Lavoro .3: La chiave a stella, Primo Levi

Il lavoro e la sua qualità, le ragioni dell’austerità, il conflitto politico e morale tra società dei garantiti e società degli emarginati, i motivi del lavoro e i motivi del rifiuto e dell’assenteismo in un mondo capitalistico sono temi centrali della discussione sulla crisi.
Leggo queste prime righe di una delle due postfazioni al romanzo di Levi, rimango interdetta e vado a controllare quando sia stata scritta, pensando si tratti di un’aggiunta recente ad una riedizione: macché. Tali attualissime parole – quante volte capita! – le scrisse Stajano in questo suo articolo per Il Messaggero dell’11 dicembre… 1978.
Perché stupirsene… dal boom economico in avanti non c’è stata che un’unica, continua deriva. Non che prima il lavoro fosse una cosa priva di imperfezioni e di brutture. Ma, per cominciare, era lavoro e non aria fritta, concretissimo e non un’astrazione, pure quando intellettuale. La chiave a stella sta appunto ad esemplificare e fare da emblema del raccordo stretto e diretto tra lavoro e prodotto, tra lavoro e lavoratore, tra mezzi di produzione e oggetti / concetti finiti. Levi stesso spiega, e racconta al co-protagonista (Liber)Tino Faussone – che già mi sta simpatico perché il padre ha dovuto giocare coi nomi per poterlo far battezzare, sennò nisba – come da chimico abbia deciso di fare il salto e dedicarsi unicamente alla letturatura, ma senza “spezzare i legami” tra le due (spero che l’autore sia fiero di me, che nella mia pochezza cerco metafore ad hoc in suo onore…).
Uso spesso affermare che, (non solo) lavorativamente parlando, sono nata nel secolo sbagliato. Nell’800 avrei avuto un sacco di grane e sarei stata considerata una buona a nulla, ma con buona pace del Collocamento Mirato avrei facilmente trovato un posticino, con mansioni a prova d’imbecille, in qualche bottega o emporio cittadino. Avrebbero avuto pietà di me, mi avrebbero messo a pelar patate con tutta la lentezza che mi pareva, e ivi sarei rimasta a pelare sino a che non mi fossero cascate le braccia, e non avessi raggranellato onestamente quei due tolini atti a costituire ciò che oggi chiameremmo “pensione di anzianità”.

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Perché, ragazzi, una cosa bisogna dirla: sono lenta, sono inganfita, sono un po’ Danka (Nata Stanca) però, a me, il lavoro piace – infatti sto leggendo, adesso, il libro di De Botton proprio così tradotto: Lavorare piace.
A me, il lavoro, interessa.
Ma il lavoro dov’è? Non parlo di percentuali di occupazione, di impieghi vacanti. Parlo di rendersi utili, purché in modo personalmente sostenibile. Io sarei ben felice di passare le mie 3-4 ore quotidiane a rispondere a telefoni e citofoni, a pesare ed imbustare lettere, a fare caffé e fotocopie (sì, sì). Ma il lavoro dov’è?
Io senza lavoro, onestamente, mi sento realizzata lo stesso. Senza, voglio dire, un lavoro comunemente inteso: ufficiale, contrattualizzato, retribuito. Il lavoro viene prima di questo ed è primariamente altro: è impegno, dedizione, ragionevole fatica, sforzo, soddisfazione, creazione, reciprocità… non m’importa del lavoro retribuito, se non perché costituisce ancora la prima alternativa, anche per me, per sopravvivere.
M’importa di dare un senso a me stessa e alle cose, invece.
Lavorare “per vivere” dovrebbe poter essere una naturale, e funzionale, conseguenza di questo, un’estensione del piacere di mettere a frutto le proprie capacità e cognizioni, con lo scambio commerciale nel ruolo di necessario, ma marginale, tramite.
Il lavoro nobilita? Direi di sì, per non dire che “rende liberi”: che è diverso. Non so se avete notato come Levi ci gira intorno e fa ricorrere la tremenda frase-simbolo nella sua introduzione, adattandola alla modernità, al ribaltamento di valori, a nuove forme di sfruttamento in un senso e nell’altro:
Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero.
Che subiate la retorica e lo sfruttamento, o all’inverso l’abbandono e l’incuria, la domanda la pongo anche a voi:

ma il lavoro, dov’è?

Lavoro .2: Lavorare gratis, lavorare tutti

Cosa succede se, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare?
Hannah Arendt

Cercherete di vendervi come schiavi ai vostri nemici, ma nessuno vorrà comprarvi.
Deuteronomio, 28,68

lavorare gratis lavorare tutti de masi

Nel 1831 il filantropo inglese Charles Knight aveva consigliato ai disoccupati di inventarsi una professione e mettersi in proprio, esattamente come fanno oggi i nostri ministri del Lavoro“.
Nonostante il titolo del saggio di De Masi suoni terribilmente commerciale, la proposta che avanza fin dalla copertina non può certo essere peggiore di quella di Knight: deprezzare il lavoro dipendente e spingere chiunque a combinare la qualunque – implicando, con questo, che chi non ha la vocazione imprenditoriale o libero professionale non è un uomo, ma una pianta d’appartamento.
Non trovate?
Io trovo. Anzi, vi assicuro che quel titolo motivazional-utopistico non rende ragione della serietà di pagine che, seppur divulgative, non rinunciano a nulla: dalla ricostruzione storica e ideologica (in economia), anche piuttosto estesa, ad un basilare inquadramento del come e perché lavorare meno (e persino gratis, in una prima fase) ci porterebbe a lavorare tutti, quanto basta. Insomma a risolvere il problema della disoccupazione, e non tamponandolo, ma promuovendo una nuova identità dell’idea stessa di lavoro.

