libri (maggio 2020) – pt. I

farfa su libro

Limonov – Emmanuel Carrére [kindle]

Due cose:

Carrére scrive la sua non-fiction sulla sabbia.
Come qualcuno – non ricordo ora chi – ha ben precisato, sceglie il suo soggetto e poi, anziché distaccarsene pur restando appassionato e farne una descrizione se non obbiettiva, almeno “terza” con tutti i mezzi documentali e critici possibili, ne trae un discorso fantasioso, personale ma più apologetico che ragionato, romanzato.
Una non-fiction che dia l’impressione d’essere un romanzo, capite bene, svolge male tanto il proprio lavoro di osservazione analitica quanto quello che del romanzo è proprio, di coinvolgimento sintetico nella vicenda.
Non andando da nessuna parte.
Carrére è fumo senza arrosto.

Limonov (per quanto ci appare attraverso gli occhi di Carrére, che lascia spesso intendere d’aver attinto a fonti dirette ma non le sostanzia mai), è un presuntuosetto invidioso, una mezza tacca che aspira non a cose grandi, ma a cose brillanti, di quella brillantezza che ha la bigiotteria per le gazze.
Lo stesso che ha sempre relativizzato la crudeltà del sistema-gulag, perché – a detta dell’autore stesso – ha sempre avuto il culo al caldo grazie al padre cekista che pure disprezzava poiché mediocre funzionario, di ritorno in patria dai folleggiamenti americani ha fondato un partito il quale, di nuovo, non serve ad altro che ad appropriarsi dei luccichii di una “posizione scomoda” spacciandosi per ribelle e martire.
Limonov è uno sfigato.

Storie di fantasmi per il dopocena – Jerome K. Jerome [kindle]

Breve e lieve parodia della tradizione di raccontar storie di fantasmi la vigilia di Natale.
Una sciocchezzuola ironica che descrive i suoi bersagli con tratti demenziali.
Niente più che un divertissement.

Magia nera – Loredana Lipperini [kindle]

Molto intrigante. Una raccolta di racconti al femminile; magici sono le protagoniste, gli eventi che loro càpitano, le atmosfere. Nulla di “infiorettato” tuttavia, né dalla Lipperini / Manni ce l’attendevamo: riscatto, sopruso, vendetta, solidarietà, invidia; piuttosto.
Meno dark di quanto immaginassi, ma ugualmente impietoso.

Lettere dal carcere 1926-37 (La nuova diagonale) – Antonio Gramsci

[kindle]

Personaggino impegnativo, Gramsci. ‘Mazza che rompicoglioni: probabilmente la sua puntigliosità e la sua aria da maestrino mi hanno lievemente irritato perché sono anche mie. E’ pur vero che molta parte in questo atteggiamento – incredibilmente coerente fino alla fine – l’ha il carcere e, di più, in quanto va ad aggravare un’evidente e pesante incomunicabilità tra lui ed i parenti.
In una delle tante vie Gramsci d’Italia ci ho vissuto l’intera infanzia. Non potevo prolungare oltre la mia ignoranza. E manco a farlo apposta somiglia a mio cugino da giovane, ma questo è secondario… il “gobbetto” mi lascia, più che idee, un nucleo di abitudine carceraria deleteria – per quanto strenuamente combattuta – e il dolore di relazioni deformate. Non è poco.
E poi, nondimeno, una camionata di tenerezza. Sua l’espressione “ti abbraccio teneramente”, usata soprattutto con la cognata Tatiana; che ho tutta l’intenzione di adoperare e far mia.

Restando in tema, segnalo un bel documentario andato in onda mercoledì sera sul Nove: “Tutto il mondo fuori“, sul Due Palazzi. Lo potete trovare in streaming qui.
Nell’intervista si cita anche il film del 2012 dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, che ho visto e vi consiglio.

La mia seconda vita tra zucchero e cannella – Verena Lugert [kindle]

Da giornalista in via esclusiva a reporter gastronomica – e, principalmente, cuoca professionista. L’occasione l’ha presa al volo, ma non è stato per caso: cucinare per lavoro era una sua fissazione da prima di fare domanda alla Cordon Bleu londinese, per poi cominciare come commis in uno dei ristoranti di Gordon Ramsay.
Il resoconto della vita di brigata è lucido eppure frizzante, sgrezzato quanto basta per divertire ed appassionare anche un lettore che quel genere di vessazioni e devastazioni esistenziali le deplora profondamente.
L’editrice Astoria pubblica svariate “storie di vita”, per chi ama il genere (come me).

Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio – Amara Lakhous

[kindle]

E’ un racconto divenuto famoso attraverso un premio, riuscito sì, ma trovo non meritasse tanta fama. Comoda, ma di buon effetto, la scelta di suddividere i retroscena attorno all’ascensore del titolo – e al cadavere che un giorno vi viene rinvenuto – illuminando di volta in volta un diverso personaggio-inquilino del palazzo, distribuendo equamente capitoletti e punti di vista narrativi.

I libri non commentati:
Gramsci – Angelo d’Orsi [in corso]
Creepypasta – AA.VV.; True Halloween – AA.VV.

film (aprile 2020) – pt. II

grave-encounters
Ma che film horrendo mi hai fatto vedere?!

ESP, Fenomeni paranormali
– Colin Minahan e Stuart Ortiz (The Vicious Brothers);
62. ESP, Fenomeni paranormali II – John Poliquin

Il primo film l’avevo visto, il seguito per molto tempo non ho saputo esistesse. Di fatto, nulla di particolarmente nuovo o eccitante – a parte l’impressione lasciata dai “fantasmi dalla bocca larga” (espressione rispondente al vero ma che mi fa ridere, perché ripenso alla mia insegnante di tedesco delle superiori, rinominata “rana dalla bocca larga”. Povera). Le deformazioni fisiche, i gigantismi in particolare, fanno sempre il loro porco effetto…
… quanto al seguito, che certo non è un capolavoro, offre comunque un salto di qualità nella resa generale. Ha saputo dir tutto la recensione di MyMovies. Magari non originale, ma almeno con un impianto ed un senso – una versione povera di metacinema.

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La terra dell’abbastanza – Fratelli d’Innocenzo

Due amici, ancora studenti, girovagando con l’auto una notte investono un uomo comparso loro davanti all’improvviso, senza che potessero evitarlo.
Il fatto, inizialmente motivo di grande agitazione, rappresenterà per uno dei due l’occasione di entrare in contatto con una famiglia mafiosa della capitale, nella speranza di trarne un vantaggio economico che li porti a “svoltare”.
Ovviamente, le cose non andranno secondo i loro piani…
… bel film dai modi modesti e a tratti rarefatti. Calibrato ma tutt’altro che in tono minore.
Ci trovate Max Tortora e Luca Zingaretti in un cammeo, ma non guardate loro, guardate i ragazzi.

