Temperanza

Sono un’Ariete.
Testarda, fumantina ed intransigente; ma anche rigorosa dunque onesta, ed accogliente.
Così esageratamente accogliente che ci si può approfittare di me ed esaurire le mie riserve di diplomazia e serenità (che sono pure più vaste di quanto mi venga riconosciuto) senza neppure farci caso: solo che, quando sbuffo vapore dalle narici e comincio ad incurvarmi per caricare, quella non è un’avvisaglia della bufera.
E’ semplicemente già troppo tardi per chi mi ha messo alla prova.
Nemmeno il tempo di dire “ah!”, e si ritrova asfaltato.

Le ultime settimane, e quella che s’è chiusa domenica in particolare, sono state dure.
Prima ho avuto uno scazzo – fatto rarissimo sulle piattaforme di blogging, esclusa soltanto Libero forse – su una questione certo non di vita o di morte, ma per la quale sono stata rintuzzata, screditata ed infine accusata. Il peggio che mi si possa fare.
E no, dissento dall’idea comune per la quale chi perde le staffe passa dalla parte del torto. Torto e ragione sono di chi le detiene nel caso specifico, e non cambiano sponda giocando al bon-ton.
Comunque, poco male: qualche ora di bile, un vaffanculo da parte mia ed un testa-di-cazzo, indiretto ed in differita, da parte di quell’altro; pace e bene.

Poi mi è piovuta addosso una “bella” combo: nello stesso giorno, un ormai ex amico che dopo più di un anno di silenzio si intrufola sul blog e commenta come se fosse tutto normale, e si lamenta pure di quel che ci trova – roba che manco i vecchietti davanti ai cantieri; ed uno scapestrato arrogante che aspirava ad esser pontefice, ma è finito a pulire i cessi dei Musei Vaticani.
Così non si va avanti.
Io mi prendo dei giorni di malattia, ‘ché devo sciogliere e far defluire questo veleno dal cuore, prima che metta radici – il male ha radici molto robuste, levarle quando si son già accomodate è possibile ma è una faticaccia.
Ci sarò, ma interverrò con parsimonia.

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Ho sofferto rabbia ed ho sofferto dolore.
La pochezza degli esseri umani la conosco, è debilitante e disperante; ma io non sono comunque una misantropa.
Pensare no, poco ho pensato, ben poco ho rimuginato.
Ho riflettuto, e anche questo l’ho fatto in merito ad una sola cosa: la temperanza.
Moderazione, bilanciamento, unione armoniosa di opposti.
Virtù cardinale che porta equilibrio alle altre tre.
Alcuni mesi fa ho regalato ad un’amica i miei tarocchi Morgan-Greer, sono uno strumento che ho preferito allontanare. Ricordo però bene quale fosse l’arcano maggiore che preferivo: inevitabile.
Perché mi rappresenta.
Non giochi con le anfore che amministrano l’acqua chi non sa nuotare.

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La morte, oggi

[Fonte: Berlicche, qui]

L’allungarsi della vita, la mancanza di guerre e di epidemie, hanno voluto dire, per molti, il dimenticare che sia la morte.
Oggi non ce ne rendiamo conto, com’era.
Duecento anni fa ogni bambino aveva un fratello, una sorella, un parente della sua stessa età, un compagno di giochi che non ce la faceva. Si ammalava, moriva. Figli di poveri e figli di re. quanti orfani. quante vedove. quanti pochi anziani.
Un secolo dopo. Probabilmente conosciamo, abbiamo conosciuto persone che c’erano, cent’anni fa. Era appena terminata una guerra che aveva falcidiato la gioventù, e un’epidemia mortale come l’odierna, ma che trovava l’umanità molto più indifesa. Anche allora si sapeva cosa voleva dire morire.

I nostri vecchi conoscevano la morte; la rispettavano;  ci si poteva anche scherzare, ma erano quegli scherzi che si fanno a mezza bocca. Non si ironizza troppo su ciò che ti può venire a prendere domani. C’è poco da ridere.

Il domani in cui arriverà quel momento, in questa nostra era di sicurezze lievi e svago, è invece troppo remoto perché sia considerato seriamente. I lutti sono brevi e distanziati; attorno a noi ci sono mille cinture di sicurezza, mille maniglioni antipanico, mille airbag. Se qualcosa di imprevisto accade, non ti preoccupare: saranno loro a mantenerti al sicuro. quando non funzionano ci si indigna, si cerca il responsabile; la sicurezza innanzi tutto. Sono dispositivi obbligatori per regolamento: ci sono leggi che garantiscono che si possano uccidere i bambini prima che possano disturbare con la loro presenza, e leggi che ti autorizzano a darti la morte; ma non a rischiare, rischiare è proibito. Lasciare la vita è accettabile se lo desideri, ma non per caso.
quei dispositivi di protezione sono il guscio corazzato che abbiamo fabbricato per allontanare la morte; e qualcuno sussurra bisbigli di immortalità, che dicono che un giorno avremo corpi bionici e meccanici e non vedremo mai la tomba.

questa è la nostra società. Un eterno presente, in cui il nostro domani mortale è sfocato come un oggetto distante in una fotografia, in un primo piano.

