Elogio della Supertutina

Mi pare sia stato Leo Ortolani a cogliere in pieno le differenze tra DC e Marvel:
la DC cammina in processione e prega sui propri peccati,
la Marvel fa il trenino di Carnevale, brindando e cantando.

Lucius Etruscus su questo blog

trasferimento (26)

Ecco, io sono una DC-girl, su questo non ci piove.
Ma non è dell’eterna lotta tra Marvel e DC Comics che ho in animo di parlare, bensì dell’eterna lotta dell’uomo contro il suo peccato. Peccato – questa parola volgare! Avreste mai detto che una persona illuminata come me, ancorché cattolica, potesse credere seriamente al peccato? In quest’epoca di abolizione del giudizio, poi!
Bene, meglio sapere presto se non subito con quali bestie si ha a che fare; internet poi è pieno di squali e di squale (tu chiamale, se vuoi, pari opportunità in politically correct sauce).

Ma dicevamo del peccato.
Dovete sapere che si può peccare non solo per opere ma anche per omissioni; non solo per parole ma anche per pensieri. A molti ciò pare ingiusto: se desidero ed immagino una cosa, ma sfogo il desiderio appunto nel pensiero e non lo trasformo in realtà, che colpa ho?
La realtà.
Sembrerebbe un’idea ragionevole, se non fosse che realtà non è concretezza, tangibilità.
Il pensiero di un mandarino (la prima cosa che m’è venuta in mente) è intangibile, astratto, potremmo dire con Magritte: “ce n’est pas un tangerine”, o come diavolo si chiamano in francese. Non è tangibile, non è concreto (se con ciò intendiamo: materiale), ma è del tutto reale, è reale quanto il mandarino fatto di spicchi, fibre, acqua e buccia che staziona nella fruttiera di cucina.
Il pensiero trasforma la realtà concreta. Ed è inutile accanirsi per stabilire se sia la realtà per prima che crea il pensiero oppure il pensiero che crea per primo la realtà; sarebbe come voler stabilire se è nato prima l’uovo o la gallina, e ciò che conta è soltanto che entrambi, pensiero e realtà concreta, esistono altrettanto validamente e si influenzano a vicenda.
Perciò, ecco: anche pensare (il male, o malamente) è peccato.
Bruce Wayne che medita, per una volta e tanto per cambiare, di torcere il collo al criminale di turno anziché acciuffarlo e consegnarlo a Gordon perché lo sbatta in galera; sta già cadendo nel peccato. E lo sa! Non c’è bisogno che compia attivamente il male per esserne macchiato, già fantasticandolo e cullandone l’idea se ne macchia, già così ha bisogno di redimersi.
Non per il piacere di un vouyeur dell’anima quale viene considerato Dio da certuni, ma perché se l’uomo è uomo e non animale, ha volontà e coscienza tali da conferirgli potere sul proprio Sé. E, come ben sappiamo, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

Allo stesso modo, il giudizio espresso da un supereroe su un criminale – o la minaccia proferita nei suoi confronti – sono già una punizione per chi li incassa; proprio come l’ammonimento di un sacerdote, magari in confessionale, è sufficiente a sollevare gli effetti dell’inferno dentro un Daredevil senza che questi debba sperimentarlo in via definitiva: non diversamente che per il paradiso, è un già ma non ancora.
Non c’è galera o manicomio che possa eguagliare il potere annichilente di un verbo autorevole che afferma la tua posizione rispetto al bene, precisando che tra questa e quello esiste una distanza pari, direttamente proporzionale, alla tua sofferenza morale.
Sofferenza morale che non è sofferenza psicologica: non ci sono in questi frangenti contorcimenti emotivi, o comunque non sono lampanti, se ci sono, sono l’effetto e non la causa dello spavento che prende il peccatore davanti al suo peccato squadernato.
Vi ricorda qualcosa?
Nient’altro che il secondo ed il terzo dei Novissimi; giudizio ed inferno.
L’inferno, sia chiaro, non è il castigo inflitto dal dio trinitario – o dal semidio kryptoniano, o dall’umano che esegue la giustizia -; è, in negativo, l’assenza di quel benessere, di quella compiutezza, di quella realizzazione totale che è una cosa sola con chi alberga nel cuore di Dio. O, se volete, del “bene” sommo, del bene senza mezze misure.
Proprio ciò che più di ogni altra caratteristica molti odiano tanto in Dio, quanto in un supereroe. Perché non ti permette di scaricare sull’intransigenza di Chi hai di fronte, e ti legge dentro, la colpa del tuo destino: la causa di una sorte dannata è solo tua che autonomamente l’hai scelta e lasciata entrare dentro, un Altro più grande o più giusto può “soltanto” indicarla – testimoniarla.
Ed ecco perché un supereroe arriva sempre al suo scopo, non fa mai minacce a vuoto: la sua minaccia è sempre, a prescindere, un giudizio di colpevolezza, un mero rilevare l’inadeguatezza, e come tale un pugno in faccia (chiedo scusa per la rimaccia).
In altre parole, dal punto di vista narrativo concordo con Lucius che si scoccia delle continue minacce a vuoto delle supertutine… ma dal punto di vista etico, le trovo ineccepibili 😉

