Liebster Award 2020 a Le Cose Minime

Come ormai ben sapete, ho una passione per meme ed affini; anche se raramente seguo proprio tutte tutte le regole indicate da chi mi nomina per le mie varie idiosincrasie.
Perciò, per esempio, non riporterò il logo dell’iniziativa, perché non mi piace.
Lo potete comunque vedere nel post dedicato di Matavitatau, da cui sono stata nominata (tempo fa, ma un’altra cosa nota su di me è che sono pigra 😉 )
Per chi invece fosse ligio al dovere le regole sono queste:

  • ringraziare il blogger che ti ha nominato, fornendo anche il link al suo blog;
  • rispondere alle 11 domande ricevute
  • nominare altri 5-11 blogger
  • porre 11 domande ai blogger nominati
  • avvisare i blogger che sono stati nominati

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  • Prodotti artistici o prodotti industriali? Arte di consumo o Arte pura? Dicotomie impossibili: ti senti di prendere parte in questa diatriba o prendi quello che passa…?

Io prendo tutto, purché appunto mi piaccia e sia di qualità.
L’arte pura esiste, naturalmente, ma non è necessariamente anche migliore in quanto non compromessa.
E del resto arte e consumo non sono di per sé autoescludenti.

  • Ti senti più un tipo nordico o mediterraneo?

Un tempo avrei detto nordico: riservato, ben organizzato, rigoroso e con uno spiccato senso del dovere. Ma, a parte essere questa un’idealizzazione, la realtà è che la rigidità e l’intransigenza che fanno da contraltare ai pregi elencati non mi appartengono. E grazie a Dio.
Dunque, mediterranea. Come una salsa di pomodoro e basilico.

  • Preferisci le cose che si sentono o le cose che si vedono?

Sentire è un verbo fraintendibile, ma se è riferito al senso dell’udito, allora preferisco vedere. Se, però, include anche il tatto, le cose si complicano: il tatto è il mio secondo senso preferito (dopo il gusto).

  • Ti inondi nei social? Ti mantieni distante? Li rifiuti?

Ti immergi, immagino volessi dire.
Non li rifiuto in quanto tali, ma generalmente me ne tengo distante: è raro che un social mi dia qualcosa di significativo, un valore aggiunto apprezzabile alla navigazione nel web ed alla vita tutta.
Attualmente, non sono iscritta a nessun social (salvo LinkedIn, che ho voluto sperimentare per dare un po’ di vivacità alla farsa della ricerca di lavoro, ma ho scoperto essere altrettanto inutile e mal congegnato di tutti gli altri strumenti).

  • Hai un criterio di organizzazione del blog?

A parte le categorie (che dopo tanti anni, tanti blog e tanto penare sono riuscita – più o meno – a ridurre e razionalizzare), e le etichette, strumento più ricco e libero, direi di no.
Tutt’al più alcuni post sono raccolti in “serie tematiche” (risparmio, letture e film a tema marino, childfree, omosessualità, la mia malattia), che li rende più distinguibili, oppure hanno un titolo ed un contenuto ricorrente (la lista di libri e film del mese, il “Te Deum” ossia la lista delle cose per le quali sono grata dell’ultimo periodo…).

  • Programmi molto i tuoi post o “pubblichi” a istinto quando capita?

Mi càpita anche di scrivere un post su due piedi, se non “di getto”, e di pubblicarlo subito; ma è molto più frequente per me preparare testi con calma, spesso in svariate tappe, e pianificarli.

  • Come ti approcci alle tematiche femministe?

A livello generico, se per femminismo s’intende “tutela e valorizzazione della donna” allora mi riguarda e lo condivido, pur con tutte le sfumature e variabili da considerare. Se invece s’intende qualcosa come “emancipazione a oltranza e libertà assoluta”, anche di prevaricare gli uomini per vendetta (che essa abbia una base oggettiva o meno), dissento e contrasto.
Detto ciò, in tempi molto recenti alcuni temi specifici hanno preso ad appassionarmi: la spinta sociale alla maternità come dovere, la disparità di trattamento lavorativo tra maschi e femmine, il concetto di differenza di genere e la sua determinazione psichica piuttosto che ambientale, la medicina di genere, la misandria…

  • Rapporto con la TV: la guardi? e se sì cosa guardi?

Sì. Non poca.
Guardo un po’ di tutto, che non è una risposta paracula 😉
Serie tv, soprattutto targate Rai;
attualità politica, soprattutto su La7;
diversi reality fra quelli più divertenti e leggeri oppure di “esperimento sociale” (per esempio, in queste settimane, Matrimonio a prima vista);
programmi musicali, teatrali, di approfondimento cinematografico (soprattutto su Rai5);
documentari per lo più sulla natura (idem c.s.);
contest culinari – praticamente, ormai, un genere a sé stante – di tutti i tipi;
un pizzico di satira…

  • A livello musicale sei da oggetto (compri CD, vinili ecc.) o vivi bene anche i file?

Per natura sarei più da oggetto (cd), ma da tempo comprare cd, oltre che costoso, è diventato molto più impegnativo, quasi una missione cui tener dietro è difficile, perciò di fatto la proporzione cd:mp3 è nettamente sbilanciata in favore di questi ultimi.
Sono una collezionista disordinata, quindi ho solo alcune migliaia di file e ben poche discografie complete (e già datate), ma quando una musica ha per me un particolare valore mi resta il desiderio, di solito soltanto il desiderio, di disporne su supporto fisico.

  • Ti consideri un eterno bambino o preferisci essere adulto?

La domanda può trarre in inganno, perché “eterno bambino” è di solito un’accezione positiva per chi resta in contatto, equilibrato, con la propria parte spontanea e limpida.
E questo non è affatto in contraddizione con l’essere adulti.
Se, comunque, più semplicemente mi si chiede se preferisco l’età infantile o l’età adulta, non ho dubbi: adulta. Essere bambini è pesante e vincolante.

  • Sei ordinato o disordinato? Riesci a spiegare la tua posizione in proposito?

Ordinata, ordinatissima!
Di base è un’inclinazione psicologica, non la si sceglie, ma volendo posso certamente aggiungere che questa mia inclinazione la assecondo volentieri – non a caso sono ossessivo-compulsiva, oltre che minimalista.
Perché?
Perché l’ordine porta chiarezza, efficienza, serenità, facilità. E, di conseguenza, leggerezza.

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Nomino, senza alcun obbligo, questi loschi figuri:
  1. Piccolo Essere
  2. Coule la vie
  3. Pina Bertoli
  4. Lucius Etruscus
  5. Lucy the Wombat
  6. Ale Marcotti
  7. Lapinsù

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E le domande sono:
  • Cosa ti preoccupa di più in tutta la vicenda della pandemia da Covid-19?
    (Se qualcosa che ti preoccupa c’è).
  • In quale animale ti identifichi, e perché?
  • Credi che l’amicizia tra uomo e donna sia possibile, oppure che un rapporto simile non possa mai essere totalmente disinteressato?
  • quale periodo storico ti intriga di più, e perché?
  • Sei soddisfatto/a di vivere nella tua città, o potendo cambieresti?
  • Come ti è nata l’idea del blog che stai attualmente scrivendo?
  • Cosa pensi di questi meme: ti divertono o ti scocciano?

Sulla legge anti-omofobia

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Costanza Miriano riporta sul suo blog il parere scritto chiestole dalla Commissione Giustizia della Camera sul ddl Zan – Scalfarotto – Boldrini. Ed io lo giro a voi, come esempio di replica perfetta ad obiezioni e accuse verso chi, questa legge anti-omofobia, non la vuole.
I grassetti sono suoi: io mi sono limitata a levare le q maiuscole, idiosincrasia mia che ormai conoscete; e ad inserire gli a capo all’interno dei paragrafi.

Ringrazio i membri della Commissione che vorranno dedicarmi un po’ del loro tempo, e ringrazio coloro che mi hanno dato la possibilità di dare il mio contributo.
Mi scuso se il mio linguaggio non sarà affatto tecnico: scrivo in qualità di giornalista e anche di madre (di due maschi e due femmine).

Per chi (immagino tutti) non sa chi sono, vorrei premettere che mi sono trovata a occuparmi di questi temi – maschile e femminile, ruoli, identità – del tutto casualmente, ormai quasi dieci anni fa, quando, mentre lavoravo alla redazione economia del tg3, ho pubblicato un libro in cui scrivevo lettere alle mie amiche per convincerle a sposarsi.

quando ho cominciato a scrivere non pensavo che dire alcune ovvietà – dobbiamo essere libere di scegliere che tipo di donna diventare – mi avrebbe causato denunce, raccolte di firme per fermare il mio libro, contromanifestazioni: ciò prova che oggi ha diritto di cittadinanza un solo modo di intendere i ruoli, le relazioni, l’identità.
Le centinaia di migliaia di copie vendute però dicono che invece a molte persone interessa anche un altro punto di vista, che racconterò alla fine per chi avrà la pazienza di arrivare fin lì.

Credo infatti, e arrivo al punto, che ogni persona debba essere libera di vivere gli affetti, i ruoli, la sessualità nel modo che sceglie più o meno liberamente (la storia di ognuno di noi è segnata da molte circostanze, e non in tutto ci autodeterminiamo). Credo che sia insindacabile ciò che ciascuno sceglie di fare in camera da letto, nella propria vita, privata e pubblica.
Proprio perciò trovo questa legge profondamente ingiusta e contro la libertà.
Ecco perché.

