film (maggio 2020) – pt. II

I bambini di Cold Rock – Pascal Laugier

Più thriller che horror, e con un plot-twist che trasporta la storia nel sociale (al di là dell’impressione che fa, c’è di che riflettere). Impossibile raccontare in che consista la svolta senza svelare tutto, ma comincia così: c’era una volta una cittadina dalla quale, regolarmente, scomparivano i bambini… e molti credevano fosse opera di una sorta di babau: l’uomo alto (il titolo originale è infatti The tall man).
Merita. Anche per dare uno sguardo a Jessica Biel.

Solo Dio perdona – Nicolas Winding Refn

Se l’ultimo film da me visto di Winding Refn – Fear X – mi era stato ostico da digerire, da comprendere, questo mi appare limpido (e bellissimo, non meno di The neon demon).
Non è una pellicola di arti marziali, anche se naturalmente qualcosa compare, essendo ambientata ad Hong Kong prevalentemente in una palestra.
Non è una pellicola che parli di qualcosa: non parla di nulla, non ha un tema – sì, l’intreccio poliziottesco-mafioso, ma è secondario seppur non marginale. Parla degli uomini (e di un paio di donne non da poco, precisiamolo onde evitare fraintendimenti). Di come sono fatti dentro, e di come funzionano, gli esseri umani.
Gosling eccelso. Che ve lo dico a ffa’.

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Noah – Darren Aronofsky

Ho aperto la Bibbia su Genesi 6, perché di fatto non posso dire di conoscere la faccenda dell’Arca in tutti i suoi contorni. Ma soprattutto mi incuriosisce scoprire se davvero c’era una donna, se era una soltanto, da dove proveniva: perché la Ila interpretata da Emma Watson mi sa di innesto apocrifo, o magari persino autorale.
Un Aronofsky molto regolare, fatte salve le suggestioni mitiche e quasi fiabesche nei toni (visioni, angeli caduti trasformati in mostri di pietra, discendenze cainite come se non ci fosse un domani, Matusalemme che miracoleggia la fertilità).
Recitazione lodevole di tutti, colombe comprese.

Bombshell – Jay Roach

Proprietario del network televisivo:
– Ditemi voi se quella non è una bocca che ha succhiato un cazzo.
Forse perché pensa che, se riferita ad un maschio, una “battuta” simile non debba offendere anche lei, una dipendente seduta a fianco del proprietario ridacchia. Ma si vede che fa fatica.

Cos’è, una roba femminista?
La gente non vuole vedere la tua faccia con le rughe e sudata perché hai la menopausa.
Lo stesso proprietario alla conduttrice tv che si è presentata in video struccata.
Menopausa e sindrome premestruale sono la ragione per ogni cosa che, nelle donne, non gli piace (vale anche per Trump). Sempre lui:

Fammi vedere [inquadra la conduttrice] quelle cavolo di gambe!
Perché cazzo l’ho assunta se no!

La questione è chiara e ben recitata.
Ci sono la giornalista di punta che viene mobbizzata, la giornalista di punta che anni ed anni prima dello scandalo aveva subito un’avance ed ora deve decidere se scendere in campo o tenersi ai margini, la giovane giornalista a disagio ma che purtuttavia si chiede se non sia l’occasione della vita farsi il capo per andare dritta alla meta del programma più seguito. C’è la giornalista lesbica nascosta che osserva l’andazzo impaurita.
Ci sono insomma donne di ogni genere, dai grandi nomi alle piccole pescioline.
Ciò che invece non c’è, è una donna che si sia rifiutata e quelle avances le abbia respinte.
Manca completamente un contrappeso, un ruolo contrastivo.
E’ chiaro che è l’intero sistema a sospingerti in quella direzione pena l’esclusione – non è una novità né in questo campo né del nostro secolo. La mia domanda è:

e allora? 

Un condizionamento non è comunque, mai, una costrizione tout-court. E dunque, dove diavolo sono in questo pur ottimo film le donne che dicono di no?

Il gioco di Gerald – Mike Flanagan

Catarsi, rinascita… nessuna parola è adeguata per dire la storia di Jessie.
Come sempre in King, dietro alla vicenda sospesa tra horror e thriller di una donna che, abituata a sottomettersi agli uomini della sua vita, si ritrova ammanettata al letto col cadavere del marito steso ai piedi dello stesso e non un’anima viva nel raggio di chilometri per soccorrerla, c’è un vissuto lacerante, un’infanzia che sembra essere dimenticata ma non fa che scivolare silenziosa sotto la superficie, qualcosa che è andato storto e condiziona il presente.
Così come spesso compare nei suoi romanzi un abuso di qualsivoglia tipo (qui non vedrete sesso esplicito, ma di sesso ne circola tanto, e pesa, e morde), e poi, bisogna anche dire, una eclissi.
King è il mio autore, il primo filo letterario saldo tra me e mio padre, uno che ti fa sentire forte le cose, e se di tuo già le cose le senti forte, è come entrare in risonanza con un diapason ogni volta. La musica che accompagna il film è funzionale e discreta, ma è stata sufficiente per raccogliere ed incanalare la mia emotività e farmi piangere sui titoli di coda – non lacrimare, proprio piangere. Da tanto non capitava.
Compartecipazione profonda, insomma, e una discreta dose di angoscia, sono i chiari meriti ascrivibili a Flanagan e, nondimeno, a Netflix, azienda discussa della quale questo è il primo prodotto, mi pare, che vedo. Non potevo chiedere miglior esordio!

Da notare che, persino per uno stomaco piuttosto forte come il mio, c’è stata una scena (senza spoiler, quella del bicchiere frantumato che fa… accapponare la pelle), da nausea. Letteralmente, perché ho dovuto mettere in pausa e andare in bagno a quasi-vomitare. Ci sono certi dolori, fisici e non, che hanno bisogno di essere evacuati – non sarà del tutto un caso, credo, se “rimettere” è un verbo utile sia per l’espulsione di materiale indigesto dallo stomaco che per la liberazione da materiale indigesto nell’anima.

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Muori papà, muori! (Why don’t you just die!) – Kirill Sokolov

Uno spettacolo. Ne hanno parlato Cassidy e Lucia.
Consiglio per la visione: abbinate il “sangue” sullo schermo ad un buon thé nero carico.
Il titolo italiano è più aderente all’originale, ma la versione inglese dice qualcosa di fondamentale: che la gente, in questo film, è dura a morire. Ma dura dura, davvero tanto tanto, eh.
Saremmo portati a pensare che, quando un ragazzo col martello incontra un uomo col fucile, il primo debba soccombere. E può darsi che accada anche questo, ma, come dire, le cose si rivelano più difficili (e complicate) di così.
Certo non imprevedibili, ma nemmeno banali – e del resto anche in questo esordio con passaggi tarantiniani ciò che conta non è né la vicenda né il pulp o come si chiama in sé, ma la dolenzìa dell’anima russa.
Comunque la cosa più inquietante, e che ormai infesta i miei incubi, è che Andrei somiglia tanterrimo ad un mio conoscente O.o

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Shaun, vita da pecora: il film – Mark Burton, Richard Starzak
Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Will Becher, Richard Phelan

Ho conosciuto Shaun (dello stesso autore di Wallace & Gromit, Nick Park) attraverso gli episodi brevi mandati in onda in tv su uno dei canali dedicati ai cartoni.
Il primo film è carino, ma non paragonabile alla serie animata, mentre il secondo, oltre ad avere un tema (fantascientifico) ed una storia meglio sviluppati, ha anche un ritmo più accattivante ed una sceneggiatura più ricca – che include omaggi almeno a quattro colossi del genere: Incontri ravvicinati del terzo tipo, Arrival, E.T., 2001 Odissea nello spazio. L’alienino è teneroso ♡

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A lonely place to die – Julian Gilbey

Presentato come un horror, in realtà è un (buon) thriller che sa giocare sul filo dei generi. Melissa George e le Highlands scozzesi sono la ciliegina sulla torta di un’ottima sceneggiatura (scritta a quattro mani dal regista col fratello William).
Proprio per non sciuparne la scoperta spoilerandovela, vi dico soltanto che l’incipit vede cinque escursionisti accingersi ad una scalata importante, quando uno di loro sente una voce nel fitto del bosco. E seguendo quella voce finiranno trascinati in una caccia all’uomo: l’azione è ben congegnata e mai sopra le righe.