Un giorno è arrivato l’imprevisto. Una città cinese chiusa, e noi ne ridevamo. Troppo lontano. L’avvicinarsi silenzioso, di soppiatto, della sterminatrice; e ancora ne ridevamo.
Poi ha cominciato a bussare; e le file di bare hanno improvvisamente risvegliato qualcosa, un ricordo sopito.
La morte esiste. Ed esiste ora.

Tanto eravamo arrivati a sottovalutarla, riuscire a dimenticarci di lei, che ne siamo stati tutti colti di sorpresa. Adesso ci devi fare i conti. Devi fare i conti con lei tutta intera. Vuol dire che non vedrai più una certa persona; e ti domandi, dov’è finita? Dove sono finiti tutti i suoi ricordi, i momenti che ha vissuto? Che fine ha fatto quell’intelligenza viva, quell’amore che aveva, ogni singolo istante?

Tu sai cos’è ora. Cellule che si decompongono in un contenitore zincato, liquidi che si asciugano a poco a poco, e creature che si cibano di quelle carni che avevi accarezzate; fino a diventare cenere, fino a diventare terra.
Di quante ossa non conosciamo più il nome. Di quanti soprammobili impolverati più non sappiamo dire chi li comprò e li mise sullo scaffale. quante fotografie stinte di sconosciuti. Cominciamo ad accorgercene.

Ti sembra impossibile. Com’è possibile che quell’energia vitale sia svanita dal mondo? Che quella persona sia ormai  nient’altro che ricordo che sbiadisce, fino a cancellarsi, fino a quando più nessuno si ricorderà di quelle fattezze amate?

E’ sembrato impossibile ad ogni uomo, in ogni tempo. E’ una domanda, è LA domanda.
Che io sia felice. Per sempre. Che non finisca qui. Che ci sia un oltre, un posto che non vediamo che ma che sentiamo ci debba essere, in cui la morte dell’oggi cessi, dove non esistano più quelle guerre, quelle malattie, quelle ingiustizie che sperimentiamo quotidianamente. Un’altra vita, una vita nuova, sotto un cielo differente e non più indifferente.

Un luogo dove ritrovare chi mi è stato caro, e dove loro ritrovino me. Un eterno ritorno. Una resurrezione. La resurrezione.

Dimenticare la morte ci ha fatto anche dimenticare la resurrezione. Ci ha fatto scordare anche le condizioni di quella resurrezione. Perché se sogniamo cieli nuovi,  una terra di giustizia, allora in essa non c’è posto per il male. Compreso il nostro. Compreso quello che abbiamo fatto, facciamo, faremo.
Fosse solo per noi, per raggiungere quella terra non sapremmo dove andare. Ci arriveremo solo andando dietro a un bene. Non sarà un nostro sforzo a farci abbandonare il male, ma seguendo quello che si può chiamare amore ci guarderemo alle spalle e ci accorgeremo che quel male  è rimasto indietro. Come qualcosa che non serve più, che non è mai servito.

Certo, può essere tutta un’illusione. Può darsi che ci attendano solo i vermi ed il silenzio.
Ma davvero non lo crediamo. Davvero non possiamo crederlo.
Se ci attende solo il nulla, cosa serve davvero abitare la scena di questo mondo?
La morte sarebbe davvero la sola regina. Ma lo sappiamo, lo sappiamo: non siamo fatti per la morte, ma per quell’amore, per la vita. Lo diciamo con ogni nostro istante, ogni nostro respiro.
Lo diciamo vivendo.

«Ti adoro mio Dio, e ti amo con tutto il ♡»

[Autore: Leonardo Lugaresi, fonte]

trasferimento

Mi è stato chiesto di spiegare brevemente perché considero così importante dire subito al mattino, come primo nostro atto da svegli, la preghiera che ci hanno insegnato da bambini. (Ora, grazie al potente richiamo della peste, anch’io lo faccio proprio subito, al primo riemergere della coscienza; prima mi succedeva spesso di ricordarmene solo dopo un po’, lavandomi i denti o prendendo il caffé …).

Credevo di averne già parlato qui, ma non sono riuscito a ritrovare il pezzo (se mai l’ho scritto), quindi lo dico (o lo ridico) ora nel modo più conciso possibile.

