La morte, oggi

[Fonte: Berlicche, qui]

L’allungarsi della vita, la mancanza di guerre e di epidemie, hanno voluto dire, per molti, il dimenticare che sia la morte.
Oggi non ce ne rendiamo conto, com’era.
Duecento anni fa ogni bambino aveva un fratello, una sorella, un parente della sua stessa età, un compagno di giochi che non ce la faceva. Si ammalava, moriva. Figli di poveri e figli di re. quanti orfani. quante vedove. quanti pochi anziani.
Un secolo dopo. Probabilmente conosciamo, abbiamo conosciuto persone che c’erano, cent’anni fa. Era appena terminata una guerra che aveva falcidiato la gioventù, e un’epidemia mortale come l’odierna, ma che trovava l’umanità molto più indifesa. Anche allora si sapeva cosa voleva dire morire.

I nostri vecchi conoscevano la morte; la rispettavano;  ci si poteva anche scherzare, ma erano quegli scherzi che si fanno a mezza bocca. Non si ironizza troppo su ciò che ti può venire a prendere domani. C’è poco da ridere.

Il domani in cui arriverà quel momento, in questa nostra era di sicurezze lievi e svago, è invece troppo remoto perché sia considerato seriamente. I lutti sono brevi e distanziati; attorno a noi ci sono mille cinture di sicurezza, mille maniglioni antipanico, mille airbag. Se qualcosa di imprevisto accade, non ti preoccupare: saranno loro a mantenerti al sicuro. quando non funzionano ci si indigna, si cerca il responsabile; la sicurezza innanzi tutto. Sono dispositivi obbligatori per regolamento: ci sono leggi che garantiscono che si possano uccidere i bambini prima che possano disturbare con la loro presenza, e leggi che ti autorizzano a darti la morte; ma non a rischiare, rischiare è proibito. Lasciare la vita è accettabile se lo desideri, ma non per caso.
quei dispositivi di protezione sono il guscio corazzato che abbiamo fabbricato per allontanare la morte; e qualcuno sussurra bisbigli di immortalità, che dicono che un giorno avremo corpi bionici e meccanici e non vedremo mai la tomba.

questa è la nostra società. Un eterno presente, in cui il nostro domani mortale è sfocato come un oggetto distante in una fotografia, in un primo piano.

Un giorno è arrivato l’imprevisto. Una città cinese chiusa, e noi ne ridevamo. Troppo lontano. L’avvicinarsi silenzioso, di soppiatto, della sterminatrice; e ancora ne ridevamo.
Poi ha cominciato a bussare; e le file di bare hanno improvvisamente risvegliato qualcosa, un ricordo sopito.
La morte esiste. Ed esiste ora.

Tanto eravamo arrivati a sottovalutarla, riuscire a dimenticarci di lei, che ne siamo stati tutti colti di sorpresa. Adesso ci devi fare i conti. Devi fare i conti con lei tutta intera. Vuol dire che non vedrai più una certa persona; e ti domandi, dov’è finita? Dove sono finiti tutti i suoi ricordi, i momenti che ha vissuto? Che fine ha fatto quell’intelligenza viva, quell’amore che aveva, ogni singolo istante?

Tu sai cos’è ora. Cellule che si decompongono in un contenitore zincato, liquidi che si asciugano a poco a poco, e creature che si cibano di quelle carni che avevi accarezzate; fino a diventare cenere, fino a diventare terra.
Di quante ossa non conosciamo più il nome. Di quanti soprammobili impolverati più non sappiamo dire chi li comprò e li mise sullo scaffale. quante fotografie stinte di sconosciuti. Cominciamo ad accorgercene.

Ti sembra impossibile. Com’è possibile che quell’energia vitale sia svanita dal mondo? Che quella persona sia ormai  nient’altro che ricordo che sbiadisce, fino a cancellarsi, fino a quando più nessuno si ricorderà di quelle fattezze amate?

E’ sembrato impossibile ad ogni uomo, in ogni tempo. E’ una domanda, è LA domanda.
Che io sia felice. Per sempre. Che non finisca qui. Che ci sia un oltre, un posto che non vediamo che ma che sentiamo ci debba essere, in cui la morte dell’oggi cessi, dove non esistano più quelle guerre, quelle malattie, quelle ingiustizie che sperimentiamo quotidianamente. Un’altra vita, una vita nuova, sotto un cielo differente e non più indifferente.

Un luogo dove ritrovare chi mi è stato caro, e dove loro ritrovino me. Un eterno ritorno. Una resurrezione. La resurrezione.

Dimenticare la morte ci ha fatto anche dimenticare la resurrezione. Ci ha fatto scordare anche le condizioni di quella resurrezione. Perché se sogniamo cieli nuovi,  una terra di giustizia, allora in essa non c’è posto per il male. Compreso il nostro. Compreso quello che abbiamo fatto, facciamo, faremo.
Fosse solo per noi, per raggiungere quella terra non sapremmo dove andare. Ci arriveremo solo andando dietro a un bene. Non sarà un nostro sforzo a farci abbandonare il male, ma seguendo quello che si può chiamare amore ci guarderemo alle spalle e ci accorgeremo che quel male  è rimasto indietro. Come qualcosa che non serve più, che non è mai servito.

