Novecento .3: CasaPound Italia, Elia Rosati

Scherzi e giochi dialettici a parte, vorrei invitare i miei lettori a non lasciarsi ingannare o infastidire dall’oggetto del post, e a proseguire: non è un’apologia di Cp, e può essere tanto più interessante per chi non l’approva. Se tenete duro, in fondo c’è una sorpresina per voi 🙂

Il libro

Un altro buon libro d’inchiesta, dal taglio ben diverso da quello di Dentro e fuori Casapound – ricco di storie, di storia e di informazioni – ottimamente strutturato, adeguatamente approfondito (cosa davvero rara) e ben scritto, è quello di Elia Rosati con prefazione di Marco Cuzzi, dal titolo Casapound Italia – Fascisti del terzo millennio.
Pubblicato da Mimesis nella collana Passato Prossimo lo scorso anno, con una seconda edizione all’attivo già nel 2018, è il più aggiornato e meticoloso ritratto della formazione di destra radicale – così preferisco chiamarla, anziché “estrema” -, definizione che tuttavia sarebbe problematico condividere con il movimento stesso: dacché non solo esso è refrattario a darsi una connotazione sull’asse classico destra-sinistra, ma ha incorporato tra i propri “numi tutelari” figure tradizionalmente allineate altrimenti (Guevara, Gramsci, De André), ha sostenuto un lungo programma di confronto (quanto sincero oppure mediatico è cosa che ognuno deve stabilire da sé) con esponenti pubblici di partiti, associazioni ed idee distanti se non avverse (dalla Concia a Mentana), aderisce ad una visione trasversale di ribellismo.
Tant’è vero che, fra le aggettivazioni più frequenti e caratterizzanti del fenomeno – e delle sue azioni più note, come l’occupazione abusiva a scopo abitativo – vi è la locuzione “non conforme“.

Cp Flag

Sono questa ed altre modalità di auto-rappresentazione pubblica ed interna (non sempre le due cose coincidono, e se questo è vero in qualche misura per ogni organizzazione umana, nel caso di Cpi lo è particolarmente e scientemente) che Rosati sviscera per esporre al lettore – a vario titolo interessato o soltanto curioso – la natura e gli scopi del movimento-partito (impossibile scindere i due livelli di azione).
Incluse, e non sono poche, le diramazioni dello stesso in ambito socio-culturale, attraverso apposite associazioni collaterali (vi siete mai imbattuti, camminando per la strada, in adesivi accattivanti ma che non sapete dire a chi facciano capo? Se avete visto un adesivo de La foresta che avanza, sappiate che si tratta dell’associazione ambientalista di Cpi. Fuori da Eurospin un gruppo di ragazzi, sotto l’insegna de La salamandra, vi ha chiesto se vi va di donare qualcosa per i pacchi alimentari destinati a famiglie povere? Erano di Cpi. O magari, gli stessi, li avete incrociati nei reparti pediatrici degli ospedali – più raro, certo, perché è dura che l’iniziativa sia ben accetta – a regalare uova pasquali. Oppure potreste avere figli in un liceo, nel quale è stato eletto come rappresentante degli studenti qualcuno del Blocco Studentesco: è di Cpi. Fateci caso).
Voglio qui citare almeno un’altra caratteristica indagata nel testo, cioè la partecipazione (e l’arruolamento) giovanili a CasaPound; entrambi forti. Non solo si vuole creare una nutrita base, e crescere i militanti anziché limitarsi ad acquisirli, ma si vuole anche incarnare in tal modo uno dei princìpi-guida nella dottrina di Cpi, ossia il vitalismo. E’ stato, questo, uno dei fattori più dirimenti che mi hanno indotta a lasciare: vitalismo e giovanilismo non sono davvero nelle mie corde, grazie.