Ti adoro mio Dio. La prima parola non è amore, ma adorazione. Eppure Amore è la definizione stessa di Dio (1 Gv 4, 8): dunque la prima parola non dovrebbe essere quella? No, perché “Ti adoro” dice innanzitutto la verità sul rapporto tra me e Dio. Mette, per così dire, ciascuno al proprio posto. Prende atto dell’infinita distanza, che l’amore divino colma, ma non annulla. “Chi sei Tu, Signore, e chi sono io” (Francesco d’Assisi).
Senza il passo previo dell’adorazione, l’amore umano è esposto ad ogni equivoco, ad ogni riduzione, ad ogni “cattiva familiarità” di cui siamo capaci. Non a caso, infatti, è la parola più abusata del vocabolario. (I membri della comitiva dantesca sono già transitati dalle parti del canto V dell’Inferno e ne sanno abbastanza).
Sì, Dio si è fatto prossimo a noi, incarnandosi e morendo in croce per noi. Si è fatto letteralmente mettere le mani addosso da alcuni di noi, durante la sua passione. Ma questo non significa che noi siamo autorizzati a “mettergli le mani addosso”, cioè a trattarlo con quella sorta di “familiarità impudente” ignara di ogni reverenza, che oggi talvolta viene addirittura propagandata da una certa pastorale. “Chi sei Tu, e chi sono io”: per questo è necessario che la prima parola sia: «Ti adoro».

E ti amo con tutto il cuore. Ora può venire l’amore, senza il quale l’adorazione potrebbe trasformarsi in soggezione da schiavi. E l’amore può essere solo «con tutto il cuore». Totalità ed esclusività gli appartengono essenzialmente. Non si può dire (a nessuno, non solo a Dio): “ti amo ma solo un po’”; oppure “ti amo, ma solo fino a domani (o fino al 2050, che fa lo stesso)”; oppure “ti amo, ma come amo tanti altri”.
questa pretesa, insita nell’amore, rende però evidente che noi non siamo capaci di corrispondervi. Nonostante questo (anzi, proprio per questo) è importante affermarla, davanti a Dio. “Ti amo con tutto il cuore”, almeno per quanto riguarda me, è solo una dichiarazione d’intenti. Sicuramente la smentirò mille volte nel corso della giornata. quindi è vitale che la ripeta ogni mattina.

Ti ringrazio di avermi creato. Perché potevo benissimo non esserci, e invece ci sono. Non sono necessario, nel senso filosofico del termine (e il più delle volte neanche in quello comune). Ci sono perché mi hai voluto Tu. Grazie.
questo rendimento di grazie è già eucarestia, «culto spirituale» celebrato da ciascuno di noi (in forza del sacerdozio universale dei battezzati) quando ancora siamo nel letto, in pigiama.

Fatto cristiano. Perché non è per niente la stessa cosa essere cristiani o non esserlo.
Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, tutti sono sue creature (ad immagine e somiglianza di Lui), e tutti Lui ama, anche quelli che hanno solo la Pachamama o neppure quella … ma diventiamo suoi figli (di adozione) solo con il battesimo, grazie al quale siamo uniti al Figlio unigenito.
E, di nuovo, essere stati fatti cristiani è un puro dono che abbiamo ricevuto, dato che tutti noi – salvo rarissime eccezioni – lo siamo diventati a nostra insaputa perché altri ci hanno prima fatto battezzare e poi educati alla fede. Non è scontato: fossimo nati, che ne so, in Pakistan o in Cina, molto probabilmente non saremmo cristiani.
Ora, come si fa a non ringraziare tutte le mattine per una cosa così grande? (Io, per quanto mi riguarda, aggiungerei anche un piccolo ringraziamento marginale all’imperatore Costantino, che ne avrà fatte di cotte e di crude come tutti i potenti della terra, ma indirettamente ha concorso a far sì che io fossi battezzato).

E conservato in questa notte. questo l’ho già spiegato qualche giorno fa (qui: https://leonardolugaresi.wordpress.com/2020/02/28/noi-moderni-il-sonno-la-peste-e-linfluenza/) quindi non ci spendo molte parole. Il realismo cristiano dice: “potevo benissimo morire questa notte. Invece prendo atto che hai deciso di tenermi ancora in vita e ti ringrazio, perché alla vita ci tengo”.