Tra i tanti, De Masi (che ho conosciuto attraverso le ospitate a L’aria che tira su La7) cita Owen, socialista fondatore di una cooperativa tessile a New Lanark, Scozia (che ho visitato nel 2002 in viaggio-studio), notissima starlette dei libri di testo.
L’estrazione del sociologo appare chiara: nomina molti economisti e politici, ma sta dalla parte di Keynes, di Olivetti e, naturalmente, di Marx ed Engels – del quale per esempio riporta queste parole:
[A causa delle concorrenza liberale] “[…] l’operaio è di diritto e di fatto uno schiavo della classe abbiente, della borghesia; suo schiavo al punto che viene venduto come una merce, sale e scende di prezzo… rispetto alla schiavitù dell’antichità sembra libero perché  non viene venduto in una sola volta ma pezzo a pezzo, a giorni, a settimane, ad anni e perché non viene venduto da un proprietario all’altro, ma è egli stesso che deve vendersi a questo modo in quanto non è lo schiavo di un singolo ma dell’intera classe abbiente“.
Inutile specificare che, per me, dove c’è una critica al capitalismo c’è casa 😁
Compreso il neo-capitalismo targato Pd – sorry, Sandro, te tocca -: quel mostriciattolo che è solo l’ultimo dei truffatori travestiti da “gente di sinistra”, da Craxi in avanti. E voi tutti sapete bene chi è stato allevato da Craxi…
… ma torniamo a bomba nel passato e sentiamo un po’, stavolta, quel barbone di Marx.

Una terza categoria di disoccupazione è quella che Marx chiama stagnante, ossia quella massa che svolge lavori irregolari con orari impossibili e minime retribuzioni, come i lavoratori a domicilio e quelli impiegati in nero.
L’ultima categoria è quella del pauperismo inteso come “il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva”. Nel pauperismo Marx include, oltre al sottoproletariato vero e proprio (vagabondi, delinquenti e prostitute), anche persone che sarebbero in grado di lavorare ma non hanno trovato un impiego e non hanno altre fonti di sostentamento, anche orfani e figli di poveri, anche gente finita male, incanaglita e ormai incapace di lavorare, come i mutilati, i malati e le vedove.
A parte le risate che m’ha strappato quel gente finita male, incanaglita – umorismo involontario, ich denke -, nulla potrebbe interessarmi più della sorte di questa quarta categoria di disoccupati, della quale faccio ahimè parte. Non so quanto incanaglita, non poi molto, ma incapace di lavorare (in maniera “normale” e come richiesto dal mercato odierno), e persino in difficoltà con i lavori di ripiego, lo sono eccome.
Del resto, a breve farò richiesta di aggravamento, con la quale mi auguro di colmare quel divario di pochi punti che mi separa dalla pensione di invalidità standard – chi mi vuol bene, cominci pure ad accendere un cero o a bruciare incensi a Marte.
Impossibile non sogghignare pensando che la prima certificazione, oltre ad una grande conquista e soddisfazione, ha significato anche essere esclusa da praticamente ogni selezione al Collocamento Mirato – che dovrebbe aiutare ad inserire chi non regge un ambiente di lavoro tradizionale – perché… non sono in grado di reggere un ambiente di lavoro tradizionale. Embé.
(Dei caregivers non parliamo nemmeno: stanno un gradino più in basso dei procarioti).
Recupererò il mio sogno di bambina, e da “grande” (se mai un miracolo mi alzerà, su ali d’aquila, oltre il metro e 60) farò l’umarella davanti ai cantieri.