Osservazioni personali

Prendo spunto dalle Faq disponibili sul sito e in cartaceo per offrire qualche spunto su ciò che ho incontrato frequentando Cp per alcuni mesi, nel 2018.
CPI è un movimento xenofobo?
Sì. Si tratti di odio (che io non ho mai visto, onestamente) o di avversione (propendo decisamente per quest’ultima), in ogni caso affermare che non vi sia pregiudizio verso lo straniero ed il diverso in Cp è inesatto.
Personalmente non sono mai incappata in atti di violenza (fisica o verbale), né li ho subodorati, nemmeno ho riscontrato razzismo inteso come convinzione della superiorità di una razza su altre (e non è poco), ma neppure c’è obbiettività sul tema: molti non si limitano a sposare politiche che distinguano e diversifichino i diritti di italiani e stranieri, sulla base di idee opinabili ma legittime (e che io stessa in gran parte condivido), riaffermando l’amore per le proprie appartenenze nel rispetto di quelle altrui; perché il loro identitarismo sfocia nel rifiuto di ciò che è estraneo al gruppo in quanto estraneo, non in quanto singolarmente (e concretamente) deleterio o dannoso.
CPI è un movimento di estrazione confessionale o religiosa?
Confermo: no. Purtroppo questo non significa che la fede sia ben vista e ben accetta, in un’ottica di laica inclusione: Cp non è atea per statuto, ma neppure è equidistante dalla religione, è connotata spiritualmente in modo lasco, non si aggrega né professa nulla, e tuttavia ha un orientamento forte. Un orientamento implicitamente anticristiano.
Non crediate però che Forza Nuova, ufficialmente “crociata”, sia diversa: lo è nelle forme e nelle convinzioni, lo è perché si crede in tutta onestà una forza di ispirazione (tra le altre cose) cristiana, ma di fatto non lo è. Non vi è ombra di carità cristiana nelle sue affermazioni ed azioni, vi è solidarismo, che è diverso. Allo stesso modo, è antisemita, ma guardandosi allo specchio trova, in buona fede, di non esserlo affatto: ossia è caotica, ma anche riconoscibile e gestibile, nella sua inconsapevolezza di sé. Ma tornando a Cp:
CPI è un movimento antisemita? (domanda presente qui)
No, per come l’ho conosciuto io. Ma potrebbe facilmente appoggiare idee e partiti diversi, antisemiti, all’occorrenza; dal momento che è incline al revisionismo storico ed al giustificazionismo in merito alla seconda guerra mondiale.

Toh, guarda… mi sono usciti tre sassolini dalla scarpa…
… per chiudere questo ameno capitolo, mi piace farvi fare conoscenza con due nuovi amici che mi sono fatta a maggio 2018, mentre con i camerata (rigorosamente invariabile al plurale!) bonificavamo le paludi italiche ripulivamo i rospi di un laghetto dove dei criminali avevano sversato scarti industriali 😡 Ora nessuno potrà più negare che il fascismo ha fatto anche cose buone… (scusate, non ho resistito! 🤣)
Loro sono Umberto (sx) e Martino (dx), da me battezzati:

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Vedi anche:
Esplorando la galassia nera, a cura di Patria Indipendente; reportage sulla diffusione delle pagine e dei profili neofascisti su Facebook;
&
questo commento ad un articolo della rivista Il Mulino, sul “fascismo mediagenico” – che mi trova d’accordo solo a metà, ma è rivelatore di molte cose.
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Nelle puntate precedenti:
Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta
> Novecento .2: L’Ur-Fascismo di Eco