Ti offro tutte le azioni della giornata: fa’ che siano secondo la tua santa volontà. Come Dante ci spiegherà benissimo, nel nostro rapporto spaventosamente asimmetrico con Dio una sola cosa noi abbiamo da offrigli, una sola cosa a cui Egli tiene perché è la sola che non può (per Sua scelta) avere se non gliela diamo noi: la nostra libertà, cioè la nostra libera corrispondenza al Suo amore per noi. La forma naturale di espressione dell’amore è l’offerta. Cosa possiamo dunque offrirgli? «Tutte le azioni della giornata».
qui vale la stessa cosa detta sopra per «tutto il mio cuore»: quasi certamente il proposito del mattino sarà dimenticato volte nel corso della giornata, ma non importa. Importa invece molto dichiarare il criterio che vogliamo adottare per l’intero nostro modo di stare al mondo. Si noti che non ci proponiamo di compiere azioni buone, efficaci, intelligenti, adeguate alle circostanze e ai bisogni eccetera eccetera, ma solo azioni «che siano secondo la tua volontà».
questo è il giudizio cristiano. qui è il fondamento del lavoro culturale, senza il quale il cristianesimo non ha dignità e non ha rilevanza nel mondo.

E per la maggiore tua gloriaOra diventa esplicito che tale cultura è “altra” rispetto a quella del mondo. qui si palesa la “differenza cristiana”, e anche il carattere essenzialmente “anti-moderno” della fede cristiana (che non vuol dire che essa non sia attuale, anzi!). Perché noi abbiamo una cosa da dire, che oggi nessuno vuol sentire (e che anche la chiesa, purtroppo, dice poco, a bassa voce e quasi vergognandosene), perché non suona affatto bene alle orecchie nostre e dei nostri contemporanei,  tutti infatuati  del culto dell’uomo: noi non siamo al mondo per noi stessi, ma per la gloria di Dio. A.M.D.G (Ad maiorem Dei gloriam) era il motto con cui i gesuiti entrarono nella modernità a combattere la loro battaglia … e se si guarda come sono finiti molti di loro c’è da immaliconirsi, ma questo in definitiva non conta: quel motto resta valido.
Il catechismo di san Pio X (che è quello che abbiamo imparato noi da bambini) alla domanda: “perché Dio ci ha creato?” rispondeva in questo modo, che oggi molti troverebbero raggelante: «Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra, in paradiso». Si dirà che noi dopo un secolo e più di progresso teologico  siamo in grado di spiegare la cosa molto meglio … però il concetto è giusto. E il “caso serio”, come direbbe Balthasar, rimane quello.

Preservami dal peccato e da ogni male. Si osservi l’ordine, che è gerarchico. La prima cosa da cui chiediamo di essere preservati è il peccato (non il coronavirus). La seconda è ogni male (compreso, e ora in primis, il coronavirus). Di nuovo è all’opera il giudizio cristiano, di nuovo pregando si fa cultura.

La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. qui la nostra preghierina del mattino sembra invece farsi minimalista, rispetto agli orizzonti globali a cui ci hanno assuefatto i media e anche tante cattedre, laiche o religiose. E i migranti? E le vittime delle guerre che anche adesso infuriano in varie e remote parti del mondo? E quelli che sono colpiti dalla carestia in terre lontante?
Come sembra angusta la dimensione di questa richiesta finale! D’accordo, forse è figlia di un mondo in cui non c’era quasi niente di “tele-”, e ciò che era reale per la gente era anche vicino. È giusto prendere atto che per noi non è più così. Tuttavia c’è in essa anche una dimensione di sano realismo che possiede una sua perenne validità.
La totalità, come anche sopra si accennava, a noi uomini è preclusa: possiamo attingervi solo vivendo con piena adesione il nostro particolare. C’è dunque un ordine, una proporzione, nei rapporti e nelle cose, di cui non dobbiamo vergognarci o colpevolizzarci.
Anche questo ci rammenta, con durezza, l’attuale pestilenza: ognuno di noi è preoccupato, innanzitutto, della propria salute, poi subito dopo di quella dei suoi cari, poi di quelli che conosce personalmente, poi di quelli che abitano nella sua città, poi dei suoi connazionali, poi degli altri … Aver messo in discussione, anche teoricamente, questa logica di prossimità e averla a volte demonizzata come se fosse frutto dell’egoismo è una delle responsabilità gravi di una deriva ideologica oggi corrente anche tra di noi,  che ha meno a che fare con l’amore cristiano e più con una filantropia “stoicheggiante”.

Nella nostra preghierina del mattino non ci facciamo carico di imprese eroiche, su scala planetaria: chiediamo semplicemente la grazia per noi e per i nostri cari. Ciascuno faccia altrettanto per sé e per i suoi: di grazia ce n’è per tutti.