Certo, può essere tutta un’illusione. Può darsi che ci attendano solo i vermi ed il silenzio.
Ma davvero non lo crediamo. Davvero non possiamo crederlo.
Se ci attende solo il nulla, cosa serve davvero abitare la scena di questo mondo?
La morte sarebbe davvero la sola regina. Ma lo sappiamo, lo sappiamo: non siamo fatti per la morte, ma per quell’amore, per la vita. Lo diciamo con ogni nostro istante, ogni nostro respiro.
Lo diciamo vivendo.

In guerra

Pur senza scandalizzarmi che i media ne facciano uso, concordo con Olivia a proposito della moda di parlare di “guerra” in relazione alla situazione che stiamo vivendo per via del Covid19. Le conseguenze negative sono tante, ed alcune gravi, tuttavia chi prendesse il paragone seriamente, e non solo come metafora, è certo non abbia vissuto alcuna guerra reale.
Iersera me ne stavo a letto e, siccome ero nostalgica, prima della mia oretta di lettura concilia-sonno ho sfogliato un paio di libri della mia infanzia che custodisco gelosamente, uno dei quali regalatomi da mio fratello, nonché una serie di vecchie / vecchissime foto conservate in una scatola di latta decorata con un dipinto di fiori, di quelle che un tempo contenevano cioccolatini o caramelle, foto che qualche anno fa avevo salvato dall’esser gettate via da una mia zia (materna, una di quelle cattive).

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Foto in studio di giovani ragazze, foto-ricordo (santini) di componenti noti e non della famiglia, foto di pranzi con grandi tavolate, partecipazioni di matrimonio e ricordi della Comunione, ma anche foto di guerra, appunto.
Soldati in pantaloni gonfi sopra gli anfibi, foto di gruppo o in coppia, cartoline con immagini di ex compagni di prigionia spedite a mio nonno con un messaggio ancora leggibile sul retro, anche se l’inchiostro risulta leggermente sbavato.

18-3-945 – Amburgo
Al mio caro B. in segno d’amicizia e d’affetto [firma non comprensibile]

Hamburg 2 – 6 – 45
Al mio compagno di prigionia – Giovanni L. 
Porta Raffaele (Omignano)? “Salerno”

Hamburg 20.6.45
Non dimenticarti del tuo piccolo [?] che ha vissuto con te nella prigionia dura,
che ci portò quasi alla perdita della civiltà che un’uomo possiede,
portandoci al punto che si può dire bestie affamate.

Gianni M.
Settimo[?] Veronese

2020-03-23 19.06.112020-03-23 19.07.18

Dato che quando ho aperto la scatola avevo appena iniziato il rosario, tra un’Ave e l’altra ho buttato lì anche qualche Eterno riposo, anche non conoscendo i nomi avevo davanti i loro volti – del resto questo serve a me, non certo al Signore che ben ci conosce, uno ad uno.
Intanto il vento fuori rombava, oltre a sentirlo lo percepivo e lo vedevo perché ho lasciato la tapparella alzata; notte da lupi e di ambulanze che spiccano con le sirene colorate contro lo sfondo del buio, ed il vento per di più acuisce la nostalgia, così che ho cominciato a singhiozzare e ho buttato fuori un po’ di veleno.
Il miele però era più copioso del veleno.
Ho abbracciato per qualche minuto la mia lucciola giocattolo, regalo di mia nonna Maria quando avevo pochi anni di vita, poi l’ho appoggiata accanto a me sull’altro cuscino e ho dormito.

Anti-virus

A parte le regole igieniche di base e la mascherina – ma sarebbe forse ora di chiamarlo respiratore, altrimenti rischio di alimentare la follia comunicativa in merito -, e l’aver rimandato (spero non oltre la Pasqua) la visita ai miei parenti lodigiani, va detto che di provvedimenti particolari riguardo al virus non ne ho presi.
A parte l’anti-virus. Non quello del computer, ovviamente, anche perché da anni non lo installo, ma la corona(anti)virus. Ossia questa. Io mi sono messa in lista per stasera alle 20.00 (terzo giorno), ma so che ci sono anche iniziative locali di novene. Il bello che è non sono a numero chiuso, non tocca stare a distanza di un metro, e anche se preghiamo fisicamente isolati siamo in realtà tutti insieme, un corpo solo. Amen.