A proposito dello Zio

Non odiatemi, non è colpa mia se tutta l’Italia s’è scatenata a versar fiumi d’inutile inchiostro, e di altrettanto inutili stringhe di codice, in una verbosa sarabanda di “caccia al nero”.
C’è l’esultanza di un improbabile governo che dichiara la fine dell’incitamento all’odio (che è una barzelletta, un po’ come la fine della povertà, oltreché una retorica vergognosa).
C’è Facebook che blocca i profili di CasaPound e ForzaNuova, e giù polemiche – su questo, vorrei ricordare che Facebook è un’azienda privata, rappresenta uno “spazio pubblico” solo per modo di dire, e tecnicamente mi risulta libera di bloccare chi vuole: possiamo e dobbiamo tirare uova marce se troviamo che si basi su criteri discutibili per non dire schifosi, ma non indignarci come se ci avessero arrestato e torturato, né pretendere nulla. Al massimo andiamocene senza far tanta cagnara.
C’è infine un paesotto dell’Assia (Deutschland, Deutschland) nel quale il consiglio comunale, in assenza di “altri candidati”, ha eletto sindaco un tale dell’Npd, la rigovernatura di piatti contemporanea del NSDAP. Un nazi, insomma: non un grammar-nazi, ma proprio un nazinazi. Perché? Perché, stando all’intervista riportata da Libero, sarebbe l’unico “esperto di informatica e che sa mandare le e-mail”. Testuale, eh. Poi ditemi che il problema è l’odio della gggente: no, il problema è la stupidità della gggente.

Ora, tralasciamo che ho dei trascorsi, e pure che leggendo il titoletto di Libero mi sono commossa – “I nostalgici dello Zio Adolfo“: ecco, mio padre si chiama appunto Adolfo, il nome più bello del mondo punto a capo, mi manca fess e dunque sono a pieno titolo nostalgica, e ho subito chiamato mia cugina dato che, per lei, lui è uno zio; per commuoverci assieme appassionatamente.
Tralasciamo la politica stretta, che anche no (come usava dire, suppergiù, un tale di sinistra…). Una sola cosa voglio ribadire con fermezza, uno solo in mezzo a questa tempesta di coglionitudine mediatica è il mio eterno credo. Per la gioia di Lucius (e di Rambo, ne son sicura), fieramente proclamo:

MOLTI MICI MOLTO ONORE!!

E a chi non è gattolico, una grandissima pernacchia 😋

Molti mici molto onore

Un negro di successo

Stamane (8.8.19), ospite a L’aria che tira su La7, c’era un certo Stephen Ogongo: un uomo di origine kenyota, giornalista, arrivato in Italia venticinque anni fa per studiare.
E’ stato interpellato a proposito delle aggressioni razziste che ha subìto su Facebook (e non solo), sotto a non so bene quale post – aggressioni triviali, patenti e prive di qualsiasi traccia di giustificabilità o interpretabilità; vengono mostrate nel video.
E’ fondatore, per altro, del movimento politico Cara Italia, e membro caporedattore di un gruppo di colleghi, Stranieri in Italia, che ha lo scopo di contrastare per l’appunto il razzismo.