 

Poca cosa

In questi giorni i telegiornali dicono (e si ripetono addosso) tante cose, alcune utilissime altre per niente. Lo sappiamo, ce lo stiamo dicendo anche noi a vicenda. Ciò che non viene mai abbastanza sottolineato, e non dico dai Tg ma – magari, per gradire – da Francesco che invece si diletta coi populismi, è che noi esseri umani siamo poca cosa.
Lo sanno bene Benedetta Bianchi Porro e Flannery O’ Connor, entrambe gravate da una seria malattia cronica e, ciononostante (o per meglio dire: attraverso di essa) capaci di illuminare la vita propria ed altrui. Ma senza arrivare a cotanta prova, possiamo intuirlo anche noi, sia che temiamo di più il coronavirus oppure il crollo dei mercati, sia che paventiamo il contagio della malattia o quello del razzismo – altro discorso collaterale, molto spinoso, più del virus stesso con tutte le sue protuberanze.

Il fatto è che abbiamo più o meno tutti dimenticato, come ha fulmineamente precisato la O’ Connor durante una lezione alla Georgetown, che

[…] il male non è semplicemente un problema da risolvere,
ma un mistero da sopportare.

Non è fatalismo, ma quieta consapevolezza. Tant’è vero che le Messe non sono state sospese – e del resto, si tratterebbe di puro buonsenso (prudenza: prima virtù cardinale), come racconta e spiega Lucyette. E come altresì specifica Sircliges nel suo commento: se la cosa è fatta come deve essere fatta, NON si smette di dire Messa, si smette di celebrarla in pubblico: i sacerdoti in canonica continuano a celebrare il Sacrificio e lo offrono per la Chiesa; la Messa è atto del popolo di Dio A PRESCINDERE dalla quantità di persone che vi assistono; una Messa col prete e 1 accolito è sempre Messa di tutta la Chiesa.

Detto questo, con buona pace degli scandalizzati di professione, certamente possiamo e anzi dobbiamo pregare. Per il contenimento del contagio, per chi già ha contratto il virus e soprattutto per coloro al momento in terapia intensiva o già deceduti; che i defunti penitenti non possono più chiedere aiuto per se stessi. Poi, per i governanti (sì, anche quelli dell’opposizione) perché pur in tutti i loro limiti siano ben guidati nelle scelte. Eccetera.
Per chi già recita abitualmente il rosario, sarà semplice dedicare una decina a ciascun gruppo di persone coinvolto nel problema.

“All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti, che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto” .
( I Promessi Sposi, capitolo 34)

Film .31: The Place, Paolo Genovese

 

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Un uomo siede ogni giorno, per l’intero giorno, al tavolino di un bar.
Ascolta le persone che vanno a chiedergli aiuto, prende appunti su quello che si potrebbe chiamare un libro mastro, e poi garantisce loro che il desiderio che hanno nel cuore si realizzerà  – se metteranno in atto ciò che lui indicherà.
Azioni a volte positive ma poco comprensibili (difendere una bambina: ma da chi o da cosa?), a volte difficili (dire al proprio padre, sinceramente, che gli si vuole bene quando l’ostilità quel bene lo sovrasta), più spesso controverse o decisamente negative (uccidere, stuprare, dividere, tradire).
Tutti gli otto protagonisti combattono, sospesi tra la volontà di concretizzare il loro intimo e forte desiderio e le proprie resistenze rispetto alle azioni deliberate, e per ognuno discutibili o spiacevoli, che dovrebbero compiere. E che sanno essere efficaci, perché quella dell’uomo al tavolo è un’attività nota e rinomata.

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Tra la giovane ragazza che vuole diventare bella (come se non lo fosse), la suora che ha perso la fede, l’anziana signora amareggiata dall’Alzheimer del marito, ed altre situazioni di vita piuttosto comuni; non ho mai avuto la sensazione che le vicende fossero banali, né mi ha annoiata l’andirivieni – perché il luogo è sempre il medesimo, per un’ora e quaranta.
C’è chi ha fatto il paragone col teatro, per questo, ma io dissento: non è questione di utilizzare un singolo ambiente per le riprese o di impostare la sceneggiatura su un continuo scambio verbale uno a uno, questo non basta a farne una rappresentazione di stampo teatrale. E nemmeno gli stacchi al nero di pochi secondi mi fanno venire in mente la chiusura e riapertura di un sipario. La dinamicità resta quella del cinema, a mio avviso, e se l’impalcatura regge non è perché stiamo vedendo un semplice dialogo filmato, ma perché le questioni (rap)presentate dall’anziana, dalla suora, dallo scapestrato, dal meccanico, dal padre e via dicendo sono rese così bene da sovrapporsi alle nostre senza lasciar avvertire il filtro della sceneggiatura.

