Carnet (Giugno 2019)

Siccome il sistema usato sin qui per indicare i libri ed i film migliori del mese non mi convince più tanto, provo stavolta a differenziare:
con la stelletta 🌟 ho contrassegnato quelli (a mio parere, s’intende) di particolare qualità e di un certo livello, che ho apprezzato per i più svariati motivi;
col cuore ❤ ho contrassegnato invece quelli che mi hanno personalmente conquistato o che, comunque, mi han lasciato qualcosa a livello intimo. Insomma, quelli che mi fanno battere il cuore, per l’appunto – in 99 casi su 100 vantano anche evidenti pregi, certo,  ma occasionalmente possono pure non vantarne nessuno: ai propri “figli” si vuole bene anche quando son brutti come la fame.

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[libri letti]
60. In fondo al laboratorio a sinistra, Curiosità e bizzarrie della scienza
– Edouard Launet

61. Parli sempre di soldi!Hans Magnus Enzensberger
🌟 62. L’avversario – Emmanuel Carrère
* La vita istruzioni per l’uso – Georges Perec [interrotto]
Dopo Le cose, che mi aveva convinta, questo secondo approccio con l’autore è risultato indigesto. Non voglio dire deludente: sarei ingiusta, dal momento che ho sopportato solo poche pagine prima di chiudere. Ma lo stile descrittivo – letteralmente – di Perec, se ha una sua ragion d’essere e snellisce un romanzo già snello, richiede invece uno sforzo epico quando trasuda da centinaia di pagine, fatte per altro di storie fittamente dettagliate e tra loro intersecate.
Non ho più tempo da “perdere” dietro a testi meno che importanti e al contempo accessibili, sicuramente non ho più nemmeno l’età delle sperimentazioni “a perdere”. Peccato, però, che l’idea che me n’ero fatta si discosti così tanto dalla realtà: inseguo questo libro in effetti dal 2016, anno in cui lo stava leggendo la figlia di un buon amico al mare, dove li avevo raggiunti. Non mi riesce di capire, e forse distinguere non è neppure la miglior cosa, se sia il racconto delle vicende degli inquilini di un palazzo, o le vicende stesse, a pesarmi.
Lo spiega certamente meglio Ferdinando Amigoni, nelle note ad un altro suo libro (elencato sotto): […] come Percival Bartlebooth, il protagonista de La vita istruzioni per l’uso, scoprirà a sue spese, l’illimitata manipolazione di tessere di puzzle (o di parole, per l’oulipiano Perec) comporta il rischio di perdersi in labirinti tanto vasti e tortuosi quanto futili, e a lungo andare addirittura mortali.
❤ 63. La scala di ferro – Georges Simenon
64. I miei flop preferiti, E altre idee a disposizione delle generazioni future
– Hans Magnus Enzensberger
Anche Enzensberger è un autore che ci tenevo ad esplorare, ispirata da non ricordo quale considerazione su di lui e, in seguito, dalle quarte di copertina riportate sul sito interbibliotecario. Se il primo colpo è stato piacevole, ma non felice, questo secondo ne ricalca le orme: qualche spunto interessante, sì (in questo caso soprattutto nella seconda parte: quella dedicata a ipotetici progetti di scrittura, regia, teatro…, il che mi rammenta un bel taccuino, una raccolta di spunti narrativi per futuri racconti di Hawthorne che un tempo avevo), c’è qualche spunto interessante, dicevo, ma nulla più.
Un terzo libro è in arrivo, ma sarà l’ultimo tentativo di trovare una consonanza con del materiale così tiepido, timido.

❤ 65. 96 lezioni di felicità – Marie Kondo
D’accordo, il titolo è mieloso. La Kondo stessa, seppure marziale nel suo condurre gli allievi lungo il percorso di quel che lei chiama riordino, è apparentemente una cosetta dolcissima. Eppure, al netto di tutte le (tante) critiche ricevute – vuoi perché la sua gratitudine verso gli oggetti trascende in un panteismo che non ci è familiare, vuoi perché insiste sul verbo buttare (meno della Tatsumi, ma pur sempre troppo per la nostra sensibilità), e via dicendo – trovo che l’apprezzamento ricevuto around the world non si riduca alla sola moda, al fenomeno di costume ed all’esagerazione dei nostri entusiasmi post-moderni.
Non tutto ciò che è minimalismo è cosa buona, per quanto io senta che la mia parte nel gioco è di difenderlo da fraintendimenti e banalizzazioni – potendo, idealmente, di depotenziarlo come prodotto di massa sino a farlo ri-scomparire in una nicchia per coloro, pochi o tanti, che l’hanno seriamente adottato.
Resta comunque un must; un volumetto in equilibrio tra racconto appassionante (com’è più nello stile del primo libro, L’arte del riordino), e manuale d’uso pratico, guida ai perplessi desiderosi di svuotare, liberare, cambiare. E respirare.
❤ 66. La settimana bianca – Emmanuel Carrère
❤ 67. Si salvi chi vuole – Costanza Miriano
A proposito di monastero wi-fi, di monaci metropolitani e di salvezza che non conosce procedure d’infrazione. Lo stile della (fu?) giornalista lo si riconosce immediatamente, ed è come al solito frizzante, leggero ma molto chiaro e puntuale.
Personalmente poi càpita a fagiolo in un periodo in cui sto pensando a come poter concretizzare una vita ispirata al monachesimo, idea che inseguo da tempo; e dunque è un supporto in più.