🎬

I film non commentati:
Jumanji, The next level – Jake Kasdan
Tutti i soldi del mondo – Ridley Scott
The accountant – Gavin O’ Connor

film (maggio 2020) – pt. I

Widows – Steve Mcqueen

Le vedove del titolo sono quelle di quattro criminali morti durante una rapina – più un’altra donna, anch’ella di non floride prospettive – che guidate da Viola Davis s’ingegnano per evitare di finir male e, magari, riprendersi ciò che hanno perso con gli interessi.
Mi aspettavo il tipico action-movie, solo colorato di rosa, invece le quattro non sono eroine né brillanti alla maniera dello show-biz, sono esemplari di umanità dolente – ciascuna in un suo, riconoscibile ed apprezzabile, modo – che prova ad arrampicarsi sui vetri, consapevole almeno che per riuscirci occorrono delle ventose e tanto fegato.
Non manca comunque un grosso colpo di scena, che fa da perno alle svolte narrative e lascia trasparire un po’ alla volta, fino al culmine, motivazioni e moventi di svariati personaggi. Liam Neeson anche qui è più burattino attoriale che personaggio decisivo.

Snowden – Oliver Stone

Un mix riuscito tra pellicola di denuncia e biografia apologetica di un americano dai buoni sentimenti. Dopo questo ed il documentario-intervista girato dalla stessa Laura Poitras, la prima giornalista contattata da Snowden, s’impone almeno la lettura di uno dei libri sulla storia – per esempio quello da cui ha tratto il materiale il regista.
Ci vuole il pelo sullo stomaco, però.

Rovine – Scott Smith

Scott Smith, che sento per la prima volta, ha curato praticamente tutto questo film da sé (regia, sceneggiatura, tratta per altro da un suo romanzo, ecc.).
Il risultato viaggia su due distinti binari: come prodotto vale quel che vale, un pomeriggio di svago nemmeno da cinema ma direttamente da dvd. Il contesto della storia è trito e ritrito (per altro, senza farlo apposta, nell’ultimo mese ho già visto ben tre film horror ambientati in Messico!): gruppo di escursionisti all’ultimo giorno di vacanza accetta la sfida di un tempio Maya (o Inca? E’ uguale) noto soltanto, guarda caso, al fratello di un tipo conosciuto proprio quella sera che ci sta lavorando come archeologo. Il gruppo, dotato di regolamentare ragazza che non vorrebbe andarci – e farebbe benissimo -, si avvia all’avventura ma all’avventura proprio, cioè senza uno straccio di preparazione e cognizione; e da lì sarà tutta una discesa agli inferi.
Insomma, grande classico dei canovacci senza neppure un tentativo d’abbellimento della carcassa. Eppure l’idea centrale – l’unica buona, che però buona lo è davvero – funziona. Vi dico solo che non ha a che fare con mummie o demoni, ma con una particolarissima vegetazione. Semplice nella sua antichità, ma orribile; tant’è che andando a letto ho chiuso le porte dietro di me pensando con raccapriccio alla rosa recisa in salotto – giuro.
Insomma: nel dubbio vedetelo, perché rifatto come si deve, curando la storia e costruendo i dettagli attorno alla carne viva (in tutti i sensi), sarebbe eccezionale.

The cave, Il nascondiglio del diavolo – Bruce Hunt

quest’altro invece gli escursionisti ce li ha, ma sono molto, molto più sgamati dei precedenti. Parliamo di speleologi subacquei, in cerca di un rinvenimento remunerativo fra le grotte createsi sotto le rovine di una chiesa crollata in Romania – dove già altri avventurieri decenni prima ci rimasero secchi.
Non so giudicare la verosimiglianza tecnica, ancora non mi sono nemmeno decisa a fare il percorso facile nei sotterranei bresciani, però l’atteggiamento dei protagonisti sì: ed è credibile. Ciò mi piace. Fra loro figurano anche Daniel Dae Kim e Morris Chestnut, due dei miei maschietti-idolo da telefilm, ossia il Chin del remake di Hawaii Five-Oh ed il Rosewood della serie omonima.
Non memorabile ma godibile e ben fatto, insomma, merita un più per la fotografia ed il ritmo, sempre serrato senza essere confusionario.

The Vatican tapes – Mark Neveldine

La recensione di My Movies ne dà un’idea piuttosto esatta.
La trama ricalca pedissequamente il già visto a tema possessione demoniaca, giusto con qualche particolare diverso se non innovativo che però, da solo, non basta a farne un film valido.
E l’aspetto religioso, al di là di alcune singole, contestabili affermazioni; resta irrimediabilmente piatto. Banale.

 

film (aprile 2020) – pt. II

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Ma che film horrendo mi hai fatto vedere?!

ESP, Fenomeni paranormali
– Colin Minahan e Stuart Ortiz (The Vicious Brothers);
62. ESP, Fenomeni paranormali II – John Poliquin

Il primo film l’avevo visto, il seguito per molto tempo non ho saputo esistesse. Di fatto, nulla di particolarmente nuovo o eccitante – a parte l’impressione lasciata dai “fantasmi dalla bocca larga” (espressione rispondente al vero ma che mi fa ridere, perché ripenso alla mia insegnante di tedesco delle superiori, rinominata “rana dalla bocca larga”. Povera). Le deformazioni fisiche, i gigantismi in particolare, fanno sempre il loro porco effetto…
… quanto al seguito, che certo non è un capolavoro, offre comunque un salto di qualità nella resa generale. Ha saputo dir tutto la recensione di MyMovies. Magari non originale, ma almeno con un impianto ed un senso – una versione povera di metacinema.

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La terra dell’abbastanza – Fratelli d’Innocenzo

Due amici, ancora studenti, girovagando con l’auto una notte investono un uomo comparso loro davanti all’improvviso, senza che potessero evitarlo.
Il fatto, inizialmente motivo di grande agitazione, rappresenterà per uno dei due l’occasione di entrare in contatto con una famiglia mafiosa della capitale, nella speranza di trarne un vantaggio economico che li porti a “svoltare”.
Ovviamente, le cose non andranno secondo i loro piani…
… bel film dai modi modesti e a tratti rarefatti. Calibrato ma tutt’altro che in tono minore.
Ci trovate Max Tortora e Luca Zingaretti in un cammeo, ma non guardate loro, guardate i ragazzi.

Le colline hanno gli occhi – Wes Craven

Ho visto per primo il remake di Alexander Aja, che imprevedibilmente m’era piaciuto: anche più di questo, che è sanguigno eppure meno impressionante – forse perché gli americani beneducati hanno questa vena di bestialità sotterranea, ma al giorno d’oggi la nascondono volutamente di più e meglio, creando un contrasto con i “selvaggi” più evidente?
In Aja c’è anche l’inserzione di un tema mancante in Craven, che ci cattura sempre ed è il mettere in mostra le falle e le brutture, o comunque gli scontri frontali, delle moderne famiglie. Forse non facendo scorrere il sangue letterale, ma scarnificandosi idealmente per bene.
I legami tra benzinaio e selvaggi sono espressi, anche se con riserbo, mentre noi oggi tendiamo ad essere molto più didascalici: questo è un punto in più per la versione del 1976.

