film / serie tv (gennaio 2020)

[∞ Serie Tv]

What we do in the shadows

Controllo i programmi della (seconda) serata, vedo che comincia una nuova serie a soggetto vampiresco che non sembra nemmeno essere troppo leccata e pretenziosa (forse quest’idea me la dà il fatto che è incentrata su un nucleo “familiare” e non sui destini dell’universo mondo), così decido di assaggiarla.
Non ho particolari aspettative, solo una moderata curiosità, ma ne vengo conquistata subito: scopro che è una commedia, una commedia divertente, che prende in giro la seriosità con cui noi umani fissati coi non-morti ci accostiamo al tema; e per giunta è composta da episodi molto brevi – li trovate qui su RaiPlay, e vi consiglio di precipitarvi prima che li levino. Ma li stanno trasmettendo anche su Fox.
Per dire, nella prima puntata un paio di giocatori di ruolo dal vivo vengono invitati a casa dei vampiri dal loro famiglio, allo scopo di essere succhiati a loro insaputa (un po’ come con JustEat, ma col fattorino privato).
Nella seconda, il gruppo si presenta al consiglio comunale di Staten Island per ben due volte per promuovere la mozione “arrendetevi al nostro potere e consegnatevi al dominio vampirico”.
A mezzanotte passata ero piegata sul divano a grugnire come un maiale, che è ciò che mi succede quando rido forte forte.

(Ancora) Supernatural XIII

Ollà, e finalmente Lucifero s’è tolto dai coglioni! Peccato che adesso c’è in giro l’arcangelo Michele in versione cattiva, ma “vestito” col corpo di Dean, che vuole distruggere everything (lo sapevamo fin dai titoli che andava a finire così: perché il mondo può anche essere annichilito, e senza che Chuck-Dio muova un fottuto dito, ma se Sammy è in pericolo stai sicuro che Dean abbandona tutti al loro misero destino e corre a salvarlo, anche se non serve perché lui sta lì a giocare alla morra cinese con Jack, figlio di Lucifero, per stabilire chi ha più diritto di sacrificarsi per l’altro).
Se non ci avete capito nulla, tranquilli, è perfettamente (super)naturale.
Però, vi state perdendo qualcosa di hey-hey!

Sto anche dando un’occhiata, ma già annoiata, a Babylon Berlin, e rivedendo su La7 ogni giorno Perception –  di sole tre stagioni, ma che mi piaceva.


[∞ Film]

Ore 15:17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Bello. La scelta di far recitare i tre ragazzi stessi, protagonisti dello sventato attacco terroristico sulla linea Amsterdam > Parigi del 2015, ha pagato. Ne esce un ritratto pulito, elogiativo ma non appesantito da retorica – avrei giusto evitato di concludere la storia con premiazioni e discorsi, magari aggiungendo una scena o due al termine, e di aggiungere il filmato della parata nella città d’origine. Non hanno nulla che non vada in sé, ma finiscono per ingessare l’insieme.
L’intervento sul treno è marginale, in termini di minutaggio, rispetto alla narrazione della vita e dell’amicizia fra Alek, Spencer ed Anthony, ma questo non guasta poiché il focus è palesemente proprio sul rapporto creatosi fra i tre, senza il quale l’intenzione di fare qualcosa e l’esito dell’azione stessa non sarebbe, secondo me, mai stato lo stesso.

Land of mine – Martin Zandvliet

E’ la storia di un gruppo di soldati-ragazzini tedeschi, che al termine della seconda guerra mondiale, trovandosi in Danimarca, vengono costretti dall’esercito locale a sminare chilometri di spiagge sulle quali i loro compatrioti hanno disseminato – appunto – gli ordigni esplosivi.
Da non perdere (io l’ho visto su Rai4, quindi forse su RaiPlay è disponibile). La durezza di un paese incancrenito contro la Germania, che non fa distinguo nel suo odio, e la tenerezza, la preoccupazione verso quelli che in fin dei conti sono propri simili, esseri umani, per di più meri strumenti sacrificabili di guerra, si dividono lo schermo e le scene con fluidità e chiarezza perfette. Non c’è analisi psicologica spinta, ma piuttosto l’esposizione nuda dell’animo.

Batman – Tim Burton

Finalmente ho il quadro completo dei Joker cinematografici “moderni”. Semplicemente, Nicholson è un grande. Detta questa ovvia cosa, tuttavia, scopro di ammirarlo per l’eleganza ma di preferire, nel complesso, il clown di Ledger.
A proposito del film, ho visto questo primo capitolo burtoniano solo successivamente al secondo, ma non ha rappresentato un problema: anche in questo caso, me lo sono goduto ma sorprendentemente ho trovato ancora più ben fatto proprio quello con Pinguino e Catwoman.

L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Ho còlto l’occasione del passaggio su Rete4 e me lo sono visto, finalmente: il libro l’ho letto ormai anni fa e nemmeno ricordavo del tutto la trama, ma l’accoppiata Nesbo / Fassbender era imperdibile. E devo dire che mi ha convinta, ce l’ho visto proprio bene nel ruolo – anche se io, per qualche meccanismo strano, tendo a identificare abbastanza spesso i protagonisti di certi libri gialli con la fisionomia dei loro creatori: per me, Harry Bosch ha la faccia di Michael Connelly (ed ecco perché non sono mai riuscita a fare pace con quel pur bell’uomo che lo interpreta nella serie tv omonima), mentre Harry Hole ha la faccia di Nesbo, appunto, il quale per altro gli ha attribuito alcuni suoi tratti, in primis l’amore per il punk-rock. La Gainsbourg, invece, non mi torna per niente nel ruolo di Rakel, che per me è la sintesi dell’eleganza appena appena algida (quanto basta per evitare approcci inopinati) ma luminosa. La Rakel del film è sempre “troppo”: troppo piccolo-borghese, troppo banale anche nelle espressioni di forza.
Tutto questo pistolotto è realmente comprensibile solo a chi conosca, per aver letto più di un singolo libro fosse pure quello da cui Alfredson ha tratto il film, quell’ubriacone di Harry Hole. Ma, in fondo, non è un male: perché di fatto anche il film può essere agevolmente seguito solo da chi conosca i romanzi a lui dedicati: trame, personaggi, abitudini e riferimenti… va preso così (astenersi principianti), ma così com’è, appunto, funziona bene. Temevo un pasticcio caricaturale, invece è un buon prodotto, che ricrea le atmosfere originarie.

(I love you Phillip Morris) – John Ficarra & Glenn Requa

Ne ho scritto in questo post. Merita.

Una doppia verità – Courtney Hunt

Un filmetto nella media, con alla base un’idea buona ma non eccellente né nuovissima.
Da un prodotto che mi era stato magnificato tanto, mi aspettavo decisamente di più.
Buona soprattutto la prova della Zellwegger.

Reinas, Il matrimonio che mancava – Manuel Gomez Pereira

Ho realizzato solo guardando la custodia e l’immagine di copertina che il titolo si legge “reìnas”, ossia “regine”. Dettagli, epifanie.
La cerimonia per i primi matrimoni gay in Spagna ed i relativi festeggiamenti sono il filo conduttore della pellicola, che li prende un po’ come pretesto per raccontare, molto ispanicamente, delle vie traverse (che a volte vanno di traverso, ma poi esplodono sempre in caramelle e cioccolatini come una pignatta) dell’amore.
Stravolgimenti e sconvolgimenti familiari, e tanto più godibili proprio per questo, sono al servizio di una buona, ironicamente raffinata sceneggiatura.
I miei preferiti? Nuria e Jacinto! La scheda di MyMovies.

