Si fa credito

Allora. Dicevo – scrivevo – ieri di una serie di seccature, tra le quali l’ultima e più potente me l’ha scaraventata addosso Tizio, pontificando stupidaggini e cattiverie (tant’è che ne ho scritto: voleva diventar pontefice, invece è finito a pulire i cessi ai Musei Vaticani. Metaforona, ovviamente).
Mo’ ascoltatemi, che seguo il filo delle mie incazzature personali ma devo pur dire una cosa importante per tutti.
Tizio ha sbracato. Io l’ho asfaltato e messo al bando, ossia in spam diretto (mi ci vedete, vero, col bastone nodoso levato in aria come Mosé, a ululare Sia anatema!?). E poi? E poi me lo ritrovo in mail – va detto che me l’aspettavo – a scusarsi come se avesse rotto il vaso cinese di mamma per caso, ed a piagnucolare con un’altra blogger che entrambi leggiamo che aveva fatto un casino.
Eh sì, l’hai fatto.
Ora. Spero di essere breve (ormai non lo prometto più) e non ulteriormente fraintesa, ma provo a spiegarmi comunque.

Tizio ha fatto, per motivi diversi, molto più danno di quell’altro, l’ex amico che ha fatto una sortita imprevista sul blog, poco piacevole ma certo non terribile.
Però l’ex amico non ha fatto mai una piega, né quando abbiamo rotto né ora. Tizio sì.
Per questo lo ritiro dal bando nel regno del ghiaccio e lo recupero – anche se, sia chiaro, con riserva: ossia tenendolo finché mi parrà opportuno nel recinto dei bambini piccoli, così che non faccia altri danni agli altri ed a se stesso se appena mi giro.

Perché?
Perché mi ha dato il piacere di vederlo cedere e chiedere scusa? No, è indubbiamente un piacere ed allevia il groppo sul cuore, ma non è mica abbastanza; e poi le nostre “scuse” molto spesso fanno piuttosto schifo. Lo sappiamo tutti.
Perché i cristiani, si sa, sono tenuti a perdonare – tutti e sempre indistintamente? Ennò, col cazzo (antico termine aramaico). E’ opinione diffusa, ma alquanto superficiale ed errata. Il perdono personale è materia appunto individuale, e magari si eviti di sollecitarla come i giornalisti che piazzano il microfono sotto il naso delle vittime appena sbucano dal tribunale… il perdono in generale (quello di matrice divina, per intenderci) presuppone un’unica cosa: il previo sincero pentimento.
Ecco, Tizio non è un amico né mi cambia chissà che se c’è o non c’è. E’ un lettore, punto.
Diciamo assimilabile, in questo momento, a un tizio qualunque per strada che si sia sbrindellato il ginocchio e abbia bisogno di un fazzoletto per tamponare. Il punto è che, fosse pure stronzo, se ‘sto sconosciuto col ginocchio sanguinante io non l’aiuto – per quanto mi è possibile, senza mettermi a rischio, senza fare la crocerossina -, poi la notte non dormo. O quantomeno, non dormo bene.
E’ abbastanza elementare.
Mettiamoci poi che Tizio ha esaurito il proprio credito di fiducia presso di me, ma dal momento che siamo tutti debitori presso Dio, posso sempre traslare una parte del mio debito nella colonna degli attivi di un altro, e compensare. Hard-economy cristiana. Lo so, l’ho spiegata da commercialista, ma è sempre quella roba là: rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

E allora niente, riproviamo.
Con cautela e sotto vincolo – per esempio, di NON parlare di politica o religione, MAI, regoletta che del resto ho finora sperimentato con successo con L., l’amica del ♡ e leghista (ci fu un tempo in cui dissi davanti a lei e ad alcuni suoi conoscenti, senza sapere che lo fosse, che i leghisti sono tutti zotici. Ahò, lo pensavo, ne avevo motivo – che però spiegare in seguito risultò sempre in una inefficace giustificazione -, e soprattutto per me si trattava di una considerazione rozza, da prendere come tale. Non è che sapendola leghista avrei cambiato opinione o avrei fatto la lecchina, ma di certo avrei almeno mitigato la frase. Non è ipocrisia, è ragionevolezza).
Ci sarà da divertirsi, adesso, quando leggerà questa roba dopo aver goduto della mia ultima risposta affilata a Tizio. D’altronde, chiarito che non c’è paragone tra lei e Tizio, pure lei è stata “ripescata” dopo l’ennesima rottura – non tante, per fortuna. Ci siamo ripescate a vicenda, ma so che ricorda bene che fui io a piombarle a casa in modalità Serenata Appassionata, per verificare se davvero  aveva intenzione di lasciar cadere tutto così (dopo mesi di Silenzio Ostinato).
Se non altro, questa volta sto semplicemente dando una seconda chance digitale ad un “sinistro” un po’ (un po’ tanto) coglione, non ho chiacchierato amabilmente con un clandestino dichiarato, in stazione, per poi dargli il mio numero di telefono (storia vera; e chi la commenta, muore fulminato col ditino sulla tastiera. Ho fatto pure la rima).