A proposito dei saccheggi al supermercato, invece – capitano anche fuori dalla zona rossa, infatti qui che siamo a Brescia e per giunta in provincia settimane fa hanno svuotato la Conad – godo di una certa abbondanza che mi evita il problema:
➤ grazie al pacco alimentare della Caritas, ho potuto crearmi una piccola dispensa con i generi di base non deperibili, quali ad esempio la pasta secca (soprattutto la pasta!): al momento ho via ben 14 confezioni di soli spaghetti…;
➤ mia madre, della generazione appena post-guerra, ha sempre fatto scorta di tutto. Infatti, a un anno dalla sua morte, ancora non ho terminato la carta igienica che c’era in casa – dispongo tutt’ora di ben 16 confezioni da 4 rotoli ciascuna. Per conservarla, la doccia è resa attualmente impraticabile.

Per ora, dalla vostra inviata, è davvero tutto.

film / serie tv (gennaio 2020)

[∞ Serie Tv]

What we do in the shadows

Controllo i programmi della (seconda) serata, vedo che comincia una nuova serie a soggetto vampiresco che non sembra nemmeno essere troppo leccata e pretenziosa (forse quest’idea me la dà il fatto che è incentrata su un nucleo “familiare” e non sui destini dell’universo mondo), così decido di assaggiarla.
Non ho particolari aspettative, solo una moderata curiosità, ma ne vengo conquistata subito: scopro che è una commedia, una commedia divertente, che prende in giro la seriosità con cui noi umani fissati coi non-morti ci accostiamo al tema; e per giunta è composta da episodi molto brevi – li trovate qui su RaiPlay, e vi consiglio di precipitarvi prima che li levino. Ma li stanno trasmettendo anche su Fox.
Per dire, nella prima puntata un paio di giocatori di ruolo dal vivo vengono invitati a casa dei vampiri dal loro famiglio, allo scopo di essere succhiati a loro insaputa (un po’ come con JustEat, ma col fattorino privato).
Nella seconda, il gruppo si presenta al consiglio comunale di Staten Island per ben due volte per promuovere la mozione “arrendetevi al nostro potere e consegnatevi al dominio vampirico”.
A mezzanotte passata ero piegata sul divano a grugnire come un maiale, che è ciò che mi succede quando rido forte forte.

(Ancora) Supernatural XIII

Ollà, e finalmente Lucifero s’è tolto dai coglioni! Peccato che adesso c’è in giro l’arcangelo Michele in versione cattiva, ma “vestito” col corpo di Dean, che vuole distruggere everything (lo sapevamo fin dai titoli che andava a finire così: perché il mondo può anche essere annichilito, e senza che Chuck-Dio muova un fottuto dito, ma se Sammy è in pericolo stai sicuro che Dean abbandona tutti al loro misero destino e corre a salvarlo, anche se non serve perché lui sta lì a giocare alla morra cinese con Jack, figlio di Lucifero, per stabilire chi ha più diritto di sacrificarsi per l’altro).
Se non ci avete capito nulla, tranquilli, è perfettamente (super)naturale.
Però, vi state perdendo qualcosa di hey-hey!

Sto anche dando un’occhiata, ma già annoiata, a Babylon Berlin, e rivedendo su La7 ogni giorno Perception –  di sole tre stagioni, ma che mi piaceva.


[∞ Film]

Ore 15:17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Bello. La scelta di far recitare i tre ragazzi stessi, protagonisti dello sventato attacco terroristico sulla linea Amsterdam > Parigi del 2015, ha pagato. Ne esce un ritratto pulito, elogiativo ma non appesantito da retorica – avrei giusto evitato di concludere la storia con premiazioni e discorsi, magari aggiungendo una scena o due al termine, e di aggiungere il filmato della parata nella città d’origine. Non hanno nulla che non vada in sé, ma finiscono per ingessare l’insieme.
L’intervento sul treno è marginale, in termini di minutaggio, rispetto alla narrazione della vita e dell’amicizia fra Alek, Spencer ed Anthony, ma questo non guasta poiché il focus è palesemente proprio sul rapporto creatosi fra i tre, senza il quale l’intenzione di fare qualcosa e l’esito dell’azione stessa non sarebbe, secondo me, mai stato lo stesso.

Land of mine – Martin Zandvliet

E’ la storia di un gruppo di soldati-ragazzini tedeschi, che al termine della seconda guerra mondiale, trovandosi in Danimarca, vengono costretti dall’esercito locale a sminare chilometri di spiagge sulle quali i loro compatrioti hanno disseminato – appunto – gli ordigni esplosivi.
Da non perdere (io l’ho visto su Rai4, quindi forse su RaiPlay è disponibile). La durezza di un paese incancrenito contro la Germania, che non fa distinguo nel suo odio, e la tenerezza, la preoccupazione verso quelli che in fin dei conti sono propri simili, esseri umani, per di più meri strumenti sacrificabili di guerra, si dividono lo schermo e le scene con fluidità e chiarezza perfette. Non c’è analisi psicologica spinta, ma piuttosto l’esposizione nuda dell’animo.