❤ 68. Senza amare andare sul mare – Christian Pastore
660 pagine di puro godimento. Narrativa che conquista, ma senza pretese auliche. Un autore italiano, per altro, anche se il nome mi suggeriva un italo-americano – e questo lo si avverte nei dettagli, soprattutto lessicali -, ma di respiro internazionale (per altro al suo primo romanzo). Un autore nascosto, anche, di cui le poche righe sul risvolto non svelano nulla se non che già scriveva per la carta stampata. Un autore che si cala in tutti i suoi personaggi e si cela dietro decine di maschere diverse – e credibili: ogni volta in prima persona.
Un portfolio di personaggi in crociera – che però, sulla nave, ci sono arrivati non di propria volontà e senza serbare ricordo alcuno dell’avvenimento. Un diario da compilare ogni sera, ed un album contenente una sola fotografia, a vario titolo scomoda, per ciascuno dei malcapitati, più prigionieri che turisti su un mare e sotto un cielo immutabili e privi di guizzi di vita.
Un singolo capitolo per ciascun personaggio (in tutto 40), storie che si intersecano ma, per lo più, all’insaputa di chi ne è protagonista. Un mistero, quello della nave, di chi la governa e li ha voluti lì, tutti insieme; che sovrasta pagina per pagina quelli individuali (a volte piccoli, mai miserabili) che tormentano i convenuti.
Penserete ad un mattone ansiogeno, forse, invece no: è divertente. Molto. E scanzonato, per quanto possa esserlo un purgatorio privo di orizzonte temporale
Edit 1.07.19: l’ho appena notato: Pastore ha tradotto anche Storie della tua vita, di Ted Chiang. Da uno dei racconti di questa raccolta è stato tratto Arrival, che ho appena visto. Ne scriverò, se il cuore mi regge.
69. La bottega oscura – Georges Perec
Una raccolta di sogni (due parole qui) corredata da bellissime note esplicative “che identificano persone, avvenimenti e cose della vita diurna”, ma anche che danno una lettura psicanalitica di tratti caratteristici dello scrittore – di Ferdinando Amigoni.
🌟 70. Costruire, Le storie nascoste dietro le architetture – Roma Agrawal
Il racconto sintetico, interessante e condotto da un’ingegnera strutturale, di come siano nate le odierne architetture civili – con esempi che si rifanno alle sue proprie opere e svariati aneddoti, purtroppo per forza di cose spesso tragici: come quello delle Twin Towers che specifica un problema banale ma dalle conseguenze gravi, e che ignoravo.
I contenuti sono seri, ma l’esposizione morbida: ho immaginato più volte, anziché di stare leggendo un testo, di trovarmi in una saletta da thé con il liquido ambrato che più amo e delle meringhe davanti, conversando con l’autrice; in compagnia.
Peccato però per i numerosi, e grossolani, errori trovati qua e là: fin dalle prime pagine mi son chiesta se i correttori di bozze della Bollati Boringhieri siano usualmente ubriachi, o se magari li abbiano licenziati; perché certi paragrafi sembrano essere appena stati battuti al pc e non dico non essere stati rivisti, ma nemmeno riletti.
71. Il silenzio – Erling Kagge
72. Camminare – Erling Kagge
73. Per non morire di televisione – Hans Magnus Enzensberger

Attualissimo. Finalmente dei testi suoi (si tratta di una raccolta di articoli) che non mi lasciano insoddisfatta. Interessante anche la piccola polemica, nella quale entra verso le ultime pagine, con McLuhan.
74. Mi ricordo – Georges Perec
🌟 75. Tumulto – Hans Magnus Enzensberger
Un altro centro, questa volta con materiale autobiografico: se vi interessano la Russia, il Novecento, e ficcare il naso negli apparati delle dittature (ma anche nella vita spicciola di chi vi è sottoposto); è un libro che fa per voi. E’ il resoconto dei viaggi nell’Unione Sovietica, ma anche, e in porzione maggiore, del suo coinvolgimento nel ’68 – attraverso un’auto-intervista assai accattivante.
A proposito di Est, ne approfitto per consigliare 
Nostalgistan, un libro di Tino Mantarro (intervistato qui dalla blogger Claudia), conquistato dall’estetica dello sfascio.
76. Orizzonti selvaggi – Carlo Calenda

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[film visti]
* La felicità è un sistema complesso – Gianni Zanasi [bloccato a metà]
Ebbasta. Avevo visto un suo film, poco convincente, ci ho riprovato e – almeno finché il disco non s’è impallato – l’ho trovato nuovamente strano, irrisolto, lento. Grazie lo stesso signor Zanasi, noi però abbiamo chiuso.
59. Haunting (Presenze) – Jan de Bont
❤ 60. Piano 17 – Manetti Bros. [vedi anche da qui in giù]
❤ 61. I segreti di Osage County – John Wells
Incasellato nel genere commedia, è in realtà un drammone da far tremare i polsi, e permette alla Streep ed alla Roberts (quanto mi piace la Roberts in ruoli drammatici da stronza) di rifulgere: per una volta si può dire che il film sia costruito attorno a, e funzionale agli, attori – non dimentichiamo che nasce come rappresentazione teatrale -, anziché essere gli attori a sostenere con la loro più o meno spiccata bravura le sorti di una trama. No happy ending, let’s party!
🌟 62. Il ministro, L’esercizio dello stato – Pierre Schoeller
Cinico, ma qui il cinismo assume il sentore polveroso della burocrazia e del potere stantìo.
Una condanna della politica, con i suoi inganni e le sue strategie, vuota di cuore, che grazie al cielo s’allontana dalla verve sfavillante di certe pellicole nostrane dell’ultimo decennio e lascia che la forma resti torbida quanto il contenuto. O per lo meno, senza paillettes.
Dal Morandini:
“Lo Stato divora coloro che lo servono” è la tesi centrale del 2° LM di Schoeller che l’ha anche scritto. 3 premi César 2012 per sceneggiatura, attore non protagonista e suono (Olivier Hespel) e Fipresci della Critica Internazionale a Cannes. La tesi è annunciata nella sequenza onirica e metaforica iniziale: una bella donna nuda entra nelle fauci di un coccodrillo immobile. Il potere dello Stato divora, logora, fa soffrire chi ce l’ha, come il ministro dei Trasporti e il suo capo di gabinetto.
Bertrand Saint-Jean è un personaggio complesso la cui umanità si mescola al cinismo: il suo dolore commosso per i 13 bambini precipitati in un burrone non gli impedisce di mettersi una cravatta più consona alla situazione o, ubriaco, di litigare con la vedova di Kuypers, disoccupato assunto come autista. Con poche eccezioni, il cast degli attori, sconosciuti in Italia, è diretto in modo impeccabile.