>> Nella puntata precedente:
Ufficio di scollocamento, Perotti – Ermani

Insomma, il libro prende piede lentamente, sulla scorta dei secoli, ma il suo fulcro sta, di fatto, nell’interpretare il probabile futuro delle nostre società ipersviluppate, anche e soprattutto sotto il profilo tecnologico.
E qui si passa da un terreno solido ad uno, quantomeno, soffice – ma non per questo, a mio avviso, inconsistente. Riporto qualche passaggio chiave:
Oggi le nuove tecnologie tendono a sostituire tutto ciò che non esige affettività, ideologia e creatività, per cui un ingegnere è più sostituibile con un computer di quanto lo siano un parroco o una badante.
[…]
Ma, a differenza di quanto avvenne ieri con le ferrovie che resero obsoleti i cavalli e i cocchieri ma impiegarono molti più lavoratori per costruire e gestire le strade ferrate, le stazioni, le locomotive, i vagoni e i viaggiatori, oggi i computer e i robot distruggono molto più lavoro di quanto ne creano.
E proprio qui sta il salto di civiltà che essi beneficamente ci consentirebbero liberandoci dal lavoro, se solo avessimo l’intelligenza di rimodulare la nostra vita centrandola sulla distribuzione [degli impieghi lavorativi disponibili] più che sulla produzione [di nuovi posti di lavoro], sul tempo libero più che sul tempo di lavoro.
[…]
Mentre nell’economia tradizionale, che si serviva di strumenti meccanici o elettromeccanici, ogni membro della popolazione attiva era allo stesso tempo produttore e consumatore e quando si doveva produrre di più si assumevano più lavoratori, ora buona parte dei produttori, cioè i computer, non consumano perché non sono umani e buona parte dei consumatori non produce perché è disoccupata.
[…]
Anche quando il lavoro evapora, resta comunque misura di tutte le cose. A chi lo perde, perdendo con il tempo anche la speranza di ritrovarlo, viene imputato di estraniarsi, di non integrarsi, di non reagire attivamente, di non inventarsi un lavoretto”.

Siamo così tornati al ragionamento iniziale (di questo post), a quell’accusa intollerabile che, molto più dello stato di disoccupazione in sé, è in grado di scatenare rivolte.
Non a caso sempre Keynes (che tra parentesi ha avuto una vita assai interessante), parlando dell’instabilità ciclica prodotta da un sistema lavorativo irrealistico quale il nostro, riferisce della disoccupazione come del maggior pericolo per una democrazia.
Ma qual è, grossomodo, la soluzione prospettata da De Masi (che, intendiamoci, non è certo un visionario solitario)?
Ve ne do innanzitutto una versione letteraria ed incisiva. La meta del futuro” dice Arthur C. Clarke “è la disoccupazione generalizzata, così potremo giocare“.
E così prosegue l’autore del saggio: “Perché lasciare al caso il passaggio dal lavoro all’ozio creativo, perché trasformare un itinerario verso la libertà in pedaggio paludoso […]?
Perché, in questo frattempo, pretendere dai disoccupati un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando questo gli viene negato?
Perché non trasformarli in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro per sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà?
[…]
Ma come è possibile dedicarsi all’ozio creativo senza morire di fame?
Per Aristotele e per i classici la risposta è semplice: ridurre al minimo il desiderio del superfluo e abituarsi a considerare come unici veri lussi la saggezza, la convivialità, la disponibilità di tempo, la bellezza e la cultura”.

E ancora:
Ma chi ha deciso che nel XXI° secolo il lavoro debba essere così snaturato, stuprato, frantumato fino a perdere ogni legame empatico e duraturo con il lavoratore?
[…]
Mentre la società greca e romana aveva appreso ad arricchire di significati gli scarsi oggetti a sua disposizione, la società industriale ha preferito arricchirsi di tecnologia per costruire sempre più oggetti sempre più svalutati nei loro significati qualitativi man mano che il consumismo ne pretendeva la moltiplicazione quantitativa.
[…]
Rispetto alla liberazione dalla schiavitù, che caratterizzò il Medioevo, e alla liberazione dalla fatica, che ha caratterizzato la società industriale, la liberazione dal lavoro caratterizzerà la società postindustriale.
[…]
La garanzia per tutti i cittadini di un reddito di sussistenza “sufficiente” assicurerebbe il passaggio da una società del pieno impiego a una società di piena attività” […]

La differenza la può fare la scuola, ma per gli scettici come me che campa cavallo è decisamente più sensato e proficuo immaginare di partire dall’altro polo del problema, cioè dai (non) lavoratori stessi:
In coerenza con le teorie della crescita infinita corteggiate dai neoliberisti e con il credo espiatorio del luteranesimo e del calvinismo, l’educazione familiare e quella scolastica restano indirizzate quasi esclusivamente alla preparazione del giovane al lavoro, alla carriera, alla competitività. Ovunque si invoca un rapporto esclusivo e onnivoro tra scuola e lavoro in cui il secondo fagocita la prima.
[…]
Poiché i disoccupati non hanno nulla da perdere tranne la disoccupazione, non resta loro altra scelta che scompaginare la situazione gettando sul mercato del lavoro tutta la propria massa lavorativa.
Se, per esempio, in Europa i 26 milioni di disoccupati, invece di starsene fermi, offrissero gratuitamente la loro opera a chiunque ne abbia bisogno, in poco tempo tutta la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria“.

2019-10-24 20.02.02
Chiedo scusa per il focus orrendo.

Lavoro .1: Ufficio di scollocamento, Perotti / Ermani

Ottimo come pamphlet, perché secco e gnecco, cioè senza fronzoli diretto e impietoso e terra terra, il libro di Simone Perotti (quello di Adesso basta!, quello che va in barca) e di Paolo Ermani (che invece va in montagna) come saggio non reggerebbe.
Non sto dicendo che un saggio sia più serio e rispettabile di un pamphlet, dico però che in quanto tale l’esortazione dei due autori a riconsiderare (senza forzature o idealismi, questo il suo maggior pregio) la struttura socio-economica in cui siamo tutti infilati volenti o nolenti, e che sta crollando, può funzionare e aver qualcosa da dire quasi soltanto a chi già sia della partita.

