in lontananza.
Potrebbe essere l’eredità di una pratica tribale umanissima e sferzante, con i suoi sacrifici cruenti e le adorazioni blasfeme, l’esito allucinatorio di una tara genetica, ma potrebbe essere anche il suono del cuore pulsante di un dio cieco e idiota che urla oscenità al centro dell’universo.
La chiarificazione finale, che pure c’è ma non geometrica e puntuale come siamo usi aspettarci, lascia aperta la porta ad entrambe le nature dello scatenarsi del male.
Ed il profondo coinvolgimento che suscita tutto quanto, oltre ad un paio di scene pesanti, ne consiglia la visione in un momento adatto: forse non si può arrivarci davvero preparati, ma almeno non prendetelo alla leggera.
Letture di accompagnamento:
le parole di Lucia – senza spoiler – e quelle di Ornella – con spoiler.

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Toni Collette nel film Cecilia quando s’incazza

Borg vs. Mc Enroe – Janus Metz

Sì, di storie di campioni sportivi l’America ne ha sfornate milioni, e per uno spettatore non particolarmente appassionato ognuna di esse rappresenta il rischio di una morte per sopraggiunti limiti alla noia sopportabile.
Il film di Metz può costituire un’eccezione (per me lo è stata), in minima parte grazie alla specialità di cui si interessa – il tennis mi pare poco o punto “praticato” al cinema, voglio dire nei biopic -, in massima parte perché descrive, un colpo dopo l’altro, i due uomini dietro alla loro immagine pubblica (molto simili fra loro tanto da diventare poi, oltre il confine della pellicola, grandi amici; e per una volta si percepisce questa tesa vicinanza e questa svolta futura come un’onesta realtà anziché un espediente narrativo che la semplifica troppo).
Bravi LaBeouf e soprattutto Skarsgard.
La recensione su MyMovies.

Candyman – Bernard Rose

Parte del recuperone di vecchi horror, Candyman è un titolo che ancora mi mancava ma che è sempre suonato familiare al mio orecchio, ricordo persino le innumeri volte in cui da piccola passavo davanti alla VHS disponibile per il noleggio nella nostra videoteca di fiducia – e che non ho mai avuto il coraggio di portarmi a casa -, insieme ad Hellraiser e ad un sacco d’altri assassini più e meno seriali e molto soprannaturali.
Ciò che invece non ricordavo (o non ho mai saputo) è che il protagonista (al pari della bionda ricercatrice etnografica, Virginia Madsen) è un negrone a me noto ed affascinantissimo, di un’eleganza che non sfigurerebbe ancor oggi se solo gli levassimo il colletto di pelliccia: Tony Todd.

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Tra la leggenda dell’assassinio di un nero che aveva sfidato le convenzioni sociali, l’ambientazione divisa tra un upper side ed un caseggiato di cellette popolari, ed il contrasto marcato bianchi-neri / maschi-femmine, di materiale politico (pur senza avere chissà quale approfondimento) ce n’è.
Nella sua relativa semplicità, con quel tocco poetico e la splendida musica di Glass, vale la pena vederselo.

Il permesso: 48 ore fuori – Claudio Amendola

Non ricordo quale sia stato il primo film girato da Amendola, ma so che era una commedia. In quest’opera seconda invece va sul drammatico e, oltre a dirigere, interpreta uno dei quattro detenuti in permesso, Luigi, che vanno a fare i conti con la vita lasciata in qualsiasi posto si possa chiamare casa.
Nessuno di loro troverà ciò che sperava – per qualcuno, però, potrebbe esserci persino di meglio ad attenderlo.
Una pellicola più che discreta, con un Luca Argentero che spicca, come mai immaginavo potesse.

47 metri – Johannes Roberts

Anche di horror subacquei con squali l’universo sovrabbonda, ma di questo avevo letto buone recensioni e posso aggiungerci la mia.
La storia: due sorelle, una più spigliata ed una più squadrata, per altro appena lasciata dal fidanzato, sono in vacanza in Messico. Una sera conoscono un paio di ragazzi a malapena carini. La spigliata, per dare una svolta all’umore della squadrata, la trascina riluttante a fare un’immersione non autorizzata chiusa in una gabbia, per vedere gli squali a pochi centimetri. La squadrata non avrà abbastanza carattere per opporsi, e tutto andrà malamente in vacca – ma lasciandovi credere, a ogni passaggio, che forse le cose riusciranno ancora a risolversi.
Chi vive, chi muore e chi scantona non ve lo rivelo, ovviamente; basti dire che la semplicità del soggetto non affossa, ma anzi lascia libero spazio (un oceano di spazio) alla suspence ed amplifica le note emotive. Bello, credibile (per quanto ne posso capire) e toccante.