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Come un gatto in tangenziale – Riccardo Milani

Il genere commedia usa proporre situazioni standard, se non drammatiche, e ribaltarle leggendole in tono farsesco. Invece questo film mi pare voglia apparecchiare un set completo di ironie facili sulle mancanze umane lasciando però trasparire, in modo più netto del solito, un tono serio. E’ un’operazione che mi convince molto più della commedia pura, ed a cui la Cortellesi non è nuova – sto pensando a Gli ultimi saranno ultimi, che pur con qualche sbavatura avevo trovato un film solido e dolceamaro al punto giusto.
In questo caso il motivo di fondo è lo “scontro di civiltà” tra burocrati di stanza nelle commissioni europee, altolocati, ricchi e idealisti, e d’altro canto burini rissosi, poveracci  che si dicono tali per colpa dei suddetti burocrati, più incattiviti che realisti: la “periferia”.
Bravi la Cortellesi, appunto, ed Albanese; ma anche il resto del cast funziona (che spasso le gemelle-shopping, Pamela e Sue Ellen). Sonia Bergamasco la adoro sempre. Finale di maniera ma senza esagerazioni, che ci sta tutto. Diamogli un 8 e ½.

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Un tipo (poco) rassicurante…

Game night (Indovina chi muore stasera?)
– John Francis Daley, Jonathan Goldstein

Fa-vo-lo-so. Senza mezzi termini, uno dei migliori film visti quest’anno finora.
Senza volerlo, subito dopo il precedente, ho visto questo che è un altro film dal tono ibrido: commedia certamente, ma definirlo tale è troppo poco – non perché la categoria commedia valga meno della drammatica, ma perché limitante.
Per una volta, non essermi rinfrescata la memoria delle recensioni che posso aver letto in anticipo è stato meglio, perché l’ignoranza totale di cosa avverrà è un fattore di godimento importante.
Si può dire che tutto ruota attorno ad una coppia di appassionati di giochi di società ed ai loro amici – più un vicino psicopatico tanto inquietante quanto sorprendente -, che organizzano regolari serate-gioco (da qui il titolo) a casa propria, finché una sera compare il fratello di lui a scombinare le carte e mettere sul tavolo una specie di “cena con delitto”; ma da questo punto in avanti tutto è sorpresa: che sia o meno una parodia, come si ipotizza ma anche subito si dubita qui, non è rilevante perché la vicenda, per altro serratissima, si regge benissimo da sé.
Commedia sì, dicevamo, ma anche altrettanto thriller, con punteggiatura romantica e momenti d’azione, colpi di scena a catena (e non scordate, dopo gli interi titoli di coda, un ultimo passaggio ulteriormente rivelatore).

Inside job – Charles Ferguson

Documentario sulla crisi del 2008 montato con brevi interviste ai protagonisti – per lo più negativi – dell’economia mondiale. Domande elementari e non aggirabili, insistite, sono lo strumento sufficiente a scardinare le menzogne e le giustificazioni dei figli di puttana, con nome e cognome, che dopo aver immiserito milioni di persone (quando non le hanno portate al suicidio) in maggioranza non solo non hanno perso il posto, ma spesso sono stati promossi a cariche ancora più prestigiose – da presidenti democratici non meno che dai conservatori.
Non stupisce, ma atterrisce, la serenità con cui riescono a negare di aver fatto danno scientemente, o di pentirsi. Nemmeno tentano di scusarsi per errori minori e meno gravi, reali o no, come il non aver fatto bene i conti o essere stati presuntuosi: no, non c’è nulla che non vada, per loro.
Sicuramente il migliore lungometraggio non-fiction visto in proposito; privo di banalità.

White noise (Non ascoltate) – Geoffrey Sax

Micheal Keaton in versione allocco cerca un contatto con la moglie defunta attraverso l’elettronica. Stanotte ci provo anch’io – al massimo registrerò me stessa se parlo nel sonno, il che è altrettanto affascinante -, ma intanto lasciatemi dire che il bello di questa fissazione fantasmatica sta nelle meraviglie del nostro passato tecnologico: videoregistratori ed audiocassette, telefonini GSM, e persino televisori col tubo catodico! ❤
Il film è del 2005 e l’avevo già visto, ma non ne ricordavo davvero nulla (il che, onestamente, non è strano vista la banalità: in pratica non offre altro che jump scare sonori). Il “fenomeno” però è intrigante, e poi mi mancava il seguito, perciò è scattato il rewatch.

White noise 2 (The light) – Patrick Lussier

Dagli EVP alle NDE, con premonizioni e possessioni demoniache: ha davvero senso?
E’ comunque un piacere (ri)vedere un Nathan Fillion ante-Castle, anche se più tontolone.
Bocciati i tentativi di accattivare lo spettatore con citazioni “alte”: dire ad uno scampato alla morte, attualmente in terapia intensiva, che il tuo film preferito è Frankenstein, non è carino. E questo dopo avergli annunciato che verrà seguito dal dottor Karras…!
Bizzarro, meno palloso del primo ma con musiche da latte alle ginocchia e una resa del tunnel verso l’aldilà da fumetto: nulla da aggiungere ad un disco con le meraviglie terrestri da inviare nello spazio ad incrociare ipotetiche forme di vita, ma almeno, proprio come il protagonista Abe, ho aggiunto una discutibile tacca alla mia collezione di vite salvate film da recuperare!

film (aprile 2020) – pt. I

Obbligo o verità – Jeff Wadlow

Horrorino senza infamia né lode, che mostra la volontà di rimaneggiare un soggetto fuori dai canoni classici e riesce, se non altro, a fare di quei canoni un melting-pot caruccio.
Concetto e sviluppo sono adolescenziali, ma di un adolescenziale ben pensato, non dipingono insomma di quell’età soltanto gli sviamenti e l’ingenuità pecoresca.
E’ un titolo che avevo a suo tempo pescato in un elencone online di genere, e la recensione con giudizio da medio a buono è stata più che sufficiente per convincermi, dato che questo gioco (un gioco in realtà molto serio, per adulti con le palle ed il pelo sullo stomaco…) l’ho sempre adorato.
Cercando altre info, ho persino scoperto una versione online che consente di indicare il numero ed il nome delle persone coinvolte e di scegliere ad ogni turno se effettuare l’obbligo o rivelare una verità, appunto; ma non ve lo linko perché l’ho testato ed è abbastanza noioso, ripetitivo.
Ad ogni modo, se ve lo state chiedendo, io ho sempre scelto verità.

Anime nere – Francesco Munzi

Bellissima pellicola che racconta la ‘ndrangheta in toni insolitamente dimessi, ma certo non per questo meno cruenti.
L’ho scelta per via di Peppino Mazzotta, che sa destreggiarsi bene nei panni di un calabrese ripulito e trapiantato a Milano ma pur sempre legato alla sua terra (parafrasando un noto modo di dire: puoi togliere un calabrese dalla ‘ndrangheta, ma non puoi togliere la ‘ndrangheta da un calabrese), quanto in quelli dell’onesto e affidabile collega di Montalbano.
L’ho poi amata per tutto il resto, in particolare per la fotografia perfetta e la vitalità ed espressività dei volti degli attori, principali e non.
E sì, anche perché mi sono riconosciuta in quella frase lapidaria e piena di verità non esprimibili in modo più dettagliato pena svilirle della moglie di Rocco (Mazzotta), milanese di nascita: Noi non siamo come voi. Io sono diversa. C’è un abisso che ci divide, nord e sud, e non ha nulla a che fare con la politica.