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C’è un aspetto della storia che, in particolare, attrae; e cioè l’identità, la natura e le intenzioni dell’uomo seduto al tavolo, del “realizzatore di desideri”.
Chi dice il diavolo (moltissimi), chi – compresa Angela, la barista interpretata dalla Ferilli – avanza l’ipotesi dello psicologo che vuole mettere a proprio agio i pazienti parlando con loro fuori dallo studio.
Io ho detto la mia dopo il primo quarto d’ora di visione, ed ora vado a confermarla (o smentirla) e motivare il perché. Ma prima di farlo, mi duole avvertire che da qui in avanti dovrò inevitabilmente fare

spoiler

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e dunque dicevo…
… per me questo personaggio, che distribuisce compiti gravosi a gente qualunque pronta un po’ a tutto – almeno fino a prova contraria – per ottenere un risultato agognato, non ha nulla a che vedere col diavolo o affini ma, al contrario, è palesemente una… incarnazione? raffigurazione? esemplificazione? di Dio. O meglio ancora, di Cristo.
La faccio breve (davvero), poi casomai se qualcuno di voi l’ha visto e vuole aggiungere la sua lo può (e deve!) fare.

  • tutti i “clienti” dell’uomo al tavolo si disperano per la propria sorte, si lamentano dei compiti loro assegnati, tentano di svicolare e se qualcosa va storto – o se evitano l’azione e per logica conseguenza perdono il loro “premio” – addossano la colpa a lui.
    Manco a dirlo, l’uomo si becca una valanga di critiche e di reazioni rabbiose.
    Ma, come fa notare, non è lui a scegliere, né a spingere le persone che si presentano (di loro spontanea volontà) a fare alcunché. Non solo perché non esercita alcuna pressione, ma anche – e questo è meno immediato, ma è chiaro – perché non è lui a incastrare eventi e vite nell’intreccio che lega un cliente all’altro, non è lui a dipingere la tela così com’è: al massimo, ha predisposto la cornice.
    Il resto è tutta materia nostra.
    Il film ribalta la consueta prospettiva “cieca” che possediamo e ci pone dietro le quinte del caso e della Provvidenza, perché possiamo giudicare che ogni cosa è interconnessa, e che però il telaio che annoda una storia all’altra è in mano nostra, ed esclusivamente nostra. Sia che chiediamo, sia che accettiamo la “proposta” dell’uomo (e cioè, esposti alla tentazione, vi cediamo), sia che rifiutiamo (scoprendo, forse, altre vie di salvezza).
    The Place racconta cosa siano il libero arbitrio e la responsabilità inchiodando le obiezioni teoriche e le fumisterie. Kasabake, eventualmente, potrà dire di più sulla serie che l’ha ispirato; ma il concetto è questo.
    .
  • Il film, con le sue alternanze tra individui ed oscillazioni tra convinzione, senso di colpa anticipato, ripensamento e ricaduta, non è altro che una preghiera (in senso stretto) lunga 1 ora e 40′.
    .
  • L’uomo al tavolo, che nei titoli di coda compare come “L’Uomo”, e che uno dei personaggi si convince sia un “tramite”, è esattamente questo:
    l’Uomo per eccellenza, ossia Cristo – Ecce Homo.
    Il tramite tra il Padre ed i figli, che come sostiene Angela “si porta il carico dei mali del mondo”. E passa le giornate a districarli.
    Colui che non ha volto (quello di Mastandrea, certo, ma la domanda ricorrente è: chi sei tu? … e la riposta è lasciata al “cliente”: Voi chi dite che io sia?), e non ha nome, o se l’ha, è ineffabile.
    In fin dei conti, vien da pensare presto, “un povero cristo”, stanco e abbattuto, ma che seguita nel proprio “lavoro”. Appunto. Almeno finché, al termine, Angela non gli reca sollievo avocando a sé il suo incarico – o almeno una parte, possiamo immaginare. Angela, donna semplice, gioiosa anche se ferita, che si dedica al sollievo dell’Uomo e degli uomini di cui lui ha cura; senza per altro assumere mai una benché minima veste erotica o sentimentale. Un evidente emblema mariano.

fine spoiler

E insomma, questo è.
Cinque stelle secche ★★★★★
Dritto fra i migliori del nuovo anno.

Sono un mito .3: Dep 2 Death

Poteva essere il mio alias da rapper – ah, ah, ah -, potevo incidere un singolo con Mos Def, per fare assonanza, e invece non m’è toccato in sorte. Invece, ho scelto questo titolo per raccontare, mettendoci subito una punta di ironia dissacrante, della mia depressione e dell’esile scarto che, in quegli anni lontani, era rimasto fra me e il baratro (in senso figurato e letterale).