Dunque, tutti buoni e zitti, la giuria ha così deciso.
Amen, ciao.

40enalfabeto / 5

E di Educazione

Sprechiamo pensieri, denaro e tempo nell’organizzazione di una presunta educazione sessuale nelle scuole, assolutamente inopportuna, ma in tutti questi anni di cosiddette battaglie civili chi ha mai sentito parlare di progetti che – liberamente e fuori dai circuiti statali di istruzione dell’obbligo – avessero come scopo offrire ai cittadini una formazione minima sui temi sanitari, economico-finanziari, legali?

P di Primavera

Primavera non bussa, lei entra sicura, eccetera eccetera.
Molti blogger giustamente ricordano, in questi giorni, che la natura non si ferma.
Ecco, non so voi, ma io la sento tantissimo: quarantena o no, il risveglio lo vedo fuori ma lo percepisco anche dentro, nei limiti della mia orsosità e bradipicità ho un che di frizzante che mi fa alzare col sorriso ed il piacere di essere al mondo.
Mica pizza e fichi! 🙂

V di Vergogna

Mi è capitato una sola volta, una mattina ch’ero ancora a letto.
Soffermandomi nel modo disordinato e associativo del pensiero libero sulle scelte dell’esecutivo in materia di contenimento del Covid19, sulle misure previste (e per lo più non ancora poste in essere) per cittadini, imprese, sanitari, sulla (non) capacità di interrogare e programmare il futuro; ho avvertito una botta di disgusto.
Non quel disgusto diciamo razionale che si può averne discutendo di cosa si sta facendo e non facendo, di ciò che poteva essere gestito meglio e ciò che (poco, ma pur sempre importante) è stato invece provvidenziale, no, si trattava di un disgusto emotivo, di cuore, la summa delle esperienze di una vita intera (o di mezza vita, dacché avendo ieri compiuto 36 anni mi ritengo suppergiù a questo punto) di disagi, diritti disattesi, irresponsabilità e negligenze.
Un sentimento profondo non solo di sfiducia, che è il minimo, ma di rifiuto.
In qualche modo e qualunque cosa significhi io mi sono sempre sentita “italiana”.
Ma in quel momento, per un attimo, l’esserlo mi è parsa una disgrazia.
Per la prima volta nella vita.

Poveri noi .0: Rinunciare

David Alvarez
Opera di David Alvarez

So cosa significa avere la morte inscritta dentro – nel dna, quasi.
Per me l’abitudine alla perdita, ed alla conseguente forzosa rinuncia è diventata presto liberante: tutto ciò che resta è grasso che cola, e ne godo senza remore, ma nemmeno temo la sconfitta perché è come se già l’avessi vissuta ed assimilata in anticipo.
Mi è venuta ad appartenere, col tempo, una Weltanschauung per la quale la vita è un lungo fiume tranquillo, che riassorbe in sé ogni corrente tangente e mulinello pure presenti.

Parafrasando il film scritto e diretto nel 1986 da Étienne Chatiliez, La vie est un long fleuve tranquille, […] la vita, con i suoi lutti, i suoi cambiamenti drastici, le coincidenze ed i tanti sassi in cui inciampiamo lungo il nostro percorso, alla fine è davvero un lungo fiume tranquillo, che può offrire solo dolore a chi si oppone alla corrente o al contrario inaspettati squarci di gioia a chi invece comprende che bisogna imparare a navigare in mezzo alle rapide, così come nell’acqua stagnante della bonaccia senza vento.