You’re next – Adam Wingard

Sono d’accordo con la recensione su MyMovies, ma in realtà per quanto mi riguarda ‘sto film è ancora peggio di così: è proprio una stronzata. Un “home invasion” infantile e vuoto come un palloncino sgonfio.
L’idea della riunione di famiglia che comincia bene e poi scoperchia dissidi e conflitti, che si riversano dalla conversazione all’azione violenta, non è nuova ma è sempre ben accetta: è uno degli schemi narrativi che preferisco. Ma per funzionare deve avere della ciccia addosso, non risolvere tutto in cinque minuti attraverso litigi senza senso né reali motivazioni, per poi giocare oziosamente con lo svelamento del colpevole che ha pianificato la strage.
La conclusione, infine, è tanto obbligata quanto inutile.
Evitare, evitare, evitare. A meno che non abbiate bisogno di un sottofondo televisivo di urletti mentre lavate i piatti.

Danko – Walter Hill

Filmone della mia infanzia ❤
Con questo entra anche nel mio blogghettino quel Walter Hill che gentaccia come Lucius e Cassidy conoscono assai bene.
Non c’è molto da dire, se non: (ri)vedetevelo. Ambientato durante la guerra fredda, secondo me non risente per nulla degli anni che porta; Schwarzy (il negro nero) e Belushi compiono il loro (s)porco lavoro senza strafare, e la sceneggiatura, zeppa di godibile ironia, spacca.

Caffè – Cristiano Bortone

Tipico cinema da “incrocio di destini”, con famiglie, coppie e individui più o meno allo sbando (lavorativo ed esistenziale) che determinano e subiscono a vicenda un intervento dannoso: chi viene derubato, chi perde il lavoro, chi un lavoro di livello ce l’ha ed è combattuto tra compierlo onestamente mettendo a rischio tutto oppure mettere piuttosto a rischio gli altri, e chi è… beh, semplicemente un cazzone, ma comunque con le sue grane anche lui: padre stronzo, (ex) fidanzata incarognita che gli smolla il bambino, incapacità di darsi un obiettivo.
Sviluppi di trama piuttosto prevedibili, ma che non vanno a banalizzare l’insieme.
La storia si divide tra Italia, Belgio e Cina.
Da segnalare tra gli interpreti Dario Aita, Miriam Dalmazio e soprattutto Hichem Yacoubi nel ruolo di Hamed.
A proposito di caffé, mi corre l’obbligo di consigliarlo a giomag, che di Kopi Luwak se n’intende (ma anche di birra). 😉 Io resto fedele al mio orzo in tazza piccola…
E’ un onesto, buon film, la cui esistenza ignoravo finché non ho trovato il dvd in regalo alla mia associazione di “volontariato coatto”. Se al mondo ci fosse giustizia, rappresenterebbe un esempio della media dei prodotti cinematografici italiani; ma così non è, e ci arrangiamo a commedie insulse e fatue pellicole d’autore, con un cinepattone nel mezzo (scusate la causticità, sono appena rientrata e il freddo mi incattivisce).
La scheda di MyMovies.

Custodes Bestiae – Lorenzo Bianchini

Cinema indipendente italiano. E horror. Basterebbe questo per volergli gettare uno sguardo. Ma, per essere esatti, non sarei nemmeno arrivata a conoscerlo se non bazzicassi con devozione quell’antro oscuro e meraviglioso che è il blog di Lucia: nella fattispecie, Custodes Bestiae compare nella sua decina degli horror più significativi del 2004.
Ha la grana grossa tipica dei budget bassi, ma è proprio grazie ad essa che emerge meglio il valore della regia (e della sceneggiatura, sempre di Bianchini). Se pure la resa visiva e – soprattutto – audio è frenata da limiti oggettivi, è evidente quanto ogni elemento sia curato: e già questo cancella il rischio della mediocrità.
La storia si dipana abbastanza lenta (chi mi conosce sa che questo per me è un pregio) e per suggestioni, spaventosa sicuramente a livello razionale ma, per quanto mi riguarda, non troppo a livello intimo. Al di là del ritmo che può scoraggiare chi ami o sia abituato alla rapidità dell’action o anche di molto horror contemporaneo, merita la visione per due motivi:
– senza apparire meschino, trasmette un forte senso di familiarità, rappresentando non una realtà emblematica ma la nostra realtà, così come potremmo coglierla aprendo la porta di casa (oppure rintanandoci in camera o nel nostro studio);
– in particolare, raffigura scorci di realtà non filtrata del Friuli: quello di Bianchini è un cinema regionale, non quello dai tratti asfittici ma un condensato di identità locale, della quale il dialetto (sottotitolato) non è che l’aspetto più prevedibile, eppure non il più immediato.
Dopo i krampus della Val di Fassa de In fondo al bosco di Lodovichi, ho assaggiato una diversa ed altrettanto inquietante “diavoleria” locale, tra Comeglians, Osoppo, Aquileia… per un approfondimento, visitate la pagina dedicata su quinlan. Sullo stesso sito trovate anche un’intervista al regista.

Across the river (Oltre il guado) – Lorenzo Bianchini

Dieci anni dopo, Bianchini ha avuto a disposizione più mezzi, ed il risultato si vede: la fotografia è buona, ed il suono è curato ed armonizzato (cioè: non ti tocca alzare ed abbassare il volume ad ogni scena).
C’è chi pensa che la trama sia addirittura assente: in apparenza è così (non facciamo altro che seguire le non eclatanti mosse di un etologo che studia sul campo i movimenti degli animali di un bosco), ma esser più precisi, io trovo che sia non del tutto assente, ma piuttosto minima e centellinata. Ben centellinata.
Non bastasse, abbiamo sulla scena un unico personaggio – al quale giusto due o tre volte, per pochi minuti, si alternano una coppia di anziani del luogo – e prevalgono nettamente i toni grigio-blu rispetto al colore pieno, la pioggia ed il buio notturno rispetto alla luce.
Pochissime le battute pronunciate. Il silenzio (della parola) è quasi totale, ma per tutta la durata della “pellicola” regna quel silenzio da luogo naturale profondo, e da luogo abbandonato, carico di micro-suoni (e di presagi).
Un aspetto che può non essere gradito a tutti, e non da tutti sopportabile; eppure, nonostante la “lentezza” dello sviluppo, la tensione è palpabilissima.
Insomma: un ottimo lavoro, da cinque stelle.


I film non commentati:
Maciste nella valle dei Re – Carlo Campogalliani
Assassinio sul palcoscenico – George Pollock
Assassinio al galoppatoio – George Pollock
L’amore è eterno finché dura – Carlo Verdone
Chi m’ha visto – Alessandro Pondi
My son, my son, what have ye done – Werner Herzog
Il caso Freddie Heineken – Tomas Alfredson
Smokin’ Aces – Joe Carnahan

Welcome home (Sanitarium)

Per Slavoj Žižek – che riprende le parole della rivista Time Out – Joker è un “horror sociale”, qualcosa d’inimmaginabile fino a poco tempo fa. Siamo al secondo paragrafo, esattamente a metà della prima colonna d’un articolo lungo 5 pagine e mezza – e mi sto mettendo ad urlare.
Un mugolìo strozzato si fa strada al paragrafo successivo, in cui il filosofo / studioso della psicanalisi (così lo definisce Internazionale) sloveno afferma che Arthur-Joker rimane un estraneo fino alla fine.
La cosa si fa interessante: quanto sangue dagli occhi riuscirà costui a farmi scorrere? Sino a dove l’orrore di un ammasso di fesserie può spingersi? Parafrasando la Vodafone, ecco: l’orrore è tutto intorno a me.