Mito

Può sembrare un argomento troppo collaterale rispetto alla malattia neurologica, eppure nel tempo ho compreso come i legami tra le due siano più stretti di quanto pensassi.
Ho sofferto di depressione infantile dall’età di (almeno) tre anni. Posso circostanziare temporalmente un punto d’origine, ancorché convenzionale, tanto preciso perché di quell’età conservo un certo ricordo, molto ben definito.
Ho passato diverse fasi e, finalmente, circa una decina d’anni fa (tantissimo!) sono andata in remissione. (Brevemente: per la depressione clinica, di qualsivoglia genere, non si parla di “guarigione”, tecnicamente quasi una chimera, ma di “remissione dei sintomi”, una guarigione di fatto che però non cancella mai definitivamente l’eventualità che il male si ripresenti).
Ora, qui, più che addentrami nei dettagli minuti di un’esperienza – chiamiamola così – orrenda, la peggiore da me mai provata, e che per altro ha coperto un quarto di vita tondo tondo, vorrei riportare un paio di riflessioni e lasciarle decantare.

La depressione infantile è una piaga insospettata e, di conseguenza, io temo alquanto sottostimata. E quando dico “infantile” non mi riferisco alla fascia d’età legale, che arriva alla soglia dei 14 anni, ma a quella biologica e dello sviluppo, dagli 0 (idealmente) ai 10, il periodo dunque dell’asilo e della scolarità elementare.
Anche di questo, se e quando possibile (cioè molto, molto raramente), ho sempre parlato in maniera del tutto franca e, come posso dire, neutrale: cioè come osservando le cose da di fuori, parimenti ad una materia di studio. Si potrebbe dire in maniera “distaccata”, ma è un termine che non mi piace e che dopotutto non corrisponde al vero.
Ma, per l’appunto, le situazioni e le persone che rendono possibile non dico discutere, ma anche solo accennare ad una cosa simile senza scatenare una ridda di proteste (che rendono il ricordo ancora più doloroso!), di incredulità e di rifiuto; si contano sulle dita di una mano. E allora perché ne parlo? Perché sì, perché così è stato, che alla gente piaccia o meno – e perché qui, anche se non ci troviamo certo in un luogo privato, nonostante l’impressione che possiamo ricavarne, ho la facoltà e una maggiore facilità a ramazzare via dal mio spazio chiunque non sia in grado, o non voglia, approcciarsi adeguatamente. Fosse solo per lo spazio di un post.
Potrei aggiungere anche: ne parlo, qui, perché non si sa mai chi un semplice post scaraventato nella rete può raggiungere, a chi potrebbe essere utile o di conforto.
Mi resta una spina nel cuore, che una volta nel ruolo di assistente ad personam presso una scuola elementare mi ha anche messo sotto scacco: nella mia posizione, non potevo davvero – ufficialmente, regolarmente – permettermi di far nulla per una bambina, A., che sapevo stare attraversando difficoltà simili. In altre parole, che sapevo depressa (e poco importa perché, in che modo, da quanto o quanto profondamente: fosse pure “solo” per esito di problemi completamente diversi, lo era). Nessuno avrebbe capito, e non avrei fatto che crearle altri guai. Ho potuto, comunque – e non voglio dire sia poco, affatto – parlare con lei. Parlare chiaramente (anche se con cautela e con un linguaggio adatto alla sua età) di quello che stava passando. Di quello che sentiva. Dio mi perdoni se non ho fatto di più e meglio.

••

Ho sempre sostenuto, fino a pochissimi anni fa, che la mia depressione fosse endogena (ossia che avesse la sua origine e spiegazione principale in fattori bio-psicologici interni, tutti miei) anziché reattiva (ossia scatenata da un evento esterno).
Pur senza abbandonare del tutto questa prospettiva, che nessuno era mai riuscito a farmi minimamente rimettere in discussione, l’ho quantomeno riconsiderata dopo aver parlato un paio di volte con la mia neuropsicologa di fiducia.
Non sarò certo io a negare che il clima familiare della mia infanzia, affettuoso e sicuro ma non propriamente sereno, abbia inciso. L’avrò sempre minimizzato? E’ vero che mio fratello aveva i suoi problemi da prima di avere l’esordio nel 1992 (quando io avevo 8 anni, e tutto è iniziato), ma continuo a credere che non bastasse, non “solo” quello, a devastarmi come di fatto devastata ero già.
Il mio disagio era così profondo, totalizzante, implacabile e costante, universale, omnicomprensivo che duro onestamente fatica a vederlo come la risposta a stimoli negativi tanto precisi, in un rapporto di causa > effetto univoco.
E – di nuovo – le sensazioni ed i pensieri negativi che mi hanno portata, più di una volta, a meditare il suicidio (nell’unico modo plausibile ed immaginabile per la mia scarsa esperienza del mondo), sono nati molto prima che la MELAS bussasse alla porta.

