film / serie tv (gennaio 2020)

[∞ Serie Tv]

What we do in the shadows

Controllo i programmi della (seconda) serata, vedo che comincia una nuova serie a soggetto vampiresco che non sembra nemmeno essere troppo leccata e pretenziosa (forse quest’idea me la dà il fatto che è incentrata su un nucleo “familiare” e non sui destini dell’universo mondo), così decido di assaggiarla.
Non ho particolari aspettative, solo una moderata curiosità, ma ne vengo conquistata subito: scopro che è una commedia, una commedia divertente, che prende in giro la seriosità con cui noi umani fissati coi non-morti ci accostiamo al tema; e per giunta è composta da episodi molto brevi – li trovate qui su RaiPlay, e vi consiglio di precipitarvi prima che li levino. Ma li stanno trasmettendo anche su Fox.
Per dire, nella prima puntata un paio di giocatori di ruolo dal vivo vengono invitati a casa dei vampiri dal loro famiglio, allo scopo di essere succhiati a loro insaputa (un po’ come con JustEat, ma col fattorino privato).
Nella seconda, il gruppo si presenta al consiglio comunale di Staten Island per ben due volte per promuovere la mozione “arrendetevi al nostro potere e consegnatevi al dominio vampirico”.
A mezzanotte passata ero piegata sul divano a grugnire come un maiale, che è ciò che mi succede quando rido forte forte.

(Ancora) Supernatural XIII

Ollà, e finalmente Lucifero s’è tolto dai coglioni! Peccato che adesso c’è in giro l’arcangelo Michele in versione cattiva, ma “vestito” col corpo di Dean, che vuole distruggere everything (lo sapevamo fin dai titoli che andava a finire così: perché il mondo può anche essere annichilito, e senza che Chuck-Dio muova un fottuto dito, ma se Sammy è in pericolo stai sicuro che Dean abbandona tutti al loro misero destino e corre a salvarlo, anche se non serve perché lui sta lì a giocare alla morra cinese con Jack, figlio di Lucifero, per stabilire chi ha più diritto di sacrificarsi per l’altro).
Se non ci avete capito nulla, tranquilli, è perfettamente (super)naturale.
Però, vi state perdendo qualcosa di hey-hey!

Sto anche dando un’occhiata, ma già annoiata, a Babylon Berlin, e rivedendo su La7 ogni giorno Perception –  di sole tre stagioni, ma che mi piaceva.


[∞ Film]

Ore 15:17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Bello. La scelta di far recitare i tre ragazzi stessi, protagonisti dello sventato attacco terroristico sulla linea Amsterdam > Parigi del 2015, ha pagato. Ne esce un ritratto pulito, elogiativo ma non appesantito da retorica – avrei giusto evitato di concludere la storia con premiazioni e discorsi, magari aggiungendo una scena o due al termine, e di aggiungere il filmato della parata nella città d’origine. Non hanno nulla che non vada in sé, ma finiscono per ingessare l’insieme.
L’intervento sul treno è marginale, in termini di minutaggio, rispetto alla narrazione della vita e dell’amicizia fra Alek, Spencer ed Anthony, ma questo non guasta poiché il focus è palesemente proprio sul rapporto creatosi fra i tre, senza il quale l’intenzione di fare qualcosa e l’esito dell’azione stessa non sarebbe, secondo me, mai stato lo stesso.

Land of mine – Martin Zandvliet

E’ la storia di un gruppo di soldati-ragazzini tedeschi, che al termine della seconda guerra mondiale, trovandosi in Danimarca, vengono costretti dall’esercito locale a sminare chilometri di spiagge sulle quali i loro compatrioti hanno disseminato – appunto – gli ordigni esplosivi.
Da non perdere (io l’ho visto su Rai4, quindi forse su RaiPlay è disponibile). La durezza di un paese incancrenito contro la Germania, che non fa distinguo nel suo odio, e la tenerezza, la preoccupazione verso quelli che in fin dei conti sono propri simili, esseri umani, per di più meri strumenti sacrificabili di guerra, si dividono lo schermo e le scene con fluidità e chiarezza perfette. Non c’è analisi psicologica spinta, ma piuttosto l’esposizione nuda dell’animo.

Batman – Tim Burton

Finalmente ho il quadro completo dei Joker cinematografici “moderni”. Semplicemente, Nicholson è un grande. Detta questa ovvia cosa, tuttavia, scopro di ammirarlo per l’eleganza ma di preferire, nel complesso, il clown di Ledger.
A proposito del film, ho visto questo primo capitolo burtoniano solo successivamente al secondo, ma non ha rappresentato un problema: anche in questo caso, me lo sono goduto ma sorprendentemente ho trovato ancora più ben fatto proprio quello con Pinguino e Catwoman.