Le colline hanno gli occhi – Wes Craven

Ho visto per primo il remake di Alexander Aja, che imprevedibilmente m’era piaciuto: anche più di questo, che è sanguigno eppure meno impressionante – forse perché gli americani beneducati hanno questa vena di bestialità sotterranea, ma al giorno d’oggi la nascondono volutamente di più e meglio, creando un contrasto con i “selvaggi” più evidente?
In Aja c’è anche l’inserzione di un tema mancante in Craven, che ci cattura sempre ed è il mettere in mostra le falle e le brutture, o comunque gli scontri frontali, delle moderne famiglie. Forse non facendo scorrere il sangue letterale, ma scarnificandosi idealmente per bene.
I legami tra benzinaio e selvaggi sono espressi, anche se con riserbo, mentre noi oggi tendiamo ad essere molto più didascalici: questo è un punto in più per la versione del 1976.

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Come un gatto in tangenziale – Riccardo Milani

Il genere commedia usa proporre situazioni standard, se non drammatiche, e ribaltarle leggendole in tono farsesco. Invece questo film mi pare voglia apparecchiare un set completo di ironie facili sulle mancanze umane lasciando però trasparire, in modo più netto del solito, un tono serio. E’ un’operazione che mi convince molto più della commedia pura, ed a cui la Cortellesi non è nuova – sto pensando a Gli ultimi saranno ultimi, che pur con qualche sbavatura avevo trovato un film solido e dolceamaro al punto giusto.
In questo caso il motivo di fondo è lo “scontro di civiltà” tra burocrati di stanza nelle commissioni europee, altolocati, ricchi e idealisti, e d’altro canto burini rissosi, poveracci  che si dicono tali per colpa dei suddetti burocrati, più incattiviti che realisti: la “periferia”.
Bravi la Cortellesi, appunto, ed Albanese; ma anche il resto del cast funziona (che spasso le gemelle-shopping, Pamela e Sue Ellen). Sonia Bergamasco la adoro sempre. Finale di maniera ma senza esagerazioni, che ci sta tutto. Diamogli un 8 e ½.

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Un tipo (poco) rassicurante…

Game night (Indovina chi muore stasera?)
– John Francis Daley, Jonathan Goldstein

Fa-vo-lo-so. Senza mezzi termini, uno dei migliori film visti quest’anno finora.
Senza volerlo, subito dopo il precedente, ho visto questo che è un altro film dal tono ibrido: commedia certamente, ma definirlo tale è troppo poco – non perché la categoria commedia valga meno della drammatica, ma perché limitante.
Per una volta, non essermi rinfrescata la memoria delle recensioni che posso aver letto in anticipo è stato meglio, perché l’ignoranza totale di cosa avverrà è un fattore di godimento importante.
Si può dire che tutto ruota attorno ad una coppia di appassionati di giochi di società ed ai loro amici – più un vicino psicopatico tanto inquietante quanto sorprendente -, che organizzano regolari serate-gioco (da qui il titolo) a casa propria, finché una sera compare il fratello di lui a scombinare le carte e mettere sul tavolo una specie di “cena con delitto”; ma da questo punto in avanti tutto è sorpresa: che sia o meno una parodia, come si ipotizza ma anche subito si dubita qui, non è rilevante perché la vicenda, per altro serratissima, si regge benissimo da sé.
Commedia sì, dicevamo, ma anche altrettanto thriller, con punteggiatura romantica e momenti d’azione, colpi di scena a catena (e non scordate, dopo gli interi titoli di coda, un ultimo passaggio ulteriormente rivelatore).

Inside job – Charles Ferguson

Documentario sulla crisi del 2008 montato con brevi interviste ai protagonisti – per lo più negativi – dell’economia mondiale. Domande elementari e non aggirabili, insistite, sono lo strumento sufficiente a scardinare le menzogne e le giustificazioni dei figli di puttana, con nome e cognome, che dopo aver immiserito milioni di persone (quando non le hanno portate al suicidio) in maggioranza non solo non hanno perso il posto, ma spesso sono stati promossi a cariche ancora più prestigiose – da presidenti democratici non meno che dai conservatori.
Non stupisce, ma atterrisce, la serenità con cui riescono a negare di aver fatto danno scientemente, o di pentirsi. Nemmeno tentano di scusarsi per errori minori e meno gravi, reali o no, come il non aver fatto bene i conti o essere stati presuntuosi: no, non c’è nulla che non vada, per loro.
Sicuramente il migliore lungometraggio non-fiction visto in proposito; privo di banalità.

White noise (Non ascoltate) – Geoffrey Sax

Micheal Keaton in versione allocco cerca un contatto con la moglie defunta attraverso l’elettronica. Stanotte ci provo anch’io – al massimo registrerò me stessa se parlo nel sonno, il che è altrettanto affascinante -, ma intanto lasciatemi dire che il bello di questa fissazione fantasmatica sta nelle meraviglie del nostro passato tecnologico: videoregistratori ed audiocassette, telefonini GSM, e persino televisori col tubo catodico! ❤
Il film è del 2005 e l’avevo già visto, ma non ne ricordavo davvero nulla (il che, onestamente, non è strano vista la banalità: in pratica non offre altro che jump scare sonori). Il “fenomeno” però è intrigante, e poi mi mancava il seguito, perciò è scattato il rewatch.

White noise 2 (The light) – Patrick Lussier

Dagli EVP alle NDE, con premonizioni e possessioni demoniache: ha davvero senso?
E’ comunque un piacere (ri)vedere un Nathan Fillion ante-Castle, anche se più tontolone.
Bocciati i tentativi di accattivare lo spettatore con citazioni “alte”: dire ad uno scampato alla morte, attualmente in terapia intensiva, che il tuo film preferito è Frankenstein, non è carino. E questo dopo avergli annunciato che verrà seguito dal dottor Karras…!
Bizzarro, meno palloso del primo ma con musiche da latte alle ginocchia e una resa del tunnel verso l’aldilà da fumetto: nulla da aggiungere ad un disco con le meraviglie terrestri da inviare nello spazio ad incrociare ipotetiche forme di vita, ma almeno, proprio come il protagonista Abe, ho aggiunto una discutibile tacca alla mia collezione di vite salvate film da recuperare!

libri (marzo 2020) – pt. I

cesso elegance

La peste – Albert Camus

La drammatica sera in cui non avevo ancora ripristinato il Kindle, che faceva le bizze, ed avevo esaurito i prestiti della biblioteca, mi sono ritrovata a vagare nel panico tra gli scaffali di casa; in preda all’astinenza. Poi mi è venuto in mente che avevo preso in mano più volte questo libro, senza mai decidermi, libro che proprio ora viene citato da diversi blogger che vengono in soccorso dei quarantenati per coronavirus.
Così c’ho provato. Non avessi tentennato tanto!
Immaginavo un libro magari valido, sì, ma pesantino e un po’ farraginoso, invece è scorrevole, piacevole, profondo ma con naturalezza. Una fiction dalla verosimiglianza a maglie larghe. Io ci trovo persino una vena non dico ironica, ma di osservazione distaccata e scafata, e se non indulgente almeno affettuosa, rispetto alla natura umana descritta nelle sue reazioni alla diffusione del contagio, alle misure di contenimento ed isolamento, allo stravolgimento in un verso o nell’altro della propria esistenza.
Vi ricorda qualcosa?
Insomma, ne sono entusiasta.