Non è la prima, ma è l’obiezione discriminante (discriminare non è sempre una brutta parola): la libertà religiosa. L’articolo 2 del Concordato tra Repubblica Italiana e Chiesa Cattolica, che gode di protezione costituzionale ex art. 7 Cost., garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

La Chiesa basa sulla differenza maschio-femmina tutta la sua visione dell’uomo. quando la Genesi dice che Dio crea l’uomo a sua immagine, non dice che è dotato di ragione, o parola. Dice “maschio e femmina, a sua immagine”. Nella relazione tra uomo e donna è nascosto il segreto di Dio, la continua tensione, il rapporto di amore, la complementarietà figura della Trinità.
Ovviamente questo per noi credenti, che non vogliamo imporre la nostra visione a nessuno, ma non possiamo neppure essere impediti a esprimerla. La Chiesa davanti all’omosessualità non può che dire che non compie il disegno originario della relazione uomo-donna.

Nel 2018 io ho riportato sul mio blog un’affermazione del Papa, che aveva detto che “nel caso dell’omosessualità ci sono tante cose che si possono fare, anche con la psichiatria, finchè sono piccoli, dopo i venti anni no”, e sono stata segnalata all’Ordine dei Giornalisti. L’OdG ha risposto che non potevo essere sanzionata perché avevo solo riferito un’affermazione del Pontefice.

Io, però, come tutti i cattolici, pretendo di essere libera non solo di riferire ciò che dice il Papa in un’intervista, ma anche di pensare come lui.
La libertà religiosa è tutelata a livello costituzionale, ex art. 19 Cost., altrimenti si provoca un formidabile cortocircuito, perché per non discriminare altri la discriminata diventerei io, e proprio in base allo stesso articolo che qui si sta chiedendo di integrare, l’art 604 bis c.p., che vieta “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

Non odio né, tanto meno, ho paura delle persone che provano attrazione verso lo stesso sesso, non la considero una malattia ma un mistero che è spesso l’esito di una ferita (in questo senso, e non nel senso di malattia, l’accenno alla psichiatria come possibilità).
Penso che ci sia, come dicevo, un mistero inaccessibile al cuore di ognuno di noi – ciascuno ferito a suo modo – su cui nessuno è titolato a sindacare, ma pur rispettando questo ritengo che l’omosessualità non compia profondamente l’umanità di una persona, e proprio per amore di queste persone, per poter fare a quella persona la carità più grande, che è la verità, voglio essere libera di pensarlo, dirlo e scriverlo come ha fatto il Catechismo della Chiesa Cattolica:
«Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova.
Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione.
Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.»

Libertà di pensiero e di espressione: va garantita a tutti, anche a chi come me e la maggioranza degli italiani, inclusi i molti non cattolici, è convinto che si nasce uomo o donna, cosa che si stabilisce alla nascita, e che segna non solo la conformazione degli organi riproduttivi, ma tutto di noi, a livello fisico, intellettuale, spirituale.
Uomini e donne liberi di vivere la propria sessualità come desiderano, anche con persone dello stesso sesso, ma allo stesso modo di esprimere opinioni, nel rispetto della dignità della persona.
Mi preoccupa molto, di fronte a una grande vaghezza delle norme che si vorrebbero introdurre, la tutela della libertà di espressione. Il ddl Scalfarotto ha il merito di essere l’unico che porta un esempio concreto, citando il caso dell’esposizione di uno striscione offensivo come quelli degli stadi. Se è questa la materia di cui si dibatte, nessun problema per me e tutte le persone civili, se non che gli striscioni offensivi sono già sanzionabili, senza bisogno di una nuova legge.
Ma il reato di “omofobia” non è spiegato chiaramente, cosa che dovrebbe fare una legge. questa vaghezza è evidentemente voluta per lasciare ampi margini di discrezionalità, e avere un potere di intimidazione, e alfine culturale.

Per esempio, può l’affermazione che si è uomini o donne essere considerata violenta, o istigazione alla violenza?
Un caso fra tanti: il terzo collegio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio ha preso in esame, su segnalazione del signor Massimiliano Piagentini, l’articolo del collega Aldo Grandi che sulla Gazzetta di Lucca il 15 gennaio 2020 aveva scritto in merito a un fatto di cronaca “un transessuale brasiliano”, usando l’articolo maschile, e più sotto “l’identità si acquisisce alla nascita, si è maschi o femmine”.
L’Odg ha archiviato il ricorso, ritenendo che il collega non abbia violato le norme deontologiche, ma da giornalista mi chiedo e vi chiedo: se fossero in vigore le norme che state prendendo in esame, si potrà davvero essere denunciati solo perché si usa l’articolo maschile? O perché si afferma che l’identità è sessuata?
Cosa vuol dire omofobia (ammesso che si possa considerare reato una paura, sempre che esista)?
E se è tutelata la libertà delle persone di scegliere la propria appartenenza di genere – cioè se un uomo che si sente donna ha la libertà di cercare di diventarlo – allo stesso modo io non ho la libertà di percepirlo comunque come un uomo?
Può una legge entrare in una sfera privatissima, sacra e intoccabile come la percezione delle cose? Può essermi imposto per legge come percepire le persone? Possiamo imporre agli altri in uno stato democratico come ci devono percepire? (Nel caso io voglio essere percepita bellissima e giovanissima).

Ovviamente non ho nessuna ostilità neppure verso le persone che affrontano operazioni per cambiare sesso, come possono testimoniare quelle che conosco, nel mio quartiere, e anche coloro a cui mi è capitato di dare una mano (in questo periodo di covid e di attività ferme), perché di fronte al bisogno siamo tutti uguali.
Ma usare un pronome maschile o dire che si nasce maschio o femmina non può essere sanzionabile.
Dire che i figli hanno bisogno di un padre e una madre, e che l’utero in affitto è sfruttamento del corpo della donna, violenza sulla donna e sul bambino privato dei suoi genitori (anche quando etero), non può essere sanzionabile: lo afferma anche la filosofa francese Sylviaine Agacinski, femminista, di sinistra, laica, ricercatrice all’École des Hautes Études en Sciences Sociales, moglie dell’ex Primo Ministro socialista Lionel Jospin, nei suoi quattro ultimi libri.

Tra le tante parole spese nei ddl non ho letto le più utili e le più necessarie: cosa si intende per omofobia.
Non è ammissibile ritenere discriminatoria qualsiasi affermazione di differenze basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, quando, invece, il principio di uguaglianza presupporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali; e in modo ugualmente differente situazioni differenti.
E’ evidente che una coppia eterosessuale aperta alla vita è totalmente diversa da una coppia dello stesso sesso che non può concepire una nuova vita (a meno di non commettere il reato dell’utero in affitto, e di privare quello che anche agli animali è riconosciuto come diritto, cioè di essere allevati dalla mamma).

La differenza è enorme e non di dettaglio, è normale dire che siano diverse, non è offensivo. È semplicemente la realtà.
La sanno tutti, solo che con questa legge non si potrà più dire: norme così fumose servono precisamente a questo, non a proteggere dalla violenza, cosa sacrosanta ma già prevista dalla legge.
Servono a proibire alle persone di dire quello che vedono tutti (mi ricorda la fiaba di Andersen, ma ci sarà pur qui un bambino che avrà il coraggio di dire “il re è nudo”): dire che una coppia di due persone dello stesso sesso è diversa da una formata da uomo e donna non può offendere nessuno.

Se guardiamo ai paesi dove leggi simili sono in vigore, l’esito è spaventoso:
padri di famiglia in carcere per un’immagine sulla felpa (Francia),
vescovi incriminati per l’espressione delle verità professate,
dipendenti pubblici licenziati per un like (Spagna),
per non parlare dei paesi di common law (l’ostetrica sollevata dall’incarico per aver detto che solo le donne partoriscono, in Gran Bretagna, idem per l’eroe dei pompieri Usa, capo del corpo nazionale, perché sostenitore del matrimonio uomo donna).

Immagino che in concreto non verremo denunciati tutti, ma solo qualcuno a scopo dimostrativo, secondo il famoso insegnamento del Presidente Mao: colpirne uno per educarne cento.

Sapete bene cosa comporta una denuncia: costi enormi in termini di tempo, energie, soldi.
Nelle anticipazioni del ddl pubblicate da L’Espresso – non mi risultano smentite – è previsto che le vittime di reati di discriminazione abbiano accesso al gratuito patrocinio a carico dello Stato anche a prescindere dai limiti di reddito generalmente stabiliti, grazie a un fondo di 2 milioni di euro all’anno.
Avete presente per una famiglia con figli e che vive di stipendio cosa può rappresentare dover sostenere una causa, anche se si è innocenti? Perché lo Stato dovrebbe sostenere solo una parte, pregiudizialmente?
E certo, sapere di avere le spese pagate e un trattamento di favore come categoria protetta incoraggerà le querele: perché non provare? Perché io, giornalista, devo essere denunciata da avvocati pagati dallo Stato, e togliere risorse ai miei figli per difendermi, se non ho fatto niente?