L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Ho còlto l’occasione del passaggio su Rete4 e me lo sono visto, finalmente: il libro l’ho letto ormai anni fa e nemmeno ricordavo del tutto la trama, ma l’accoppiata Nesbo / Fassbender era imperdibile. E devo dire che mi ha convinta, ce l’ho visto proprio bene nel ruolo – anche se io, per qualche meccanismo strano, tendo a identificare abbastanza spesso i protagonisti di certi libri gialli con la fisionomia dei loro creatori: per me, Harry Bosch ha la faccia di Michael Connelly (ed ecco perché non sono mai riuscita a fare pace con quel pur bell’uomo che lo interpreta nella serie tv omonima), mentre Harry Hole ha la faccia di Nesbo, appunto, il quale per altro gli ha attribuito alcuni suoi tratti, in primis l’amore per il punk-rock. La Gainsbourg, invece, non mi torna per niente nel ruolo di Rakel, che per me è la sintesi dell’eleganza appena appena algida (quanto basta per evitare approcci inopinati) ma luminosa. La Rakel del film è sempre “troppo”: troppo piccolo-borghese, troppo banale anche nelle espressioni di forza.
Tutto questo pistolotto è realmente comprensibile solo a chi conosca, per aver letto più di un singolo libro fosse pure quello da cui Alfredson ha tratto il film, quell’ubriacone di Harry Hole. Ma, in fondo, non è un male: perché di fatto anche il film può essere agevolmente seguito solo da chi conosca i romanzi a lui dedicati: trame, personaggi, abitudini e riferimenti… va preso così (astenersi principianti), ma così com’è, appunto, funziona bene. Temevo un pasticcio caricaturale, invece è un buon prodotto, che ricrea le atmosfere originarie.

(I love you Phillip Morris) – John Ficarra & Glenn Requa

Ne ho scritto in questo post. Merita.

Una doppia verità – Courtney Hunt

Un filmetto nella media, con alla base un’idea buona ma non eccellente né nuovissima.
Da un prodotto che mi era stato magnificato tanto, mi aspettavo decisamente di più.
Buona soprattutto la prova della Zellwegger.

Reinas, Il matrimonio che mancava – Manuel Gomez Pereira

Ho realizzato solo guardando la custodia e l’immagine di copertina che il titolo si legge “reìnas”, ossia “regine”. Dettagli, epifanie.
La cerimonia per i primi matrimoni gay in Spagna ed i relativi festeggiamenti sono il filo conduttore della pellicola, che li prende un po’ come pretesto per raccontare, molto ispanicamente, delle vie traverse (che a volte vanno di traverso, ma poi esplodono sempre in caramelle e cioccolatini come una pignatta) dell’amore.
Stravolgimenti e sconvolgimenti familiari, e tanto più godibili proprio per questo, sono al servizio di una buona, ironicamente raffinata sceneggiatura.
I miei preferiti? Nuria e Jacinto! La scheda di MyMovies.

You’re next – Adam Wingard

Sono d’accordo con la recensione su MyMovies, ma in realtà per quanto mi riguarda ‘sto film è ancora peggio di così: è proprio una stronzata. Un “home invasion” infantile e vuoto come un palloncino sgonfio.
L’idea della riunione di famiglia che comincia bene e poi scoperchia dissidi e conflitti, che si riversano dalla conversazione all’azione violenta, non è nuova ma è sempre ben accetta: è uno degli schemi narrativi che preferisco. Ma per funzionare deve avere della ciccia addosso, non risolvere tutto in cinque minuti attraverso litigi senza senso né reali motivazioni, per poi giocare oziosamente con lo svelamento del colpevole che ha pianificato la strage.
La conclusione, infine, è tanto obbligata quanto inutile.
Evitare, evitare, evitare. A meno che non abbiate bisogno di un sottofondo televisivo di urletti mentre lavate i piatti.

Danko – Walter Hill

Filmone della mia infanzia ❤
Con questo entra anche nel mio blogghettino quel Walter Hill che gentaccia come Lucius e Cassidy conoscono assai bene.
Non c’è molto da dire, se non: (ri)vedetevelo. Ambientato durante la guerra fredda, secondo me non risente per nulla degli anni che porta; Schwarzy (il negro nero) e Belushi compiono il loro (s)porco lavoro senza strafare, e la sceneggiatura, zeppa di godibile ironia, spacca.