Green room – Jeremy Saulnier

Cacchio!
Sam Simon (se non erro) l’ha definito un cazzotto nello stomaco (ed io ho chiosato: se è un cazzotto nello stomaco, allora ha qualcosa da dire). Così è stato.
A differenza di Cassidy (qui la sua recensione sulla Bara) non ho mai ascoltato né apprezzato il punk, per cui può darsi che mi sia sfuggito qualche riferimento (poco male) e che sia strano solo per me che – così comincia la storia – una band punk accetti, seppure al verde come la stanza del titolo (è così chiamata la stanza-camerino di preparazione e decompressione pre- e post-concerto), di suonare in un locale di naziskin. Non è che siccome gli skinhead son tanto di sinistra quanto di destra mescolarli ed agitarli produce un cocktail da sballo… magari la gente lo fa, ma io avrei evitato.
Comunque, sta di fatto che la band ci va. Fa un po’ di casino all’inizio, ma poi raddrizza il tiro e sembra che la serata debba filare tutto sommato liscia. Almeno finché, rientrando nella green room, non si trova davanti uno spettacolo inatteso e per nulla musicale: il cadavere di una ragazza accoltellata per terra.
Se in un contesto qualsiasi la cosa sarebbe di per sé problematica, in un contesto fondamentalmente chiuso e semi-sommerso come quello della destra estrema diventa la molla che fa scattare un ben oliato meccanismo, un protocollo non scritto di rimozione del pericolo ed insabbiamento. Tra cani, coltelli, pistole e fucili, blandizie e minacce, uscirne fuori non sarà banale.
La tensione non manca, la violenza c’è anche se moderata, ed anche per questo mi trovo piuttosto d’accordo con Cinema Estremo (qui) e col giudizio complessivo che dà sul film; tuttavia è bene ricordare che non è la quantità di sangue a determinare lo spavento (possiamo ben collocarlo anche nell’horror) o la repulsione – il famoso cazzotto nello stomaco.
A me Green room è arrivato forte e chiaro, e per la prima volta da mesi mi son trovata a ripensare a quando ho allertato diversi amici condividendo un paio di confronti avuti con gente di CasaPound, passi falsi che sentivo potevano mettermi a rischio se non proprio in pericolo. Non che mi aspettassi nulla di davvero grave, ma di abbastanza serio da guardarmi le spalle per un po’ sì. Tanto che sono arrivata a giocare di diplomazia, per non dire a scacchi, tra Cp, Fn e un libero battitore ben inserito in Cp e rispettato dai capi ma anche utilmente anticonformista, perché mi prendesse indirettamente sotto la propria ala. Uno sbattimento. Che sarebbe stato una sciocchezza per un’anima politica abituata ai maneggi tra pubbliche e private relazioni, ma io un’anima politica e machiavellica non ce l’ho mai avuta e tanto m’è bastato, già con un piede fuori dalla porta.
Insomma, mi è salito il brividino e dunque il film il suo cazzo di lavoro l’ha fatto.
E’ bello e terribile vedersi sullo schermo, e fate conto che sono abbastanza eclettica da impersonare contemporaneamente la mora ammazzata e la bionda ribelle.

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Pet Sematary (1989) – Mary Lambert
Pet Sematary (2019) – Kevin Kölsch, Dennis Widmyer

Un’accoppiata vincente che non potevo farmi mancare, dopo aver finalmente letto il romanzo lo scorso anno. E, incredibile a dirsi, il confronto libro-film non è stato sofferto come al solito, ma soltanto uno strumento in più per ragionarci su.
Parrà strano a qualcuno, ma per me vedermi la combo di questa storia macabra e che finisce malerrimo (con King non è certo scontato) a Pasqua è stata una scelta azzeccata. Parliamo, dopotutto, di morti che tornano in vita, anche se non si tratta proprio di una risurrezione evangelica in un corpo glorioso, bensì di ritorno zombesco col corpo a brandelli, puzzoso e incrostato di terriccio… al ritmo dei Ramones.
(Chi non alza il volume a palla e non balla, va a letto senza cena nella stalla).

Se la versione dell’89 – con cammeo di King nel ruolo del predicatore al funerale – ha una sua atmosfera suggestiva impareggiabile, ho trovato che la versione del 2019 fosse meno disastrosa di com’è stata dipinta. Certo, c’è da precisare bene che, se il primo terzo della pellicola è molto buono, il secondo terzo è ancora buono ma già più standard, ed infine il restante terzo tracolla.
Tutto sommato, le idee sono buone e la storia ben attualizzata, con qualche modifica interessante (il figlio perduto è, in questo caso, una figlia), ma quelle stesse modifiche sembrano essere state sollevate e poi abbandonate a metà, non portate davvero fino in fondo.
E se i dialoghi sono più approfonditi e le situazioni nutrite di dettagli utili – mentre nell’originale tutta la sceneggiatura è più grossolana -, viceversa l’afflato emotivo, la mia partecipazione da spettatrice al lutto, alla brama per un potere pericoloso ma attraente, alla nostalgia ed al rimpianto sono venuti affievolendosi mentre il minutaggio cresceva. L’attacco era proprio buono, mi sono sfregata le mani, ma poi dell’abisso di dolore per la scomparsa di un figlio, della lucida follia di chi non riesce a tollerarla, ma pure della  potentissima vicenda collaterale di Rachel e Zelda e del senso di come tutto sia connesso e preordinato, poco rimane. Alla fine si sconfina in un brodo di coltura di stilemi horror mal connessi tra loro.
Non c’è quasi evoluzione nel personaggio di Louis Creed, ed avrei voluto fosse data una certa importanza – come nell’89 – a Victor Pascow.
In generale, comunque, è un film godibile persino per una purista come me. Non è poco.

La casa nera (The people under the stairs) – Wes Craven

Titolazione italiana insensata per un horror d’annata movimentato, grottesco e divertente; e se una vena di denuncia sociale c’è, mi pare assai più funzionale al gusto di far casino – Alice, hai mai visto un fratello prima d’ora? – che non un segno di pretenziosità e messaggi alti.
Non ci sono del resto messaggi morali nascosti, si allude alla differenza sociale e razziale, al rifiuto di una progenie “difettosa” o semplicemente imperfetta, alla promiscuità sessuale e all’incesto in maniera diretta e brutale, perché brutali sono i proprietari immobiliari dell’edificio in cui Matto vive, e nella cui abitazione fatta di salvifiche intercapedini dovrà sopravvivere.
Se accettiamo Blatta come Bianconiglio alternativo, l’accostamento ad Alice nel paese delle meraviglie non è ingiustificato.

Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti

L’ho pescato da non so più quale elenco trovato in giro, perché ne avevo letto un commento positivo: mi sono fidata, ma non mi aspettavo nulla più di un filmetto carino. E lo ammetto, in questo gioca anche un filo di pregiudizio cinematografico anti-italiano – quando si punta molto in alto, il tonfo è più pesante.
Invece già ad un terzo di pellicola (si fa per dire) mi son trovata conquistata, ad un certo punto ho addirittura sussurrato capolavoro. Lo sussurro anche adesso, perché non ho il fisique du role della spettatrice sicura di sé e dalle idee sempre chiare; comunque a distanza di giorni il mio giudizio ancora non è cambiato – ed anzi non mi dispiacerà rivederlo, anche a breve, con qualcuno.
Persino la produzione, ho controllato, non è condivisa con gli USA nonostante si faccia uso abbondante di personaggi e riferimenti americani. La ZenZero Productions s.r.l. è italiana, ad ogni modo nella pagina dedicata sul sito del regista (Marco Filiberti) i crediti vanno ad Italia e Francia.