Perché ne scrivo?
Perché ho visto succedere una cosa bislacca e poco piacevole, in trasmissione. Anche preoccupante, a ben vedere, ma da questo punto di vista non c’è davvero nulla di nuovo sul fronte occidentale.
Ho visto il conduttore e gli altri ospiti sdegnarsi perché c’è gente che bercia schifezze ad un negro nero uomo di colore italoafricano (notate la sottigliezza politicocorretta) il quale, poveri ignoranti, parla bene italiano, è qui da venticinque anni, ha studiato ed oggi è un professionista di successo.
Ah, beh, allora…! Santo subito!
Seguitemi un momento: di immigrazione preferisco non parlare, praticamente mai, e soprattutto qui. Non sono leghista (lo sa bene la mia migliore amica, contro lo scudo di Alberto da Giussano della quale mi sono puntualmente, e non una sola volta, rotta la testa), e tuttavia no, l’immigrazione così come oggi la conosciamo non mi piace.
Detto questo, non comprendo onestamente – o meglio lo comprendo, e lo considero sintomo di pochezza – in cosa quest’uomo sia superiore ad un piccolo sfigato, arrivato in Italia da soli cinque anni, che ancora zoppica sull’italiano ma se la cava a sufficienza, sta faticando per beccarsi un diploma con una scuoletta serale perché di giorno spazza le strade dal nostro luridume, non ha e non avrà mai successo.
Mi seguite ancora?
Il punto non è l’essere o meno regolari, avere diritto; lasciamo stare.
Fingerò per un momento d’essere come gli inclusivisti che “qui nessuno è irregolare”; “i confini non esistono” ecc., e stabilirò che entrambi i nostri soggetti sono okay dal punto di vista legale.
Perché il professionista vale di più dello spazzino, allora? O peggio, di uno che ha fatto tutto quel che doveva in modo corretto, ma non ha visto girare la ruota della fortuna?
Dal punto di vista mediatico è facilissimo rispondere.
Ma dal punto di vista umano?
La rete secondo me non l’ha neppure studiata, questa cosa; se ipocrisia c’è, è del tutto inconscia. Neppure se ne è accorta, è talmente normale: per dimostrare che gli stranieri non solo ce la possono fare, ma meritano d’esser considerati pari agli italiani, portiamo ad esempio non una brava persona, ma una persona di successo.
Contesto e tematica trattata potevano anche essere radicalmente diversi.
Ma ne sarebbe uscito lo stesso show mirabolante di tono protestante: non se sei onesto, se ti impegni per far parte di una società, se la rispetti; ma se sei abile, se il tuo impegno viene visibilmente premiato, se ti fai rispettare da quella società – allora sì, sei un integrato. Un role model. La persona giusta nell’arena giusta. Il negro giusto, il fratello di successo. Uno di noi.

Carnet (Luglio 2019)

Una notarella prima di andare ad elencare.
Non è la prima volta che qualcuno lo nota e ne rimane stupito (o persino perplesso), perciò lo preciso: sì, i numeretti a fianco dei titoli sono il totale in ordine progressivo di quest’anno.
No, leggere (o vedere film) non è una gara.
Lo so, macino tanta roba; ma per strano che possa sembrare, e con le fisiologiche oscillazioni, questo è il mio ritmo normale – per intenderci, non è che leggo le pagine a raffica senza capirci niente, pur di collezionare un libro in più da vantare (anche perché di alcuni c’è poco di cui vantarsi, ma questa è un’altra storia).
A me piace tenere traccia di ciò che leggo e vedo, semplicemente, e ritornarci su 🙂
Ricostruire, ricordare, connettere e tirare somme, o tornare su qualcosa che chiede ulteriore spazio. Il fatto che abbia la memoria corta è solo una ragione di più per farlo, ehm 🤣

[libri letti]:
77. L’arte di buttare – Nagisa Tatsumi
Altro titolo della serie Vallardi dedicata al minimalismo, già letto a suo tempo ma che sto riprendendo in mano e sottolineando per prepararmi a ribaltare casa.
Va detto che la Tatsumi, a differenza della Kondo (a proposito, beccatevi questo bell’articolo su Rivista Studio), ha un atteggiamento di fondo un pochetto da stronza, alle volte persino offensivo. Intendo recuperare l’utile e poi disfarmene.
Detto ciò, ribadisco la mia grave dipendenza dall’odore di stampa delle edizioni cartonate.

❤ 78. Lettera a un giovane cattolico – Heinrich Böll
Un autore controverso, secondo alcuni eretico rispetto al cattolicesimo professato; in ogni caso una voce limpida – che, qui, dimostra come una scelta morale chiara sia possibile anche quando si è profondamente coinvolti e contemporanei ad essa, come fu il caso dei credenti in relazione al nazismo.
79. Il mestiere di vivere – Cesare Pavese
Mi aspettavo tutt’altro tono e stile, e pure più “ciccia”: mea culpa, ho creduto troppo all’immagine che m’ero fatta di Pavese.
Né per la poetica né per la vita intima ha molto da offrire: qualcosa, forse, di consolante a chi abbia abbandonato le spoglie autocommiserative di cui lui, invece, è stato lungamente geloso.
Poco virile, vorrei dire, e non certo poiché impotente.