Caffè – Cristiano Bortone

Tipico cinema da “incrocio di destini”, con famiglie, coppie e individui più o meno allo sbando (lavorativo ed esistenziale) che determinano e subiscono a vicenda un intervento dannoso: chi viene derubato, chi perde il lavoro, chi un lavoro di livello ce l’ha ed è combattuto tra compierlo onestamente mettendo a rischio tutto oppure mettere piuttosto a rischio gli altri, e chi è… beh, semplicemente un cazzone, ma comunque con le sue grane anche lui: padre stronzo, (ex) fidanzata incarognita che gli smolla il bambino, incapacità di darsi un obiettivo.
Sviluppi di trama piuttosto prevedibili, ma che non vanno a banalizzare l’insieme.
La storia si divide tra Italia, Belgio e Cina.
Da segnalare tra gli interpreti Dario Aita, Miriam Dalmazio e soprattutto Hichem Yacoubi nel ruolo di Hamed.
A proposito di caffé, mi corre l’obbligo di consigliarlo a giomag, che di Kopi Luwak se n’intende (ma anche di birra). 😉 Io resto fedele al mio orzo in tazza piccola…
E’ un onesto, buon film, la cui esistenza ignoravo finché non ho trovato il dvd in regalo alla mia associazione di “volontariato coatto”. Se al mondo ci fosse giustizia, rappresenterebbe un esempio della media dei prodotti cinematografici italiani; ma così non è, e ci arrangiamo a commedie insulse e fatue pellicole d’autore, con un cinepattone nel mezzo (scusate la causticità, sono appena rientrata e il freddo mi incattivisce).
La scheda di MyMovies.

Custodes Bestiae – Lorenzo Bianchini

Cinema indipendente italiano. E horror. Basterebbe questo per volergli gettare uno sguardo. Ma, per essere esatti, non sarei nemmeno arrivata a conoscerlo se non bazzicassi con devozione quell’antro oscuro e meraviglioso che è il blog di Lucia: nella fattispecie, Custodes Bestiae compare nella sua decina degli horror più significativi del 2004.
Ha la grana grossa tipica dei budget bassi, ma è proprio grazie ad essa che emerge meglio il valore della regia (e della sceneggiatura, sempre di Bianchini). Se pure la resa visiva e – soprattutto – audio è frenata da limiti oggettivi, è evidente quanto ogni elemento sia curato: e già questo cancella il rischio della mediocrità.
La storia si dipana abbastanza lenta (chi mi conosce sa che questo per me è un pregio) e per suggestioni, spaventosa sicuramente a livello razionale ma, per quanto mi riguarda, non troppo a livello intimo. Al di là del ritmo che può scoraggiare chi ami o sia abituato alla rapidità dell’action o anche di molto horror contemporaneo, merita la visione per due motivi:
– senza apparire meschino, trasmette un forte senso di familiarità, rappresentando non una realtà emblematica ma la nostra realtà, così come potremmo coglierla aprendo la porta di casa (oppure rintanandoci in camera o nel nostro studio);
– in particolare, raffigura scorci di realtà non filtrata del Friuli: quello di Bianchini è un cinema regionale, non quello dai tratti asfittici ma un condensato di identità locale, della quale il dialetto (sottotitolato) non è che l’aspetto più prevedibile, eppure non il più immediato.
Dopo i krampus della Val di Fassa de In fondo al bosco di Lodovichi, ho assaggiato una diversa ed altrettanto inquietante “diavoleria” locale, tra Comeglians, Osoppo, Aquileia… per un approfondimento, visitate la pagina dedicata su quinlan. Sullo stesso sito trovate anche un’intervista al regista.

Across the river (Oltre il guado) – Lorenzo Bianchini

Dieci anni dopo, Bianchini ha avuto a disposizione più mezzi, ed il risultato si vede: la fotografia è buona, ed il suono è curato ed armonizzato (cioè: non ti tocca alzare ed abbassare il volume ad ogni scena).
C’è chi pensa che la trama sia addirittura assente: in apparenza è così (non facciamo altro che seguire le non eclatanti mosse di un etologo che studia sul campo i movimenti degli animali di un bosco), ma esser più precisi, io trovo che sia non del tutto assente, ma piuttosto minima e centellinata. Ben centellinata.
Non bastasse, abbiamo sulla scena un unico personaggio – al quale giusto due o tre volte, per pochi minuti, si alternano una coppia di anziani del luogo – e prevalgono nettamente i toni grigio-blu rispetto al colore pieno, la pioggia ed il buio notturno rispetto alla luce.
Pochissime le battute pronunciate. Il silenzio (della parola) è quasi totale, ma per tutta la durata della “pellicola” regna quel silenzio da luogo naturale profondo, e da luogo abbandonato, carico di micro-suoni (e di presagi).
Un aspetto che può non essere gradito a tutti, e non da tutti sopportabile; eppure, nonostante la “lentezza” dello sviluppo, la tensione è palpabilissima.
Insomma: un ottimo lavoro, da cinque stelle.