❤ 63. Smetto quando voglio, Masterclass – Sydney Sibilia
🌟 64. Lo straniero – Orson Welles
65. Paranormal activity – Tod Williams
La scelta di mettere al centro un’intera famiglia anziché una coppia mi era parsa promettere bene, e per un po’ ha funzionato, ma più trascorrevano i minuti più l’intreccio si rivelava frammentario. “No buono” (cit.).
❤ 66. Le mele di Adamo – Anders Thomas Jensen [qui il film su RaiPlay]
Memorabile, tra i miei preferiti in assoluto. Commedia nera e grottesco, cinismo e vitalità si tengono per mano senza fare una piega. E se Mikkelsen è un mostro, l’interprete di Adam non lo trovo da meno. La violenza non viene edulcorata, ma neppure un lieto fine classico ed un’esaltazione ottimista e positiva della fede sono contemplati: ogni cosa è un pugno nello stomaco, persino i momenti più confortanti. La verità vi renderà liberi – ma non è mai stato detto che tale processo sarebbe stato incruento.
67. Viaggio in Italia (Una favola vera) – Paolo Genovese, Luca Miniero
❤ 68. La bella gente – Ivano de Matteo
Un autore che amo sempre di più (sono pronta a perdonargli I nostri figli, remake fastidiosamente di maniera, per avermi offerto questo). Se pensate che la protagonista sia la giovane prostituta Nadja, ripensateci: lo sguardo vi cadrà ineluttabilmente su chi le sta intorno, “la bella gente“, mentre lei assumerà il ruolo di perno della storia, di oggetto idolatrico-sacrificale e, soltanto in ultimo, di persona.
❤ 69. Smetto quando voglio, Ad honorem – Sydney Sibilia
Boom! Mi mancherai, Banda.
70. Mr. Brooks – Bruce A. Evans
Okay, il protagonista (assoluto) è un serial killer. Rappresentato però, bene o male, senza il canonico stampino: impossibile far indossare a Costner una maschera seriamente brutale, si opta dunque per un’alternanza tra abito elegante e tenuta chiccosa da “lavoro”, rigorosamente in nero.
Insolito, dal punto di vista (e dalle preoccupazioni) abbastanza originali; non fa certo gridare al capolavoro ma merita almeno un “bravo per averci provato”. Se proprio di mente criminale dobbiamo ogni giorno sciropparci una dose, che sia almeno parlata, interrogata, e persino esteriorizzata nella persona fantasmatica di William Hurt.
71. Chef, La ricetta perfetta – Jon Favreau
72. La Casa – Fede Alvarez
Posto che non sono competente a giudicare in modo corretto la relazione tra questo remake-reboot-quellochepreferite e l’antico (…) classico di Raimi, il quale l’ha per altro sostenuto, né sono in grado di sconfessare quella che, per una che ama le parole (anche quando seducono per veicolare stronzate), rimane una recensione apprezzabile; posto questo ecco: io penso che ‘sto film sia ‘na Clamorosa Cazzata.
A prescindere, dal regista di Man in the dark mi aspettavo ben di più, possibilmente ancora di più: quello non doveva essere che l’inizio. 1 su 5 è troppo cattivo come voto?
73. Powder, Un incontro straordinario con un altro essere – Victor Salva
Un figlio nato mentre la madre moriva colpita da un fulmine, portatore di imprecisate anormalità e deformità, che ritroviamo anni dopo, segregato (o forse no? Non è chiaro) nella cantina dei nonni: e lì scopriamo che, semplicemente, è un albino. Cosa che di per sé sembra suscitare uno sgomento sproporzionato. Finché non scopriamo che, per farla breve e soprattutto chiara, Jeremy ha assorbito delle potenzialità fisiche dall’energia elettrica che ha attraversato il corpo della madre al momento del trapasso.
Non è malvagio da vedere, poveri noi, c’è di ben peggio. Tuttavia sposo in pieno quanto dice la scheda di MyMovies, che è la mia principale fonte di approvvigionamento per farmi un’idea veloce:
Sostenuto dall’intenzione di denunciare gli effetti dell’ignoranza e dalla intolleranza nella vita quotidiana, il film si risolve una parabola buonista a sfondo fantascientifico cadendo, talora, nella trappola di un pesante sentimentalismo”.
🌟 74. Lo stato contro Fritz Bauer – Lars Kraume
🌟 75. L’onda – Dennis Gansel
Vidi questo film la prima volta in università, durante una lezione di Sociologia (che Dio ci aiuti: dell’intero corso, probabilmente la cosa più utile). Basato su una storia vera, sulla quale però ancora non sono riuscita a reperire altro materiale; è perfettibile ma efficace nel trasmettere la plausibilità di un evento che raramente convince fino in fondo, ossia che oggi in Europa una nuova dittatura possa emergere.
❤ 76. The believer – Henry Bean
Come dalla storia di un tizio sballato come Burros possa aver preso forma, alla fine, una raffinatezza simile è mistero della fede: il legame ispirativo si limita, esilissimo, all’ossimoro chiave di ebreo-nazista ed al suo portato di ambivalenza, ma viene sviluppato da Bean (regista, sceneggiatore e cammeo nei panni di Ilio Manzetti) in maniera insuperabile – e lo intendo letteralmente.
In Gosling, a Canadian actor who started at twelve as a TV Mouseketeer alongside Britney Spears (…), Bean has found the perfect actor. Gosling gives a great, dare-anything performance that will be talked of for ages.
(Peter Travers su Rolling Stone, 19 Maggio 2001)
77. District 9 – Neill Blomkamp
🌟 78. Dark night – Tim Sutton

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Film .9: Lo straniero + Haunting

Lo straniero – Orson Welles

L’ispettore Wilson è incaricato di rintracciare e smascherare il criminale nazista Franz Kindler rifugiatosi negli Stati Uniti. I suoi sospetti si concentrano sull’apparentemente integerrimo prof. Rankin, stimato e tranquillo insegnante, fidanzato con la figlia di un giudice della Corte Suprema. Col procedere delle indagini, tutti gli indizi non fanno altro che trasformare i dubbi dell’ispettore in certezze.