❤ 80. Sunset Limited – Cormac McCarthy
Prendo a prestito la quarta di copertina, che racconta tutto e meglio:

La cucina di una casa popolare, un tavolo, due uomini seduti intorno. Uno dei due è bianco, l’altro è nero. Sul tavolo c’è una Bibbia. I due uomini parlano.
Non si conoscevano prima di questa mattina, quando il nero ha strappato il bianco alle rotaie del Sunset Limited sotto cui stava per lanciarsi. Ma quello era solo l’inizio. Ora i due devono andare oltre. E così parlano.
Dai due lati del tavolo, da prospettive, lingue e colori antitetici, fra picchi di comicità e abissi di disperazione senza contatto possibile oltre all’ingegno folgorante della penna che li ha partoriti.
Un romanzo in forma drammatica che raggiunge il nucleo pulsante dell’indagine esistenziale di McCarthy. Non ci sono approdi, prese di posizione, risposte. C’è solo una domanda: che cosa ti divide dal tuo Sunset Limited?

❤ 81. Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
🌟 82. Pet Sematary – Stephen King
83. Il magico potere del riordino – Marie Kondo
🌟 84. L’uomo che cammina – Jiro Taniguchi
🌟 85. Una paga da fame, Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo – Barbara Ehrenreich
❤ 86. Donna delle pulizie – Stephanie Land