mulinello bicchiere acqua

Una premessa sicuramente inattesa, forse poco immediatamente comprensibile, fungibile, per quella che vuole essere una serie di post molto pratici – non tanto su come si possa “fare economia”, cavarsela con poco, ridurre al minimo le spese (tutte cose che mi toccano), quanto sulle scelte, le accortezze, le strategie che io stessa metto in atto a questo scopo. Del tutto personali, dunque, ma spero stimolanti anche per i lettori, e che possano dare ad ognuno anche un solo, piccolo suggerimento, idea, riflessione.
Il punto è che se “fare” qualcosa per risparmiare, per campare con mezzi limitati è necessario, “non fare” qualcosa è ancora più importante. Non comprare, non sprecare, non uscire, non desiderare. In un unico, bellissimo verbo: rinunciare.
Se la parola vi spaventa, forse non soltanto i miei sproloqui teorici ma persino gli elenchi di azioni concrete potrebbero essere fuori portata per voi. Forse, dovete prima fare i conti – giustappunto… – con la vostra stessa concezione di risparmio.

“Siamo portati a definirci attraverso quello che abbiamo:
proprietà, soldi, opinioni e like.
Ma a rivelare chi siamo è quello a cui rinunciamo”.
[Jonathan Safran Foer, da “Possiamo salvare il mondo, prima di cena”]

Non voglio fare un discorso elitario. O disprezzare chi sceglie altrimenti, magari semplicemente puntando tutto sul portafogli e nulla sullo spirito: è giusto se è giusto per voi. Non nego però che vedo poche possibilità di reale riuscita, di reale cambiamento per chi pensa di potersi limitare un po’, ma senza rinunciare davvero a qualcosa. Si può raggranellare qualche centinaio d’euro ad esser bravi, si può allontanare la crisi, i debiti, le difficoltà finanziarie; ed è già molto. Ma questo è un tampone. Non incide sulla vostra qualità della vita.

brunori-sas-la-verità

Sì, io sono un po’ fissata con la rinuncia, meglio essere onesta. A ciascuno il suo, qui voglio condividere e proporre, suggerire, non disporre di come altri debbano agire. Ma è da qui che parto, idealmente, e ad ogni mia mossa in genere è sottesa questa ottica.

Una fastosa povertà ed un servile lusso. (cit.)

Niente filosofia aulica: facciamola semplice e prendiamo ad esempio il cibo.
Vuoi per scarsità di soldi, vuoi per scelta alimentare, vuoi per necessità fisiologica, c’è una cosa che la mentalità corrente non si sognerebbe mai di vivere come una rinuncia consapevole, libera; ed è il mangiare meno, o non mangiare affatto.
Mangiare in minor quantità perché i contanti per la spesa sono quelli che sono.
Mangiare solo alcuni cibi perché il nostro corpo altri non li tollera.
Evitare i prodotti animali perché vegetariani.
Digiunare periodicamente perché riequilibra l’organismo, o per pratica religiosa.

Accade che un giorno mi rendo conto che
mangiare diversamente non è una rinuncia, ma uno stimolo.
E accade soprattutto che non vedo questa decisione come un limite, piuttosto come una sfida.
[…] Michela. Le ho chiesto come avesse fatto lei i primi tempi a gestire i pranzi in famiglia e le situazioni conviviali, e la risposta è stata talmente semplice che mi ha spiazzata:
Non mangiavo, punto. A costo di farmi pane e olio”.

pane-olio

Io sono così. Piuttosto ascetica, un pizzico monacale – ma soprattutto, tanto tanto maniacale, iper-organizzata, squadrata – e immagino emergerà… facciamo allora, dài, che questo post lo definisco uno “scarabocchio introduttivo”, e lo numero con lo zero; così poi andiamo sul concreto, sulla ciccia 😉 E ciao.

Autosufficienza: qualche nota.