Parlando di persone che vogliono uscire dal “sistema”, si scrive: Chi ne ha davvero abbastanza non è solo arrabbiato, è anche arrabbiato, perché sono proprie dell’agire determinato la calma e la concentrazione, l’assiduità e la focalizzazione, e l’onestà verso se stessi. Tutte qualità che lasciano poco spazio all’urlo.
Chi ci sta provando lo sa bene, con buona pace degli Scettici e degli Odiatori Uniti.
Chi ci sta provando è una persona come tutte le altre, potenzialmente antipatica e con le proprie fissazioni, che tuttavia in genere non fa pesare sugli altri – com’è invece abitudine di chi sputa veleno per professione. Potete non seguire i nostri blog, sbuffare incrociandoli, ma se ci inseguite pur di commentare acidamente ogni nostra piccola scelta, forse così indifferenti e sereni nelle vostre vite prestampate non siete.

[…] il disagio e il bisogno di spezzare la catena, di fermarsi, di disoccuparsi dalla posizione esistenziale, sociale, economica e lavorativa nella quale siamo collocati in modo coatto e alienato, e che ora mostra anche i suoi esiti fallimentari.
Nonostante quanto detto sopra e nonostante io stessa aderisca all’imperativo di decostruire le modalità di sopravvivenza, in primis lavorative, di cui ci avvaliamo (senza tuttavia destrutturare, che è altra cosa: una struttura, magari differente ma solida, ci vuole per campare), nonostante questo l’idea di “scollocarmi”, di operare un downshifting in campo professionale, di disertare i colloqui con i selezionatori, inutili quanto malsani, e dedicarmi piuttosto a procurarmi direttamente del cibo saltando il maggior numero possibile di intermediari, mi ha sempre toccata in modo laterale.
Nel senso che quando ho compiuto determinate scelte non è stato in un’ottica consapevole di ripensamento dell’intero sistema-lavoro: mi sono sfilata, ad esempio, da un destino che prevedeva università + impiego come infermiera vita natural durante per sfinimento e terrore, ma ancora auspicando di trovare un altro lavoro simile, con una qualifica inferiore che già avevo, alle medesime condizioni (contratto, ferie, contributi, anzianità, trascinarsi avanti così e ancora e ancora…).
Oggi so che non mi sarà possibile perseguire la vecchia strada, ancorché con fatica – ne sono proprio esclusa. Scelgo perciò di scollocarmi, ma a posteriori, avendoci messo anni a comprenderlo.

trasferimento

Se lo scollocato non ha soldi si astiene dal consumare e non ne fa un dramma né si rivolge alle banche, agli strozzini o alle mafie. Riduce movimenti e bisogni, ma non è triste per questo. Semmai se ne compiace, esaltando la propria libertà.
Lo scollocato pensa che si possa fare molto di più con molto meno, che ci siano mille cose da autoprodurre, e che è molto divertente imparare a farlo.

Lo scollocato non si annoia. Cammina molto, riprende a stancarsi fisicamente, e così facendo forse si scolloca anche dalle malattie di quest’epoca insana, evita il diabete e l’obesità, combatte con l’azione i trigliceridi e il colesterolo.
[…] Lo scollocato spera, ma lo fa perché ha fondati motivi di successo, perché pensa, progetta e agisce, perché sa di avere molte doti e le usa.
Lo scollocato un giorno si è detto: “Ma tutta questa fatica, tutta quest’ansia, non varrebbero una vita migliore?”. E allora si è alzato dalla sala d’aspetto dell’ennesimo colloquio di lavoro, ha oltrepassato la porta senza una parola, è uscito all’aperto. E ha ricominciato a vivere.

Joker, o della commedia (minima) della vita

Il presente è un post schizofrenico: compare, scompare, riappare, fa il cazzo che vuole; e soprattutto continua ad essere integrato con carinissime metastasi dalla sua autrice. Pare voglia continuare a morire e risorgere, ma solo fino a domani, giustamente, ‘ché domenica è il giorno migliore per tornare e restare. Per tutti, anche per gli anarchici e i pazzi.

Ne approfitto per invitare ancora una volta i miei lettori – in particolare quelli nuovi: benvenuti! – a scoprire il buon Kasa, e linko nuovamente il suo post dedicato al film di Todd Phillips sul quale attualmente ci si sbrana e si versano litri di blablabla. O meglio, vi linko una micro-discussione interna ai commenti, per ribadire che ho trovato il Joker messo in scena equilibrato (!), ossia non perbenisticamente moderato, ma comunque nemmeno spinto quanto mi aspettavo: temevo anzi fosse più angosciante e di patirne.
Noto che più d’una persona l’ha trovato in questo senso “calcato” – come si suol dire: “ci marcia”. Io dissento, perché mi pare che abbia toccato parecchi punti vitali della questione malessere sociale / disagio psichico senza, tuttavia, approfondirli granché (e questo per la verità è il vero difetto che ci ho visto: dice tanto, ma racconta poco, mostra ma non scava, stereotipando persino un paio di elementi). Tocca insomma punti vitali senza esagerarli (vabbeh, morti ammazzati a parte, chiaro, ma nemmeno troppo… si spulci la cronaca italiana per convincersene), primo su tutti il fatto che la follia è conseguenza più che causa.