Batman – Tim Burton

Finalmente ho il quadro completo dei Joker cinematografici “moderni”. Semplicemente, Nicholson è un grande. Detta questa ovvia cosa, tuttavia, scopro di ammirarlo per l’eleganza ma di preferire, nel complesso, il clown di Ledger.
A proposito del film, ho visto questo primo capitolo burtoniano solo successivamente al secondo, ma non ha rappresentato un problema: anche in questo caso, me lo sono goduto ma sorprendentemente ho trovato ancora più ben fatto proprio quello con Pinguino e Catwoman.

L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Ho còlto l’occasione del passaggio su Rete4 e me lo sono visto, finalmente: il libro l’ho letto ormai anni fa e nemmeno ricordavo del tutto la trama, ma l’accoppiata Nesbo / Fassbender era imperdibile. E devo dire che mi ha convinta, ce l’ho visto proprio bene nel ruolo – anche se io, per qualche meccanismo strano, tendo a identificare abbastanza spesso i protagonisti di certi libri gialli con la fisionomia dei loro creatori: per me, Harry Bosch ha la faccia di Michael Connelly (ed ecco perché non sono mai riuscita a fare pace con quel pur bell’uomo che lo interpreta nella serie tv omonima), mentre Harry Hole ha la faccia di Nesbo, appunto, il quale per altro gli ha attribuito alcuni suoi tratti, in primis l’amore per il punk-rock. La Gainsbourg, invece, non mi torna per niente nel ruolo di Rakel, che per me è la sintesi dell’eleganza appena appena algida (quanto basta per evitare approcci inopinati) ma luminosa. La Rakel del film è sempre “troppo”: troppo piccolo-borghese, troppo banale anche nelle espressioni di forza.
Tutto questo pistolotto è realmente comprensibile solo a chi conosca, per aver letto più di un singolo libro fosse pure quello da cui Alfredson ha tratto il film, quell’ubriacone di Harry Hole. Ma, in fondo, non è un male: perché di fatto anche il film può essere agevolmente seguito solo da chi conosca i romanzi a lui dedicati: trame, personaggi, abitudini e riferimenti… va preso così (astenersi principianti), ma così com’è, appunto, funziona bene. Temevo un pasticcio caricaturale, invece è un buon prodotto, che ricrea le atmosfere originarie.

(I love you Phillip Morris) – John Ficarra & Glenn Requa

Ne ho scritto in questo post. Merita.

Una doppia verità – Courtney Hunt

Un filmetto nella media, con alla base un’idea buona ma non eccellente né nuovissima.
Da un prodotto che mi era stato magnificato tanto, mi aspettavo decisamente di più.
Buona soprattutto la prova della Zellwegger.

Reinas, Il matrimonio che mancava – Manuel Gomez Pereira

Ho realizzato solo guardando la custodia e l’immagine di copertina che il titolo si legge “reìnas”, ossia “regine”. Dettagli, epifanie.
La cerimonia per i primi matrimoni gay in Spagna ed i relativi festeggiamenti sono il filo conduttore della pellicola, che li prende un po’ come pretesto per raccontare, molto ispanicamente, delle vie traverse (che a volte vanno di traverso, ma poi esplodono sempre in caramelle e cioccolatini come una pignatta) dell’amore.
Stravolgimenti e sconvolgimenti familiari, e tanto più godibili proprio per questo, sono al servizio di una buona, ironicamente raffinata sceneggiatura.
I miei preferiti? Nuria e Jacinto! La scheda di MyMovies.

You’re next – Adam Wingard

Sono d’accordo con la recensione su MyMovies, ma in realtà per quanto mi riguarda ‘sto film è ancora peggio di così: è proprio una stronzata. Un “home invasion” infantile e vuoto come un palloncino sgonfio.
L’idea della riunione di famiglia che comincia bene e poi scoperchia dissidi e conflitti, che si riversano dalla conversazione all’azione violenta, non è nuova ma è sempre ben accetta: è uno degli schemi narrativi che preferisco. Ma per funzionare deve avere della ciccia addosso, non risolvere tutto in cinque minuti attraverso litigi senza senso né reali motivazioni, per poi giocare oziosamente con lo svelamento del colpevole che ha pianificato la strage.
La conclusione, infine, è tanto obbligata quanto inutile.
Evitare, evitare, evitare. A meno che non abbiate bisogno di un sottofondo televisivo di urletti mentre lavate i piatti.

Danko – Walter Hill

Filmone della mia infanzia ❤
Con questo entra anche nel mio blogghettino quel Walter Hill che gentaccia come Lucius e Cassidy conoscono assai bene.
Non c’è molto da dire, se non: (ri)vedetevelo. Ambientato durante la guerra fredda, secondo me non risente per nulla degli anni che porta; Schwarzy (il negro nero) e Belushi compiono il loro (s)porco lavoro senza strafare, e la sceneggiatura, zeppa di godibile ironia, spacca.