Chiamatela autosufficienza pratico-economica, autosussistenza, autoproduzione (che ne è un aspetto): la sostanza è far da sé, dalla polpa di pomodoro allo scaffale alla crema viso; evitare il più possibile l’utilizzo del denaro come merce di scambio a favore del baratto; riparare e conservare piuttosto che comprare. Il tutto ottenendo, fra le altre cose, un notevole risparmio.
Il manuale di Massimo Acanfora ed Ilaria Sesana dedicato a questi temi – qui la scheda sul sito dell’OPAC, con l’indice –  è molto ben pensato (gli accenni ai massimi sistemi sono pochi e di grande buonsenso, va decisamente al sodo senza tuttavia dar per scontato che chiunque nasca agricoltore oppure falegname) ed utile. Fra quelli da me letti che affrontano la questione, l’ho trovato senz’altro il più equilibrato e ricco.
Non fa però alcun tentativo di mascherare i principi condivisi dai due autori per riuscire più gradito al grande pubblico: l’autosufficienza, seppure non per tutti – è detto chiaro – resta e viene dichiarata un valore positivo.
L’autosufficienza è un valore.
[…] E’ una forma di disciplina, ma è una nostra scelta, che possiamo modulare cum grano salis, e che nessuno ci impone di seguire pedissequamente o di spingere oltre le nostre possibilità.
All’inverso, proponendo un avvicinamento alla condizione di autosufficienza economica si suggerisce, qui, anche la concomitante adozione di uno stile di vita più consono ai ritmi naturali.
Alex Langer è una figura fondamentale nella storia dell’ecologismo.
Uno dei suoi motti era il contrario della visione della modernità olimpica, citius, altius, fortius (più veloce, più in alto, più forte). A questo Langer contrapponeva il suo lentius, profundius, suavius (più lento, più profondo, più dolce).
[…] possiamo scoprire con l’indipendenza la liberazione del tempo. E’ il tempo infatti la risorsa più scarsa della nostra epoca. Fermarsi – forse – è già un atto di indipendenza.
Ma attenzione, ecologia e downshifting lavorativo – meno tempo dedicato al lavoro, più tempo dedicato a sé ed agli affetti – non sono parole “buoniste”, idealiste, retoriche. Su questo Acanfora è assai diretto: 
Essere contadino è una cosa seria. Non è cosa per i cittadini che hanno nostalgia – spesso solo letterariamente – di un mondo idilliaco e bucolico.
Il resto, tutto il resto, è un carnet di consigli dritti al punto; come detto.

Posso solo concludere consigliando il testo a chi sia interessato all’argomento, e con un paragone del tutto personale che m’è sorto leggendo: trovo che, fra le altre presentate, l’attività di raccolta (di frutti, fiori, bacche ecc.) mi sia congeniale più di ogni altra, perché semplice non faticosa e moderatamente stimolante – e che possa essere l’equivalente “in movimento” di un’altra, differente attività, cioè lo shiatsu (del quale mi pregio d’aver imparato le basi).
Dico questo perché, in entrambi i casi, si tratta non di esercitare una forza attiva (che per altro stanca ed esaurisce chi la applica), ma di “attendere ciò che, da sè, cade e (r)accoglierlo” nel primo, di “lasciarsi cadere” e dunque esercitare una pressione passiva, delegando per così dire alla gravità il compito di imprimere forza sul corpo di chi ci si affida, nel secondo.

Lavoro .2: Lavorare gratis, lavorare tutti

Cosa succede se, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare?
Hannah Arendt

Cercherete di vendervi come schiavi ai vostri nemici, ma nessuno vorrà comprarvi.
Deuteronomio, 28,68

lavorare gratis lavorare tutti de masi

Nel 1831 il filantropo inglese Charles Knight aveva consigliato ai disoccupati di inventarsi una professione e mettersi in proprio, esattamente come fanno oggi i nostri ministri del Lavoro“.
Nonostante il titolo del saggio di De Masi suoni terribilmente commerciale, la proposta che avanza fin dalla copertina non può certo essere peggiore di quella di Knight: deprezzare il lavoro dipendente e spingere chiunque a combinare la qualunque – implicando, con questo, che chi non ha la vocazione imprenditoriale o libero professionale non è un uomo, ma una pianta d’appartamento.
Non trovate?
Io trovo. Anzi, vi assicuro che quel titolo motivazional-utopistico non rende ragione della serietà di pagine che, seppur divulgative, non rinunciano a nulla: dalla ricostruzione storica e ideologica (in economia), anche piuttosto estesa, ad un basilare inquadramento del come e perché lavorare meno (e persino gratis, in una prima fase) ci porterebbe a lavorare tutti, quanto basta. Insomma a risolvere il problema della disoccupazione, e non tamponandolo, ma promuovendo una nuova identità dell’idea stessa di lavoro.