Consigliato da Kasabake in questo commento da Wayne, mi ha ispirato e l’ho subito prenotato. E non me ne sono pentita: pur girato nello stile un po’ rapido dell’epoca, il film si prende il tempo di dire ciò che ha da dire, e pur seguendo un copione preciso, direi ottocentesco, nel far accadere tutto ciò che noi spettatori ci aspettiamo accada, non annoia e non banalizza.
Certamente il tema della caccia ai nazisti espatriati è in sé affascinante ma, volendo, in antitesi allo spirito positivo e democratico americano si sarebbero potute opporre diverse altre cose oltre al totalitarismo. Più semplicemente, la storia è un monito sull’ambiguità dell’animo umano (incarnata da Rankin / Kindler), ma anche sulla sua fragilità, innocenza (o ingenuità che veder si voglia nella passione che sua moglie Mary mette tanto nell’amore quanto nello sdegno).
Un’espressione facciale (per esempio quella di Welles nella scena dell’omicidio), un dettaglio simbolico (l’angelo dell’orologio che lo infilza con la spada), e simili minime cose sono sufficienti a dare un tono alla pellicola, per altro già caricata di intensità dall’ottima fotografia (sì, anche il bianco e nero ha bisogno di una buona fotografia).
Non lo definirei il film più importante della storia del cinema – sempre che sia possibile indicarne uno ed uno solo -, ma ne costituisce di certo un ottimo capitolo. E, lo confermo, vi si trova uno dei semi che hanno fatto poi di Hitchcock quel che tutti sappiamo (dalla forza tensiva generale ad immagini riprese e trasformate, come quella finale del campanile). Finché sarà possibile, copyright eccetera permettendo, lo trovate (integrale e con audio italiano) qui su YT.

Haunting (Presenze) – Jan de Bont

Da dimenticare.
Non solo non ha nulla a che vedere con il romanzo a cui si è ispirato (ma dovremmo dire: che ha saccheggiato per poi stravolgerlo) – L’incubo di Hill House di Shirley Jackson.
Ma anche, soprattutto, è emblematico di cosa significa avere le idee confuse: parte abbastanza bene, prendendosi (anche troppo) sul serio, e slitta col passare dei minuti in un melodramma insopportabile, che avrebbe avuto la sua ragion d’essere se si fosse voluta ottenere una parodia grottesca del genere.
E’ chiaro però che questa non era l’intenzione iniziale.
Il risultato è una toppata clamorosa.
E Catherine Zeta-Jones, paradossalmente, non si può guardare.

CineMeme / 2

Secondo meme a tema cinema, incontrato girovagando tra i blog assieme al primo.
Chiunque lo desideri, se ne può appropriare 😀

1. Il personaggio cinematografico che vorrei essere?
Lo straniero senza nome dei film western.

2. Genere che amo e genere che odio? 
Il mio genere di elezione è senza dubbio l’horror, ma per non essere monotematica aggiungerei che amo molto anche le commedie francesi ciniche – per designare le quali mi manca il termine esatto – tipo quasi amici o Cena tra amici (Le prènom).

3. Film in lingua originale o doppiati? 
E’ molto raro che mi veda un film in lingua originale, non certo per presa di posizione contro il doppiaggio (anzi!), ma per banali difficoltà mie e per scarsa abitudine.
Mi capita però a volte di mettere, sul parlato italiano, dei sottotitoli in inglese o tedesco. Più spesso comunque, anzi sempre quando disponibili, attivo quelli in italiano: mi ci sono abituata con mia madre che è sorda e da un po’ fanno comodo pure a me 😛

4. L’ultimo film che ho comprato? 
Onestamente non lo ricordo proprio, dev’essere stato più di due secoli fa.
Ma così, proprio a naso, penso possa essere stato Criminali da strapazzo di Woody Allen.
Carino, ma nulla di più, l’acquisto era evitabile (ma navigavo ancora in alto mare in fatto di… organizzazione dei miei possessi).

5. Sono mai andato al cinema da solo? 
Come no. E’ più la norma che l’eccezione, per me, dall’adolescenza in avanti almeno.
Un po’ perché tra i miei conoscenti ce ne sono che vanno al cinema, ma non così spesso, un po’ perché da qualche anno approfitto del pomeriggio per evitare la calca e dei mercoledì a 3 euro, iniziativa ahimè morta troppo giovane.

6. Cosa ne penso dei Blu-Ray? 
Che rappresentano una tecnologia valida ed una goduria per gli occhi – ma per il resto, come dicevo a Fabio, non hanno nulla di diverso da un dvd. La qualità è molto più alta e lo si vede – se l’ho notato io che sono orba per tre quarti…! – ma la fruizione è identica.

7. Che rapporto ho con il 3d? 
Siamo rette parallele.
Esisteranno certamente film ai quali può dare un valore aggiunto, ma di per sé è qualcosa che mi confonde occhi e mente, e basta. ‘Na sofferenza.

8. Cosa rende un film uno dei miei preferiti?
Il tema originale, il punto di vista alternativo, la vicenda singolare… meno banale è, più mi attira, posto che non esser banali non significa graziaddio automaticamente essere astrusi e complicati.
Se, poi, da un film (come da un libro o da un’idea) posso trarre materiale per riflessioni e discussioni infinite, magari che occupano interi anni, magari notturne, con altri individui cerebrali come me; è il massimo.

9. Preferisci vedere i film da solo o in compagnia? 
Molto dipende dal genere, dal tema e soprattutto da quanto prevedo che un film mi emozionerà. Se qualcosa mi tocca tendo a non espormi troppo…

10. Ultimo film che ho visto?
Al momento in cui scrivo, Piano 17 dei Manetti.

11. Un film che mi ha fatto riflettere? 
Uhm, quante ore ho per rispondere?
Vediamo: Indivisibili, di Edoardo de Angelis, e Il fondamentalista riluttante, della Nair.