 

Giustizieri

C’è un film (Dark skies – Oscure presenze), un horror-thriller a tema alieno che per altro consiglio, nel quale ad un certo punto la famiglia protagonista comincia a rinvenire in vari punti della casa delle inquietanti composizioni geometriche – le quali, chiaramente, non sono opera di nessuno di loro.
Parte del fascino repulsivo delle composizioni sta proprio nella loro bislacca, ma stringente simmetria.
Non stupisce dunque che io stia meditando la fuga per allontanarmi dagli alieni che assediano casa mia da quell’orrore cosmico – perfettamente equilibrato nella struttura, eppure mostruoso – che è diventato il mio lavandino (ed il mio bancone di cucina, ed il piano cottura…).
Certe illogiche torrette di piatti e teglie, certe inclinazioni innaturali di confezioni vuote di yogurt e posate non possono essere di questo mondo.
Perciò scappo, dal mio lavandino, in direzione Cesena.
Non cercate di fermarmi e, come suol dire Renato Zero, non dimenticaaaatemi!!!

La mia unica possibilità di salvezza è che nel frattempo, quatto quatto, intervenga uno di quei giustizieri che agiscono al di sopra della legge dei comuni mortali, perché una legge più definitiva (e priva di silenziatore, in alcuni casi) ce l’hanno dentro: prendi Batman, per dire. Magari lascio il Lansdale sul tavolino del soggiorno, così può uscire e sterminare il caos primigenio che s’è creato.
Oppure recluto il buon vecchio Carlino Bronsoni (visto ieri sera Dieci minuti a mezzanotte, grazie Andrea), quello che se un piatto è sporco è sporco, lavarlo ormai non si può, gli si spara al cuore.
O ancora, Dexter, una nuova conoscenza che le incrostazioni le gratta via con bisturi e trapano da dentista. Molto pop-soft, il ragazzo, ma il risultato è impeccabile.
Una piccola Trinità – per citarne un altro…!
Seguiranno post programmati.

Film .11: District 9, Blomkamp

District 9 – Neill Blomkamp

Alla fine ho aperto il vaso di Pandora, mi sono inoltrata nell’ignoto, eccetera eccetera.
Non fa mica così schifo come sostiene l’eretico Lapinsù!
Certo, ha millemila difetti, per esempio: non sa decidersi, fino alla fine, tra il tono da commedia squinternata e l’apologia morale della solidarietà col diverso (in questo caso, l’alieno). I due aspetti si saldano malamente, ed il risultato non si avvicina né a Men in Black  né a L’ospite inatteso. Di fantascienza non parliamo neppure, è evidente che al genere appartiene solo nominalmente e ne trae elementi puramente scenografici o, all’opposto, del tutto metaforici.
Anche il discorso sulla solidarietà e l’empatia con quelli che, con intenti denigratori ed irridenti, vengono apostrofati “gamberoni” o “crostacei” è patente ed ovvio, ma privo di un vero sviluppo: Wickus passa dall’essere il perfetto imbecille razzista ad entrare nell’ottica aliena in modo persino troppo istintivo, come se fosse il DNA a fargliela ottenere e non invece, come lui sostiene, l’aver preso coscienza che gli umani li stanno utilizzando come cavie da esperimento – cosa, per altro, che suggerisce un paio di critiche acide piuttosto che comprensione ed immedesimazione: punto primo, è fin troppo facile capire l’ingiustizia riservata all’altro quando i tuoi simili la rivoltano contro di te. Punto secondo, se sei una persona decente non ti fanno schifo solo le uccisioni (comprese quelle di feti in crescita…) e gli esperimenti in vivo, ma anche la pretesa di superiorità, le cattiverie gratuite, i soprusi dei burocrati, infine alla radice di tutto il disprezzo stesso.