[film visti]:
🌟 79. Silence – Martin Scorsese
80. Arrival – Denis Villenueve
🌟 81. 120 battiti al minuto – Robin Campillo
82. A tempo pieno – Laurent Cantet
83. Pay the ghost – Uli Edel
Superfluo, fiacco, sciocco. Per giunta con una recitazione deprimente di quasi ogni attore del cast, ed una fotografia oscena. Senza infamia né lode, come riassunto qui.
Peccato, perché l’idea di base nella sua semplicità avrebbe potuto essere un buono spunto da sviluppare.
84. Nella valle della violenza – Ti West
Niente stellina perché non è di livello eccezionale, è però molto divertente e ben costruito sfruttando pochi personaggi ed elementi.
L’originalità non sta nella trama, che si regge soltanto sull’utilizzo di abbondanti topòi western, ma nella lettura ironica – mai comica – ed affezionata che ne fa.
Pathos discreto e collaudato, buono per attraversare un pomeriggio afoso e polveroso.
🌟 85. Personal shopper – Olivier Assayas
Molto più thriller che horror, un film in cui i medium sembrano pullulare molto più degli spettri stessi, ma senza per ciò rompere le scatole, assorti come sono dalla propria – inaspettata, scabrosa, preoccupante, desolata – interiorità.
86. Moonlight – Barry Jenkins
❤ 87. Risorse umane – Laurent Cantet
❤ 88,89,90. The dark knight trilogy (Christopher Nolan):
Batman begins, Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro: Il ritorno
Le mie impressioni immediate le trovate nei post linkati. Ma per un’opinione più ponderata  e meno “Evviva! Fico! Pipistreeelliii!” dovranno trascorrere almeno cinque anni. Nel frattempo, potete sollazzarvi con le recensioni de La bara volante, solide e spassose 🙂 Fiondatevici, soprattutto se per voi il capitolo due: Il cavaliere oscuro è il più bel film della storia del cinemadella trilogiadi quel pomeriggio in cui l’avete visto 😁 
91. The circle – James Ponsoldt
❤ 92. Batman, Il ritorno – Tim Burton
Meraviglia. Il bello di non “intendersene” è che puoi esaltare il bello ed ignorare il difetto, sempre che davvero questo film ne abbia. Per me, no.
Non sono una grande fan di Burton, ma mi sorge il dubbio che ciò dipenda molto dalle sue pellicole “recenti”. Perché questo secondo capitolo (recupererò il primo, promesso) mi ha catturato subito e sempre; e mi ha ricordato nel giro di un minuto secco (più quelli dei titoli di testa, certo, con la discesa nelle fogne del pargolo pinnuto) come mi sentivo ognuna delle ventordicimila volte in cui, da nanerottola – non che ora sia cresciuta tanto – mi sono vista 
Beetlejuice. Ovverosia: divinamente.
❤ 93. Nave fantasma – Steve Beck
94. The descent – Neil Marshall
Alcune vecchie amiche si ritrovano per la periodica escursione (stavolta, in un complesso di grotte sotterranee). Dentro le cavità terrestri scopriranno di non essere sole, ecc. ecc.
Noioso e parecchio patetico.
L’unico sollievo arriva quando il maledetto gruppo delle gitanti perennemente urlanti comincia a perdere pezzi di carne a suon di morsi.
🌟 95. La meccanica delle ombre – Thomas Kruithof
Francois Cluzet è sempre al suo meglio. Spionaggio classico, fotografia fredda.
🌟 96. La legge del mercato – Stéphane Brizé
97. Open water – Chris Kentis
❤ 98. I racconti della luna pallida di agosto – Kenji Mizoguchi
Meraviglia. Bianco e nero, Giappone, l’apologia del buonsenso e della rinuncia alle ambizioni. Insolitamente, la pagina relativa su Wikipedia riassume storia del film e trama (di per sé non intricata) in modo chiaro, e fornisce pochi ma buoni link.
99. Dracula Untold – Gary Shore
Idea buona, realizzazione frettolosa.
Alcuni momenti spettacolari, meno però di quanti erano attesi, e soprattutto ottenuti con una smaccata computer grafica che toglie loro molto impatto.
Il pathos è un orpello didascalico che poi dovrà arrangiarsi lo spettatore a suscitare: e va bene che non è un film intimista, ma aspira pur sempre ad essere una pietra angolare della storia di Dracula – mica pizza e fichi.
🌟 100. Lego Batman – Chris McKay
Al cinema mi aveva fatto ribaltare – aveva fatto ribaltare l’intera sala, per la precisione.
Rivisto a casa, mi ha fatto ribaltare uguale, solo sul divano anziché sulla poltroncina 😁
101. Suicide Squad – David Ayer
102. Friend request – Simon Verhoeven
Temevo fosse mediocre, invece è un filmetto discreto. Chiaro, nulla di stupefacente. Di originale c’è ben poco – persino la scelta del mezzo computer / Facebook come veicolo di morte, mescolato a ingredienti nient’affatto moderni come la stregoneria e lo scrying, è già vista. Verso The ring ha molti debiti, o forse piuttosto sono omaggi voluti…
Tuttavia non è da buttare: mantiene un buon ritmo fino alla fine, non impone scene superflue e utilizza, per un certo tempo, la grafica non per creare effetti speciali ma in modo complementare alle normali riprese (i disegni animati pubblicati sul proprio profilo da Ma Rina si espandono a tutto schermo, dando però l’idea che sia Laura – e noi – a caderci dentro).
Mi chiedo se sia stato mandato in onda in prima serata perché ha un target giovane (anche se resta vietato ai minori di 14 anni… mah!), mentre quel mostro sacro di 
Babadook è stato programmato in seconda. Rai4 dovrebbe pur avere un margine di manovra più ampio… ma forse sto delirando, parlo pur sempre della Rai.
103. Le belve – Oliver Stone
❤ 104. The final girls – Todd Strauss Schulson
Mi soffermo come al solito a spiare cosa danno in seconda serata, e su Rai4 – che ultimamente si dà all’horror – sgamo questo che pare un filmetto da nulla. Tempo dieci minuti, e ho deciso che valeva la pena aspettare un attimo. Tempo venti minuti, e ho deciso di vederlo tutto. Tempo mezz’ora, e i miei due neuroni facevano le capriole dentro il cranio urlando WOW!
Ho visto per la prima volta Taissa Farmiga, sorella di Vera, e rivisto diversi volti già noti.
Ho visto un ibrido tra slasher, commedia e fantastico con virate decise sul sentimentale; e non ci crederete, ma stava in piedi.
Ho visto un flashback dentro ad un film dentro al film, e gente che passava dall’uno all’altro – e una di queste ad un certo punto 
capiva di non essere  reale, ho visto loop temporali ripetuti, ho visto cinema che parla di se stesso e si prende per i fondelli scena per scena, e nonostante questo anzi proprio per questo, perché è fatto bene, in quelle stesse scene sa di epico.
Per un miracolo del cielo, 
esiste una copia nel mio circuito bibliotecario – doh!