Ho saputo da subito, e vi ho contribuito io stessa, che questo film avrebbe scatenato interpretazioni e sovrainterpretazioni. E non lamento certo che ne siano piovute: specialmente da parte di chi fa dell’analisi un mestiere.
Ma J, qui, parimenti che nel fumetto Arkham Asylum: Una folle dimora in un folle mondo, non è più protagonista di quanto lo sia Batman, che pure si trova a suo modo al centro della vicenda – eh sì, Lucius. J non ha altra funzione se non quella di anfitrione: lui ci convoca ad Arkham (o a dare un’occhiata dietro il sipario del Murray Franklin Show), ci apre la porta all’arrivo e la riapre al momento di “liberarci” nuovamente nel consesso umano. Punto. Nel mezzo ci sta un gioco: nelle viscere di Arkham, scarsamente illuminate, Batman si ritrova dentro un terrificante utero costretto a giocare a nascondino più con se stesso che con i suoi avversari. E nelle viscere di un cinema siamo pur sempre anche noi dentro un utero più o meno confortante o confrontante – come che Fleck si collochi nei nostri schemi interpretativi, appunto, è prima di tutto un gioco che giochiamo insieme, regista attori e spettatori.
Ma che can can!
Cos’è il cinema se non un passion play, inteso tanto come gioco quanto come recita?

The passion play… as it is played today.

Così recita una delle pagine introduttive al fumetto.
today è l’avverbio giusto, stante che se pur son cambiati (alcun)i metodi e strutture, la natura della relazione con la malattia (mentale, ma anche sociale) non lo è.

“Io non voglio stare tra i matti!”, esclamò Alice.
“Oh, non puoi farci niente”, disse il Gatto
– “qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta”.

“Come fai a sapere che sono matta?”, disse Alice.
“Devi esserlo”, disse il Gatto. “Altrimenti non saresti qui”.

Lo riconoscete? E’ il principio paradosso del Comma 22 di Heller: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»
E per converso, chi è sano può chiedere che il proprio fascicolo in carico ai Servizi Territoriali di Psichiatria venga chiuso (che è più di archiviato), ma chi è in carico ai Servizi di Psichiatria è per definizione pazzo, senza possibilità di ritorno.

E’ per me che ho paura. Ho paura che il Joker possa avere ragione. A volte metto in dubbio la razionalità delle mie azioni – [ma chi lo fa, non è la più sana delle persone?] – e ho paura che quando varcherò le porte di quel manicomio… quando sarò dentro quel manicomio, e il portone si chiuderà alle mie spalle… sarà come essere di nuovo a casa.
– Batman

Arkham-Jolly-Glass

Tempo fa un’amica, conosciuta in un gruppo di auto-mutuo aiuto per depressi, a seguito di una crisi maniacale (era bipolare) è stata ricoverata in Psichiatria. Non voglio nemmeno cercare di recuperare i dettagli del ricordo del giorno in cui andammo, io ed L., a visitarla – e ci ritrovammo a doverla difendere dai medici. Non rammento (questo non lo rammento davvero) a che proposito, ma stava spiegando un suo pensiero, che aveva anche una certa valenza nella terapia, e non veniva nemmeno ascoltata. Non dico creduta, ma nemmeno ascoltata: poiché la sua patologia la induceva in certi frangenti ad esagerare e inventare le situazioni, non una sua parola era degna di fiducia.
Senza alcuna remora né tatto siamo state messe a parte dell’inesistente valore che i professionisti attribuivano all’esperienza della paziente, come fossimo loro complici, amiche o meno: del resto, noi e loro eravamo pur sempre  fuori di lì, libere di andarcene.

L’incipit:
Dal diario di Amadeus Arkham –  Negli anni seguenti alla morte di mio padre, la casa divenne tutto il mio mondo. Durante la lunga malattia di mia madre, spesso mi sembrava così vasta, così REALE, che in suo confronto mi sentivo poco più di uno SPETTRO che infestava i corridoi.
Anche se mia madre non ha mai avuto alcuna patologia psichiatrica, nondimeno la malattia mi ha vincolata a lei in modo tale da annullare ogni altra istanza, ogni frammento di realtà che mi potesse star aspettando fuori dalla gabbia.
La malattia è stata la protagonista della mia vita così come Casa Arkham, in seguito divenuta Asylum, è la vera protagonista di quella che per sentirvi meno a disagio potete anche chiamare graphic novel.
E quale più forte consonanza potrei trovare tra l’obliterazione identitaria operata, ieri e oggi, sui pazienti psichiatrici – a dispetto delle cazzate spacciate nei libri di testo – e l’annullamento di sé che il non poter comunicare, il disperarsi a tentare di comunicare senza esito ad una sorda priva di altri mezzi oltre alla parola ormai inutile?
Persino il delirio privato – che tutt’al più diveniva delirio a due come in un pax au deux, mai un dialogo vero – del mio affezionato Uomo dei Numeri funzionava meglio. L’Uomo dei Numeri, il cui nome m’è andato significativamente perso, l’avevo conosciuto nella struttura più decente, almeno dal punto di vista estetico e pratico, in cui mia zia ha soggiornato (per la cronaca: a San Bassano, provincia di Lodi).
Lui lanciava per aria un numero, io replicavo con un altro numero. A sensazione, a piacere, senza un termine temporale definito. Appena a uno dei due veniva voglia, ci si spostava su altri elenchi tematici, che avremmo potuto rimpallarci per ore: su tutti, nomi di musicisti (prevalentemente di classica) e campi di sterminio nazisti.

Batsy- Arkham

Nello stesso modo in cui, nei suoi dipinti minimalisti come quadrato nero, Malevič riduce la pittura alla sua opposizione minima tra disegno e sfondo, Joker riduce la protesta alla sua forma minima autodistruttiva e senza contenuto.
Ma suvvia, Gesù Cristo. Protesta, autodistruzione? Ma questo non è J, questo è Batman, e ce lo dimostra con le sue associazioni di parole su stimolo della dottoressa Adams:

Madre? : Perla
Manico? : Revolver
Pistola? : Padre
Padre? : Morte

Pistola = Padre. Žižek! Meno dottori, più fumetti! E poi comprati un paio di pesci pagliaccio, e mettiti un po’ a giocare con i vetri, e le carte, e come McKean con le perle le foglie i meccanismi degli orologi i pizzi e le pelli. Intrattieniti!

To think of all the years he’d wasted trying to entertain others,
when he could merely have sat back and entertained himself 
with the absurd delusion of civilization that called itself society.

Come suggerisce il Cappellaio, caro Slavoj, forse è [nel]la tua testa. Arkham [Joker] è uno specchio. E noi [le tue congetture] siamo te. Hai trovato il tuo specchio, e l’hai scambiato per una lente d’ingrandimento. Non ti sembra un po’ da pazzi?