Eppure, assurdamente – o forse proprio per questo: perché è assurdo – non mi ha fatto cadere le braccia. In parte ero troppo impegnata a smontarmi dalle risate per via dell’aliena con reggiseno rosa, in parte perché come la più banale ed influenzabile delle spettatrici stavo facendo rewind-pausa-avantilento in tutte le scene in cui compare il frugoletto alieno con gli occhi grandigrandi e cucciolosi (ebbene sì) ❤
Chiaramente questo significa che lo si può vedere in una serata leggera, disimpegnata. Non aspettatevi rivelazioni sui rapporti umani (e nemmeno interspecie!) o di coltivare pensieri profondi ed originali. E, però, per un’oretta e mezza di svago non è peggio District 9 delle solite commediole romantiche o su qualche gruppo di adolescenti cerebrolesi.
Una notarella: io uso guardare ogni film che posso con i sottotitoli (in italiano). Se non li avessi avuti a disposizione, in questo caso, delle poche frasi dette dagli alieni non avrei còlto una mazzafionda. Ho provato apposta anche a levarli, per vedere se magari li avessero messi comunque almeno in quelle scene, ma no: e ciò mi fa presumere che non vi fossero nemmeno al cinema. Se non fossi così sfondata dal sonno, azzannerei.

Nè di Apollo né di Paolo

Leggendo questo articolo di Lugaresi, ieri, mi è tornata alla mente una riflessione che ho ripreso più volte negli ultimi tempi. Un’idea molto semplice, in effetti: se è vero, come viene scritto (credo) da san Paolo in una delle sue lettere alle comunità, che i credenti non debbono più dividersi tra chi è stato catechizzato da Paolo piuttosto che da Apollo (con tutte le caratteristiche e le specificità dei vari casi), ma debbono dirsi unicamente “di Cristo” a prescindere dalle particolarità; è anche vero che noi diciamo appunto d’essere fratelli in Cristo.
In Cristo, non in un generico dio, che generico rimane anche se definito “unico”, e che non è affatto il medesimo nei tre monoteismi.
L’assolutizzazione del concetto di carità a chi è nel bisogno (che va correttamente intesa sia dal punto di vista teologico sia da quello laico sociale, come ho provato a dire in questo post e come ha ribadito, ancora una volta, la Miriano); il fraintendimento che confonde l’amore al prossimo (qualunque prossimo!) con un divieto a denunciarne l’errore – un errore che può costar la vita, se è vero come noi crediamo che solo in Cristo c’è vera vita -; finiscono per demonizzare qualunque distinguo, qualunque tentativo di parlare di verità onde non gettar la carità ai porci.
Così il rispetto dovuto ad un musulmano non in quanto tale, ma in quanto uomo, diventa costrizione a non mettere in discussione nulla del suo credo, anzi a considerarlo di pari se non maggior valore di quanto caratterizza chi vi abbia a che fare. Ho detto musulmano, ma potevo scegliere una qualsiasi delle moderne categorie di martiri dell’oscurantismo e del tradizionalismo.
Banale finché si voglia, ma ecco la ragione del grande fastidio di molti di fronte ai Krajewski quotidiani: una solidarietà senza verità, senza giustizia (che va ben oltre la legalità…), senza dunque Cristo, è una minestra sciapa che nessuno potendosi permettere di meglio si sognerebbe di mandar giù.
Per misera che io possa essere come cristiana, un minimo di cognizione credo d’averla. E dopo aver bevuto sincretismo a fiumi ed averlo superato, non mi va certo di imbattermi ogni singolo giorno in notizie di “avvicinamenti” e dichiarazioni di “ammirazione” per religioni, o culture, distanti se non avverse a quella di cui sono impastata. Dopo aver bevuto (cercando, lo ammetto, di sputarlo ogni volta) l’amaro calice nella vita, d’assistere a pietismi da quattro soldi (o erano trenta denari?) non ho voglia.