Massa e potere – Elias Canetti [*kindle]

Per il mio giretto nel Novecento, avevo in programma anche questo titolo di Canetti, del quale ho letto soltanto La lingua salvata. Grazie a Lucius, me lo sto leggendo sul Kindle, che ho rispolverato, e cara grazia che non ne avverto il peso e la… massa, appunto: ha tutta l’aria d’essere lungherrimo. Non un mattone, questo no: anzi, ha uno stile inaspettato, che mi fa pensare alla narrazione di fiabe e miti anziché alla saggistica; però è abbastanza impegnativo, perché esplora concetti importanti senza darne definizioni, ma passando direttamente alla descrizione.
Lo proseguo alternandolo alle altre letture, ma non so ancora se lo leggerò per intero.

Preghiera per Chernobyl – Svetlana Aleksievic [*kindle]

Così come per Tempo di seconda mano (meraviglioso) e tutti i suoi libri di ricostruzione storica “dal basso”, anche questo è costituito dai racconti e da interviste ai protagonisti degli eventi, i protagonisti privi di cariche istituzionali e di potere: abitanti sfollati, mogli dei tecnici e dei pompieri morti in seguito all’esplosione del reattore 4, militari, malati cui è stato tolto tutto, anche il conforto della propria terra.
E questo è il dato di fatto. Il dato personale, invece, è che tanto per cominciare durante la lettura della prima testimonianza, quella di Ludmjla, moglie del pompiere Vasilj, ho pianto come una fontana e pensato che volevo interrompere, e basta. Mi ha fatto un male cane, cazzo. Per cui non l’ho più aperto per diversi giorni, finché non m’è sembrato di aver assorbito il colpo. Poco alla volta e con prudenza, ho proceduto; è molto bello e molto forte, non c’è pagina priva di spine.

Tutte le poesie – Wisława Szymborska [*kindle]

In poesia sono un disastro, come quei bambini dallo stomaco delicato che all’asilo possono mangiare solo riso in bianco e verdurine bollite, altrimenti si ritrovano in subbuglio dopo ogni pasto.
Credo di poter dire sinceramente di amare la poesia (e questo non ha niente a che vedere col fatto che ne scrivo anche), ma molto di rado incontro qualcosa che mi soddisfa appieno, che non mi pone problemi di resistenza – annoiandomi, sconfortandomi, oppure mostrandosi illeggibile senza parafrasi a fianco.
Ci vuole anche un po’ di questo, lo so, ma non fa per me. La vita è breve e la poesia dovrebbe rischiararla, non incasinarla, e farlo attraverso una moderata e fruttuosa fatica spirituale, non attraverso un gravoso sforzo intellettuale.

Tutto ciò per dire che la Szymborska, che finora avevo solo piluccato, mi aveva pur suggerito subito che poteva essermi amica; e infatti ho scoperto che lo è davvero.

La mente prigioniera – Czesław Miłosz [*kindle]

Subito dopo la Szymborska ho aggiunto al lettore un altro autore polacco da tempo nel mio mirino, con un saggio però (ancora in lettura) e non con le sue poesie. Casualmente, il tema s’incrocia benissimo con la Aleksievic: nel testo infatti, secondo le parole di Wikipedia, Miłosz

“affronta il complesso rapporto tra letteratura e società nell’ambito delle democrazie popolari satelliti del mondo sovietico. Demistificando esplicitamente ogni idealizzazione del socialismo reale, evoca e analizza tanto l’adesione quanto la dissociazione degli intellettuali al sistema (il Murti-Bing) consolidatosi in Polonia nel dopoguerra”.

Ciononostante si differenzia da altri dissidenti del periodo per la sua ammissione che, anche sotto la dittatura, un’espressione artistica – ancorché non del tutto libera – si rende possibile; e che anzi la norma fu costituita da intellettuali abituati a ben gestire e giostrarsi con le limitazioni imposte dal Partito, capaci di altrettanta furbizia e sottigliezza, allenati al compromesso.

Brevi interviste a uomini schifosi – David Foster Wallace

Le interviste (fittizie) rappresentano in realtà soltanto una piccola parte di questa raccolta di racconti, particolari come lo sono tutti i frammenti narrativi dell’autore, e come viene ripetuto più volte nelle introduzioni, d’avanguardia. Non adatti insomma a chi stia cercando storie “pulite”, dalla forma convenzionale, subito inquadrabili e dal forte potere di immedesimazione.
Spesso, invece, l’effetto è quello di rifiutare ed allontanare una equivalenza anche solo ipotetica fra lettore e personaggio. L’ironia di dfw qui, piuttosto che amichevolmente dissacrante, è acida, corrosiva.
Tema portante, il sesso.

Devil, Diavolo Custode – Kevin Smith, Joe quesada
Devil, Father – Joe quesada

E alla buon’ora ho recuperato anche qualcosa di Daredevil. E’ ancora presto per decidere cosa ne pensi, ma di certo mi piace più di molti altri Tizi in Tutina (o in pigiama, come direbbe Karen Page).
I cenni al cattolicesimo mi son parsi discreti e sensati, non troppo calcati ed anche ironici: dato il rapporto controverso con le proprie origini, il fatto che Murdock casualmente capti suoni che indicano un reato in corso proprio mentre sta per confessarsi non passa inosservato 😄
Detto questo: la storia del primo, Diavolo Custode, mi sembra più densa e romanzesca, ma quella di Father è decisamente più ritmata, incisiva e cinematografica. E i disegni le vanno dietro: puliti, ampi e più impattanti. Per un certo verso preferisco le sottigliezze della prima, ma nel complesso, considerato anche il tema (ben trattato) della relazione col padre, delle proprie radici e della redenzione; volendo consigliare una lettura sporadica andrei sulla seconda.

I fantasmi di Rowan Oak – William Faulkner [*kindle]

Per essere esatti, le storie di fantasmi riportate in questa raccolta sono state scritte da una delle sue nipoti, ma pur sempre sul calco di quelle narrate da “Pappy” durante la notte di Halloween o nel corso delle lunghe serate estive, al gruppo di bambini che si trovava, in anni lontani, appunto a Rowan Oak – la dimora di famiglia nel Sud.
E’ proprio nel Sud ed in particolare a R.O. stessa che è ambientata la prima storia, quella di Judith, una ragazza figlia d’un soldato confederato che si innamora di uno yankee durante la guerra civile. Si sta tra folklore sudista e creepy britannico, come nella seconda breve storia ambientata in una stazione inglese.
Purtroppo questo è tutto: due storie carine, più una terza – presentata in due versioni, la seconda scombinata – passabile; l’ultima, che non è di fantasmi ma una bislacca fantasia ideata per il compleanno di una ragazzina, anche no grazie. La noia, proprio.
Ho amato invece l’introduzione della curatrice, la nipote dello scrittore Dean Faulkner Wells, nella quale rievoca brevemente ma efficacemente l’atmosfera magica della vita di campagna, qualcosa che ho ereditato da nonni e genitori e in piccola parte sperimentato, qualcosa di impagabile. Ma nessun aggettivo, in ogni caso, è adatto a descriverla.
Per questo sprazzo di gioia dico grazie a Lucius, che me l’ha, ehm, segnalato.