Purtroppo, viste le azioni di monitoraggio degli articoli fatte dai militanti lgbt che definiscono sul loro sito gay.it “omotransfobia” anche solo usare un articolo del genere “sbagliato”, non credo alle rassicurazioni degli estensori di questo ddl: si tenterà di imporre una lingua, in linea con le organizzazioni sovranazionali che dichiarano che usare un genere piuttosto che un altro cancelli la dignità delle persone.
Ma dover parlare una lingua imposta cancella invece la mia dignità di persona che pensa autonomamente, di educatrice, di giornalista e di scrittrice.

Chi dovesse sostenere che una coppia dello stesso sesso non ha diritto al matrimonio o alla (omo)genitorialità, dunque, come potrà ritenersi al riparo da una denuncia?
La distinzione tra i concetti di propaganda di idee fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere (che rimarrebbe teoricamente non punibile), da una parte, e l’istigazione alla discriminazione (che diverrebbe punibile) è, dunque, del tutto effimera.
Infatti, alla luce delle nuove tendenze che si vanno diffondendo a proposito di hate speech, cavalcate proprio dalle comunità lgbt, qualunque manifestazione di pensiero che inviti a differenziare in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere viene tout court ricondotto a un discorso d’odio che si pretende porti con sé l’incitamento alla violenza.
Con ulteriore pericolosa erosione della preziosa concezione del reato come fatto offensivo tipico (in antitesi a concezioni del reato facenti capo all’atteggiamento interiore del soggetto e alle sue opinioni) contenuta nel nostro codice penale e nella nostra Costituzione. Insomma, il processo alle intenzioni.

Sono totalmente con Papa Francesco quando dice che il gender è un grande sbaglio della mente umana:
“Il riemergere di tendenze nazionalistiche (…) è pure l’esito dell’accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli.”
– Papa Francesco al Corpo Diplomatico (7 gennaio 2019,
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/january/documents/papa-francesco_20190107_corpo-diplomatico.html )

Dunque se il Parlamento istituirà il fondo per la difesa legale, voglio anche io un fondo per difendere chi è vittima di odio lgbt: insulti in rete a non finire, e poi ogni anno il Gay pride – ci sono i filmati – mi omaggia di un vaffa… corale di piazza (il fatto che l’ingiuria avvenga in presenza di più persone è anche un aggravante).
Perché io non posso avere una difesa pagata con fondi pubblici? Leggo che il testo del ddl Boldrini sottolinea che “le donne sono di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio on line”. Ma solo l’odio per le donne di una certa parte va punito? questo introduce il secondo tema: perché alcune persone dovrebbero ricevere una tutela maggiore di altre? Non è anticostituzionale?

Da madre di adolescenti vi invito infine a riflettere per esempio sul calvario dei ragazzini sovrappeso a scuola. O di quelli imbranati, fuori moda, magari con pochi mezzi economici. Perché le offese a loro dovrebbero essere colpite con minore attenzione di quelle basate sull’identità?
“La presente proposta di legge – dice il ddl Zan – si propone, dunque, di realizzare un quadro di maggiore tutela delle persone omosessuali e transessuali”.
Perché dovrebbero essere tutelate più di altre, quando già il nostro quadro normativo prevede tutte le tutele verso ogni persona (che poi non vengano applicate, come nel mio caso, è un altro discorso). Può la ragazzina sovrappeso che i compagni a scuola chiamano “cicciona de m…” ricevere minori tutele?

Credo che l’accettazione e il rispetto, l’attenzione e la tenerezza verso ogni persona non siano atteggiamenti che si impongono per legge, e neanche con l’indottrinamento – mi riferisco ai fondi stanziati dal ddl per la presenza nelle scuole. Nelle scuole dei miei figli si sono fatti corsi contro il bullismo, ma se vedeste quello che si legge in certe chat di classe capireste che non sono serviti a nulla.
L’educazione non è indottrinamento, è un lavoro di cura, paziente, che richiede la presenza dei genitori, l’ascolto, l’amore: solo chi è amato e accettato può amare. Il cuore dei ragazzi non cambia con la lezioncina sui diritti, che spesso in loro sortisce, anzi, la reazione contraria, e tanto meno con l’imposizione di una neolingua.
E’ la testimonianza di adulti credibili e disposti a spendersi per loro che educa i ragazzi: loro, soprattutto nell’adolescenza, non ascoltano le parole degli adulti. Loro guardano gli adulti.
E poi come sanno anche i muri, sui ragazzi hanno più influenza, che so i palchi televisivi ornati di arcobaleno, i talent show pieni di modelli sessualmente indefinibili, la riscrittura persino dei classici (anche Shakespeare a teatro riserva ormai l’ammiccamento a tematiche gay), le serie Netflix, Amazon e tutte le altre che ormai prevedono obbligatoriamente l’inserimento di almeno un personaggio con attrazione verso lo stesso sesso, anche quando non richiesto dalla trama. Sembra una sorta di “tassa” da pagare per poter essere ammessi nei grandi circuiti dell’intrattenimento.

quanto alle scuole, io sono contraria all’educazione sessuale perché tema valoriale (e per non togliere tempo alla didattica sempre più povera e meno esigente), ma se la si vuole imporre, in nome della libertà educativa tutelata dalla Costituzione si imponga anche la visione della sessualità che propone un rapporto esclusivo tra uomo e donna, aperto alla vita.
Perché solo l’educazione proposta da una parte e ideologicamente connotata deve essere finanziata dallo Stato?
Perché l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo – benché senza averne i fondamenti non si capisce metà della nostra letteratura e la maggior parte dell’arte e architettura – mentre la lezione sul gender deve essere obbligatoria, e pagata anche dalle mie tasse?
Usare le leggi e i soldi pubblici per operazioni culturali è scorretto e degno di uno stato totalitario.

Infine: discriminare secondo il dizionario Treccani significa “distinguere, separare, fare una differenza”.
Se io dico per esempio che non voglio che una persona omosessuale insegni educazione sessuale nella classe dei miei figli, sto facendo una differenza, esattamente come immagino farebbe una lesbica che non volesse che a fare educazione sessuale nella classe di suo figlio andasse una persona che pensa che il sesso ordinato è solo tra maschio e femmina, quindi che insegnasse a suo figlio che i rapporti sessuali della madre sono intrinsecamente disordinati.

Su temi valoriali discriminare, cioè distinguere, non solo non può essere reato, ma è un diritto intoccabile e sacro: giudicare – le azioni, non le persone – è ciò che dice come stiamo nel mondo, dove io – e quelli che la pensano come me – abbiamo lo stesso diritto di cittadinanza degli altri.

Concludo con la mia esperienza – è un po’ fuori tema ma non del tutto, comunque siete esentati dalla lettura.
Io ho sperimentato che non solo gli stereotipi di genere non esistono più, ma anzi al contrario mi ritengo vittima di stereotipi opposti a quelli della donna costretta a stare a casa soggetta al maschio.
Mi sono bevuta tutti i dettami della cultura femminista, crescendo negli anni ’80 con l’idea che dovevo prima pensare alla mia realizzazione professionale, poi al resto.
Presto sono diventata una giovane che aveva lasciato la sua città per la capitale, lavorava al tg nazionale, abitava da sola a Campo de’ Fiori, attraversava l’Oceano per andare a correre maratone a New York, usciva di notte.
quando ho avuto la fortuna di innamorarmi, sposarmi e dare alla luce un figlio tutto il mondo intorno mi diceva che ero un’incosciente, e che prima avrei dovuto consolidare una carriera. La prima cosa che mi chiese il medico fu: “vuoi tenerlo?”. Avevo 27 anni, non 15.

quando è nato nostro figlio, ho capito che non c’è un privilegio più grande al mondo, non c’è carriera che non impallidisca di fronte a un figlio dato alla vita.
Ho capito che anche quando facevo cose importanti al lavoro, usavo una parte infinitamente più piccola dell’intelligenza che serve nelle relazioni e nella gestione della vita.
Dirigere un tg è una cosa che passa, mettere al mondo una persona e amarla e cercare di accompagnarla è un’opera che resta per sempre.

Ho avuto quattro figli da precaria, mentre tutte le mie colleghe facevano carriera, perché oggi contrariamente a quanto si dice non sono discriminate le donne, sono discriminate le madri.
Non per addossare colpe alla mia azienda, che anzi ha avuto comprensione per le mie esigenze, ma per stigmatizzare i modelli lavorativi in generale, che non tengono conto del lavoro di cura, e prevedono solo uno stile di lavoro “maschile”, in cui la vita privata è tenuta fuori.
Le donne possono fare carriera, ma solo a patto di essere pronte a lasciare i propri figli molto a lungo.

Incontro – prima del covid e spero di riprendere – centinaia di donne ogni settimana, in giro per tutta l’Italia, da anni: sono ormai decine di migliaia. quando voglio essere certa di avere tutta la sala dalla mia parte, e di strappare infallibilmente un applauso dico: “noi non chiediamo che le madri possano lavorare di più, ma che le lavoratrici siano più libere di essere madri”.
Ovviamente non lo dico per l’applauso, ma perché questa è stata la mia faticosa storia personale, ed è quella di un numero incalcolabile di donne nel mondo, che non chiedono di essere sollevate dai figli, ma libere di essere madri presenti, se lo desiderano. Io conosco quasi solo donne che desiderano essere più presenti, e avere più figli di quelli che hanno (infatti abbiamo tassi demografici da estinzione).
Molte amiche e colleghe si sono accorte troppo tardi di essere state ingannate dai diktat della cosiddetta emancipazione, che può essere anche una schiavitù, perché la maggior parte delle donne non fa la dirigente d’azienda, l’avvocato, la politica o la giornalista, ma lavori meno riconosciuti e con scarsissima libertà di gestione, tale da rendere la cura degli affetti più cari un lavoro quasi eroico.
E la chiave non è essere sollevate dalla cura, che è la cosa che amiamo di più, ma aiutate a ottimizzare, meglio pagate, più libere. Il sogno delle donne non è avere i figli al nido otto ore al giorno per poter andare a fare le commesse, ma godersi il privilegio di tanti piccoli uomini o donne da far entrare nel mondo.
Credo – insieme alla totalità delle donne che incontro – che sia una violenza sulle donne imporre loro modelli di produzione e presenza sul lavoro maschili, e che la vera battaglia sia chiedere un modo di lavorare diverso.