I film non commentati:
Maciste nella valle dei Re – Carlo Campogalliani
Assassinio sul palcoscenico – George Pollock
Assassinio al galoppatoio – George Pollock
L’amore è eterno finché dura – Carlo Verdone
Chi m’ha visto – Alessandro Pondi
My son, my son, what have ye done – Werner Herzog
Il caso Freddie Heineken – Tomas Alfredson
Smokin’ Aces – Joe Carnahan

Film .31: The Place, Paolo Genovese

 

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Un uomo siede ogni giorno, per l’intero giorno, al tavolino di un bar.
Ascolta le persone che vanno a chiedergli aiuto, prende appunti su quello che si potrebbe chiamare un libro mastro, e poi garantisce loro che il desiderio che hanno nel cuore si realizzerà  – se metteranno in atto ciò che lui indicherà.
Azioni a volte positive ma poco comprensibili (difendere una bambina: ma da chi o da cosa?), a volte difficili (dire al proprio padre, sinceramente, che gli si vuole bene quando l’ostilità quel bene lo sovrasta), più spesso controverse o decisamente negative (uccidere, stuprare, dividere, tradire).
Tutti gli otto protagonisti combattono, sospesi tra la volontà di concretizzare il loro intimo e forte desiderio e le proprie resistenze rispetto alle azioni deliberate, e per ognuno discutibili o spiacevoli, che dovrebbero compiere. E che sanno essere efficaci, perché quella dell’uomo al tavolo è un’attività nota e rinomata.

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Tra la giovane ragazza che vuole diventare bella (come se non lo fosse), la suora che ha perso la fede, l’anziana signora amareggiata dall’Alzheimer del marito, ed altre situazioni di vita piuttosto comuni; non ho mai avuto la sensazione che le vicende fossero banali, né mi ha annoiata l’andirivieni – perché il luogo è sempre il medesimo, per un’ora e quaranta.
C’è chi ha fatto il paragone col teatro, per questo, ma io dissento: non è questione di utilizzare un singolo ambiente per le riprese o di impostare la sceneggiatura su un continuo scambio verbale uno a uno, questo non basta a farne una rappresentazione di stampo teatrale. E nemmeno gli stacchi al nero di pochi secondi mi fanno venire in mente la chiusura e riapertura di un sipario. La dinamicità resta quella del cinema, a mio avviso, e se l’impalcatura regge non è perché stiamo vedendo un semplice dialogo filmato, ma perché le questioni (rap)presentate dall’anziana, dalla suora, dallo scapestrato, dal meccanico, dal padre e via dicendo sono rese così bene da sovrapporsi alle nostre senza lasciar avvertire il filtro della sceneggiatura.

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C’è un aspetto della storia che, in particolare, attrae; e cioè l’identità, la natura e le intenzioni dell’uomo seduto al tavolo, del “realizzatore di desideri”.
Chi dice il diavolo (moltissimi), chi – compresa Angela, la barista interpretata dalla Ferilli – avanza l’ipotesi dello psicologo che vuole mettere a proprio agio i pazienti parlando con loro fuori dallo studio.
Io ho detto la mia dopo il primo quarto d’ora di visione, ed ora vado a confermarla (o smentirla) e motivare il perché. Ma prima di farlo, mi duole avvertire che da qui in avanti dovrò inevitabilmente fare

spoiler

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e dunque dicevo…
… per me questo personaggio, che distribuisce compiti gravosi a gente qualunque pronta un po’ a tutto – almeno fino a prova contraria – per ottenere un risultato agognato, non ha nulla a che vedere col diavolo o affini ma, al contrario, è palesemente una… incarnazione? raffigurazione? esemplificazione? di Dio. O meglio ancora, di Cristo.
La faccio breve (davvero), poi casomai se qualcuno di voi l’ha visto e vuole aggiungere la sua lo può (e deve!) fare.