Tra i tanti, De Masi (che ho conosciuto attraverso le ospitate a L’aria che tira su La7) cita Owen, socialista fondatore di una cooperativa tessile a New Lanark, Scozia (che ho visitato nel 2002 in viaggio-studio), notissima starlette dei libri di testo.
L’estrazione del sociologo appare chiara: nomina molti economisti e politici, ma sta dalla parte di Keynes, di Olivetti e, naturalmente, di Marx ed Engels – del quale per esempio riporta queste parole:
[A causa delle concorrenza liberale] “[…] l’operaio è di diritto e di fatto uno schiavo della classe abbiente, della borghesia; suo schiavo al punto che viene venduto come una merce, sale e scende di prezzo… rispetto alla schiavitù dell’antichità sembra libero perché  non viene venduto in una sola volta ma pezzo a pezzo, a giorni, a settimane, ad anni e perché non viene venduto da un proprietario all’altro, ma è egli stesso che deve vendersi a questo modo in quanto non è lo schiavo di un singolo ma dell’intera classe abbiente“.
Inutile specificare che, per me, dove c’è una critica al capitalismo c’è casa 😁
Compreso il neo-capitalismo targato Pd – sorry, Sandro, te tocca -: quel mostriciattolo che è solo l’ultimo dei truffatori travestiti da “gente di sinistra”, da Craxi in avanti. E voi tutti sapete bene chi è stato allevato da Craxi…
… ma torniamo a bomba nel passato e sentiamo un po’, stavolta, quel barbone di Marx.

Una terza categoria di disoccupazione è quella che Marx chiama stagnante, ossia quella massa che svolge lavori irregolari con orari impossibili e minime retribuzioni, come i lavoratori a domicilio e quelli impiegati in nero.
L’ultima categoria è quella del pauperismo inteso come “il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva”. Nel pauperismo Marx include, oltre al sottoproletariato vero e proprio (vagabondi, delinquenti e prostitute), anche persone che sarebbero in grado di lavorare ma non hanno trovato un impiego e non hanno altre fonti di sostentamento, anche orfani e figli di poveri, anche gente finita male, incanaglita e ormai incapace di lavorare, come i mutilati, i malati e le vedove.
A parte le risate che m’ha strappato quel gente finita male, incanaglita – umorismo involontario, ich denke -, nulla potrebbe interessarmi più della sorte di questa quarta categoria di disoccupati, della quale faccio ahimè parte. Non so quanto incanaglita, non poi molto, ma incapace di lavorare (in maniera “normale” e come richiesto dal mercato odierno), e persino in difficoltà con i lavori di ripiego, lo sono eccome.
Del resto, a breve farò richiesta di aggravamento, con la quale mi auguro di colmare quel divario di pochi punti che mi separa dalla pensione di invalidità standard – chi mi vuol bene, cominci pure ad accendere un cero o a bruciare incensi a Marte.
Impossibile non sogghignare pensando che la prima certificazione, oltre ad una grande conquista e soddisfazione, ha significato anche essere esclusa da praticamente ogni selezione al Collocamento Mirato – che dovrebbe aiutare ad inserire chi non regge un ambiente di lavoro tradizionale – perché… non sono in grado di reggere un ambiente di lavoro tradizionale. Embé.
(Dei caregivers non parliamo nemmeno: stanno un gradino più in basso dei procarioti).
Recupererò il mio sogno di bambina, e da “grande” (se mai un miracolo mi alzerà, su ali d’aquila, oltre il metro e 60) farò l’umarella davanti ai cantieri.