❃❃❃

I libri non commentati:
Sette maghi – Halldór Laxness [interrotto]
Fedeli a oltranza, Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam [interrotto]

film (febbraio 2020)

Inserzione pericolosa (Single white female) – Barbet Schroeder

Con Bridget Fonda e Jennifer Jason Leigh.
Potrebbe sembrare una storia lesbica, invece è solo la solita storia di una psicolabile che si intrufola nella vita di una donna qualunque (in cerca di coinquilina dopo aver rotto col fidanzato), e se ne appropria.
Ad ogni modo, è ben fatto. Molto classico. Di sicuro dà un bello stacco ai thriller televisivi contemporanei prodotti in serie, a base di babysitter intriganti e vicine inquietanti.

The Place – Paolo Genovese

Dopo aver amato Perfetti sconosciuti, aspettavo con ansia di vedermelo.
E, accidenti, il regista (e sceneggiatore) ha fatto un altro centro.
Ne ho parlato qui.

Poltergeist – Gil Kenan

Mi è parso una buona attualizzazione dell’originale.
Ha quello che per me è un “bel” difetto, ossia tira via un po’ troppo rapidamente sull’intreccio narrativo favorendo la paura qui e ora rispetto al racconto del come quella paura s’è generata, come agisce, cosa vuole significare. E con circostanze che hanno portato la famiglia vittima a interpellare proprio una sensitiva, non troppo sfruttata. Lo fa persino con gli elementi nuovi introdotti apposta: cioè con Carrigan, il “liberatore di case” infestate televisivo.
Detto questo, però, non è carente nel mettere sul tavolo le dinamiche interne al nucleo familiare, dal malessere pochissimo ascoltato di Griffin all’invisibilità lavorativa della madre, argomenti che potremmo ben discutere al termine della visione davanti ad una birra. E’ un’ottima cosa.
E last ma ovviamente non least, nonostante ne conosciamo le vicende fa davvero paura, ancora, e in particolare in alcune scene davvero ben costruite, nel mio modesto parere: quella del trapano, quelle dei globi di luce, quella di Piggy Corn che va verso l’armadio, ma anche quella di Kendra nella lavanderia… meno convincenti, invece, l’albero e la fossa di cadaveri, che pure erano elementi centrali e inquietantissimi nel film di Hooper.

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Lo sguardo di Satana: Carrie – Kimberly Peirce (2013)

Bello, bello, bello. Julianne Moore è sempre Julianne Moore, ma in questo caso Chloë Grace Moretz la sovrasta dall’inizio alla fine. Innocente, intuitiva, distruttiva, sofferente, amorevole.
Non ho, mea culpa, ancora visto per intero l’originale del 1976 di De Palma (né letto il romanzo di King!), ma conosco come un po’ tutti la storia, ed ho sentito parlare in toni adeguatamente entusiastici della scena conclusiva del ballo di fine anno.
Ebbene, ho la fortuna di non poter fare paragoni, e posso dire che presa così a secco quella scena, così come resa – ma anche quella nelle docce, attualizzata con l’uso degli smartphone e la diffusione di video in rete – dà tantissimo.
Salvagnini scrive su MyMovies che, forse, abbiamo una protagonista persino troppo carina per essere un’emarginata credibile, e in parte ha ragione perché la bellezza dell’interprete non è stata camuffata se non il minimo necessario. Ma la bellezza da sola non basta, nulla basta mai quando il mondo ti isola. Anche un faccino bello ma trascurato può caderci dentro. Ciò che invece pare meno a fuoco e meno realistico è la rapidità e naturalezza del cambiamento della protagonista: entrambe hanno senso e funzionano, chiariamoci, ma – anche solo per necessità – vengono ulteriormente compresse dal mezzo cinematografico.
Nel complesso, merita attenzione e si guadagna il suo posticino nel mio cuore.

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Madre! – Darren Aronofsky

Per come è stato presentato, mi aspettavo tutt’altro: una home invasion subdola anziché feroce, un dito puntato contro i rapporti familiari convenzionali, uno sghiribizzo astratto ed allucinato, nel quale l’irruzione di estranei in casa che la devastano come non farebbero nemmeno con la propria è quasi un pretesto per raccontare un semplice, ingarbugliato ed affascinante straniamento mentale. Che poi è la materia principe di Aronofsky.
Ricordo anche che molti commentatori non ne erano soddisfatti, non erano convinti del film nel suo insieme – e mi chiedo adesso se si aspettassero anche loro, appunto, tutt’altro: qualcosa di più prettamente horror, per es., voglio dire intrinsecamente tale.
Anche se il legame tra un artista e la sua ispirazione, le sue creazioni è estremamente delicato, profondamente fragile ed a rischio di continue e pesanti interferenze, sofferenze; non è di per sé un fatto considerato materia da incubo. E di questo parla Madre!, del rapporto tra un poeta e sua moglie (a un livello superficiale), la sua musa, l’ispirazione per la propria opera, rapporto che viene sconvolto e devastato dall’irruzione di un gruppo di estranei ostili prima, che potrebbe rappresentare la ristretta cerchia parentale ed editoriale attorno all’artista, e da un’orda di seguaci adoranti poi, senza dubbio il pubblico.
Non mi aspettavo che il ruolo di madre fosse metaforico anziché letterale, né tantomeno che l’intero film fosse una perfetta allegoria, e per di più della creazione artistica e della scelta di offrirla al mondo piuttosto che di tenerla per sé. Ma come ho scritto, si tratta di un’allegoria perfetta: mi ha stupita ma per nulla delusa, anzi. M’ero fatta l’idea che potesse non piacermi, mettermi a disagio per l’ambiguità dell’intreccio, che pure è un tratto caratteristico di Aronofsky che apprezzo; invece dopo il primo terzo di pellicola (che non lascia capire cosa sta davvero accadendo, e mantiene in tensione lo spettatore), la vicenda ed il suo significato si fanno limpidi, ma non meno tesi.
E’ stato amore a prima visione.

madre2madre

1921: Il mistero di Rookford – Nick Murphy

Le storie di fantasmi non mi stancano mai.
In questa, prevedibilmente, non ho trovato nulla di davvero nuovo o entusiasmante, per cui se non è il vostro genere di elezione non ve lo consiglio, però va detto che include alcune svolte di trama non scontate. Comincia in modo molto classico e stereotipato, poi prende una piega più “alternativa”.
L’intreccio va un minimo seguito, quindi niente multitasking con lettura contemporanea, però potete agilmente farvi la manicure mentre lo vedete.
Mi ha divertita perché ci hanno recitato diversi attori-feticcio, di quelli magari non galattici ma che per chi segue le serie tv (e non solo) sono diventati iconici: per dire, c’era la governante del collegio dove si aggira un bambino fantasma che di cognome fa Hill, ma in realtà è… la Umbridge! Non ho bisogno di spiegarvi chi è, vero? Poi c’era il preside aka l’agente Fornell di NCIS. E via così.