Alle nostre figlie cerco di insegnare che quando sceglieranno cosa fare da grandi, tengano conto del fatto che il più grande potere che potranno raggiungere studiando sarà la libertà di scegliere il loro bilanciamento tra affetti e presenza nel mondo esterno (che non è necessariamente lavoro: ho amiche con dottorati e master che hanno scelto la famiglia senza alcuna frustrazione, certe anzi di avere un privilegio).
Credo infatti che la libertà sia davvero il più grande privilegio che si possa avere, e per me che sono cattolica è ovvio che la libertà di ciascun uomo è sacra e intoccabile persino per Dio.

Intenzioni di preghiera (Covid19)

La faccio breve, anche perché questo post – nient’altro che un listone – sarà lungo.
Il titolo dice già tutto: dato che di persone, situazioni, speranze per le quali pregare – anche limitandosi all’ambito del virus – ve ne sono innumerevoli, e che ogni giorno me ne vengono in mente di nuove; sia per ricordarmene sia per dare un input a chi volesse approfittarne vado ad elencarle qui. Per comodità mia inserisco anche delle intenzioni personali, che ritengo possano comunque farvi nascere associazioni mentali utili.

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Dunque, in ordine sparsissimo, una preghiera:

  • per chi è rimasto inchiodato a casa da solo ed, essendo anziano e magari con qualche malanno, è in difficoltà. Vale doppio per chi non ha figli / fratelli o li ha ma vivono distanti;
  • per chi al contrario con un genitore, figlio, altro familiare malato ci convive, e rischia di non reggere la fatica, la tensione, la difficoltà di farsi capire e farsi dare retta sui provvedimenti sanitari ed i comportamenti da tenere;
  • per tutti caregiver, familiari e non. Perché non mollino la presa e si sentano accolti da qualcuno, perché abbiano una valvola di sfogo, perché non cedano alla tentazione di sfogarsi sul malato a loro carico rischiando di infliggere una ferita irrimediabile.
    Per chi fra loro, e anche in generale, non ha retto ad una concomitanza di guai e ha mollato la presa, suicidandosi;
  • per i disabili e in particolare i malati cronici, gli immunodepressi. Perché vengano protetti e non vengano lasciati soli da uno Stato occupato a fronteggiare l’emergenza, perché non vengano ulteriormente ridotti i loro diritti con la scusa che le risorse non sono sufficienti;
  • per le assistenti sociali, e chi fa (ancora) volontariato;
  • per le donne abusate, che non hanno più neppure la scusa di una piccola spesa un po’ frequente per uscire di casa, e che in questo momento vedono moltiplicarsi le occasioni di irritare il proprio aguzzino. Per i loro figli e per tutte le situazioni di abuso che neppure immaginiamo;
  • per i senzatetto, che non possono scrivere da nessuna parte #restoacasa;
  • per i carcerati, che è giusto restino dove stanno ma potrebbero starci e sarebbe giusto ci stessero meglio.
    Per gli agenti penitenziari.
    Perché tutti abbiano dispositivi di protezione e un ascolto maggiore in questo momento.
    Perché gli evasi non ancora recuperati vengano recuperati. Perché a nessuno venga permesso di approfittare della situazione di merda per infilare un indulto, un’amnistia, o fetenzìe anti-autoritarie varie;
  • per gli immigrati assembrati senza possibilità di distanziamento sociale nei vari centri accoglienza;
  • per chi appartiene alle forze dell’ordine;
  • per i medici, gli infermieri, gli OSS ed ASA sul campo, perché possano lavorare in sicurezza, non cedere alla stanchezza, riuscire a garantire delle cure adeguate nei limiti del possibile e perché nessun altro di loro s’ammali. Perché agiscano con coscienza e non dimentichino che le circostanze terribili non li autorizzano a lavorare male;
  • per i dirigenti dei medici ecc. di cui sopra, le amministrazioni sanitarie tutte, perché sbroglino almeno un po’ il casino con qualche genialata che poi fare genialate è proprio competenza delle amministrazioni.
    Per il beneamato e bistrattato Sistema Sanitario Nazionale, perché regga, e smettano di metterglielo in culo e comincino piuttosto a fargli carezze.
    Per i farmacisti, per i ricercatori che stanno lavorando sulle genetica del virus ed alla preparazione di un vaccino;
  • per i contagiati, che siano in isolamento a casa propria o ricoverati, per chi sta in terapia intensiva / rianimazione, per chi si trova in agonia in questo momento, per i suoi familiari e chi l’assiste.
    Per i sanitari ed i dirigenti delle associazioni nazionali che si occupano delle condizioni di terminalità, perché sappiano distinguere la necessità di stabilire una priorità per la cura dalle molte spinte ideologiche che oggi vorrebbero svalutare la vita non autosufficiente o non autonoma: la terzà età, la vita intrauterina, le disabilità gravi, promuovendo codici etici e giurisprudenze favorevoli ad aborto, etutanasia, equiparazione dello stato vegetativo alla vita “vegetale” con annesso saccheggio degli organi;
  • per chi è ricoverato in rsa, rsd ecc., specialmente se non in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché non vede più i familiari;
  • per tutti i morti a causa del virus e per i loro cari rimasti;
  • per i sacerdoti, che sappiano scegliere con chiarezza cosa fare, comunicare con efficacia ai fedeli senza lasciarsi trascinare dall’opinione pubblica e senza esternazioni personali gratuite, e sappiano soprattutto insistere nell’impetrare la protezione divina;
  • per le mamme, le nonne e le zie, perché sappiano restare salde e trasmettere a figli e nipoti serenità, oltre che senso di responsabilità;
  • per i vicini di casa, anche quelli meschini (io non riesco a desiderare davvero che stiano bene, ma chiedo che non debbano soffrire per la perdita o la malattia di un loro caro);
  • per i politici chiamati ad occuparsi del casino, perché limitino i danni del virus e non ne aggiungano di propri, o almeno non troppi.
    Per gli amministratori locali, compreso quella faina del mio sindaco.
    Per i sindacati, che spero di sbagliarmi ma ho l’impressione stiano montando proteste che davvero non ci aiutano;
  • per chi è rimasto, volente o nolente, al lavoro. Perché gli venga fornita adeguata protezione.
    Per chi invece è stato lasciato a casa, non solo fisicamente ma con l’interruzione probabile o sicura del contratto, o con la promessa di riprendere quando sarà possibile ma senza tutele, senza stipendio o cassa integrazione o null’altro; per chi al lavoro ci va ma era sfruttato prima ed è sfruttato tanto più adesso – per esempio i fattorini.
    Per i commessi di supermercato.
    Per i rivenditori di Amuchina, guanti, mascherine e respiratori, tra i quali i ferramenta, perché non approfittino della necessità di questi presidi per lucrarci;
  • per chi si occupa, pur con tutte le limitazioni del caso, di mandare avanti l’industria dell’intrattenimento. Non, evidentemente, i gestori di cinema e teatri, ma per esempio tutta la gente della televisione, che un po’ (poco) ci informa e un po’ (tanto) ci distrae, e ne abbiamo bisogno;
  • per i giornalisti (e i distributori che ci consegnano i quotidiani), gli autori, i conduttori e gli showman televisivi e radiofonici, perché facciano meno spettacolo, siano meno ripetitivi e ingessati, facciano vera informazione innanzitutto invitando esperti degni di tal nome e non avendo paura di comunicare alla gente in modo preciso e approfondito. Non c’è male, in momenti simili, peggiore del qualunquismo, del pressapochismo e della concezione di spettatori e pazienti e cittadini come di bambini idioti.
    Per noi blogger, perché possiamo continuare ad esserci d’aiuto a vicenda.

Professioni

La scelta di una professione può essere dettata da un preesistente carattere particolarmente adatto ad essa, ma anche viceversa può modellare la persona che la intraprende sui propri canoni consolidati.
Al di là di tutti i discorsi profondi e più o meno seri che potremmo fare in merito, vorrei solo appuntare un pensiero fatto stamane, in seguito ad una telefonata.
Assumendo che, in una certa misura, ogni professione porta chi la esercita a “recitare” un po’ una parte, ad interpretare un ruolo che va oltre quanto ci si prefigge e assume tratti imprevedibili e mai del tutto controllabili, io trovo che in questa specifica commedia dell’arte tali siano le parti:

il medico fa il presuntuoso
l’infermiere/a fa la servetta
l’assistente sociale fa la mamma
l’educatrice fa la suocera petulante

Noterete che l’unica figura elencata come eminentemente maschile è quella del medico, mentre le altre sono in prevalenza o soltanto identificate come femminili; nonostante sia chiaro che nessuna di esse è ormai delegata ad un unico sesso.
Non è certamente un caso, ma nemmeno ho voluto precisarlo per parlare di differenze di genere. E’ secondario. Io, soprattutto, trovo che più medici, infermieri/e, assistenti sociali ed educatrici conosco, più confermo queste associazioni mentali e di ruolo.