Caffè – Cristiano Bortone

Tipico cinema da “incrocio di destini”, con famiglie, coppie e individui più o meno allo sbando (lavorativo ed esistenziale) che determinano e subiscono a vicenda un intervento dannoso: chi viene derubato, chi perde il lavoro, chi un lavoro di livello ce l’ha ed è combattuto tra compierlo onestamente mettendo a rischio tutto oppure mettere piuttosto a rischio gli altri, e chi è… beh, semplicemente un cazzone, ma comunque con le sue grane anche lui: padre stronzo, (ex) fidanzata incarognita che gli smolla il bambino, incapacità di darsi un obiettivo.
Sviluppi di trama piuttosto prevedibili, ma che non vanno a banalizzare l’insieme.
La storia si divide tra Italia, Belgio e Cina.
Da segnalare tra gli interpreti Dario Aita, Miriam Dalmazio e soprattutto Hichem Yacoubi nel ruolo di Hamed.
A proposito di caffé, mi corre l’obbligo di consigliarlo a giomag, che di Kopi Luwak se n’intende (ma anche di birra). 😉 Io resto fedele al mio orzo in tazza piccola…
E’ un onesto, buon film, la cui esistenza ignoravo finché non ho trovato il dvd in regalo alla mia associazione di “volontariato coatto”. Se al mondo ci fosse giustizia, rappresenterebbe un esempio della media dei prodotti cinematografici italiani; ma così non è, e ci arrangiamo a commedie insulse e fatue pellicole d’autore, con un cinepattone nel mezzo (scusate la causticità, sono appena rientrata e il freddo mi incattivisce).
La scheda di MyMovies.

Custodes Bestiae – Lorenzo Bianchini

Cinema indipendente italiano. E horror. Basterebbe questo per volergli gettare uno sguardo. Ma, per essere esatti, non sarei nemmeno arrivata a conoscerlo se non bazzicassi con devozione quell’antro oscuro e meraviglioso che è il blog di Lucia: nella fattispecie, Custodes Bestiae compare nella sua decina degli horror più significativi del 2004.
Ha la grana grossa tipica dei budget bassi, ma è proprio grazie ad essa che emerge meglio il valore della regia (e della sceneggiatura, sempre di Bianchini). Se pure la resa visiva e – soprattutto – audio è frenata da limiti oggettivi, è evidente quanto ogni elemento sia curato: e già questo cancella il rischio della mediocrità.
La storia si dipana abbastanza lenta (chi mi conosce sa che questo per me è un pregio) e per suggestioni, spaventosa sicuramente a livello razionale ma, per quanto mi riguarda, non troppo a livello intimo. Al di là del ritmo che può scoraggiare chi ami o sia abituato alla rapidità dell’action o anche di molto horror contemporaneo, merita la visione per due motivi:
– senza apparire meschino, trasmette un forte senso di familiarità, rappresentando non una realtà emblematica ma la nostra realtà, così come potremmo coglierla aprendo la porta di casa (oppure rintanandoci in camera o nel nostro studio);
– in particolare, raffigura scorci di realtà non filtrata del Friuli: quello di Bianchini è un cinema regionale, non quello dai tratti asfittici ma un condensato di identità locale, della quale il dialetto (sottotitolato) non è che l’aspetto più prevedibile, eppure non il più immediato.
Dopo i krampus della Val di Fassa de In fondo al bosco di Lodovichi, ho assaggiato una diversa ed altrettanto inquietante “diavoleria” locale, tra Comeglians, Osoppo, Aquileia… per un approfondimento, visitate la pagina dedicata su quinlan. Sullo stesso sito trovate anche un’intervista al regista.

Across the river (Oltre il guado) – Lorenzo Bianchini

Dieci anni dopo, Bianchini ha avuto a disposizione più mezzi, ed il risultato si vede: la fotografia è buona, ed il suono è curato ed armonizzato (cioè: non ti tocca alzare ed abbassare il volume ad ogni scena).
C’è chi pensa che la trama sia addirittura assente: in apparenza è così (non facciamo altro che seguire le non eclatanti mosse di un etologo che studia sul campo i movimenti degli animali di un bosco), ma esser più precisi, io trovo che sia non del tutto assente, ma piuttosto minima e centellinata. Ben centellinata.
Non bastasse, abbiamo sulla scena un unico personaggio – al quale giusto due o tre volte, per pochi minuti, si alternano una coppia di anziani del luogo – e prevalgono nettamente i toni grigio-blu rispetto al colore pieno, la pioggia ed il buio notturno rispetto alla luce.
Pochissime le battute pronunciate. Il silenzio (della parola) è quasi totale, ma per tutta la durata della “pellicola” regna quel silenzio da luogo naturale profondo, e da luogo abbandonato, carico di micro-suoni (e di presagi).
Un aspetto che può non essere gradito a tutti, e non da tutti sopportabile; eppure, nonostante la “lentezza” dello sviluppo, la tensione è palpabilissima.
Insomma: un ottimo lavoro, da cinque stelle.