Joker, o della fortuna, della Grazia e della volontà

trasferimento (30)

A distanza di giorni dall’ultima considerazione su Joker, mi imbatto in questo brevissimo e fulminante post della stimata Nihil Alieno (suora, preside, accanita lettrice). Tanto breve e incisivo, e poi deliziosamente interrogativo anziché chiuso nelle proprie con-clusioni, che posso riportarlo – e riportare la mia risposta, che spero essere altrettanto pro-vocatoria – in uno screenshot (le emoticon squadrate le ho aggiunte io, con lo strumentino di Opera).
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grazia1grazia2

In un’ottica umana, fatti salvi i casi eccezionali delineati dalle attenuanti – la tanto discussa infermità mentale compresa -, la responsabilità individuale resta non solo un punto fermo ma anche un “fuoco” centrale del discorso e della riflessione sulla colpa.
In un’ottica cattolica, la responsabilità individuale permane e forte, ma è “solo” una premessa ad un secondo elemento qualificante l’orizzonte di senso di una vita (e di una vita oltre la vita) intera: vale a dire la nostra creaturale non autosufficienza, la nostra limitatezza, il nostro essere argilla sbriciolata se non lasciamo che operi in noi la Grazia divina, quella cosa che unica può trarre dal fango una pasta malleabile e tradurla in un vaso.

[Consiglio, pur non condividendo la tesi di fondo, questo bel post de La baguette sotto l’ascella – cioè Il buco con l’attore intorno. E non perdetevi, vi prego, lo spassoso montaggio di scene in cui Cage – coadiuvato dalla musica di Mansell – dimostra che, per essere sciroccati, non occorre alcuna brutta giornata: basta urlare, gesticolare, schiaffeggiare perché sì ❤ ].

Sogni / 5

Una bimba di 5-6 anni nuota nell’aria della stanza, mulinando le braccia da parete a parete, mentre mia madre le sta un metro avanti e la invita a proseguire. Di fianco, sul divano – lo stesso sul quale sto dormendo – io scatto loro delle foto.

Più tardi, nella stessa stanza, mi ritrovo due alti scaffali di lato: quello a sinistra è zeppo di giocattoli, quasi tutti ancora confezionati, quello a destra contiene libri e libriccini per ragazzi e bambini.
L’abbondanza e la ridondanza mi irritano, specie in considerazione del fatto che i possessori di quei giocattoli e di quei libri non se ne curano. Decido che farò una grossa cernita e venderò quanto più possibile, senza chieder nulla a nessuno.

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Mancano poche ore alla sera di Halloween, e sempre nella stessa stanza fervono i preparativi: mia cugina, più giovane di com’è realmente, quasi adolescente, ha invitato a casa un po’ di suoi amici ed altra gente, sconosciuta, incontrata ad una festa a tema in discoteca.
Con mia madre mi adopero per stendere una tovaglia a quadri, verde scuro e rosso, tutta spiegazzata.

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Sono Joker, ma non sono né la versione di Nicholson, né quella di Ledger o di Phoenix: più una versione da Grinch, direi, ho la pelle della faccia verde come The mask, sono stempiato come l’IT di Muschietti, e ho due sole dita per ogni piede (tipo Nightcrawler, se non erro).
Sto cadendo all’indietro nel vuoto da una finestra d’ospedale – palese la fonte, cioè Lansdale – e atterro direttamente su una barella sistemata sul retro di un’ambulanza. Di fianco alla barella uno sceriffo con tanto di stella lucida sta parlando al telefono, e dice: Fa ridere… ma fa anche piangere… oh, è appena morto. Solo che io non sono morto.

Una duchessa, infilata in un abito dorato come un Ferrero Rocher, cammina elegante lungo un viale lunghissimo nella sua tenuta, ed un’auto che chiamare limousine è dir poco la segue in attesa del momento giusto per farla salire. L’auto è chilometrica, conta svariate portiere ma anche vere e proprie cancellate, e numerosi valletti, uno dei quali si porta avanti pronto ad aprire la portiera anteriore.
La sfilata prosegue nell’ingresso al castello residenziale, e alla duchessa ci accodiamo io e mia madre, neo-nobili parvenu à la Megan Markle – per qualche ragione però mia madre entra proclamando di essere la regina d’Inghilterra, la qual cosa non pare sorprendere nessuno.

ferrero-rocher

Estraggo dalla cassetta della posta un sacco di roba, molta pubblicità, tanti doppioni di voltantini. Niente di rilevante.
Salgo la rampa di scale che porta all’appartamento, ma seguendo dei gradini esterni che bilanciano quelli normali, con delle pile di libri fra le braccia. A metà percorso però mi blocco, i gradini sono rimpiccioliti e non riesco più a proseguire – chiedo a mia madre che mi stava guardando di andar via, altrimenti non reggo la tensione. Poi ridiscendo a ritroso la scala e la ripercorro dall’interno, molto più facilmente, anche se i gradini sono invasi da gente che chiacchiera ed oggetti vari accatastati.
Appena riemersa, invece della porta di casa mi trovo davanti le mura del castello di Edimburgo, ed un tipo vicino a me sul prato antistante mi informa che stanno per crollare. Mi preoccupo del parco annesso, e degli animali che ci abitano, di che fine faranno se le mura crollano ed il castello verrà dichiarato inagibile.

trasferimento (2)

Poi mi sveglio.

Carnet (Ottobre 2019)

Libri

99. La vera storia del pirata Long john Silver – Björn Larsson [5/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
100. L’ultima avventura del pirata Long John Silver – Björn Larsson [2.5/5 ⭐ ⭐ ]
E’ la “coda” del romanzo precedente, una storiella di poche pagine in tono con il resto, ma del tutto superflua e priva di tensione – inoltre la traduzione ha apportato delle modifiche incomprensibili, che l’annacquano ancora di più. L’unico dettaglio significativo lo si poteva inserire, a mio avviso, ne “La vera storia”.
101. Possiamo salvare il mondo, prima di cena
– Jonathan Safran Foer 
[4/5⭐⭐⭐⭐]
>> Storie in un guscio – Flora Giordano [interrotto]
Le vite degli altri in un palazzo residenziale, non lontano dalla costa, a Napoli. L’autrice si è da tempo trasferita a Brescia ed ha pubblicato questo libro con l’editore Marco Serra Tarantola. Stile semplice ma curato, vicende e prospettiva dal sapore un po’ datato.
102. Moby Dick – Hermann Melville [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
103. Il fascismo eterno – Umberto Eco [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
104. CasaPound Italia, Fascisti del terzo millennio – Elia Rosati [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
105. Ufficio di scollocamento – Simone Perotti, Paolo Ermani [3.5/5 ⭐⭐⭐ ]
106. Lavorare gratis, lavorare tutti – Domenico De Masi
[4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
>> Una cosa divertente che non farò mai più – David Foster Wallace
(audiolibro letto da Giuseppe Battiston)
[3.5/5⭐⭐⭐
Ascoltato durante i pasti, interrompibile di frequente senza penalizzarne la comprensione – avevo voglia di un audiolibro ma non ancora di un romanzo, così ho provato a ri”leggere” il mio ultimo DFW. Battiston se la cava, ha le intonazioni giuste e fa le pause giuste, eppure personalmente non mi ha convinto. Non so se è il suo stile, la sua voce oppure il testo in sé, che non è forse il più adatto a farsi tradurre in audio.
>> Acque del nord – Ian McGuire

Film

148. Unfriended – Levan Gabriadze [2.5/5 ⭐⭐]
Forse per dei ragazzi non è un problema seguire un intero film attraverso non uno, ma una decina e rotti monitor che si accavallano e “fanno cose” contemporaneamente: dicono sia la loro, anzi la nostra, quotidianità ormai. A me però ha dato il mal di testa, al di là della storia che sotto il profilo horror non ha davvero niente da dire. Tutto sommato, meglio qualcosa altrettanto ovvio e più tradizionale, ma “umano”, come Friend request (di cui ho detto qualcosa il mese scorso).
Nota positiva: il tema del bullismo è trattato, seppure di striscio come pretesto, in modo crudo e senza sconti o indorature.