  • tutti i “clienti” dell’uomo al tavolo si disperano per la propria sorte, si lamentano dei compiti loro assegnati, tentano di svicolare e se qualcosa va storto – o se evitano l’azione e per logica conseguenza perdono il loro “premio” – addossano la colpa a lui.
    Manco a dirlo, l’uomo si becca una valanga di critiche e di reazioni rabbiose.
    Ma, come fa notare, non è lui a scegliere, né a spingere le persone che si presentano (di loro spontanea volontà) a fare alcunché. Non solo perché non esercita alcuna pressione, ma anche – e questo è meno immediato, ma è chiaro – perché non è lui a incastrare eventi e vite nell’intreccio che lega un cliente all’altro, non è lui a dipingere la tela così com’è: al massimo, ha predisposto la cornice.
    Il resto è tutta materia nostra.
    Il film ribalta la consueta prospettiva “cieca” che possediamo e ci pone dietro le quinte del caso e della Provvidenza, perché possiamo giudicare che ogni cosa è interconnessa, e che però il telaio che annoda una storia all’altra è in mano nostra, ed esclusivamente nostra. Sia che chiediamo, sia che accettiamo la “proposta” dell’uomo (e cioè, esposti alla tentazione, vi cediamo), sia che rifiutiamo (scoprendo, forse, altre vie di salvezza).
    The Place racconta cosa siano il libero arbitrio e la responsabilità inchiodando le obiezioni teoriche e le fumisterie. Kasabake, eventualmente, potrà dire di più sulla serie che l’ha ispirato; ma il concetto è questo.
    .
  • Il film, con le sue alternanze tra individui ed oscillazioni tra convinzione, senso di colpa anticipato, ripensamento e ricaduta, non è altro che una preghiera (in senso stretto) lunga 1 ora e 40′.
    .
  • L’uomo al tavolo, che nei titoli di coda compare come “L’Uomo”, e che uno dei personaggi si convince sia un “tramite”, è esattamente questo:
    l’Uomo per eccellenza, ossia Cristo – Ecce Homo.
    Il tramite tra il Padre ed i figli, che come sostiene Angela “si porta il carico dei mali del mondo”. E passa le giornate a districarli.
    Colui che non ha volto (quello di Mastandrea, certo, ma la domanda ricorrente è: chi sei tu? … e la riposta è lasciata al “cliente”: Voi chi dite che io sia?), e non ha nome, o se l’ha, è ineffabile.
    In fin dei conti, vien da pensare presto, “un povero cristo”, stanco e abbattuto, ma che seguita nel proprio “lavoro”. Appunto. Almeno finché, al termine, Angela non gli reca sollievo avocando a sé il suo incarico – o almeno una parte, possiamo immaginare. Angela, donna semplice, gioiosa anche se ferita, che si dedica al sollievo dell’Uomo e degli uomini di cui lui ha cura; senza per altro assumere mai una benché minima veste erotica o sentimentale. Un evidente emblema mariano.

fine spoiler

E insomma, questo è.
Cinque stelle secche ★★★★★
Dritto fra i migliori del nuovo anno.

Mastandrea: il diavolo?

Sto vedendo The Place di Paolo Genovese, quello con Mastandrea che se ne sta seduto al tavolo d’un bar ascoltando gente che vuole ottenere cose, ed impartendo a quella gente ordini di rapina, omicidio, stupro, quant’altro di dubbia morale come contropartita per la realizzazione del loro desiderio.
Siccome un sacco di persone si sono domandate se per caso Mastandrea impersoni il diavolo, al minuto 17’15” metto in pausa un momento per lasciare scritta la mia idea; così non c’è trucco e non c’è inganno: al termine vedremo se ho detto una cazzata o se ci ho preso.

Per me, il personaggio di Mastandrea non è affatto il diavolo, nonostante richieda azioni discutibili ai suoi questuanti.
Al contrario, ritengo sia Dio.
Ne riparliamo tra un’oretta e mezza, eh.

Omo .7: I love you, Phillip Morris; Ficarra & Requa

Un rom-com-drama, un’altalena fra generi e sentimenti ben congegnata, “solare, leggero” solo finché non ti tira cannonate dritte allo stomaco in ripetuti plot-twist.
Interessanti le interviste, soprattutto quella alla coppia di registi che già apprezzavo, ed ora ancor di più (osservate come interagiscono, è stuzzicante). Parliamo per altro dell’opera prima – vi metto il titolo originale, cosa che di norma non faccio, perché la traduzione italiana lascia a desiderare: ne prevede due differenti che rimandano sì ai due aspetti fulcro del film, ma facilmente potrebbero generare confusione (Colpo di fulmine, Il mago della truffa).