I film non commentati:
Maciste nella valle dei Re – Carlo Campogalliani
Assassinio sul palcoscenico – George Pollock
Assassinio al galoppatoio – George Pollock
L’amore è eterno finché dura – Carlo Verdone
Chi m’ha visto – Alessandro Pondi
My son, my son, what have ye done – Werner Herzog
Il caso Freddie Heineken – Tomas Alfredson
Smokin’ Aces – Joe Carnahan

Novecento .4: I ragazzi del Reich, Dennis Gansel

Il vostro corpo non vi appartiene più. Il vostro corpo appartiene al popolo tedesco!
Gansel passa senza problemi da un film moderno e ritmato quale L’Onda a questo ritratto di maniera, dai tempi rilassati, d’un gruppo di giovani reclutati nella NaPoLa – ossia l’accademia militare – di Allenstein; soffermandosi in particolare sulle esperienze ed il rapporto di due di loro, Friedrich (di estrazione popolare, nutrito da un entusiasmo ingenuo per essere stato scelto) ed Albrecht (figlio “d’arte” ma troppo coscienzioso, e debole per essere pienamente accolto in quel mondo).
Il corpo dei cadetti è effettivamente centrale nel dipanarsi della storia, dalla boxe praticata da Friedrich, ambiente nel quale si fa notare, all’esplosione sanguinosa d’un ragazzo intervenuto a riparare l’errore di un compagno; passando fra questi estremi per l’umiliazione inflitta a Siegfried per aver bagnato il materasso e la visita medica con tanto di annotazione di colore d’occhi e di capelli sulla base di minuziose tabelle-campione. Ma anche per quel fiocco di neve che va a sciogliersi sul bordo dell’iride di uno dei russi incontrati dalla colonna nei boschi.

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A proposito di questo, non manca nella pellicola una leggera dose di elementi poetici abbastanza scontati, come questo appena descritto, e di scelte stilistiche (quali il ralenty e l’ellissi durante i momenti drammatici) tradizionali. I quali, tuttavia, mi confermano che quell’unico altro film di Gansel da me visto non è stato un exploit isolato, e che il regista possiede se non addirittura talento, sicuramente mestiere.

Tornando però al tema della corporeità, m’è sorto spontaneo un parallelo: tra la scena in cui, invitato a casa di Albrecht durante un fine settimana, Friedrich si ritrova costretto a simulare, più che disputare, un breve incontro di boxe contro l’amico – che non è minimamente in grado di contrastarlo – e quella, in Fratellanza di Nicolo Donato (danese di origini italiane), nella quale i due protagonisti affiliati ad un’organizzazione neonazista intrecciano una relazione omoerotica e, scoperti, vengono spinti l’uno a massacrare l’altro per non subir di peggio. [Nell’immagine qui sotto la recensione del Morandini].
E’ un parallelo nato unicamente da una connessione di idee, comunque, dato che nemmeno in una scena successiva, nella quale i due cadetti si ritrovano a lottare l’uno contro l’altro e poi a stringersi in un moto di disperazione sul pavimento, si percepisce l’intenzione – per lo meno un’intenzione precisa e decisa – di suggerire un legame di questo tipo. E’ una lettura del tutto possibile, direi, ma non prestabilita.

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Ho apprezzato che Gansel abbia mostrato la quotidianità, per quanto inquadrata, di quei ragazzi (e come dice il testo in explicit, ve ne sono stati almeno 15.000 in tutte le NaPoLa sotto la guerra, metà dei quali caduti al fronte dove li avevano mandati allo sbaraglio), mostrato le loro aspirazioni, motivazioni e reazioni.
Del loro indottrinamento, che pure abbondava, sappiamo molto e molto abbiamo parlato. Mentre la semplicità con la quale un ragazzo poteva vivere ed interpretare il proprio tempo, privo del senno di poi – ma anche di quell’inconsapevolezza totale che noi contemporanei tendiamo ad attribuire, e dunque ben ricettivo nei confronti delle meschinità, delle raccomandazioni, della mediocrità di uomini altrimenti passati per “superiori”  che lo addestravano – non ci curiamo.
Sino ad una conclusione che è impossibile ritenere lieta, ma che nella sua nuda durezza porta pacificazione.

Novecento .2: L’Ur-fascismo di Eco

Comincio subito col dire che mi aspettavo se non proprio un librone, comunque un librozzo corposo: e invece no, si tratta di un volumetto smilzo, che contiene il testo di una conferenza tenuta dall’autore alla Columbia University il 25 aprile del 1995.
Ma già questo mi colpisce, al di là della sorpresa: nella breve introduzione alla ristampa Eco parla di un anniversario della Liberazione (dunque ben cinquant’anni dopo), durante il quale appunto tenne questo discorso per affermare che il fascismo italiano fu meno che fascismo, e che il fascismo, inteso oltre le forme specifiche che può assumere, ha una qualità eterna.
Ora, senza volermi porre al livello di Eco – cosa per altro che non auspicherei, dacché lo detesto cordialmente – né voler paragonare in modo stretto le sue asserzioni alle mie, mi chiedo inevitabilmente (e perdonate il francese): perché cazzo se lo dice lui è un fine intellettuale, e se lo dico io non ci crede nessuno? Domanda oltremodo retorica e di meschina frustrazione, lo ammetto, ma lasciatemela usare per porre una piccola questione.