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L’ultima casa a sinistra – Wes Craven

Non finisce bene per nessuno, ma l’atmosfera (e pure la fotografia, oserei dire) innegabilmente anni ’70 vanno a creare, involontariamente, un contrasto tra violenza e commedia a mio parere riuscitissimo.
Leggo che è il primo film girato da Craven, dopo aver lavorato qualche anno nel porno. Leggo anche che questo titolo sarebbe un remake de La fontana della vergine di Bergman, che non conosco.
Pur essendo stato tagliato e pur mostrando una violenza fisica della quale oggi rideremmo, mi è parso un film piuttosto spaventoso. In parte perché, limitatamente alla mia immaginazione, l’ho visto con gli occhi di chi l’ha visto in sala allora, con un impatto ben diverso; in parte perché la violenza inscenata ha poco a che fare con stupri e coltelli. E’ la violenza morale a colpire e restare, non quella carnale.
Wikipedia riporta anche che il Krug della pellicola è stato un prototipo del ben più noto Freddy Krueger, come testimonia il nome.

Hereditary – Ari Aster

Un titolo bestiale. Non solo per la raffinatezza della tortura e dell’angoscia che infligge, ma anche perché, in crescendo con il coinvolgimento dell’intera famiglia protagonista nel delirio, tutti noi abbiamo di certo sentito un sordo battere di tamburi in lontananza.
Potrebbe essere l’eredità di una pratica tribale umanissima e sferzante, con i suoi sacrifici cruenti e le adorazioni blasfeme, l’esito allucinatorio di una tara genetica, ma potrebbe essere anche il suono del cuore pulsante di un dio cieco e idiota che urla oscenità al centro dell’universo.
La chiarificazione finale, che pure c’è ma non geometrica e puntuale come siamo usi aspettarci, lascia aperta la porta ad entrambe le nature dello scatenarsi del male.
Ed il profondo coinvolgimento che suscita tutto quanto, oltre ad un paio di scene pesanti, ne consiglia la visione in un momento adatto: forse non si può arrivarci davvero preparati, ma almeno non prendetelo alla leggera.
Letture di accompagnamento:
le parole di Lucia – senza spoiler – e quelle di Ornella – con spoiler.

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Toni Collette nel film Cecilia quando s’incazza

Borg vs. Mc Enroe – Janus Metz

Sì, di storie di campioni sportivi l’America ne ha sfornate milioni, e per uno spettatore non particolarmente appassionato ognuna di esse rappresenta il rischio di una morte per sopraggiunti limiti alla noia sopportabile.
Il film di Metz può costituire un’eccezione (per me lo è stata), in minima parte grazie alla specialità di cui si interessa – il tennis mi pare poco o punto “praticato” al cinema, voglio dire nei biopic -, in massima parte perché descrive, un colpo dopo l’altro, i due uomini dietro alla loro immagine pubblica (molto simili fra loro tanto da diventare poi, oltre il confine della pellicola, grandi amici; e per una volta si percepisce questa tesa vicinanza e questa svolta futura come un’onesta realtà anziché un espediente narrativo che la semplifica troppo).
Bravi LaBeouf e soprattutto Skarsgard.
La recensione su MyMovies.

Candyman – Bernard Rose

Parte del recuperone di vecchi horror, Candyman è un titolo che ancora mi mancava ma che è sempre suonato familiare al mio orecchio, ricordo persino le innumeri volte in cui da piccola passavo davanti alla VHS disponibile per il noleggio nella nostra videoteca di fiducia – e che non ho mai avuto il coraggio di portarmi a casa -, insieme ad Hellraiser e ad un sacco d’altri assassini più e meno seriali e molto soprannaturali.
Ciò che invece non ricordavo (o non ho mai saputo) è che il protagonista (al pari della bionda ricercatrice etnografica, Virginia Madsen) è un negrone a me noto ed affascinantissimo, di un’eleganza che non sfigurerebbe ancor oggi se solo gli levassimo il colletto di pelliccia: Tony Todd.

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Tra la leggenda dell’assassinio di un nero che aveva sfidato le convenzioni sociali, l’ambientazione divisa tra un upper side ed un caseggiato di cellette popolari, ed il contrasto marcato bianchi-neri / maschi-femmine, di materiale politico (pur senza avere chissà quale approfondimento) ce n’è.
Nella sua relativa semplicità, con quel tocco poetico e la splendida musica di Glass, vale la pena vederselo.

Il permesso: 48 ore fuori – Claudio Amendola

Non ricordo quale sia stato il primo film girato da Amendola, ma so che era una commedia. In quest’opera seconda invece va sul drammatico e, oltre a dirigere, interpreta uno dei quattro detenuti in permesso, Luigi, che vanno a fare i conti con la vita lasciata in qualsiasi posto si possa chiamare casa.
Nessuno di loro troverà ciò che sperava – per qualcuno, però, potrebbe esserci persino di meglio ad attenderlo.
Una pellicola più che discreta, con un Luca Argentero che spicca, come mai immaginavo potesse.

47 metri – Johannes Roberts

Anche di horror subacquei con squali l’universo sovrabbonda, ma di questo avevo letto buone recensioni e posso aggiungerci la mia.
La storia: due sorelle, una più spigliata ed una più squadrata, per altro appena lasciata dal fidanzato, sono in vacanza in Messico. Una sera conoscono un paio di ragazzi a malapena carini. La spigliata, per dare una svolta all’umore della squadrata, la trascina riluttante a fare un’immersione non autorizzata chiusa in una gabbia, per vedere gli squali a pochi centimetri. La squadrata non avrà abbastanza carattere per opporsi, e tutto andrà malamente in vacca – ma lasciandovi credere, a ogni passaggio, che forse le cose riusciranno ancora a risolversi.
Chi vive, chi muore e chi scantona non ve lo rivelo, ovviamente; basti dire che la semplicità del soggetto non affossa, ma anzi lascia libero spazio (un oceano di spazio) alla suspence ed amplifica le note emotive. Bello, credibile (per quanto ne posso capire) e toccante.

Green room – Jeremy Saulnier

Cacchio!
Sam Simon (se non erro) l’ha definito un cazzotto nello stomaco (ed io ho chiosato: se è un cazzotto nello stomaco, allora ha qualcosa da dire). Così è stato.
A differenza di Cassidy (qui la sua recensione sulla Bara) non ho mai ascoltato né apprezzato il punk, per cui può darsi che mi sia sfuggito qualche riferimento (poco male) e che sia strano solo per me che – così comincia la storia – una band punk accetti, seppure al verde come la stanza del titolo (è così chiamata la stanza-camerino di preparazione e decompressione pre- e post-concerto), di suonare in un locale di naziskin. Non è che siccome gli skinhead son tanto di sinistra quanto di destra mescolarli ed agitarli produce un cocktail da sballo… magari la gente lo fa, ma io avrei evitato.
Comunque, sta di fatto che la band ci va. Fa un po’ di casino all’inizio, ma poi raddrizza il tiro e sembra che la serata debba filare tutto sommato liscia. Almeno finché, rientrando nella green room, non si trova davanti uno spettacolo inatteso e per nulla musicale: il cadavere di una ragazza accoltellata per terra.
Se in un contesto qualsiasi la cosa sarebbe di per sé problematica, in un contesto fondamentalmente chiuso e semi-sommerso come quello della destra estrema diventa la molla che fa scattare un ben oliato meccanismo, un protocollo non scritto di rimozione del pericolo ed insabbiamento. Tra cani, coltelli, pistole e fucili, blandizie e minacce, uscirne fuori non sarà banale.
La tensione non manca, la violenza c’è anche se moderata, ed anche per questo mi trovo piuttosto d’accordo con Cinema Estremo (qui) e col giudizio complessivo che dà sul film; tuttavia è bene ricordare che non è la quantità di sangue a determinare lo spavento (possiamo ben collocarlo anche nell’horror) o la repulsione – il famoso cazzotto nello stomaco.
A me Green room è arrivato forte e chiaro, e per la prima volta da mesi mi son trovata a ripensare a quando ho allertato diversi amici condividendo un paio di confronti avuti con gente di CasaPound, passi falsi che sentivo potevano mettermi a rischio se non proprio in pericolo. Non che mi aspettassi nulla di davvero grave, ma di abbastanza serio da guardarmi le spalle per un po’ sì. Tanto che sono arrivata a giocare di diplomazia, per non dire a scacchi, tra Cp, Fn e un libero battitore ben inserito in Cp e rispettato dai capi ma anche utilmente anticonformista, perché mi prendesse indirettamente sotto la propria ala. Uno sbattimento. Che sarebbe stato una sciocchezza per un’anima politica abituata ai maneggi tra pubbliche e private relazioni, ma io un’anima politica e machiavellica non ce l’ho mai avuta e tanto m’è bastato, già con un piede fuori dalla porta.
Insomma, mi è salito il brividino e dunque il film il suo cazzo di lavoro l’ha fatto.
E’ bello e terribile vedersi sullo schermo, e fate conto che sono abbastanza eclettica da impersonare contemporaneamente la mora ammazzata e la bionda ribelle.