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E’ stata in particolare la presenza di Gassmann a farmi aggrottare la fronte: niente contro di lui, ma dopo l’orrenda esperienza de Il nome del figlio della Archibugi mi ha lasciato un riflesso condizionato, e mo’ lo associo all’idea di remake-ciofeca. Me spiasce, Ale, ma pure tu lo dovevi sapere che era ‘na cazzata rifare alla maccheroni Le prenom (Cena tra amici). Eddai, su.
Ad essere onesti, svolge bene il proprio ruolo, che però purtroppo per lui (gli ho visto far ben di meglio) è quello eterno di adolescente cazzaro troppo cresciuto per comportarsi da adolescente cazzaro. Più o meno.
Per il resto, c’è da godersi le brave Michela Cescon e Maria de Medeiros (disgraziatamente, dall’espressione intensa ma unica: quella malinconica e vittimale), un Thiago Alves sicuramente adeguato (ma soprattutto bono, diciamolo, e ben gestito da Filiberti), e soprattutto quel Massimo Poggio che io ho conosciuto attraverso la seconda stagione di Che Dio ci aiuti!, e che qui spacca tutto. Ma tutto tutto.

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La vicenda ruota attorno a due coppie: quella di Diego (Gassmann) e Shary (Cescon), che stanno insieme sì, ma in maniera alquanto allentata e spesso fisicamente distante (questo vale anche per David, loro figlio, residente in America); e quella formata da Matteo (Poggio) e Francesca (de Medeiros), con una figlia piccola, solida e fin troppo placida.
A smuovere le calme acque della vacanza al mare dei quattro amici arriveranno in visita prima di tutto Leonard (Christo Jivkov), fratello di Shary, solitario e sempre pronto a ripartire, con un segreto nascosto dietro la perenne aria di rimpianto di un amore che non c’è più; e poi – vero fulcro degli eventi – David (Thyago Alves), figlio di Shary e Diego e dunque nipote di Leonard.
David a sua volta solitario, vagamente indolente, in quanto modello accerchiato da stuoli di ragazze acerbe più di lui che lo venerano. Ma, anche, David che cerca una libertà a cui non sa quale forma dare, che vorrebbe scrollarsi di dosso una cappa di omertà, di oppressione: una cappa che non grava sul segreto, quasi di Pulcinella, della sua omosessualità ma piuttosto su – io credo – un episodio che lo lega allo zio Leonard in un modo nemmeno immaginabile all’inizio.

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Ma forse pare inimmaginabile solo a me che non conosco affatto la storia di Tristano e Isotta (mentre Filiberti è anche cantante lirico): l’incipit del film ritrae infatti le due coppie succitate insieme alla rappresentazione dell’opera a teatro, in una sorta di ironica natura viva che parrebbe ancora emergere dal fondale di una normalissima commedia all’italiana.
E’ solo in seguito che i toni si fanno più critici, drammatici, carichi di non detti, e scopriamo che avremmo dovuto essere più cauti ed attenti, prendere quelle note tragiche di sfondo ai dialoghi dei quattro amici per quel che erano veramente: un avvertimento.
L’attrazione tra Matteo e David, infatti – reciproca ma sicuramente, da parte dell’adulto, più subìta e sofferta nel tentativo di arginare lo sconvolgimento passionale, che sottilmente agìta e disinibita come nel caso del ragazzo – porterà ad una conseguenza dolorosa e, peggio, lascerà aleggiare nell’explicit un’aria di predestinazione, di ineluttabilità, di lutto irrevocabile chiamato a gran voce dall’eros.
Da una banale sbirciatina a David che si fa la doccia, giochi di sguardi, un giro in vespa insieme durante il quale Matteo reclina la testa sulla schiena dell’altro e stringe le gambe attorno alle sue nel primo segnale limpido di interessamento… passando per la scena della masturbazione di David sulle note di Maledetta primavera, che in qualunque altro contesto suonerebbe (aha) improbabile e grottesca e risulta qui invece, semplicemente, splendida. Carica di tensione erotica ma anche di candore estetico. Fino alla conclusione agognata e disperata insieme.

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Espongo dunque la mia piccola teoria, avvertendo chi voglia vedere il film che farò un grosso spoiler.

— spoiler —

Matteo si strappa dai propri sussulti (morali?), cede agli impulsi e scopre di non essersi illuso: Davide lo stava aspettando. Mentre però, al termine di tanti inseguimenti, consumano la passione vengono trovati insieme da Francesca, che vedendo il marito cavalcare un uomo e capendo tutto d’un colpo la ragione della sua recente ombrosità scappa, in preda allo sconvolgimento.
Matteo sta ancora scendendo le scale di corsa quando sente il rumore di una brusca frenata ed un botto. Anche Davide lo sente, e nonostante Matteo gli avesse coperto gli occhi alla comparsa della moglie sulla porta, pochi istanti dopo capisce. E allo spettatore è subito evidente che in lui non c’è imbarazzo, né c’è dispiacere per l’essere stato còlto in flagrante a fare di un uomo sposato il suo amante; c’è piuttosto una consapevolezza tragica, di nuovo, come di una Cassandra che non porta sventura ma può solo calcare la scena recitando la propria parte pur conoscendo già i nefasti esiti del copione.
In altre parole, secondo me al momento dell’incidente di Francesca Davide piange perché si porta inscritto dentro un destino negativo che s’è compiuto ancora una volta: perché questa non è che la ripetizione di un fatto precedente, quello per cui suo zio Leonard ora si tormenta. La donna che Leonard rimpiange, io credo, l’aveva a sua volta trovato insieme a David, e il dubbio che Shary insinua sulla sua morte (alludendo all’idea che non si sia trattato realmente di un suicidio) si spiegherebbe con un incidente, d’auto o d’altro genere, fatale ma non voluto, non cercato, in cui la donna sarebbe incappata mentre s’allontanava angosciata dalla propria scoperta.
Come atti e personaggi di una tragedia greca, appunto; nella quale David ha il ruolo di  una Circe.
Ma non c’è modo di sciogliere la malìa, né per Leonard né per Matteo, che del resto qualunque mossa facciano in futuro ne hanno già avuto la vita segnata.