La storia non si ripete, ma fa rima.
[Mark Twain]

Eterno, attuale, estinto: questi potrebbero essere, riassumendo molto, i tre aggettivi che gli italiani associano più spesso al concetto di fascismo.
Estinto, cioè un fenomeno circoscritto ed irripetibile, nemmeno con modalità portate “al passo coi tempi”.
Attuale, cioè esistente e “vivo” nel presente, nato nel passato sì ma proseguito modificandosi nel tempo sotto aspetti più o meno superficiali, mantenendo tuttavia un nucleo originario di pensiero.
Infine eterno, cioè astorico, ultramondano, fondato su una tradizione che per quanto diversamente declinata, non si può sradicare o elidere del tutto.

Ecco qua: al di là di com’è andata, e non è andata male nonostante non facesse per me, con CasaPound; questo cercavo: qualcosa di eterno, che ovviamente mi fosse affine. E questo ho trovato, qualcosa di attuale, che continuo a considerare tale – ossia: per me CasaPound, ForzaNuova ecc. sono a tutti gli effetti fascismo, anche se il Ventennio è morto e sepolto – con buona pace degli altarini commemorativi -, anche se molto è cambiato, anche se non a caso il movimento-partito oggi più rappresentativo del fenomeno, tanto che si autodefinisce “fascismo del terzo millennio”, di mussoliniano ha poco o niente.
Ne ho discusso abbondantemente su Facebook lo scorso anno, sono disposta a riparlarne qui, sempre nei termini di curiosità intellettuale e voglia di approfondimento usati allora, e non in quelli di schieramento partitico.
Comunque lo si veda noi, ad ogni modo, Eco considera il “fascismo” in accezione ulteriore e superiore (tassonomicamente parlando) a quella riferibile all’esperienza del PNF. Lo considera, appunto, “eterno”.
Se è vero e lo è, come lui scrive, che libertà di parola significa anche libertà dalla retorica, allora mi permetto di dire che mi piacerebbe veder cadere la retorica anche nelle discussioni che si fanno in proposito, cioè veder cadere i molti schemi dai quali non riusciamo ad uscire. Che siano quello per cui “il fascismo è finito con la caduta del regime, non ha senso parlare di fascismo oggi”, oppure quello per cui “fascismo e comunismo non sono paragonabili”.

Il discorso di Eco è diviso in due parti, dal punto di vista dei contenuti anche se non formalmente: un racconto succinto, per episodi significativi, di cosa fu il periodo fascista e la liberazione dallo stesso per lui bambino, alcuni punti salienti del regime (su tutti il perché lo riteneva una “dittatura non compiutamente totalitaria”); ed un elenco delle caratteristiche tipiche e ricorrenti del modello fascista di organizzazione sociale.
Vado a copiare alcune di queste ultime.

  • [1] La prima caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione.
    Appunto. Nota a margine: son in disaccordo totale con Eco sulla sua idea che un tradizionalismo sia per natura sincretista: epperò nelle sue manifestazioni concrete càpita lo sia – vedi, ad es., appunto Cpi.
  • [2] Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.
    Ma va là? Ovvio. Modernismo, però, non modernità. Di nuovo, in forte disaccordo sull’idea che considerare l’Illuminismo “l’inizio della depravazione moderna” comporti “irrazionalismo”.
  • [4] […] Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento.
    Puoi dirlo forte. Che sia il responsabile di un’organizzazione neofascista oppure il magister di una cappella Tremere, nessun gerarca può sostenere l’individualità di una persona se non a fini utilitaristici.
    La spinta rivoluzionaria in un sistema totalitario è tesa unicamente a decostruire il mondo esistente per ricostruirlo, comunque rigido, a propria immagine e somiglianza. In sistemi simili non esistono persone, solo personae, ossia maschere.
  • [9] Per l’Ur-Fascismo, non c’è lotta per la vita, ma piuttosto “vita per la lotta”.
    Ancora una volta esatto, e quanto mai attuale.
  • [10] L’elitismo è un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico. Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli
    Io separo i due concetti, non coincidenti di necessità. Se parliamo di militarismo parliamo giocoforza di disprezzo per la debolezza, ma elitismo (o come preferisco dire, elitarismo) non è sinonimo né sintomo di disprezzo, casomai di discriminazione – termine abusato e storpiato, ma in sé neutro e non negativo: discriminare è il fondamento di ogni scelta razionale, di ogni discernimento, e del rispetto stesso della realtà delle cose, e delle persone.
  • [12] Dal momento che sia la guerra permanente sia l’eroismo sono giochi difficili da giocare, l’Ur-Fascista trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali. […] Dal momento che anche il sesso è un gioco difficile da giocare, l’eroe Ur-Fascista gioca con le armi, che sono il suo Ersatz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una invidia penis permanente.
    Amen.
    Vorrei scrivere 10.000 parole sulle valenze psicanalitiche del fascismo, argomento tra i più succosi nei quali mi sia imbattuta, ma mi mordo la lingua e consiglio, piuttosto, a chiunque voglia capirne di più – Nick Shadow dubito non l’abbia già letto – il capolavoro di Klaus Theweleit, Fantasie virili: Donne flussi corpi storia, la paura dell’eros nell’immaginario fascista (Männerphantasien). A lui si rifà anche Jonathan Littell ne Il secco e l’umidoqualcosa in proposito qui, da pagina 53 del documento (pag. 29 del .pdf).
  • [14] L’Ur-Fascismo parla la neo-lingua.
    Nulla da specificare.