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Pet Sematary (1989) – Mary Lambert
Pet Sematary (2019) – Kevin Kölsch, Dennis Widmyer

Un’accoppiata vincente che non potevo farmi mancare, dopo aver finalmente letto il romanzo lo scorso anno. E, incredibile a dirsi, il confronto libro-film non è stato sofferto come al solito, ma soltanto uno strumento in più per ragionarci su.
Parrà strano a qualcuno, ma per me vedermi la combo di questa storia macabra e che finisce malerrimo (con King non è certo scontato) a Pasqua è stata una scelta azzeccata. Parliamo, dopotutto, di morti che tornano in vita, anche se non si tratta proprio di una risurrezione evangelica in un corpo glorioso, bensì di ritorno zombesco col corpo a brandelli, puzzoso e incrostato di terriccio… al ritmo dei Ramones.
(Chi non alza il volume a palla e non balla, va a letto senza cena nella stalla).

Se la versione dell’89 – con cammeo di King nel ruolo del predicatore al funerale – ha una sua atmosfera suggestiva impareggiabile, ho trovato che la versione del 2019 fosse meno disastrosa di com’è stata dipinta. Certo, c’è da precisare bene che, se il primo terzo della pellicola è molto buono, il secondo terzo è ancora buono ma già più standard, ed infine il restante terzo tracolla.
Tutto sommato, le idee sono buone e la storia ben attualizzata, con qualche modifica interessante (il figlio perduto è, in questo caso, una figlia), ma quelle stesse modifiche sembrano essere state sollevate e poi abbandonate a metà, non portate davvero fino in fondo.
E se i dialoghi sono più approfonditi e le situazioni nutrite di dettagli utili – mentre nell’originale tutta la sceneggiatura è più grossolana -, viceversa l’afflato emotivo, la mia partecipazione da spettatrice al lutto, alla brama per un potere pericoloso ma attraente, alla nostalgia ed al rimpianto sono venuti affievolendosi mentre il minutaggio cresceva. L’attacco era proprio buono, mi sono sfregata le mani, ma poi dell’abisso di dolore per la scomparsa di un figlio, della lucida follia di chi non riesce a tollerarla, ma pure della  potentissima vicenda collaterale di Rachel e Zelda e del senso di come tutto sia connesso e preordinato, poco rimane. Alla fine si sconfina in un brodo di coltura di stilemi horror mal connessi tra loro.
Non c’è quasi evoluzione nel personaggio di Louis Creed, ed avrei voluto fosse data una certa importanza – come nell’89 – a Victor Pascow.
In generale, comunque, è un film godibile persino per una purista come me. Non è poco.

La casa nera (The people under the stairs) – Wes Craven

Titolazione italiana insensata per un horror d’annata movimentato, grottesco e divertente; e se una vena di denuncia sociale c’è, mi pare assai più funzionale al gusto di far casino – Alice, hai mai visto un fratello prima d’ora? – che non un segno di pretenziosità e messaggi alti.
Non ci sono del resto messaggi morali nascosti, si allude alla differenza sociale e razziale, al rifiuto di una progenie “difettosa” o semplicemente imperfetta, alla promiscuità sessuale e all’incesto in maniera diretta e brutale, perché brutali sono i proprietari immobiliari dell’edificio in cui Matto vive, e nella cui abitazione fatta di salvifiche intercapedini dovrà sopravvivere.
Se accettiamo Blatta come Bianconiglio alternativo, l’accostamento ad Alice nel paese delle meraviglie non è ingiustificato.

film (marzo 2020) – pt. II

Assassinio sull’Orient-Express – Kenneth Branagh

Mah! Ho continuato a ripetermelo, mille volte, lungo tutto l’arco del film… che a modo suo è bello, per carità: musiche, fotografia, sceneggiatura, tutto wow. Intrattenimento pefetto per un grande schermo. Sì, ma il resto? La resa della storia, la recitazione? Per non parlare di come è stato tratteggiato Poirot, identico ad un qualsiasi altro monotono detective contemporaneo prodotto in serie. No, non ci siamo. Se vi piacciono robe tipo i rifacimenti di Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. e Jude Law, accomodatevi.
Moi non.

Indovina chi viene a cena? – Stanley Kramer

Credo di essere arrivata alla terza visione di questo film. Lo ricordavo brillante e lo è, vanta un’ottima sceneggiatura e dialoghi di classe; non ricordavo invece quanto fosse spassoso. Ho riso di gusto.
La mia sensibilità moderna aggiungerebbe solo un bello sganassone al tizio che nel parcheggio della gelateria scassa i cabbasisi per un piccolo urto all’automobile; ma comprendo che invece non averlo assestato è stata la scelta giusta per l’economia della storia.
Intelligente e piacevole, come lo è ogni film, classico o meno, che non annoia e non spinge a volersi distrarre con altro anche quando è ben fatto, come purtroppo càpita con troppe produzioni contemporanee.
Più delle problematiche connesse ad un matrimonio interraziale, o se preferite misto, a sollecitarmi è stata la diffidenza per una scelta così repentina. Per me è inconcepibile, in condizioni normali, decidersi per il matrimonio con una così scarsa conoscenza reciproca; senza con ciò volermi abbandonare a posizioni ultrarigide e pretendere dimostrazioni di affidabilità inarrivabili da un ipotetico compagno. O almeno così mi piace credere…

The life of David Gale – Alan Parker

Kevin Spacey, Kate Winslet. E già basterebbe. Poi, la regia di Parker. E ancora, il tema, anzi i temi: la costruzione della verità, la pena di morte, ma anche: la pena della vita.
Film bello ma furbo più di quanto auspicabile, almeno secondo me. Furbo nel senso che abbina bene il cardiopalma del thriller puro con la facciata da cronaca vera, quasi documentaristica, sbilanciandosi però più sul primo che sulla seconda, ed alleggerendo in tal modo quella che poteva essere una pellicola potente e definitiva, un mattone in faccia – i mattoni in faccia talvolta sono quel che ci vuole. La mia non vuole essere una critica, solo una dichiarazione di preferenza.
Non posso chiaramente svelare nulla della trama e soprattutto del finale, incerto sino all’ultimo ancorché intuibile, perché in questa incertezza sta la sua bellezza; si tratta comunque di una delle tante vicende di ricostruzione di un omicidio per il quale un uomo, il David Gale del titolo, viene condannato alla pena capitale, e del quale si professa innocente. Il compito di intervenire per rimettere le cose a posto (svelando come sono andati davvero i fatti, bloccando l’esecuzione o almeno lasciando un messaggio da parte del detenuto) spetta a Bitsey Bloom, giornalista in gamba ma, soprattutto, in grado di parlare con decisione quando è giusto parlare e di tacere quando tacere è un imperativo morale.
Il momento doloroso, per me, non è stato quello della scoperta e visione di una certa risolutiva videocassetta, ma le veloci riprese – queste sì di taglio prettamente documentaristico – delle manifestazioni fuori dall’edificio adibito alle esecuzioni, che mostrano da ambo i lati il carattere più bestiale, irrazionale, bovino – per dirla à la Simenon – dell’essere umano, e delle interviste ai passanti: impossibile considerare fittizie affermazioni quali “Ha stuprato ed ucciso una donna, merita di morire” oppure “Un’iniezione non è abbastanza, ci vorrebbe una picconata”. Se non siamo Aurora, la bella addormentata nel bosco, questa è precisamente la nostra realtà.