Mo’ vi spiego

Ma siccome, si sa, la credibilità ed autorevolezza d’una affermazione dipende anche molto da quanto il suo autore è vicino, se non addentro, all’ambiente di cui parla, vi lascio questo breve aneddoto:
un pomeriggio sono andata al consueto controllo di routine [storia lunga] con la mia psichiatra di riferimento (per ora: i servizi territoriali cambiano più medici di quanti piatti circolino sul nastro trasportatore di un all you can eat finto-giapponese).
Mi siedo, e noto nell’angolo una mia vicina (ovviamente, niente dati personali). Dopo dieci minuti, la sua progenie (niente nomi, e neppure il sesso, a scanso di indentificazioni) esce dal corridoio, la raggiunge e se vanno.
Entro, parlo con la doc, quindici minuti – sappiate che lo standard previsto per un paziente, quale che sia e in qualunque condizione sia, è di venti minuti a visita… -, e me ne torno verso il salottino d’attesa. Dove becco un’altra mia vicina di casa, anche lei con annessa progenie. Ci guardiamo, nominiamo la (prima) vicina ora assente, produciamo suoni convulsi dalla bocca come iene ridens e ci diciamo: “Manca solo N.N. [un altro nostro vicino in carico ai servizi!], e possiamo fare la riunione di condominio”. Storia vera.
Una modesta proposta: quest’anno, ad Halloween, niente film horror. Andate in coppia in esplorazione nei caseggiati popolari del vostro quartiere. Il brivido è assicurato 😉

Comunque, dicevo: credevo che avrei sofferto per eccesso d’empatia, e invece me la sono cavata – e già che ci sono aggiungo: ¡que fico tornare al cinema!!
Inoltre, credevo che avrei provato rimorso, e invece no: pur consapevole che in un “mondo sano” un malato dovrebbe ricevere quanto basta non dico a guarire (a volte manco si può), non dico ad essere salvato (pensate al vostro culo che al nostro ci pensiamo noi), ma almeno a non perdere se stesso completamente; ecco pur consapevole di questo so che il mondo reale non è un mondo sano, e nonostante non raggiunga la piena assenza di speranza di quello descritto da Phillips, non universalmente almeno, confesso che la rivalsa che Arthur si prende sulla metro (perché quello, anche se pittato e sconvolto, è ancora Arthur) non mi ha provocato un senso di “non doveva andare così”. Doveva invece, perché il mondo può essere migliore, mai però buono: e in un mondo cattivo fare cose cattive è un comportamento adeguato, nella sua devianza.
Arthur è un senza origine: se è vero che il film mira a fornire un passato al Joker, e questo passato è appunto rappresentato da Arthur, ebbene i contorni dell’esistenza di quest’ultimo si disgregano passo passo nell’arco della pellicola. Madre biologica, padre biologico, padre putativo e persino quel fantoccio di personalità che è il lavoro di un uomo vanno sfaldandosi, scomparendo, svelandosi un inganno.
Arthur-senza-origine è una vittima fino alla fine, non perché lo pestano e lo fregano ecc., ma perché nessuno lo ascolta: divenire Joker (notate che lo diventa non mettendosi il trucco che già aveva, ma togliendosi la parrucca), cosa che per altro ha potuto scegliere solo in parte, non gli garantisce nessuna rivincita sui soprusi o sulle ferite subìte. Persino  in piedi sull’auto, in una scena che non specifico oltre per chi ancora non l’ha visto, è finalmente libero ma ancora solo, persino maggiormente incompreso. E, perdonate la sconcezza che sto per dire ma è una sconcezza vera, nessuno gli vuole bene così com’è.
Basterebbe quello, giuro.