C’est la vie (Prendila come viene) – Olivier Nakache, Eric Toledano

Com’è nello stile della coppia registica di quasi amici, anche questo film è un felice inno al politicamente (s)corretto, condito di cinismo mai davvero cattivo ma sempre efficace nel far sorridere, ed alleggerire senza per questo abbellirle le umane spigolosità.
Stavolta il pretesto (gentilmente offerto dal cameriere pakistano: lo conoscerete se vedrete il film) è quello di un’agenzia che si occupa di organizzare matrimoni “chiavi in mano”, ossia un servizio comprensivo di catering / addobbi floreali / ricevimento / spettacoli ecc.
Un film corale, dunque, in cui nessun personaggio sovrasta gli altri e persino quelli di dettaglio si fanno ricordare, in contrappunto alle trovate più clamorose. Adorabile il professore di letteratura grammar-nazi, riconvertito in cameriere.

Hereafter – Clint Eastwood

Mi ha ispirato questo post.



I film non commentati:
Auguri per la tua morte – Christopher Landon
Passioni e desideri – Fernando Meirelles
Sucker Punch – Zack Snyder
Se permetti non parlarmi di bambini – Ariel Winograd

libri (febbraio 2020)

donna-legge-sul-treno

Vertigine della lista – Umberto Eco

Non solo le numerose liste (letterarie o figurative) citate e riportate ed analizzate, ma anche questo stesso libro-contenitore dà realmente le vertigini: al di là delle vaste cognizioni dell’autore, che in origine ha pensato al tema organizzando una serie di eventi per un museo londinese, la ricchezza dell’universo di liste ed elenchi di varia natura, conclusi o aperti tendenti all’infinito, sommuove le viscere.
Che sia l’eterna umana curiosità, o l’insopprimibile desiderio di abbracciare il mondo nella sua interezza; fatto sta che avere per le mani tutto questo ben di Dio di estratti – da Shakespeare ad Ariosto, da Huysmans a Calvino, da Mann ai Carmina Burana; solo per citare quelli che mi son piaciuti di più – mi ha mandato in solluchero.
E’ stata un’esperienza più sensoriale che intellettuale, quasi, non solo con riferimento alla confezione del prodotto che pure merita un elogio, ma proprio per la fantasmagoria immaginativa che scatena (un po’ come le caramelle frizzanti al limone sulla lingua).

No kid – Corinne Maier

Le considerazioni della Maier – le sue 40 ragioni per non avere figli – sono senza dubbio estremamente sbilanciate verso un’ottica sulla vita cinica ed intransigente. All’inizio, infatti, avevo immaginato di attribuirle due stelle. Poi, però, sono diventate addirittura quattro, e per una ragione precisa: condivisibili o meno, non le espone con quello che oggi chiameremmo cattivismo, e nel farlo riesce ad esprimere in modo mirabile una causticità molto concreta e diretta; che personalmente mi ha strappato svariati sogghigni di approvazione.
(Ad es.: sullo stato francese democratico-totalitario ed il suo paternalismo laico.
Sull’abdicazione all’autorità e l’imposizione dell’aconflittualità.
Sul terrorismo delle istituzioni educative e del principio di altruismo.
Tutti questi paroloni altisonanti sono esclusivamente colpa mia).
Le anime belle dovrebbero dunque astenersene. Ma per tutte le altre, via libera: questa donna sa coniugare concisione e chiarezza di idee in una serie di martellate che assesta a destra e a manca, senza nessunissimo riguardo ma con classe. Chapeu.
Il fatto che abbia citato Nanni Moretti (una scena di Caro Diario) per esemplificare la disgrazia della genitorialità, e paragonato Vissani al McDonald’s, è puro valore aggiunto.
Ora dell’ultima pagina, l’ho inserita tra le letture migliori di questo nuovo anno, nello “scaffale” apposito sul sito bibliotecario. Tanta roba. Da leggere e rileggere.

Cinzia – Leo Ortolani

Cinzia Otherside, la transessuale che è “una macchia sul vestito pulito della realtà”, è una delle creature più riuscite del padre di Rat-Man, saga sui cui albi ha fatto il suo debutto in anni ormai lontani.
Doveva essere una comparsa occasionale, come racconta Licia Troisi nella sua introduzione, ma si sa: le macchie di leopardo non si lavano facilmente, e anzi tendono a diffondersi. Così, Cinzia è ancora con noi e lotta.
Lotta contro assurdità di ogni… genere: dalla stronzaggine di chi deve “esaminarla” per consentire la modifica dei documenti d’identità, alla pericolosità della setta di lesbiche vegan che infesta l’associazione lgbtiq-sw (sw sta per “amanti di Star Wars”, una minoranza appena integrata nel gruppo per il cui riconoscimento si sta lavorando…).
Lotta, e non potrebbe farlo con più candore e maggior stile: è una che nella possibilità di una vita normale, non punteggiata di sguardi critici o spaventati, ci crede; ma che al tempo stesso è pronta anche a render pan per focaccia alla stupidità (memorabili le risposte che dà al bambinetto mentre fa animazione ad una festicciola, istigato dal padre a far presente che Cinzia non è una donna, ma un uomo. Se volete scoprirle, però, dovete leggere! 😉 )
Impossibile recensire una storia così. Si può solo indossare il vestito più bello che avete nel guardaroba e uscire per farci amicizia ❤

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Non me lo chiedete più – Michela Andreozzi

Sottotitolo: La libertà di non volere figli e non sentirsi in colpa. Il che dice tutto, ma paradossalmente per noi italiani suona più seriosetto di quanto non sia in realtà, come un entusiastico e grintoso manuale di self-help che finisce per prosciugarti le energie pagina per pagina, anziché restituirtele. Invece la Andreozzi, che non recita soltanto in commedie ma di certo in quelle eccelle, è riuscita a toccare diversi punti nevralgici con ironia e levità.
Non mancando, comunque, di dire – anzi scrivere, che obbiettivamente è meno arduo – fatterelli fondamentali:
1. non abbiamo bisogno di partorire per essere donne;
2. non abbiamo bisogno di figli per amare;
3. dobbiamo imparare a non giustificarci per le nostre scelte [come i gatti, N.d.Celia];
4. non è necessario compensare l’assenza di figli facendo qualcosa di speciale.
Ogni vita è speciale.
Saggia la conversazione immaginata su un autobus, tra una madre-con-passeggino ed una childfree; spassoso (ancorché truce) il resoconto del tipico pranzo domenicale in famiglia. L’aneddottica, rielaborata per trarne casi emblematici, spacca.
Valido per fare una bella conversazione con se stesse, ma anche per per difendersi dagli attacchi dei petulanti con originalità e spirito positivo.

Balletti verdi – Stefano Bolognini

Una buona ricostruzione storica di uno scandalo che, dal bresciano, si estese un po’ a tutta Italia nei favolosi (?) anni Sessanta. Ne ho parlato qui.