149. Insidious 2: Oltre i confini del male – James Wan [2/5 ⭐⭐]
150. Spy – Paul Feig [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
151. Nella Valle di Elah – Paul Haggis [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
152. Southbound [2.5/5 ⭐⭐]
– Radio Silence, Roxanne Benjamin, David Bruckner, Patrick Horvath
153. Monolith – Ivan Silvestrini [3.5/5 ⭐⭐⭐]
Guardabile, niente di più. Poteva avere molto da dire – tra senso di inadeguatezza materno, crisi di coppia, tecnologie futuristiche che ti fottono il cervello, il ruolo del caso, i bilanci di vita… – ma si ferma troppi passi indietro.
154. La casa dei fantasmi – William Castle [2.5/5 ⭐⭐]
155. Deep rising, Presenze dal profondo – Stephen Sommers [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Spettacolare. Una parodia del genere che non si fa mancare niente (pirati attaccano nave fantasma infestata da mostri marini preistorici ecc.), piena di sparatorie, torrenti d’acqua che allagano corridoi, esplosioni e amenità varie. L’unico guaio è che, come spesso accade in Italia, quella che è una commedia (e lo si coglie da subito guardandola) viene passata come un horror-thriller: vuoi per ignoranza perché chi sceglie tagline e simili manco se lo vede, vuoi perché fa più cassa; comunque voi non fatevi fuorviare e godetevi una serie Z da urlo 🙂
156. Chi è senza colpa – Michaël R. Roskam [5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐]
Rivisto, perché il mese scorso o quello prima, quando l’han passato su RaiTre, a metà serata ero morta di sonno. E lo rivedrei subito domattina. E poi quella dopo ancora… a chi basta mai Tom Hardy? (Pure Noomi Rapace, occhéi, ma mica così tanto).
157. Halloween – John Carpenter [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Porta benissimo i suoi anni. E ha da dire qualcosa, ancora.
158. La mummia – Alex Kurtzman [2.5/5 ⭐⭐]
Pallosa la prima parte, si risveglia nella seconda – ma non basta. Tutto già visto.
159. Venerdì 13 – Sean S. Cunningham [1/5 ⭐]
Ma che cazzèta (leggasi alla barese).
160. Bangla – Phaim Bhuiyan [2/5 ⭐ ⭐ ⭐]
Un’opera prima ben fatta. Niente di esaltante. Frase memorabile:
Sai perché mi piace la street art?
Perché si prende tutto in faccia, il vento, la pioggia… e poi invecchia, come noi“.
161. Joker – Todd Phillips [cinema!]
Pensierini sfusi: qui & qui & qui.
162. I ragazzi del Reich – Dennis Gansel [4/5 ⭐ ⭐ ⭐ ⭐]
163. Pronti a morire – Sam Raimi [3.5/5 ⭐ ⭐ ⭐]
Raimi è uno sclerato, per questo ci piace. DiCaprio così candido e giovane è ‘na botta allo sterno – davvero adesso ho il doppio degli anni di quando ho visto questo film la prima volta? Argh.
164. The company men – John Wells [3/5 ⭐ ⭐ ⭐]
165. Stoker – Park Chan-wook
[5/5 ⭐ ⭐ ⭐⭐ ⭐ ] 
Una madre vedova, una figlia orfana, un misterioso zio – l’ambiguamente sexy Matthew Goode – che compare puntualissimo in occasione delle esequie del fratello. Potrebbe anche bastare, ma a questo aggiunge anche il piacere di vedere la Kidman detronizzata e la Wasikoska che si scrolla di dosso la pelle di quella orrenda ed antipaticissima Alice. E l’impianto tra il favolistico, privo di orpelli, ed il racconto di formazione si tiene in perfetto equilibrio. Una vera chicca.
166. Severance, Tagli al personale – Christopher Smith [2.5 ⭐⭐]
167. ABCs of death (1 & 2) – AA. VV. – 
Un sentito grazie ad Andreaklanza di Malastrana VHS che mi ha soccorso fornendomi queste due antologie di corti horror.

Serie Tv

∞ Dexter (terza stagione) [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Una stagione in lieve calo, con l’ingresso (e la dipartita…) di Miguel, personaggio curioso e a suo modo stimolante, perché caotico, ma un po’ forzatino come in verità tutte le novità di questo giro.
Sempre valida, comunque, e ancora importante e impressionante la mimica facciale di Michael C. Hall – adoro.
Noto con malcelato piacere che egli è maniaco delle liste (vedi quella con i pro e contro dell’avere un figlio, e quella della spesa in rigoroso ordine alfabetico!), e che per giunta mangia i biscotti come me: in una scena prende un Oreo e invece di cacciarselo in bocca così com’è, divide le due cialde e lecca prima la crema. Ho già scritto che lo adoro?

Musica

Joker Original Soundtrack [4.5/5 ⭐⭐⭐⭐]
∞ MezzoSangue [4/5 ⭐⭐⭐⭐]
Sto ascoltando qualche pezzo scelto del tutto a sentimento su YouTube: è da approfondire, e lo merita; tanto il sound che le liriche sono curati e buoni. Mi piace la voce pastosa (ma intelligibile) e la scelta di limitarsi, spesso, ad uno strumento singolo – per esempio la chitarra in Circus – quale accompagnamento privo di sbalzi di tensione o di ritmo, un balsamo calmante. Limitatamente a quanto ho ascoltato sinora, ho trovato che abbia una tendenza malinconica spiccata. Per la scoperta, thanx 2 Joker.

Musica .2: Joker, Original Soundtrack

Una premessa: sto ascoltando ancora qualcosa delle canzoni utilizzate nel film, da Sinatra a Bennett e tutti l’artri, eppure mai quanto in questo caso le avverto distinte e indipendenti dalla colonna sonora vera e propria, quella ad opera di Hildur Guðnadóttir (ecco fatto: copiato il nome una volta, a posto per sempre: d’ora in poi mi riferirò a lei solo con Hildur, manco fossimo vecchie amiche 😁).
Ed è questa che mi interessa di più.

Un auspicio: anche se l’idea stessa di un seguito a Joker mi fa tremare di spavento, mai dire mai. Di sicuro, per riuscire, ha bisogno – anche se l’ho adorato – che il Joker uccida Arthur in maniera definitiva e irreversibile. E’ l’unico, mi pare, che ancora sembrava rimanere in piedi nonostante tutto, al termine; e se davvero abbiamo avuto pietà di quel tipo bislacco e dinoccolato – il quale, comunque, è riuscito ad infilarsi intero nel proprio frigorifero: tanta stima! -, tocca fargli il favore di toglierlo di mezzo.
Anzi, due auspici:  la seconda cosa che mi auguro di cuore, ma tanto tanto tanto, è che la colonna sonora sia affidata all’uomo giusto. Che può essere solo Reznor. Ad Arthur Fleck si possono associare diversi stili e toni musicali, e sia, ma per quanto mi riguarda

Joker = NIN

Punto, a capo.