12. Un film che mi ha fatto ridere?
Negli ultimi anni, un filmone da ribaltarsi sulla poltroncina è stato senz’altro The nice guys. Sempre al cinema, molto più easy, mi ricordo con piacere anche di Una spia e mezzo.

13. Un film che mi ha fatto piangere?
Il primo che mi viene in mente è The wrestler di Aronofsky, con un grande Mickey Rourke (per una volta, sfatto ma solo per finta). Capolavoro.

14. Un film orribile?
Uno tra i peggiori trovo sia The master di Paul Thomas Anderson.
Sarà che se te lo presentano come un film su Scientology, e in effetti di Scientology senti la puzza ma nulla più – ed attendi invano per due ore o quel che è che la storia prenda consistenza e significato – alla fine ti scazzi.
Sarà che dopo aver letto il bel libro di Lawrence Wright, La prigione della fede, vedere degli psicopatici in azione non ti basta – vorresti magari approcciarli con un punto di vista che non sia il loro.
Un film più disturbato che disturbante…

15. Un film che non ho visto perché mi sono addormentato?
Ecchiseloricorda? Dormivo, del resto.

16. Un film che non ho visto perché stavo facendo le “cosacce”? 
Nessuno. Prendo troppo sul serio i film che vedo, e prendo troppo sul serio le cosacce, per distrarmi durante una delle due… attività 😛

17. Il film più lungo che ho visto?
Tralasciando i tre di Lotr, di cui non ricordo nemmeno la durata (ma non scherzava), direi C’era una volta in America.

18. Il film che mi ha deluso?
Uno su tutti:  Il nome del figlio, di (mi pare) Francesca Archibugi.
Remake mal scritto e mal fatto del meraviglioso Cena tra amici (Le prènom), avrebbe avuto tutte le carte per trasporre la commedia dal contesto francese a quello italiano, ma toppa clamorosamente e si fa financo odiare. Almeno da me.
L’avevo per altro rifilato pure a mia mamma, convinta che potesse apprezzare di più un prodotto nostrano e dal ritmo meno serrato, meno teatrale, e per questa ragione mi sono ampiamente morsa le mani… arrr.
Patetico, molle, annoiato e privo di qualsiasi verve. Puah!
Non mi resta che sperare in Lui è tornato, ma ho tanta tanta paura di beccarmi n’artra cagata pazzesca.

19. Un film che so a memoria? 
The believer, di Henry Bean. Ha vinto qualche premio, meritatissimo, ma tanto per non smentirci qui in Italia l’abbiamo sonoramente ignorato. Non che i premi siano importanti e sempre indice di qualità: il punto è che si tratta di uno dei miei film preferiti in assoluto, per una combinazione di fattori imprevedibile, ed anche uno dei più sottovalutati.
Anche in questo caso un film abbastanza di nicchia costituisce per me un lasciapassare: è con questa pellicola che ho memorizzato il nome di Ryan Gosling e ne sono diventata un’ammiratrice, quando era ancora lontano dal divenire il superfico hollywoodiano che tutti oggi conoscono. Non per darmi arie da talent scout, eh: ma almeno non mi si può tacciare d’essermi presa una scuffia per il bellone di turno.
Vedetelo soprattutto se sapete sopportare un po’ di violenza, se vi interessa l’argomento (neo)nazismo, e a maggior ragione se vi piacciono da morire gli ebrei: queste due macro-categorie sono infatti rappresentate perfettamente, senza per altro togliere con ciò nulla alle caratterizzazioni dei singoli personaggi e cadere nella macchietta, e sono categorie di cui vengono mostrati non solo il volto esteriore, ma anche l’anima. Risposte definitive  ed incontestabili che si oppongono a domande – domande e basta: per un ebreo qualsiasi analisi e discussione sul mondo non è costituita dalla triade tesi-antitesi-sintesi, bensì dallo schema tesi-antitesi-antitesi-antitesi… e ad una domanda, l’unica possibile risposta è un’altra domanda.
Il finale stesso, idea semplicissima e superba, lo attesta.

20. Un film che ho visto al cinema perché mi ci hanno trascinato?
Anni orsono, American pie. In base ai miei gusti non l’avrei scelto, epperò tutto sommato due risate me le sono fatte comunque. E poi a me piaceva Jason Biggs, che somiglia molto ad un mio ex, col quale allora ero fissata.

21. Il film più bello tratto da un libro?
Mi è molto difficile stabilire un vincitore assoluto, tanto più che la mia memoria è un colabrodo. Comunque, uno che considero tra i migliori è La versione di Barney.

22. Il film più datato che ho visto? 
Tralasciando sia gli spezzoni dei Lumière che il Viaggio nella luna di Méliès, credo sia stato La grande illusione di Jean Renoir con Jean Gabin (del 1937) – e con lo stesso Gabin, due anni dopo, Alba tragica per la regia di Marcel Carné.
Mi ero incuriosita dell’attore per aver letto Io, Jean Gabin di Goliarda Sapienza, che ho amato e che – evento piuttosto raro – avevo persino regalato ad un amico.
[In realtà, ho fatto una verifica veloce sui record degli ultimi anni e nel 2016 avevo segnato Aurora di Murnau, che è del 1927. Senza dimenticare, dello stesso anno, Metropolis di Lang, visto con un’amica con accompagnamento di orchestra dal vivo].

23. Migliore colonna sonora? 
Preferisco non attribuire alcun alloro, ma tra le tante mi piacciono molto quelle di Morricone (e vabbeh), quelle di Shigeru Umebayashi per Wong Kar-Wai, e per esempio In time di Zimmer da Inception di Nolan – tutte cose dal sound molto pulito, insomma.

24. Migliore saga cinematografica?
Posto che me ne mancano moltissime (ed alcune, per es. Hunger games, me le farò mancare sempre), direi sicuramente la serie di Don Camillo (con Cervi e Fernandel: schifezze successive escluse).
Le saghe che mi mancano ma mi fanno brilluccicare gli occhi al solo pensiero sono invece quella del Batman di Nolan, e (se mai la produrranno!) la Trilogia di Bartimeus di Stroud – i libri sono magnifici, trarne dei film una scommessa.