Sono un mito .9: Beata te!

Beata te!… quante volte vi è capitato di sentirvelo dire da chi di voi non sa nulla, e proprio in una contingenza in cui beate non siete affatto?
Io penso naturalmente alla malattia, che è il mio cruccio più importante, ma il discorso vale per chi non lavora e si pensa viva nel dolce ozio, per chi non avendo figli qualcuno presume disponga di tempo denaro e risorse illimitati, per chiunque goda di un dubbio privilegio…
… una delle mie scene “memorabili” ha visto protagoniste me ed una vicina impicciona e petulante. La conversazione non la ricordo, mentre ricordo distintamente che, al termine, lei mi disse:

Hai buontempo, tu!

Per un bresciano, avere buontempo (ìgò bütép, che non è assiro-babilonese ma appunto dialetto bresciano) significa aver tempo da perdere in sciocchezze, essere allegramente con la testa tra le nuvole, non aver pensieri e, insomma, viversela comoda.
Cioè, siccome non lavoravo (perché, sai com’è, mi era un po’ difficile trovare impiego da caregiver a sua volta limitata dalla malattia) e in quel momento tornavo dal mercato, senza fretta, godendomi la giornata soleggiata; allora ero una persona fortunata (dipende), servita e riverita (falso) che campa sulla pensione di mammà (verissimo), e se la spassa alla faccia di quelli che faticano e si dan da fare (falsissimo).
Ecco, io a questi che la loro fatica ed il loro darsi da fare li elevano a medaglia d’onore, a motivo di santificazione, ad eroismo; un riconoscimento in effetti lo darei: un bel calcio nei denti, ecco cosa gli darei.

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Per esempio, la scorsa settimana – sotto al post dei film visti in gennaio – mi sono ritrovata un commento in sospeso (il primo commento di ogni nuovo visitatore va in moderazione).
Una robina simpatica, ma tanto simpatica che ho pensato di dedicarle un post apposito: questo. Precisazione: per quel che ne so, l’ignoto lettore potrebbe anche essere stato in buona fede, aver prodotto una frase infelice senza però rendersi conto dell’effetto che fa uno che esordisca in tal modo su di me (ma pure su chiunque, direi). Perciò, se l’interessato è ancora all’ascolto, e riconoscerà di aver fatto un involontario passo falso, me lo scriva, e ripartiamo da zero. Se lo “uso” qui è per sputtanare un atteggiamento, non una persona – della quale oscuro i dati, ad eccezione dell’alias che è pubblico.
Anche se una parte del commento lascerebbe pensare che in una certa misura conosca la mia situazione, almeno quella non-lavorativa… giudicate voi:

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Ho meditato di approvarlo e rispondere. Poi di scrivere una riga alla mail privata, chiedendo se l’intento fosse innocente o meno. Nel frattempo, come sempre faccio, ho screenshottato e salvato, ‘ché nella vita internettiana è sempre bene archiviare le prove.
Ma ora trovo che la miglior risposta fosse incidentalmente contenuta nel mio ultimo post della serie Childfree:

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Ecco: semplicemente, pensateci meglio, prima di digitare e anche prima di inviare quanto avete digitato. Magari non c’è cattiveria e non c’è stupidità, solo avventatezza. Però evitate.
E no, non vale la scusa “non sapevo che fossi disoccupata cronica / malata cronica / sfigata cronica”: non serve sapere un accidente, è il banale buonsenso che suggerisce di non buttar lì frasi con leggerezza: non è la leggerezza dei prodotti light, è superficialità.
Forse non lo immaginate, neppure, ma è offensiva.
Non temete: si può guarire.
Provate a pensare a qualcosa che non vi riesce di ottenere o mantenere, che “tutte le persone normali fanno”, e sulla quale i vostri parenti / amici / colleghi / animali di casa fanno dell’ironia gratuita, o commenti ingenui e cretini. Prendete l’esempio, e non imitatelo. Come nei programmi tv survival: non imitate a casa. Grazie.

Se vi trovate davanti uno/a che non lavora e non ha famiglia, prima di dire che non ha problemi, non ha pensieri ed ha invece tutte le comodità, chiedetevi come faccia a (soprav)vivere.
Non è mica facile, sapete? E’ come fare giocoleria con dei piatti di ceramica, anziché con palline di gomma. Prima di riuscire a stupire il pubblico, tanto prodigo di complimenti, s’è fatta una strage.

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Illustrazione di Stephan Schmitz

Nelle puntate precedenti:
Sono un mito .0: La medicina narrativa
Sono un mito .1: Please meet mitochondria
Sono un mito .2: t-RNA-leu-A3243G
Sono un mito .3: Dep 2 Death
Sono un mito .4: Un epistolario
Sono un mito .5: Come bambini
Sono un mito .6: Libera
Sono un mito .7: Attrice in erba
> Sono un mito .8: Lo stato dell’arte

Sono un mito .8: Lo stato dell’arte

Diverse settimane orsono avevo anticipato che avrei precisato meglio, di tutto il “menù” di segni e sintomi tipici della sindrome MELAS, quali effettivamente mi hanno colpito.
Ora che la visita di aggravamento è andata, mentre attendo il responso, mi pare un buon momento per farlo.
Vedrò di essere abbastanza concisa, ma prima di tutto voglio ribadire ancora una volta che, se per la commissione (per ragioni anche pratiche di inquadramento nelle tabelle ministeriali) le problematiche psichiatriche hanno maggior rilevanza, personalmente le ritengo importanti ma comunque secondarie.

Mito

Ho un lungo passato di depressione.
Sono, più o meno da sempre ed ancora oggi, ossessivo-compulsiva (ossessione per la simmetria, rituali di ripetizione, fobia di contaminazione).
Ho una familiarità per la schizofrenia, ma non ho mai manifestato altro che brevi crisi psicotiche in situazioni di forte stress – questo è l’aspetto che mi fa più paura, ma che concretamente mi tange meno.
Tutti questi fattori hanno il loro peso, tuttavia non hanno una correlazione diretta con la sindrome.

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Che provoca, invece, un progressivo decadimento cognitivo.
Se il decadimento in sé ancora non mi ha toccato (e spero lo faccia il più tardi ed il più lentamente possibile), d’altra parte un problema esiste: perché la mia effervescenza intellettuale si accompagna ad una certa lentezza, l’essere in certo senso brillante non mi evita la confusione che mi prende davanti a compiti, istruzioni, attività mediamente complesse ed articolate (dal cucinare al predisporre un itinerario), non mi aiuta ad essere flessibile (lo sono poco, per me cambiare in corsa è molto difficile e stressante), non mi toglie la necessità di seguire ritmi e percorsi spesso differenti da quelli di chi mi sta intorno – ho bisogno di strutturare il lavoro, e non parlo solo di quello retribuito, in maniera da seguire un binario sicuro e non sentirmi affogare in un mare di stimoli che non riesco a gestire tutti insieme, ed a far combaciare.
Capisco quindi chi, abituato a sentirmi disquisire sui massimi sistemi e su faccende più prosaiche con un certo piglio, non si capacita che io ritenga di avere difficoltà nelle funzioni esecutive. Nemmeno i test specifici che a suo tempo la neuropsicologa mi ha somministrato su mia richiesta hanno dimostrato nulla, anche se ricordo con affetto e sollievo che lei stessa ha condiviso una certa perplessità sulla finezza di tali strumenti.
Capisco, ma intanto il “troppo” per me continua ad avere una bassa soglia, e ci vuol poco perché le richieste di un datore di lavoro, ma anche della stessa vita quotidiana – che pure porto avanti – si rivelino eccessive.
Citando la mamma di Ariel (che lo scrive da un’ottica diversa, che comunque pure conosco, cioè quella di una caregiver familiare), non riesco a prendere decisioni: se fossi ricca, assumerei qualcuno che mi sgravi dal peso di decidere cosa indossare o preparare per cena. [grassetto mio]

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Il relativo fenotipo non prevede caratteristiche evidenti: la bassa statura, certo, ma è un tratto indistinguibile poiché diffuso entro la popolazione normale.
Dal punto di vista organico, finora mi è andata piuttosto bene: niente diabete (ancora).
Niente epilessia (ce n’è traccia nel lobo temporale dall’EEG, ma a parte i frequenti deja-vu e un singolo episodio di iper-riconoscimento dei volti, che son vicende affascinanti e tutt’altro che problematiche, null’altro, né penso che mai mi capiterà).
L’ipoacusia, ossia il sentirci poco o non capire a tratti – che inevitabilmente diventeranno un non sentirci per niente – è presente da quasi dieci anni, da otto un acufene fisso ma non fastidioso all’orecchio sinistro, solo saltuariamente e per pochi secondi al destro.
Il mio ultimo fraintendimento? Su Real Time davano Primo appuntamento, ed un tizio che alle elementari era stato bullizzato perché aveva una forma, seppur lieve, di Tourette chiede alla ragazza che sta incontrando:
_ Conosci la sindrome di Tourette?
Io, avendo ascoltato tutta la conversazione, ho poi ricostruito la frase, ma inizialmente avevo capito questo:
_ Conosci Dominic Toretto?
E’ la parte divertente della sordità. La mente riempie i vuoti, come sappiamo, con quello che già ci è familiare… ehm!