— fine spoiler —

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A conclusione di questo lungo racconto, non posso che dirmi nuovamente entusiasta per la resa della sceneggiatura, interamente opera del regista, e per quella attoriale (la quale include anche una particina per Piera degli Esposti).
Leggo che all’uscita (2010) fu distribuito in sole 14 sale italiane.
Lo consiglio vivamente, e quanto a me lo metto in lista per una futura (re)visione.
Trovate qui un’intervista a Filiberti.

Film .13: A tempo pieno, Laurent Cantet

Un uomo perde il lavoro, e non riuscendo a “riciclarsi” o forse non volendo, finisce per costruire un’elaborata menzogna: un nuovo incarico presso l’Onu a Ginevra, entrate fisse e sostanziose, benefit che gli consentono, fra l’altro, di ottenere interessi sugli investimenti molto vantaggiosi – altro fumo grazie al quale, per mantenere la farsa, arriverà a truffare parenti ed amici sottraendo loro i risparmi.
Fino al crollo del castello di carte.

Il Vincent di Cantet pare in tutto un gemello del Jean-Claude Romand di Carrére, destinato a mentire non per orgoglio ma per incapacità di adattamento. Il suo “Ho paura di deludere”, emblematico della personalità e della pellicola, esprime molto più di una crisi in ambito lavorativo, che pure viene descritta nei suoi effetti più devianti.
L’esito di questa fuga da se stesso sarà, fortunatamente e fortunosamente, diverso da quello assai tragico per che si ebbe nel caso di Romand. In bilico tra monito ed osservazione rassegnata della realtà, questo è un film con qualcosa da dire, ed anche una ruvida carezza ai deboli di ogni sorta.

Carnet (Giugno 2019)

Siccome il sistema usato sin qui per indicare i libri ed i film migliori del mese non mi convince più tanto, provo stavolta a differenziare:
con la stelletta 🌟 ho contrassegnato quelli (a mio parere, s’intende) di particolare qualità e di un certo livello, che ho apprezzato per i più svariati motivi;
col cuore ❤ ho contrassegnato invece quelli che mi hanno personalmente conquistato o che, comunque, mi han lasciato qualcosa a livello intimo. Insomma, quelli che mi fanno battere il cuore, per l’appunto – in 99 casi su 100 vantano anche evidenti pregi, certo,  ma occasionalmente possono pure non vantarne nessuno: ai propri “figli” si vuole bene anche quando son brutti come la fame.

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[libri letti]
60. In fondo al laboratorio a sinistra, Curiosità e bizzarrie della scienza
– Edouard Launet

61. Parli sempre di soldi!Hans Magnus Enzensberger
🌟 62. L’avversario – Emmanuel Carrère
* La vita istruzioni per l’uso – Georges Perec [interrotto]
Dopo Le cose, che mi aveva convinta, questo secondo approccio con l’autore è risultato indigesto. Non voglio dire deludente: sarei ingiusta, dal momento che ho sopportato solo poche pagine prima di chiudere. Ma lo stile descrittivo – letteralmente – di Perec, se ha una sua ragion d’essere e snellisce un romanzo già snello, richiede invece uno sforzo epico quando trasuda da centinaia di pagine, fatte per altro di storie fittamente dettagliate e tra loro intersecate.
Non ho più tempo da “perdere” dietro a testi meno che importanti e al contempo accessibili, sicuramente non ho più nemmeno l’età delle sperimentazioni “a perdere”. Peccato, però, che l’idea che me n’ero fatta si discosti così tanto dalla realtà: inseguo questo libro in effetti dal 2016, anno in cui lo stava leggendo la figlia di un buon amico al mare, dove li avevo raggiunti. Non mi riesce di capire, e forse distinguere non è neppure la miglior cosa, se sia il racconto delle vicende degli inquilini di un palazzo, o le vicende stesse, a pesarmi.
Lo spiega certamente meglio Ferdinando Amigoni, nelle note ad un altro suo libro (elencato sotto): […] come Percival Bartlebooth, il protagonista de La vita istruzioni per l’uso, scoprirà a sue spese, l’illimitata manipolazione di tessere di puzzle (o di parole, per l’oulipiano Perec) comporta il rischio di perdersi in labirinti tanto vasti e tortuosi quanto futili, e a lungo andare addirittura mortali.
63. La scala di ferro – Georges Simenon
64. I miei flop preferiti, E altre idee a disposizione delle generazioni future
– Hans Magnus Enzensberger
Anche Enzensberger è un autore che ci tenevo ad esplorare, ispirata da non ricordo quale considerazione su di lui e, in seguito, dalle quarte di copertina riportate sul sito interbibliotecario. Se il primo colpo è stato piacevole, ma non felice, questo secondo ne ricalca le orme: qualche spunto interessante, sì (in questo caso soprattutto nella seconda parte: quella dedicata a ipotetici progetti di scrittura, regia, teatro…, il che mi rammenta un bel taccuino, una raccolta di spunti narrativi per futuri racconti di Hawthorne che un tempo avevo), c’è qualche spunto interessante, dicevo, ma nulla più.
Un terzo libro è in arrivo, ma sarà l’ultimo tentativo di trovare una consonanza con del materiale così tiepido, timido.