•••

Ma per restare su quest’ultima:
indubbiamente, il danno maggiore non mi è stato arrecato dalla situazione drammatica in sé, ma piuttosto dall’impossibilità di comprendere, elaborare e gestire adeguatamente tutto ciò che m’è franato addosso.
Per quanto mostruosamente – mi sia consentito dirlo – consapevole ed “intelligente”, nel senso di intuitiva e sensibile, io fossi rispetto a me stessa e al mio vissuto interiore, rimanevo una bambina: potevo individuare e persino indicare il mio male, descriverlo come molti adulti non sanno fare – ma non nominarlo. E senza un nome appropriato (non parlo dei termini clinici, che per altro ho acquisito presto, ma dell’essenza delle cose) nulla è agibile.
Non dico che, crescendo, una tortura simile svanisca come d’incanto e di necessità. Dico però che nel mio caso, possedendo ottimi strumenti, sono riuscita a scamparla, a tenermi a galla finché non ho avuto modo – ma sempre mettendoci tempo fatica e lacrime – di affinarli ed infine imparare dove, esattamente, affondarli.
Paradossalmente, la MELAS – che ci ha sconvolti in molti modi diversi – è forse stata un vantaggio per me: perché finalmente avevo un motivo, reale o fittizio che fosse, per giustificare il mio malessere. Non speravo di guarirne, nemmeno ci contavo, ma potendo attribuire i miei casini a qualcosa di concreto, di reale, mi ci sono quantomeno focalizzata imparando a manipolare la mia tristezza: inserendola in una storia, dandole un senso, dimenticando a tratti la realtà del fatto che sembrava non avere alcuna origine né alcun perché (uno degli aspetti più terribili del caderci dentro).
Essere stata costretta ad affrontare la malattia di mio fratello, anche se si è trattato di un viaggio compiuto per lo più in solitaria, mi ha tenuta vigile e dunque viva.
E così ora sono qui a raccontarlo, in ottima forma mentale.
E’ già qualcosa di cui essere felici.

Nelle puntate precedenti:
Sono un mito .0: La medicina narrativa
Sono un mito .1: Please meet mitochondria
> Sono un mito .2: t-RNA-leu-A3243G

Film .8: The vvitch, Eggers

The vvitch – Robert Eggers

Il titolo lo scrivo così, com’è riportato in copertina e sul catalogo bibliotecario, anche se è intuibile che quella strana parola sta per “witch”.
Me lo sono visto incuriosita dalla recensione assai critica di Fabio Arancio, che ora posso a ragione avallare. Non amo i commenti che protestano la malvagità di un’opera (o più modestamente, di un prodotto) – in genere raccontano sciocchezze. Ma in questo caso, pur senza stracciarmi le vesti, convengo che il film non solo non ha nulla da dire ma tutt’al più va a stuzzicare corde poco sane nello spettatore medio, che abbia cioè una cultura cinematografica ed un’attitudine religiosa non abbastanza mature.
Sino a circa metà storia, ma anche un pochino più in là, la resa è discreta nonostante si fondi su un’idea banalotta (famiglia devota dei secoli che furono viene cacciata dalla propria congregazione e va a vivere vicino ad un bosco, nel quale le forze del male si scatenano. E vincono. Con tanto di caprone parlante che, non fosse triste, sarebbe alquanto grottesco).
Poi, però, mancando di un fondamento vagamente solido, lo sviluppo precipita: tra bambini scomparsi, bambini morti (non prima d’aver esalato l’ultimo respiro il quale, più che un rantolo affannoso, sembrerebbe decisamente un ansito orgasmico), accuse a destra e a manca di stregoneria; passiamo in rassegna una bella galleria di stereotipi e leit-motiv di genere – sottofondo di violini dissonanti incluso – senza tuttavia arrivare al dunque, ad un senso della storia ed un significato morale (fosse pure un comunissimo atto d’accusa verso la rigidità mentale di un certo tipo di religiosità), ad uno scopo insomma.
Il male vince, dicevamo, la qual cosa in sé non è carina ma nemmeno inaccettabile: il male vince spesso, ahinoi, molte battaglie nel mondo reale ed in quello fittizio. Lo fa, però, in maniera quasi scontata, un po’ automatica, che non genera tensione né lotta – è un male privo di nerbo eppure mai veramente contrastato. L’unico personaggio che può vantare forza di carattere cede proprio sul più bello così, come fosse un berlusconiano alla deriva che deve riposizionarsi su un nuovo carro dei vincenti. Si è voluto insomma presentare un finale (pseudo)sovversivo, senza avere i numeri per crearlo… come Dio comanda.
Soprattutto, sin dall’inizio, ogni azione o considerazione svolta sulla scena è pervasa da un’inclinazione d’animo disperata, vuota di grazia, che ne suggerisce unicamente un’interpretazione deterministica, ineluttabile.

E’ tutto: un’operazione commerciale malriuscita nel migliore dei casi, il consapevole contrabbando del male come schieramento appetibile e vantaggioso nel peggiore.