Andiamo con ordine.
01. Hoyt’s office.
Un crescendo come di falangi in marcia che si avvicinano – o anche, forse, come il momento iniziale di un colpo di gong: chi ha provato, una volta nella vita, a sottoporsi ad un “bagno di gong” capirà cosa intendo. Non c’è jet supersonico che ne batta la potenza.
Svirgolate di violoncello, appena accennate.
02. Defeated clown.
Il violoncello acquista qui un suo movimento, e una capacità di parola.
Percussioni fonde, gravi.
In exitus, suonano come ultimi battiti cardiaci di un morente.
03. Following Sophie.
Più che di un cuore pulsante, è l’acustica di passi grevi e a tratti scoordinati.
Interviene la tensione, come di un cavo che regga un ponte fatto vibrare.
Le percussioni pestano, senza per questo fare rock: piuttosto come sberle.
E il violoncello tira fuori quelle che non posso definire altrimenti che rasoiate: due rasoiate, inquietanti se le si collega al seguito.
04. Penny in the hospital.
Acuti malinconici al violoncello.
05. Young Penny.
Note trascinate. E sempre più alte. Ma in alto fa un freddo cane, e si è soli.
06. Meeting Bruce Wayne.
Torna un violoncello più (pre)potente e ineluttabile.
Percussioni dai toni alti – spaventate o irritate?
A metà pezzo il violoncello prorompe – brividi -: descrive un’apocalisse, ma maestosa.
07. Hiding in the fridge.
Fischi prolungati, tocchi stonati e vibrazioni allucinate.
He’s going slightly mad.
Inoltre, qualcosa di grave e di basso va e viene in sottofondo: una lenta ma continua spinta in avanti verso uno scoppio.
Ovvio che l’impulso sia quello di nascondersi, di trovare un rifugio: per… raffreddare l’ansia che monta 😄 – povero Artie.
08. A bad comedian.
Breve interpolazione nostalgica, tra i ghiacci.
09. Arthur comes to Sophie.
Il sublime e l’orrendo a braccetto – non lo scrivo per farvi fare Oooh! Aaah!, ma davvero mi pare di sentirci come due filati diversi che vanno ad intrecciarsi, e generare queste sensazioni.
Notate l’irregolarità delle percussioni, identiche ad extrasistole.
10. Looking for answers.
Corde (ma anche cuore) grattato, raspato.
Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere di una vita, più greve ogni giorno, immedicato”.
— La cognizione del dolore, Carlo Emilio Gadda
11. Penny taken to the hospital.
Solo a me ricorda Umebayashi?
Musica infine concitata, più viva. Viva in funzione di lei!… che si mangia tutto il respiro, la carne e l’esistenza del figlio.
12. Subway.
Vibrazione come di metro in arrivo.
Sviolinata (svioloncellata) dissonante.
Battiti, palpiti, ansiti – attesa.
Mazzata di tamburo.
Passi che incespicano.
Ansia, corsa, tensione, premura – lo sentite il sonaglio come di un crotalo?
In corsa verso un burrone.
Poi la metro parte e se ne va.
13. Bathroom dance.
Violoncello triste.
Coro di voci femminili (non a caso), primo elemento umano.
Dalla rassegnazione alla grandiosità.
14. Learning how to act normal.
Percussioni lente, di nuovo fonde e cavernose, con eco.
Archi strindenti appena sotto.
15. Confession.
Interludio sospeso: confessare una realtà o un’apparenza? Tirato, ma non ansiogeno.
16. Escape from the train.
C’è una ripresa degli archi distonici, i piatti e il tamburello salgono in climax ripetuti, in un’altalena di reattività – mi vedo davanti Arthur che incede con gli occhi fuori dalle orbite, deciso e fatale, infine in rincorsa – poi tutto si spegne come il ronzìo di un neon che sfarfalla.
17. Call me Joker.
Acqua da una grondaia che sgocciola irregolare. Forse sangue dal cuore lasso ed inciso.
Di nuovo il tamburello.
Seguono gli archi, desolati, dalla traiettoria di marosi che si sollevano a piangere in cielo e poi ricadono con un tonfo.
Stormire di foglie, vibrare del sonagli di serpenti, lacrime e non più urla.
Il destino che ti lascia come le spoglie di un albatro abbattuto sulla spiaggia.
Non è un urlo di guerra, è la storia di una perdita.

Conclusione: consigliatissima, cazzo.

“I had a bad day”.

Sì, sto continuando a leggere roba su Joker, qualche commento cinematografico ma soprattutto, e sempre più diffuse, analisi più e meno approfondite a livello psicologico, psichiatrico, psicoanalitico.
Io stessa – che sono interessata per piacere intellettuale a questi ambiti, e coinvolta personalmente in diverse delle questioni trattate dal film e dai blogger – mi sono allegramente consegnata ad un’orgia di autoanalisi “andante con brio”.
Se un tempo, pur essendomi assolutamente necessaria, l’autoanalisi mi scaricava addosso angoscia, oggi (da parecchi anni) non è più così: è uno strumento di sollievo, di ordine e di consolazione; dato che raramente riesco ad avere un confronto costruttivo sul funzionamento e sulle problematiche della mia psiche con qualcuno – chiunque sia.
Come sa chi mi segue dall’inizio, cioè dal gennaio di quest’anno, mi è capitato di sfogarmi, o raccontare un po’ di fatti miei, qui sul blog, ma in misura contenuta, e talvolta “poetizzandoli”. Ci sta, lo faccio scientemente – non è un impulso irresistibile.
Ma il blog non è nato per questo, né come diario né come autoterapia.
Non si spaventi nessuno perciò se occasionalmente, e in questo periodo di più, tiro fuori argomenti pesanti. Al limite, skippateli. Ma adesso lasciatemi dire ancora due cosette su ‘sto benedetto pagliaccio…

… punto primo: sì, d’accordo, ha avuto una brutta giornata. Anzi, ha avuto una serie di brutte giornate, quelle che vediamo nel film. Ma prima di dire che anche un intero mese di brutte giornate non basta a giustificare l’omicidio, prima di sostenere con gli opinionisti televisivi – scovati dai direttori di rete in omaggio nei pacchetti di patatine – che il raptus non esiste, raccogliete un po’ di mastice e tappatevi la bocca.
Lo sappiamo tutti che il concetto di raptus è abusato, ed utilizzato di frequente come scorciatoia giuridica per arrivare a chiedere l’infermità mentale, quando invece l’imputato è un misero stronzo ed il suo avvocato uno squalo.
Ma decidere che non esiste, che è un fake scientifico, è come dire che la pubblica amministrazione è un’organizzazione mafiosa. Tout court: non che la corruzione ne è una forma deviata, ma che la natura stessa della PA è mafiosa. Entiendes?
La famosa “brutta giornata” al termine della quale arrivi ad ammazzare qualcuno – per rabbia, per insofferenza, per disperazione – è solo la ciliegina sulla panna montata di molte brutte giornate, a loro volta adagiate su una torta che è un’esistenza intera di brutte giornate, di dolore, di fatica, di traumi.
E’ talmente elementare che, quando sento i suddetti opinionisti negare la possibilità di un raptus esplosivo (ma da tempo non li frequento più, quei deficienti) mi vien quasi da ridere a crepapelle, anziché incazzarmi.