65. 96 lezioni di felicità – Marie Kondo
D’accordo, il titolo è mieloso. La Kondo stessa, seppure marziale nel suo condurre gli allievi lungo il percorso di quel che lei chiama riordino, è apparentemente una cosetta dolcissima. Eppure, al netto di tutte le (tante) critiche ricevute – vuoi perché la sua gratitudine verso gli oggetti trascende in un panteismo che non ci è familiare, vuoi perché insiste sul verbo buttare (meno della Tatsumi, ma pur sempre troppo per la nostra sensibilità), e via dicendo – trovo che l’apprezzamento ricevuto around the world non si riduca alla sola moda, al fenomeno di costume ed all’esagerazione dei nostri entusiasmi post-moderni.
Non tutto ciò che è minimalismo è cosa buona, per quanto io senta che la mia parte nel gioco è di difenderlo da fraintendimenti e banalizzazioni – potendo, idealmente, di depotenziarlo come prodotto di massa sino a farlo ri-scomparire in una nicchia per coloro, pochi o tanti, che l’hanno seriamente adottato.
Resta comunque un must; un volumetto in equilibrio tra racconto appassionante (com’è più nello stile del primo libro, L’arte del riordino), e manuale d’uso pratico, guida ai perplessi desiderosi di svuotare, liberare, cambiare. E respirare.
66. La settimana bianca – Emmanuel Carrère
67. Si salvi chi vuole – Costanza Miriano
A proposito di monastero wi-fi, di monaci metropolitani e di salvezza che non conosce procedure d’infrazione. Lo stile della (fu?) giornalista lo si riconosce immediatamente, ed è come al solito frizzante, leggero ma molto chiaro e puntuale.
Personalmente poi càpita a fagiolo in un periodo in cui sto pensando a come poter concretizzare una vita ispirata al monachesimo, idea che inseguo da tempo; e dunque è un supporto in più.

❤ 68. Senza amare andare sul mare – Christian Pastore
660 pagine di puro godimento. Narrativa che conquista, ma senza pretese auliche. Un autore italiano, per altro, anche se il nome mi suggeriva un italo-americano – e questo lo si avverte nei dettagli, soprattutto lessicali -, ma di respiro internazionale (per altro al suo primo romanzo). Un autore nascosto, anche, di cui le poche righe sul risvolto non svelano nulla se non che già scriveva per la carta stampata. Un autore che si cala in tutti i suoi personaggi e si cela dietro decine di maschere diverse – e credibili: ogni volta in prima persona.
Un portfolio di personaggi in crociera – che però, sulla nave, ci sono arrivati non di propria volontà e senza serbare ricordo alcuno dell’avvenimento. Un diario da compilare ogni sera, ed un album contenente una sola fotografia, a vario titolo scomoda, per ciascuno dei malcapitati, più prigionieri che turisti su un mare e sotto un cielo immutabili e privi di guizzi di vita.
Un singolo capitolo per ciascun personaggio (in tutto 40), storie che si intersecano ma, per lo più, all’insaputa di chi ne è protagonista. Un mistero, quello della nave, di chi la governa e li ha voluti lì, tutti insieme; che sovrasta pagina per pagina quelli individuali (a volte piccoli, mai miserabili) che tormentano i convenuti.
Penserete ad un mattone ansiogeno, forse, invece no: è divertente. Molto. E scanzonato, per quanto possa esserlo un purgatorio privo di orizzonte temporale
Edit 1.07.19: l’ho appena notato: Pastore ha tradotto anche Storie della tua vita, di Ted Chiang. Da uno dei racconti di questa raccolta è stato tratto Arrival, che ho appena visto. Ne scriverò, se il cuore mi regge.
69. La bottega oscura – Georges Perec
Una raccolta di sogni (due parole qui) corredata da bellissime note esplicative “che identificano persone, avvenimenti e cose della vita diurna”, ma anche che danno una lettura psicanalitica di tratti caratteristici dello scrittore – di Ferdinando Amigoni.
🌟 70. Costruire, Le storie nascoste dietro le architetture – Roma Agrawal
Il racconto sintetico, interessante e condotto da un’ingegnera strutturale, di come siano nate le odierne architetture civili – con esempi che si rifanno alle sue proprie opere e svariati aneddoti, purtroppo per forza di cose spesso tragici: come quello delle Twin Towers che specifica un problema banale ma dalle conseguenze gravi, e che ignoravo.
I contenuti sono seri, ma l’esposizione morbida: ho immaginato più volte, anziché di stare leggendo un testo, di trovarmi in una saletta da thé con il liquido ambrato che più amo e delle meringhe davanti, conversando con l’autrice; in compagnia.
Peccato però per i numerosi, e grossolani, errori trovati qua e là: fin dalle prime pagine mi son chiesta se i correttori di bozze della Bollati Boringhieri siano usualmente ubriachi, o se magari li abbiano licenziati; perché certi paragrafi sembrano essere appena stati battuti al pc e non dico non essere stati rivisti, ma nemmeno riletti.
71. Il silenzio – Erling Kagge
72. Camminare – Erling Kagge
73. Per non morire di televisione – Hans Magnus Enzensberger

Attualissimo. Finalmente dei testi suoi (si tratta di una raccolta di articoli) che non mi lasciano insoddisfatta. Interessante anche la piccola polemica, nella quale entra verso le ultime pagine, con McLuhan.
74. Mi ricordo – Georges Perec
🌟 75. Tumulto – Hans Magnus Enzensberger
Un altro centro, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi. E’ il resoconto dei viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del suo coinvolgimento nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.
A proposito di Est, ne approfitto per consigliare 
Nostalgistan, un libro di Tino Mantarro (intervistato qui dalla blogger Claudia), conquistato dall’estetica dello sfascio.
76. Orizzonti selvaggi – Carlo Calenda