Emozioni provate

  • Com-passione (quella reale, cioè non il dispiacere per qualcosa che si osserva a distanza ma il dolore condiviso con chi soffre).
    Per fortuna non sono l’unica a pensare che con questo Joker sia impossibile non empatizzare. Cominciavo a preoccuparmi leggendo soltanto pareri tesi a dimostrare che questo non è un film “pericoloso”, che non suscita pietà per il mostro e che come tale lo vediamo, senza stare dalla sua parte. Ma chi siete, membri ad honorem del MOIGE? Vi insegue la DIGOS? Avete paura di stare dalla sua parte?
    E’ fatto così, è pazzo e incolpevole, insomma se preferite un Joker-puro-male in stile Micheal Myers basta dirlo, ma dovete cercarlo altrove. Statece! E se invece v’affascina il vero caos, non l’anarchismo di Ledger ma la tela di ragno originaria nel fumetto, sbranate e poi digerite lentamente questo magnifico articolo di Leonardo.
  • Disgusto (per Wayne, sì, pure il piccolo Bruce che a qualcun altro è parso “il solo spiraglio di luce” del film, a me è parso invece uno stronzetto chiappestrette in miniatura; per Franklin; per Randall; per i bastardelli ruba-cartelli, ecc.).
  • Desiderio (buon Dio. Ora scommetto che vi metto paura sul serio, ma in prima battuta mica avevo capito che certi momenti insieme ad un altro personaggio erano frutto di delirio. L’ho inteso solo dopo, grazie ad un’assenza rivelatrice, ma per me ci stava che succedesse. E non dite di farmi vedere da uno bravo: semmai ne troverò uno bravo, lo rapisco e lo rivendo su eBay…).
    A tal proposito, sarà che Phoenix è Phoenix anche se conciato male e non proprio ‘no sgorbio, sarà che come dicevo a Kasa adoro gli uomini magri, anche molto magri, e di fibra nervosa, e un po’ stortignaccoli (il tipo alla Adrien Brody insomma: il mio sogno proibito), o sarà soprattutto che per me – chi lo nega lo mozzico – Arthur-senza-origine è un uomo buono (eh, oh, l’ho già detto che sono in cura?), ma ho maledettamente, fottutamente invidiato la sua vicina di pianerottolo. Perché non posso averlo per me, uno così? Perché, perché, perché? (Si valutano candidati. Astenersi scopiazzature coi capelli tinti di verde).

Vi lascio con un simpatico audio, che potete liberamente utilizzare come segreteria telefonica: Segreteria per malati di mente 😄😄😄

 

Te Deum (Settembre 2019)

Al termine di questo mese voglio ringraziare il Signore per:

  • i cinque giorni di vacanza al mare, con tutto quel che c’è stato dentro, ed in particolare per l’ospitalità squisita di S. e D.;
  • l’avvocato, anzi gli avvocati, che mi hanno segnalato, e che fortunatamente garantiscono il gratuito patrocinio (oltre ad una buona competenza, come ho potuto appurare);
  • il lavoretto extra d’un paio di settimane che mi han proposto, per cui tirerò su qualche soldo… tanto per cambiare, e per campare!;
  • il libro di Safran Foer sul cambiamento climatico, prezioso;
  • ovviamente, l’autunno in sé, che mi ha portato un gran sollievo – e che fornirà a molti l’occasione di negare il succitato cambiamento climatico ed anzi lamentarsi del freddo;
  • i fichi!!!;
  • Supernatural, che è fichi-ssimo;
  • la Benedetta (Bianchi Porro).

Film .20: La legge del mercato, Stéphane Brizé

Comincio a sviluppare una certa dipendenza dal cinema francese… realista.
Per cominciare, non so se realista sia un aggettivo adatto, e se magari sto sfruttando un termine già codificato per altro (un po’ come se, da francese digiuna di cinema italiano, coniassi il termine “neorealismo” e lo usassi per quel che pare a me).
Non so se sia corretto, insomma, ma come definire altrimenti quel genere di narrazione didascalica che si prende il suo tempo, sino a rappresentare (quasi) sempre le vicende in un rapporto temporale di 1:1, ossia girando tre minuti interi di ripresa se una scena si svolge, nel concreto e nel reale, in tre minuti?
E allora toh, io lo chiamo realismo – ma se avete appunti da fare o informazioni migliori, vi prego, non risparmiatevi.

Un simile modo di procedere, che trovo alquanto rilassante oltreché interessante, mi sembra l’antitesi perfetta di quel sintagma a graffa di cui il cinema americano, specie in decenni passati, ha evidentemente abusato.
(Non spaventatevi. Il sintagma a graffa l’ho beccato in giro sul blog di Nick Shadow, prima mica lo conoscevo, e se volete capire cosa sia lo trovate qui.
Comunque, per intenderci, è quel momento in cui si riassume una parte della storia, magari del passato del protagonista, in una serie di frammenti superveloci e accompagnati da sola musica senza dialoghi, incollati insieme tipo “sto morendo e vedo passarmi davanti il film della mia vita”.
Tra un racconto normale e l’ellissi vera e propria, c’è questo, pare.
(Ogni errore di comprensione del concetto è imputabile solo a me, e durante la stesura di questo post nessun sintagma a graffa né a quadra né a tonda è stato maltrattato).