Il suddetto “mago della truffa” è Steve Russell (Carrey), che a seguito di un incidente d’auto sceglie di buttare a mare il suo lungo impegno per costruirsi l’immagine di figlio perfetto, serio lavoratore, ammogliato con figlia e pilastro della sua chiesa (questione interessante, ma qui marginale e solo funzionale alla trama) per dedicarsi alle sue vere passioni: uomini e bella vita. Se la prima gli viene naturale, la seconda richiede qualche accorgimento in più, e l’accorgimento si chiama appunto truffa.
Steve va avanti finché non perde il proprio compagno e non viene arrestato… la prima volta. In carcere conosce Phillip (McGregor) (pensavo fosse un gioco di parole degli sceneggiatori, invece no: vorrei tanto conoscere i suoi genitori…), tipo tranquillo, piuttosto timido, dentro per un reato minore. In una successione in crescendo di inganni, dentro e fuori dalle celle, Steve metterà la sua propensione incoercibile alla menzogna al servizio di Phillip. Per non spoilerare, mi limito a dire che non sempre riuscirà a “proteggerlo” com’è nelle sue intenzioni, ma riuscirà sicuramente a dimostrargli che lo ama. Anzi, non riesco proprio a immaginare modo più orrendo ma granitico e definitivo per dimostrarlo alla propria anima gemella…! O_o 😅


Perfetto per:
i romantici che non vogliono ammettere di essere tali.
Avranno una scusa per commuoversi
e al tempo stesso potranno fare sfoggio di cinismo.
//
Chi gradisce un Prova a prendermi più pazzerello.


i-love-you-phillip-morris-carrey-mcgregor

As usual, non ricordo come ci sono arrivata… è stato molto di recente, comunque. Una delle consuete associazioni di idee – incastri di letture bloggose mi ci ha portato, e volevo provare una cosa diversa: una commedia (ma è molto di più), una storia vera (ne esiste anche il libro, non scritto dai protagonisti), un Jim Carrey (che manda avanti il carrozzone – letteralmente -, con Ewan McGregor a sostenerlo in tutti i sensi possibili).
Jim Carrey oltretutto ho deciso di recuperarlo, almeno in buona parte, prima che muoia, perché postumo son capaci tutti a schiodare le chiappe dalle abitudini sull’onda dell’emotività e dell’attualità. L’ho deciso perché dai tempi di The Mask purtroppo l’ho sempre detestato – anzi no: ho detestato i suoi personaggi, lui mi starebbe pure simpatico -, e questo imprinting finisce per inchiostrare anche ciò che vale.

Mi ha dato da pensare una dichiarazione di McGregor nell’intervista: dice che è stato difficile trovare produttori che si fidassero ad investire denaro nel progetto. Al che gli viene chiesto (sa tanto di domanda “su richiesta”, ma di chi?), se ciò sia dipeso dall’argomento “amore omosessuale”, e lui ci tiene a precisare che nooo, l’argomento non c’entra (e in effetti: perché dovrebbe? Ma forse sono io che non colgo), c’entrava invece la crisi finanziaria nata l’anno precedente.
Boh: strano scambio. Il film è ambientato negli anni ’90, ma è stato poi presentato al Sundance nel 2009, mi riesce difficile trovare una reale difficoltà tanto sul tema quanto sui fondi – avrei capito meglio se si fosse detto: “il materiale tra cui scegliere è sempre moltissimo, dovendo andare a botta sicura i più han preferito altro”. Non che ci debba essere chissà quale intrigo dietro, ma la netta sensazione è che, se qualche reale difficoltà c’è stata, possa rappresentare una storia curiosa. Solo un topo d’archivio come Lucius saprebbe dissotterrarla (occhiolino occhiolino) 😉
Ad ogni modo, a garantire la produzione del film è poi stato Luc Besson.


Nelle puntate precedenti:
> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo 3.: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e vs. Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey
> Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

Best of 2019 / Film

Precisazione:
non è una classifica come avevo pensato di scriverla, è tutt’al più un pot-pourri; dentro ci trovate il meglio di ciò che ho visto quest’anno (per la prima volta), non le uscite al cinema di quest’anno (con un’unica eccezione). Enjoy 😉

🎬 ✨ ✨ ✨

In bianco e nero

L’uomo dal braccio d’oro – Otto Preminger
I racconti della luna pallida di agosto – Kenji Mizoguchi
Assassinio sul treno – George Pollock

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Orrore!

The neon demon – Nicholas Winding Refn
The conjuring – James Wan
Suspiria – Dario Argento
The final girls – Todd Strauss Schulson
Dal tramonto all’alba – Robert Rodriguez
Sinister – Scott Derrickson
Nightmare – Samuel Bayer

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Oldies but goldies

L’imperatore del Nord – Robert Aldrich
Il delitto perfetto – Alfred Hitchcock
20 chili di guai… e una tonnellata di gioia – Norman Jewison
Cane di paglia – Sam Peckinpah

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Italiani

La messa è finita – Nanni Moretti
Smetto quando voglio (trilogia) – Sydney Sibilia
La bella gente – Ivano de Matteo