Ve ne racconto solo un paio.
L’ultimo periodo di convivenza con mia madre (sì, anch’io convivevo con mia madre malata e per me il momento più difficile da sopportare del film è stato quello in cui si vede Penny all’ospedale), l’ultimo periodo è stato sereno, anzi: felice. E ce ne sono stati molti altri, certo.
Ma c’è stato anche un litigio al termine del quale, seppure involontariamente, le ho rotto un femore: ero stata spinta all’angolo, mi era stata tolta l’aria e la possibilità di replica, al punto che potevo o implodere e soccombere – potenzialmente, avere un crollo psichico – o ribellarmi. La mia fortuna è stata, fra le altre, aver sempre avuto la tendenza a ribellarmi e buttar fuori la rabbia anziché subire e reprimermi.
C’è stato un periodo in cui, nei sogni notturni, più volte mia madre l’ho strangolata; provando un sollievo e un senso di riscatto enormi.
C’è stata una notte in cui ero arrivata al limite, e una volta spentosi l’ennesimo conflitto, mentre lei era già a letto, mi sono seduta sul terrazzo e ho valutato con molta concretezza l’opportunità di rientrare, aprire le valvole del gas sul piano cottura e mettermi a dormire – metterci a dormire, definitivamente.

E sto parlando soltanto degli ultimi 8 anni.
Prima, è venuto altro, non meno pesante e difficile.
Potrei parlare per ore, in alcune occasioni con le persone giuste l’ho fatto, di come mi sia stato possibile sopravvivere e non perdermi – perché, di fatto, sono una sopravvissuta; e in più di un senso: psicologicamente al mio passato, fisicamente ad una famiglia intera, persa per malattia ed incidenti.
Tralascio il come, vi lascio con un ribadito dato di fatto: ho avuto un’esistenza che avrebbe potuto disintegrarmi del tutto, ma sono sopravvissuta. E’ possibile, dunque. Ma non è un regalo che tocca a chiunque, c’è in questo molta casualità. E chi ce la fa a superarla, chi riesce in qualche modo a limitare i danni, di danni comunque ne fa: ma a noi strambi esseri umani piace ululare alla luna perché Joker troviamo sia un film diseducativo, e poche ore appresso ci sediamo comodi davanti a La vita in diretta a speculare sull’ennesimo omicidio-suicidio, sull’ennesima famiglia distrutta, sulla tragedia del giorno con contorno di vicini di casa che in coro affermano: ‘era una persona buona, sempre allegra’.

Rassegna Stampa / 7

Spigolature dal web.

amica geniale ferrante

  • dalla letteratura al cinema: a questo giro vi lascio la recensione di Grazie a Dio di Ozon a cura di Gerundio Presente. Tema scottante, sviluppo intelligente, a detta di Elisa superiore nell’esito al ben più chiacchierato ed osannato (è il caso di dirlo) Il caso Spotlight. Ed io, pur avendo visto solo il secondo e non ancora il primo, concordo: quel premio Oscar non m’aveva lasciato poi molto – per chi lo volesse recuperare, lo danno stasera su RaiMovie;
  • altro tema “scottante” che riguarda la fede, ahimè fondamentale solo per noi anime perdute che coltiviamo l’insana passione per l’horror, è questo: esistono differenze tra fantasmi protestanti e spettri cattolici? Ebbene sì, esistono, e la brava Lucyette (date un’occhiata al suo blog, specie se siete storici o archivisti) ce lo spiega.
    Così saremo tutti più attrezzati per Halloween! Ognissanti! O quel che vi pare!

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  • Si parla di diritto di voto ampliato (alla platea dei 16enni), ma anche ristretto (negato agli ultra65enni), di pensioni, di suicidio assistito – aka eutanasia -, di capacità di intendere e di volere… siamo tutti bravi a fare gli spacconi ed i sapientoni. Poi, arriva la riforma che ci dà ragione, e lì ci caliamo le braghe…;
bansky
Opera di Bansky
  • dopo Joker, figuriamoci se potevo esimermi, ho fatto qualche ricerchina. Mi interessava spostarmi dal versante psichiatrico a quello neurologico, perché va bene tutto – i deliri pittoreschi, le allucinazioni, le esplosioni di violenza – ma, con buona pace del mio amore per il film questo è sganciato e non ha punto di contatto con il disturbo che dà a Fleck la sua risata caratteristica (frammista a pianto), ossia la sindrome pseudobulbare (sentite come suona bene!: mentre la pronuncio mi sbocciano bulbi di tulipani multicolore nel cranio!).
    Andava bene anche meno, ma perché no, se avessi scovato un autore che me la raccontasse nello stile di Sacks, con quello che ormai io chiamo “neu(ro)manzo”… tanto meglio.
    Di fatto però non ho ancora sgamato nulla di buono. Solo schede cliniche ed elenchi asettici. Ho, comunque, scoperto due cosette che non sapevo:
    a) la pseudobulbare prevede, all’occasione, anche una “voce da paperino”. Non ne ho mai sentita una dal vivo, ma quel che di filiforme e strano nella voce di Arthur potrebbe far capo a questo… non ci giurerei, eh. Ma se fosse, che colpo da maestro per il doppiaggio italiano!
    b) la sindrome può emergere come simpatico corollario a diverse altre malattie neuromuscolari. Per esempio con la sclerosi multipla (Ale, e che tu lo sapevi?!).
    E’ sempre bene avere qualche elemento in più.

Joker, o della commedia (minima) della vita

Il presente è un post schizofrenico: compare, scompare, riappare, fa il cazzo che vuole; e soprattutto continua ad essere integrato con carinissime metastasi dalla sua autrice. Pare voglia continuare a morire e risorgere, ma solo fino a domani, giustamente, ‘ché domenica è il giorno migliore per tornare e restare. Per tutti, anche per gli anarchici e i pazzi.

Ne approfitto per invitare ancora una volta i miei lettori – in particolare quelli nuovi: benvenuti! – a scoprire il buon Kasa, e linko nuovamente il suo post dedicato al film di Todd Phillips sul quale attualmente ci si sbrana e si versano litri di blablabla. O meglio, vi linko una micro-discussione interna ai commenti, per ribadire che ho trovato il Joker messo in scena equilibrato (!), ossia non perbenisticamente moderato, ma comunque nemmeno spinto quanto mi aspettavo: temevo anzi fosse più angosciante e di patirne.
Noto che più d’una persona l’ha trovato in questo senso “calcato” – come si suol dire: “ci marcia”. Io dissento, perché mi pare che abbia toccato parecchi punti vitali della questione malessere sociale / disagio psichico senza, tuttavia, approfondirli granché (e questo per la verità è il vero difetto che ci ho visto: dice tanto, ma racconta poco, mostra ma non scava, stereotipando persino un paio di elementi). Tocca insomma punti vitali senza esagerarli (vabbeh, morti ammazzati a parte, chiaro, ma nemmeno troppo… si spulci la cronaca italiana per convincersene), primo su tutti il fatto che la follia è conseguenza più che causa.