Ma veniamo a Brizé.
E’ il primo suo film che vedo, ma nell’approccio alla tematica del lavoro, e nella durezza della rappresentazione, è contiguo a Cantet (qui & qui).
Realista, dicevo, fino all’imbarazzo, quando la camera coglie momenti che non esitiamo ad associare ai nostri trascorsi più penosi (la canzoncina in coro, davvero terribile, per salutare la collega che va in pensione, il comizietto aziendale in cui uno scimunito pretende di farti sentire “in famiglia”, ecc.).
Dall’inizio (Thierry Tagordout, operaio in cassa integrazione, tenta inutilmente di cavare del buono dal Centro per l’Impiego, che lo spedisce persino a seguire un corso di formazione di quattro mesi rivelatosi poi inutile – quanto ci sarebbe da dire sul business della formazione senza sbocco, in Italia!), dall’inizio, insomma, fino alla nuova assunzione come vigilante in un supermercato; dal volto di Thierry non cade mai – salvo nelle serate trascorse coi familiari – l’espressione tirata del lavoratore che, anche quando ha in mano un contratto e nessuno recrimina, si sente fuori posto.
Perché Thierry, anche quando le cose sembrano per lui migliorare (compresa la concessione di un mutuo la cui analisi da parte dell’impiegata di banca è cruda e meschina, come forse lo sarà stata per lo spettatore), non si entusiasma mai di ciò che fa. Sa di averne bisogno, rilascia un sospiro di sollievo quando lo ottiene, ma non ha nulla della persona così spesso descritta nelle retoriche politiche che trova nella propria occupazione se stesso, o comunque una piena realizzazione.
Peggio: Thierry è a tutti gli effetti, e sotto tutti i punti di vista (particolarmente incisivi quelli dei suoi compagni di formazione, che analizzano e criticano piuttosto iperbolicamente, e con la soddisfazione del tecnico arido e tranchant, un suo colloquio di lavoro registrato), un perdente.

La retro-copertina del dvd prometteva un dilemma morale da sciogliere, una scelta che si sarebbe imposta a Thierry, nuovamente fornito di regolare lavoro, proprio sul più bello, col rischio di mettere tale posizione a rischio.
Ma nella conclusione non vi è alcun dilemma, per come ho letto le cose io.

SPOILER ALERT ON

Seppure portandone il carico, di fronte alla possibilità di ingraziarsi i datori di lavoro denunciando un (piccolo, innocuo) furto seguito attraverso le telecamere, non si sottrarrà.
Può avere un bel dire il suo capo, nella successiva riunione, che il suicidio dell’impiegata incriminata e poi licenziata potrebbe avere origine in un qualsiasi elemento della sua vita che loro neppure conoscono (lo sentite, il ribrezzo, quando propone come causa probabile la tossicodipendenza del figlio, lo sentite l’imbarazzo di un’esistenza strappata, poi squadernata senza rispetto e calpestata per garantirsi le mani pulite?).
Nessuno qui deve sentirsi in imbarazzo in alcun modo, dice; ma io mi ci sono sentita eccome – ed ero davanti ad uno schermo, sola nella stanza.

SPOILER ALERT OFF

Nella conclusione, c’è solo quel che c’è stato sempre anche prima: un uomo che deve far quadrare i conti e se ne occupa, in qualche modo riuscendoci; ma consapevole che ciò per cui lotta e ciò per cui tutti gli chiedono di prodigarsi non può più essere chiamato, in nessun caso, lavoro.

 

Libri .15: Una paga da fame, Barbara Ehrenreich

Abstract: Milioni di americani, e non solo, lavorano ogni giorno duramente e senza sosta in cambio di salari modestissimi. Nel 1998, l’autrice decide per un paio di anni di fare la loro stessa vita, per cercare di capire meglio che cosa c’è dietro le retoriche che invocano la fine dello stato sociale. Lascia la sua bella casa, rinuncia a utilizzare le sue carte di credito e lo status di intellettuale e giornalista. […]

Mentre pulisco un salotto dopo l’altro, mi chiedo se la signora sarà mai portata a riflettere sul fatto che ciascuno degli oggetti e oggettini attraverso i quali esprime la sua personalità unica e irripetibile, visto dall’altra parte, è soltanto un ostacolo in più tra un essere umano assetato ed un bicchiere d’acqua.

C’è della chiarissima ironia in questo brano del reportage della Ehrenreich, il cui sottotitolo recita: Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo, così come tutto il libro è percorso da un’indignazione cristallina, decisa ma non pesante, l’antitesi delle cantilene di un poseur politico.
C’è della politica, appunto, ma c’è soprattutto una capacità di osservare e di partecipare – per l’autrice il distacco giornalistico è una mera giustificazione per non farsi coinvolgere proprio là dove sarebbe più opportuno accettare di esserlo.

Si avverte qui tutto lo stacco tra chi non ha niente – e del resto non avrebbe neppure il tempo di godersi qualcosa che non sia una doccia al volo ed un letto – e chi ha in sovrabbondanza; ma non è soltanto l’abbondanza in sé ad essere presa di mira, lo è anche l’illusione che avere qualcosa significhi essere qualcuno.

Dunque il nostro è un mondo di dolore fisico, tenuto sotto controllo a furia di aspirine e analgesici, compensato dalle sigarette e, nel caso di un paio di noi, ma solo nel weekend, dall’alcool.
Si rendono conto, i clienti, della sofferenza che costa il dare alle loro case quell’aspetto da motel?
E se lo sapessero, ne rimarrebbero turbati, oppure si vanterebbero sadicamente di quello che i loro soldi possono comprare, dicendo per esempio ai loro ospiti: “Guardate i miei pavimenti: vengono lavati con le più pure lacrime umane?”.