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[film visti]
* La felicità è un sistema complesso – Gianni Zanasi [bloccato a metà]
Ebbasta. Avevo visto un suo film, poco convincente, ci ho riprovato e – almeno finché il disco non s’è impallato – l’ho trovato nuovamente strano, irrisolto, lento. Grazie lo stesso signor Zanasi, noi però abbiamo chiuso.
59. Haunting (Presenze) – Jan de Bont
60. Piano 17 – Manetti Bros. [vedi anche da qui in giù]
61. I segreti di Osage County – John Wells
Incasellato nel genere commedia, è in realtà un drammone da far tremare i polsi, e permette alla Streep ed alla Roberts (quanto mi piace la Roberts in ruoli drammatici da stronza) di rifulgere: per una volta si può dire che il film sia costruito attorno a, e funzionale agli, attori – non dimentichiamo che nasce come rappresentazione teatrale -, anziché essere gli attori a sostenere con la loro più o meno spiccata bravura le sorti di una trama. No happy ending, let’s party!
🌟 62. Il ministro, L’esercizio dello stato – Pierre Schoeller
Cinico, ma qui il cinismo assume il sentore polveroso della burocrazia e del potere stantìo.
Una condanna della politica, con i suoi inganni e le sue strategie, vuota di cuore, che grazie al cielo s’allontana dalla verve sfavillante di certe pellicole nostrane dell’ultimo decennio e lascia che la forma resti torbida quanto il contenuto. O per lo meno, senza paillettes.
Dal Morandini:
“Lo Stato divora coloro che lo servono” è la tesi centrale del 2° LM di Schoeller che l’ha anche scritto. 3 premi César 2012 per sceneggiatura, attore non protagonista e suono (Olivier Hespel) e Fipresci della Critica Internazionale a Cannes. La tesi è annunciata nella sequenza onirica e metaforica iniziale: una bella donna nuda entra nelle fauci di un coccodrillo immobile. Il potere dello Stato divora, logora, fa soffrire chi ce l’ha, come il ministro dei Trasporti e il suo capo di gabinetto.
Bertrand Saint-Jean è un personaggio complesso la cui umanità si mescola al cinismo: il suo dolore commosso per i 13 bambini precipitati in un burrone non gli impedisce di mettersi una cravatta più consona alla situazione o, ubriaco, di litigare con la vedova di Kuypers, disoccupato assunto come autista. Con poche eccezioni, il cast degli attori, sconosciuti in Italia, è diretto in modo impeccabile.

63. Smetto quando voglio, Masterclass – Sydney Sibilia
🌟 64. Lo straniero – Orson Welles
65. Paranormal activity – Tod Williams
La scelta di mettere al centro un’intera famiglia anziché una coppia mi era parsa promettere bene, e per un po’ ha funzionato, ma più trascorrevano i minuti più l’intreccio si rivelava frammentario. “No buono” (cit.).
66. Le mele di Adamo – Anders Thomas Jensen [qui il film su RaiPlay]
Memorabile, tra i miei preferiti in assoluto. Commedia nera e grottesco, cinismo e vitalità si tengono per mano senza fare una piega. E se Mikkelsen è un mostro, l’interprete di Adam non lo trovo da meno. La violenza non viene edulcorata, ma neppure un lieto fine classico ed un’esaltazione ottimista e positiva della fede sono contemplati: ogni cosa è un pugno nello stomaco, persino i momenti più confortanti. La verità vi renderà liberi – ma non è mai stato detto che tale processo sarebbe stato incruento.
67. Viaggio in Italia (Una favola vera) – Paolo Genovese, Luca Miniero
68. La bella gente – Ivano de Matteo
Un autore che amo sempre di più (sono pronta a perdonargli I nostri figli, remake fastidiosamente di maniera, per avermi offerto questo). Se pensate che la protagonista sia la giovane prostituta Nadja, ripensateci: lo sguardo vi cadrà ineluttabilmente su chi le sta intorno, “la bella gente“, mentre lei assumerà il ruolo di perno della storia, di oggetto idolatrico-sacrificale e, soltanto in ultimo, di persona.
69. Smetto quando voglio, Ad honorem – Sydney Sibilia
Boom! Mi mancherai, Banda.
70. Mr. Brooks – Bruce A. Evans
Okay, il protagonista (assoluto) è un serial killer. Rappresentato però, bene o male, senza il canonico stampino: impossibile far indossare a Costner una maschera seriamente brutale, si opta dunque per un’alternanza tra abito elegante e tenuta chiccosa da “lavoro”, rigorosamente in nero.
Insolito, dal punto di vista (e dalle preoccupazioni) abbastanza originali; non fa certo gridare al capolavoro ma merita almeno un “bravo per averci provato”. Se proprio di mente criminale dobbiamo ogni giorno sciropparci una dose, che sia almeno parlata, interrogata, e persino esteriorizzata nella persona fantasmatica di William Hurt.
71. Chef, La ricetta perfetta – Jon Favreau
72. La Casa – Fede Alvarez
Posto che non sono competente a giudicare in modo corretto la relazione tra questo remake-reboot-quellochepreferite e l’antico (…) classico di Raimi, il quale l’ha per altro sostenuto, né sono in grado di sconfessare quella che, per una che ama le parole (anche quando seducono per veicolare stronzate), rimane una recensione apprezzabile; posto questo ecco: io penso che ‘sto film sia ‘na Clamorosa Cazzata.
A prescindere, dal regista di Man in the dark mi aspettavo ben di più, possibilmente ancora di più: quello non doveva essere che l’inizio. 1 su 5 è troppo cattivo come voto?
73. Powder, Un incontro straordinario con un altro essere – Victor Salva
Un figlio nato mentre la madre moriva colpita da un fulmine, portatore di imprecisate anormalità e deformità, che ritroviamo anni dopo, segregato (o forse no? Non è chiaro) nella cantina dei nonni: e lì scopriamo che, semplicemente, è un albino. Cosa che di per sé sembra suscitare uno sgomento sproporzionato. Finché non scopriamo che, per farla breve e soprattutto chiara, Jeremy ha assorbito delle potenzialità fisiche dall’energia elettrica che ha attraversato il corpo della madre al momento del trapasso.
Non è malvagio da vedere, poveri noi, c’è di ben peggio. Tuttavia sposo in pieno quanto dice la scheda di MyMovies, che è la mia principale fonte di approvvigionamento per farmi un’idea veloce:
Sostenuto dall’intenzione di denunciare gli effetti dell’ignoranza e dalla intolleranza nella vita quotidiana, il film si risolve una parabola buonista a sfondo fantascientifico cadendo, talora, nella trappola di un pesante sentimentalismo”.
🌟 74. Lo stato contro Fritz Bauer – Lars Kraume
🌟 75. L’onda – Dennis Gansel
Vidi questo film la prima volta in università, durante una lezione di Sociologia (che Dio ci aiuti: dell’intero corso, probabilmente la cosa più utile). Basato su una storia vera, sulla quale però ancora non sono riuscita a reperire altro materiale; è perfettibile ma efficace nel trasmettere la plausibilità di un evento che raramente convince fino in fondo, ossia che oggi in Europa una nuova dittatura possa emergere.
76. The believer – Henry Bean
Come dalla storia di un tizio sballato come Burros possa aver preso forma, alla fine, una raffinatezza simile è mistero della fede: il legame ispirativo si limita, esilissimo, all’ossimoro chiave di ebreo-nazista ed al suo portato di ambivalenza, ma viene sviluppato da Bean (regista, sceneggiatore e cammeo nei panni di Ilio Manzetti) in maniera insuperabile – e lo intendo letteralmente.
In Gosling, a Canadian actor who started at twelve as a TV Mouseketeer alongside Britney Spears (…), Bean has found the perfect actor. Gosling gives a great, dare-anything performance that will be talked of for ages.
(Peter Travers su Rolling Stone, 19 Maggio 2001)
77. District 9 – Neill Blomkamp
🌟 78Dark night – Tim Sutton