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Ma proseguiamo… ipoacusia, dunque, poi mialgie (dolori muscolari), mioclonie (spasmi muscolari, anche fascicolari), crampi, rigidità muscolare in alcuni distretti, parestesie (formicolii, intorpidimenti, bruciori) – tutto ciò riguarda gambe e braccia.
Sono tanti? Sono pochi? Non lo so, non conosco molta altra gente con queste menate.
Mi impediscono di camminare o usare le braccia? No, decisamente no, ma sfibrano (metaforicamente e letteralmente, portando all’ipotonia ed all’atrofia).
Poi ci sono le difficoltà di coordinazione tra parti diverse del corpo mosse in contemporanea (per esempio se giro la testa mentre cammino), non gravi ma che rappresentano un’ulteriore complicazione, l’andatura incerta, a tratti traballante, a tratti irrigidita (combinazione fatale: spesso sbando, e mentre accade me ne rendo conto ma invece di accompagnare il corpo e cercare di bilanciare divento una scopa di legno e aggravo la situazione). Tutti gli spigoli sono miei. Inciampo nei miei stessi piedi. A volte picchio dentro gli scalini, altre alzo troppo il piede e do una pestata come se prendessi la rincorsa (ma senza volerlo).
Sono caduta poche volte, ma è capitato.
La più clamorosa è stata a gambe e busto fermi, dritti, mentre muovevo (non così ampiamente) le braccia per rilanciare una pallina di carta ad un’amica con la quale stavo giochicchiando a pallavolo. Sono andata giù di lato come un sacco di patate – piano, per fortuna. E per fortuna, soprattutto, non ero sull’orlo del marciapiede, come quell’altra volta che in centro città ho voltato la testa e appena un poco il busto per guardare un cane, e stavo volando in terra dall’altro lato. Ho urlato per lo spavento, ma è stata una frazione di secondo ed S. non ci ha fatto caso: infatti mi ha chiesto se avevo paura del cane…!
Che altro? Ah, sì: la parte più importante, e più scomoda.

stanchezza

Io faccio fatica.
Io mi stanco.
Lasciate che ve lo ripeta:
Mi stanco molto, spesso, subito.
Faccio fatica a far tutto, a sollevare una scatola, a camminare a lungo, a divertirmi.

Io – faccio – fatica – anche a fare cose normali.
Sono sempre stanca: mi alzo stanca, vivo stanca, quando faccio cose, anche senza sforzo fisico, ovviamente poi sono ancora più stanca. Molto stanca. Sfiancata. Distrutta. Spossata. Stremata.

Si chiama miastenia (a livello muscolare), più globalmente astenia, ossia mancanza di energia. Patologica, costante, cronica.
E’ come essere un’auto col motore a posto, gli pneumatici gonfi e l’olio rabboccato, ma senza benzina. Per ora, non ho trovato una metafora migliore di questa.
Ed è il problema più grave, più reale, più decisivo; l’astenia, ossia fatica e stanchezza.
Due cose poco o per nulla visibili, comprensibili, additate come fantasie o segnali di ipocondria, o peggio e più spesso considerate scuse patetiche per fannulloni e scansafatiche.
Su questo ci torniamo, perché è il centro di tutto e perché ho tradito l’intenzione iniziale d’esser concisa. Ma va bene così.


Nelle puntate precedenti:
Sono un mito .0: La medicina narrativa
Sono un mito .1: Please meet mitochondria
Sono un mito .2: t-RNA-leu-A3243G
> Sono un mito .3: Dep 2 Death
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> Sono un mito .5: Come bambini
> Sono un mito .6: Libera
> Sono un mito .7: Attrice in erba

Poi dice: non si trova lavoro.

Rispondo ad un annuncio chiedendo informazioni, per capire più precisamente il ruolo ricercato e scoprire il monte ore, che per me è un dato fondamentale. Potrebbe starci. La sede amministrativa, oltretutto, è nel mio stesso paese.
Non ho saputo ciò che mi serviva, ma almeno ho saputo che lavorare con quest’agenzia non è la miglior cosa che mi possa capitare… il lavoro mancherà, ma se pure quelli che funzionano si adoperano per allontanare la gente, siamo a posto.

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film / serie tv (gennaio 2020)

[∞ Serie Tv]

What we do in the shadows

Controllo i programmi della (seconda) serata, vedo che comincia una nuova serie a soggetto vampiresco che non sembra nemmeno essere troppo leccata e pretenziosa (forse quest’idea me la dà il fatto che è incentrata su un nucleo “familiare” e non sui destini dell’universo mondo), così decido di assaggiarla.
Non ho particolari aspettative, solo una moderata curiosità, ma ne vengo conquistata subito: scopro che è una commedia, una commedia divertente, che prende in giro la seriosità con cui noi umani fissati coi non-morti ci accostiamo al tema; e per giunta è composta da episodi molto brevi – li trovate qui su RaiPlay, e vi consiglio di precipitarvi prima che li levino. Ma li stanno trasmettendo anche su Fox.
Per dire, nella prima puntata un paio di giocatori di ruolo dal vivo vengono invitati a casa dei vampiri dal loro famiglio, allo scopo di essere succhiati a loro insaputa (un po’ come con JustEat, ma col fattorino privato).
Nella seconda, il gruppo si presenta al consiglio comunale di Staten Island per ben due volte per promuovere la mozione “arrendetevi al nostro potere e consegnatevi al dominio vampirico”.
A mezzanotte passata ero piegata sul divano a grugnire come un maiale, che è ciò che mi succede quando rido forte forte.

(Ancora) Supernatural XIII

Ollà, e finalmente Lucifero s’è tolto dai coglioni! Peccato che adesso c’è in giro l’arcangelo Michele in versione cattiva, ma “vestito” col corpo di Dean, che vuole distruggere everything (lo sapevamo fin dai titoli che andava a finire così: perché il mondo può anche essere annichilito, e senza che Chuck-Dio muova un fottuto dito, ma se Sammy è in pericolo stai sicuro che Dean abbandona tutti al loro misero destino e corre a salvarlo, anche se non serve perché lui sta lì a giocare alla morra cinese con Jack, figlio di Lucifero, per stabilire chi ha più diritto di sacrificarsi per l’altro).
Se non ci avete capito nulla, tranquilli, è perfettamente (super)naturale.
Però, vi state perdendo qualcosa di hey-hey!

Sto anche dando un’occhiata, ma già annoiata, a Babylon Berlin, e rivedendo su La7 ogni giorno Perception –  di sole tre stagioni, ma che mi piaceva.


[∞ Film]

Ore 15:17 Attacco al treno – Clint Eastwood

Bello. La scelta di far recitare i tre ragazzi stessi, protagonisti dello sventato attacco terroristico sulla linea Amsterdam > Parigi del 2015, ha pagato. Ne esce un ritratto pulito, elogiativo ma non appesantito da retorica – avrei giusto evitato di concludere la storia con premiazioni e discorsi, magari aggiungendo una scena o due al termine, e di aggiungere il filmato della parata nella città d’origine. Non hanno nulla che non vada in sé, ma finiscono per ingessare l’insieme.
L’intervento sul treno è marginale, in termini di minutaggio, rispetto alla narrazione della vita e dell’amicizia fra Alek, Spencer ed Anthony, ma questo non guasta poiché il focus è palesemente proprio sul rapporto creatosi fra i tre, senza il quale l’intenzione di fare qualcosa e l’esito dell’azione stessa non sarebbe, secondo me, mai stato lo stesso.

Land of mine – Martin Zandvliet

E’ la storia di un gruppo di soldati-ragazzini tedeschi, che al termine della seconda guerra mondiale, trovandosi in Danimarca, vengono costretti dall’esercito locale a sminare chilometri di spiagge sulle quali i loro compatrioti hanno disseminato – appunto – gli ordigni esplosivi.
Da non perdere (io l’ho visto su Rai4, quindi forse su RaiPlay è disponibile). La durezza di un paese incancrenito contro la Germania, che non fa distinguo nel suo odio, e la tenerezza, la preoccupazione verso quelli che in fin dei conti sono propri simili, esseri umani, per di più meri strumenti sacrificabili di guerra, si dividono lo schermo e le scene con fluidità e chiarezza perfette. Non c’è analisi psicologica spinta, ma piuttosto l’esposizione nuda dell’animo.

Batman – Tim Burton

Finalmente ho il quadro completo dei Joker cinematografici “moderni”. Semplicemente, Nicholson è un grande. Detta questa ovvia cosa, tuttavia, scopro di ammirarlo per l’eleganza ma di preferire, nel complesso, il clown di Ledger.
A proposito del film, ho visto questo primo capitolo burtoniano solo successivamente al secondo, ma non ha rappresentato un problema: anche in questo caso, me lo sono goduto ma sorprendentemente ho trovato ancora più ben fatto proprio quello con Pinguino e Catwoman.