25. Migliore remake? 
The ring: ho preferito di gran lunga la versione americana, soprattutto del primo (che poteva anche rimanere unico, in effetti) film, a quella originale giapponese.

CineMeme / 1

I meme! Dev’essere un secolo che non ne compilo. Come tutte le liste, le classifiche, i test, i questionari (di Proust e non), eccetera; adoro i meme.
Negli ultimi giorni sono incappata in ben due meme a tema cinema, che credo siano datati (ma ugualmente eterni). E mi ci sono divertita. Ovviamente potete sempre riprendere le domande e unirvi al divertissement, ma non tedierò nessuno nominandolo 🙂 Enjoy!

Il film che porterai sempre nel cuore:
Vabbeh, fatemene elencare due dài.
Toy story (il primo, senza nulla togliere al secondo e terzo) perché è stato il primo film visto al cinema insieme a mio padre. Di Frizzi non parliamo nemmeno, che mi viene da piangere.
E poi Titanic (nessuno spari su Titanic!). Filmone pazzesco che ha marchiato la mia adolescenza. L’orgoglio di amare Di Caprio da molto prima che annegasse nell’oceano. Svenimenti in sala, odore di pop-corn, seconde visioni, terze visioni, quarte visioni…
… no vabbeh aspetta. Picchiatemi pure, ma devo assolutamente aggiungere: Romeo + Juliet di Luhrmann, Il signore degli anelli versione cartoon di Ralph Bakshi, e infine Nel fantastico mondo di Oz (Ritorno ad Oz), che potrei addirittura indicare come uno degli iniziatori, per me, al piacere / dolore dello spaventoso e del perverso.

Il film che ami, ma che conosci solo tu, forse:
Dubito decisamente esista un film che io conosco e che possa mettere in difficoltà i cinefili veterani, ad ogni modo ce n’è uno che quantomeno non figura tra i più citati o discussi – a quanto ne so – e che amo profondamente: L’ombra del vampiro, di tale E. Elias Mehrige, con Dafoe e Malkovich.
Riassumere la trama è facile: mette in scena una leggenda circolante sulla produzione del Nosferatu di Murnau, secondo la quale, in vece dell’attore che realmente impersonava il vampiro (Max Schreck), il regista pare avesse scelto di “scritturare” un vero succhiasangue recandosi appositamente nell’Est per selezionarlo.
L’argomento può interessare oppure no, ma a mio personalissimo e umile parere, chi ama il cinema non dovrebbe farselo mancare. Perché non è un film sui vampiri (!) intesi come mostri da film horror, ma sull’attitudine umana a nutrirsi di vita privandone gli altri. Non è nemmeno un film sulla leggenda vampiresca di cui dicevo, in sé e per sé: è un film sulla settima arte e sulla sua degenerazione. In una parola (composta): meta-cinema.

Il film che ami, ma che tutti odiano:
A questa non saprei proprio che rispondere… per non stare a pensarci su un anno intero, declino la voce in modo diverso, e vi svelo (ehehm) quale sia il film idiota, ma davvero davvero idiota, che tuttavia mi piace da impazzire. Della serie: quando il mostruoso ed il sublime, ai loro apici, si toccano…
… rullo di tamburi, squilli di tromba: Sharknado! Ebbene, sì. La cosa pazzesca, il disaster movie con uno Ian Ziering redivivo che fracassa squali volanti e salva il mondo, a me sembra semplicemente favoloso. Una pellicola storica, che su NientePopcorn ha collezionato voti all’altezza di un bel 3.3/10! Miiiitico.

Il film che ti ha allontanato da un intero filone:
Improbabile che un singolo film, per quanto terribile, mi impedisca di apprezzare il bello di un qualsivoglia genere o tematica. Piuttosto, possono essere alcuni registi, con il loro tratto caratteristico, a nausearmi oltre ogni umana ragionevolezza. Per esempio Terrence Malick: The tree of life ce l’ho ancora sullo stomaco, ne ho digerito solo un pezzetto ed il resto secondo me sta suppurando da qualche parte. Gli avevo dato pure una seconda possibilità con so più quale film – devo avere rimosso l’accaduto – ma niente: è stato come tirare una martellata su un ginocchio già scrauso.

Il film che ritieni sopravvalutato dalla massa:
Non so se sia un film di massa, ma casualmente tutte le recensioni che ho letto di 10 Cloverfield Lane erano addirittura entusiastiche. Ed è stato come se la gente attorno a me avesse cominciato a raccontarsi quant’è dannatamente buona la merda in scatola (e nemmeno quella firmata, d’artista!). Una ciofeca incredibile.

Il film che ritieni un vergognoso adattamento cinematografico di un’opera letteraria:
Non ho dubbi: Alice in Wonderland firmato da Burton m’ha fatto stracciare le vesti e strapparmi i capelli. Tristezza infinita (e noia mortale).

Il film che vedi come un adattamento cinematografico riuscito:
Spider, girato da Cronenberg e tratto dal romanzo (che a sua volta avevo letto) di Patrick McGrath. Diffidavo, come sempre diffido delle trasposizioni, ma Ralph Fiennies qui è superlativo. Che vuol dire penosissimo, dato si parla di follia, ma comunque… a maggior ragione.

Il film che risveglia le tue paure ancestrali:
Un solo titolo temo sia insufficiente, ma per rendere l’idea: qualcuno volò sul nido del cuculo, Il lato positivo, Risvegli, Donnie Darko, The aviator, A beautiful mind … capito, no? Ho il sospetto che La pazza gioia sia un ottimo film, ma ad averne la verifica diretta nun gliela fo proprio.

Il film che hai visto per primo al cinema in lingua originale:
Al cinema, sicuramente La morte corre sul fiume di Charles Laughton. Visto in compagnia, in un una (non multi) sala cittadina che ancora resiste e lavora bene, mi ha semplicemente stregato. Naturalmente era sottotitolato, ma non ho avuto difficoltà a seguire testo e parlato contemporaneamente.