Drammatici

Killer Joe – William Friedkin
Il cliente – Asghar Farhadi
The nightcrawler (Lo sciacallo) – Dan Gilroy
I segreti di Osage County – John Wells
Dark night – Tim Sutton
Arrival – Denis Villenueve
A tempo pieno – Laurent Cantet
La meccanica delle ombre – Thomas Kruithof
Confessions – Tetsuya Nakashima
Nella Valle di Elah – Paul Haggis
Chi è senza colpa – Michaël R. Roskam
Stoker – Park Chan-wook
Closer – Mike Nichols

tom hardy & rocco

Guerra e dintorni

Black book – Paul Verhoeven
Il diritto di uccidere – Gavin Hood
La caduta, Gli ultimi giorni di Hitler – Oliver Hirschbiegel

black-book

Supertutine e Supernemici

Batman begins, Il cavaliere oscuro – Christopher Nolan
Batman, Il ritorno – Tim Burton
Joker – Todd Phillips

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Le vite degli altri

Fratellanza (Brotherhood) – Nicolo Donato
Tomboy – Céline Sciamma
Arrietty e il mondo sotto il pavimento – Hayao Miyazaki
Il grande silenzio – Philip Gröning [documentario]
Walk the line – James Mangold
Il ministro, L’esercizio dello stato – Pierre Schoeller

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Carnet (Dicembre 2019)

Stavolta non ho “lo sbatti”, come dice la mia amica Eleonora, di mettere stellette e commenti lunghi, mi limiterò alla cifra e ad un paio di sghiribizzi.
Siccome la maggior parte dei titoli li ho recensiti negli ultimi giorni e li ho in bozza, o non li ho ancora commentati, andrò ad aggiungere l’apposito link quando sarà il momento. Dunque questo è più un mero riepilogo, oltre che un’anticipazione.
Prossimamente su questi schermi, arriveranno le mie top ten (o five, secondo il caso) dell’intero 2019. Stay tuned 😉

Libri

123. Diari segreti di Spandau – Albert Speer [4,5]
Un primo pensiero in merito, qui.
124. Lavorare piace – Alain de Botton [5]
125. L’invenzione della solitudine – Paul Auster [4]
126. La casa – John Dickson Carr [2,5]
Un giallo molto classico, ma oltremodo irritante nel suo vizio di porre miriadi di quesiti al lettore, sia da parte degli investigatori titolati sia, più spesso, da parte degli altri personaggi che si stuzzicano l’un l’altro coi loro segretucci, e non dare alcuna risposta se non all’ultimissimo minuto; con una serie di lezioncine.
127. Identità di genere: Manuale di orientamento – Joseph Nicolosi [4]
128. Curare i gay?, Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità 
– Paolo Rigliano, Jimmy Ciliberto, Federico Ferrari [2]
129. Dialoghi con Albert Speer – Joachim Fest [5]
@ Autobiografia di una rivoluzionaria – Angela Davis [interrotto]
130. Oltre l’omosessualità, Ascolto terapeutico e trasformazione – Joseph Nicolosi [5]
131. L’identità ferita: Come superare le ferite sessuali e relazionali
– Andrew Comiskey
[4,5]
132. Boy erased, Vite cancellate – Garrard Conley [3]

Film

186. La casa di famiglia – Augusto Fornari [3]
Carino, ma simile a tanti altri.
187. Festen – Thomas Vinterberg [4,5]
188. Cane di paglia – Sam Peckinpah [5]
189. Brokeback Mountain – Ang Lee [5]
190. Il compleanno – Marco Filiberto [4,5]
191. Non guardarmi, non ti sento – Arthur Hiller [5]
Classicone con Gene Wilder e Richard Pryor,
rivisto mentre armeggiavo con l’albero di Natale.
192. Frontiera – Tony Richardson [4]
Jack Nicholson agente di frontiera tra Texas e Messico, alle prese con la simpatia per una profuga con figlio. Toni pacati e personaggi lontani dalle schematizzazioni.
193. Weekend – Andrew Haigh [3,5]
194. Il destino di un cavaliere – Brian Helgeland [4,5]
Ottimo prodotto leggero.
195. Jurassic World – Colin Trevorrow [2,5]
Sarebbe anche ben fatto, se fosse un film a sé inventato di sana pianta, ma disgraziatamente fa parte di una trilogia che tale non dovrebbe essere, ed ha alle spalle l’intoccabile. Non si tratta di idealizzare o di essere feticisti del primo JP, è che proprio ‘sta roba non c’azzecca nulla. Non è nemmeno un sequel. Se al posto dei dinosauri c’avessero messo dei panda geneticamente modificati e devastatori, sarebbe andato benissimo. Punto.
196. Scream – Wes Craven [3,5]
197. La sottile linea rossa – Terrence Malick [5]
198. Chiamami col tuo nome – Luca Guadagnino [3,5]
199. The water diviner – Russell Crowe [3]
Scolastico, ma decente. Niente a che vedere con la prova di regia di Clooney.
200. Closer – Mike Nichols [5]
Capolavoro. Bestiale.
201. 7 psicopatici: hanno rapito lo shi-tzu sbagliato – Martin McDonagh [3]
Mi aspettavo di più, ma alla fine nel suo essere sconclusionato si fa apprezzare.
202. La caduta, Gli ultimi giorni di Hitler – Oliver Hirschbiegel [5]
203. Assassinio sul treno – George Pollock [5]
E’ un treno, ma non è l’Orient-Express. Non l’avevo mai visto.
La Rutherford spacca i culi ai passeri!
204. Assassinio a bordo – George Pollock [4,5]
205. Casablanca – Michael Curtiz [4,5]
Glicemia in salita libera. Bello. Buona fortuna, bambini miei.