>> Nella puntata precedente:
Ufficio di scollocamento, Perotti – Ermani

Insomma, il libro prende piede lentamente, sulla scorta dei secoli, ma il suo fulcro sta, di fatto, nell’interpretare il probabile futuro delle nostre società ipersviluppate, anche e soprattutto sotto il profilo tecnologico.
E qui si passa da un terreno solido ad uno, quantomeno, soffice – ma non per questo, a mio avviso, inconsistente. Riporto qualche passaggio chiave:
Oggi le nuove tecnologie tendono a sostituire tutto ciò che non esige affettività, ideologia e creatività, per cui un ingegnere è più sostituibile con un computer di quanto lo siano un parroco o una badante.
[…]
Ma, a differenza di quanto avvenne ieri con le ferrovie che resero obsoleti i cavalli e i cocchieri ma impiegarono molti più lavoratori per costruire e gestire le strade ferrate, le stazioni, le locomotive, i vagoni e i viaggiatori, oggi i computer e i robot distruggono molto più lavoro di quanto ne creano.
E proprio qui sta il salto di civiltà che essi beneficamente ci consentirebbero liberandoci dal lavoro, se solo avessimo l’intelligenza di rimodulare la nostra vita centrandola sulla distribuzione [degli impieghi lavorativi disponibili] più che sulla produzione [di nuovi posti di lavoro], sul tempo libero più che sul tempo di lavoro.
[…]
Mentre nell’economia tradizionale, che si serviva di strumenti meccanici o elettromeccanici, ogni membro della popolazione attiva era allo stesso tempo produttore e consumatore e quando si doveva produrre di più si assumevano più lavoratori, ora buona parte dei produttori, cioè i computer, non consumano perché non sono umani e buona parte dei consumatori non produce perché è disoccupata.
[…]
Anche quando il lavoro evapora, resta comunque misura di tutte le cose. A chi lo perde, perdendo con il tempo anche la speranza di ritrovarlo, viene imputato di estraniarsi, di non integrarsi, di non reagire attivamente, di non inventarsi un lavoretto”.

Siamo così tornati al ragionamento iniziale (di questo post), a quell’accusa intollerabile che, molto più dello stato di disoccupazione in sé, è in grado di scatenare rivolte.
Non a caso sempre Keynes (che tra parentesi ha avuto una vita assai interessante), parlando dell’instabilità ciclica prodotta da un sistema lavorativo irrealistico quale il nostro, riferisce della disoccupazione come del maggior pericolo per una democrazia.
Ma qual è, grossomodo, la soluzione prospettata da De Masi (che, intendiamoci, non è certo un visionario solitario)?
Ve ne do innanzitutto una versione letteraria ed incisiva. La meta del futuro” dice Arthur C. Clarke “è la disoccupazione generalizzata, così potremo giocare“.
E così prosegue l’autore del saggio: “Perché lasciare al caso il passaggio dal lavoro all’ozio creativo, perché trasformare un itinerario verso la libertà in pedaggio paludoso […]?
Perché, in questo frattempo, pretendere dai disoccupati un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando questo gli viene negato?
Perché non trasformarli in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro per sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà?
[…]
Ma come è possibile dedicarsi all’ozio creativo senza morire di fame?
Per Aristotele e per i classici la risposta è semplice: ridurre al minimo il desiderio del superfluo e abituarsi a considerare come unici veri lussi la saggezza, la convivialità, la disponibilità di tempo, la bellezza e la cultura”.

E ancora:
Ma chi ha deciso che nel XXI° secolo il lavoro debba essere così snaturato, stuprato, frantumato fino a perdere ogni legame empatico e duraturo con il lavoratore?
[…]
Mentre la società greca e romana aveva appreso ad arricchire di significati gli scarsi oggetti a sua disposizione, la società industriale ha preferito arricchirsi di tecnologia per costruire sempre più oggetti sempre più svalutati nei loro significati qualitativi man mano che il consumismo ne pretendeva la moltiplicazione quantitativa.
[…]
Rispetto alla liberazione dalla schiavitù, che caratterizzò il Medioevo, e alla liberazione dalla fatica, che ha caratterizzato la società industriale, la liberazione dal lavoro caratterizzerà la società postindustriale.
[…]
La garanzia per tutti i cittadini di un reddito di sussistenza “sufficiente” assicurerebbe il passaggio da una società del pieno impiego a una società di piena attività” […]

La differenza la può fare la scuola, ma per gli scettici come me che campa cavallo è decisamente più sensato e proficuo immaginare di partire dall’altro polo del problema, cioè dai (non) lavoratori stessi:
In coerenza con le teorie della crescita infinita corteggiate dai neoliberisti e con il credo espiatorio del luteranesimo e del calvinismo, l’educazione familiare e quella scolastica restano indirizzate quasi esclusivamente alla preparazione del giovane al lavoro, alla carriera, alla competitività. Ovunque si invoca un rapporto esclusivo e onnivoro tra scuola e lavoro in cui il secondo fagocita la prima.
[…]
Poiché i disoccupati non hanno nulla da perdere tranne la disoccupazione, non resta loro altra scelta che scompaginare la situazione gettando sul mercato del lavoro tutta la propria massa lavorativa.
Se, per esempio, in Europa i 26 milioni di disoccupati, invece di starsene fermi, offrissero gratuitamente la loro opera a chiunque ne abbia bisogno, in poco tempo tutta la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria“.