Il film che hai in lista da secoli ma che non riesci a trovare:
Almeno due, entrambi horror: Pecore assassine, il cui argomento si intuisce, e Dead snow, con protagonisti dei nazisti zombie ❤

Carnet (Maggio 2019)

Un mese un tantino fiacco, questo. Diciamo che l’ho trascorso in dormiveglia costante.
Ma ha portato anche alcuni frutti buoni.

[libri letti]
:
♡ >> E le stelle stanno a guardare – Archibald Joseph Cronin
Romanzone scritto a ridosso della prima guerra mondiale, come se ne scrivevano una volta: con personaggi ben delineati, i cattivi da una parte ed i buoni (naturalmente sempre sconfitti) dall’altra, vicende di proporzioni quantomeno robuste, limpidezza della trama.
Iniziato per noia, continuato per dovere, proseguito sino alla fine per passione.
>> La libertà di andare dove voglio – Rheinhold Messner
!53. Tengo tutto – Randy O. Frost, Gail Steketee
Un ottimo testo scientifico divulgativo, ricco di storie cliniche raccontate con il piglio del narratore, che fanno da rampa di lancio per la presentazione dello stato dell’arte (al 2012) della ricerca sulla disposofobia. 
Nel frattempo, i cosiddetti reality show della tv tematica hanno pescato a piene mani (verrebbe da dire saccheggiato) anche questa condizione e le sue profonde problematiche riducendola ad uno spettacolino “accumulatori versus ossessivi della pulizia”, nascondendo ulteriormente la natura del disturbo sotto alla facile etichetta di disordine cronico. 
Mi auguro sia un passo doloroso ma obbligato verso una maggiore conoscenza diffusa, e corretta, del problema. (Sull’uso improprio di simili vicende come materiale televisivo, spesso e volentieri dice la sua anche Lucyette. Per esempio, nei commenti a questo post).
!54. L’ingorgo: sopravvivere al troppo – Giorgio Triani
!55. Passeggiate nei prati dell’eternità – Valeria Paniccia
56. L’arte di collezionare le mosche – Fredrik Sjöberg
!57. L’opzione Benedetto – Rod Dreher
Da leggere così come si beve un bicchier d’acqua. Molto semplice da digerire e “utilizzare” in modo pratico, ma non per questo superficiale; la sua “strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano”. La semplicità lascia intravedere, discreta, parecchia cognizione di causa.
Per quel che mi riguarda, l’ho amato innanzitutto e soprattutto per il suo prendere come riferimento la vita monastica, che a vari livelli mi attira.
♡ !58. Le cose che bruciano – Michele Serra
Dovrei farlo anch’io, un bel falò. Altro che riciclare, altro che buttare, bruciare ci vuole!
Non è un libro sul minimalismo né sul consumismo, nonostante la citazione scelta per la quarta di copertina. E’ un romanzo, breve, ma soprattutto leggero leggerissimo; e buono, dolce come lo zabaione e rinfrescante come acqua di fonte.
Divertente, certo, ma se non ̬ la risata facile che cercate quanto piuttosto qualcosa che, anche solo per alcune ore, vi levi lo zaino pieno di sassi dalla schiena Рe vi ricordi questa straordinaria sensazione di purezza negli anni a venire Р̬ il libro per voi.
Consigliatissimo anche per la prosa felice.
59. La stanza 13 – Robert Swindells
Un piccolo reperto dal passato: uno dei classiconi horror della mia infanzia, preso in prestito Dio solo sa quante volte durante le mattine in biblioteca con la classe. M’è venuto lo sghiribizzo e me lo sono riletto: è sorprendente notare quanto certe sensazioni mi siano rimaste appiccicate a pelle e neuroni, seppure della storia ricordassi poco o nulla (per esempio, che ha per sfondo una gita scolastica sul mare. O che “la cosa dietro la porta” è nientemeno che Dracula: ho sempre preferito i fantasmi ai vampiri).

[film visti]:
55. The vvitch – Robert Eggers
!56. Scappa (Get out) – Jordan Peele
!57. Tutte le donne della mia vita – Simona Izzo
♡ 58. Twin Peaks – David Lynch [serie tv]

Avevo noleggiato anche I tr3d1c1 spettri, che però non funzionava; e atteso I segreti di Osage County, che la Rai ha pensato bene (con qual motivo?) di sostituire e non più riprogrammare. Così va il mondo.

Film .8: The vvitch, Eggers

The vvitch – Robert Eggers

Il titolo lo scrivo così, com’è riportato in copertina e sul catalogo bibliotecario, anche se è intuibile che quella strana parola sta per “witch”.
Me lo sono visto incuriosita dalla recensione assai critica di Fabio Arancio, che ora posso a ragione avallare. Non amo i commenti che protestano la malvagità di un’opera (o più modestamente, di un prodotto) – in genere raccontano sciocchezze. Ma in questo caso, pur senza stracciarmi le vesti, convengo che il film non solo non ha nulla da dire ma tutt’al più va a stuzzicare corde poco sane nello spettatore medio, che abbia cioè una cultura cinematografica ed un’attitudine religiosa non abbastanza mature.
Sino a circa metà storia, ma anche un pochino più in là, la resa è discreta nonostante si fondi su un’idea banalotta (famiglia devota dei secoli che furono viene cacciata dalla propria congregazione e va a vivere vicino ad un bosco, nel quale le forze del male si scatenano. E vincono. Con tanto di caprone parlante che, non fosse triste, sarebbe alquanto grottesco).
Poi, però, mancando di un fondamento vagamente solido, lo sviluppo precipita: tra bambini scomparsi, bambini morti (non prima d’aver esalato l’ultimo respiro il quale, più che un rantolo affannoso, sembrerebbe decisamente un ansito orgasmico), accuse a destra e a manca di stregoneria; passiamo in rassegna una bella galleria di stereotipi e leit-motiv di genere – sottofondo di violini dissonanti incluso – senza tuttavia arrivare al dunque, ad un senso della storia ed un significato morale (fosse pure un comunissimo atto d’accusa verso la rigidità mentale di un certo tipo di religiosità), ad uno scopo insomma.
Il male vince, dicevamo, la qual cosa in sé non è carina ma nemmeno inaccettabile: il male vince spesso, ahinoi, molte battaglie nel mondo reale ed in quello fittizio. Lo fa, però, in maniera quasi scontata, un po’ automatica, che non genera tensione né lotta – è un male privo di nerbo eppure mai veramente contrastato. L’unico personaggio che può vantare forza di carattere cede proprio sul più bello così, come fosse un berlusconiano alla deriva che deve riposizionarsi su un nuovo carro dei vincenti. Si è voluto insomma presentare un finale (pseudo)sovversivo, senza avere i numeri per crearlo… come Dio comanda.
Soprattutto, sin dall’inizio, ogni azione o considerazione svolta sulla scena è pervasa da un’inclinazione d’animo disperata, vuota di grazia, che ne suggerisce unicamente un’interpretazione deterministica, ineluttabile.