Max Cartwright è una ragazza che frequenta l’ultimo anno della scuola superiore. Con gli amici si reca ad una proiezione pubblica di Camp Bloodbath, un film horror che ha visto protagonista la madre Amanda, ora deceduta.
Durante la proiezione rimangono vittime di uno strano incidente che li catapulta all’interno del film, Max ritrova quindi la madre e insieme ai suoi amici, affrontando i pericoli previsti dalla trama del film, tra cui un serial killer che brandisce un machete, dovrà trovare un modo per ritornare sana e salva nel mondo reale.

Le cose minime

Ieri ho fatto un piccolo botto – ho superato le 100 visite, cifra dalla quale normalmente sono ben lontana – con tutto il corollario di like e commenti inattesi.
Mi ha fatto piacere. Chissà che non diventi una routine. Ma, avendo una buona esperienza pregressa di blogging, so che in certe circostanze, grazie a certe congiunture, cose così possono capitare – e non ripetersi.
In ogni caso ringrazio chi è passato di qui a vario titolo, compresi i lettori da Spagna, Irlanda, Giappone, Canada, Francia, Stati Uniti, Germania, Svezia, Bosnia Erzegovina, Cile e Filippine (in rigoroso ordine decrescente ed alfabetico).
Mi ha fatto piacere, dicevo, in particolare perché this is not Facebook, my friend: senza scatenare alcuna crociata, mi pare lapalissiano che blog e social network are two worlds apart. Non è un caso se, oggi, mi trovo qui e non (più) altrove.

Le cose minime” perché sono quelle che mi appassionano di più.
Che contano di più. Che valgono di più.
Che restano, quando tutto sembra sbriciolarsi.
E perché, se non la trovo in un film, in un edificio, in posti come Disneyland (o comunque in situazioni ben precise) la grandiosità m’ha rotto il cazzo – scusate il francese, burp.

La perfezione non consiste nel fare cose straordinarie,
ma nel fare cose ordinarie in maniera straordinaria.
– disse il saggio giapponese

Le “cose minime” spesso sono le “cose (più) preziose”.
– disse un certo Chicco

Bon, ciao e di nuovo grazie a tutti ❤

Carnet (Gennaio 2019)

Per la serie faccio cose, vedo gente – ma anche: leggo libri, vedo film – ecco il primo elenco mensile di questo nuovo anno.
Lascio, davanti al numeretto, un punto esclamativo ad indicare i titoli migliori (per i motivi più disparati: oggettiva genialità, gusto personale, considerazioni inattuali o soltanto particolari), ed un cuoricino a seguire.
In blu invece, a beneficio di Wwayne, i titoli relativi all’era digitale, con tutti i suoi annessi e connessi.

[libri]
1. Il presidente è scomparso – James Patterson & Bill Clinton
2. Dieci ragioni per chiudere subito tutti i tuoi account social – Jaron Lanier
> plus: La dignità ai tempi di internet, dello stesso autore (anticipo una lettura in corso)
Un autore spesso criptico, o anche soltanto dal lessico involuto, che tuttavia sa il fatto suo sia perché ha le idee chiare e valide, sia perché fa parte dello stesso mondo che discute.
!3. Il sesso inutile – Oriana Fallaci ♡
4. Il digitale quotidiano – Salvatore Patriarca
Concetti e linguaggio di matrice chiaramente filosofica. 