Mo’ vi spiego

Ma siccome, si sa, la credibilità ed autorevolezza d’una affermazione dipende anche molto da quanto il suo autore è vicino, se non addentro, all’ambiente di cui parla, vi lascio questo breve aneddoto:
un pomeriggio sono andata al consueto controllo di routine [storia lunga] con la mia psichiatra di riferimento (per ora: i servizi territoriali cambiano più medici di quanti piatti circolino sul nastro trasportatore di un all you can eat finto-giapponese).
Mi siedo, e noto nell’angolo una mia vicina (ovviamente, niente dati personali). Dopo dieci minuti, la sua progenie (niente nomi, e neppure il sesso, a scanso di indentificazioni) esce dal corridoio, la raggiunge e se vanno.
Entro, parlo con la doc, quindici minuti – sappiate che lo standard previsto per un paziente, quale che sia e in qualunque condizione sia, è di venti minuti a visita… -, e me ne torno verso il salottino d’attesa. Dove becco un’altra mia vicina di casa, anche lei con annessa progenie. Ci guardiamo, nominiamo la (prima) vicina ora assente, produciamo suoni convulsi dalla bocca come iene ridens e ci diciamo: “Manca solo N.N. [un altro nostro vicino in carico ai servizi!], e possiamo fare la riunione di condominio”. Storia vera.
Una modesta proposta: quest’anno, ad Halloween, niente film horror. Andate in coppia in esplorazione nei caseggiati popolari del vostro quartiere. Il brivido è assicurato 😉

Comunque, dicevo: credevo che avrei sofferto per eccesso d’empatia, e invece me la sono cavata – e già che ci sono aggiungo: ¡que fico tornare al cinema!!
Inoltre, credevo che avrei provato rimorso, e invece no: pur consapevole che in un “mondo sano” un malato dovrebbe ricevere quanto basta non dico a guarire (a volte manco si può), non dico ad essere salvato (pensate al vostro culo che al nostro ci pensiamo noi), ma almeno a non perdere se stesso completamente; ecco pur consapevole di questo so che il mondo reale non è un mondo sano, e nonostante non raggiunga la piena assenza di speranza di quello descritto da Phillips, non universalmente almeno, confesso che la rivalsa che Arthur si prende sulla metro (perché quello, anche se pittato e sconvolto, è ancora Arthur) non mi ha provocato un senso di “non doveva andare così”. Doveva invece, perché il mondo può essere migliore, mai però buono: e in un mondo cattivo fare cose cattive è un comportamento adeguato, nella sua devianza.
Arthur è un senza origine: se è vero che il film mira a fornire un passato al Joker, e questo passato è appunto rappresentato da Arthur, ebbene i contorni dell’esistenza di quest’ultimo si disgregano passo passo nell’arco della pellicola. Madre biologica, padre biologico, padre putativo e persino quel fantoccio di personalità che è il lavoro di un uomo vanno sfaldandosi, scomparendo, svelandosi un inganno.
Arthur-senza-origine è una vittima fino alla fine, non perché lo pestano e lo fregano ecc., ma perché nessuno lo ascolta: divenire Joker (notate che lo diventa non mettendosi il trucco che già aveva, ma togliendosi la parrucca), cosa che per altro ha potuto scegliere solo in parte, non gli garantisce nessuna rivincita sui soprusi o sulle ferite subìte. Persino  in piedi sull’auto, in una scena che non specifico oltre per chi ancora non l’ha visto, è finalmente libero ma ancora solo, persino maggiormente incompreso. E, perdonate la sconcezza che sto per dire ma è una sconcezza vera, nessuno gli vuole bene così com’è.
Basterebbe quello, giuro.

Emozioni provate

  • Com-passione (quella reale, cioè non il dispiacere per qualcosa che si osserva a distanza ma il dolore condiviso con chi soffre).
    Per fortuna non sono l’unica a pensare che con questo Joker sia impossibile non empatizzare. Cominciavo a preoccuparmi leggendo soltanto pareri tesi a dimostrare che questo non è un film “pericoloso”, che non suscita pietà per il mostro e che come tale lo vediamo, senza stare dalla sua parte. Ma chi siete, membri ad honorem del MOIGE? Vi insegue la DIGOS? Avete paura di stare dalla sua parte?
    E’ fatto così, è pazzo e incolpevole, insomma se preferite un Joker-puro-male in stile Micheal Myers basta dirlo, ma dovete cercarlo altrove. Statece! E se invece v’affascina il vero caos, non l’anarchismo di Ledger ma la tela di ragno originaria nel fumetto, sbranate e poi digerite lentamente questo magnifico articolo di Leonardo.
  • Disgusto (per Wayne, sì, pure il piccolo Bruce che a qualcun altro è parso “il solo spiraglio di luce” del film, a me è parso invece uno stronzetto chiappestrette in miniatura; per Franklin; per Randall; per i bastardelli ruba-cartelli, ecc.).
  • Desiderio (buon Dio. Ora scommetto che vi metto paura sul serio, ma in prima battuta mica avevo capito che certi momenti insieme ad un altro personaggio erano frutto di delirio. L’ho inteso solo dopo, grazie ad un’assenza rivelatrice, ma per me ci stava che succedesse. E non dite di farmi vedere da uno bravo: semmai ne troverò uno bravo, lo rapisco e lo rivendo su eBay…).
    A tal proposito, sarà che Phoenix è Phoenix anche se conciato male e non proprio ‘no sgorbio, sarà che come dicevo a Kasa adoro gli uomini magri, anche molto magri, e di fibra nervosa, e un po’ stortignaccoli (il tipo alla Adrien Brody insomma: il mio sogno proibito), o sarà soprattutto che per me – chi lo nega lo mozzico – Arthur-senza-origine è un uomo buono (eh, oh, l’ho già detto che sono in cura?), ma ho maledettamente, fottutamente invidiato la sua vicina di pianerottolo. Perché non posso averlo per me, uno così? Perché, perché, perché? (Si valutano candidati. Astenersi scopiazzature coi capelli tinti di verde).

Vi lascio con un simpatico audio, che potete liberamente utilizzare come segreteria telefonica: Segreteria per malati di mente 😄😄😄

 

Joker, o di un cannibalismo anoressico

Joker di Todd Phillips è una carcassa d’animale dalla quale ho visto molti cannibali strappare gli occhi, della quale si sono addentati tendini e leccati le giunture, i denti, il teschio nudo che Phoenix espone così bene, con i cui nervi gli stessi cannibali si sono baloccati.
Un banchetto fatto di scarti, insomma.
Colorati, certo, come le palette anni ’70 vs. quelle moderne di cui si dice più o meno ovunque, ma pur sempre scarti: fibre di collagene che ingrassano e non nutrono. Scorsese? E chi è Scorsese? Un nuovo psichiatra, forse. Li sostituiscono una volta l’anno, giusto il tempo di imparare a non conoscerci – dev’essere così.
Joker è ripetitivo? Non abbastanza, sembra, visto che i cannibali oggi, come ieri e l’altroieri, insistono ad ammucchiarne le carni da parte e lasciarle imputridire.

Non prendetevela, amici miei, se le mie parole sembrano offensive. Ho sparato, ma non volevo uccidere: ho molto, molto, molto apprezzato i vostri articoli sul film. Anche, sì, quando parlano di palette di colori e di Scorsese. Siete sempre stati gentili con me, del resto. Non siete voi, è il mondo là fuori che ha dei problemi. E, poverini, ci siete incastrati. Insieme al regista.