Lamentation – Joe Clifford

Un titolo che farebbe presagire disgrazia e trishtessa. E invece.
Non che manchino le vicende da emarginati: il protagonista, Jay Porter, ha un lavoro buono ma a rischio, un fratello drogato – Chris, il quale ha pensato bene di mettersi nuovamente nei casini – ed un figlio che sta per traslocare lontano da Ashton, la (poco) ridente cittadina in cui vive, al seguito della sua ex ed il nuovo compagno.
Sarà Chris, implicato in un commercio poco chiaro, e scomparso dopo che il suo socio è stato ritrovato morto, a dare il la all’intreccio giallo: che però non è il motivo per cui amerete questo romanzo.
L’atmosfera, subito ben delineata, è decisamente grigia. Grigio il clima invernale, grigia la distesa di nulla spazzata dal vento, grigie le prospettive dei residenti. Eppure, io ho avuto la bella sensazione di stare osservando, al riparo della finestra, una tempesta all’esterno. Non solo: l’abilità di Clifford nel descrivere le persone, ed il vivere semplice “di una volta” in provincia (è molto retorico e da vecchi, lo so, ma passatemela: sono una ragazza degli anni ’80, una nostalgica), mi ha fatto godere fin dalla prima pagina di una scrittura avvolgente, ma senza vezzi.
Chiamatelo pure page-turner (voltapagina), ossia uno di quei libri che ti accalappiano e non ti mollano finché non crolli dal sonno, altrimenti li leggeresti senza interruzioni: per me lo è stato. Ed è il primo della serie (di tre) che vede Jay protagonista.

Ulteriore dettaglio che ho apprezzato: la “confezione” del libro, dal formato piccolo e maneggevole ma al contempo bello solido e corposo. Sto operando una piccola selezione di case editrici che pubblicano standard simili, da esplorare come fossi al banco gastronomia / pasticceria della Conad ❤
In questo caso, si tratta di CasaSirio, collana “Riottosi”.

Perché non abbiamo avuto figli: donne “speciali” si raccontano
– Paola Leonardi, Ferdinanda Vigliani

Premesso che il (sotto)titolo è tremendo perché accomuna le non madri ai disabili in un moto di pietà pelosa, e l’autrice P.L. che l’ha scelto ne è pure consapevole avendo aggiunto le virgolette; il contenuto del libro è molto superiore alla sua apparenza.
E’ composto di interviste a donne note nel mondo dello spettacolo o della ricerca psicologica / sociologica, del giornalismo, ecc., tutte con una partecipazione al movimento femminista che spesso risale agli anni Settanta. Molto mi interessavano quella a Piera degli Esposti (che però non mi ha detto granché, ed è piuttosto breve), e quella a Rossana Rossanda (che però non c’è stata: viene infatti riportata una sua lettera nella quale declina la proposta.
Ciononostante, ho scoperto altri nomi dell’epoca ed una bella ricchezza di temi, di declinazioni del non-esser-madre, di posizioni intellettuali e politiche; inoltre le pagine del libro sono pervase non dico da modestia, ma dalla semplicità di persone che hanno deposto le armi retoriche, e sanno porsi domande. Non è poco!
Ho copiato alcuni estratti, che se mi riesce utilizzerò per discutere ancora l’argomento.

Il cuore nero della città: Viaggio nel neofascismo bresciano
– Federico Gervasoni

Francamente trascurabile. Era un nuovo acquisto appena arrivato in biblioteca (datato 2019), così ne ho approfittato: poco male, perché si legge in meno di due ore; ma salvo un paio di nomi che non conoscevo non ho trovato un resoconto di peso. Non dico che tutte le pubblicazioni di questo tipo debbano essere all’altezza del reportage di Rosati su CasaPound, per esempio, ma che senso ha – se non fare presenza e raccattare qualche soldo in più – trasferire poche informazioni già presenti negli articoli dell’autore (firma de La Stampa) in un libriccino? Per fare un libro non basta amalgamare gli ingredienti e renderli organici, occorre approfondirli.

Atlante dei luoghi inaspettati – Travis Elborough, Martin Brown

Scoperte inattese, città misteriose e leggendarie, mete improbabili: questo il sottotitolo dell’atlante compilato da Elborough ed illustrato con le mappe di Brown (ma anche corredato di foto in bianco e nero), un elenco non esaustivo ma curioso e ben raccontato di luoghi particolari, alcuni noti altri meno.
Tra i miei preferiti figurano: la Città degli Scacchi, sorta (e morta) nella Russia calmucca (nella sezione Origini inconsuete); Just Room Enough Island, una micro-isola privata sul fiume San Lorenzo (nella sezione Destinazioni eccentriche); Slope Point in Nuova Zelanda con i suoi alberi inclinati e modellati dal vento e la spiaggia di vetro di Fort Bragg, ma anche il Lago Verde in Stiria (nella sezione Posti incredibili)… e poi quasi l’intera sezione Siti sotterranei: soprattutto la Grotta di Conchiglie nell’inglese Margate, di natura mai del tutto chiarita, e l’agglomerato di caverne sotterranee abitate – con tanto di negozi – di Coober Pedy, nell’Australia meridionale.
Nel catalogo non troverete solo natura, ma soprattutto aneddoti storici e culturali (sintentici e dal tono leggero), e non soltanto meraviglie da ammirare ma anche situazioni che possono lasciare sospesi tra il ribrezzo e la stima per l’inventiva umana: la cairota Città della Spazzatura contende il titolo all’idea di utilizzare il petrolio come prodotto per l’igiene personale…
… segnalo infine un capitoletto dedicato al villaggio di Matmata, in Tunisia, dove l’hotel locale è stato parte del set di Star Wars, trasformato nella casa di Luke Skywalker.

Non costa niente – Saulne (Sylvain Limousi)

Secondo la quarta di copertina la storia di Pierre, ragazzo francese che alloggia diversi mesi in Cina, parla della “ricerca di una personale decrescita”. Vivere a Shanghai con 60 centesimi al giorno è infatti la sfida che impone a se stesso quando, nella prolungata attesa di un’eredità che tarda ad essere incassata, si trova a corto di denaro e di fronte ad un bivio: tornare in patria prima di terminarlo del tutto e programmare un rientro una volta sistemati i conti con la burocrazia, oppure restare – e campare facendo economia.
Laddove “fare economia” significa fare proprio i conti della serva, confrontando il prezzo (molto minore rispetto a quello rincarato europeo) dei prodotti acquistati al supermercato sotto casa con lo scialo per ristoranti, locali e altre incessanti amenità offerte dalla città ai turisti e agli stranieri residenti, i quali ne fanno un consumo abbondante.
In realtà, più che un percorso premeditato di decrescita, la vicenda racconta l’imprevista, imprevedibile e rigenerante intuizione di quel mondo oltre la cortina fumogena del centro città sfavillante, dove ci sono la normalità e spesso la povertà. Povertà che non è necessariamente sinonimo di vita più semplice e vera, a volte è sinonimo di sconforto, noia e vuoto: e tuttavia permette di sperimentare su di sé uno stile di esistenza non inquadrato, fuori dal vincolo asfissiante del privilegio degli occidentali impiantatisi in Asia conservando intatto il proprio senso di superiorità ed il proprio inscalfibile disprezzo.