!5. L’oro di Napoli – Giuseppe Marotta ♡
6. Storia di un’anima – Teresa di Lisieux
!7. Internet ci rende stupidi? – Nicholas Carr ♡
Se l’argomento “digitale” vi interessa, consiglierei di partire da qui: ci trovate chiarezza, una profondità non pretenziosa, e tanti tanti… input differenti.
!8. Il gusto del cinema – Ferruccio e Federica Cumer ♡
Una chicca, purtroppo edita a livello regionale e dunque non facilmente reperibile.
9. Il gusto del cinema, Edizione speciale 10 anni – Laura Delli Colli
!10. I nuovi poteri forti, Come Google Apple Facebook e Amazon pensano per noi
– Franklin Foer ♡
Il titolo fa temere il peggio, ma poi il fratellino di Jonathan Safran fa il miracolo e risulta credibile, oltre che scorrevole.
!11. Preferisco leggere – Patrizia Traverso ♡
Operazione di sintesi organica – non di mero montaggio – di fotografia e testo: non certo una scelta nuova, ma perfettamente riuscita, poiché personale e portatrice di senso.
12. Las Vegans, Le mie ricette vegane sane, gustose e rock – Paola Maugeri
Alcune ricette o meglio idee le ho raccolte. Buone intenzioni e buona volontà di un personaggio anche simpatico, nulla di che, comunque.
!13. Ero gay – Luca di Tolve ♡
Una bella sorpresa. Non che mi aspettassi un libro brutto, ma neppure speravo in uno stile meno che rozzo e in contenuti “digeribili” da un pubblico esteso. Invece ho trovato entrambi. Ciò valga come premessa. Per quanto concerne il merito del racconto, mi limito, qui, a dire che la cifra dello stesso è una rincuorante concretezza; e che leggere Luca è stato come incontrare un amico che mi conosce bene.
!14. MacLuhan non abita più qui? – Alberto Contri ♡
Altro saggio di analisi dell’epoca digitale, con però una particolare attenzione al versante pubblicitario (da un autore che la pubblicità l’ha prodotta ai vertici), ed alla sua (mancata, per lo meno in Italia) proficua e funzionale innovazione. Unica pecca: è un filino egoriferito…

[film]
1. Bird – Clint Eastwood
2. Giù al nord – Dany Boon
3. Heidi – Alain Gsponer
4. Killer Joe – William Friedkin
Cattivo, grottesco e divertente.
!5. Il cliente – Asghar Farhadi ♡
Farhadi è diventato uno dei miei favoriti. Spietato nel descrivere un’umanità che pure lo muove palesemente a compassione.
6. Be cool – F. Gary Gray
7. Ghostbusters – Ivan Reitman
8. Ghostbusters II – Ivan Reitman
!9. L’uomo dal braccio d’oro – Otto Preminger ♡
!10. La messa è finita – Nanni Moretti ♡
Intelligente con levità, come una torta ai tre cioccolati, ma con la panna vegetale.
! 11. I nostri ragazzi – Ivano De Matteo ♡
12. Conseguenze pericolose – Tony Spiridakis
13. Ore 11:14 – Greg Marcks
14. La famiglia Belier – Eric Lartigau
!15. Black book – Paul Verhoeven ♡
Unione perfetta tra fierezza, sofferenza e caustica critica sociale.
16. Another happy day – Sam Levinson
Non privo di una sua coerenza; ma lamentoso, lamentoso, lamentoso!
17. Tutta la vita davanti – Paolo Virzì
18. Martyrs – Pascal Laugier
Caruccio, in un paio di occasioni stupefacente (vedi scuoiatura), ma dov’è il dolore? Dov’è?!
19. Zero Dark Thirty – Kathryn Bigelow
Forse sono io a non averne colto il messaggio, ma più di un semplice e godibile film d’azione, con una appena accennata sfumatura etica, non mi riesce di considerarlo.
20. Red – Robert Schwentke
!21. Il grande sonno – Howard Hawks ♡
Bogey e Laurie vincono a mani basse.