Parole, parole, parole – Alain Resnais

Da brava commedia francese smaschera con un sorrisetto acido le ipocrisie nelle relazioni di coppia e (anche, un po’) in famiglia, ma lo fa con un una certa leggerezza e prendendo in giro al contempo anche un certo sentimentalismo d’oltralpe, ben illustrato dai brevi stacchi cantati a turno dai vari personaggi, le cui storie tutte s’intersecano fra loro.
Non temete, non si tratta assolutamente di un musical o affini, i cantati sono inseriti in maniera perfetta e fluida nei dialoghi e funzionano come didascalie a questi, nonché ai pensieri più evidenti e leggibili anche se sottaciuti.
L’attrito fra cinismo ed, appunto, sentimentalismo da palcoscenico produce un effetto gradevole, divertente – ed ha pure un pochetto il sapore, per chi lo osserva, dell’incidente che ci si ferma a sbirciare per la strada… ideale per una serata rilassata.

Veloce come il vento – Matteo Rovere

Storia (vera) di disfatte e di risurrezioni all’italiana, ma con il piglio dei film di formazione che vanno per la maggiore in ambito internazionale. Protagonisti due fratelli, lui vecchia gloria dell’automobilismo e lei giovane promessa dello stesso, che puntano a vincere il campionato in corso per riscattare la casa di proprietà e nondimeno l’onore.
L’ho visto al secondo passaggio televisivo soprattutto perché mi interessava Matilda de Angelis, che ho conosciuto attraverso Tutto può succedere. Ma è Stefano Accorsi ad avere il tocco magico.
Bella la colonna sonora, e gli accenti emiliano-romagnoli.

Il sesto senso – M. Night Shyamalan

Film cult della mia giovinezza, non lo rivedevo da moltissimi anni. E forse, al di là dei meriti tecnici e di sceneggiatura, ho capito solo ora, con l’esperienza accumulata, cosa lo rende tanto pregevole: semplicemente, parla di una delle maggiori vitù umane, la capacità di ascolto. La madre di Cole, il bambino che vede “la gente morta”, nonostante il suo timore e la sua stanchezza cerca di guardare suo figlio per davvero. Lo psichiatra infantile, nonostante l’iniziale cantonata in cui cade per il suo abbruttimento, si e lo allontana da ciò che aveva prospettato per lui, farmaci e ghettizzazione ospedaliera. Cole stesso, e questo si rivela essere il segreto per dare ai morti ed a se stesso una seconda possibilità, dovrà far uso di tutta la sua propensione ad ascoltare l’altro per uscire dal suo dramma.
E’ anche un film consolatorio nella migliore accezione del termine, rispetto al nostro bisogno di essere capiti ed amati, vivi o morti che siamo.

Suburbicon – George Clooney

Sì, lo stesso che ha girato quella ciofeca di Monuments Men ha girato anche Suburbicon, e che bel colpo, ragazzi! (E non è stato l’unico). Ho scoperto che ha scritto la sceneggiatura con i Coen solo ai titoli di coda, ma a quel punto era piuttosto evidente… per fortuna ho resistito alla repulsione iniziale per la messa in scena del razzismo, una linea narrativa che in seguito si rivela essere utile all’intreccio ma secondaria – e che riesce a disgustare senza arrivare a versar sangue. Anche perché di sangue se ne versa in abbondanza altrove che nella contestata residenza dei Mayers, ai quali viene addossata la colpa del degrado “improvviso” del quartiere quasi per un sottotesto pro-forma (ma non estraneo all’economia del film, non superfluo insomma).
Il sottotitolo italiano, Tutto è come sembra, ancorché inutile (stavolta davvero) è calzante, nel senso che dopo la prima vera svolta (e ce ne sono diverse) i personaggi ed i loro moventi sono del tutto esposti, almeno allo spettatore e all’interno delle mura domestiche. Anche la definizione che ne dà Marianna Cappi su MyMovies mi pare corretta: “una dark comedy in cui il primo termine pesa più del secondo”. E questa è decisamente una cosa che amo.

✪✪✪

Film non commentati:
The Post – Steven Spielberg
The walk – Robert Zemeckis
I pinguini di Mr. Popper – Mark Waters
L’ombra del sospetto – Richard Eyre

film (marzo 2020) – pt. I

L’uomo sul treno (The commuter) – Jaume Collet-Serra

Con Liam Neeson.
Un intreccio improbabile, di genere indefinito perché ne vuole coprire troppi, con protagonista l’ex poliziotto più stupido dell’universo creato.
Pessimo Polpettone Palloso. Imbarazzante.
Per fortuna non m’è riuscito di vederlo al cinema quando uscì.

Dogman – Matteo Garrone

Pezzo da novanta. Ritmo lento, come piace a me. Impietoso sull’umanità che descrive ma senza strappi bruschi, l’ho sopportato più che bene (ho sempre questo timore di patire troppo vedendo un film bello ma pesante).

Gold, La grande truffa – Stephen Gaghan

Compagnie minerarie e finanziarie, la ricerca dell’oro fuori tempo massimo, una truffa curata ma non troppo sofisticata e sbruffona; tutta da capire strada facendo.
Carino. Onesto, senza tanti fuochi d’artificio.
Bravo McConaughey, Bryce Dallas Howard quasi non la riconoscevo.

Babycall – Pal Sletaune

Ben impostato, ma deludente. Più thriller che horror psicologico (è così che lo vendono), ha personaggi intriganti ma che alla lunga, con le loro idiosincrasie, fanno girar le balle. Da Anna, madre che scappa – o crede di scappare – dal marito violento col figlioletto Anders, già di suo mezzo sociopatico, al commesso di negozio Helge che stringe amicizia con Anna come aggrappandosi ad un salvagente (entrambi un po’ profughi nella vita, sconfitti ed alienati).
Il finale è forse la parte migliore di un lungometraggio che, forse, con meno passaggi logici e svolte narrative avrebbe funzionato di più.

Il presagio – Richard Donner

Ne avevo visto il remake al cinema, ma tanto per cambiare l’originale del 1973, con un Gregory Peck splendidamente invecchiato, è migliore, più godibile e mai noioso, seppure ormai manchi a noi la freschezza e l’impatto che deve aver suscitato negli spettatori dell’epoca.
La storia è presto detta: un ambasciatore americano di stanza in Inghilterra si ritrova ad allevare il figlio del diavolo, dopo aver accettato di sostituire il proprio neonato, morto ad insaputa della moglie, con un bimbo la cui madre è morta durante il parto.
Che Damien, così si chiama il pargolo, abbia ascendenti “illustri” lo scoprirà, naturalmente, vita vivendo. Lascio a voi il piacere di scoprire se riuscirà a fermarlo – comunque non prima che abbia seminato decessi in giro.

Aria di famiglia – Cédric Klapisch

Alla maniera francese, molto dialogato. Un po’ datato (lo si coglie anche nel ritmo e nella fotografia) ma ficcante. Più “famiglia parapiglia” che “fratelli coltelli”, direi.
La matriarca fa effetto, per alcuni versi è molto simile alla mia zia Volgarona. Brrr.