2019-10-24 20.02.02
Chiedo scusa per il focus orrendo.

Lavoro .1: Ufficio di scollocamento, Perotti / Ermani

Ottimo come pamphlet, perché secco e gnecco, cioè senza fronzoli diretto e impietoso e terra terra, il libro di Simone Perotti (quello di Adesso basta!, quello che va in barca) e di Paolo Ermani (che invece va in montagna) come saggio non reggerebbe.
Non sto dicendo che un saggio sia più serio e rispettabile di un pamphlet, dico però che in quanto tale l’esortazione dei due autori a riconsiderare (senza forzature o idealismi, questo il suo maggior pregio) la struttura socio-economica in cui siamo tutti infilati volenti o nolenti, e che sta crollando, può funzionare e aver qualcosa da dire quasi soltanto a chi già sia della partita.

Parlando di persone che vogliono uscire dal “sistema”, si scrive: Chi ne ha davvero abbastanza non è solo arrabbiato, è anche arrabbiato, perché sono proprie dell’agire determinato la calma e la concentrazione, l’assiduità e la focalizzazione, e l’onestà verso se stessi. Tutte qualità che lasciano poco spazio all’urlo.
Chi ci sta provando lo sa bene, con buona pace degli Scettici e degli Odiatori Uniti.
Chi ci sta provando è una persona come tutte le altre, potenzialmente antipatica e con le proprie fissazioni, che tuttavia in genere non fa pesare sugli altri – com’è invece abitudine di chi sputa veleno per professione. Potete non seguire i nostri blog, sbuffare incrociandoli, ma se ci inseguite pur di commentare acidamente ogni nostra piccola scelta, forse così indifferenti e sereni nelle vostre vite prestampate non siete.

[…] il disagio e il bisogno di spezzare la catena, di fermarsi, di disoccuparsi dalla posizione esistenziale, sociale, economica e lavorativa nella quale siamo collocati in modo coatto e alienato, e che ora mostra anche i suoi esiti fallimentari.
Nonostante quanto detto sopra e nonostante io stessa aderisca all’imperativo di decostruire le modalità di sopravvivenza, in primis lavorative, di cui ci avvaliamo (senza tuttavia destrutturare, che è altra cosa: una struttura, magari differente ma solida, ci vuole per campare), nonostante questo l’idea di “scollocarmi”, di operare un downshifting in campo professionale, di disertare i colloqui con i selezionatori, inutili quanto malsani, e dedicarmi piuttosto a procurarmi direttamente del cibo saltando il maggior numero possibile di intermediari, mi ha sempre toccata in modo laterale.
Nel senso che quando ho compiuto determinate scelte non è stato in un’ottica consapevole di ripensamento dell’intero sistema-lavoro: mi sono sfilata, ad esempio, da un destino che prevedeva università + impiego come infermiera vita natural durante per sfinimento e terrore, ma ancora auspicando di trovare un altro lavoro simile, con una qualifica inferiore che già avevo, alle medesime condizioni (contratto, ferie, contributi, anzianità, trascinarsi avanti così e ancora e ancora…).
Oggi so che non mi sarà possibile perseguire la vecchia strada, ancorché con fatica – ne sono proprio esclusa. Scelgo perciò di scollocarmi, ma a posteriori, avendoci messo anni a comprenderlo.

trasferimento

Se lo scollocato non ha soldi si astiene dal consumare e non ne fa un dramma né si rivolge alle banche, agli strozzini o alle mafie. Riduce movimenti e bisogni, ma non è triste per questo. Semmai se ne compiace, esaltando la propria libertà.
Lo scollocato pensa che si possa fare molto di più con molto meno, che ci siano mille cose da autoprodurre, e che è molto divertente imparare a farlo.

Lo scollocato non si annoia. Cammina molto, riprende a stancarsi fisicamente, e così facendo forse si scolloca anche dalle malattie di quest’epoca insana, evita il diabete e l’obesità, combatte con l’azione i trigliceridi e il colesterolo.
[…] Lo scollocato spera, ma lo fa perché ha fondati motivi di successo, perché pensa, progetta e agisce, perché sa di avere molte doti e le usa.
Lo scollocato un giorno si è detto: “Ma tutta questa fatica, tutta quest’ansia, non varrebbero una vita migliore?”. E allora si è alzato dalla sala d’aspetto dell’ennesimo colloquio di lavoro, ha oltrepassato la porta senza una parola, è uscito all’aperto. E ha ricominciato a vivere.