Nelle puntate precedenti:
Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Sogni / 3

Sono adulta, ma devo sostenere l’esame di terza media – la qual cosa non mi appare affatto strana. Faccio una serie di viaggi in autobus, e durante uno di questi incrociamo il minibus bianco che fa servizio alle elementari.
Attraverso il paese con un cd di forma piuttosto anomala in mano, diretta verso il mio ottico per fare un esame della vista, necessario per sostenere l’esame. Mentre cammino, su un’isola pedonale, vedo disposti un sacco di manici d’ombrello, tutti in legno, lavorati in colori e fogge esotici (uno rappresenta un ariete, il mio segno zodiacale, con il manico ritorto bianco e azzurro). Li passo in rassegna per prendermene alcuni, ma poi qualcosa mi distrae (un serpente?) e proseguo.
All’interno di una sorta di centro commerciale incontro un vuoto tra il mio piano ed i tre scalini sottostanti, che portano dove voglio arrivare: stimo che con un saltello modesto posso arrivarci, mi metto il cd tra i denti per prendere la misura, ma poi dubito desisto e rinuncio. Mi avvio ad un ascensore lì vicino, che ovviamente prima non c’era.
Uscita dalla scuola media (come sarà andato l’esame?), trovo per terra, nell’ordine: due monetine entrambe di rame, cinque centesimi di euro e cento vecchie lire, che faccio per restituire ad un ragazzo ma che quello mi regala, ed un sasso bianco che attira la mia attenzione. Penso per un momento a quando raccoglievo sassi carini con mio padre, faccio per passare oltre ma poi mi dico che forse me l’ha mandato proprio lui: torno indietro, lo raccolgo: è più grande di quanto sembrasse e colorato, a cerchi concentrici come un diaspro orbicolare grezzo.

diaspro-orbicolare-gemmologia-olistica
Più avanti due ragazzini tentano di strapparmi una busta che mi porto appresso (cosa conterrà?), lotto un po’ per trattenerla e cerco nel contempo di prendere lei a sberle – sì, ieri ho avuto un pomeriggio movimentato e incazzoso e sì, c’è una “lei” cui avrei voluto suonarle di santa ragione. Riesco non so come a ridurli alla ragione (per modo di dire) e proseguo.
In una stanza dominata dalla penombra sto parlando con alcune persone che conosco, e in una stanza attigua, dietro un vetro a tutta parete, vedo una salma con quattro estremità che spuntano dal lenzuolo che la ricopre. Passo mezz’ora a stabilire se la coppia di estremità al centro sia di piedi o di scarpe, o viceversa, e lo stesso per la coppia ai lati esterni. Mi volto verso la persona alla mia destra, e quando riporto lo sguardo sulla salma vedo mia madre. Tempo un attimo e si sta alzando dal lettino, faccio per accorrere ma in battito di ciglia mi accorgo che devo aver avuto un’allucinazione. Il suo corpo è di nuovo disteso, immobile e con gli occhi chiusi.
Finisco in mezzo ad una guerra tra bande dentro un’aula di scuola (ancora!), ma la scena è breve: la donna affascinante e imponente che pare avere la maggiore autorità e le maggiori chance di cavarsela, per un banale acaro velenos(issim)o, finisce stramazzando a terra. Mi affretto, anche se non l’ho toccato, a lavarmi le mani e ripulire Dio sa quanti barattoli di purè i quali, per qualche oscuro motivo, mi convinco siano stati contaminati.
FINE.

Una sintetica analisi (molto personale e poco freudiana):
mia madre risorgerà dai morti, mio padre è sempre con me anche se non fisicamente, supererò gli ostacoli che mi si presenteranno e riuscirò a non farmi avvelenare dalle circostanze. 
Avrò fortuna sul piano economico.
Forse mi comprerò un ombrello nuovo, bello bello.
Sarà comunque preferibile, per me, stare alla larga dagli esseri umani.