All’origine c’era un’apprezzata commedia del 1994, imbastita dagli autori-attori Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri, un po’ ispirandosi al celebre motto gidiano «Famiglie vi odio» e un po’ giocando fra la tenerezza e il sorriso.
Ha pensato a trasferirla sullo schermo i cineasta Cédric Klapisch di
Ognuno cerca il suo gatto, cui lo spettacolo era risultato molto congeniale.
E anche gli spettatori italiani dovrebbero rispecchiarsi con facilità nel piccolo universo parentale di Aria di famiglia: insomma, ecco un buon film francese da raccomandare a chi cerca un’alternativa europea al solito titolo americano.

[fonte: Alessandra Levantesi, La Stampa]

Per un riassunto dell’intreccio, pedante ma utile a farsi un’idea, vi rimando alla pagina su Wikipedia. Di mio, ho apprezzato soprattutto la coppia di Betty (ribelle solo per necessità e difesa, come me) e Denis, l’aiutante del bar di proprietà di uno dei figli, nel quale la famiglia-che-toglie-aria si ritrova per festeggiare un compleanno.
Che, poi, da festeggiare c’è poco. E l’unico a capirlo senza ombra di dubbio è il cane paralitico, Caruso. Grazie a Lucius per la segnalazione.

film / serie tv (gennaio 2020)

[∞ Serie Tv]

What we do in the shadows

Controllo i programmi della (seconda) serata, vedo che comincia una nuova serie a soggetto vampiresco che non sembra nemmeno essere troppo leccata e pretenziosa (forse quest’idea me la dà il fatto che è incentrata su un nucleo “familiare” e non sui destini dell’universo mondo), così decido di assaggiarla.
Non ho particolari aspettative, solo una moderata curiosità, ma ne vengo conquistata subito: scopro che è una commedia, una commedia divertente, che prende in giro la seriosità con cui noi umani fissati coi non-morti ci accostiamo al tema; e per giunta è composta da episodi molto brevi – li trovate qui su RaiPlay, e vi consiglio di precipitarvi prima che li levino. Ma li stanno trasmettendo anche su Fox.
Per dire, nella prima puntata un paio di giocatori di ruolo dal vivo vengono invitati a casa dei vampiri dal loro famiglio, allo scopo di essere succhiati a loro insaputa (un po’ come con JustEat, ma col fattorino privato).
Nella seconda, il gruppo si presenta al consiglio comunale di Staten Island per ben due volte per promuovere la mozione “arrendetevi al nostro potere e consegnatevi al dominio vampirico”.
A mezzanotte passata ero piegata sul divano a grugnire come un maiale, che è ciò che mi succede quando rido forte forte.

(Ancora) Supernatural XIII

Ollà, e finalmente Lucifero s’è tolto dai coglioni! Peccato che adesso c’è in giro l’arcangelo Michele in versione cattiva, ma “vestito” col corpo di Dean, che vuole distruggere everything (lo sapevamo fin dai titoli che andava a finire così: perché il mondo può anche essere annichilito, e senza che Chuck-Dio muova un fottuto dito, ma se Sammy è in pericolo stai sicuro che Dean abbandona tutti al loro misero destino e corre a salvarlo, anche se non serve perché lui sta lì a giocare alla morra cinese con Jack, figlio di Lucifero, per stabilire chi ha più diritto di sacrificarsi per l’altro).
Se non ci avete capito nulla, tranquilli, è perfettamente (super)naturale.
Però, vi state perdendo qualcosa di hey-hey!

Sto anche dando un’occhiata, ma già annoiata, a Babylon Berlin, e rivedendo su La7 ogni giorno Perception –  di sole tre stagioni, ma che mi piaceva.


[∞ Film]

Ore 15:17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Bello. La scelta di far recitare i tre ragazzi stessi, protagonisti dello sventato attacco terroristico sulla linea Amsterdam > Parigi del 2015, ha pagato. Ne esce un ritratto pulito, elogiativo ma non appesantito da retorica – avrei giusto evitato di concludere la storia con premiazioni e discorsi, magari aggiungendo una scena o due al termine, e di aggiungere il filmato della parata nella città d’origine. Non hanno nulla che non vada in sé, ma finiscono per ingessare l’insieme.
L’intervento sul treno è marginale, in termini di minutaggio, rispetto alla narrazione della vita e dell’amicizia fra Alek, Spencer ed Anthony, ma questo non guasta poiché il focus è palesemente proprio sul rapporto creatosi fra i tre, senza il quale l’intenzione di fare qualcosa e l’esito dell’azione stessa non sarebbe, secondo me, mai stato lo stesso.

Land of mine – Martin Zandvliet

E’ la storia di un gruppo di soldati-ragazzini tedeschi, che al termine della seconda guerra mondiale, trovandosi in Danimarca, vengono costretti dall’esercito locale a sminare chilometri di spiagge sulle quali i loro compatrioti hanno disseminato – appunto – gli ordigni esplosivi.
Da non perdere (io l’ho visto su Rai4, quindi forse su RaiPlay è disponibile). La durezza di un paese incancrenito contro la Germania, che non fa distinguo nel suo odio, e la tenerezza, la preoccupazione verso quelli che in fin dei conti sono propri simili, esseri umani, per di più meri strumenti sacrificabili di guerra, si dividono lo schermo e le scene con fluidità e chiarezza perfette. Non c’è analisi psicologica spinta, ma piuttosto l’esposizione nuda dell’animo.

Batman – Tim Burton

Finalmente ho il quadro completo dei Joker cinematografici “moderni”. Semplicemente, Nicholson è un grande. Detta questa ovvia cosa, tuttavia, scopro di ammirarlo per l’eleganza ma di preferire, nel complesso, il clown di Ledger.
A proposito del film, ho visto questo primo capitolo burtoniano solo successivamente al secondo, ma non ha rappresentato un problema: anche in questo caso, me lo sono goduto ma sorprendentemente ho trovato ancora più ben fatto proprio quello con Pinguino e Catwoman.

L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Ho còlto l’occasione del passaggio su Rete4 e me lo sono visto, finalmente: il libro l’ho letto ormai anni fa e nemmeno ricordavo del tutto la trama, ma l’accoppiata Nesbo / Fassbender era imperdibile. E devo dire che mi ha convinta, ce l’ho visto proprio bene nel ruolo – anche se io, per qualche meccanismo strano, tendo a identificare abbastanza spesso i protagonisti di certi libri gialli con la fisionomia dei loro creatori: per me, Harry Bosch ha la faccia di Michael Connelly (ed ecco perché non sono mai riuscita a fare pace con quel pur bell’uomo che lo interpreta nella serie tv omonima), mentre Harry Hole ha la faccia di Nesbo, appunto, il quale per altro gli ha attribuito alcuni suoi tratti, in primis l’amore per il punk-rock. La Gainsbourg, invece, non mi torna per niente nel ruolo di Rakel, che per me è la sintesi dell’eleganza appena appena algida (quanto basta per evitare approcci inopinati) ma luminosa. La Rakel del film è sempre “troppo”: troppo piccolo-borghese, troppo banale anche nelle espressioni di forza.
Tutto questo pistolotto è realmente comprensibile solo a chi conosca, per aver letto più di un singolo libro fosse pure quello da cui Alfredson ha tratto il film, quell’ubriacone di Harry Hole. Ma, in fondo, non è un male: perché di fatto anche il film può essere agevolmente seguito solo da chi conosca i romanzi a lui dedicati: trame, personaggi, abitudini e riferimenti… va preso così (astenersi principianti), ma così com’è, appunto, funziona bene. Temevo un pasticcio caricaturale, invece è un buon prodotto, che ricrea le atmosfere originarie.

(I love you Phillip Morris) – John Ficarra & Glenn Requa

Ne ho scritto in questo post. Merita.