Il peggio, per me, è che tutta questa sofferenza e questa schiavitù sono orchestrate (nel caso delle donne delle pulizie, ma la Ehrenreich si è “calata” – è davvero il caso di dirlo – anche nei panni di una cameriera e di una commessa, tutte con salario di 7 dollari l’ora o inferiore) in modo da garantire un risultato esteticamente soddisfacente, ma di fatto assai carente dal punto di vista igienico e di pulizia in senso proprio.

Non stupisce, è triste, il fatto che condizioni di lavoro aberranti e smantellamento del poco stato sociale americano fossero in pieno vigore già vent’anni fa. Nel corso delle esperienze fatte dall’autrice, non mancano gli esempi di “riforme” spacciate per vantaggiose alla manodopera e rivelatesi nel concreto piccole e costanti corrosioni delle già modeste condizioni economiche di partenza.
E in tutto questo, mi sono trovata immersa in un resoconto vitale e godibile – godibile specialmente dal mio divano, in un’Italia sempre più devastata ed americanizzata ma pur sempre Italia; va detto.
Un brivido corre lungo la schiena quando si legge (ricordo che siamo tra il 1998 ed il 2000) un’annotazione relativa alla scarsità di manodopera, quella che proprio oggi molti imprenditori italiani lamentano, per poi cavarsene fuori addossando la colpa al cosiddetto mismatch, ossia il mancato incontro tra studi fatti / competenze acquisite ed esigenze del mercato (sempre lui):

Secondo alcuni economisti, non esiste una vera “scarsità di manodopera”, bensì soltanto scarsità di persone disposte a lavorare per salari come quelli attualmente offerti.

Emblematica di quanto sia americano tutto questo – il lavoro brutalizzato ma anche la reazione allo stato delle cose – è la risposta data a Barbara da una collega di The Maids, alla domanda su cosa ne pensasse dei loro clienti, che vivono nel lusso mentre altre persone, come lei stessa, faticano a tirare avanti:

Non saprei, però, caspita, piacerebbe anche a me avere una casa come le loro, un giorno.
Per me è uno stimolo e non provo alcun risentimento, perché mi dà una meta da raggiungere.

Ecco, questa ambizione, questa invidia sociale in salsa naïf calvinista, mi colgono sempre di sorpresa nonostante le conosca: non fanno davvero parte del mio bagaglio.
Come non ne fa parte l’idea che, per accedere ad un posto di lavoro, si debba obbligatoriamente sottoporsi ad un test antidroga sulle urine e ad un test della personalità che, per quanto riadattato alle esigenze di assunzione di un’azienda, resta nella sostanza un’intrusione indebita nell’intimo del candidato (di sindacati non parliamone: sono la #GrandeBestemmia).

Mi aspetterei qualche mugugno, segni occasionali di ribellione; che so, scritte sarcastiche sui poster esortativi appesi negli spogliatoi, pernacchie soffocate durante le riunioni del personale. Invece, niente. 
Forse è questo il risultato dell’eliminazione dei possibili ribelli mediante l’esame tossicologico e i questionari di personalità: una forza lavoro uniformemente servile e denaturata […]
L’idea che un estraneo possa avere accesso a cose, come la tua insicurezza o la tua urina, che normalmente sono rese “pubbliche” [virgolette mie, N.d.A.] soltanto in un contesto medico o psicoterapeutico, è inquietante.

Ciò di cui non ci si rende conto, quando si accetta di vendere il proprio tempo un tanto all'ora, è che in realtà si sta vendendo la propria vita.

Ciò di cui non ci si rende conto, quando si accetta di vendere il proprio tempo un tanto all’ora, è che in realtà si sta vendendo la propria vita.

 

La Ehrenreich ha anche scritto la prefazione a Donna delle pulizie: lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre, il libro autobiografico di Stephanie Land che farò seguire a questo.
Pubblicato quest’anno da Astoria, fa un perfetto pendant:

Abstract: Un memoir su cosa significhi oggi vivere da poveri nel paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti.
Per una serie di scelte sbagliate Stephanie Land, diventata madre da poco e costretta a fuggire da un compagno violento, precipita in uno stato di povertà assoluta.
Mentre lavora duramente per tirare avanti, pulendo i gabinetti dei ricchi, destreggiandosi tra una serie di lavori domestici malpagati, lo studio e il complicatissimo mondo dell’assistenza governativa, Stephanie scrive.
E scrive le storie non dette degli americani sovraccarichi di lavoro e sottopagati. Delle esistenze faticose dei poveri. In una società priva di reti di protezione familiare, all’interno della quale essere poveri equivale a essere colpevoli.
Ma Stephanie è caparbia, e scrivere le permette di sopravvivere alla propria orribile esistenza, e di immaginare un futuro. E alla fine ce la fa: si laurea, viene accettata dall’Economic Hardship Reporting Project, istituto che aiuta a pubblicare giornalismo di qualità incentrato sulle diseguaglianze.
Memoir a lieto fine, non per questo “Donna delle pulizie” è meno potente.