Film .9: Lo straniero + Haunting

Lo straniero – Orson Welles

L’ispettore Wilson è incaricato di rintracciare e smascherare il criminale nazista Franz Kindler rifugiatosi negli Stati Uniti. I suoi sospetti si concentrano sull’apparentemente integerrimo prof. Rankin, stimato e tranquillo insegnante, fidanzato con la figlia di un giudice della Corte Suprema. Col procedere delle indagini, tutti gli indizi non fanno altro che trasformare i dubbi dell’ispettore in certezze.

Consigliato da Kasabake in questo commento da Wayne, mi ha ispirato e l’ho subito prenotato. E non me ne sono pentita: pur girato nello stile un po’ rapido dell’epoca, il film si prende il tempo di dire ciò che ha da dire, e pur seguendo un copione preciso, direi ottocentesco, nel far accadere tutto ciò che noi spettatori ci aspettiamo accada, non annoia e non banalizza.
Certamente il tema della caccia ai nazisti espatriati è in sé affascinante ma, volendo, in antitesi allo spirito positivo e democratico americano si sarebbero potute opporre diverse altre cose oltre al totalitarismo. Più semplicemente, la storia è un monito sull’ambiguità dell’animo umano (incarnata da Rankin / Kindler), ma anche sulla sua fragilità, innocenza (o ingenuità che veder si voglia nella passione che sua moglie Mary mette tanto nell’amore quanto nello sdegno).
Un’espressione facciale (per esempio quella di Welles nella scena dell’omicidio), un dettaglio simbolico (l’angelo dell’orologio che lo infilza con la spada), e simili minime cose sono sufficienti a dare un tono alla pellicola, per altro già caricata di intensità dall’ottima fotografia (sì, anche il bianco e nero ha bisogno di una buona fotografia).
Non lo definirei il film più importante della storia del cinema – sempre che sia possibile indicarne uno ed uno solo -, ma ne costituisce di certo un ottimo capitolo. E, lo confermo, vi si trova uno dei semi che hanno fatto poi di Hitchcock quel che tutti sappiamo (dalla forza tensiva generale ad immagini riprese e trasformate, come quella finale del campanile). Finché sarà possibile, copyright eccetera permettendo, lo trovate (integrale e con audio italiano) qui su YT.

Haunting (Presenze) – Jan de Bont

Da dimenticare.
Non solo non ha nulla a che vedere con il romanzo a cui si è ispirato (ma dovremmo dire: che ha saccheggiato per poi stravolgerlo) – L’incubo di Hill House di Shirley Jackson.
Ma anche, soprattutto, è emblematico di cosa significa avere le idee confuse: parte abbastanza bene, prendendosi (anche troppo) sul serio, e slitta col passare dei minuti in un melodramma insopportabile, che avrebbe avuto la sua ragion d’essere se si fosse voluta ottenere una parodia grottesca del genere.
E’ chiaro però che questa non era l’intenzione iniziale.
Il risultato è una toppata clamorosa.
E Catherine Zeta-Jones, paradossalmente, non si può guardare.

Carnet (Marzo 2019)

Idem come prima: un punto esclamativo precede il “best of” dell’elenco.

Libri letti:
27. Entro 48 ore, Un’esperienza di downshifting tecnologico – Giovanni Ziccardi
28. Internet, controllo e libertà: trasparenza, sorveglianza e segreto nell’era tecnologica – Giovanni Ziccardi
29. Il libro digitale dei morti: memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network – Giovanni Ziccardi
!30. Altre menti – Peter Godfrey-Smith
Adoro i cefalopodi. Adoro la neurobiologia. Occorre aggiungere altro?
(Se insistete, ecco: questo Godfrey-Smith sa il fatto suo. Si prende il suo tempo, un po’ come un sub che si lasci galleggiare in acqua, ma senza allentare la tensione e l’interesse per le conclusioni che ipotizza, senza tuttavia mai mettere un punto di troppo alle proprie affermazioni. Come un polpo, insomma, che allunga il tentacolo per tastare il curioso estraneo che lo sta osservando – ma poi lo ritrae, dignitoso e tutt’altro che impaurito.