Non amo questo stile di disegno (si tratta di una graphic novel), che non dipende dal fatto che l’autore è un autodidatta e rappresenta invece una scelta precisa, ma questo è un gusto mio.
Ho apprezzato invece che le tavole a colori iniziali vengano via via sostituite da un mix col bianco e nero, fino a lasciare dotati di una tinta accesa soltanto i cibi –  quando Pierre arriva a provare i morsi fisici e mentali della fame -, tornando alla regolarità cromatica solo nell’ultimo istante chiarificatore.

 

Lieto evento – Eliette Abécassis

Titolo cinico per Barbara, parigina che l’evento della maternità lo vive, e lo racconta, in modo nient’affatto lieto.
Lo stile dell’autrice, a me nuova ma gradita, è senza fronzoli: anche perché i fronzoli stanno tutti nell’idea romantica che la protagonista s’è fatta della propria relazione con Nicolas, goduta con passione e spensieratezza finché lui non le ha chiesto un figlio… e lei ingenuamente, con leggerezza, ha detto sì – pur non avendo alcun motivo per farlo, come appunto spiega -; naufragata poi rapidamente di fronte ad un uomo che si dimostra più figlio che padre, più ancora che sotto i colpi del rimpianto e dell’angoscia per una scelta rivelatasi distruttiva per tutto ciò che aveva amato.
“Violento, sincero, impudico” è questo romanzo per il risvolto, “feroce e spassosa” l’idea della maternità che esso veicola per il Nouvel Observateur. Lo confermo: per una volta le recensioni non mentono. Sebbene in seguito la condizione di madre diventi per Barbara – anche – un’ossessione avidamente appresa, un portato animale cui si adegua respingendo lontano illusioni e libertà perdute, non c’è in questo passaggio alcuna forzatura. La scrittura è corposa e fluente, felice.

Scopro che la Abécassis ha sceneggiato Kadosh di Gitai, film che a suo tempo ho apprezzato, e che varrà la pena rivedere.

Nel territorio del diavolo – Flannery O’ Connor

Se le lettere ed ancor di più il diario di preghiera di questa nota, citata ed ammirata autrice cattolica li ho sentiti indigesti (tanto che le lettere le ho appena piluccate), al contrario questo titolo, una raccolta di interventi ed articoli sulla scrittura, ha lo stesso effetto di un potente raggio di sole che fende una spessa nuvolaglia.
Ha un pensiero limpido come, suppongo, devono essere anche i suoi racconti e romanzi, ed uno stile asciutto ma non secco che a quel pensiero si addice. Acuta ma non sofisticata, divertita e mai dozzinale; una persona così può restituirti di botto il senso della letteratura e del perché credi di amarla, dopo mesi di encefalogramma piatto.

Considera l’aragosta – David Foster Wallace

Manco a farlo aposta, nel terzo saggio di questa raccolta viene citata anche la suddetta O’ Connor: L’umorismo di Kafka […] è in definitiva un umorismo religioso, ma religioso alla maniera di Kierkegaard e Rilke e dei Salmi, una spiritualità lacerante di fronte alla quale persino la grazia sanguinaria della sig.a O’ Connor appare un po’ scontata, le anime in gioco precotte. Certo preso così quet’inciso può sembrare critico nei confronti dell’autrice, ma no, è invece un complimento il cui scopo è di biomagnificare le caratteristiche della scrittura di Kafka.
Se fossi Foster Wallace, su questo libro scriverei un articolo dedicato, ed il paragrafo precedente sarebbe contenuto in un’apposita nota a pie’ di pagina, anzi sarebbe diviso in due: nota con la citazione, sottonota con la mia considerazione sulla citazione. Purtroppo o per fortuna non sono lui, e dunque mi limito ad una recensione elementare.
Come sempre nella sua produzione saggistica le note, appunto, sono non solo parte integrante e non marginale del testo, ma vere e proprie esperienze a sé, un po’ allucinogene per l’effetto scatole cinesi ma tanto più interessanti per questo, come se avessimo prenotato un weekend in una spa e da lì scoprissimo che i massaggi si fanno in una stanza subacquea che permette di vedere delfini e squali nuotarci attorno.
Poi c’è l’altro grande caposaldo: la varietà dei temi trattati, mai scontati, che si tratti di interventi in pubblico, articoli o reportage più lunghi. Come quello sugli Oscar del porno che apre la raccolta, impietoso e dall’umorismo leggero (perché tanto ci pensano già i protagonisti a sbugiardarsi, o forse dovrei dire sputtanarsi).
Tra i più piacevoli (intriganti) c’è il resoconto dell’ultima settimana di campagna elettorale (al seguito) di McCain nel 2000. Micidiale.

Il traghettatore – William Peter Blatty

Dalla penna dell’autore de L’esorcista (che non consiglierò mai abbastanza) sono uscite storie molto diverse, fra le quali questa ghost story. Le storie di fantasmi sono tra le mie letture preferite, dunque non potevo farmela mancare; anche se ho letto diverse recensioni non del tutto soddisfatte. Forse dipende dal tono generale, leggero e scanzonato, più che immediatamente misterioso ed inquietante; ma ciò che rimane è l’occhio brillante dell’autore sulle situazioni descritte, siano tragiche o divertenti.
Nel primo capitolo conosciamo Joan Freeboard, agente immobiliare in carriera, incrocio tra un treno in corsa ed uno scaricatore di porto: colei che radunerà ad Elsewhere, una villa disabitata su un’isoletta del fiume Hudson, l’amico scrittore Terence Dare, la sensitiva Anna Trawley, il professor Gabriel Case noto per i suoi studi sul paranormale, e naturalmente se stessa. Inutile specificare che Elsewhere ha una fama sinistra, è considerata infestata da spiriti maligni… come potete intuire, la speranza di Joan è di far pubblicare un articolo “scettico” su una rivista che contribuisca alla vendita della proprietà.
Ma dopo aver convinto un riluttante Terence (nel secondo, spassoso capitolo) ed aver raggiunto la dimora e fatto le dovute presentazioni (nel terzo capitolo, già un po’ più debole) le cose andranno semplicemente per il verso sbagliato…
… credo che le critiche a questo romanzo siano state un po’ ingenerose: non è un capolavoro, la vicenda avrebbe meritato più tensione e compattezza, e la soluzione dell’enigma si intuisce presto; eppure ciò che questo enigma ha da dire supera il piacere dell’elemento misterioso. E’ il modo in cui noi, come esseri umani, reagiamo ad esso che interessa a Blatty. Che ha costruito un mistery soft, ma pienamente commovente.

“Il mondo non è mai stato pensato per essere la nostra casa”, aggiunse Case.
“Il mondo è un posto per una notte. Solo un passaggio”.