Serie Tv

Prosegue Supernatural.

Omo .3: Commentino su Guadagnino

Ero più propensa a infilare Guadagnino nella normale categoria cinema che nella serie tematica, ma vabbeh, alla fine è uguale. (Che approssimazione! Non mi riconosco più…).
Il fatto gli è che Chiamami col tuo nome è caruccio, ma tanto caruccio, che alla fine una carezzina di consolazione ad Elio gliela faresti, un bel pat-pat sulla testa, ma poi una volta spento il fuoco davanti al quale lui si ferma meditabondo nell’ultima scena – e davanti al quale i titoli di coda scorrono – non si è verificata la mia tipica sequenza rivelatrice da #OddioMioFilmone.
Cioè: non ho sospirato, fissato il vuoto con le lacrime agli occhi e deciso che mangiare sarebbe stato, dopo un’esperienza del genere, un atto troppo volgare e insignificante. No: ho visto Guadagnino, e subito dopo ho guadagnato la mia pesca vaschetta con la lasagna.
Tradotto: okay bello, ma proprio capolavoro no dài.

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E’ un film adolescente. Non un film per adolescenti, attenzione, ma piuttosto intriso dello spirito di quand’eravamo giovani (che ci sono per caso under 20 all’ascolto?), spericolati, pieni di vita ma anche scarichi di esperienza, di lungimiranza. Lo spirito di quando mi caricavo, prima di uscire la sera, ascoltando a ripetizione (e a volume improponibile) Tunnel of love a testa in giù sul letto, sapendo che poi avrei passato ore insieme ad L. (first love). Guadagnino smells like teen spirit, ecco.
Marcella Leonardi lo spiega assai bene, in questo post.

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Si potrebbe obiettare – ma è un’obiezione da respingere senza dubbio – che la vicenda risulta, per l’anno 1983 in cui è ambientata e per il contesto in cui si verifica (Oliver, universitario in trasferta per il proprio dottorato allaccia una relazione col figlio, più giovane di lui, del professore che lo segue e che lo ospita), un tantino troppo easy: immediata, facile. Così come la comprensione e addirittura il sostegno di detto professore, Samuel, al figlio Elio.
Chiamami col tuo nome è popolato da genitori esemplari, da amici acuti e comprensivi, da amanti pieni di riguardo (cit.).
In effetti questa “facilità”, se così posso chiamarla, mi risulta personalmente estranea, ma riconosco che l’estrazione sociale è una chiave di volta più che sufficiente a spiegare e rendere plausibile il tutto: famiglia mediamente agiata, di solida cultura, che in modo vago ma tenace richiama alla mente, in una versione più alla mano, la ferrarese dei Finzi-Contini di Bassani e di De Sica.
Insomma, tout se tient.

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E dunque sì, ben fatto, arioso e a tratti addirittura etereo come appunto è lo sguardo di un adolescente sul mondo (vedremo che succede in Cercami, seguito che sicuramente avrà anche lui la sua riduzione cinematografica).
Ma di tutto questo a me rimane per la verità molto più inciso il piacere d’aver visto i paesaggi del cremasco che mi sono familiari e cari (più un angolino di Bergamo), ritratti per altro magnificamente, e d’aver sentito parlare in modo per nulla caricaturale o falso i dialetti, di nuovo, del cremasco, ma anche del bresciano.
Toh: e il commentino s’è allungato un pochino.

Chiudo segnalando questa intervista ad Aciman e Guadagnino riportata da Gerundio Presente (gran blog, leggetelo): manco a farlo apposta, vi si citano anche Bassani e la “classe socio-culturale” dei Perlman: ma giuro che l’ho letta solo dopo averne cianciato qui!
E già che ci siamo, dallo stesso blog, una recensione degna di tal nome.

Nelle puntate precedenti:
> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo 2.: Il compleanno, Marco Filiberti