Una doppia verità – Courtney Hunt

Un filmetto nella media, con alla base un’idea buona ma non eccellente né nuovissima.
Da un prodotto che mi era stato magnificato tanto, mi aspettavo decisamente di più.
Buona soprattutto la prova della Zellwegger.

Reinas, Il matrimonio che mancava – Manuel Gomez Pereira

Ho realizzato solo guardando la custodia e l’immagine di copertina che il titolo si legge “reìnas”, ossia “regine”. Dettagli, epifanie.
La cerimonia per i primi matrimoni gay in Spagna ed i relativi festeggiamenti sono il filo conduttore della pellicola, che li prende un po’ come pretesto per raccontare, molto ispanicamente, delle vie traverse (che a volte vanno di traverso, ma poi esplodono sempre in caramelle e cioccolatini come una pignatta) dell’amore.
Stravolgimenti e sconvolgimenti familiari, e tanto più godibili proprio per questo, sono al servizio di una buona, ironicamente raffinata sceneggiatura.
I miei preferiti? Nuria e Jacinto! La scheda di MyMovies.

You’re next – Adam Wingard

Sono d’accordo con la recensione su MyMovies, ma in realtà per quanto mi riguarda ‘sto film è ancora peggio di così: è proprio una stronzata. Un “home invasion” infantile e vuoto come un palloncino sgonfio.
L’idea della riunione di famiglia che comincia bene e poi scoperchia dissidi e conflitti, che si riversano dalla conversazione all’azione violenta, non è nuova ma è sempre ben accetta: è uno degli schemi narrativi che preferisco. Ma per funzionare deve avere della ciccia addosso, non risolvere tutto in cinque minuti attraverso litigi senza senso né reali motivazioni, per poi giocare oziosamente con lo svelamento del colpevole che ha pianificato la strage.
La conclusione, infine, è tanto obbligata quanto inutile.
Evitare, evitare, evitare. A meno che non abbiate bisogno di un sottofondo televisivo di urletti mentre lavate i piatti.

Danko – Walter Hill

Filmone della mia infanzia ❤
Con questo entra anche nel mio blogghettino quel Walter Hill che gentaccia come Lucius e Cassidy conoscono assai bene.
Non c’è molto da dire, se non: (ri)vedetevelo. Ambientato durante la guerra fredda, secondo me non risente per nulla degli anni che porta; Schwarzy (il negro nero) e Belushi compiono il loro (s)porco lavoro senza strafare, e la sceneggiatura, zeppa di godibile ironia, spacca.

Caffè – Cristiano Bortone

Tipico cinema da “incrocio di destini”, con famiglie, coppie e individui più o meno allo sbando (lavorativo ed esistenziale) che determinano e subiscono a vicenda un intervento dannoso: chi viene derubato, chi perde il lavoro, chi un lavoro di livello ce l’ha ed è combattuto tra compierlo onestamente mettendo a rischio tutto oppure mettere piuttosto a rischio gli altri, e chi è… beh, semplicemente un cazzone, ma comunque con le sue grane anche lui: padre stronzo, (ex) fidanzata incarognita che gli smolla il bambino, incapacità di darsi un obiettivo.
Sviluppi di trama piuttosto prevedibili, ma che non vanno a banalizzare l’insieme.
La storia si divide tra Italia, Belgio e Cina.
Da segnalare tra gli interpreti Dario Aita, Miriam Dalmazio e soprattutto Hichem Yacoubi nel ruolo di Hamed.
A proposito di caffé, mi corre l’obbligo di consigliarlo a giomag, che di Kopi Luwak se n’intende (ma anche di birra). 😉 Io resto fedele al mio orzo in tazza piccola…
E’ un onesto, buon film, la cui esistenza ignoravo finché non ho trovato il dvd in regalo alla mia associazione di “volontariato coatto”. Se al mondo ci fosse giustizia, rappresenterebbe un esempio della media dei prodotti cinematografici italiani; ma così non è, e ci arrangiamo a commedie insulse e fatue pellicole d’autore, con un cinepattone nel mezzo (scusate la causticità, sono appena rientrata e il freddo mi incattivisce).
La scheda di MyMovies.

Custodes Bestiae – Lorenzo Bianchini

Cinema indipendente italiano. E horror. Basterebbe questo per volergli gettare uno sguardo. Ma, per essere esatti, non sarei nemmeno arrivata a conoscerlo se non bazzicassi con devozione quell’antro oscuro e meraviglioso che è il blog di Lucia: nella fattispecie, Custodes Bestiae compare nella sua decina degli horror più significativi del 2004.
Ha la grana grossa tipica dei budget bassi, ma è proprio grazie ad essa che emerge meglio il valore della regia (e della sceneggiatura, sempre di Bianchini). Se pure la resa visiva e – soprattutto – audio è frenata da limiti oggettivi, è evidente quanto ogni elemento sia curato: e già questo cancella il rischio della mediocrità.
La storia si dipana abbastanza lenta (chi mi conosce sa che questo per me è un pregio) e per suggestioni, spaventosa sicuramente a livello razionale ma, per quanto mi riguarda, non troppo a livello intimo. Al di là del ritmo che può scoraggiare chi ami o sia abituato alla rapidità dell’action o anche di molto horror contemporaneo, merita la visione per due motivi:
– senza apparire meschino, trasmette un forte senso di familiarità, rappresentando non una realtà emblematica ma la nostra realtà, così come potremmo coglierla aprendo la porta di casa (oppure rintanandoci in camera o nel nostro studio);
– in particolare, raffigura scorci di realtà non filtrata del Friuli: quello di Bianchini è un cinema regionale, non quello dai tratti asfittici ma un condensato di identità locale, della quale il dialetto (sottotitolato) non è che l’aspetto più prevedibile, eppure non il più immediato.
Dopo i krampus della Val di Fassa de In fondo al bosco di Lodovichi, ho assaggiato una diversa ed altrettanto inquietante “diavoleria” locale, tra Comeglians, Osoppo, Aquileia… per un approfondimento, visitate la pagina dedicata su quinlan. Sullo stesso sito trovate anche un’intervista al regista.

Across the river (Oltre il guado) – Lorenzo Bianchini

Dieci anni dopo, Bianchini ha avuto a disposizione più mezzi, ed il risultato si vede: la fotografia è buona, ed il suono è curato ed armonizzato (cioè: non ti tocca alzare ed abbassare il volume ad ogni scena).
C’è chi pensa che la trama sia addirittura assente: in apparenza è così (non facciamo altro che seguire le non eclatanti mosse di un etologo che studia sul campo i movimenti degli animali di un bosco), ma esser più precisi, io trovo che sia non del tutto assente, ma piuttosto minima e centellinata. Ben centellinata.
Non bastasse, abbiamo sulla scena un unico personaggio – al quale giusto due o tre volte, per pochi minuti, si alternano una coppia di anziani del luogo – e prevalgono nettamente i toni grigio-blu rispetto al colore pieno, la pioggia ed il buio notturno rispetto alla luce.
Pochissime le battute pronunciate. Il silenzio (della parola) è quasi totale, ma per tutta la durata della “pellicola” regna quel silenzio da luogo naturale profondo, e da luogo abbandonato, carico di micro-suoni (e di presagi).
Un aspetto che può non essere gradito a tutti, e non da tutti sopportabile; eppure, nonostante la “lentezza” dello sviluppo, la tensione è palpabilissima.
Insomma: un ottimo lavoro, da cinque stelle.


I film non commentati:
Maciste nella valle dei Re – Carlo Campogalliani
Assassinio sul palcoscenico – George Pollock
Assassinio al galoppatoio – George Pollock
L’amore è eterno finché dura – Carlo Verdone
Chi m’ha visto – Alessandro Pondi
My son, my son, what have ye done – Werner Herzog
Il caso Freddie Heineken – Tomas Alfredson
Smokin’ Aces – Joe Carnahan