“Un neutrino non ha massa né carica elettrica. Può attraversare tutto il pianeta in un batter d’occhio. E’ un fantasma. Eppure è reale, sappiamo che è lì, che esiste. I fantasmi sono dappertutto, secondo me. […]”


I libri non commentati:
Diario di preghiera – Flannery O’ Connor
Atlante delle isole del Mediterraneo – Simone Perotti

qui, dopo

Ho rivisto Hereafter di Eastwood. Lo vidi al cinema nel 2010, quando uscì – allora era morto da due anni mio fratello, ma non ancora mio padre – e ricordo distintamente il grande impatto che ebbe su di me. Forse fu la prima volta, o una delle prime volte, in cui mi ritrovai a piangere in sala. Lo tsunami, immagini subacquee di una certa dura bellezza, l’investimento col furgone, la bomba: tutti elementi traumatici che agirono su di me risvegliandomi dal torpore protettivo di cui mi rivestivo allora.
Nel film si parla di (pre)morte, di scelte, di vita, di fantasmi. Protagonisti sono un veggente americano, che mette in contatto in modo atipico defunti e viventi, ed una giornalista francese sopravvissuta allo tsunami, durante il quale ha avuto una NDE che ora vuole divulgare in un libro.
Sicuramente una delle pellicole più atipiche di Clint, e meno note, con qualche difettuccio ma non per questo disprezzabile; temevo di detestarlo alla seconda visione invece mi ha dato di nuovo tanto.

Intermezzo pubblicitario.
Non ho voglia di schiodarmi dal divano a fare una delle mie “tappe”, così resto a guardare assorta gli oggetti sul tavolino di fronte a me. Ho la foto di mia madre appoggiata alla sveglietta, fermata dal termometro perché non scivoli, dal 22. Il portacandela di ottone e dentro, avvolto alla base da un pezzo di stagnola protettiva e riflettente, il moccolo rosarancio. Il rosario sfoderato, in vista, così da non trascurarlo come tutto ciò che non richiama immediatamente la mia attenzione. Bicchiere d’acqua e crema per le mani.
I morti non bevono, non hanno bisogno di lumi e non ardono di febbre.

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«Però non capisco, concretamente, come la gente riesca a vivere. La mia impressione è che tutti dovrebbero essere infelici. […] Se Maupassant è diventato pazzo, è stato perché aveva una coscienza acuta della materia, del nulla e della morte – e perché non aveva coscienza di nient’altro. Simile in questo ai nostri contemporanei, egli stabiliva una separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo. È l’unico modo in cui al giorno d’oggi si può pensare il mondo. […] Più in generale, siamo tutti soggetti all’invecchiamento e alla morte. E per l’individuo umano il concetto di invecchiamento e di morte è insopportabile; […] Nessuna civiltà, nessuna epoca è stata capace di sviluppare nei propri appartenenti una tale quantità di amarezza.» – Zola

Ho amato Zola, Nanà in particolare, ma non aderisco al piacere del nichilismo che descrive, al vizio moderno. Credo nell’aldilà ed ho grande cura dei miei fantasmi.
Sulla scorta di Georges Perec e della sua lista di Mi ricordo, ecco i miei in tema di soprannaturale:

mi ricordo

che una volta mio padre si svegliò di soprassalto – stavamo ancora nella prima abitazione in via Brescia – e, percependo nettissima la presenza di suo padre in casa, s’alzò e si mise a cercarlo in ogni stanza e corridoio

che mia cugina fece un sogno: sognò mio padre, morto da poco, che le raccontava com’era andata. Aveva sentito un dolore fortissimo qui, le disse stringendo il pugno sul cuore. Ma aveva un sorriso bellissimo, era sereno più che mai ed emanava una luce interiore

che una sera, appena coricatami con mia madre al fianco nel letto matrimoniale, mi girai sul fianco verso l’interno e ad un certo punto sentii sul braccio nudo l’impronta di una mano, la mano di mio padre che si posava a farmi una carezza lasciandomi segnata con il tocco della sua fede nuziale

che mia cugina una volta si risvegliò da un sogno vedendo accanto a sé il fratello morto anni prima, che le parlò e la rassicurò

che poche settimane prima di andarsene mio padre, mentre guidava verso Casalpusterlengo, chiese a mia madre se avrebbe saputo arrivarci da sola, se ricordava la strada. Mia madre disse sì – erano quarant’anni che faceva quella strada con lui; e poi più tardi mi raccontò di quell’episodio e di come l’avesse visto in una luce differente dopo l’accaduto

che il giorno in cui lui morì mi sentii girare la testa, più o meno a quell’ora, ed ebbi il dubbio, la sensazione che qualcosa di non buono stesse succedendo in quel momento

Rassegna Stampa / 7

Spigolature dal web.

amica geniale ferrante

  • dalla letteratura al cinema: a questo giro vi lascio la recensione di Grazie a Dio di Ozon a cura di Gerundio Presente. Tema scottante, sviluppo intelligente, a detta di Elisa superiore nell’esito al ben più chiacchierato ed osannato (è il caso di dirlo) Il caso Spotlight. Ed io, pur avendo visto solo il secondo e non ancora il primo, concordo: quel premio Oscar non m’aveva lasciato poi molto – per chi lo volesse recuperare, lo danno stasera su RaiMovie;
  • altro tema “scottante” che riguarda la fede, ahimè fondamentale solo per noi anime perdute che coltiviamo l’insana passione per l’horror, è questo: esistono differenze tra fantasmi protestanti e spettri cattolici? Ebbene sì, esistono, e la brava Lucyette (date un’occhiata al suo blog, specie se siete storici o archivisti) ce lo spiega.
    Così saremo tutti più attrezzati per Halloween! Ognissanti! O quel che vi pare!

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  • Si parla di diritto di voto ampliato (alla platea dei 16enni), ma anche ristretto (negato agli ultra65enni), di pensioni, di suicidio assistito – aka eutanasia -, di capacità di intendere e di volere… siamo tutti bravi a fare gli spacconi ed i sapientoni. Poi, arriva la riforma che ci dà ragione, e lì ci caliamo le braghe…;
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Opera di Bansky
  • dopo Joker, figuriamoci se potevo esimermi, ho fatto qualche ricerchina. Mi interessava spostarmi dal versante psichiatrico a quello neurologico, perché va bene tutto – i deliri pittoreschi, le allucinazioni, le esplosioni di violenza – ma, con buona pace del mio amore per il film questo è sganciato e non ha punto di contatto con il disturbo che dà a Fleck la sua risata caratteristica (frammista a pianto), ossia la sindrome pseudobulbare (sentite come suona bene!: mentre la pronuncio mi sbocciano bulbi di tulipani multicolore nel cranio!).
    Andava bene anche meno, ma perché no, se avessi scovato un autore che me la raccontasse nello stile di Sacks, con quello che ormai io chiamo “neu(ro)manzo”… tanto meglio.
    Di fatto però non ho ancora sgamato nulla di buono. Solo schede cliniche ed elenchi asettici. Ho, comunque, scoperto due cosette che non sapevo:
    a) la pseudobulbare prevede, all’occasione, anche una “voce da paperino”. Non ne ho mai sentita una dal vivo, ma quel che di filiforme e strano nella voce di Arthur potrebbe far capo a questo… non ci giurerei, eh. Ma se fosse, che colpo da maestro per il doppiaggio italiano!
    b) la sindrome può emergere come simpatico corollario a diverse altre malattie neuromuscolari. Per esempio con la sclerosi multipla (Ale, e che tu lo sapevi?!).
    E’ sempre bene avere qualche elemento in più.