!31. Cromorama – Riccardo Falcinelli
Tanta roba.
32. Lettore, vieni a casa – Maryanne Wolf
Palle, palle, palle; noia, noia. Un riassunto di Proust e il calamaro senza valide aggiunte, se non qualche considerazione pseudo-sociale di troppo. Se ne poteva fare a meno.
33. Penelope alla guerra – Oriana Fallaci
34. L’incubo di Hill House – Shirley Jackson
La Jackson ha stile. E questo me lo sono goduto. Ma mi aspettavo uno sviluppo ed una resa diversi: mi pare manchi solidità, non tanto nel testo quanto nell’idea di fondo. Il finale arriva, chiarificatore ma fino ad un certo punto, quasi fosse disallineato con lo spirito del racconto.

Film visti:
34. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni – Woody Allen
35. La vita di Adèle – Abdellatif Kerchiche
Nauseante; sia nell’insistenza sul sesso (che del resto è tristemente realistica), sia nella svagata e sfilacciata infelicità priva di una méta e di un indirizzo delle protagoniste.
!36. Il cielo sopra Berlino – Wim Wenders
Dio, ma chi me l’ha fatto fare di rivederlo? Forse un impulso masochista. Bello ma pesantissimo, come un castello antico che ti si sbriciola sulla testa.
37. Happy family – Gabriele Salvatores
Sconclusionato.
38. Ouija – Stiles White
Le peggio cose.
!39. The neon demon – Nicholas Winding Refn
WOAH!
!40. The conjuring – James Wan
Doppio WOAH!
@ Supersize me – Morgan Spurlock [documentario]
!41. Suspiria – Dario Argento
Non ho mai amato Argento, ma questo spacca. Mi è venuta voglia di vedermi il remake di Guadagnino, ma quando, oh quando mi riuscirà?
42. The conjuring 2, Il caso Enfield – James Wan
Ben fatto, ma non all’altezza del primo. Per una storia “globale” come questa, in cui tutto è detto al primo atto, la serialità sarebbe da evitare.
43. Sliding doors – Peter Howitt
44. River wild, Il fiume della paura – Curtis Hanson
45. Oscure presenze – Kevin Greutert
!46. Il diritto di uccidere – Gavin Hood
Sgancio il missile o non lo sgancio? Uccido una bambina o rischio che vengano uccisi bambini a centinaia? La solfa è sempre quella, ma la variazione sul tema a mio parere è riuscita ottimamente. E non lascia feriti sul terreno.
Detto questo, che gioia rivedere Rickman ogni volta che posso

!47. Arrietty e il mondo sotto il pavimento – Hayao Miyazaki
48. Il mio vicino Totoro – Hayao Miyazaki

Carnet (Febbraio 2019)

In ritardo vado a pubblicare le listine mensili che ho saltato.
I punti esclamativi stanno ad indicare i migliori libri e film: quelli che consiglierei e anche quelli – più rari – che, pur non essendo eccellenti, hanno avuto importanza per me.

Libri letti:
15. Lo sguardo e il gusto – Patrizia Traverso
!16. Ti mangio con gli occhi – Ferdinando Scianna
Viaggio dalla Sicilia e ritorno dopo aver toccato alcune tappe intorno al mondo. La cucina, i prodotti, il rapporto con il cibo visti, fotografati e commentati: peccato per le molte foto in formato ridotto, poco godibili.
!17. Il dilemma dell’onnivoro – Michael Pollan
Geniale, equilibrato e intrigante. Analisi della fattoria industriale, della poli- ed erbicoltura e della… caccia e raccolta comparate, apprezzate o dissacrate. Educativo, ma si legge come un romanzo d’avventura.
!18. La dignità ai tempi di internet – Jaron Lanier
!19. Proust e il calamaro – Maryanne Wolf
Confesso che non ho capito il nesso con Proust. Anche se da qualche parte se n’è parlato.
Il saggio, comunque, è lodevole.

20. Guida alle case più stregate del mondo – Francesco Dimitri
21. Case stregate – Alison Rattle, Allison Vale
Sì, lo so. Pensate che mi sia bevuta il cervello. E’ che, passione atavica per il paranormale a parte, tra le tante opzioni per la mia abitazione futura ci sta anche questa: vabbeh che non siamo in Corea, però magari pure qui una casetta infestata / dell’impiccato / maledetta a prezzo scontato si troverà…!
!22. Tienilo acceso – Vera Gheno, Bruno Mastroianni
23. La psicologia di internet – Patricia Wallace
24. La gioia del riordino in cucina – Roberta Schira
25. Vivi semplice vivi meglio – Philippe Lahille
Il sale della vita – Pietro Leemann [sfogliato velocemente]
Manfrina vegana di scarsissima qualità.
!26. Il filtro (The filter bubble) – Eli Pariser

Film visti:
22. Il quarto tipo – Olatunde Osunsanmi
!23. Crossing over – Wayne Kramer
24. The informant! – Steven Soderbergh
25. Il mistero del falco – John Huston
26. L’ultimo esorcismo – Daniel Stamm
27. Nessuno si salva da solo – Sergio Castellitto
!28. L’imperatore del Nord – Robert Aldrich
29. In memoria di me – Saverio Costanzo
Mi è difficile formulare un giudizio su questo film. Non posso dire di aver còlto con sicurezza tutto ciò che voleva dire, o almeno trasmettere: ad ogni modo, l’ho trovato interessante ma soffocato e soffocante. Un po’ troppo. Certo, l’atmosfera è voluta, ma alla fine, dove vuole andare a parare Costanzo? Boh.
!30. American hustle – David O. Russell
!31. Fratellanza (Brotherhood) – Nicolo Donato
A volersi informare, mi sa che di nazistoidi gay è pieno il mondo. La storia però non è troppo calcata, e suggerisce qualche domanda ovvia ma pesante, cui solitamente sfuggiamo. Inoltre gli attori fanno bene il loro dovere (del resto, hanno solo obbedito agli ordini…).
!32. Tomboy – Céline Sciamma
Nel gioco del tiro alla fune, in questo film (bello, mai noioso, nonostante la difficoltà della tematica), non vincono né i fan del gender né i loro oppositori. Può anche darsi che la regista sia schierata, e forse basterebbe una ricerchina per appurarlo: ma perché rovinarsi un prodotto riuscito?
33. 40 Carati (Man on a ledge) – Asger Leth