L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Ho còlto l’occasione del passaggio su Rete4 e me lo sono visto, finalmente: il libro l’ho letto ormai anni fa e nemmeno ricordavo del tutto la trama, ma l’accoppiata Nesbo / Fassbender era imperdibile. E devo dire che mi ha convinta, ce l’ho visto proprio bene nel ruolo – anche se io, per qualche meccanismo strano, tendo a identificare abbastanza spesso i protagonisti di certi libri gialli con la fisionomia dei loro creatori: per me, Harry Bosch ha la faccia di Michael Connelly (ed ecco perché non sono mai riuscita a fare pace con quel pur bell’uomo che lo interpreta nella serie tv omonima), mentre Harry Hole ha la faccia di Nesbo, appunto, il quale per altro gli ha attribuito alcuni suoi tratti, in primis l’amore per il punk-rock. La Gainsbourg, invece, non mi torna per niente nel ruolo di Rakel, che per me è la sintesi dell’eleganza appena appena algida (quanto basta per evitare approcci inopinati) ma luminosa. La Rakel del film è sempre “troppo”: troppo piccolo-borghese, troppo banale anche nelle espressioni di forza.
Tutto questo pistolotto è realmente comprensibile solo a chi conosca, per aver letto più di un singolo libro fosse pure quello da cui Alfredson ha tratto il film, quell’ubriacone di Harry Hole. Ma, in fondo, non è un male: perché di fatto anche il film può essere agevolmente seguito solo da chi conosca i romanzi a lui dedicati: trame, personaggi, abitudini e riferimenti… va preso così (astenersi principianti), ma così com’è, appunto, funziona bene. Temevo un pasticcio caricaturale, invece è un buon prodotto, che ricrea le atmosfere originarie.

(I love you Phillip Morris) – John Ficarra & Glenn Requa

Ne ho scritto in questo post. Merita.

Una doppia verità – Courtney Hunt

Un filmetto nella media, con alla base un’idea buona ma non eccellente né nuovissima.
Da un prodotto che mi era stato magnificato tanto, mi aspettavo decisamente di più.
Buona soprattutto la prova della Zellwegger.

Reinas, Il matrimonio che mancava – Manuel Gomez Pereira

Ho realizzato solo guardando la custodia e l’immagine di copertina che il titolo si legge “reìnas”, ossia “regine”. Dettagli, epifanie.
La cerimonia per i primi matrimoni gay in Spagna ed i relativi festeggiamenti sono il filo conduttore della pellicola, che li prende un po’ come pretesto per raccontare, molto ispanicamente, delle vie traverse (che a volte vanno di traverso, ma poi esplodono sempre in caramelle e cioccolatini come una pignatta) dell’amore.
Stravolgimenti e sconvolgimenti familiari, e tanto più godibili proprio per questo, sono al servizio di una buona, ironicamente raffinata sceneggiatura.
I miei preferiti? Nuria e Jacinto! La scheda di MyMovies.

You’re next – Adam Wingard

Sono d’accordo con la recensione su MyMovies, ma in realtà per quanto mi riguarda ‘sto film è ancora peggio di così: è proprio una stronzata. Un “home invasion” infantile e vuoto come un palloncino sgonfio.
L’idea della riunione di famiglia che comincia bene e poi scoperchia dissidi e conflitti, che si riversano dalla conversazione all’azione violenta, non è nuova ma è sempre ben accetta: è uno degli schemi narrativi che preferisco. Ma per funzionare deve avere della ciccia addosso, non risolvere tutto in cinque minuti attraverso litigi senza senso né reali motivazioni, per poi giocare oziosamente con lo svelamento del colpevole che ha pianificato la strage.
La conclusione, infine, è tanto obbligata quanto inutile.
Evitare, evitare, evitare. A meno che non abbiate bisogno di un sottofondo televisivo di urletti mentre lavate i piatti.

Danko – Walter Hill

Filmone della mia infanzia ❤
Con questo entra anche nel mio blogghettino quel Walter Hill che gentaccia come Lucius e Cassidy conoscono assai bene.
Non c’è molto da dire, se non: (ri)vedetevelo. Ambientato durante la guerra fredda, secondo me non risente per nulla degli anni che porta; Schwarzy (il negro nero) e Belushi compiono il loro (s)porco lavoro senza strafare, e la sceneggiatura, zeppa di godibile ironia, spacca.

Caffè – Cristiano Bortone

Tipico cinema da “incrocio di destini”, con famiglie, coppie e individui più o meno allo sbando (lavorativo ed esistenziale) che determinano e subiscono a vicenda un intervento dannoso: chi viene derubato, chi perde il lavoro, chi un lavoro di livello ce l’ha ed è combattuto tra compierlo onestamente mettendo a rischio tutto oppure mettere piuttosto a rischio gli altri, e chi è… beh, semplicemente un cazzone, ma comunque con le sue grane anche lui: padre stronzo, (ex) fidanzata incarognita che gli smolla il bambino, incapacità di darsi un obiettivo.
Sviluppi di trama piuttosto prevedibili, ma che non vanno a banalizzare l’insieme.
La storia si divide tra Italia, Belgio e Cina.
Da segnalare tra gli interpreti Dario Aita, Miriam Dalmazio e soprattutto Hichem Yacoubi nel ruolo di Hamed.
A proposito di caffé, mi corre l’obbligo di consigliarlo a giomag, che di Kopi Luwak se n’intende (ma anche di birra). 😉 Io resto fedele al mio orzo in tazza piccola…
E’ un onesto, buon film, la cui esistenza ignoravo finché non ho trovato il dvd in regalo alla mia associazione di “volontariato coatto”. Se al mondo ci fosse giustizia, rappresenterebbe un esempio della media dei prodotti cinematografici italiani; ma così non è, e ci arrangiamo a commedie insulse e fatue pellicole d’autore, con un cinepattone nel mezzo (scusate la causticità, sono appena rientrata e il freddo mi incattivisce).
La scheda di MyMovies.

Custodes Bestiae – Lorenzo Bianchini

Cinema indipendente italiano. E horror. Basterebbe questo per volergli gettare uno sguardo. Ma, per essere esatti, non sarei nemmeno arrivata a conoscerlo se non bazzicassi con devozione quell’antro oscuro e meraviglioso che è il blog di Lucia: nella fattispecie, Custodes Bestiae compare nella sua decina degli horror più significativi del 2004.
Ha la grana grossa tipica dei budget bassi, ma è proprio grazie ad essa che emerge meglio il valore della regia (e della sceneggiatura, sempre di Bianchini). Se pure la resa visiva e – soprattutto – audio è frenata da limiti oggettivi, è evidente quanto ogni elemento sia curato: e già questo cancella il rischio della mediocrità.
La storia si dipana abbastanza lenta (chi mi conosce sa che questo per me è un pregio) e per suggestioni, spaventosa sicuramente a livello razionale ma, per quanto mi riguarda, non troppo a livello intimo. Al di là del ritmo che può scoraggiare chi ami o sia abituato alla rapidità dell’action o anche di molto horror contemporaneo, merita la visione per due motivi:
– senza apparire meschino, trasmette un forte senso di familiarità, rappresentando non una realtà emblematica ma la nostra realtà, così come potremmo coglierla aprendo la porta di casa (oppure rintanandoci in camera o nel nostro studio);
– in particolare, raffigura scorci di realtà non filtrata del Friuli: quello di Bianchini è un cinema regionale, non quello dai tratti asfittici ma un condensato di identità locale, della quale il dialetto (sottotitolato) non è che l’aspetto più prevedibile, eppure non il più immediato.
Dopo i krampus della Val di Fassa de In fondo al bosco di Lodovichi, ho assaggiato una diversa ed altrettanto inquietante “diavoleria” locale, tra Comeglians, Osoppo, Aquileia… per un approfondimento, visitate la pagina dedicata su quinlan. Sullo stesso sito trovate anche un’intervista al regista.

Across the river (Oltre il guado) – Lorenzo Bianchini

Dieci anni dopo, Bianchini ha avuto a disposizione più mezzi, ed il risultato si vede: la fotografia è buona, ed il suono è curato ed armonizzato (cioè: non ti tocca alzare ed abbassare il volume ad ogni scena).
C’è chi pensa che la trama sia addirittura assente: in apparenza è così (non facciamo altro che seguire le non eclatanti mosse di un etologo che studia sul campo i movimenti degli animali di un bosco), ma esser più precisi, io trovo che sia non del tutto assente, ma piuttosto minima e centellinata. Ben centellinata.
Non bastasse, abbiamo sulla scena un unico personaggio – al quale giusto due o tre volte, per pochi minuti, si alternano una coppia di anziani del luogo – e prevalgono nettamente i toni grigio-blu rispetto al colore pieno, la pioggia ed il buio notturno rispetto alla luce.
Pochissime le battute pronunciate. Il silenzio (della parola) è quasi totale, ma per tutta la durata della “pellicola” regna quel silenzio da luogo naturale profondo, e da luogo abbandonato, carico di micro-suoni (e di presagi).
Un aspetto che può non essere gradito a tutti, e non da tutti sopportabile; eppure, nonostante la “lentezza” dello sviluppo, la tensione è palpabilissima.
Insomma: un ottimo lavoro, da cinque stelle.