E’ tutto: un’operazione commerciale malriuscita nel migliore dei casi, il consapevole contrabbando del male come schieramento appetibile e vantaggioso nel peggiore.

Carnet (Aprile 2019)

Libri letti:

!35. Manifesto dei conservatori – Roger Scruton
Di formazione Scruton è filosofo, ed è in questa ottica che presenta gli argomenti a favore del conservatorismo, previa definizione dello stesso. Il perno attorno al quale si sostengono tutti gli altri, comunque, mi pare sia individuabile nel concetto di fedeltà ai valori locali.
E’ stato un piacere, dopo tanta politica da salotto se non da bar, leggere un testo ideologico nel miglior senso del termine, un “manifesto” ideale e non meramente programmatico.
36. 333 euro in più al mese – Andrea Benedet
!37. 1001 consigli per risparmiare – Antonio Scuglia, Pino Staffa
Preciso ed esauriente, non promette miracoli ma veicola buonsenso. Casomai vi facesse comodo, tra i mille(euno) titoli disponibili.
Addio, Columbus – Philip Roth [interrotto]
38. Quaderno d’esercizi per liberarsi delle cose inutili – Alice Le Guiffant, Laurence Paré
39. Sappiamo cosa vuoi: Chi, come e perch̩ ci manipola la mente РMartin Howard
!40. L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart [interrotto e finito a pezzi]
41. Notti magiche: atlante sentimentale degli anni Novanta
– Errico Buonanno, Luca Mastrantonio
Caruccio, ben pensati i testi; ma nulla di strepitoso. Nostalgia canaglia, comunque.
42. Neuroshopping. Come e perch̩ acquistiamo РGianpiero Lugli
!43. Neuroeconomia. Come il cervello fa i nostri interessi – Sacha Gironde
Elegante, rigoroso e accessibile al largo pubblico. 
Non condivido le – rare, rispettose – conclusioni sulla questione etica sollevata dall’esercizio della disciplina in questione; tuttavia esse non vanno a scalfire la qualità del lavoro.
44. Psicologia del consumatore РNicolas Gu̩guen
Metodologicamente corretto, ma privo di un minimo d’approfondimento delle criticità degli studi scientifici del settore. Utile e chiaro, tuttavia, per avere una buona panoramica del campo d’indagine.
45. E le stelle stanno a guardare – Archibald Joseph Cronin [in corso]
46. Il corpo segreto – Vittorino Andreoli [interrotto e finito a pezzi]
Du’ cojoni. Un sacco pieno di nulla, ancorché scritto in un bel carattere. Ci son rimasta un tantino male, perché Andreoli l’avevo inquadrato come autore molto interessante, denso e approfondito, mentre qui naaaah. Uno dei pochi libri che ho comprato, da anni a questa parte, per lo meno ultra-scontato (in un outlet librario: che cosa triste).
47. La libertà di andare dove voglio – Rheinhold Messner [in corso]
!48. Dentro e fuori Casapound – Emanuele Toscano, Daniele di Nunzio
!49. Il tennis come esperienza religiosa – David Foster Wallace
!50. Tennis, tv, trigonometria e tornado – David Foster Wallace
51. Lettere sul dolore – Emmanuel Mounier
A tratti, solo a tratti, significative; anche se prive di un apporto originale alla questione del dolore. Un’edizione (Rizzoli 1995, a cura di Rondoni) che m’è parsa disarticolata, monca. 
!52. Le cose – Georges Perec
La ricerca infruttuosa del benessere di due anime incoscienti di sè. 
Moderno ancora oggi nello stile con cui tratteggia la coppia protagonista ed il suo ambiente, interiore ed esteriore; utile per farsi domande nuove su un tema molto noto e talvolta abusato (l’abbondanza consumistica).

Film visti:

!49. Puerto Escondido – Gabriele Salvatores
Pensavo peggio (forse perché io e Salvatores non abbiamo proprio un feeling stratosferico). Invece è meglio.
!50. Il grande silenzio РPhilip Gr̦ning [documentario]
!51. Ammore e malavita – Manetti bros.
Un po’ lenta la partenza, e pazienza per la forma-musical (a volte anche riuscita, ma per lo più fuori posto). Detto questo, un film godibile, con un Giampaolo Morelli al suo meglio (chi lo conosce come Coliandro sappia che sa recitare anche la parte del reietto dal cuore di ghiaccio).
52. Non pensarci – Gianni Zanasi
!53. La cura dal benessere – Gore Verbinski
Spettacolare mix tra horror tradizionale, horror futuristico e favola morale – più un pretesto narrativo che una vera morale, effettivamente, ma nell’insieme ci sta.
!54. The nightcrawler (Lo sciacallo) – Dan Gilroy
Visivamente e concettualmente strepitoso.
Ho evitato a suo tempo di vedermelo insieme a mia madre – mai scelta fu più saggia -, ma ora che me lo sono concesso devo dire che è un pugno nello stomaco davvero squisito.
Umanamente orripilante e privo tuttavia di autocompiacimento: una risposta definitiva all’annosa diatriba sulla liceità di rappresentare personaggi e storie criminali, amorali e più o meno violente sullo schermo.