Libri .10: Enzensberger, Launet

Parli sempre di soldi! – Hans Magnus Enzensberger

Ogni volta che zia Fé arriva in visita a Monaco, la tranquilla quotidianità dei Federmann finisce bruscamente. È molto anziana, anche se nessuno sa con precisione quanti anni abbia; vive ufficialmente in una grande villa sul lago di Ginevra, ma in realtà è sempre in giro per il mondo; e infine, considerando la vita che conduce, deve anche essere molto ricca. A Monaco ad esempio alloggia al Vier Jahreszeiten, l’albergo piú elegante e costoso della città. Ed è qui che i suoi tre nipoti – Felicitas, Fabian e Fanny – vanno a trovarla, affascinati, a seconda dell’età, ora dal suo stile di vita e dai misteri che la circondano, ora dalle meravigliose coppe di gelato e da altre leccornie che come per prodigio appaiono nella camera.
Il che naturalmente fa riflettere i tre ragazzi, visto che i Federmann – i genitori peraltro non sono mai invitati – non navigano proprio nell’oro. E cosí iniziano a fare domande: da dove vengono i soldi, i soldi in generale, non quelli della zia? Perché non bastano mai, anche se in giro ci sono fantastiliardi di banconote? Chi li ha inventati e chi li stampa? E perché esistono l’inflazione, i fallimenti, il mercato nero, il lavoro nero, i pagamenti in nero, la divisione del lavoro, la svalutazione, i cartelli, la congiuntura (tutte cose, sostiene la stravagante zia, piú importanti di quelle che vengono insegnate a scuola)? E cosa significano quelle strane parole che usa sempre il mondo della finanza: private equity, hedge fund, global player e chi piú ne ha piú ne metta? E per quale motivo, infine, il denaro, l’essenza del materialismo, è qualcosa in cui in ultima analisi bisogna credere? Tutti interrogativi ai quali zia Fé, pescando dal vasto repertorio della sua lunga e avventurosa esistenza, fornisce le adeguate e il piú delle volte non scontate risposte.

Carino, certamente.
Cosa vuole insegnare però, in fondo?
La storia è volutamente semplice a questo scopo, trasmettere qualcosa.
E a chi: adulti? Non approfondisce nulla. Giovani e giovanissimi? Non risulta abbastanza chiaro, ed il linguaggio tecnico viene utilizzato ma non spiegato.
Non vi sarebbe stato bisogno di strutturarlo in tal modo (con tanto di glossario) se il messaggio non volesse essere specificatamente economico.
Romanzino senza infamia né lode.

In fondo al laboratorio a sinistra – Edouard Launet

Può un piccione distinguere un Picasso da un Monet? Le mucche producono più latte ascoltando La sinfonia pastorale di Beethoven o una canzone dei Beatles? E qual è il modo migliore di suicidarsi con i fuochi d’artificio? Spulciando la stampa scientifica a caccia di quella che chiama la scienza champagne, l’autore passa in rassegna 55 studi scientifici, uno più strampalato dell’altro.

Curioso, adatto per passare un paio d’ore divertenti – ma un approccio meno superficiale sarebbe stato apprezzabile.
Dopotutto se alcune ricerche scientifiche, con tanto di appositi finanziamenti, somigliano più a barzellette, in molti altri casi la bizzarrìa apparente nasconde un fine sensato ed utile: anche la burocrazia e la necessaria sistematicità del metodo scientifico ci mettono del loro nel farne, talvolta, oggetto di ridicolo.
Non è conveniente, poi, se si scrive per il grande pubblico, mescolare ricerche di scienza pura, di medicina e di scienze sociali: gli scopi e le interpretazioni dei tre rami divergono troppo per poterne fare una lettura univoca e giustificare ogni sarcasmo.
Lodevole come passatempo, mi aspetterei tuttavia da un giornalista scientifico una certa accortezza e cognizione di causa nella valutazione del lavoro dei ricercatori. Ma, del resto, Launet è prima di tutto ingegnere 🙂