I film non commentati:
Maciste nella valle dei Re – Carlo Campogalliani
Assassinio sul palcoscenico – George Pollock
Assassinio al galoppatoio – George Pollock
L’amore è eterno finché dura – Carlo Verdone
Chi m’ha visto – Alessandro Pondi
My son, my son, what have ye done – Werner Herzog
Il caso Freddie Heineken – Tomas Alfredson
Smokin’ Aces – Joe Carnahan

Lavoro .4: The pleasures and sorrows, Alain de Botton

De Botton non ha scritto un saggio sul lavoro, ha compiuto un’escursione affascinata in alcuni dei suoi territori attuali più caratteristici. A cominciare da quelle navi di trasporto merci che già Saviano aveva messo al centro della riflessione incipit di Gomorra.
Vi lascio qualche estratto per farvi capire il tono delle sue digressioni.
Devo dire che ho scoperto un autore che temevo, in quanto filosofo, di trovare ostico e cerebrale, invece è godibilissimo – come un Bryson, per dire, ma nei suoi propri territori.

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Uomini che guardano le navi

[…] gli uomini che osservano le navi sono quantomeno adeguatamente vigili riguardo ad alcuni degli aspetti più sconvolgenti del nostro tempo.
[…] provano piacere nel sentire la propria piccolezza o ignoranza a confronto della costosa intelligenza della mente collettiva moderna.
[…] Hanno la stessa concentrazione di una bambina che si blocca nel mezzo di una strada affollata, mentre i passanti deviano per evitarla, chinandosi a esaminare meticolosamente un pezzo di gomma da masticare spiaccicato sul selciato o il sistema di chiusura della tasca del proprio cappottino.
[…] Apprezzano la funzione dell’operatore di gru al terminal per container, perché offre un’ottima visuale sulle navi e sui moli, proprio come un bambino aspira a guidare un treno perché attratto dal sibilo seducente delle porte idrauliche tra gli scompartimenti, o sogna di gestire un ufficio postale per la soddisfazione di applicare i bolli di posta aerea su buste rigonfie.

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Prodotti da forno

Il problema non è decidere se produrre biscotti sia un’attività dotata di significato o no, ma capire in che misura possa ancora sembrare tale dopo che è stata sottoposta a un continuo processo di ampliamento e frazionamento tra cinquemila vite e una mezza dozzina di stabilimenti.
Un’attività dotata di significato riesce ad essere percepita come tale solo quando procede veloce nelle mani di un numero limitato di agenti in modo che i singoli lavoratori riescano a collegare nella propria mente le azioni compiute nel corso della giornata lavorativa al loro impatto sugli altri.
[…] non possiamo fare a meno di notare che c’è qualcosa che non va in una professione che si chiama “Coordinatore della supervisione del brand, Biscotti dolci”.

Career Concept

Consulenza di carriera

Mi resi conto che, al di là di qualsiasi interpretazione ipercerebrale applicata al nostro modo di funzionare, conserviamo comunque dei bisogni vergognosamente semplici, tra i quali una prodigiosa e continua fame di amore e sostegno.

[…] un riflesso di quanto poco, alla fin fine, i terapeuti comprendano della natura umana.
Una certa fame di risposte da parte dei potenziali clienti induceva molti di loro a promettere troppo, al modo degli insegnati di scrittura creativa che, per avidità o buoni sentimenti, danno a intendere a tutti i loro studenti che un giorno potrebbero produrre letteratura di valore, invece di ammettere francamente la verità oscura e inquietante, un vero tabù per le società democratiche, che il grande scrittore, come il lavoratore soddisfatto, resta un evento anomalo e sporadico, immune ai metodi di produzione industriale quanto i tartufi.

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Dipingere

[…] gli artigiani trasformano una parte del mondo con le loro mani, e possono vedere il lavoro come un’emanazione del proprio essere, fare un passo indietro alla fine della giornata o della vita, indicare un oggetto – che sia un tela squadrata, una sedia o una brocca – ed eleggerlo a stabile ricettacolo delle proprie abilità, sceglierlo come resoconto accurato degli anni vissuti e quindi sentirsi racchiusi in un unico luogo, invece che dispersi in progetti evaporati da molto tempo in un nulla che nessuno può più vedere o sentire.

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Contabilità

[…] Nulla qui si è mosso mentre, sulle rive del Tamigi, il contabile aveva una riunione con l’IT o mentre si sforzava di mantenere la calma parlando con un sottoposto. Non nota l’asciugamano che ha buttato di fretta sul divano dopo la doccia del mattino. […] La mente si è caricata al massimo per concentrarsi sulle interazioni professionali. Ora c’è solo il silenzio e il lampeggiare dell’orologio sfasato del microonde. Al contabile sembra di aver giocato ad un computer game che ha spietatamente messo alla prova i suoi riflessi solo per poi spegnersi all’improvviso. E’ agitato e inquieto e allo stesso tempo esaurito e fragile. Non ha la forza di dedicarsi a nulla di impegnativo.
Ovviamente leggere è impossibile, perché un libro autentico richiederebbe non solo tempo, ma anche uno spazio emotivo libero al cui interno lasciare emergere e dipanare libere associazioni e ansie.

Altri settori esplorati:
Logistica, Scienza spaziale, Ingegneria elettrica, Imprenditoria, Aviazione

Nelle puntate precedenti:
> Lavoro .1: Ufficio di scollocamento, Perotti – Ermani
> Lavoro .2: Lavorare gratis, lavorare tutti – Domenico de Masi
> Lavoro .3: La chiave a stella, Primo Levi

Lavoro .3: La chiave a stella, Primo Levi

Il lavoro e la sua qualità, le ragioni dell’austerità, il conflitto politico e morale tra società dei garantiti e società degli emarginati, i motivi del lavoro e i motivi del rifiuto e dell’assenteismo in un mondo capitalistico sono temi centrali della discussione sulla crisi.
Leggo queste prime righe di una delle due postfazioni al romanzo di Levi, rimango interdetta e vado a controllare quando sia stata scritta, pensando si tratti di un’aggiunta recente ad una riedizione: macché. Tali attualissime parole – quante volte capita! – le scrisse Stajano in questo suo articolo per Il Messaggero dell’11 dicembre… 1978.
Perché stupirsene… dal boom economico in avanti non c’è stata che un’unica, continua deriva. Non che prima il lavoro fosse una cosa priva di imperfezioni e di brutture. Ma, per cominciare, era lavoro e non aria fritta, concretissimo e non un’astrazione, pure quando intellettuale. La chiave a stella sta appunto ad esemplificare e fare da emblema del raccordo stretto e diretto tra lavoro e prodotto, tra lavoro e lavoratore, tra mezzi di produzione e oggetti / concetti finiti. Levi stesso spiega, e racconta al co-protagonista (Liber)Tino Faussone – che già mi sta simpatico perché il padre ha dovuto giocare coi nomi per poterlo far battezzare, sennò nisba – come da chimico abbia deciso di fare il salto e dedicarsi unicamente alla letturatura, ma senza “spezzare i legami” tra le due (spero che l’autore sia fiero di me, che nella mia pochezza cerco metafore ad hoc in suo onore…).
Uso spesso affermare che, (non solo) lavorativamente parlando, sono nata nel secolo sbagliato. Nell’800 avrei avuto un sacco di grane e sarei stata considerata una buona a nulla, ma con buona pace del Collocamento Mirato avrei facilmente trovato un posticino, con mansioni a prova d’imbecille, in qualche bottega o emporio cittadino. Avrebbero avuto pietà di me, mi avrebbero messo a pelar patate con tutta la lentezza che mi pareva, e ivi sarei rimasta a pelare sino a che non mi fossero cascate le braccia, e non avessi raggranellato onestamente quei due tolini atti a costituire ciò che oggi chiameremmo “pensione di anzianità”.

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Perché, ragazzi, una cosa bisogna dirla: sono lenta, sono inganfita, sono un po’ Danka (Nata Stanca) però, a me, il lavoro piace – infatti sto leggendo, adesso, il libro di De Botton proprio così tradotto: Lavorare piace.
A me, il lavoro, interessa.
Ma il lavoro dov’è? Non parlo di percentuali di occupazione, di impieghi vacanti. Parlo di rendersi utili, purché in modo personalmente sostenibile. Io sarei ben felice di passare le mie 3-4 ore quotidiane a rispondere a telefoni e citofoni, a pesare ed imbustare lettere, a fare caffé e fotocopie (sì, sì). Ma il lavoro dov’è?
Io senza lavoro, onestamente, mi sento realizzata lo stesso. Senza, voglio dire, un lavoro comunemente inteso: ufficiale, contrattualizzato, retribuito. Il lavoro viene prima di questo ed è primariamente altro: è impegno, dedizione, ragionevole fatica, sforzo, soddisfazione, creazione, reciprocità… non m’importa del lavoro retribuito, se non perché costituisce ancora la prima alternativa, anche per me, per sopravvivere.
M’importa di dare un senso a me stessa e alle cose, invece.
Lavorare “per vivere” dovrebbe poter essere una naturale, e funzionale, conseguenza di questo, un’estensione del piacere di mettere a frutto le proprie capacità e cognizioni, con lo scambio commerciale nel ruolo di necessario, ma marginale, tramite.
Il lavoro nobilita? Direi di sì, per non dire che “rende liberi”: che è diverso. Non so se avete notato come Levi ci gira intorno e fa ricorrere la tremenda frase-simbolo nella sua introduzione, adattandola alla modernità, al ribaltamento di valori, a nuove forme di sfruttamento in un senso e nell’altro:
Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero.
Che subiate la retorica e lo sfruttamento, o all’inverso l’abbandono e l’incuria, la domanda la pongo anche a voi:

ma il lavoro, dov’è?